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Giulio Cesare Croce
La Farinella

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  • ATTO TERZO
    • Scena terza. Farinella e Messer Zenobio suo padre.
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Scena terza. Farinella e Messer Zenobio suo padre.

 

FARINELLA– Oh che nobile, oh che rara, oh che degna invenzione è stata questa! Oh me felice, oh me fortunato, poi ch'io vivo in compagnia della mia cara donna, la quale già m'ha assicurato della sua rara e inviolabil fede; oh che galante tiro è stato questo, poi che a mio modo posso mirare colei, la quale di rado potea vedere, e quando mi si appresentarà opportuna occasione, io mi scoprirò a lei con mio e suo sommo contento; or vada a spasso lo studio e le lettere. Io non so lo più bel studio di questo; orsù, voglio andar a trovare il Signor Flavio, e narrargli quanto è successo sin ad ora. Ma ecco mio padre che viene in qua. O Dio, come farò io s'a sorte egli mi conosce? Egli m'ha già veduto, io non posso più nascondermi; pur non voglio perdermi punto, ma andare innanzi animosamente. Forsi ch'esso non mi conoscerà.

 

ZENOBIO– A Dio, bella massarina, con chi stai tu?

 

FARINELLA– Che volete saper voi, buon vecchio? Andate a fare i fatti vostri.

 

ZENOBIOPo far il mondo, non si può parlare?

 

FARINELLAParlate con chi vi vuole ascoltare, e non con me che ho bisogno d'andare a fare i fatti miei.

 

ZENOBIO– O tu sei rustica, potta de me!

 

FARINELLA– Io son come mi pare, perché?

 

ZENOBIO– E se tu sei bella, non essere scortese, odi una parola.

 

FARINELLAOrsù, voi m'avete inteso, lassatemi gire alla mia via.

 

ZENOBIO– Io non ti trattengo qua per mal nessuno.

 

FARINELLA– Perché mi trattenete voi dunque?

 

ZENOBIO– Perché, mentre io ti miro nel volto, ti rassomiglio tutta a un mio figliuolo chiamato Lelio, il quale pochi giorni sono mandai allo Studio a Padova, e se tu non fossi femina, io crederei certo che tu fussi quel d'esso.

 

FARINELLA– II Cielo volesse ch'io fussi maschio, ché non è la peggior cosa quanto esser femina; perché noi femine siamo soggette a mille tristi accidenti; se non fusse mai altro ch'essere nella bocca delle genti, che non potiamo fare tanto bene che non siamo tassate dell'onore, e a desso, come una povera fanciulla ragiona con un uomo, subito vien fatto cattivo giudizio sopra di lei.

 

ZENOBIO– Tu dici la verità; ma fa' pur che tu sii da bene, e poi lassa dire alle male lingue quello ch'elle vogliono, che poco ti possono nocere.

 

FARINELLAOrsù, dite pur voi quello che volete, che bisogna fuggire l'occasione di non dare da canzonare, e però non mi trattenete più qua, che non mi fate levare un capello, mentre io sto a ragionare qui con esso voi.

 

ZENOBIOOrsù, vattene in pace; ma pur bramo sapere dove tu stai innanzi che tu te ne gissi.

FARINELLA– Lo saprete pur troppo quando sarà tempo.

 

ZENOBIO– Perché pur troppo? Parlami chiaro.

 

FARINELLAOrsù, io non voglio più darvi udienza. Mi raccomando, il mio vecchietto da bene.

 

ZENOBIOVatene in bon'ora. Che domin può voler dir costei, ch'io lo saprò pur troppo? Ella si deve pensar forsi di farmi cadere alla rete e ch'io m'innamori di lei, ma ella s'inganna, ché la merla ha passato il Po, come si suol dire; egli è ben vero che se ben son in questa etade, che qualche volta ancora mi rissento, e credo s'io avessi comercio di questa bella fanciulla, ch'io tornarei giovinetto. Oh, la mi piace, può fare il Cielo! Ma se bene ella non m'ha voluto dire ov'ella si stia, io cercarò ben tanto, e tanto m'ingegnarò, che troverò la casa; e come io l'averò trovata, qualche cosa sarà. Io mi confido nella mia borsa che mi sarà adiutrice in questo negozio; in tanto io voglio andare a vedere se Burasca è partito, e poi tornare qua dietro a vedere s'ella passasse un'altra volta.

 

 




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