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Giulio Cesare Croce
La Farinella

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  • ATTO QUINTO
    • Scena terza e ultima. Messer Zenobio, Farinella cioè Lelio, Flavio, Messer Pancrazio, Ardelia, Burasca, Silvia e tutti.
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Scena terza e ultima. Messer Zenobio, Farinella cioè Lelio, Flavio, Messer Pancrazio, Ardelia, Burasca, Silvia e tutti.

 

ZENOBIO– Io credo, s'io non son sordo, d'aver udito sonare le tre ore, e però mi voglio venire riducendo verso la casa di Messer Pancrazio per trattenermi dolcemente con la mia cara Farinella. Oh, quanta allegrezza sente il mio cuore ora, perché così in quest'abito ognuno mi terrebbe per il garzon del fornaio di certo. Oh, che bella invenzione è stata questa! Oh, Zenobio aventurato, che giocondità sarà la tua quando ti troverai così bella fanciulla a lato! Io non credo che trovar si possa al mondo uomo più felice di te. Io voglio dare il cenno secondo che siamo d'accordo, cioè di soffiarmi il naso due volte. Eh, eh.

 

FARINELLASete voi, Messer Zenobio?

 

ZENOBIO– Sì sono, dolce mia vita.

 

FARINELLAAspettate, che or ora vengo a basso.

 

ZENOBIO– T'aspetto, cor mio. Oh, che felice notte sarà questa per me! Oh, s'io vi posso arrivare, la voglio pur ben burrattare questa farina.

 

FARINELLA– Dove sete?

 

ZENOBIO– Io son qua.

 

FARINELLAOrsù, venite dentro e andate piano, ché 'l Messer non vi sentisse, ch'egli è poco ch'io l'ho messo a letto. Attaccatevi a me e non citite; eccoci a l'uscio, entriamo dentro.

 

ZENOBIOVa' pur , ch'io ti seguito.

 

FLAVIO– Io son stato qua di dietro e ho visto Messer Zenobio entrare in casa con il Signor Lelio. Oh, che bella burla sarà questa quando si conosceranno insieme! Certo non si poteva ritrovare la più nobile invenzione di questa da gabbar questo vecchio balordo; ma io voglio accostarmi alla porta con l'orecchio e stare a sentire come passa il negozio. Ma mi pare già di sentire un gran strepito per casa; orsù, la rasa è scoperta.

 

ZENOBIO– A questa foggia, Lelio, a Zenobio tuo padre, an?

 

LELIO– A questa foggia, ah, mio padre, a Lelio vostro figliuolo, an?

 

ZENOBIOPorti in abito di femina per avere costei per moglie.

 

LELIOPorti in abito di fornaio per prendere una serva per moglie. Ma non gridate voi, che non gridarò ancor io.

 

ZENOBIO– Ch'io non gridi an, ribaldo? Aver fatto questo smacco a tuo padre?

 

LELIO– Chi merita più castigo di noi dua? Io, che son giovane, a essermi innamorato di una giovane bella e nobile, o voi, che sete vecchio, a esservi innamorato di una massara da cucina? Date la sentenza voi, ch'io mi contento.

 

ZENOBIO– Tu hai ragione in parte, ma non in tutto.

 

LELIO– Io ho ragione in tutto, perché quello che io ho fatto, l'ho fatto con giudicio, e sarò sempre lodato appresso a tutti, essendo cosa naturale l'innamorarsi in gioventù e cercare di conseguire il suo amore con stratagemme oneste, come ora ho cercato di far io, che avendo già data la fede alla Signora Ardelia di pigliarla per moglie, e essendomi interditto da voi, ho cercato con tal invenzione di conseguire l'intento mio. Ma che dirà il mondo di voi, se si saprà mai che abbiate comesso simil fallo, che sete vecchio e tenuto in tanta riputazione in questa città, e aver fatto un farfallone di questa maniera? Però non state più a dir altro, ma concedetemi Ardelia per mia consorte, se non che io gridarò e farò correr i vicini a vedere questa bella festa, e restarete svergognato a fatto.

 

FLAVIOOrsù, egli è tempo che io mi scuopra. Che rumor è questo, che voi fate qua, Messer Zenobio, da quest'ora a gridare con questa serva?

 

ZENOBIO– Ah, Signor Flavio, Signor Flavio, voi sete stati d'accordo, eh? A questo modo, eh? Voi sete stato l'inventore di questo fatto, e poi ancora l'ignorate. Questa è una serva, eh?

 

FLAVIOOrsù, Messer Zenobio, il mondo così, la gioventù vuol far suo corso, questa non è tanto gran cosa, che non abbiate da acconsentire ancor voi. Il Signor Lelio era innamorato di questa giovane, e sapendo che voi non eravate contento ch'ei la pigliasse per moglie, s'è ingegnato di porsi in questa guisa con il mezo mio, e ha fatto quello che voi vedete. Però contentatevi ch'esso la pigli per moglie, che non ne sarà altro.

 

LELIO– Sì, sì, mio padre, fate quello che dice qui il Signor Flavio.

 

ZENOBIOAdagio un poco, non corriamo così a furia. Messer Pancrazio sa egli questo fatto?

 

LELIOMesser no, ma so che esso si contenterà, come sete contento voi.

 

ZENOBIO– Quando ei si contenterà, mi contenterò ancor io, ma lo voglio saper da lui.

 

PANCRAZIO– Io ho sentito un gran ragionar di persone qui dritto la mia porta, e son uscito fuori per vedere che parlamenti sono questi, che si fanno innanzi alla mia casa da quest'ora. Oh , Farinella, che fai qua in strada di notte con costoro? Ah, ribalda, tu gli volevi tirar in casa, eh? Ma s'io piglio un legno ti fiaccarò le braccia, forfante, disgraziata. Entra in quella casa, e voi andate a fare i fatti vostri, e non venite a isviare le serve de' cittadini, ché ve ne pentirete.

 

LELIO– Eh, padrone, non sono genti che mi voglino isviare, no. Egli è il garzon del fornaio, ch'era venuto a comandare che noi facessimo il pane a bon'ora domattina.

 

PANCRAZIO– Dov'è questo fornaio? Fatti innanzi, ch'io ti veda. Perché ti copri tu il volto?

 

FLAVIOOrsù, Messer Pancrazio, non cercate più innanzi per ora, ché quando sarà tempo saprete chi è il fornaio, e ogni cosa. Voi dovete sapere, che tutti quelli che son qui, son vostri amici, e ogni cosa è fatto per util vostro.

 

PANCRAZIO– Perché per util mio?

 

FLAVIO– Perché questo che voi credete che sia una donna, è il Signor Lelio, figliuolo di Messer Zenobio, il quale io acconciai a stare con voi per serva, perché, portando egli grandissimo amore alla Signora Ardelia vostra figliuola, e volendo suo padre ch'esso andasse allo Studio di Padova per levarlo da questa impresa, egli che ardeva dell'amor di lei, come vi ho detto, e che bramava d'averla in legitimo matrimonio, s'è posto in quest'abito che vedete, e io gli son stato sensale a porlo in casa vostra, dove s'è scoperto alla Signora Ardelia per quello che egli è, e si sono dati la fede l'uno e l'altro di prendersi insieme per marito e moglie, sì che dovete aver caro questo, essendo passato il negozio sotto onesta maniera, e non in altro modo.

 

PANCRAZIO– Questa dunque non è femina?

 

FLAVIOSignor no.

 

PANCRAZIO Ed è stato in casa mia, e pratticato con Ardelia? Oh, poveretto me!

 

LELIO– Non vi date tanto affanno, Messer Pancrazio, perché s'io son stato nella casa vostra, ho conversato e trattato con vostra figliuola con quella onestà e modestia, che deve usare un vero gentil'uomo par mio, e sono qui prontissimo per fare quanto è mio debito e quanto comporta l'onor vostro e mio insieme, cioè di prenderla per moglie, se me la volete dare.

 

FLAVIO– Questa è la più breve strada, che in tal caso si ha da prendere, poiché con tanta sincerità viene il Signor Lelio a chiedervela per consorte.

 

PANCRAZIO– Ma, ditemi un poco, Signor Lelio: vostro padre sarà egli contento di questo?

 

LELIO– Non occorre a parlare se mio padre sarà contento: basta a me che sia contento questo fornaio, ch'è qua.

 

PANCRAZIO– Io non voglio che quel fornaio s'intromette in questo negozio; io voglio ch'ei sia vostro padre che dica di sì, ché allora noi serraremo il negozio.

 

FLAVIOFate conto che quel fornaio sia suo padre, e come avete la parola da lui, non cercate poi altro.

 

PANCRAZIOFatelo un poco venire innanzi. Che domin de fornaio può essere questo, il quale ha tanta auttorità?

 

LELIOFatevi innanzi, signor fornaio, e dite di sì.

 

ZENOBIO– Io dirò di si, poiché io non posso far di manco. Dategliela pure, ch'io mi contento.

 

PANCRAZIO– O potta del mondo, questo è Messer Zenobio. Ma da quanto tempo in qua sete doventato fornaio, Messer Zenobio? Oh sì che questa è da ridere da buon senno.

 

ZENOBIO– Sì per voi, ma non per me; orsù, fate pur quello che voi avete da fare, e non state a cercare altro del fatto mio, né perché io mi sia in quest'abito; basta che ogni cosa torni a proposito vostro e a beneficio di vostra figliuola.

 

FLAVIOOrsù, quello ch'è fatto sia fatto, e non si facci più parole. Su, Messer Pancrazio, chiamate la Signora Ardelia, e che se gli dia questa buona nuova.

 

LELIO– Eccola qui, che la vien fuora.

 

ARDELIAOhimè, che gridar è questo, che si fa qui tutta questa notte?

 

PANCRAZIO– Sì si, venite innanzi, bella madonna. Che gridar è questo che si fa qua, an? Voi non lo sapete, no? Ah, Ardelia, Ardelia.

 

ARDELIA– Io non ne so nulla; che volete ch'io sappia, s'io ero in letto?

 

PANCRAZIOOrsù, poiché la cosa si rissolve in bene, io non voglio interrompere il negozio; ma ben meritaresti ch'io ti dessi un gran castigo.

 

FLAVIOOrsù, Messer Pancrazio, non state a replicare altro, di grazia, ma quanto prima concludemo il fatto, perché oramai comincia apparir l'alba, e staremo tanto qui, che si farà giorno chiaro.

 

PANCRAZIOFatti innanzi dunque, e dimmi se ti piace di prendere qui il Signor Lelio, non più la Farinella, per tuo sposo e marito.

 

ARDELIASignor sì.

 

PANCRAZIOForsi che tu m'hai detto di no?

 

FLAVIO– Perché volete ch'ella dica di no, se già essi sono d'accordo insieme?

 

PANCRAZIO– E voi, Signor Lelio, vi piace di prendere qui Ardelia mia figliuola per vostra sposa e consorte?

 

LELIOOhimè, non m'è mai aviso.

 

PANCRAZIOOrsù dunque, toccatevi novamente la mano; il negozio è concluso; tocca ancora la mano a questo fornaio, ch'è qua.

 

ARDELIA– Non mi curo di toccare la mano a quel fornaio io, ché lui non ha a essere mio marito.

 

PANCRAZIOFa' quello che ti dico io, che non puoi fallare, e falli onore e riverenza quanto s'ei fusse tuo suocero; m'hai inteso?

 

ARDELIA– Il mio suocero è Messer Zenobio, e a quello porterò onore e riverenza, e sarò sempre parata ad ubidirlo, non come nuora, ma come sua figliuola propria.

 

ZENOBIOOrsù, io voglio ch'ella mi conosca: io sono Zenobio vostro suocero, posto in quest'abito per fare un certo mio negozio, che qui non occorre a dirlo per ora, e vi accetto per nuora e per figliuola. Toccatemi la mano e che si dia principio alle allegrezze.

 

FLAVIO– Le nozze si faranno doppiamente, poiché ancor io ho preso per moglie la Signora Silvia, e faremo tutti un banchetto insieme, se vi contentate.

 

ARDELIA– Sì, di grazia, Signor Flavio, accioché, sì come siamo state compagne ne i nostri affanni, siamo parimente compagne nelle allegrezze nostre. Andatela a pigliare e conducetela qua.

 

FLAVIO– Or ora vado. Non vi partite, ché saremo qui in un tratto ambidui.

 

LELIOOrsù, andate via, che vi aspettiamo. Ma chi è questo, che viene in qua così gobbo? Egli è Burasca, che mi deve aver cercato per tutto e non mi ha trovato. Oh, poveraccio! Ei sarà giunto a ora delle nostre nozze. Oh, Burasca, tu sia il ben venuto.

 

BURASCACancaro, io potea ben cercarvi, an, i miei gentil'uomini; andate pure che sete galanti, e che non m'hanno fatto andare fino a Padova a cercarlo, e essi son stati qua a darsi buon tempo sotto abiti feminili. Io ho ben saputo ogni cosa, sì; orsù pur, buon pro vi faccia. Buon è stato per me ch'io sia giunto a tempo di questi trionfi, ché ancor io mi potrò ungere fino alli gombiti. Ma chi è questo fornaio? Oh, egli è il Messere, ah ah; oh, che diavolo fate voi vestito in quest'abito?

 

ZENOBIOOrsù taci, bestia, e non voler sapere quello che a te non tocca.

 

BURASCA– Io non dico più nulla per conto vostro, ma parlo con il Signor Lelio. A Dio, Signor Lelio, voi mi fésti dar da bere a l'osto di quel vino alloppiato, accioché dormessi, come io feci, e in cambio di cavalcare innanzi, voi tornasti indietro per venire a fare quello che avete fatto, e io poveraccio v'ho cercato per tutto; e mentre io tapinava per il mondo, e voi stavate qui a lavare le scodelle della Signora Ardelia. Ma il dover vuole che, se 'l pagliaio abbruccia, che ancor io mi scaldi.

 

LELIO– Il dovere e la ragione il vuole, e se tu hai durato fatica per me io ti ristorerò. Ma che cosa hai a quella spalla, che 'l pare che tu vadi gobbo?

 

BURASCA– Ell'è stata la serva di Madonna Simplicia, la quale mi ha morsicato.

 

LELIO– E perché?

 

BURASCA– Perché io ero venuto alle mani con Chiappino, ragazzo del Signor Flavio, del quale ella è innamorata; e mentre eravamo attaccati insieme, ella mi si è tratta con i denti e m'ha tirato via un pezzo di carne. Ma io voglio rompere la testa a quel furbo di paggio, come io lo trovo.

 

LELIOOrsù, io voglio che tu facci pace seco; vedilo che esso vien qua innanzi alla Signora Silvia, la quale è fatta sposa ancor essa del Signor Flavio, e le nozze si faranno doppiamente, perché e esso e io le facciamo insieme, e si ha da tenere corte bandita per otto giorni continui.

 

BURASCACancaro, la va doppia di figure! Orsù, poiché sete gionti al fine de i vostri desideri, io non voglio stare più a riccordarmi d'alcuna offesa, ma che si facci allegrezza e festa, né si parli più di noia, né d'affanno passato, e in segno di ciò io faccio la pace con tutti.

 

FLAVIO– Venite innanzi, Signora Silvia: ecco la Signora Ardelia, che vi aspetta.

 

SILVIA– O ben trovata, la mia Signora Ardelia; io mi rallegro infinitamente delle vostre allegrezze.

 

ARDELIA– Ed io altro tanto delle vostre, Signora Silvia, e ne sento un contento grandissimo al cuore.

 

PANCRAZIOOrsù, entriamo tutti in casa mia, e che domattina s'invitino i sonatori, i cuochi e i ballarini e i musici, e che si dia principio alle nostre feste e a i trionfi. Venite via tutti, che io vado innanzi.

 

ZENOBIOEntrate dentro, signori sposi, che noi vi seguiremo di mano in mano.

 

BURASCA– Oh, sia lodato il Cielo, che una volta si sono finiti questi garbugli, che io non sentirò più sospirare nissuno di costoro, che mai non facevano altro che gracchiare e lamentarsi, che sempre parea che gli dogliesse nel corpo. Ma io voglio entrare ancor io e mangiar tanto in queste nozze, che mi creppi la pancia, per reffarmi dei danni passati. Or sì che questa è la volta che mi voglio far lucere il pelo. E vadino in chiasso tutti gl'innamorati, e la prima sia Gianettina, che m'ha storpiato di questa spalla e mi ha concio di modo, che chi mi vede andare con una spalla alta e una bassa mi toglie per il gobbo di Rialto. Orsù, io entro.

 

 

 

 

IL FINE




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