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Antica fama delle feste - Bandi
ed omaggi - La Signoria in ringhiera - L'offerta - Antichi palii - I
carri di San Giovanni - Bufere terribili - Le feste sotto il principato Mediceo
- Il Marzocco incoronato - Corsa de’ cocchi - Offerte e luminarie - Una
cicalata inedita del poeta Fagioli - Le feste nel secolo decimonono - L'annunzio
ufficiale - Il carro di Brindellone - Indulto papale - La processione
de' sette baldacchini - Il palio de' cocchi - Le bighe di Pisa - Una censura
all'ingegner Veraci - Il corso in Piazza Santa Maria Novella - Il Granduca
vestito da colonnello austriaco - La corsa - I fuochi d'artifizio sulla Torre
di Palazzo Vecchio - Nuova macchina de' fuochi - Un programma di concorso -
Concorso annullato - La proposta dell'ingegner Del Rosso - Un biglietto
obbligante - Sdegnoso rifiuto - I fuochi sul Ponte alla Carraia - Feste in
Arno - Offerta a San Giovanni - Le carrozze di gala - La messa cantata - Lo
sparo - Nel salone de' Cinquecento - Corse de' barberi - Il Granduca al
terrazzino di Borgognissanti - Cataletti pronti - Fazio milanese - Il cavallo
vincitore - La messa - Fine della giornata.
Le feste fiorentine per il Santo
patrono della città, che eran fin dall'antico famose in tutto il mondo,
meritano una succinta storia per l'importanza che ebbero.
Nelle famiglie si aspettava
cotesto giorno per celebrare le nozze, come quello più auspicato dell'anno; e
al tempo della Repubblica, per ordine della Signoria, aveva l'obbligo il
Podestà, un mese innanzi, di far bandire la gran festa in tutti i borghi
principali della città e di notificarla «ai nobili ed ai signori del contado,
siccome ad ogni altra persona che dovesse offrire ceri, paliotti, ed altra
cosa.» Otto giorni avanti comandava ai consoli di Calimala ed agli operai di
San Giovanni che eleggessero sei Buonomini della medesima arte, i quali
dovevano stare la mattina di San Giovanni nel tempio, a ricevere tali
oblazioni; e la Signoria vi mandava alcuni famigli «acciò non fossero fatte
insolenze.» Questo prova che quella degli sbarazzini è un'istituzione piuttosto
antica! Nella mattina del 24 giugno la Signoria stessa riceveva l'omaggio delle
città e delle castella sottoposte alla Repubblica. Prima che fosse costruito il
Palagio de' Signori, o Palazzo Vecchio, i Priori abitavano in certe case prese
a pigione, dietro Badia, da San Martino. Costruito poi Palazzo Vecchio, la
Signoria, la mattina di San Giovanni stava a ricevere gli omaggi in ringhiera,
la quale consisteva in tre gradini che circondavano il palazzo dalla
facciata e dal lato di tramontana. Se poi per San Giovanni pioveva, allora il
Gonfaloniere e i Priori si recavano a quell'effetto in San Piero Scheraggio,
chiesa prossima al Palazzo, situata in via della Ninna, colla facciata
prospettante dov'è attualmente la Posta, chiesa che fu demolita per costruire
il fabbricato degli Ufizi.
Mentre la Signoria era in ringhiera,
tutta la piazza era pavesata, e per terra si spargeva la fiorita. Presso
i Signori stava una guardia di soldati armati a cavallo, e sulla piazza si
recavano anche molti giovani gentiluomini, che duravan fatica a passare in
mezzo alla folla enorme di popolo ivi accalcato.
Attorno alla ringhiera eran
disposti cento palii di broccato d'oro o di velluto foderati di pance di vaio,
offerti dalle città, dalle castella, dalle terre e dai signori soggetti alla
Repubblica.
Questi palii erano sostenuti da
altrettanti donzelli, in ricchissima assisa di seta bianca, su cavalli
festosamente parati con gualdrappe dorate, e venivano portati a San Giovanni,
dove si infilavano in tanti anelli di ferro, e vi si conservavano per un anno,
togliendo via via quelli dell'anno precedente, che divenivano proprietà
dell'arte di Calimala, la quale se ne serviva per addobbare la piazza in
occasione di pubbliche feste. Di altri se ne facevano paliotti da altari e
paramenti, o erano venduti all'incanto.
I ceri che venivano offerti, eran
posti su certi ordigni che rappresentavano torri, le quali, in numero di cento,
occupavano la Piazza della Signoria, specialmente dalla parte dove poi sorse la
Fontana. Queste torri, poste ognuna su una carretta «eran di legname, di carta
e di cera; con oro e con colori e con figure rilevate, e voti;» e dentro vi
stavano uomini che facevan «volgere di continuo e girare» intorno delle figure
di legno, come «uomini a cavallo armeggiando: e quali sono pedoni con lance, e
quali con palvesi correndo, e quali son donzelle che danzano a rigoletto.» Vi
erano su quelle torri «scolpiti animali, uccelli e diverse specie di alberi,
pomi e tutte cose che hanno a dilettare il vedere, e il cuore.» In alcuni di
detti carri, vi eran de' piccoli fantocci, una specie di bambole a cui il
popolo buttava dei ganci per prenderli e darli ai ragazzi.
I palii che erano infissi negli
anelli di ferro attorno alla ringhiera, venivano disposti secondo la
importanza delle città che davan tributo al Comune; cioè di Pisa, di Arezzo, di
Pistoia, di Volterra, di Cortona, di Lucignano, di Castiglione Aretino e di
certi signori di Poppi e di Piombino, «che eran raccomandati dal Comune.»
I carri dove si portavano i ceri,
cominciarono ad essere in uso nel 1200, e si facevano dal Canto dei Nelli in
una strada che fu detta dei Carpentieri.
Fino alla prima metà del secolo
decimoquarto, quei carri entravano nella chiesa di San Giovanni: ma visto poi
che erano di grandissimo incomodo, la Signoria lo proibì.
Fu allora che se ne fecero altri,
alti perfino diciassette braccia, che andavano in giro per la città, dipinti
dai più celebri artisti. Quello della Zecca era il più splendido. Avvenne una
volta che uno di questi carri trabaltò, per essersi rotta la carreggiata, dinanzi
alla chiesa di Santa Maria in Campo. Siccome in cima di quel carro vi era un
uomo nudo con una pelle d'agnello alla vita, rappresentante San Giovanni,
rovinando il carro, quell'uomo fu salvato quasi per, miracolo, tirandolo su da
una finestra di una casa lì prossima. In memoria di questo fatto, ogni anno il
carro della Zecca si fermava dinanzi a cotesta casa, dove fino al 1748 durò la
consuetudine di dare da colazione al finto San Giovanni, consistente in due
caraffe di vino, una bianco e una rosso, e paste e confetti, il cui avanzo
veniva dal rappresentante il Patrono buttato al popolo, che in folla seguiva il
carro.
Dietro a questo, erano portati
dodici prigionieri dei più miserabili, che dai Buonomini venivan liberati dal
carcere il dì di San Giovanni, senza riguardo al delitto da loro commesso, e
che procedevano a capo chino con un ramoscello d'olivo in mano.
Negli anni avvenire, il finto San
Giovanni a scanso di disgrazie fu sostituito da una statua di legno che lo
rappresentava; e dal popolo, per la sua andatura a balzelli ed a scosse, fu
chiamato Brindellone.
Dopo ricevuti gli omaggi, la
Signoria si recava a portare l'offerta a San Giovanni.
In quel giorno si usava di
mettere, tutto intorno al tempio, delle grandi tende attaccate ad alcuni anelli
infissi nelle pareti esterne della chiesa e alle case che circondavano la
piazza. Queste tende furono da principio di tela turchina, con gigli di tela
gialla rapportati; ma siccome più d'una volta per burrasche impetuosissime o
per incendi venivano distrutte, poiché all'esterno del tempio si accendevano
cento lumiere, attaccate ai canapi che reggevano le tende, in modo che di notte
«pareva anche a gran distanza di pieno giorno,» la Signoria impose all'arte di
Calimara di rifarle a sue spese, cedendole, in compenso, una parte del dazio
sul vino che ogni anno, per San Giovanni, si vendeva a centinaia di barili in
Piazza della Signoria.
Non sarà ozioso di qui ricordare
come fra le bufere più terribili che distrussero le tende attorno a San
Giovanni, rimase celebre quella del 1488. «Quando il palio andava alle mosse si
levò un vento così grande, con tempesta d'acqua e di gragniuola, che mai fu
veduto simile. Per modo che le tende che si pongono sopra la chiesa di San
Giovanni si stracciorono in migliaia di pezzi, che ventorono cenci da
niente; e bisognò rifarle tutte di nuovo.»
Poi, col tempo, andò perduto
l'uso che nel giorno di San Giovanni l'arte de' Mercatanti addobbasse e parasse
la nicchia di detto santo all'esterno della chiesa d' Or San Michele, dove vi
si celebravano messe per tutta la mattina. Questa usanza era anche per gli
altri santi nelle nicchie di San Michele, quando ricorreva la loro festa.
Sotto il principato Mediceo le
feste di San Giovanni perdettero quel loro carattere austeramente grandioso; la
città, invece d'aver l'impronta d'uno stato ricco e felice, assunse quello
della servitù dorata, e le feste ebbero più il fasto e l'apparato teatrale, che
la magnificenza d'un popolo libero.
Sotto la Loggia dell'Orcagna,
dove si erigeva un «regio e maestoso baldacchino,» il Serenissimo Granduca,
come faceva l'antica Signoria, riceveva con molta pompa l'omaggio da tutte le
«città, terre e castella, marchesati, contee e luoghi a lui sottoposti,»
ciascuno dei quali era chiamato da un banditore. Quindi andava ad offerta a San
Giovanni, seguìto dall'ambasciatore di Lucca, dal Magistrato Supremo e dagli
otto Magistrati. Terminata l'offerta, da un sacerdote, sulla porta del tempio,
si benedivano i cavalli che il giorno dovevano correre il palio de' barberi.
Quattro giorni prima e quattro
giorni dopo quello di San Giovanni, si poneva al leone di Piazza, ossia al
Marzocco, la corona in testa; e durante quel tempo, avevano piena libertà e
sicurezza i debitori, i cessanti o falliti, i banditi e i condannati per
qualsivoglia delitto. Sotto certi rispetti si può dire che al giorno d'oggi il
Marzocco abbia la corona in testa tutto l'anno, ed è per questo non gli si
mette più per San Giovanni.
Dopo vespro - sempre la vigilia -
si faceva «solenne cavalcata de' Serenissimi Principi e de' Cavalieri, e la
sera si correva in Piazza di Santa Maria Novella il palio de' cocchi, simile
agli antichi giuochi olimpici,» istituito da Cosimo I nel 1563, quello stesso
che fece erigere sulla piazza due guglie in legname, che poi nel 1608 da Ferdinando
I furon fatte costruire in marmo misto di Serravezza, sorrette dalle quattro
testuggini eseguite dal Giambologna.
Nei primi quattro anni quella
corsa si fece con le carrette; e nel 1567 si usarono per la prima volta i
cocchi alla romana, fatti a guisa di carri trionfali, in numero di quattro,
variati di colore. I carri erano tirati ognuno da due cavalli guidati da
cocchieri di Corte, dei quali era ammirabile l'abilità nel voltare a gran
carriera attorno alle guglie, facendo la gara per vincere.
Dopo avere assistito alla corsa
dei Cocchi, il Granduca e i Principi andavano a San Giovanni, dove si recavano
anche i Magistrati di tutte le arti e si faceva l'offerta della cera.
La sera, a notte, si facevano
luminarie per tutta la città, e specialmente alla cupola e al campanile di
Santa Maria del Fiore; e sulla torre di Palazzo Vecchio si bruciavano girandole
e fuochi.
Da una cicalata inedita del poeta
Fagiuoli, si rileva che ai suoi tempi «nel giorno di San Giovanni Battista
nella piazza già de' Signori, vendevasi a soma il vino bianco ed in quantità le
polpette in bei tegamoni sopra diverse tavole esposti; i ceci freschi si
vendevano a mazzi per sollazzo della plebe, e ceci spassatempo si
chiamavano, siccome alcune paste dolcissime, fatte di farina, miele e pepe, le
quali appunto (cred' io) per trarne la vera etimologia, perché dovrebbero
confortare lo stomaco, confortini eran dette. Quivi moltissime fastella
di scope quella sera si abbruciavano, dove la più scelta baronìa, a fare
alle tizzonate divertivasi, e sulla torre del Palazzo medesimo ardevano bombe,
girandole e razzi, e nel vasto salone di quello - detto il salone de'
Cinquecento - il giorno seguente, allegri balli di gioventù d'ogni sesso dei
vicini villaggi facevansi, i quali forse per la troppa frequenza di parentadi
che in tale occasione imbastivansi, o per troppo cooperare al moltiplico
dell'uman genere furon del tutto vietati.» E dopo avere anche il Fagiuoli
descritto il palio conclude: «Così in tal giorno si tripudia e festeggia e
sventola in cima del gran campanile quella benedetta bandiera, che fa sbucar
fuori certi vipistrelli, che non vedeansi di giorno; e molte altre cose fannosi
insomma d'allegrezza e di spasso.»
Passando ora a parlare delle
feste di San Giovanni nel secolo decimonono, che può dirsi la terza epoca, si
vedrà quanto differenti fossero, e come ci si avviasse a lasciarle cadere in
disuso.
Otto giorni prima venivano
annunziate le feste per mezzo del famoso carro detto Brindellone, tirato
da due cavalli montati da un postiglione in costume, preceduto da un trombetto
municipale e da un donzello pure a cavallo, vestito tutto di nero,
con la lucerna, che bandiva al popolo la festa, fermandosi a tutti i canti a
leggere il foglio, contenente la formula dell'annunzio per i quattro quartieri
della città.
Nel 10 aprile 1782 il Magistrato
deliberò di fare intervenire nel giorno del patrono «il carro maggiore detto di
San Giovanni come un omaggio che si rende al Sovrano;» e prese un locale a
pigione per riporvi quel carro o Brindellone che dir si voglia. Ma per
renderlo più adatto all’»omaggio» deliberò di adornarlo con dieci statue,
stanziando all'uopo la somma di dugento scudi, dando allo scultore Giovan
Batista Capezzuoli l'incarico di soprintendere «alla formazione, intaglio,
pittura e quant'altro potesse occorrere per dette statue, alle quali lavorarono
gl'intagliatori Giovanni Boni, Antonio Zini, Odoardo Wydham, Romualdo Nesti,
Lorenzo Mazzoni, ed il falegname Luigi Bellini. Al perito scultore Innocenzo
Spinazzi furono assegnati venti paoli; e dieci al perito intagliatore Lorenzo
Dolci, per la perizia da essi fatta alla nuova statua di San Giovanni lassù in
cima all'abetella, e quella rappresentante Santo Stefano, collocata con le
altre sul carro medesimo.
Il Magistrato prese poi tanta
cura per il Brindellone, che oltre alla spesa di cinquanta scudi
l'anno per la pigione del magazzino dove lo ripose, ne stanziò un'altra
di venticinque occorrente per il tendone col quale tenerlo coperto. Una
cosa curiosa era quella che i finimenti dei cavalli «e gli abiti aderenti (sic)
al carro civico di San Giovanni,» si conservavano presso l'Opera del Duomo, che
però li dava in consegna al valigiaio Gaetano Micheli. Il Magistrato che aveva
rimesso a nuovo il Brindellone, gli aveva fatta la coperta e gli aveva
anche trovato la casa, scrisse al cavalier Giovanni Incontri, provveditore
dell'Opera, perché restituisse subito alla Comunità i finimenti e «gli abiti
aderenti» perché pensava a conservarli da sé!
Ma ebbe a spendere altre
cinquantaquattro lire da pagarsi al valigiaio Micheli «per avere risarcito e
rivisto tutte le bardature, i finimenti e i vestiti degli uomini.»
Il carro usciva fuori sette volte
per la città, ossia per bandir le feste nei quattro quartieri, e a portare il
palio nelle tre corse dei barberi. L'ultimo banditore fu Luigi Mazzeranghi, ed
i trombi Giuseppe e Vincenzo Chiari; i quali per questo servizio
ricevevano ottanta lire per ciascuno, e dieci lire per andare tutt'e tre, senza
il carro s'intende, a bandire il digiuno della vigilia della Concezione.
Quella però era vigilia votiva in
memoria della «Santissima Concezione» poiché quel giorno al tempo della peste,
fu il primo nel quale non vi furono morti di morbo. Perciò i fiorentini fecero
voto di digiunare in tal giorno nel quale in San Giovanni si faceva
l'associazione di Papa Giovanni ivi sepolto. L'antichissima usanza fiorentina
del digiuno della Concezione cessò nel 1848 per deliberazione del Magistrato,
il quale trovò questa consuetudine «non più consentanea coi principii dei nuovi
tempi,» poiché disse chiaro e tondo che per quelli che volevan veder le vigilie
«c'era il lunario.» La spesa del carro però non era finita lì, perché c'era
anche quella di 58 lire, 13 soldi e 4 denari, da corrispondersi «a Giuseppe e
fratelli Fenzi postieri, per la vettura dei cavalli occorrenti al
trasporto del Brindellone e di quello per l'uomo che aveva portato a
mostra per la città, ed il giorno delle respettive carriere la bandiera dei
cocchi e dei palii.»
Le girate che faceva Brindellone
per la città davan luogo sempre a qualche burletta, a causa del tentennar
della statua che pareva facesse tante riverenze: ma la più amena era quella
alle calate dei ponti, poiché il carro non avendo la martinicca, coloro che
eran sopra buttavano una fune lunga otto o dieci braccia; e i ragazzi che lo
sapevano ed aspettavan quel momento per far baccano, vi si attaccavano urlando
e schiamazzando, tenendo in tirare più che potevano la fune. Il carro scendeva
benone, ma quegli screanzati seguitavano a tirare anche quando non ce n'era più
bisogno. Gli uomini di sul carro, che conoscevano i loro polli, se ne ritenevan
sempre qualche braccio, per lasciarla andar tutta a un tratto quando i ragazzi
non volevano smettere di tirare: ed allora era una risata generale, vedendoli
andare a gambe all'aria quando meno se l'aspettavano.
Prima che cominciassero le feste,
il Comune ordinava all'ingegnere di circondario di visitare i ponti sull'Arno
«onde assicurarsi che verun pericolo poteva sovrastare al pubblico transito per
i medesimi;» la quale visita costava sempre circa quattro francesconi, pari a
L. 22.40 di moneta decimale.
Quando la festa di San Giovanni
cadeva in giorno di magro, il Magistrato, scrupoloso, domandava per quel giorno
la dispensa dai cibi magri. Ma per non esser ogni tanto daccapo, nel 22
settembre 1830 deliberò, molto per tempo, «di umiliar preci al Santo Padre»
perché si degnasse di accordare una volta per sempre, per i motivi che venivano
allegati alla memoria, «l'uso dei cibi grassi, in tutti i giorni dei rispettivi
anni nei quali cadesse la festività del Santo Precursore, protettore della
città, in venerdì o in sabato.» Pervenuta un mese dopo «la notizia» faustissima
della approvazione pontificia, il Magistrato incaricò subito «il suo signor
Gonfaloniere a far tutti quei passi e rappresentanze che fossero necessarie per
ottenere l'indulto.»
Ed ora, veniamo alle feste
principiando dalla vigilia, quando si faceva la processione detta «de' sette
baldacchini,» che si partiva da Santa Maria del Fiore, per fare il giro dei
Quartieri, e arrivava fino a Santo Spirito. Sotto il primo baldacchino veniva
portata dall'arciprete di Duomo la testa d'argento di San Zanobi, sotto il
secondo la Santa Croce, e via dicendo, una reliquia sotto ciascun baldacchino.
A quella processione prendevan parte, oltre il clero e i canonici di Duomo,
anco i cappuccini, i frati di Santa Croce, del Carmine, di Santa Trinita ed i
parroci di tutte le chiese della città.
Le strade erano affollatissime di
contadini e di terrazzani, che a forza di gomitate e di spinte si facevan largo
per veder meglio, pestando la gente, senza curarsi d'esser trattati male purché
raggiungessero lo scopo. Ecco perché quando capitava la circostanza, i
fiorentini si ricattavano, facendo loro mille dispetti e dileggiando e mettendo
in ridicolo que' marrani più duri de' sassi.
Ma alla processione de'
baldacchini non era nulla, in confronto delle torme di contadini maschi e
femmine, che seguitavano a piovere a Firenze nel resto della giornata per
assistere al palio de' cocchi, che poi non vedevan mai, ed ai fuochi.
Il palio de' cocchi era lo
spettacolo di circostanza, che più d'ogni altro, oltre i cittadini,
interessasse e dilettasse la Corte e la nobiltà. Dalla istituzione di quella
corsa era stato sempre un continuo preoccuparsi, per un mese almeno, per la
buona riuscita di essa. La prima cosa era quella di rimettere a nuovo «i
quattro cocchi;» perciò quasi ogni anno occorreva la ingente somma di
ottantaquattro lire «per farli dare due mani di vernice coppale» acciocché la
doratura che era «d'oro falso non venisse sì tosto a cambiar di colore» e
perché insieme si conservassero «ancora più le pitture e le tinte!»
Ma a forza di far correr quella
specie di carcasse mezze rovinate, nelle tre carriere e per di più nei
quattro giorni di prove, si urtavano e si arrotavano sconquassandosi in modo
che la vernice coppale soltanto non bastava a farle star più ritte. Perciò il
Magistrato, nel 1824, si trovò costretto a rifar le bighe nuove. E mentre era
impensierito per la grave spesa alla quale la Comunità andava incontro, come se
San Giovanni gli avesse fatto la grazia, capitò una fortuna insperata. Nientemeno
che la Comunità di Pisa offerse in vendita le sue, che non adoprava più. Per
conseguenza, il Magistrato civico di Firenze, tutto giulivo, incaricò subito
l'ingegnere Veraci di riferire intorno alla offerta fatta delle quattro bighe -
per il prezzo di 400 lire toscane ciascuna - le quali avrebbero «potuto servire
per le corse annuali del palio dei cocchi.» Il rapporto del Veraci, presentato
nell'adunanza del Magistrato del 31 maggio di quell'anno, dimostrava la
convenienza di tale acquisto, essendo le dette bighe «formate di buon modello e
costruite con la maggiore stabilità.» Per conseguenza, venne dai signori Priori
deliberato di risparmiare la spesa occorrente «per rimontare i vecchi carri» e
di procedere invece all'acquisto delle quattro bighe di Pisa per il prezzo
ciascuna di 400 lire «compresi i finimenti e il vestiario, qualora non
riuscisse di diminuire il detto prezzo.» Ma come suol dirsi, nella faccenda di
quell'acquisto costò più il giunco della carne; ed il Magistrato che nell'anno
successivo si vide presentare dall'ingegnere Veraci un conto di
«ottomilaquattrocentonovanta lire per i restauri ed ornamenti fatti alle dette
bighe per renderle atte all'uso destinato» andò su tutte le furie. Ma visto
«che ormai i lavori erano stati eseguiti, e che era di necessità approvarne la
spesa» ne stanziò la somma «non senza far sentire a detto signor Ingegnere che
in avvenire si guardasse dall'eccedere nelle commissioni a lui date dal
Magistrato, per non sottoporsi alla repulsa d'approvazione.»
Ed il Magistrato, per far vedere
che diceva sul serio, negò nel 1° settembre 1826 il pagamento di 170 lire a
Lorenzo Dani per la costruzione d'una biga di prova per le corse, perché era
stata ordinata dall'intimidito Veraci, senza la superiore approvazione. Ma
furon fuochi di paglia, perché tre settimane dopo, i signori Priori con undici
voti tutti favorevoli approvarono la spesa. Non era un Magistrato di
resistenza! Era più resistente l' Ingegnere!
Come magro compenso a così
esorbitante spesa, il Comune ritrasse poi, dal signor Pietro Giovannini,
maggiore offerente, 340 lire toscane «dalla vendita dei vecchi carri o
cocchi» che dir si volesse.
Ma, per quanto ridorati o
rinverniciati, non eran buoni a far correre i cavalli quando il maestro di
posta, che forniva le quattro pariglie per dieci scudi, ne appiccicava almeno
una di carogne che non volevano andare. Un anno, che tutt'e quattro le bighe
non poteron correre regolarmente a causa dei cavalli, che si puntavano o
volevano andare dove piaceva loro, nacque un putiferio, con grande
mortificazione del Magistrato e del «suo signor Gonfaloniere» e con immensi
fischi del pubblico, che non si curava più nemmeno della presenza del Sovrano.
I Priori, per dare un esempio,
rifiutarono al maestro di posta il pagamento dei dieci scudi, che egli ebbe la
sfacciataggine di domandare nonostante che le corse per causa sua riuscissero
la cosa più indecorosa che si potesse immaginare. Ma poi fece tante e tante
istanze, fece conoscere la sua buona fede, e seppe toccar così bene la corda
sensibile del Magistrato, che questi gl'ingiunse di presentarsi in adunanza a
chiedere scusa. E quando il maestro di posta fu dinanzi agli irati
rappresentanti della città, che con un cipiglio terribile lo guardavano in
cagnesco come se avessero voluto mangiarlo, il «signor Gonfaloniere gli fece
una di quelle partacce da non fargli ritrovar più nemmen la porta per andar
via.» L'ultima tremenda parola fu quella che arrivò al cuore del maestro di
posta! Il signor Gonfaloniere con voce cupa gli disse, che attese le scuse da
lui spontaneamente fatte.... poteva passare dalla cassa a riscuotere i
dieci scudi!
Prima dei cocchi, alle quattro
cominciava il corso delle carrozze sulla Piazza di Santa Maria Novella, che
girava attorno ai palchi eretti a guisa d'anfiteatro per il palio. Verso le
ventitré - ossia le sette - i dragoni scioglievano il corso e sgombravan la
piazza mettendo fuori tutti quei branchi di contadini che erano stati al sole
per cinque o sei ore, onde prendere il miglior posto. Ma costoro si adattavano
anche a star di fuori intorno all'anfiteatro, contentandosi di sentire gli
urli, gli applausi o i fischi. I fìorentini però, che sapevan l'uso, quando
venivan nella piazza i dragoni, si tiravan dietro il canapo che veniva tirato
dopo lo steccato, formante il circolo nel quale dovevan correre le bighe; e se
qualcuno di quei contadini tentava, con le solite spinte e urtoni, di entrare
dietro il canapo, lo mandavan via subito intimandogli che bisognava pagare; e
che scappasse lesto se no i birri l'arrestavano. Ma non c'era bisogno di
minaccie; bastava quella di dover pagare, alla quale un contadino non è mai
sordo! Il Granduca con tutta la Corte ed il seguito, con treno di gala
preceduto da due battistrada, scortato da otto guardie nobili e due
cavallerizzi «di sportello,» arrivava un po' prima della corsa; e trattandosi
di uno spettacolo quasi equestre, si vestiva da colonnello di cavalleria
austriaca, con l'uniforme bianca a faldine gallonata d'oro alla pistagna e alle
maniche; pantaloni a coscia, stivaloni alla scudiera e l'elmo con la cresta
dorata e con tanto di patacca con l'aquila a due teste sullo zuccotto. Lui
credeva di fare un certo effetto: ma quell'elmo benedetto, portato
all'indietro, lo rovinava. Sarebbe stato meglio vestito da frate!
Le persone di servizio dei
Sovrani, con biglietto del maestro della Real Casa, andavano a godere il palio
nel palco di Corte, lasciando libero lo spazio riservato ai paggi ed ai loro
precettori. Le cameriste e persone non nobili, munite dello stesso biglietto,
andavan sulla terrazza del magazzino dei foraggi e alle tre finestre della casa
Puliti. Gli altri uffiziali e serventi, nel palco della Comunità.
L'onore maggiore però, in
seguito, era fatto all'architetto Baccani, poiché il Granduca ogni anno lo
faceva avvertire che avrebbe mandato in casa sua, per veder la corsa, i piccoli
Arciduchi, non tanto perché il palazzetto Baccani rimaneva nel più bel punto
della piazza, quanto perché di lì la Granduchessa ed il Granduca li vedevano
benissimo dal loro palco dinanzi alla loggia di San Paolino.
Prima della corsa, nel palco dei
Sovrani «si servivano abbondanti rinfreschi,» quindi si dava il segnale che si
cominciasse. L'aspettativa era sempre grandissima; l'effetto dell'anfiteatro
stupendo: quelle migliaia di persone pigiate nei palchi, la folla allineata
dietro il canapo, le finestre delle case e le terrazze gremite, la gente sui
tetti che si arrischiava fin quasi in cima, pur di veder la corsa, col pericolo
di fare un volo e venir sulla piazza a rompersi l'osso del collo, era addirittura
imponente.
La corsa, dopo tante aspettative,
mosse false, scappate anticipate di qualche biga, o non avvenute di un'altra,
finalmente cominciava. Non si sentiva un alito. I cocchieri, vestiti alla
romana, per essere in carattere colle bighe, uno bianco, uno rosso, uno giallo
e uno verde, stavan pronti al cenno per darsi alla carriera: il momento era
solenne sul serio; e straordinariamente bella la corsa, quando non nascevano
inconvenienti. Appena quei quattro carri si lanciavano a briglia sciolta per il
circo, del quale dovevan far tre giri, la gara cominciava subito accanitissima,
almeno in apparenza, perché eran tutt' e quattro d'accordo; e la cosiddetta camiciuola
era dissimulata magnificamente. In certi momenti nei quali le quattro bighe
formavan quasi tutt'un gruppo, specialmente alla piegata per guadagnar terreno,
pareva che dovesse andare in pezzi ogni cosa. Ed invece, dal nuvolo di polvere
che movevano, e da cui erano avvolte come in un nimbo, usciva la biga
vittoriosa. Allora un fragore d'applausi, uno scroscio d'urli, d'evviva,
accoglieva il vincitore che figurava d'esser commosso anche più del dovere,
perché lo sapeva fin dalla mattina.
Dopo il palio dei cocchi,
l'anfiteatro e la piazza si vuotavano, e tutta la folla si riversava in Lungarno
per assistere ai famosi fuochi tanto agognati, tanto desiderati.
I fuochi d'artifizio della
vigilia di San Giovanni si incendiavano ab antiquo sulla torre di
Palazzo Vecchio, e consistevano in razzi, bombe e girandole; mentre sulla
Piazza si bruciavano le fastella, uso ormai rimasto soltanto nelle campagne
lontane, sui poggi o sui prati dinanzi alle ville.
Ma siccome si vide col tempo che
la Piazza della Signoria era troppo ristretta per contenere tanta gente che
accorreva a Firenze per goder di quel fragoroso spettacolo, nel 1827 si pensò
dal Magistrato civico di trovare un'altra località più adatta; e dopo matura
riflessione, come la gravità del caso esigeva, fu stabilito d'allora in poi
d'incendiare i fuochi sul Ponte alla Carraia.
Bisognava però eseguire un
castello o macchina, dove poterli disporre. Sulla torre di Palazzo Vecchio si
faceva bene; perché non c'era bisogno d'armature, e più solida di quella non si
poteva trovare; occorreva dunque provvedere la macchina necessaria. Il Comune
che si trovava di fronte a quest'ostacolo, che a quei tempi pareva
insuperabile, diede un'importanza tale alla macchina dei fuochi, più che se si
fosse trattato di rifar la cupola del Duomo!
A crescer l'imbarazzo per la
sollecitudine che ci voleva, giunse il sovrano rescritto del 26 gennaio 1827,
con cui S. A. I. e R. si era degnato di approvare «che i fuochi d'artifizio per
le ricorrenze che dovevano incendiarsi, fossero traslocati dalla Piazza
detta del Granduca e dal Palazzo Vecchio, al Ponte alla Carraia.»
La risoluzione di quest'affare,
che prese delle proporzioni straordinarie, merita di esser raccontata, perché
dà un'idea dei tempi.
Il Magistrato, messo così alle
strette dal sovrano rescritto, prese l'eroica risoluzione di bandire un
concorso; ed adunatosi il 23 febbraio 1827 ordinò «farsi un Programma al
pubblico per invitare gli architetti e ingegneri tanto della città che di fuori
a partecipare, a tutto il mese di marzo, al signor Gonfaloniere, il disegno ben
dettagliato per sottoporlo al giudizio dell'Accademia delle Belle Arti, perché
unitamente al signor Gonfaloniere sia scelto il più elegante ed il più
economico da porsi in esecuzione.»
E per formulare il detto
Programma restarono incaricati i signori avvocato Luigi Vecchietti e
Giovacchino Faldi, unitamente al signor ingegnere di circondario, fissando un
premio di zecchini trenta all'architetto, o ingegnere, o macchinista, il cui
disegno fosse prescelto ed approvato, a condizione che il vincitore del
concorso dovesse assistere all'esecuzione del medesimo.
Il concorso ebbe termini molto
ristretti; poiché nel dì 18 aprile 1827 il Magistrato fu in grado di riunirsi
per decidere in merito al medesimo, e prendere una deliberazione.
I signori Priori però rimasero
disillusi, «perché sentirono dal loro signor Gonfaloniere» che il Presidente
dell'Accademia delle Belle Arti, con biglietto del 16 aprile di detto anno, gli
aveva comunicato che l'Accademia aveva deciso di non conferire il premio a
nessuna delle opere dei concorrenti, per il «più elegante ed insieme più economico
progetto di una macchina da erigersi sul Ponte alla Carraia per incendiarvi i
fuochi d'artifizio nelle solite ricorrenze.» Ed il corpo di detta Accademia era
venuto in questa opinione, sul riflesso che nessuno dei diversi progetti
sottoposti al di lui esame, sebbene ve ne fossero alcuni degni di lode, aveva
adempite le condizioni fissate nel Programma, e poteva veramente servire allo
scopo.
Considerando perciò il
Magistrato, «che un partito doveva prendersi per eseguire i fuochi d'artifizio
nel luogo destinato per non defraudare il pubblico di quel solito annuale
spettacolo, venne nella determinazione d'incaricare il signor Gonfaloniere di
rappresentare tutto l'accaduto a S. E. il signor Consigliere Direttore delle
II. e RR. Finanze per l'organo del signor Provveditore della Camera di
Sopraintendenza Comunitativa, pregandolo a nome del Magistrato loro, di
ordinare all'architetto regio signor cav. Giuseppe Del Rosso, di formare, con
quella sollecitudine che richiedeva l'urgenza, un progetto e disegno analogo,
adattato allo scopo espresso nel Programma, che comprendesse insieme le
caratteristiche di stabilità, decenza, ed economia; con commettere inoltre a
detto signor architetto, a scanso di nuove difficoltà nell'esecuzione, attesa
l'urgenza e la strettezza del tempo, di assistere e dirigere i lavori necessari
per porre in esecuzione il progetto e disegno da esso formato.»
Ed il 2 maggio 1827 adunatisi di
nuovo «gli illustrissimi signori Gonfaloniere e Priori lessero la Memoria o
Rapporto, diretto al Magistrato loro ne' 30 aprile decorso dall'architetto
signor cav. Giuseppe Del Rosso, col quale accompagnava il richiesto disegno, e
il dettaglio o dimostrazione del materiale e della spesa occorrente per
eseguirlo, ammontante a L. 14,000 - con più L. 1000 - per altre spese
straordinarie, e degli obblighi da imporsi al costruttore. Ed il signor
Gonfaloniere e i Priori approvarono in tutte le sue parti il detto disegno e
spese previste, ed ordinarono esporsi all'incanto a ribasso la costruzione
della macchina alle condizioni espresse nel Rapporto di detto signor architetto
e con quelle ulteriori tendenti ad assicurare l'interesse della loro Comunità.»
Il Magistrato, frattanto, dové
rimborsare all'Accademia delle Belle Arti la somma di L. 181.16.8 per le spese
occorse «per l'esposizione e giudizio dei progetti della nota macchina dei
fuochi d'artifizio.»
Il dì 11 maggio 1827 furon lette
le offerte, dissigillate in presenza del Magistrato, fatte dai concorrenti
all'impresa per la costruzione della macchina da erigersi sul Ponte alla
Carraia; e prese in considerazione tutte le osservazioni fatte dal signor
architetto cav. Giuseppe Del Rosso nella sua Memoria de' 30 aprile, dopo lo
squittinio di tutti i concorrenti, «rilasciarono in cottimo detto lavoro a
Cosimo Canovetti, Antonio Scheggi, Giuseppe Monti e Giovanni Gherardi in solidum
col ribasso del tre per cento sul prezzo stabilito da detto signor
Architetto e con tutti gli obblighi ed oneri imposti nella Memoria suddetta,
stanziando la somma di otto lire il giorno per quel soggetto che
dall'architetto Del Rosso venisse destinato come assistente alla costruzione
della macchina.»
I fuochisti che rinnovarono la
macchina del Ponte alla Carraia, per i fuochi di San Giovanni nell'anno 1827,
furono «Pietro Silei e figli, che fecero le migliori offerte presentate fra i
concorrenti invitati dal Comune.»
Il Magistrato civico non volle
dimostrarsi ingrato verso chi l'aveva tolto d'impiccio: perciò nell'adunanza
del dì 6 luglio: «Considerando che il signor cav. Giuseppe Del Rosso,
architetto, si era tanto lodevolmente disimpegnato nella commissione dal
Magistrato affidatagli, e che conveniva che la Comunità dimostrasse il suo
gradimento e riconoscenza verso il medesimo, non con onorario in denari, che
verrebbe da esso probabilmente rifiutato, ma con un regalo proporzionato al
merito del soggetto, e alla dignità del Magistrato,» perciò «commessero ai
signori capitano Carlo Cambiagi e Giuliano Sereni, d'ideare e proporre di
concerto col signor Gonfaloniere quel regalo d'oro o d'argento, da farsi a
detto signor architetto che avesse le suddette caratteristiche, riservandosi di
stanziarne la spesa opportuna a regalo eseguito, ordinando di accompagnare il
detto regalo con biglietto obbligante da scriversi dal signor
Gonfaloniere a nome di tutti i componenti il Magistrato.»
Il capitano Cambiagi e il signor
Sereni dopo essersi coscenziosamente scambiate le proprie idee, proposero «un
donativo consistente in uno spillo con brillante solitario e brillantini
esprimenti il Giglio, stemma della Comunità, provvisto - lo spillo - dalla
ragione di Leon Vita di Vital Vita Finzi e figli, per la somma di cinquanta
zecchini (L. 560).» Quel donativo fu accompagnato all'architetto Del Rosso col
biglietto obbligante del signor Gonfaloniere, il quale nell'adunanza del 3
agosto ebbe a comunicare ai colleghi quanto s'era ingannato il Magistrato nel
ritenere nella sua delicatezza che un onorario in denaro verrebbe
probabilmente rifiutato, poiché il signor Gonfaloniere aveva avuta la
brutta sorpresa di vedersi rimandare indietro lo spillo con un biglietto
poco obbligante del cav. Del Rosso. Questi diceva a tanto di lettere di
«non aver ritrovato di suo interesse e convenienza il detto donativo, e che
egli si limitava soltanto a domandare il rimborso delle spese vive, ascendenti
a lire 112.6.8, delle quali il Magistrato un po' imbroncito ordinò il
pagamento; e nell'adunanza successiva autorizzò il Gonfaloniere «a fare
ritratto per quel maggior prezzo» che avesse potuto trovare, dello spillo
rifiutato dall'architetto Del Rosso.
Dall'anno 1827 dunque, si
cominciò ad incendiare i fuochi sul Ponte alla Carraia; ed il Magistrato
dispose per qualunque evento che su due barchetti durante i fuochi, e per tutta
la durata della illuminazione in Arno, vi stessero «quattro uomini in qualità
di nuotatori» rimborsando per loro a Leopoldo Merlini la somma di sedici paoli.
Oltre a queste, vi erano quella sera in Arno altre due barche coi birri per
mantenere il buon ordine, i quali si conoscevano dalla tracolla di pelle con la
sciabola.
Il Comune, per render più gaia la
festa, corrispondeva altresì la somma occorrente per le due bande che stavan
ciascuna sopra un palco formato da due navicelli del Pignone.
Delle luminarie in Arno, ben
pochi oggi si ricordano; ma quando si usavano, quel tratto del fiume da Santa
Trinita alla Pescaia era come una visione fantastica, una fantasmagoria
abbagliante. Le padelle che illuminavano internamente le spallette, mandavano
tanti riflessi, che l'acqua mossa dai remi di centinaia di barche, rendeva
abbaglianti e stranissimi.
Tutto quel tratto dell'Arno era
gremito di barche illuminate e di navicelli addobbati, che venivano apposta da
Pisa, e andavan dietro alle molte orchestre e alle bande di campagna, che
rendevano più briosa la festa.
Quasi tutte le barche erano
apparecchiate e piene di persone, che mangiavano e bevevano allegramente, ed a
cui pareva d'essere in un altro mondo, tanto erano strane coteste cene
nell'acqua, tra i lumi, i canti ed i suoni. Tutti bevevano a più non posso,
buttando via via i fiaschi vuoti nell'acqua.
Per qualche anno la più bella
barca che superava le altre della aristocrazia, era quella del principe
Poniatowski, che, per il solito, sopra due barconi faceva costruire una sala
tutta parata di stoffa con baldacchino e lumiera, con una larga tavola nel
mezzo, ove sedevano varii commensali, ai quali veniva servita una lautissima
cena.
Era un improvvisare e un cantare
versi dappertutto, pur troppo, di Dante e del Tasso; quest'ultimo, però, era il
preferito, col solito canto d'Erminia senza contare i fanatici della Pia de'
Tolomei, e della morte del conte Ugolino. Insomma fra chitarre, tamburi,
tromboni, urli e schiamazzi, pareva che quel tratto d'Arno fosse il paese di
Cuccagna. Si vedeva la gente felice, che godeva, sicura dalle carrozze, ma non
da qualche cozzo di barca o da qualche remata, e che non aveva il fastidio
enorme del nauseante puzzo del sego delle padelle, che se lo godevan tutto
coloro che passeggiavano nel Lungarno. Ma più di essi lo gustavano fino alla
ripugnanza i granatieri, i quali, afflitti dall'alta uniforme, perché quel
giorno era gala, col morione di pelo da far venire una congestione, il fucile
di venti libbre, la giubba con una pistagna alta sei dita, che fu paragonata a
un mattone per coltello, la giberna e la baionetta a tracolla incrociate,
contavano anche i minuti per arrivar più presto alla fine di quella gazzarra
che gli altri si godevano, non restando a loro che a far come i topi degli
speziali; poiché i soldatoni avevano il dolce incarico di stare schierati lungo
le sponde, per impedire che la gente vi si affollasse e togliesse la visuale,
e, al tempo stesso, perché non accadessero disgrazie ai curiosi se si
affacciavano alle spallette col rischio di sentirsi avvampar la faccia dalle
fiaccole delle padelle.
Il Granduca e la Corte andavano a
vedere i fuochi al Casino de' Nobili presso Santa Trinita, in un palco
appositamente eretto fuori delle finestre terrene, occupando più della metà del
Lungarno e producendo uno strettoio tale, che la gente s'ammazzava per passare,
facendo sudar sangue a quei disgraziati granatieri, che stavano attorno al
palco a far da muraglia e da ornamento. Quando tornavano alla caserma, eran più
morti che vivi!
Al Ponte Santa Trinita c'era un segno
bianco per indicare che nessuna barca potesse oltrepassare quel limite durante
i fuochi, per goder l'effetto dei quali la folla dei contadini che non avevano
assistito alla corsa de' cocchi, si pigiavano fin dalle due dopo mezzogiorno
sul Ponte Santa Trinita e nel Lungarno, stando a cuocere a quel sole scottante,
capace di far morire tutti d'un accidente, fuorché, a quanto pareva, quei
villani. Il bello si era però che a cotesta povera gente, toccava, secondo il
solito, a scappare, allorché il Granduca si recava al Casino de' Nobili un
quarto prima delle nove; perché il drappello dei dragoni sgombrava di carriera
il ponte, affinché le carrozze potessero passare liberamente. Bisognava vedere
la confusione di quel momento; sentire gli urli delle donne, le grida di chi si
perdeva e non trovava più coloro coi quali erano insieme, per farsi un'idea di
ciò che dev' esser l'inferno nei giorni di maggiore affluenza!
E finalmente s'incendiavano i
fuochi, che destavan sempre le meraviglie dei fiorentini, e facevan rimanere a
bocca aperta la gente del contado, che dimenticava allora tutti i patimenti
sofferti, come accadeva ogni volta che venivano a Firenze. Pareva un destino!
I fuochi quando si bruciavano
sulla torre di Palazzo Vecchio, costavano cento scudi, più lire 14.3.4, che si
pagavano al pizzicagnolo Michele Parigi per 34 libbre di candele di sego
consegnate ai campanai della Torre per incendiarle. Ora che si facevano sul
Ponte alla Carraia importavano duemilacento lire: ma eran tutt'altra cosa, ed
erano stati accollati nei primi anni ai fuochisti Giuseppe Abramati di Assisi e
Giuseppe Montani di Città di Castello i quali erano obbligati a presentare il
prospetto fino dal marzo per essere esaminato ed approvato dai signori Priori,
e che si conservava «per il riscontro della esecuzione.»
Dev'essere stato curioso il
Gonfaloniere col prospetto in mano, a collaudare i fuochi!
Nel 1834, anno nel quale la nuova
Granduchessa avrebbe potuto godere di tale spettacolo fatto più grandioso
appunto in suo onore, ma che fu impedita dal puerperio, la spesa dei fuochi fu
portata a cinquecento francesconi; e la esecuzione fu affidata ai fuochisti
romani Matteo Papi, Giuseppe Da Rizzo e Giovan Battista Rondoni. E siccome
questi fuochisti s'accorsero d'avere incontrato «la pubblica soddisfazione,»
così pensarono di trarne profitto, umiliando a S. A. I. e R. una supplica per
implorare una sovvenzione di sovrana munificenza, adducendo certe cause che se
non avessero incontrata quella benedetta pubblica soddisfazione sarebbero loro
sfuggite!... E il Magistrato civico abboccò come un pesce, e dichiarò di
reputar meritevoli i fuochisti romani della sovrana beneficenza che si risolse
in una discreta somma pagata loro dalla I. e R. Depositeria. Il mondo è stato
sempre di chi lo ha saputo pigliare!
I fuochi terminavano verso le
dieci; ma la gazzarra e la baldoria in Arno durava fin dopo la mezzanotte;
cosicché molti si trovavano al giorno vero della festa, senza avvedersene
nemmeno. E quelli che erano a letto si svegliavano al rombo delle cannonate che
la mattina si tiravano dalla Fortezza da Basso in segno di grande solennità.
La mattina di San Giovanni alle
dieci, il Gonfaloniere e i Priori si riunivano in una delle stanze del Bigallo
per vestir l'abito di cerimonia, e recarsi alle dieci e mezzo nel tempio del
Santo patrono, per fare la consueta offerta della cera, e per essere «ammessi
al bacio della reliquia di detto Santo.» Quindi ritornavano al Bigallo, ed
unitisi alle altre Magistrature si portavano nella chiesa della Metropolitana per
attendere l'arrivo «degli amatissimi Sovrani.»
Alle undici il Granduca e la
Granduchessa uscivano dal Palazzo Pitti nella carrozza di gala, che aveva
sull'imperiale la corona dorata sorretta da due puttini pure dorati. Le parti
laterali erano tutte di cristallo; e la cassa e gli sportelli dipinte con
figure allegoriche del Settecento. Quella carrozza bellissima, che destava
l’ammirazione dei forestieri, i quali asserivano «non esservi l'eguale in
nessuna Corte d'Europa,» era tirata da sei superbi cavalli morelli, bardati con
finimenti di cuoio color bucchero e con ornamenti dorati. La cassetta ove stava
il cocchiere era così alta, che superava l'imperiale, ed era coperta da un
panno color giallo-crema, guarnito all'in giro da un gallone
d'oro a grillotti. Alla prima pariglia vi era un cavalcante con stivali
grossi di cuoio alla moschettiera e internamente tutti imbottiti per
preservarlo in caso di caduta del cavallo dalla frattura della gamba, come era
avvenuto altre volte.
La carrozza era preceduta da due
lacché a piedi con una mazza col pomo d'argento, ed indossavano una specie di
giustacuore con un gonnellino così carico di ricami e galloni d'argento, che
quasi non si vedeva la stoffa. Avevano i calzoni corti bianchi, le calze di seta
bianca, e scarpine verniciate con guarnizioni di frangia d'argento sulla
fiocca. Dopo di essi, venivan gli staffieri con livree di gala tutte gallonate
e quindi i due cacciatori con uniforme e calzoni verdi a guarnizioni d'oro;
lucerna con penne verdi, tracolla d'un gallone largo d'oro e al fianco il paloscio.
Dietro alla carrozza del
Granduca, ai lati della quale cavalcava il Guardasportello, e il Brigadiere
delle guardie nobili in gran tenuta, facevan seguito altre cinque carrozze a
sei cavalli, ove erano le Arciduchesse, i Maggiordomi, le Dame e i Ciambellani
di servizio.
Sulla porta del Duomo
l'Arcivescovo col clero era a ricevere i Sovrani, e dava loro la benedizione
accompagnandoli poi fino all'altar maggiore, ove prendevan posto sotto il trono
eretto a sinistra, con l'inginocchiatoio e le poltrone di velluto dorate.
Stavano di sentinella ai quattro lati le guardie nobili.
La messa era cantata
dall'Arcivescovo, e alla elevazione, le truppe che erano in parata sulla
piazza, facevano i tre spari di prammatica. Al comando del caricat'arm, dato
dagli ufficiali, i fucilieri eseguivano i ventiquattro movimenti regolamentari
con tal precisione, che eccitavano nel pubblico il più alto entusiasmo. Mille
bacchette d'acciaio lampeggiavano simultaneamente nello stesso tempo col
medesimo rumor secco; poi i fucili erano caricati nel perfetto insieme;
infine se nessuno faceva una stecca, nello stesso momento un getto di fuoco
usciva da tutte le armi, con un fracasso da stordire, con una nuvola di fumo
denso, che tramandava un forte puzzo di polvere, la quale solleticava
gradevolmente l'odorato dei bellicosi fiorentini. Dissipata la nuvola, si
vedevano i soldati con l'arme al piede. Per eseguire il caricat'arm in
ventiquattro movimenti, ci volevano tre minuti di tempo; e non eran molti....
ma ora si fa più presto!
Dopo la messa i Sovrani ed il
seguito andavano a San Giovanni a baciare la reliquia, e quindi tornavano a'
Pitti.
Nel 1842 cominciò l'uso di dare
in Palazzo Vecchio, nel Salone dei Cinquecento, un grandioso concerto a
benefìzio della nascente Società degli Asili infantili di Carità. Ed appunto
nel 1842 si eseguì per la prima volta lo Stabat Mater di Gioacchino
Rossini.
Nelle ore pomeridiane aveva luogo
il corso di gala dalla Piazza del Duomo per Via Cerretani, Via Rondinelli, Via
della Vigna Nuova, Borgognissanti, fin sul Prato, voltando dal Palazzo Corsini.
A quel corso prendevan parte
tutte le famiglie patrizie di Firenze con ricche livree e magnifici equipaggi,
fra i quali si notavano maggiormente quelli delle case Corsini, Torrigiani,
Strozzi, Poniatowski, Guicciardini, Pucci, Gerini.
Alle ventitré, il corso che
faceva soltanto tre giri, era terminato con grande consolazione della folla,
impaziente di giungere al momento della desideratissima corsa dei barberi.
Ed anche questa ha la sua storia,
che vale la pena di narrare, affinché delle feste fiorentine di San Giovanni
rimanga la narrazione completa ed esatta.
Le carriere dei palii, o bandiere
come anche si chiamavano, di cui ci parlano gli storici, altro non erano che
costumanze dei gentili, convertite in uso sacro dopo il cristianesimo. Matteo
Villani e Simon Della Tosa fanno menzione, forse per istruzione della gioventù,
di palii corsi da gente a piedi, e di bandiere guadagnate da barattieri e da
meretrici.
Presso i greci e i romani, furono
in grande onore le corse dei cavalli; continuarono questi giuochi per molti
secoli, fino alla caduta dell'Impero romano: e quando fu invasa l'Italia dai
longobardi, che rovesciarono ogni antica costumanza, ebbero fine anche le corse
dei cavalli «che tanto divertivano i popoli.» A queste si sostituirono le finte
pugne, che spesso riuscivano funeste e lacrimevoli, diventando spettacoli di
ferocia e di barbarie. «I popoli» poi se ne stancarono e ritornarono alle
antiche corse dei cavalli. Sebbene non possa stabilirsi l'epoca precisa, è un
fatto che nel secolo decimoterzo queste corse si trovano menzionate da molti
storici; e lo stesso Villani, nato appunto in quel secolo, dice che al suo
tempo eran già antiche.
I palii più celebri che si
correvano in Firenze, eran quelli di San Giovanni, di San Pietro e di San
Vittorio.
Il palio famoso di San Giovanni,
che in antico fu di velluto vermiglio, e poi di drappo di seta, venne istituito
dai fiorentini quando presero quel Santo per patrono della città. La carriera
dei cavalli si faceva dalla Porta al Prato alla Porta alla Croce.
Il palio di San Pietro era di
velluto rosso, e si corse in memoria della vittoria riportata dai fiorentini
contro Niccolò Piccinino sotto Anghiari, nel 29 giugno 1440, essendo commissari
dei fiorentini Neri di Gino Capponi e Bernardo d'Antonio de' Medici. Tutte le
insegne del Duca di Milano e molti prigioni «da conto» vennero portati in
Firenze: e la Signoria, in contrassegno di onore, donò ai due commissari una
bandiera quadra per uno, «da cavallo e da uomo.» I fiorentini ebbero poi dal
papa, in seguito di questa vittoria, sborsandogli però ventimila ducati, perché
a ufo non canta nemmeno un cieco, la terra di Borgo San Sepolcro, ed andò a
prenderne possesso per la Repubblica il commissario Giovanni Vespucci. In
memoria di questo fatto, fu stabilito per legge che la mattina di San Pietro di
ogni anno, in perpetuo, la Signoria di Firenze «con i suoi collegi» andasse ad
offerta alla chiesa di detto santo, con venti poveri vestiti di bianco e di
nuovo, con un torcetto in mano: «e il vestito fussi loro dato per amore
d'Iddio.»
Il palio di San Vittorio si
correva il 29 luglio per ricordare la vittoria dai fiorentini riportata sui
pisani sotto Cascina, l'anno 1364: «e fu sì strepitosa,» che i prigionieri
pisani vennero condotti a Firenze sopra 44 carri. Anche questo palio era di
velluto rosso foderato di raso; la carriera aveva luogo dal ponte sul Mugnone
fuori di Porta al Prato, prendendo di Borgognissanti, Parione e Condotta, fino
a Sant'Apollinare in Piazza di San Firenze.
Questi tre erano i palii più
importanti e più serii, ai quali prendevan parte i migliori «cavalli barberi»
di tutta l'Italia. Alcuni principi di Casa Medici furon così innamorati di
questo genere di divertimento, che facevano venire di Barberia i corridori più
famosi. Fra gli altri della famiglia, uno dei più appassionati fu il gran
principe Ferdinando figlio di Cosimo III, il quale, avendo avuto in dono dal
Bey di Tunisi dei superbi barberi, ne stabilì la razza alla villa del Poggio a
Caiano.
Gli altri palii che si eseguivano
in Firenze, sebbene di minore importanza, non per questo divertivano meno il
popolo minuto, che si sbizzarriva anzi a sfogare la sua bestialità, bastonando
senza misericordia quei disgraziati cavalli mentre passavano, e buttando loro
cappelli, bastoni e perfino cani, perché si attaccassero ai garretti e
spaventarli di più.
Una di tali corse, era quella che
si faceva per San Lorenzo, dalla Porta a San Gallo al Canto alla Paglia,
dall'arco dell'Arcivescovado, dov'era la ripresa. Si chiamava il palio de'
ciuchi, tant'erano arrembati i cavalli che vi prendevan parte, e che in quel
giorno riscuotevano più bastonate che in tutto il resto dell'anno. Accadeva spesso
che alla Base, dove la strada fa conca, molti andassero in terra e non
arrivassero alla ripresa che a comodo. Onde nacque il dettato
Se il mio cavallo alla base non
casca,
Trentacinque testoni io mett'in
tasca.
Questo palio vogliono alcuni che
si istituisse il dì 26 luglio del 1347, in memoria della cacciata del Duca
d'Atene, e che poi ad istanza di Lorenzo il Magnifico si portasse al giorno di
San Lorenzo, offrendosi la famiglia Medici di pagare il palio, che poi venne
convertito nel premio di trentacinque testoni, da pagarsi dalla Parte Guelfa.
Un altro antichissimo palio, se
non il più antico, era quello di Santa Reparata, che ricorre il dì 8 di
ottobre, in memoria della disfatta di Radagasio. Esso era di otto braccia «di
uno cardinalesco di lieve costo,» e si correva dalla fonte di San Gaggio fuori
della Porta a San Piero Gattolino (Romana) e per via diretta fìno alla
Porta del Vescovado.
Il palio di San Barnaba aveva
luogo il dì 11 giugno, in ricordanza della battaglia di Campaldino, ed al
vincitore si dava una bandiera di panno scarlatto. Il corso era dal ponte a
Mugnone fuori di Porta al Prato, diretto per Borgognissanti, Parione, Porta
Rossa fino a Sant'Apollinare, dove stava attaccato il palio.
Nella domenica che seguiva il dì
11 giugno se ne correva un altro parecchio curioso: quello cioè di Santo
Noferi - Sant' Onofrio - protettore dei tintori. Questo palio era fatto a
cura dell'arte dei tintori di lana o del guado, e si correva dal Canto agli
Alberti fino alla Zecca. La prima notizia della festa di Santo Noferi si ha nel
1331 nel qual anno «gli artefici di Firenze, cioè quelli della compagnia di
Santo Noferi, vestirono 520 uomini tutti di bianco i quali feciono per la città
gran festa.» Si trova pure che in quel giorno i tintori, per l’antica
consuetudine, prima del palio mettevano in Piazza della Signoria il Saracino e
vi correvano lancia. Per farsi un'idea di quel palio, basta sapere che i
cavalli che vi prendevano parte, erano quelli stessi che servivano ai tintori
per portare al tiratoio le pezze delle stoffe sulle quali poi ci montava sopra
il ragazzo che conduceva il cavallo e lo guidava di lassù stando in piedi,
spingendolo a corsa: i quali ragazzi, eran chiamati per vezzo cavallini, e
montavano i cavalli il giorno di Santo Noferi.
Un altro, «di teletta d'oro», se
ne correva il 2 agosto, per celebrare la vittoria di Marliano nel 1554,
ottenuta dall'esercito del duca Cosimo, guidato dal marchese di Marignano,
contro i senesi. Il palio si fece per l'ultima volta nel 1739, e vi presero parte
cinque cavalli.
Il palio de' navicelli, che si
faceva, in Arno per il giorno di Sant' Iacopo, datava dal 1250, e fu istituito
in onore del titolare della chiesa oltr'Arno, essendo sostenuta la spesa dal
priore di quel convento. La partenza si faceva dalla parte della chiesa, e la
corsa era fino alla pescaia di Santa Rosa.
L'ultimo palio era quello di San
Dionisio e San Donnino, il 9 di ottobre, in memoria della vittoria riportata
dai fiorentini contro i pisani nel 1405, che si corse invece di quello di Santa
Reparata.
Tutti questi palii poi, parte
sotto la Repubblica, parte sotto il Principato, caddero in disuso e non
rimasero fino alla metà del secolo presente, che quelli di San Giovanni, di San
Pietro, di San Vittorio e di San Lorenzo.
Negli ultimi anni del secolo
scorso, se non si usavan più da molto tempo gli altri palii a spese del
pubblico, se ne permettevano alcuni fatti ad iniziativa privata, purché
preventivamente depositassero settanta lire, somma generalmente
stabilita per il premio del cavallo vincitore oltre a trentatré lire per la
truppa, occorrente a mantenere il buon ordine. E siccome il Camarlingo della
Comunità, per gli ordini del Magistrato civico, non dava il permesso del palio
se prima non erano state versate le somme richieste, così anche i soldati,
imitando l'esempio del Comune verso gli altri, tre giorni innanzi si facevan
dare da lui le trentatré lire!...
I permessi per correre questi
palii privati eran sempre concessi in ordine all'editto del 27 aprile 1782; e
divennero usuali fino al 1799, quand'ebbe luogo l'occupazione francese, che
sconvolse tutti i vecchi sistemi.
Da un ricordo manoscritto del
1789 si rileva che in quell'anno corsero diversi di quei palii detti
straordinarii, e furono i seguenti, che poi ricominciarono dopo il 1814.
Il 6 luglio, in onore di San
Romolo, il palio detto della Dogana, che si faceva con quattro carrette e si
partiva dalla cantonata di Via Calzaioli arrivando fino in Piazza San Marco.
Il 12 luglio si corse il
palio di San Giovan Gualberto, concesso ad istanza dei Ministri del Casino
dell'Istituto dei Nobili, e per essi a Vincenzo Pratesi, loro custode. La
corsa, come negli anni precedenti, ebbe luogo dal Ponte Santa Trinita e per Via
Tornabuoni, Piazza del Duomo, fino alla Loggia de'Lanzi.
Il 19 luglio ad istanza di
Gaetano Campani, fu eseguito un palio dalla Zecca Vecchia alla Loggia de'
Lanzi, vincendo il premio di dieci scudi il cavallo di Giuseppe Daddi.
Il 3 agosto il comm. Francesco
Alamanno de' Pazzi ottenne di eseguire una corsa di cavalli sciolti dal Palazzo
Pretorio fino al fondo di Via Ghibellina; ed il 9 agosto un'altra corsa dal
Canto agli Alberti, girando la Piazza di Santa Croce, con la ripresa in Via
Fiesolana; i due premi di 10 scudi li vinse il cavallo di Giuseppe Cappugi.
Un certo Silvestro Gherardini
ottenne alla sua volta il permesso di fare una corsa «di cavallacci» movendo
dal Canto agli Alberti, girando la Piazza di Santa Croce, con la ripresa in Via
delle Casine. Un premio di dieci scudi e un altro di cinque, furon
respettivamente vinti dal cavallo di Niccolò Casini e da quello di Sebastiano
Pananti.
Il 25 agosto ad istanza di
Giuseppe Pagliai fu corso un altro palio dalla Zecca Vecchia alla Loggia del
Grano; ed il 30 dello stesso mese Giuseppe Guerrazzi ottenne di poterne fare
uno «dalle monache di Santa Verdiana a San Procolo in Via dei Giraldi» nel
quale vinse il cavallo di Niccolò Casini.
Nel 13 e nel 20 settembre,
Giuseppe Marucelli ebbe il permesso di fare due corso di «cavallacci,» la prima
dalla Porta San Gallo a tutto Borgo San Lorenzo, e la seconda da Via dell'Acqua
a Sant'Ambrogio. Il cavallo di Giuseppe Daddi vinse la prima corsa e quello
dello stesso Marucelli la seconda.
Dopo l'occupazione francese ed i
successivi cambiamenti di governo fino al ritorno di Ferdinando III, di tutti
questi palii non si parlò più; soltanto rare volte si fece quello di San
Giovanni.
Ma l'usanza delle feste eseguite
da privati, fu ripristinata all'epoca del regno d'Etruria, e una fu quella
della «cocchiata» in Via del Cocomero - oggi Via Ricasoli - nel dì 15 agosto.
Ne chiedeva l'autorizzazione l'impresario del teatro del Cocomero, al quale
veniva concesso di costruire un palco davanti alla porta del teatro: e nel
giorno successivo, ebbe luogo la consueta corsa di cavalli sciolti, facendo dar
le mosse dalla Piazza di San Marco fino alla Piazza del Duomo, e seguitando da
Santa Maria Maggiore fino al Canto del Mondragone, che era il punto della
ripresa.
Parliamo ora della corsa dei
barberi come si faceva negli ultimi tempi.
Prima di tutto, per San Giovanni
e per gli altri palii di San Pietro e di San Vittorio, i priori eleggevano un
nobile «col carattere di giudice alle mosse;» e un altro nobile «col
carattere di mossiere, per soprintendere al buon ordine della scappata
ai termini della tratta.»
Quindi si faceva affiggere la
solita notificazione, perché «a scanso d'ogni disordine che potesse nascere
dalla effrenata licenza che abusivamente si arrogavano i palchisti ed altre
persone poco esperte di erigere dei palchi senza la debita stabilità,» questi
non potessero essere costruiti senza la preventiva visita dei provveditori di
strade; e nessuno «si facesse lecito di erigere palchi con capre e amovibili
panche.» Inoltre «per mezzo dei fogli pubblici» si invitavano i proprietari a
dare in nota per il palio «i cavalli buoni, esclusi i cosiddetti cavallacci.»
A cura del Comune si stampavan
novecento copie della lista dei barberi, spendendo ogni anno centottanta lire
«per carta, stampa e doratura» da pagarsi al litografo Teofilo Salucci, il
quale doveva pensare ad accomodare o rinnovare il vecchio disegno in pietra
degli ornati.
Otto giorni innanzi, i
barbereschi portavano i barberi per lo stradale del palio per insegnarglielo; e
per San Giovanni, terminato appena il corso delle carrozze, prima del palio
partiva dalla Porta al Prato il carro di San Giovanni, che andava alla Porta
alla Croce percorrendo tutto lo stradale.
Le ciane e le tessitore di Via
Gora, di sul Prato, di Palazzuolo e di quei pressi, facevano un baccano enorme,
dinanzi alla porta dello stanzone di dove doveva uscire il Brindellone; e
quelle delle finestre facevano a gara, spenzolandosi, per arrivare a toccare il
santo, che si dondolava in cima all'antenna.
Intanto dalla Porta alla Croce
partivano i barberi portati a mano, con le perette tirate su e col numero
grande fatto col bianco sui fianchi, per venire alla scappata sul Prato,
condotti ciascuno da due barbereschi. Uno dei più famosi fra questi, era un tal
Ceccherini, un pezzo d'omone che li teneva più forte degli altri, ed era
rinomato per la malizia che aveva, strada facendo, di bagnar le narici al
cavallo, con una spugna inzuppata nello spirito.
Generalmente correvano dieci e
anche dodici cavalli; e quand'erano arrivati tutti alla Porta al Prato dove gli
tiravano il canapo, allora si rizzavano come demonii. I barbereschi, che stavan
lì in fila tra quei cavalli che sculettavano, sbuffavano non tenendo ferma un
momento la coda, legata e fasciata con un nastrino rosso, si trovavan sempre
con la morte alla gola; poiché spesso taluno di loro cascavano tra le zampe
delle bestie indiavolate, e mezzi morti li portavan di corsa a San Giovanni di
Dio.
Poco prima del segnale della
scappata, una cosa di malaugurio, tristissima, che faceva subentrare la
mestizia alla bramosia del divertimento, era quella dei cataletti della
Misericordia che andavano alla Porta alla Croce alla ripresa: dove altri
barbereschi, forse più in pericolo di quelli della scappata, aspettavano
i cavalli per fermarli.
Appena si erano mossi i barberi
per andare alla Porta al Prato, dieci dragoni in fila per tutta la larghezza di
Borgo la Croce, sgombravano di trotto la strada per evitare disgrazie.
La gente allora si rimpiattava
negli usci spaventata, ma riusciva fuori appena passati i dragoni; i quali,
arrivati che erano da Sant'Ambrogio ne mandavano due indietro di galoppo, a far
largo di nuovo.
Appena giungeva la Corte al
cosiddetto Terrazzino, presso la Porticciuola del Prato, ricevuta da tutte le
cariche e dal Corpo diplomatico, invitato alla festa, il Maggiordomo dava al
Granduca la nota dei barberi che prendevan parte al palio.
Il palco dei giudici del Comune
era difaccia, per giudicare se le mosse eran buone, poiché spesso bisognava
rifarsi due o tre volte per i litigi che accadevano tra i barbereschi, i quali
si accusavano a vicenda di aver lasciato scappare prima il proprio cavallo.
Il momento solenne era al primo
squillo di tromba. Il popolo era in preda ad un'ansia e ad una trepidazione
evidentissima. Si aspettava il terzo squillo trattenendo perfino il respiro.
Finalmente, all'ultimo suono di tromba, i barbereschi buttavan giù in un attimo
le perette al proprio barbero, si dava lo scatto al canapo, e i cavalli
fuggivano come il vento. Era un baleno, una visione e nulla più; molti non
distinguevano nemmeno il numero del primo cavallo.
Intanto, appena alla Porta alla
Croce si vedeva il razzo della scappata, quei dieci disgraziati dragoni
ricominciavano a sbrattare Borgo la Croce; e quando dal Canto alle Rondini si
vedevano scaturire i primi cavalli era un momento di emozione tremenda. Ma più
specialmente per quelli che erano alle finestre in Borgo la Croce vicino alla
Porta - che era chiusa e ai due sbocchi delle mura ove eran tirati dei tendoni
per chiuderli, dietro ai quali stavano i cataletti della Misericordia - poiché
vedendo i barberi venire a carriera come le fucilate e quei poveri barbereschi
che andavan loro dinanzi, sventolando dei panni bianchi per farli fermare,
pareva che da un momento all'altro dovessero andare in terra e far tutt'una cuffìa!
Spesso accadevano delle
disgrazie, e allora quei cataletti, pur troppo non tornavano indietro a vuoto,
poiché portavano allo Spedale due e anche tre infelici, che per campare
mettevano a repentaglio la vita in quel modo.
Passati ch'erano i barberi, la gente
invadeva tutta la strada e quella ch'era prossima al terrazzino del Granduca,
gli si accalcava attorno, poiché egli era il primo di tutti a sapere quale
fosse il cavallo vincitore: dalla cupola del Duomo si facevano dei razzi
convenzionali, che vedeva riflessi in uno specchio posto sotto il padiglione.
Allora il Sovrano faceva un segno al numero del cavallo che aveva vinto, e
buttava la nota alla folla, che stava fitta, pigiata, fino a farsi schiacciare,
con le mani per aria come tante anime del Purgatorio per arrivare a prendere il
foglio, che il più delle volte, leticandoselo, andava in pezzi; e quando
qualcuno aveva la forza di uscir da quella calca, sempre col braccio per aria,
e arrivava a salvarlo, lo teneva come una memoria.... non foss'altro della
sudata fatta.
Nell'atto che il Granduca buttava
quel foglio, si degnava anche di bandire con la sua armoniosa voce il nome del
vincitore. E quasi sempre diceva: «Giovanni Pitti Spini;» poiché nessun cavallo
veniva ammesso al palio se non era presentato da un nobile, e spesso
sceglievano il cavalier Pitti Spini, che si prestava gentilmente.
Fra i più fortunati proprietari
di barberi che per San Giovanni correvano il palio, verso il 1835 fu un certo
Fazio milanese, il quale aveva una bravissima cavalla, chiamata Enrichetta, famosa
corridora, che in Firenze divenne proverbiale. Era una cavallina baia, snella,
e fine come un'acciuga. Un anno, disgraziatamente, mise uno zoccolo nella
feritoia d'una fogna; e troncatasi il garretto, cadde in terra come fulminata,
mentre alcuni degli altri barberi che le eran dietro, come se lo facessero per
vendetta, le passaron di sopra. La povera bestia fu portata subito alla
Sardigna e fu ammazzata; ma Leopoldo II, per dimostrare il dispiacere
dell'accaduto, regalò a Fazio un cavallo delle sue scuderie.
Quando il Granduca aveva bandito
il cavallo vincitore, la bandiera che si teneva fino a quel momento fuori del terrazzino
si consegnava ad un uomo vestito da comparsa, che a cavallo la portava alla
casa del vincitore, il quale la teneva esposta per otto giorni e poi la
restituiva, poiché invece di quella, che rappresentava l'antico palio, il
Comune pagava la somma di 300 scudi, valore del palio che anticamente si dava
in premio.
C'era l'uso piuttosto barbaro che
il vincitore buttava dalla finestra alcune manciate di crazie e di soldi; per
conseguenza è facile immaginarsi che cosa era di orribile e di bestiale, la
gente che si calpestava, si picchiava e si buttava in terra, formando dei
gruppi stranissimi, per prender parte alla ruffa di quelle monete.
Dopo il palio, per tutto lo
stradale cominciava il supplizio del polverone mosso dagli spazzini che
ammontavan la rena, stata sparsa per la corsa, e ci si sentiva affogare.
Verso le ventiquattro cominciavano
i soldati dalla Porta alla Croce e dalla Porta al Prato a venirsi incontro raccattando
via via gli «uomini» alle cantonate, per riunirsi tutti in Piazza delle
Cipolle.
I dragoni suonavan la tromba, e
quand'eran tutti tornavano alla caserma nel Corso dei Tintori.
A'Pitti per riconoscer bene la
festa, c'era il pranzo di gala; e la sera spettacolo, non meno di gala, alla
Pergola con intervento della Corte, che aveva l'incomodo onore di dovere essere
per tutto!...
E così finivano le feste e il
giorno dedicato al patrono di Firenze.
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