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| Gaetano Carlo Chelli L’eredità Ferramonti IntraText CT - Lettura del testo |
Ferramonti non istette più bene. L'incidente avvenuto lasciava tracce profonde nei rapporti tra suocero e nuora. La confidenza assoluta e tranquilla dell'uno verso l'altra era scossa. Vi era succeduta una crudele altalena di dubbi e di abbandoni, un oscillare continuo fra la voluttà voluta, acre, violenta del fascino esercitato tuttavia dalla giovine donna, e la paura istintiva di lei. Questo dramma psicologico costringeva padron Gregorio ad uno sforzo di dissimulazione, che finiva di mettere in tensione i suoi nervi, e di alterare la sua salute, sordamente minacciata. Egli diventava volubile, stizzoso, intrattabile. Dimenticava tutte le sue abitudini, e pareva che volesse cimentare la pazienza d'Irene, variando a capriccio le ore dei pasti, rintanandosi in casa delle settimane quasi intere, e poi prendendo a scorrazzare per altre settimane dall'alba a notte inoltrata senza che si sapesse dove andasse a posare le ossa. Non voleva né osservazioni, né consigli; faceva peggio se qualcuno, Irene compresa, ci si provava. E quando reclamava dalla nuora i lieti piaceri della sua compagnia, era come se lo movesse soltanto una febbre dei sensi, una specie di spasimo che lo faceva delirare. Rivolgeva alla giovine donna parole infiammate di un amore furibondo; e voleva ch'ella lo empisse di cibo, preparato da lei, lo ubriacasse di vino, offertogli dalle sue mani; gli desse tutti i godimenti possibili colle sue parole, co' suoi sguardi, col suo ridere squillante, colle sue moine di bella creatura. Poteva porgergli, s'ella lo avesse voluto, una tazza di veleno: avrebbe visto con quanta delizia egli era capace d'inghiottirlo.
Ella non frenava tali irruenze. L'agitazione forsennata del vecchio restava come la sua garanzia ultima. Sapeva perfettamente che il suocero tornava a lei eccitato in tal modo, perché vinceva violentemente le ripulsioni e gli orrori ch'essa gli destava. Ella assisteva imperterrita ad un martirio, che avrebbe fuso il cuore di qualunque altra donna al posto suo.
Nonostante le dissensioni della nuora, Ferramonti aveva voluto occuparsi a cercare l'autore della lettera anonima. N'era stato buono il profitto!... Nient'altro che veder compiuta l'opera della denuncia. Il vecchio non ignorava più la sozza leggenda di cui la famiglia Ferramonti faceva le spese. Senza dubbio non era che un'infame calunnia l'attribuire un carattere osceno ai rapporti fra suocero e nuora; ma la stessa enormità di questa credenza non provava forse la verità delle altre brutture, senza le quali non sarebbe stata possibile? Padron Gregorio rammentava di avere, per tutta una lunga vita, tenuto le donne in conto di animali immondi e di sirene incantatrici, da cui bisogna tenersi lontani. Perché sua nuora sarebbe stata diversa dalle altre? Non gli aveva fatto rinnegare tutti i principii di lui con arte forse infernale? Non aveva addormentato le sue diffidenze? Qual filtro magico gli aveva dunque somministrato? E fin dove sarebbe ella giunta?
Lui, Ferramonti, sentiva che ci sarebbe schiattato. Poi, nell'angoscia mortale dei suoi dubbi, volle sottoporre la nuora ad una prova decisiva. Badò a coglierla di sorpresa, in uno di quei momenti di espansione che si riducevano ormai a faticose menzogne.
— Vogliamo dar proprio una mentita solenne alle calunnie dei nostri nemici? — propose egli, sul finire di un desinare, mentre pigliavano il caffè insieme.
Un pomeriggio caldo di maggio mandava dalla finestra aperta uno sprazzo di sole. La figura d'Irene era vivamente illuminata. Padron Gregorio la vide trasalire leggermente.
— Perché adesso dobbiamo angustiarci? — diss'ella con un triste sorriso.
— Non è per angustiarci. Al contrario! Ho trovato un mezzo certo per seccare le lingue più velenose. Ma se non vuoi...
— È per farvi piacere? Allora accetto qualunque cosa. Che debbo dunque fare, io?
Nei riflessi dorati del sole, ella pareva circondata da un'aureola. Padron Gregorio non poteva perdere un solo de' suoi atti. Parve assorbirsi un istante nella sua contemplazione; poi la interrogò:
— È deciso?
— Ma sì! È deciso.
— Non ti figuri di che si tratta?
— No. Che importa?
— Anzi, importa. Chiudi la finestra. Il fracasso della strada m'urta i nervi.
Quand'ella ebbe chiuso, le accennò di andare a sedere accanto a lui, e prese a spiegarsi.
— Ci mordono perché ho messo da parte un po' di danaro. Ebbene! togliamo di mezzo questo motivo di maldicenze e di perfidie. Si tratta di far toccar con mano che non hai fatto mai calcolo sulla mia fortuna. La regalerò agli ospedali, per esempio. Pagherò la mia parte di paradiso, da vero sovrano. Ti piace il mio progetto?
— Mi dispiace per i vostri figli, — disse la giovine donna, naturalmente.
— I miei figli? Che c'entrano? Loro non ci guadagnano e non ci perdono un centesimo. Non parliamo affatto di loro.
— In tal caso, mi pare che la vostra idea sia buonissima. Tanto più, se si tratta solamente dei capitali deposti alla Banca. Voi non farete in realtà nessun sacrificio, non è vero?
— Verissimo. Va bene. Fra pochi giorni mi sarò liberato anche da questo pensiero, e non mi parrà di aver pagato troppo caro il vederti render giustizia, amor mio!
Cambiò discorso. Irene prese il primo pretesto per allontanarsi da lui e per andare altrove a respirare liberamente. Aveva potuto conservarsi impassibile, per una subitanea intuizione dell'esperimento che il suocero tentava su lei. Sentiva che il suo contegno, nel giro di pochi giorni, decideva del suo avvenire. Ed era certa di tenere la fortuna pei capelli.
Ella fu immensa di finezza. Respirava sollevata: rideva lieta, come alleggerita da un gran peso. Il suo disinteresse splendeva di semplicità ineffabile. Ella certo ignorava il proprio sacrificio; nessun'altra donna al suo posto avrebbe saputo imitarla. E padron Gregorio, sotto l'influenza di queste impressioni, riacquistava la propria calma e la propria fiducia rispetto alla giovine donna, che aveva portato in casa sua gioie ed ebbrezze di paradiso.
Ma i risentimenti di lui s'invelenirono. Cadde nei furori di una cupa misantropia. Gli uomini! Un mucchio di furfanti che si sbranano a vicenda e che si ravvoltano nella sozzura di tutte le infamie possibili! Perché non veniva un altro diluvio universale? Che ci stava più a fare Quello lassù, che aveva una volta distrutto colla pioggia di fuoco Sodoma e Gomorra?
Poi gli parve stupido e crudele sostenere più lungamente la finzione colla quale aveva voluto assicurarsi dei sentimenti della nuora. Scherzò con lei: l'idea di possedere più di mezzo milione, non le aveva proprio fatto venire l'acquolina in bocca? Che ne avrebbe fatto, se si fosse trovata a disporre di quel po' di quattrini?
Ella sorrise. Buon Dio! aveva forse perduto mai il tempo, lei, nel figurarsi delle cose alle quali non poteva arrivare?
Ferramonti dette in uno scroscio di risa. Quanto era amena! Che peccato non potesse vedersi quanto era amena! Perché, in sostanza, ella aveva invece bisogno di pensare appunto al modo di impiegare il mezzo milione, secondo i suoi gusti. Non occorreva sgranar tanto gli occhi! era proprio così!
Il vecchio ridiventò serio improvvisamente, e prese a spiattellare ogni cosa.
— Devi perdonarmi. Ho voluto assicurarmi di te; mettermi in grado di chiudere la bocca con uno sgrugnone sul muso a quanti birbaccioni osassero ancora dubitare dei tuoi sentimenti. Vorrei poterti dire quanto ho sofferto! La prova era necessaria! Se falliva, sarei crepato di certo; ma tu non avresti più rimesso i piedi in casa mia... Adesso è passata! Vieni! Non tremar così, sciocca! Si va in camera mia.
Ella ritenne che il suocero volesse condurla di là per consegnarle una carta che l'autorizzasse a ritirare i titoli deposti alla Banca; forse per darle i titoli stessi. E la vertigine la guadagnava, risolvendosi in una fralezza vile. Per non cadere, fu costretta ad appoggiarsi al vecchio.
Invece Ferramonti si fermò sull'ingresso della camera. Additò, in un angolo accanto al letto, una specie di piccolo forziere murato all'altezza di un tavolo: la custodia antica, onde erano passati lentamente i guadagni ed i capitali dell'antico fornaio.
— Guarda: là dentro c'è una carta che ti riguarda. Non si può sbagliare, perché non ce n'è altre. Quando starò per andarmene, te la darò, o te la piglierai da te, se non potrò dartela. La chiave è nel primo cassetto del comò. T'insegnerò come si fa per aprire. Hai capito?
Irene chinò la testa senza rispondere. Il colpo era troppo forte. Ella non aveva più neppure la facoltà di risentirsi, di odiare l'uomo da cui riceveva quel disinganno atroce. Si abbandonava al proprio destino colle codarde rassegnazioni di una vittima domata.
Ferramonti interpretò a suo modo la cosa. Ricondusse la giovine donna sostenendola, esaltato dalla tenerezza e dall'ammirazione. Perché quella commozione eccessiva? Irene diventava niente una bambina, quando proprio non ce n'era bisogno alcuno? Ma insomma! era tempo di farla finita, altrimenti lui ci avrebbe preso cappello sul serio!
Il vecchio rimase nell'ebbrezza dilettosa di tale scena tutto il resto della giornata, ed i giorni successivi. Non usciva più, insofferente di perdere un'ora lontano dalla giovine donna, accecato di lei fino al punto di non iscorgerne le cupe astrazioni male dissimulate. Peraltro, s'egli le avesse avvertite, Irene si era preparata una giustificazione: non dovevano cercare ancora il nemico misterioso che li aveva fatti soffrire tanto con la lettera anonima? Non era naturale che questo pensiero tornasse ad agitarla, adesso che le circostanze le permettevano di consacrarvisi interamente?
In realtà, senza averne informato il suocero, anzi premendole che non ne sapesse nulla, ella aveva già trovato. Ci si era messo di mezzo il caso: un incontro fortuito con Flaviana Barbati. Le due donne s'erano scambiate appena uno sguardo; ma era stato sufficiente per avvertire Irene che i propri istinti non l'avevano ingannata fino dal primo momento. Le bastava. La partita si sarebbe saldata più tardi. Adesso bolliva al fuoco tropp'altra carne!
La tensione aveva raggiunto il suo limite estremo. Pippo, riconciliato colla moglie, e tornato alle cure del guadagno con una febbre smaniosa d'uomo ingordo, rivolgeva spesso alla giovine donna delle domande ciniche. Ebbene? come andavano le cose al Pellegrino? Crepava sempre di salute il genitore? C'era sempre d'aspettare un pezzo? Ed eguali impazienze, per motivi diversi, facevano spasimare Mario. Egli non parlava; ma i suoi sguardi ed i suoi sorrisi mettevano i brividi addosso.
Il vecchio Ferramonti si vendicava di tali scelleratezze collo spettacolo insultante della sua prosperità. Avrebbe ucciso un toro con un pugno; destava invidia agli uomini di quarant'anni. Nondimeno Irene giudicava assai diversamente quella floridezza d'apparenza. In realtà padron Gregorio cominciava a temere lui stesso sul serio della propria salute. Accusava una pesantezza di testa, una confusione d'idee; le vertigini, che lo avevano infastidito dal principio della primavera, si facevano più frequenti. Il peggio era ch'egli si ostinava sempre a non voler sentir parlare di rimedi e di cure. Al contrario, una pazza frenesia lo spingeva ai disordini verso i quali aveva pencolato dopo l'apparizione della nuora. Diventava un ghiottone ed un beone incorreggibile.
S'attaccava ad ogni pretesto per soddisfare le brame di questo vizio. Non si sarebbe trovato un cattolico fervente ed epicureo, più scrupoloso di lui nell'osservare a tavola le infinite solennità religiose. Tali ricorrenze portavano nella vecchia casa in via del Pellegrino un andirivieni di garzoni spediti dalle botteghe più accreditate di Roma con ogni sorta di ghiottonerie. Si disprezzavano i prodotti di stagione ed a buon prezzo, unicamente perché non erano rarità e non costavano cari; non bastavano le semplicità della cucina e della tavola casalinga: si volevano i piatti composti, i pasticci di Spillmann, i dolci di Singer, i vini imbottigliati di Francia. Si assicurava la gazzarra per mezza settimana alla cuoca, alla sua parentela ed agli aiuti ch'essa pigliava in tali occasioni.
Irene arrischiava talvolta qualche osservazione; ma erano parole gettate al vento. Padron Gregorio le chiudeva la bocca, scherzando e punzecchiandola. Aveva forse paura che ci si dovessero rimettere dei quattrini fra quelli custoditi alla Banca? Poi, egli consentì a transigere: si sarebbe fatto punto a San Pietro, consacrando l'estate ad un regime di dieta e di riposo. Ma, per compensarsi in anticipazione, volle che gli ultimi banchetti restassero memorabili.
Bisognerebbe aver visto quello che seppe mettere insieme il giorno del Corpus Domini. Alle tre — l'ora di andare a tavola — la stanza da pranzo, nella luce perlacea delle tende abbassate, e nel suo raccoglimento lindo e profumato, pareva trasformata in un tempio sacro alla ghiottoneria. La mensa preparata pei due convitati rideva nel candore della tovaglia e nel vivo luccicare dei cristalli e del vasellame. L'adornava un bel mazzo di fiori in mezzo ed una ricchezza di sopratavola. Da un lato, alla parete, ma a portata di mano, una credenza carica di bottiglie, di pietanze fredde e di pile di piatti, aspettava la festa che avrebbe fatto piazza pulita sui suoi ripiani.
Ferramonti era andato a fare una lunga camminata ed a bere il vermutte per prepararsi lo stomaco. Rientrò un poco stanco, sudato, sfibrato da un primo alito di estate precoce. Apparve in cucina, dove le casseruole e i tegami brontolavano, confondevano insieme i loro vapori ed i loro odori. Si aspettava appunto lui per metter giù la minestra e per cuocere il fritto; ma Irene, al vederlo scalmanato, lo mandò in camera a cambiarsi ed a riposarsi, disponendo che s'indugiasse qualche altro minuto.
Finalmente passarono insieme nella stanza da pranzo. All'entrare, padron Gregorio gettò un grido di soddisfazione. Per la madonna! non ci mancava nulla davvero! C'era da far risuscitare un morto! Per conto suo, il vecchio goloso sentiva un solletico allo stomaco e l'acquolina in bocca. Una molle passione gonfiava i suoi occhi ridenti, passava con un lieve fremito sulle sue narici dilatate a fiutare intorno.
Nondimeno il pranzo non cominciò con trasporto eccessivo. La zuppa di cappelletti al brodo di pollo e di manzo non fu terminata da nessuno dei due, quantunque la trovassero squisita. Del resto succedeva sempre così: quel tu per tu ad una tavola che faceva pensare ai simposii di una grossa brigata di buontemponi, metteva nella stanza troppo vasta come un freddo di solitudine. I ferri si riscaldavano successivamente, a poco a poco, per la virtù elettrizzante del mangiare e del bere. Infatti, appena arrivati all'umido, certe scaloppine di vitella col marsala, Ferramonti era già diventato un altro uomo. Parlava alto, rideva molto, beveva moltissimo, cogli occhi già impiccoliti e luccicanti, colle gote scarlatte. Rimproverava Irene di non fare onore al pranzo: era una vera viltà! Poi, coi fumi delle vivande, e col gorgoglio del sangue fattosi ardente nei corpi pasciuti, i due commensali avvertirono il caldo. Lo sprazzo di sole che occupava nei pomeriggi un lembo della stanza, batté sulla tenda, filtrò attraverso il tessuto, con un barbaglio diffuso, nell'afa dell'ambiente che faceva appassire i fiori.
— Chiudi le persiane! alza la tenda! spalanca le porte! — disse padron Gregorio alla domestica che cambiava i piatti: — qui si soffoca, per Dio!
Respirava a fatica. Trovò che c'entrava a meraviglia un piccolissimo riposo. Ma poiché veniva la volta di attaccare un pasticcio, egli, preparandosi a tagliarlo da sé, volle che la domestica lo levasse subito di sopra la credenziera e glie lo collocasse davanti, bene, col garbo che ci vuole per far figurare le cose.
— Volete farci sopra un meditazione? — scherzò Irene al vedere il suocero come immerso in effetti a contemplare la crosta del pasticcio. Egli rise. Pensava che l'esterno prometteva bene, e che un po' d'appetito ci sarebbe stato anche per quell'intruglio da tavole signorili. Corpo del diavolo! Non ci era voluto che Irene per mettergli la voglia di assaggiarne, nei suoi vecchi giorni!
L'osservazione lo condusse a rivolgere dei complimenti alla giovine donna. Vi si diffuse, sotto una inconscia ripugnanza di tornare al pasto. Poi si rammentò che non avevano ancora stabilito come passare il resto della giornata. Egli non avrebbe sgradito di pigliare un po' d'aria. Che ne diceva Irene, di una scarrozzata a San Pietro in Montorio?
— Non c'è nulla che lo impedisca, — disse ella assentendo.
Benissimo! Allora restava così stabilito. E adesso non c'era da far niente di meglio che vedere se il signor pasticcio manteneva le sue promesse.
Ferramonti prese il coltello; per abitudine antica, sbirciò l'affilatura della lama, e parve contento. Ma d'improvviso, invece di tagliare, si alzò; guardò di qua e di là, colla testa alta, con una vivacità di movimenti incomprensibile. La sua mano destra andò violentemente al colletto della camicia come per islacciarlo. Non poté. Ferramonti, senza un grido, con un solo sospiro rantoloso, cadde disteso; rimase rigido al suolo.
Irene gettò un grido. S'alzò, urtando il tavolo e rovesciando una bottiglia piena, che andò a spezzarsi accanto alla testa del vecchio, sul pavimento. Chiamò aiuto nello slanciarsi a soccorrere il caduto. Ma non perdeva la testa; doveva aver già compreso di che si trattasse. All'apparire delle due donne e di un garzone che stavano in cucina, sedò con un gesto i loro gridi e le loro domande. Ebbe dei comandi rapidi e netti, mentre, china, cercava di sollevare il suocero:
— Rosa, corri a cercare il medico. Voi altri allontanate la tavola, avvicinate il sofà. Subito!
Ferramonti era caduto bocconi; poi, coll'ultimo suo movimento, si era rigirato sopra un fianco. Si sarebbe detto già morto, senza un rantolo soffocato che gli sollevava il petto a lunghi intervalli. Irene gli aveva rialzata la testa; gli asciugava le gote ed i capelli fradici del vino sprizzato dalla bottiglia rotta. Una striscia di sangue scendeva lenta e densa da una ferita della fronte, a destra.
— Ci vuol coraggio, — bisbigliò la giovine donna agli orecchi del suocero. — Non sarà nulla: uno dei disturbi soliti; un po' più forte.
Avevano disposto il sofà secondo i desiderii di lei. Allora, sempre con cenni brevi e precisi, si fece aiutare ad adagiarvi quel gran corpo inerte, sollevandolo di peso. Ferramonti girò intorno gli occhi senza sguardo ed iniettati di sangue; trasse un pesante sospiro.
— Coraggio! — replicò la giovine donna; — mi pare che vada già meglio. Non è forse vero, che va già meglio?
Ella mostravasi piena di confidenza, come se avesse voluto dissimulare a se stessa la gravità somma del caso. S'era trasformata in una infermiera dal colpo d'occhio sicuro, pronta a tutte le cure, presente a tutti i bisogni. Aveva slacciato l'infermo; gli collocava sul capo dei panni bagnati; gli aveva tolto gli stivaletti ed avvolti nella lana i piedi. Soltanto il suo pallore estremo ed un lieve tremito delle sue mani accusavano la sua agitazione. La donna ed il garzone rimasti, obbendendola ed imitandola, rendevano dei servigi molto efficaci.
— Occorrerà certo del ghiaccio, — osservò, indirizzandosi al garzone. — Bisogna che tu vada subito a comprarne.
Il medico la udì nell'entrare. Fece un cenno vivace di assentimento. Egli aveva già dato una rapida occhiata alla stanza, ai resti del banchetto, che si offrivano allora in uno strano disordine. Andò direttamente all'ammalato; lo esaminò, scosse il capo, aggrottò per un momento le sopracciglia.
— Prima di tutto, — disse, — bisogna levarlo di qui, e porlo sul letto. Vogliamo provarci?
Si accinsero all'opera in quattro. Poi, in camera, spogliarono Ferramonti. La vera cura cominciò soltanto più tardi, con un'applicazione di sanguisughe e di ghiaccio alla testa. All'ora di accendere i lumi, il medico non si era ancora allontanato. Non aveva fatto alcuna domanda sul modo come l'attacco apoplettico si era manifestato. Contentavasi di ascoltare i ragguagli spontanei ed interrotti d'Irene, quasi per semplice condiscendenza. Chiese distrattamente se padron Gregorio avesse un medico proprio; al sentirsi risponder di no, non aggiunse altro.
Irene non lo conosceva affatto. Era capitato, per caso, alla cuoca, nella farmacia vicina. Era un uomo di appena quarant'anni, piccolo, calvo, miope, concentrato e taciturno. Doveva prender molto sul serio la propria professione. Seguiva attentissimo gli effetti della cura, occupandosi da sé delle cose più minute. Sull'imbrunire, un baleno di amor proprio soddisfatto gli spianò la fronte. E, per la prima volta, andò a sedere lontano dal letto, aspettando.
— Come va? — domandò Irene, raggiungendolo.
Egli la guardò un istante negli occhi, producendole come un senso di confusione e di malessere. Si strinse nelle spalle. Non era precisamente perplesso; ma cercava forse una frase. Infine dovette averla trovata:
— Bisogna avvertire i figli, senza perder tempo.
Irene capì ch'egli conosceva la famiglia, e si sentì maggiormente a disagio. Arrischiò nondimeno un'obbiezione.
— Ma non c'è grande accordo fra il padre ed i figli. Non so se il vederli...
S'interruppe dinnanzi all'insistenza di quei due occhi scrutatori, penetranti come una punta di stile, colla loro vivida immobilità. Le parole di lei si mutarono improvvisamente in una domanda:
— Allora, non c'è più speranza?
— È un caso gravissimo. Credo che non ci sia più speranza.
— Fra mezz'ora, mio marito ed i miei cognati saranno avvertiti.
Ella si allontanò subito per andare a dare delle disposizioni.
Quando rientrò, il medico, dal capezzale dell'ammalato, la invitò vivamente ad avvicinarsi. Ferramonti aveva riaperto gli occhi, e li girava intorno come chi cerca. Nel chinarsi sopra di lui, la giovine donna si accorse che la chiamava, con un balbettare indistinto prodotto dalla paralisi.
— Son qui, papà! — diss'ella; — mi riconoscete?
Egli ammiccò, con una grande soddisfazione; ma ricadde subito in una insensibilità assoluta, non mostrando affatto di udire o di comprendere le sue parole affettuose di conforto.
— Lo lasci pure tranquillo, — consigliò il medico. — Non c'è niente di meglio a fare, per ora. Anche la mia presenza è inutile. Tornerò verso mezzanotte.
Irene rimase un quarto d'ora a guardare l'infermo. Lo vide assopirsi, a poco a poco, profondamente. Allora ordinò alle due donne rimaste in casa di andare a sparecchiare ed a rimettere ogni cosa in ordine nella stanza da pranzo. Certa di non essere pel momento disturbata, aprì il primo cassetto del comò, prese la chiave del forziere e si avvicinò da quella parte coi movimenti cauti e sospettosi di una ladra presa dalla commozione. Il suocero non le aveva date ancora le lezioni promessele; ma aveva aperto per due volte in sua presenza il forziere dove si custodiva ancora il danaro occorrente per le spese giornaliere. Ella non sapeva se sarebbe riuscita. Cercava di costringere se stessa alla calma, per esser maggiormente sicura dei proprii tentativi.
Fu un'ardua impresa. Durante quasi un quarto d'ora, la giovine donna non seppe venirne a capo. Poi, quando meno se lo aspettava, lo sportello del forziere cedette, si aprì. Era stata l'impulsione di un movimento di collera, ch'ella non aveva saputo frenare, sul punto di dichiararsi vinta.
I suoi occhi restavano fisi sul forziere aperto, con una immobilità magnetica, mentre la sua fronte, di una bianchezza d'avorio, bagnavasi di sudore. Ma d'improvviso ebbe un moto felino: frugò il forziere; s'impadronì del foglio che cercava, piegato e deposto nel fondo; lo cacciò in tasca, senza esaminarlo. Poi richiuse, sbattendo lo sportello, e girando convulsamente la chiave. Una furia nervosa caratterizzava tutti i suoi movimenti, come una esasperazione di donna che ha paura d'esser sorpresa, e che vuol finirla. Quando poté ritrarre la chiave dalla serratura ed allontanarsi, le forze che l'avevano sostenuta le mancarono ad un tratto. Si gettò sopra la sedia più vicina, respirò forte, comprimendosi colla mano il cuore.
Nella stanza, appena rischiarata da una candela sul comò, regnava un raccoglimento funebre, rotto da un alitar lieve e rantoloso dell'infermo, che conservava un'immobilità di cadavere. Uno sciapìto odore di sangue diffondevasi a poco a poco, saturava l'ambiente. Il dramma accaduto metteva la sua nota desolata sopra ogni oggetto, in ogni angolo, in quel silenzio dove un uomo moriva, ed una donna taceva, assorbita dai propri pensieri.
Ma lei dimenticava tutto, tutto: anche il suocero. Quando vinse la propria commozione e fu in grado di rialzarsi, una gioia strana scintillava nei suoi occhi. Ripose la chiave del forziere nel cassetto del comò; si guardò intorno vittoriosa.
— Di là tutto è all'ordine, — annunciò la donna di servizio, affacciandosi sulla porta. — C'è bisogno di nulla, qui?
Irene sussultò. Rammentavasi di non aver più neppure pensato, da quasi mezz'ora, a ricambiare le borse da ghiaccio sulla testa dell'infermo, ed i panni applicati a raccogliere lo spurgo delle sanguisughe che lo svenavano.