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Giulio Cesare Croce
La Farinella

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  • ATTO PRIMO
    • Scena prima. Flavio, Lelio e Burasca.
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ATTO PRIMO

 

Scena prima. Flavio, Lelio e Burasca.

 

FLAVIO– Voi mi date una cattivissima nuova, Signor Lelio, a dirmi che vostro padre vuole che voi andiate a Padova allo Studio, perché mi farà aviso di restar senza vita restando senza di voi che sete mio tanto caro amico e compagno; e quando ha egli fatto questa risoluzione?

 

LELIO– Dui giorni sono; né perché io gl'abbia detto ch'io non sono dedito alli studi, e che ancora per qualche amico suo gli abbia fatto parlare per me e raccordargli che non avendo altri figliuoli che me, doveria tenermi appresso di sé per più cause, nondimeno nissuno non ha potuto impetrare grazia ch'io non vada, e insomma la sua resoluzione è questa, né vuole udire più parole da nissuno.

 

FLAVIO– Ohimè, che cosa è questa ch'io odo? Oh, quanto mi date dolore poi che, partendo voi, non avrò più con chi io possa conferire i miei pensieri, e tanto più sento affanno, quanto che, trovandovi voi innamorato della Signora Ardelia e io della Signora Silvia, ci andavamo consolando l'uno e l'altro insieme, participando ora dell'allegrezze, ora delle passioni, le quali si ci andavano appresentando d'ora in ora, né succedeva accidente alcuno che non ne fossimo consapevoli insieme come cari e fidati compagni; e parimente ell'erano confederate insieme, e gl'amori nostri erano reciprochi. Ma ora che voi vi partite, ogni cosa andarà in conquasso, tanto dal lato di esse quanto dal nostro.

 

LELIO– Quanto mi rincresca il dover lasciar voi, Signor Flavio, che mi sete amico tanto fidele, il Cielo lo dica per me, e potete pensarvi che lassando la mia cara, e da me tanto ardentemente amata Ardelia, ch'io lascio il cor' istesso, e s'io non muoio di dolore in questa mia partenza, non credo di morir mai più. Ahi, dura sorte, come mi perseguiti tu? Come sarà possibile ch'io possa vivere lontano da colei, la quale con il suo vago e sopr'uman sembiante mi solea dar spirito e vita? Come farete, occhi miei lassi, quando sarete lontani dal vostro chiaro sole? Deh, foss'io più tosto nato cieco, che mai avere mirato quell'angelica beltà, dalla quale ora allontanandomi posso dire ch'io m'allontano dalla mia vita istessa. Oh, Ardelia, dolcissimo mio bene, quanto ti vuoi tu affliggere, quando ti sarà noto la partita del tuo caro Lelio! Quanto resterai tu dolente e sconsolata, quante lagrime e sospiri getterai da gl'occhi per me, se pur è vero che tu m'ami, sì come sempre hai dimostrato d'amarmi. Deh Signor Flavio, se voi mi sete quel caro amico, il quale a più d'un chiaro segno ho visto che voi sete, pregovi che qualche volta, mentre passate dalla casa della mia cara Donna, raccordargli il misero e sconsolato Lelio, e esortarla insieme a mantenermi la fede data, sì com'io ho fatto, e farò a lei sempre; che tantosto che saranno finiti questi tre anni di studio, i quali mi pareranno essere dieci milla, io ritornerò alla patria e farò quel tanto ch'io ho promesso di fare, e quello che comporta la mia pura e inviolabil fede; e di ciò ve ne prego caldissimamente, e con tutto il cuore.

 

FLAVIO– Voi m'avete tanto intenerito il cuore, Signor Lelio, con questo vostro ramarico, che m'avete fatto più volte venire le lacrime a gl'occhi; ma ditemi, per vostra fè, non si potrebbe egli trovare qualche scusa, acciò che non andasti?

 

LELIO– Che scusa volete voi ch'io trovi, se mio padre è risoluto ch'io vada per ogni modo, né lo moverebbe di proposito quanta gente è al mondo?

 

FLAVIO– Dite che voi vi sentite male.

 

LELIO– Non mi crederà.

 

FLAVIO– Perché non volete ch'ei vi creda?

 

LELIO– Perché sa ch'io amo costei, e crederà ch'io finga così, perché esso non mi mandi via; e io so che esso non fa questo se non per levarmi da questa impresa, e non perché io vada a studiare.

 

FLAVIO– O vecchio del diavolo, possa egli essere scorticato.

 

LELIO– Orsù, Signor Flavio, io mi vi raccomando, fate quello per me che vorresti ch'io facessi per voi, cioè, tenermi in grazia della mia cara Ardelia, e consolatela al più che si può, e che non si dubiti che se bene io sarò lontano con la presenza, ch'io gli sarò sempre vicino con il cuore, anzi pur ch'io lo lascio nel suo petto, e me ne vado senza.

 

FLAVIO– Io non mancherò di fare quel tanto che comporta l'amicizia nostra, ma pur vorrei che noi trovassimo qualche modo e strada da dare ad intendere al vecchio che voi fusti andato via, e che restasti qua.

 

LELIO– Io non saprei imaginarmi mai che strada io potessi trovare da finger questo, perché mio padre è troppo astuto e il servitore, il quale ha da venir con me, gli scoprirebbe il tutto.

 

FLAVIO– Io vi terrò nascosto in casa mia che nissuno non lo saprà.

 

LELIO– Io non voglio in modo alcuno contradire al commandamento di mio padre. Vada come si voglia.

 

FLAVIO– Io lodo ogni cosa e so che voi fate bene, ma so ancora che voi non potrete studiare, perché sempre avrete il cervello e la fantasia vostra volta in Ardelia. Fate, fate a modo mio, che farete meglio: lasciate andare i studi a spasso e attendete all'amore.

 

BURASCA– O bel consiglio che voi gli date, Signor Flavio; a fè che voi sete un galante gentil'uomo! Io son stato un pezzetto qui di dietro ad ascoltarvi, e in iscambio d'esortarlo andare allo Studio, voi l'esortate a star qua a far l'amore e stare su le baie tutto il giorno. Oh bella profession di cavalliero! Vi si doveria dar bere in una ciavatta.

 

FLAVIO– Se non fosse ch'io porto rispetto qui al Signor Lelio tuo padrone, io t'insegnarei di procedere in altra maniera, insolente furfante. Aver ardimento di strappazzare un gentil'uomo par mio con tanta arroganza!

 

LELIO– Abbiatelo per scuso, Signor Flavio, perché costui delle tre le quattro è alterato dal vino, e adesso apunto ei deve essere imbriaco; vedete che occhi son quelli?

 

BURASCA– Sì sì, io son ben imbriaco. Eh, Signor Lelio, voi non la pigliate dal buon capo; voi ben sapete che vostro padre vi ama e desidera che vi fate un valent'uomo, anzi, se fosse possibile, che voi fosti il primo uomo del mondo.

 

LELIO– Perché dici tu questo? Non voglio io forsi andare dov'egli mi manda, sciagurato?

 

BURASCA– Ho bene udito ogni cosa sì, ch'io non son mica sordo.

 

FLAVIO– O tu fai il diligente servitore, può far il Cielo! Ma s'io fossi tuo padrone, io ti darei ogni giorno cinquanta bastonate di tua provisione.

 

BURASCA– Da una volta in su voi non mi ci coglieresti più, e forsi che quella volta ancora vi sarebbe da fare per l'asino, e per chi lo menasse.

 

LELIO– Orsù taci, bestia, e non volere essere tanto importuno.

 

BURASCA– Io voglio parlare quanto mi pare e piace, ch'io son stato alla guerra e son soldato e uomo da bene, e non voglio essere strappazzato da nessuno; e se bene costui ha la spada al fianco, e ch'esso facci il pennachino e il bizzarro, io gli caverò i grilli del capo, s'io mi ci metto.

 

FLAVIO– Orsù, io me la voglio pigliare da burla, perché non ci sarebbe l'onor mio a mettermi teco.

 

BURASCA– E io burlo così con voi, il mio signore; non sapete voi ch'io vi son servitore e ho fatto così a posta per veder quello che voi volevate dire?

 

FLAVIO– A fè da gentil'uomo, che tu m'hai quasi messo in obligo di darti quattro piattonate, e, un poco più che tu m'attizzavi, io te ne davo una mostra.

 

BURASCA– Piano con quelle stoccate, il mio signore. Orsù, Signor Lelio, andiamo a casa, che già le bagaglie sono all'ordine e i cavalli hanno già mangiata la biada. Su venite via.

 

LELIO– Va' là ch'io ti seguito. Orsù, Signor Flavio, a Dio; raccordatevi di me.

 

FLAVIO– Io non mancherò di fare quanto sono obligato per l'amico. Andate allegramente e non vi dubitate ch'io terrò la vostra protezzione e la diffenderò fin con la vita istessa.

 

LELIO– Così tengo per fermo e mi vi raccomando. A Dio.

 

FLAVIO– Andate in pace. Oh, povero giovane! Adesso ch'esso incominciava avere un poco buon tempo, il padre lo vuole mandare allo Studio; ma non credo ch'esso glielo mandi tanto per desiderio ch'egli abbia ch'esso impari lettere, quanto per levarlo da quest'impresa, cioè dell'amare Ardelia, ch'il vecchio cerca dargli una moglie, la quale abbia maggior dote. Ma se 'l giovane sta in cervello, come credo che starà, il vecchio l'averà in barba; ma io voglio andare a dargli un altro assalto innanzi ch'ei si parta, e voglio fare ogni sforzo, perché egli resta. Andarò fuor della porta ad aspettarlo; qualche cosa sarà.

 

 




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