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Gaetano Carlo Chelli
L’eredità Ferramonti

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-8-

 

Il dì appresso, Mario chiese alla cognata delle spiegazioni. Non era contento di lei. Da parte sua, egli aveva agito lealmente, mantenendo fino allo scrupolo gl'impegni presi. Perché dunque ella gli aveva taciuto che da qualche tempo mirava a papà? Voleva, per caso, agir sola?

— Sei tanto ingrato, che perdi assolutamente la testa! — rispose lei con un accento intraducibile.

Ormai, fra loro, non fingevano più. S'erano confidati reciprocamente i loro disegni; i bisogni implacabili delle loro ambizioni e delle loro cupidigie. Irene aveva passato con Mario ore lunghe di abbandoni e di confessioni, cedendo all'ebbrezza di sognare ad occhi aperti, e di tradurre il sogno in un linguaggio ardente. Ella era infelice. Non rammentava un giorno della propria esistenza, che segnasse una tregua alla rivolta segreta contro il proprio destino, onde aveva il cuore avvelenato. Sentiva nei suoi nervi, nel suo sangue e nel suo cervello qualche cosa, che non sapeva definire: una febbre di tutta se stessa che l'avvertiva d'esser nata per la ricchezza e pel dominio. Invece era nata povera, tra bottegai, fra gente che l'avrebbe creduta pazza da legare se avesse potuto conoscerla per quello che era realmente. Forse ciò appunto la irritava e la incitava di più. Voleva lottare e vincere contro le derisioni della propria sorte. Lottare abilmente e cautamente, senza mostrare all'esterno di perdere il suo sangue freddo; senza farsi conoscere; valendosi delle armi che avrebbe avuto a portata di mano.

Non aveva disegni prestabiliti. Stava in agguato delle occasioni, pronta ad acciuffarle, ed a condursi a seconda di esse. Escludeva un mezzo soltanto: il mercimonio della propria bellezza, e la compromissione della propria onestà. Forse non comprendeva le logiche onnipotenti della passione. Disprezzava in ogni modo le debolezze della carne, con certi orrori di borghese intollerante, che restringe a questa sola forma di corruttela l'idea della colpa. E quando osava esprimere ancora tali massime, associandovi il pensiero delle proprie condizioni, sentivasi anche da questa parte ben disgraziata! Avrebbe voluto morire, tanto la vergogna schiacciava il suo orgoglio, per non aver saputo in realtà sottrarsi alle viltà del suo sesso, e per esser caduta, lei pure.

Insomma, non sapea darsi pace di aver ceduto al cognato, come una creatura senza fierezza, senza sentimento di dovere, ubbriaca di vizio. Era scesa con lui nella colpa, con acredini di voluttà che la facevano impazzire, crescendo in proporzione ai rimorsi che le straziavano il cuore. Mario poteva ben ridere quando gli spiegava queste cose: non cessavano, per ciò, dall'esser tali. Egli avrebbe veduto: il lor peccato sarebbe stato la causa della loro perdita.

Ma facevano di tutto, perché la disgrazia avvenisse il più tardi possibile. La loro dissimulazione e le loro precauzioni erano un miracolo inaudito di abilità. Del resto, i loro nervi, eccitati nel pensiero costante di altri interessi materiali, e nel vagheggiamento di lontani orizzonti, parevano talvolta logori alle energie dell'amore. Mario voleva trovar comiche le esaltazioni della cognata, i suoi rimorsi, le sue sortite romantiche. La verità era che, in cinque mesi, il loro amore era andato appena sei o sette volte più in là dei trastulli innocui e delle chiacchiere senza sugo. Sarebbe stato fresco, Mario, se Irene avesse dovuto bastargli!

Con tutto ciò, quella donna lo possedeva, destandogli sensazioni mai provate presso nessun'altra. Era specialmente la coscienza netta di un giogo diventato infrangibile. In effetti, Mario non sapea figurarsi nell'avvenire un giorno in cui la loro relazione sarebbe cessata. Irene gli  empiva la testa di fantasie, parlandogli della vittoria a cui sarebbero giunti insieme, presto o tardi, e della gioia che ne avrebbero insieme goduto. Proprio, come se la giovine donna fosse stata sua moglie, come se avessero avuto comune il destino per legge sociale e per legge soprannaturale. Una sciocchezza enorme!

Poi lo irritava il desiderio insaziato del possesso di lei; il modo incompleto ond'ella gli si era data, dopo le prime volte. Pareva che tutto quel fuoco si fosse spento ad un tratto, ed era una cosa da perderci la ragione com'ella continuava a condursi. Cadeva nelle braccia come un uccelletto cadrebbe nella bocca del serpente che lo ha affascinato, pallida, insensibile alla calda sensualità degli amplessi dell'amante. Egli vedeva sulle sue labbra il sorriso triste della vittima, ne' suoi occhi smorti l'angoscia che secca le lagrime. Perdio! alla fine, lui, non aveva voluto niente per forza, e non c'era da mettere in dubbio che Irene non stimasse quelle cose come una conseguenza necessaria delle loro relazioni. Lo diceva lei stessa; anzi, andava più in là: aspettava con fremiti di donna bramosa il giorno in cui avrebbero potuto, essa e lui, amarsi liberamente, imponendo al mondo lo spettacolo del loro amore. Ma aveva fisso il chiodo d'essere una donna onesta, e di non saper mancare senza raccapriccio ai doveri inerenti a tale mestiere!

Così Mario, a poco a poco, per un sordo ribrezzo di quelle scene impossibili, aveva cessato dal provocarne la ripetizione. I due cognati si acconciavano ad una esistenza di compari che lavorano insieme per un comune interesse. Mario faceva fruttar bene le mille lire affidategli da Irene, attendendo ch'ella pure entrasse in azione. Continuava ad ignorare completamente la strada ch'ella avrebbe battuto; ma non se ne preoccupava, e non lo chiedeva neppure, pago, in fondo, ch'ella non avesse ancora fatto una scelta. Nondimeno, negli ultimi tempi, aveva presentito vagamente ch'ella si sarebbe rivolta dalla parte del suocero.

Quindi la scena da lei provocata per ottenere dalla famiglia l'incarico di agire, non lo aveva totalmente sorpreso. Egli era disposto a vedervi anche un lampo di genio femminile. Ma non gli conveniva affatto l'aver scoperto dal contegno d'Irene ch'ella doveva aver preparato di lunga mano il terreno a totale insaputa sua. Gli piacque anche meno la risposta pronta ed evasiva della giovine donna.

— Ti prego — diss'egli sardonicamente, — lasciamo le frasi inutili. Rispondi attentamente alle mie domande.

— Persisti! — esclamò Irene, schermendosi. — Vuoi farmi dunque pentire di avere avuto fiducia in te?

— Sii buonina. Parliamo d'affari, non è vero? Ebbene, sai che gli affari esigono chiarezza. Perché mi hai taciuto, per lo meno, che spiavi papà? Perché mi hai nascosto i tuoi preparativi?

— Sogni. Non ho preparato nulla.

— Bada, ti metti sopra una strada falsissima.

Le piantò addosso uno di quegli sguardi terribili, la cui eloquenza supplisce ogni frase. Ella impallidì; ma parve dichiararsi vinta ad un tratto. Ebbene, sia pure: ella aveva fatto sorvegliare il suocero, senza avvertirne Mario. Ma, e per questo? Meritava forse di esserne rimproverata? Aveva forse alzato un dito prima di mettere a parte della cosa il cognato? Ella aveva voluto risparmiargli le noie e le imprudenze appunto della preparazione. Diffidava qualche volta delle sue impazienze d'uomo audace. Col suo sistema, ella aveva già ottenuta la certezza di abbordare il suocero. Così, mentre Mario la rimproverava, ella si vendicava coll'annunciargli di aver predisposto mezzi eccellenti anche pel successo finale. Del resto, aveva presentito i sospetti suoi: per ciò solo, la sera antecedente, aveva fatto succedere quello ch'era successo. In caso diverso avrebbe taciuto, avrebbe cercato un mezzo qualunque per agire nel mistero. Mario non poteva comprendere quanto le costasse rinunciare ad un suo disegno. Dirgli: sai, ho vinto e la vittoria è tua. Dimmi come dobbiamo goderne insieme.

— Ahimè! Bisogna rinunciare appunto a quello che si desidera più vivamente! — lamentò la giovine donna, in un abbandono di malinconia. — È il nostro destino, non è vero? Non ne parliamo più. D'ora in poi non mi accuserai di mistero, te lo assicuro. Ne vuoi una prova? Domani mattina, alle dieci, parlerò a tuo padre.

— Come? — esclamò sbalordito Mario.

— Non sono già molto innanzi? — fece lei, godendosi con un sorriso modesto la sorpresa del cognato.

— Ma come hai fatto? — soggiunse Mario, preso da un gran rispetto per lei. — Sei davvero una donna forte.

Essa gli spiegò ogni cosa. In realtà aveva saputo soltanto prevalersi delle circostanze. Si era rammentata di una mezza parente, Lalla Frati, una donna che abitava appunto al Pellegrino, e che aveva la specialità di voler rimetter pace fra le famiglie in discordia. Una specie d'intrigante con le migliori intenzioni del mondo. Era bastato parlarle una sola volta, per interessarla a procurare un incontro fra padron Gregorio ed Irene. Per maggior fortuna, il marito della signora Lalla, un curiale molto stimato dalla minuta clientela del quartiere, trovavasi in ottimi rapporti col vecchio Ferramonti. L'abboccamento doveva succedere in casa Frati.

— Ritorno alla mia idea — esclamò Mario: — non c'è in Roma una donna che ti valga!

Nessun malumore turbava più la loro buona armonia. Presero a dirsi delle cose graziose e tenere. La loro complicità, nel momento di farsi attiva, risparmiavasi le noie dei lunghi dibattiti sul modo come estrinsecare l'azione. Irene otteneva da Mario, come lo aveva ottenuto dagli altri, un mandato di fiducia, senza esporre neppure il suo piano.

Non si comprometteva. Qualunque cosa potesse egli presentire od imaginarsi, lei si teneva in equilibrio in modo da lasciar anche ritenere che aspirasse soltanto ad un'equa distribuzione della fortuna di padron Gregorio ai suoi figli.

Però le speranze e le ambizioni della giovine donna avevano delle vibrazioni potenti ch'ella non frenava. Al contrario, cogli occhi scintillanti e con un sorriso pieno di fremiti, diceva a Mario la propria esaltazione. Gli faceva delle promesse liriche.

— Vedrai! Se resteremo d'accordo, si arriverà. A malgrado della tua audacia, hai delle idee ristrette, mio caro. Tu ti limiti a voler accumulare il danaro ed a goderne, per gettarlo dalla finestra. Ebbene! a me, questo non basta. Voglio per te una posizione sicura; la stima e la riverenza del mondo, e la potenza. Voglio che ti abbiano a parere nani, quelli che ti sembrano giganti. Lascia fare a me.

Erano frasi da cerretana; ma bisognava udirne l'accento, vedere com'ella le sottolineava con lo sguardo, col sorriso e col gesto. Dinanzi a lei, Mario provava sensazioni di vertigine, un vago sgomento d'uomo affascinato. Se avesse potuto rendersi conto esattamente del fenomeno psicologico che aveva fatto di suo fratello lo schiavo d'Irene, non lo avrebbe trovato gran fatto dissimile a quello che si andava svolgendo in lui stesso. In ogni modo, l'amore strano che gl'ispirava sua cognata, ardevagli anche in quel momento il sangue.

Lei comprese senza dubbio; volle affermare il proprio potere dinnanzi alla passione che avvampava; domarla.

Sviò il discorso, sollevandolo attraverso plaghe azzurre. Essi sarebbero giunti al loro scopo per la via retta, senza dare al mondo un pretesto qualunque di accusarli. Dovevano farlo per se stessi, onde procedere più sicuri e più liberi. Dio buono! le forze raddoppiano quando la coscienza non ha nulla da rimproverarsi. Oltre a ciò, il premio che si ottiene è più completo...

S'interruppe da sé, nello scorgere il livido pallore sparso sul viso di Mario. Ma non se ne spaventò. Si avvicinò al cognato con atto intraducibile di sorella affettuosa.

— Sii ragionevole. Capisco quel che vorresti dirmi: sono impastata di pregiudizi, non è vero? Sia pure! Ma che colpa ne ho io, se sono fatta così? D'altra parte, non esigo da te degli eroismi, per quanto ti ami: non ti proibisco di soddisfare con altre questa laida passione, che per voi altri uomini è la donna: lo farò soltanto quando potrò essere davvero tutta per te. Ti lascio Flaviana, per esempio. Ma appunto nel nostro interesse, è necessario ch'ella rimanga tua amante e mia amica. Che cosa avverrebbe quando si sospettasse che la moglie di tuo fratello ha delle relazioni colpevoli col cognato?

Aveva fatto sforzi eroici, in quella simulazione di semplicità, per non tradire l'ebbrezza del trionfo che le gonfiava il petto e metteva nelle sue carni strani fremiti. Ma, finito il colloquio, allorché Mario partì, domato e mistificato da lei, un sorriso intraducibile increspò le sue labbra, mentre un vivo baleno passava sul suo sguardo.

— Chi sa! — pensò dietro al cognato; — sarai forse tu quello che mi darà meno da fare...

 

 




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