Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText
Gaetano Carlo Chelli
L’eredità Ferramonti

IntraText CT - Lettura del testo

Precedente - Successivo

Clicca qui per nascondere i link alle concordanze

-21-

 

I due cognati s'incontrarono quindici giorni dopo. Fu appunto nella bottega di ferrarecce. Non si poteva, del resto, mettere assolutamente in dubbio la fortuità dell'incontro: era stato Pippo a farsi accompagnare dal fratello, incontrandolo al Corso per caso, e dimenticando che sua moglie doveva stare dai parenti. Ella trovò Mario, nell'entrare per dire qualche cosa al marito, prima di tornare a casa.

Tuttavia Mario ed Irene si rividero senza commozione apparente. Si ricambiarono un cenno di saluto, come due persone che non hanno fra loro nulla di comune. Mario si tenne in disparte, mentre la giovine donna parlava col marito, poi seguirono alcune frasi di colloquio generale sopra argomenti futili e di niun conto.

Irene si trattenne così, sei o sette minuti, colla sua espressione calma ed un po' grave. Pippo spiava la moglie ed il fratello, con un vago sogghigno d'uomo a cui non potrebbe sfuggire alcun segno compromettente. Ma l'esperimento dovette rassicurarlo: appena uscita la giovine donna, domandò a Mario:

— Come la trovi?

Trovo che sei un marito fortunato, — rispose Mario ridendo. — Ti puoi vantare di goderti una delle più belle donne di Roma. È miracoloso! ella, invece di invecchiare, ringiovanisce.

— Lo dicono tutti, e pare a me pure.

— E ci trovi tornaconto, eh? briccone! Bada però di aver giudizio con lei! Io, per conto mio, non mi lamento d'essermi posto del tutto al riparo dagli effetti del suo cattivo umore.

— Le do forse motivo d'esser malcontenta di me? — disse Pippo soprappensiero.

Alludevano qualche volta, di sfuggita e velatamente, alla misteriosa potenza della giovine donna, che avevano ambedue esperimentata. Mario parve assalito ad un tratto da una curiosità:

— Lo sapeva che adesso vengo spesso da te?

— Lo sapeva di certo. Ho avuto occasione di dirglielo un paio di volte. Perché? ti dispiace forse?

Punto. Come ha preso la cosa?

— Non vi ha dato nessuna importanza.

Dev'essere infatti così.

— Mi par bene! È certo che non si è mai trattato fra noi di ordire congiure contro di lei, non è vero?

Mario guardò vivamente il fratello, colpito anche dal tono singolare delle ultime parole; ma non gli riuscì quel giorno, come non gli era riuscito in altre simili occasioni, di accertarsi se le dettava un pensiero segreto, che non stimava ancor giunto il momento opportuno per esprimersi senz'ambagi. Gli pareva talvolta che Pippo fosse emancipato dalla moglie molto più di quello che volesse parere. Il buon marito aveva dei rapidi sussulti allorché si parlava di quella donna, dei bagliori di sguardo pieni di malizia volpina e di ferocia ipocrita. Alcuni giorni appresso, lo stesso Pippo se ne uscì con una proposta singolare:

— Perché non vieni qualche volta a trovarmi a casa? Hai forse paura che Irene ti mangi?

— Non ne ha l'aria davvero! — disse Mario. — Ma ti viene un'idea matta. Non ti pare che la mia ricomparsa in casa di tua moglie solleverebbe un vespaio di pettegolezzi?

— Allora se ne sono già fatti. Non vi siete trovati già insieme, tre o quattro volte qui, davanti al pubblico?

— Quattro volte, se credi.

Meglio! E non vi siete presi pei capelli, mi pare. Questo è l'importante! Ai discorsi degli scioperati, chi ci retta?

— Vuoi esser sincero? — domandò Mario.

— A proposito di che?

— Di tua moglie. È forse lei che ti ha suggerito di invitarmi?

— T'assicuro di no. Ti voglio io proprio. Ho forse delle ragioni a volerti. Ti basta?

— Allora sentiamo queste ragioni.

Pippo gli rise sul viso. Com'era pronto, Mario, a montarsi la testa! Le ragioni erano che in bottega, e di giorno, perdevano ambedue del tempo prezioso, reclamato invece dai loro affari rispettivi. In casa si ciarla meglio sul più e sul meno, comodamente seduti, magari con un buon bicchiere di vino dinnanzi. Insomma, egli aveva già avvisata Irene dell'invito; un rifiuto sarebbe stato assurdo ed egli lo avrebbe preso per un affronto personale.

— Verrò, — concluse Mario.

La bonarietà ostentata e chiassosa del fratello non lo aveva tratto in inganno. Pippo agiva senza dubbio per un secondo fine, abbastanza potente per fargli passar sopra alla stravaganza d'invitare in casa un uomo, impegnato in un litigio giudiziario contro sua moglie, così grave come era quello promosso appunto da Mario. Ma quest'ultimo se n'era preoccupato appena per un istinto di momentanea curiosità. Ciò che importava a lui, era che i disegni reconditi di suo fratello agevolassero quelli della sua propria passione. Questa volta non poteva dire davvero d'essere stato poco fortunato!

Non aveva tempo da perdere. Alla più lunga poteva durarla un'altra quindicina di giorni, dopo i quali non ci sarebbe stata forza umana capace d'indicargli una sola via di mezzo fra la prigione e la morte. Vedeva degli uomini da lui deliberatamente mistificati, prepararsi a metterlo colle spalle al muro ed a fargli scontare spietatamente la mistificazione. Non gli sfuggivano le occhiate lunghe ed equivoche di coloro che fiutavano in lui il galeotto od il cadavere. Molti si domandavano certamente a quale scopo egli vivesse ancora, e cominciavano ad averlo in conto di vigliacco ributtante.

Egli era tranquillo. Si burlava di tutti, col suo sorriso e coi suoi sguardi pieni di gelida ironia. Indovinava di aver pienamente raggiunto il suo scopo, e sentiva come una funebre impressione di trionfo, che lo rendeva orgoglioso. Si burlava pure di Pippo: che scherzo atroce stava per toccargli nel momento in cui si preparava a servirsi del fratello come di uno stromento! Ma, in fondo, Pippo gli dava le nausee ed i raccapricci che gli esseri immondi destano spesso sui temperamenti nervosi. Quel miserabile sapeva senza dubbio Mario sull'orlo di un precipizio; ebbene! per sfuggire il pericolo di porgergli il più piccolo aiuto, egli, fingendo di crederlo sempre all'apice della fortuna e della ricchezza, gli aveva tenuto più volte discorsi brutalmente egoisti: un uomo deve barcamenarsi e farsi strada da sé, non è vero? Sono degni del manicomio, quelli che si lasciano intenerire il cuore da un birbaccione in disdetta, ed arrischiano il proprio perché non affoghi. Lui, Pippo, non avrebbe dato un centesimo al suo parente più stretto, se lo avesse visto morire di fame. Che serve? Era fatto così, lui! E gli pareva d'essere anche troppo leale e galantuomo a proclamarlo a viso aperto.

Nella sua vita di avventuriero, Mario non aveva imparato mai a disistimare gli uomini, come lo imparava al contatto del fratello in quegli ultimi istanti terribili della propria esistenza. Fantasticava di andare a morir lontano, in alto mare, unicamente per evitare che Pippo potesse concorrere alle spese del suo funerale, od infliggere al suo cadavere l'ultimo sfregio di compassionarlo.

Invece, egli vedeva ogni giorno il fratello, gli faceva un viso amico, ritornava in casa sua. Non si poteva imaginare una più atroce ironia. E dire che vi sono degli imbecilli i quali credono che valga la pena di sopportare la vita mantenendosi onesti, ed empiendosi la bocca di paroloni vuoti di senso!

Il primo appuntamento in casa di Pippo era stato fissato per tre giorni dopo la proposta e l'invito, ad un'ora di notte. Mario anticipò. Saliva le scale lentamente, con un sudor freddo sulla fronte, chiedendosi s'era possibile entrare in tale stato di subitanea agitazione. Doveva frenarla; dissimularla, per lo meno. Sul pianerottolo si dovette fermare, soffocato. Finalmente, con uno sforzo di volontà, riuscì a tirare il cordone del campanello. Ormai non gli era più possibile allontanarsi.

Avvisa Pippo che c'è suo fratello, — disse alla domestica che gli aveva aperto.

— Ma il signor Pippo non c'è, — osservò la ragazza. — Avvertirò la signora. S'accomodi.

Le labbra di Mario ebbero una contrazione nervosa. Era giunto mezz'ora prima dell'appuntamento, senza rendersene conto; e nondimeno egli aveva anticipato per uno scopo definito: quello di trovar sola Irene e di parlarle prima che Pippo potesse intervenire nel loro abboccamento. Irene apparve d'improvviso, sorridente, calma, cordialissima.

— Facciamo proprio delle cerimonie, fra noi? Passa dunque, Mario. Buona sera!

Entrarono nel salotto dove erano stati tante altre volte, in altri tempi. Irene sedette sul canapè, accennando al cognato una sedia vicina. Per un breve istante si guardarono negli occhi, scrutandosi.

— Non ti annoierai lungamente, — disse la giovine donna. — Pippo sarà qui fra poco.

— Per carità! — fece Mario, — mi dispiace piuttosto per te, ed il torto è proprio mio. Ho anticipato.

Aspetteremo. Bisogna pure abituarci a stare di nuovo insieme, giacché Pippo ti vuole.

Credi dunque che avremo il tempo di abituarci, come tu dici, a star di nuovo insieme? — domandò Mario con una strana e sottile ironia.

Ella mantenne la sua calma sicura ed un candore ostentato di donna che non indaga i sottintesi delle parole che ascolta.

— Il difficile era nel ricominciare. Abbiamo ricominciato e l'abitudine si rifarà presto. Volevi forse alludere al tuo viaggio?

— Forse.

— Me ne ha parlato Pippo. Intendi di partir presto?

Prestissimo. Me ne accadrebbero di belle, se non mi risolvessi! Ma non merita il conto parlarne.

Ella fece un lieve cenno di assenso. Mario trasalì d'improvviso, sembrandogli di sorprendere nella giovine donna gli stessi egoismi sordidi di Pippo; lo stesso partito preso di non permettere a lui alcuna allusione alle sue condizioni disperate. Erasi seduto ignorando quale contegno avrebbe assunto. Adesso lo sapeva. Sorrise.

— Non mi serbi rancore di avere accettato l'invito di Pippo, non è vero?

— Perché dovrei serbartelo? Tosto che le nostre divergenze d'interessi si dibattono in tribunale, non ho più motivo alcuno di chiuderti la mia porta in faccia. Imitiamo un pochino i deputati che si accapigliano alla Camera e pranzano insieme, non ti pare?

— Sei sempre una donna di spirito.

— Per così poco? D'altra parte, non c'è di mezzo la volontà di Pippo? Egli è ben padrone di fare a suo modo, in casa sua.

— Oh! ti scuopro anche dei sentimenti molto lodevoli di moglie sommessa! Me ne congratulo.

— Ti prego, cerca d'essere meno mordace, — disse Irene, fissando Mario con un pallido sguardo. — Non voglio supporre che sei qui per...

— Per contentare Pippo, puramente e semplicemente... Cioè! sicuro! anche per una mia curiosità particolare. Il tempo vola così veloce, che il passato mi pare un sogno lontanissimo...

— Vuoi ascoltare un mio consiglio? — diss'ella, pronta e gelida; — dimentica, allora, che il passato abbia esistito. È il solo mezzo che tu abbia per contentare tuo fratello nelle sue fantasie, e te ne avverto pel caso che il contentarle ti premesse. Vedi bene: sono franca e precisa.

— Allora rinuncio anche alla mia curiosità per imitarti appunto nella franchezza. Ho da dirti qualche cosa, poche parole, perché a momenti Pippo sarà qui, e non è affatto necessario metterlo a parte delle nostre piccole confidenze...

— Ti proibisco assolutamente di continuare! — esclamò Irene, interrompendolo col viso alterato da una collera orgogliosa e cogli occhi risplendenti di ardire e di sfida. Ma fu per un istante solo. Aveva fatto un movimento come per alzarsi; ricadde a sedere soggiogata e fremente.

— Abbi pazienza, — disse Mario: — non è quistione di non volermi ascoltare. Bisogna invece che tu mi ascolti.

— Tu no, non sei cambiato! Sei sempre l'uomo che sa sorprendere una donna ed abusarne.

Mario alzò le spalle, disprezzando di rilevare il sarcasmo velenoso. Riprese a parlare colla sua calma spaventevole.

— Ti ripeto che non si andrà molto per le lunghe, e, se può farti piacere, ti annuncio pure che ci vediamo per l'ultima volta. Ho sempre diritto di dartene la mia parola d'onore, e te la do. Ho in testa che tu debba considerare la cosa come una fortuna grande e non aspettata. Perché non me ne ringrazi?

Lascia le parole inutili! Che vuoi? Spìcciati.

— Voglio dirti addio. L'olio della mia lucerna si è consumato, e lo stoppino sta per estinguersi... Ah! non lo credi?

Aveva sorpreso un lieve sorriso sulle labbra di lei; un atto appena percettibile di scetticismo sprezzante, che lo aveva fatto trasalire.

— Ah, non lo credi? — replicò insistendo, colla voce mutata, cogli occhi sinistramente accesi. Lei si ribellò, non volle essere burlata.

— Sei rovinato, — diss'ella, — e pensi a mettere i confini fra te ed i tuoi creditori. Ecco tutto.

Sbagli. Sicuro! per causa tua, sono rovinato. Ma non mi darò il disturbo inutile di viaggiare. Io mi uccido, mia cara!

— Avrai tempo a riflettere che commetteresti una pazzia. Te lo impediranno tutti quelli a cui confiderai il tuo progetto.

Tacquero un'altra volta, ed un'altra volta Mario sorrise, come affatto insensibile alle mortali derisioni della cognata. Nondimeno un intimo senso di angoscia si tradì nella sua espressione. Cercava le parole.

Vedi! — diss'egli alla fine; — io non volevo tenerti questo linguaggio; mi ci hai tirato tu pei capelli. Per quanto io possa saperti perfida, ti amo sempre. E ti volevo usare la delicatezza di lasciar credere a te stessa, che non entravi affatto nelle cause della mia morte. Adesso, basta che lo credano gli oziosi. Può darsi che i rimorsi siano in realtà uno degli affanni dell'esistenza, ed io non domando contro di te altra vendetta, che lasciartene uno.

— Hai finito ancora? — domandò la giovine donna, alzandosi fremente ed agli estremi della pazienza.

— No! non ho ancora finito.

— In questo caso, penso io ad impedirti di continuare! Non ne posso più, capisci? Pagherai salata la scena teatrale che hai avuto il capriccio di farmi. Sei un miserabile!

Era livida, convulsa. Perdeva la testa in un parossismo di furore, che la spingeva a slanciarsi sul cognato ed a strozzarlo colle sue proprie mani, se le fosse stato possibile. Ad un tratto anche Mario, imitandola, si alzò. Rimase dinnanzi a lei, immobile, colle braccia incrociate sul petto, sogghignando.

Ella dètte un passo indietro. Quella figura livida ed inesorabile le faceva gelare il sangue nelle vene. Era per la giovine donna qualche cosa come l'apparizione di un sogno spaventevole. Lei stava per gettare un grido.

Via! cesserò, — disse Mario, ridendo ancora. — Ti conviene? Non voglio che Pippo ti sorprenda in cotesto stato.

Irene respirò forte. Vinceva il terrore di un istante, e sentiva rinascere la propria audacia in faccia a quell'uomo che, in sostanza, non era mai stato capace d'altro che di parole. Allora pensò appunto d'essersi lasciata cogliere più volte dalla paura delle sue chiacchiere, creandosi un cruccio vano, un ostacolo tormentoso, scendendo inutilmente nell'adulterio. E riebbe il sorriso di disprezzo sparito dalle sue labbra poc'anzi. Alla fine, più beffarda che non fosse stata ancora, parlò di nuovo al cognato.

Pippo non arriva mai! Se tu rimettessi ad un'altra sera la tua visita?...

— Tu credi che avrò tempo di tornare un'altra sera? — domandò Mario col tono stesso.

— Mio Dio, sì! ne sono persuasa. Sei un uomo ragionevole, e gli uomini ragionevoli non commettono mai delle bestialità irreparabili.

— Dunque addio. Saluta Pippo da parte mia. Digli che tu stessa mi hai costretto ad anticipare la partenza.

Lei trasalì all'ultima frase, colpita da un confuso sospetto. Mario si allontanò dirigendosi in fondo al salotto, verso una sedia dove aveva lasciato il cappello. Ma, immobilizzata dallo spavento, la giovine donna vide il cognato sedere colla mano armata di un revolver. Fu un attimo: mentr'ella cacciava un grido, Mario introdusse la canna del revolver nell'orecchio, ed un colpo smorzato nella cavità cranica del suicida rimbombò.

Lei gridò ancora come una pazza. Invece di correre verso il cognato, indietreggiò fino all'angolo più lontano da lui. Lo spavento le fiaccava le gambe, la strozzava. All'apparire della domestica non trovò che un gesto da forsennata, una sillaba rantolosa, indistinta.

Nel primo momento la serva non capì. Poi essa pure gettò uno strido di paura e fuggì chiamando aiuto, dimenticando la padrona, spinta solo dall'idea di fare accorrer gente. Mario, sopra una poltroncina, era rimasto riverso sul dossale colla testa un po' inclinata verso la spalla destra, colla mano penzoloni, stringente ancora il revolver. Il sangue gli scorreva a fiotti dal naso, imbrattandogli la camicia sul petto e gli abiti. I suoi occhi aperti restavano fisi sul punto dove egli aveva visto Irene per l'ultima volta. La morte era stata istantanea.

Ma dei vicini accorrevano; la casa andava in subbuglio. Delle figure si affacciavano alla porta del salotto e si ritraevano vinte una dopo l'altra dallo stesso raccapriccio. Pippo comparve in quel momento; fu il primo a precipitarsi dentro. Aveva solo inteso, fra l'agitazione della gente che gl'invadeva la casa, come suo fratello si fosse ucciso. Restò un istante in mezzo al salotto, guardandosi intorno, ricostruendo per così dire coll'immaginazione la scena che doveva essere accaduta. Poi, con una esclamazione angosciosa, balzò accanto al cadavere di Mario, gli sollevò la testa, chiamandolo a nome, invitando disperatamente i presenti a soccorrerlo.

Frattanto, circondavano Irene. Rigida, livida, fremente, cogli occhi sbarrati e colla bocca riarsa e semiaperta, era in un parossismo convulso. Come costrettavi da un fascino soprannaturale, senza vedere e senza udire altro, ella guardava Mario, sempre Mario, ostinatamente quel cadavere caldo ancora, dagli occhi aperti e dalle narici grondanti sangue. Opponeva una resistenza passiva a coloro che cercavano di trascinarla altrove. Un sorriso sinistro disegnavasi a poco a poco nella contrazione delle sue labbra.

Ed intorno a lei era una febbre spasmodica di curiosità, la manìa sfrenata di apprendere i particolari della tragedia. La scongiuravano di calmarsi, di farsi coraggio e di uscire; ma più ancora le chiedevano come fosse accaduto il fatto, s'ella vi era stata presente, perché non aveva potuto chiamare aiuto ed arrestare la mano del disgraziato. Dio santo! era un fatto incredibile!

Lasciatemi in pace! — gridò lei d'improvviso, svincolandosi rabbiosamente da chi la teneva. — Vi dico che non ho bisogno d'alcuno!

Non aveva cessato un momento di guardare il cadavere di Mario. Vi si avvicinò risoluta, nel tempo stesso che Pippo, persuaso della inutilità dei soccorsi, lo abbandonava. Marito e moglie si trovarono di fronte, si guardarono muti, al disopra del cadavere del suicida. Pippo rabbrividì, si ritrasse assalito dalla paura di quella donna.

Ma già ella non lo vedeva più. Il cadavere di Mario assorbiva di nuovo il suo spirito. Ed una rabbia forsennata saliva in lei. Prevedeva tutto il danno che le avrebbe recato quel suicidio; comprendeva i motivi di vendetta che avevano indotto Mario a commetterlo , dinnanzi a lei, come risposta alle sue ingiurie, troncando così un abboccamento senza testimoni. L'assaliva un desiderio selvaggio di gettarsi come una tigre sul corpo esanime che sorrideva nella calma suprema della morte, per sputargli in faccia, per strappargli il cuore. Allora, non seppe più frenarsi. La videro stravolta, nella crisi della sua ira infernale; la udirono balbettare tre volte la stessa parola:

Infame! infame! infame!...

 

 




Precedente - Successivo

Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText

Best viewed with any browser at 800x600 or 768x1024 on Tablet PC
IntraText® (V89) - Some rights reserved by EuloTech SRL - 1996-2007. Content in this page is licensed under a Creative Commons License