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| Giulio Cesare Croce La Farinella IntraText CT - Lettura del testo |
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Scena terza. Burasca, Gianettina e Chiappino.
BURASCA– In somma io mi son chiarito che 'l Signor Lelio non è andato altrimenti a Padova; ma è stato veduto tornare indietro. Diàncene, dove può egli essersi fitto? Sarà in casa del Signor Flavio certo, perché so che sono compagni intrinsechi, e l'uno e l'altro sono innamorati, e l'uno si tiene con l'altro, onde facilmente sarà vero quanto mi vado pensando. Ma con che animo tornerò innanzi al vecchio e che cosa gli dirò io? Del certo non ci voglio più tornare, ma me n'andarò a stare in casa d'un mio cugino, e ivi dimorerò sin a tanto ch'io sappia quello che sia avvenuto di costui. Ma chi è questa che viene in qua con questi secchi in mano? O potta di me, ell'è Gianettina, serva di Madonna Simplicia, quella ch'io amo tanto, e mai non ho potuto avere una parola buona; pur si suol dire che tanto dà una goccia d'acqua su la pietra, ch'ella si spezza; però io non voglio abbandonare l'impresa. Chi sa ch'ella non si sia mutata di proposito? Io la voglio un poco salutare e dirgli due parole, s'ella mi vorrà ascoltare. Io ho sempre udito dire, che tentare non nocet, e ch'audaces fortuna iuvat, e sfacciato cacciati innanzi: così farò ancor io, e vada come si voglia. A Dio, Gianettina bella: dove si va così in fretta? Fermati un poco.
GIANETTINA– O fermatevi, che la spesa importa di fermarsi, poiché l'ha detto questo bel giovine.
BURASCA– S'io non son bello, io son buono.
GIANETTINA– Sì, da brugiare.
BURASCA– E per te abbrugio di continuo, cor mio.
GIANETTINA– Aspetta com'io torno dal pozzo da pigliar acqua, ch'io ti roversarò addosso questi due secchi e ti smorzerò.
BURASCA– Alla fiamma d'amor acqua non giova.
GIANETTINA– O tu ne sai tanta.
BURASCA– Amor m'ha fatto così dotto.
GIANETTINA– Meglio sarebbe che tu fusti di sette, e non d'otto.
BURASCA– Orsù, lassiamo andar le burle da parte, e dimmi quanto starai a farti benigna e amorevole verso di me.
GIANETTINA– Quando le oche faranno la cresta.
BURASCA– Tu sei su le burle, tu.
GIANETTINA– E tu su le canzoni.
BURASCA– Tu non mi vuoi dunque bene.
GIANETTINA– L'esperienza te ne fa chiaro.
BURASCA– Tu hai un core molto duro.
GIANETTINA– Signal è che non è di cera, come il tuo.
BURASCA– Tu dici il vero che 'l mio cuore è di cera, che per te si strugge e consuma.
GIANETTINA– Quando io ti vederò consumato del tutto, allora poi ti crederò.
BURASCA– Tu brami dunque di vedermi morto.
GIANETTINA– Che importa a me se tu mori o se tu vivi; perché se tu mori, non tocca a me a farti sepelire, e se tu vivi, non tocca a me a farti le spese; sì che fa' quello che ti pare, e lassami andare al mio viaggio, se non ti batterò uno di questi secchi su la testa.
BURASCA– Io ti prego a non mi lassar così presto. Vieni un poco qui.
GIANETTINA– O tu sei insolente, par a me. Tu dei aver bevuto, non è vero, imbriacone?
BURASCA– Potta del mondo, tu sei così ruvida; fermati.
GIANETTINA– E lassa qua sto secchio, se non che io gridarò e mi farò sentire. O vicini, o gente, venite aiutarmi.
CHIAPPINO– Ho sentito gridare, e mi pare la voce di Gianettina. Oh là, chi è quello che ti dà impaccio, Gianettina?
GIANETTINA– Ohimè, egli è Burasca, che m'ha fatto venire tutta in sudore, e volea trattenermi qui al mio dispetto.
CHIAPPINO– Aspetta un poco, o potta di me, io ti farò ben venire una burasca adosso, io. Che vai cercando? Poltrone, gaglioffo, insolente, vatti, domestica con i pari tuoi imbriachi e lassa star costei, ch'ella non è carne per i tuoi denti; mira che mostazzo da berlina, che vuole sforzar le donne' qui su la strada. Tira via e va' alle forche.
BURASCA– Deh, forfantello, sfacciato, sciaguratino che sei, se non fusse ch'io mi vergogno a pormi con una frasca par tuo, io mi scingerei la correggia e ti darei venticinque correggiate; mira che mi vuol fare adosso il rodomonte. Va', lecca le pignatte, che gli è tuo mestiero, e levatimi di qua.
GIANETTINA– Sì, tu lecchi le pignatte e i tegami di cucina, e non lui, e sei un famigliaccio da stalla, che puzzi di succidumo discosto cinquanta miglia. Quant'è che tu non hai cantato la girometta nella streglia?.
BURASCA– Io non parlo teco; parlo con lui.
CHIAPPINO– Ed io parlo con te, e farò teco una menata di pugna; e eccomi all'ordine, vientene via.
BURASCA– Oh, il Cielo m'aiuti oggi con questo disgraziatello! Almeno fussi tu par mio, che vorrei cavarti i grilli del capo.
CHIAPPINO– Fa' conto ch'io sia par tuo. Te', piglia questa.
BURASCA– Ah putana, ch'io non dico del mondo, aspetta un poco. Bisogna che metta la discrezione da banda con questo furbaccio.
GIANETTINA– Lassalo stare, vedi, e non lo sguardar quant'egli è lungo, che la faremo in tre a dui per parte.
BURASCA– Io lo voglio pestare a mio modo, aspetta ch'io ti piglia per il collo. Oh, adesso brava, se tu puoi.
GIANETTINA– Lassalo, ti dico, manigoldaccio, se non che io ti mangierò questa spalla.
BURASCA– Ohimè la mia spalla! O cagna arrabbiata, a questa foggia, eh, mordermi le spalle.
GIANETTINA– Ti spiccarò ben anco il naso con i denti. Ah, ah, tu l'hai lasciato.
CHIAPPINO– Aspetta ch'io ti voglio rompere la testa con questo sasso.
GIANETTINA– Orsù, metti giù quel sasso e non gli dare impaccio, e vieni con me a pigliare dell'acqua, ch'io ti voglio parlare da te e me, e lassa gracchiare questo barbagianni. Vien via.
CHIAPPINO– Andiamo, vita mia. Or di' in che modo costui voleva domesticarsi. Va' alla stalla, cialtrone.
BURASCA– No no, io ti trovarò bene da te e me. Sì, disgraziatino, tu non serai sempre con quella massaraccia.
CHIAPPINO– Ohimè, chi avesse paura? Guarda pure se tu ne vuoi fare un'altra menata.
BURASCA Io non voglio far altro, perché non v'è l'onor mio, ma voglio far sapere al Signor Flavio e a Madonna Simplicia questo fatto. Andate pur via e lassate fare a me, ch'io voglio che lo sappiano del certo.
CHIAPPINO Dilli quello che tu vuoi, in ogni modo tu non sei mai per essere amato da costei. Uh, dàlli dàlli a bernardone!
BURASCA– Orsù, andate pur via, voi non riderete sempre. Oh, poveraccio me, ogni cosa mi va bene alla roversa ora; ma io lo voglio dire a i lor padroni che se essi faranno cura d'onore, gli caccieranno alle fune ambidue. Ohimè, la mia spalla! Oh, ti venga il cancaro ne i denti. Io credo ch'ella m'abbia tirato via una libra di carne, ella deve avere lunghi i denti come una cagna levriera, tanto ella mi ha passato in dentro. E quel furbo giotto di quel ragazzo m'ha quasi anch'esso rotto la testa con quel sasso. Orsù, io voglio ritirarmi in qualche loco fin ch'io posso sapere quello che sia avvenuto del Signor Lelio. Oh, infelice Burasca, so che tutte le burasche si sfogano oggi sopra di te. Orsù, pazienza, il Cielo vuol così.
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