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Le due fiere principali -
Tessitore pistoiesi - Compre e vendite - Risparmio - Com'era filato
il lino - Una passeggiata alla fiera - La fiera degli uccelli - La fiera delle
giuggiole - La fiera de' marroni per San Simone - Ballotte e vin nuovo -
Continua la fiera di San Simone - La fiera de' trabiccoli di là d'Arno - Le
monache di San Pier Maggiore e la «Madonna gravida» - La festa della Natività
di Maria - Una notte ne' chiostri dell'Annunziata - In chiesa e fuori - Fischi
a tutto spiano - Le rificolone - Cronaca più moderna - Un delitto di
sangue - LI è più bella la mia.... - Il Ceppo in antico - La messa di
notte - La mattina di Natale - Un tiro a sei e la compagnia delle Corazze
- I Buonomini al Bargello - La comunione dei cavalieri di Santo Stefano -
Una serie di sacrilegii – «Un aghetto per un galletto» - Venditori di capponi e
ragazzi screanzati - La mostra delle botteghe - La stiacciat' unta - A tavola!
- Il giuoco dell'Oca.
Un'altra particolarità fiorentina
erano le fiere che si facevano in varie epoche dell'anno, in località diverse e
di vario genere.
Le prime eran quelle di
quaresima, delle quali si è parlato a suo tempo; le altre cominciavano con
quella dell'Annunziazione, il 25 di marzo, che era uguale a quella del dì 8 di
settembre, detta della Natività. Ambedue avevan luogo in Via de' Servi e in
Piazza della Santissima Annunziata, e principiavano otto giorni innanzi la
festa.
In queste due fiere si
smerciavano più particolarmente i pannilini, portati dalle tessitore dei
pressi di Pistoia, che ne avevano quasi la specialità. Codeste donne grasse e
fresche, tutte di una certa età, con la pelle ancora in tirare, rosse come
melerose, che parevano tante fattoresse, disponevano i rotoli del panno sotto
le Logge degli Innocenti e sulle gradinate. Era un vero divertimento il vedere
la quantità della gente, che aveva aspettato quei giorni per fare acquisti,
invadere la piazza e far quasi alle spinte per arrivar le prime, come se di
quella roba non ce ne fosse per tutti! Ma ci sono alcuni a cui par che manchi
sempre il terreno sotto i piedi, e che non hanno bene finché non hanno portato
a casa ciò che si son prefissi di comprare ed a cui avranno pensato anco la
notte.
Curioso spettacolo era quello
delle donne con le pezzuole gialle a fiorami al collo, e le pettinature alte,
con una cipolla vera fra' capelli sulla nuca per far la crocchia più grossa,
srotolare il panno per misurarlo via via agli avventori, i quali dicevano loro,
perché non rubassero dalla misura: «Non vi tagliate le dita!» oppure: «Vi siete
confessata, maestra?» Col panno, facevano poi lenzuoli, tovaglie, asciugamani,
salviette e fasce da bambini. Né meno curiosi erano i battibecchi sul prezzo, e
l'aria compunta che prendevano, di donne sacrificate, quelle machione che la
sapevan più lunga del diavolo. Nessuno però andava via scontento; perché esse
avevano una maniera da incantare. Una certa Coppini di Pistoia, soprannominata
la Trogola, per furberia rivendeva tutte l'altre; essa la sapeva far
cosi bene, che non era possibile andar via da lei senza comprare.
L'idea di risparmiare più che
alle botteghe, comprando alla fiera, - idea, che, del resto, le massaie l'hanno
tuttora - faceva fare ottimi affari a quelle donne, che dopo otto giorni se ne
tornavano a casa piene di quattrini, dopo avere smaltito quasi tutta la
mercanzia.
Coloro che credevano d'aver fatto
una bella chiappa - come si usava dire allora - e d'aver comprato
tessuti soltanto di lino o di canapa, si trovavano spesso delusi; ma non
facevan come l'asino, che quando c'è cascato una volta, la seconda non ci
ricade; ci tornavano invece con più fiducia di prima.
Il requisito principale e per il
quale venivan ricercati i tessuti delle fiere in Piazza della Santissima
Annunziata, era quello - di cui tutti eran tanto gelosi - che il lino era
filato a rocca e bagnato con la saliva. Dio guardi se una che filava, fosse
stata vista inzuppar le dita nell'acqua invece di sputarci sopra!... la
poveretta, poteva far conto di filare... al deserto, perché era cosi
screditata, che nessuno le dava più commissioni.
Sotto l'altra Loggia, in faccia a
quella degli Innocenti, si teneva la fiera delle terraglie, degli utensili da
cucina, dei balocchi per i ragazzi; primi fra tutti i cavallini di coccio col
fischio... all'ombra della coda!
Per la Via de' Servi c'erano i
baroccini con gli spurghi delle botteghe: nastri di seta, vestiti di lana e di
cotone, e ogni genere di manifatture.
Attorno al Duomo, dal lato di
tramontana, i rivenditori esponevano mobilia di tutte le specie: armadi con la
tinta a monti sopra; cassettoni col piano di legno che si rammentavano dei
tempi del re Pipino; tavole, canapé e seggiole, che andavan via da sé;
treppiedi, gratelle, fornelli, carrucole, chiavistelli, toppe, chiavi, un
ciarpame d'ogni cosa. Eppure vendevano anche quella roba! I mobili specialmente
andavan via a ruba, perché non pareva vero a chi doveva metter su casa,
d'ammobiliarla con poco, e di non esser subito.... soli! Così sentivan meno il
distacco della famiglia!..
Un'altra fiera caratteristica era
quella degli uccelli, che si teneva fuor di Porta Romana, la vigilia di San
Michele; fiera che si fa ancora, ma che non ha più l'importanza né desta la
curiosità di quelle di settanta o ottant'anni fa.
Tutti i cacciatori aspettavano
cotesto giorno per provvedersi dell'occorrente per la caccia: come pania,
gabbie, pispole e reti. Ma l'oggetto principale erano i richiami: fringuelli
ciechi, pettirossi, pèppole, tordi, e tutti gli altri uccelli che dovevan
mettere in mezzo i loro compagni, perché male comune, è mezzo gaudio.
Quegli uccelli da richiamo, molte
volte salivano a un prezzo esagerato. Con quei quattrini, c'era da comprare un
puledro! Ma i fanatici che avevan dei paretai rinomati, non badavano a spesa; e
si lasciavano accalappiare da certi furboni, che facevan loro pagare perfino
dugento e trecento lire un fringuello o un tordo bene ammaestrato. Paion cose
incredibili, ma son proprio vere: e c'è ancora qualche vecchio, raro s'intende,
che potrebbe farne fede e citare ad esempio il famoso conte Galli, al quale
appiccicavan certi tordi, che dovevan parer tenori e che non aprivan mai il
becco. L'avranno messo in mezzo; ma in compenso glieli facevan pagare tanto
cari!
Il viale del Poggio Imperiale,
quella mattina, era un incanto; specialmente se faceva bel tempo. Da tutte le
gabbie attaccate ai rami delle querci e dei cipressi, usciva un cinguettìo, un
fischiare, un trillìo continuo, d'un effetto stupendo. Pareva d'essere in un
bosco incantato, invece che a una fiera.
Ma tutto il chiassoso pigolìo
andava a mano a mano scemando, fino a cessare completamente verso le dieci, ora
nella quale la fiera era bell'e finita, e tutti i cacciatori venivan via
invadendo le strade di Firenze, con le gabbie infilate nelle mazze che portavan
sulla spalla, e coi fagotti delle reti, le pentole della pania ed un'infinità
d'utensili. Molti di costoro avevano da far parecchie miglia a piedi, perché
allora non c'erano le comodità che ci sono oggi, e bisognava far la strada
gamba gamba; soltanto i possidenti venivano col cadesse ed un contadino per
portar le gabbie e gli altri acquisti fatti.
Per San Michele, il 29 di
settembre, aveva luogo la gran fiera delle giuggiole, fuori di Porta alla
Croce. A Sant'Ambrogio, dopo le funzioni, quel giorno, dal tetto della
compagnia, tra Via di Mezzo e Via de' Pilastri, alcuni fratelli che vi salivan
su, brucavano le giuggiole da un grosso ramo di giuggiolo che vi facevan
portare e le buttavan giù a manciate. Non è da credersi la ruffa che si faceva.
Era un divertimento bellissimo, e vi assisteva molta gente dal cimitero della
chiesa, sbellicandosi dalle risa.
Non meno caratteristica delle
altre, era la fiera dei marroni che nel giorno di San Simone, il 28 d'ottobre,
si faceva al «Canto agli Aranci» fra Via Ghibellina, Via del Fosso e Via del
Diluvio, presso le Stinche. I sacchi dei marroni erano ammassati a gruppi e si
vendevano a staia ai buzzurri e a coloro che poi li rivendevano al minuto in
Via del Palagio, dove la fiera si estendeva, ed era uno strepito continuato di
quei venditori coi baroccini pieni di marroni, tutti messi a cupola, e nel
mezzo ed in cima, i quartucci e le mezzette - la misura d'allora - già colme,
per il primo compratore che via via capitava. Tutti li compravano, perché
quella sera le ballotte o le bruciate e il vin nuovo eran di rito
in tutte le case. Si riunivan le famiglie apposta, come si faceva per pasqua o
per carnevale.
Ed anche per San Simone, al
solito, i rivenditori, o rigattieri, facevan la mostra della mobilia e degli
utensili per casa. La Piazza di Santa Croce era piena di letti di legno e di
ferro con le sue brave materasse sopra, ma coi tralicci con certe gore, che rivelavano
l'infanzia che ci aveva dormito. E forse qualcuno ci sarà anche morto, e di
che! V'erano madie, cassettoni, tavole e armadi, perché in questa circostanza
venivano altresì dalla campagna molti di quelli che dovevano essere sposi a
carnevale, a comprar la mobilia usata.
Nell'altra metà della piazza
c'era la distesa degli attrazzi da cucina d'ogni genere, e di oggetti d'ogni
uso. Eppure molta gente comprava quelle terraglie, tutta robaccia vecchia,
adoprata chi sa da chi, utensili gelosissimi usati Dio sa in quali circostanze.
E cotesti belli acquisti se li mettevano in casa, come se ci avessero portato
un tesoro, perché, in occasione di malattia, certi oggetti fanno tanto comodo,
e a comprarli nuovi ci voleva un occhio! Con una risciacquata, secondo loro,
tutto tornava nuovo. Perciò non c'era da sgomentarsi a metter su casa; c'era di
tutto, su quella piazza. Perfino le lucernine d'ottone, tegami di rame,
padelle, spiedi, insomma chi cercava trovava.... anche più del dovere!
Lo strascico della fiera di San
Simone durava tre giorni, finché quella roba non era data via tutta o quasi
tutta, perché molti aspettavano a comprare all'ultimo, per spendere forse meno
e goder di più.
La fiera di San Martino, che si
faceva l'11 novembre sul Ponte Santa Trinita e in Via Maggio, aveva anch'essa
la sua nota caratteristica. La specialità di tal fiera erano i trabiccoli, e
gli altri scaldaletti chiamati preti; zane, cestini da bambini, paniere
da biancheria, e panieri d'ogni genere. Ed era curiosa la processione delle
donne da casa e delle massaie, che tornavan coi trabiccoli o i preti; e
le paniere, le zane e i cestini che si facevan portare dai ragazzi, i quali,
per fare il buffone, se le mettevano addosso nascondendocisi dentro, baciando e
correndo come se quelle zane camminassero da sé.
Il dì 8 settembre, giorno
dedicato alla Natività della Madonna, si solennizzavano in molte chiese a
Firenze grandi feste in memoria della liberazione di Vienna dall'assedio dei
Turchi, avvenuto appunto in quel giorno del 1683.
A San Pier Maggiore, anche prima
di quell'epoca, si faceva festa solenne; e le monache ivi stabilite,
addobbavano la chiesa con grande ricchezza, esponendo all'adorazione dei fedeli
il quadro di «Maria Vergine gravida!»
Per dir la verità, quelle
monachine tanto spregiudicate avrebbero forse fatto meglio a non toccare un
tasto così delicato, facendo invece la festa a qualche altra Madonna che si
adattasse più alla chiesa d'un convento di monache!
Ma, riflettendoci bene, non c'era
da far le meraviglie, perché la badessa di quel monastero avendo il privilegio
di sposare virtualmente per antica usanza l'arcivescovo di Firenze prima che
questi prendesse possesso della diocesi, si poteva menar buono anche la
«Madonna gravida.»
La festa della Natività di Maria
si celebrava molto pomposamente nella chiesa della Santissima Annunziata,
essendo fervida fin dai remoti tempi, la devozione dei fiorentini per
l'immagine che in essa si venera. Si può dire anzi, che la festa incominciasse
dalla vigilia, poiché i montanari della Toscana eran usi di venire in tal
giorno a Firenze a vendere i filati e i funghi secchi. Il loro scopo apparente
era di fare una specie di pellegrinaggio alla Santissima Annunziata, ma quello
vero e reale era di vendere la mercanzia che portavano.
In cotesta occasione Firenze era,
si può dire, addirittura invasa da torme di montanari e dì montanare zotiche e
dure, che colle gonnelle corte, coi fianchi larghi e con certe vite, Dio
l'abbia in gloria, larghe e tonde più d'un metro, camminavano pian piano per la
città, col naso per aria, smelensite, rintontite dal frastuono, dalla vista di
quei palazzoni tutti di pietra, che parevan cave, dalle torri, dalle chiese e
più che altro dal lusso delle dame e dalle carrozze dorate. Tutta quella folla
era oggetto di curiosità e di riso per la stranezza delle fogge e per la
ruvidità dei panni che vestivano.
Ma il maggior divertimento
cominciava la sera.
1 contadini e le montagnole
passavano la nottata nella chiesa, nei chiostri dell'Annunziata e fuori sotto i
loggiati, perché non trovavano altro posto dove rifugiarsi.
Naturalmente mangiavano e... non
si ardisce di pensare ad altro; soltanto la mattina non c'era bisogno
d'annaffiare né la chiesa né i chiostri! La scusa della religione copriva ogni
bisogno.
E meno male per quelli che erano
in chiesa; lì non osavano i giovani allegri d'andare a far gazzarra; il peggio
era per i rifugiati nei chiostri e sotto il loggiato.
Tanto quelli in chiesa, che
quelli fuori, finché non veniva loro sonno, cantavano inni alla Madonna ed
altre preci; ma per le voci discordanti, per le cadenze e le cantilene noiose
di tanta gente, invece di un atto di devozione pareva una cosa burlesca, fatta
per chiasso. Per conseguenza, i fiorentini, la sera del 7 settembre si recavano
in folla all'Annunziata a godere dello spettacolo, e farvi le più matte ed
allegre risate.
Molti giovani si mescolavano fra
i contadini urlando anch'essi e ripetendo ad alta voce gli spropositi che
quelli dicevano. E di lì epigrammi e facezie senza ritegno, e un baccano come
di carnevale.
Per martorizzare maggiormente
que' disgraziati, i giovani più insolenti portavano certi fischi di coccio che
mandavano un sibilo così acuto da far assordire; e come se quei montagnoli
fossero stati tante statue, gli fischiavano a tutto spiano negli orecchi, senza
pietà né misericordia. E dire che anche loro ci ridevano!..
La scena però non mancava di un
effetto singolarmente fantastico e pittoresco. Siccome tutto quel diavoleto si
faceva di notte, in quella circostanza s'inventarono le fierucolone - da
fiera - e che poi il popolo disse rificolone.
Specialmente in Piazza
dell'Annunziata ed in Via de' Servi ve n'erano delle migliaia; e formarono una
vista bellissima, perché anche dalle finestre delle case, nelle prime ore della
sera fino a notte inoltrata, si tenevano fuori le rificolone.
Non erano tutte della foggia di
quelle che si usano oggi; molte, anzi le più, eran grandi fantocci di carta,
rappresentanti le caricature delle montanine, col lume sotto la sottana; e ogni
volta che passava un branco di giovanotti, coi fischi, colle rificolone di
queste contadine e con centinaia di quelle a lampanino, era una baldoria e un
fracasso da far la testa come un cestone.
E con le rificolone invadevano
anche i chiostri della chiesa, urtando senza riguardo. uomini e donne, che per
la stanchezza del lungo cammino fatto in più giorni e a piedi, eran cascati giù
mezzi morti dal sonno. Anzi, pareva che quegli scapestrati glielo lo facessero
per dispetto, ed andassero a cercarli apposta, per sbalordirli ed inebetirli
dai fischi e dagli urli. Se quei poveri montanari non si acquistavano il
paradiso cogl'inni e colle preghiere, se lo acquistavan dicerto coi martirii e
coi dispetti che facevan loro soffrire.
Non ne son certo, ma ritengo
positivamente che quando eran venuti a Firenze una volta, per l' 8 di
settembre, la seconda non ci tornavan davvero!
Dopo la storia, facciamo la
cronaca più moderna.
Era costume nella popolazione di
portarsi la vigilia della Madonna di Settembre, in Via dei Servi e sulla Piazza
della Santissima Annunziata, con dei fanali di foglio in colori infilati in
tante canne, urlando in modo da levare di cervello: «L'è più bella la mia di
quella della zia!» questo lo dicevano i bambini: i più grandi portavano dei
corbelli infilati in una pertica con un lume dentro, vociando: «Bello,
bello, chi lo guarda gli è un corbello!» e dietro a questo, una
folla con le campane di terracotta, a scampanare e a schiamazzare. Altri
andavano coi fischi di coccio e si univano a quelli col campanaccio per
accrescere il frastuono. Per colmo d'allegria poi, principiavano a tirare
buccie di cocomero, patate, e quanto veniva loro alle mani contro le rificolone
perché si incendiassero, e così finiva la festa.
Ma quest'uso così molesto, il
quale durava fino a mezzanotte, era causa di molte liti e di risse; perché
alcuni andavano a sonare i campanacci e a fischiare negli orecchi alle persone
che si trovavano nella strada, le quali spesso si stizzivano e leticavano come
se le avessero ammazzate.
Uno di quegli anni venne
funestato per causa di quest'uso sbarazzino, da un delitto di sangue, che
contristò tutta la città, che allora non c'era avvezza. Uno studente si mise a fischiare
apposta nell'orecchio a uno dei cavalli di una carrozza che era ferma
presso il palazzo Niccolini ora Bouturlin, in Via dei Servi, aspettando i
padroni i quali erano a godere lo spettacolo delle rificolone dalle finestre.
Il cavallo con quei fischi acuti nell'orecchio si spaventò, fece impennare
anche l'altro; ed il cocchiere, tutt'arrabbiato, ammenò una frustata allo
studente. Questi che poté sapere dove stavano di casa quei signori, andò ad
aspettare che vi tornassero, e a tradimento con un colpo di stile uccise il
cocchiere. Così finì tristamente quella baldoria, che tutti deploravano.
A poco a poco però, ingentiliti i
costumi e rinfurbiti i contadini, che eran sempre i martiri sbeffati e
molestati ogniqualvolta venivano a Firenze, anche le rificolone andarono quasi
a finire. Infatti, oggi di questa usanza non è rimasto che un pallido ricordo:
la sera del 7 di settembre sull'imbrunire, nelle strade più povere della città,
si vede qualche raminga rificolona che un bambino tenuto in collo dalla mamma,
dimena e scote come una frusta, dandole fuoco presto. Oppure a qualche finestra
un'altra vagabonda rificolona s'affaccia paurosa di trovarsi sola, mentre il
ragazzo che la espone balbetta a malapena: L'è più bella la mia!…
Ed ora veniamo al Ceppo,
rifacendoci, al solito, dall'antico.
La mattina del 24 di dicembre, si
leggeva con gran pompa, nelle chiese collegiate, il Martirologio, «nel quale è
annunziata la Natività del Signore.»
Il giorno, all'ora di vespro,
v'era festa solennissima in tutte le chiese indistintamente.
Alla mezzanotte in punto, che al
modo come si contavan le ore in antico, dal tramonto del sole, si diceva alle
ore sette e minuti quarantadue, si cantava la prima messa in memoria, che
«l'anno dalla creazione del mondo 5199; e dal diluvio 2957; dalla Natività
d'Abramo 2015; da Mosè e dall'uscita del popolo d'Israel dall'Egitto
1510; dall'unzione di David in re 1032; dalla fondazione di Roma 752; nella
sessantesimaquinta settimana secondo la profezia di Daniele, e nell'olimpiade
centesima, nonagesima quarta; l'anno dell'imperio d'Ottaviano Augusto 42; nella
sesta età del mondo, e mentre tutto l'universo era in pace, l'Eterno Monarca
del cielo, l'unigenito figlio di Dio Gesù Cristo signor nostro, volendo con la
sua venuta santificare il mondo, concepito di Spirito Santo nell'utero
purissimo dì Maria Vergine, e così fattosi Huomo, e dopo scorsi nove mesi dalla
sua concezione, nacque a quest'ora di mezza notte in una capanna della città di
Betlemme.» La storia è un po' lunga.
Per la città il giorno della
vigilia, era tutt'un viavai di gente che andava a chieder mance o che portava
regali; ognuno, dal più al meno, mandava doni ai parenti e agli amici, ai
monasteri e ai conventi per il famiglio o per la fante, che
eran tutti allegri per quello che ricevevano; ognuno dispensava a' sottoposti
una ricompensa, una regalìa agl'infimi. Nelle case avevan luogo cene e ritrovi,
che si protraevano fin verso la mezzanotte, per far l'ora d'andare a sentir la
messa.
Questa festa non perdé il suo
carattere neppure sotto il dominio de'Medici.
Fino dalle prime ore della sera
andavan per la città liete brigate di giovani, che al lume di qualche lanterna
o di qualche torcia di resina, percorrevano le strade coi liuti, le trombe e le
mandòle, cantando allegre canzoni per finir poi in una delle tante osterie,
dicendo scherzevolmente di andare a sentir la messa di fra Boccale.
Il Duomo, la Santissima
Annunziata, Santa Croce e San Lorenzo eran le chiese più frequentate nella
notte di Ceppo. Sfarzosamente illuminate, col suono dell'organo, colla folla
enorme di popolo e col gran concorso della nobiltà, la messa di Natale poteva
più somigliarsi a una gaia festa baccanale, che a una funzione religiosa.
Pittoresco e curioso era
l'aspetto della folla, specialmente nel 1600, per la varietà e la bellezza dei
costumi; per la ricchezza delle stoffe, e per lo splendore delle gemme con cui
erano ornate le vesti delle gentildonne, accompagnate da uno stuolo di
spensierati ed allegri cavalieri, che col pretesto della messa si procuravano
il divertimento di quella gita notturna. Non mai come allora, la religione servì
di copertina ad ogni sorta di licenze, venendone l'esempio dalla Corte,
bigottissima e corrotta.
In Duomo celebrava monsignore
Arcivescovo, in San Lorenzo monsignor Priore mitrato che, aveva il privilegio,
come lo ha tuttora, di celebrare pontificalmente.
Quando la messa era al Gloria,
la quiete della notte veniva ad un tratto interrotta dallo scampanìo
sfrenato di tutte le chiese. Le campanuzze dei monasteri e delle compagnie,
innumerevoli fino all'epoca di Pietro Leopoldo, col loro suono pettegolo e stridente,
urtavano i nervi, aumentando il frastuono generale.
La mattina di Ceppo, il Granduca
andava con tutta la Corte al Duomo ad udire le tre messe di rito. Era fuor di
misura sfarzoso il seguito delle carrozze a sei cavalli riccamente bardati, e
splendida era la scorta delle Corazze o guardia dei cavalleggeri.
Il capitano delle Corazze era
generalmente un nobile, ma doveva essere un bravo soldato. Il portamento di
quella bella truppa era imponente e maestoso. Gli elmi e le corazze lucenti, le
lunghe lance senza banderuola, lo scalpitìo, il nitrire dei forti cavalli
ungheresi, la maggior parte morelli, dalla lunga coda, le gualdrappe di vivi
colori, tutto contribuiva a render maggiore l'effetto di quella superba
cavalleria.
I soldati, dal cui fianco pendevano
belle e lunghe spade con impugnature variate, parevano più alti assai sulle
grandi selle che usavano a que' tempi. Avevano gli stivali ad imbuto; e le
brache quasi sempre di velluto, ornate di galloni d'oro o d'argento e che
ognuno portava di un colore a piacere; come le maniche dei giustacuori. Agli
stivali avevan sproni immensi, la cui stella tutta a trafori era grande quasi
quanto uno scudo; i morsi dei cavalli erano colossali, ma tutto lucido, ben
tenuto, tersissimo.
L'ordine di marcia della compagnia delle corazze -
come di tutta la cavalleria di quel tempo - era questo: primo il trombetta,
quindi il capitano, poi il tenente, la cornetta e tutti i soldati per tre.
Alla prima fila il furiere, a
metà il caporale; e dietro, il cerusico, l'armaiolo, il sellaro e
il manescalco.
Nella mattina di Natale, essendo
freddo, il colpo d'occhio era meno marziale, poiché i soldati portavano tutti
il mantello di lana rosso, che copriva anche la groppa del cavallo.
Innumerevoli erano le feste e le
festicine che la mattina di Ceppo si facevano in Firenze. Tutta la popolazione
era nelle vie, e si vedeva chiaramente che quel giorno era festa solenne.
Per antica consuetudine, fra le
altre cerimonie che si facevano per Natale, v'era quella che la compagnia de'
Buonomini di San Bonaventura, si recava processionando dalla chiesa di Santa
Croce fino alla cappella che tuttora esiste nelle carceri del Bargello. Dopo la
messa, che veniva celebrata, i Buonomini liberavano colle loro elemosine una
quantità di carcerati «che vi eran ritenuti per le spese.» I prigionieri
liberati uscivano in mezzo alla compagnia con la solita ciocca d'olivo in mano.
Un'altra cerimonia solenne
avveniva con grande pompa nella basilica di San Lorenzo, e consisteva nella
comunione che vi facevano i cavalieri di Santo Stefano vestiti in cappa magna,
ed armati come quando sulle galere combattevano contro i turchi.
Ai tempi del Savonarola, come
reazione contro le prediche e i rigori di lui, alcuni giovinastri la notte del
sabato santo scoperchiarono gli avelli di Santa Maria Novella per mettere in
caricatura la resurrezione di Cristo. E la notte di Ceppo, siccome si
banchettava fra parenti ed amici, così, dopo cena, quelle brigate di
scapestrati si spargevano per la città con le lanterne e le torce, cantando le
ballate provenzali e le canzoni d'amore. Quindi andavano nelle chiese affollate
di devoti, commettendo disordini d'ogni genere.
Ma la misura la passarono la
notte di Natale del 1498. Costoro entrarono in Duomo con un cavallo tutto
rifinito e arrembato, che non si reggeva ritto: ma punzecchiato dalle loro
spade si diede a correre in mezzo alla gente genuflessa che scappava
spaventata, credendo che fosse giunta la fin del mondo. Quei giovani urlando
gli davan dietro, cacciandogli, per solleticarlo meglio, un bastone sotto la
coda! Il disgraziato cavallo cadde in terra quasi morto; ed allora lo presero
per la coda trascinandolo per tutta la chiesa, messa a soqquadro dagli urli di
spavento dei fedeli e dalla gazzarra di quegli scapigliati, che cantavan canzoni
oscene e dicevan cose di tutti i colori, in compagnia di donne ascritte
all'»Offizio dell'Onestà!...»
Molti scapparono e corsero alla
pila dell'acqua benedetta per farsi il segno della croce; ma stettero freschi;
perché da quei bricconi erano state empite d'inchiostro! Il cavallo che era poi
morto, lo portarono sulla gradinata del tempio, dove rimase fino alla sera di
Ceppo e quindi salirono in pergamo con quelle donne: e «lo violarono innanzi a
Cristo ove si dice la parola di Dio, e lo imbrattarono.»
Dopo il Duomo, andaron lesti a
San Marco, prima che fosse finita la funzione; e levata la corona di capo alla
Madonna la misero in capo ad una meretrice, che fu portata in trionfo per la
chiesa e per le vie della città, facendole ala coi ceri levati di sull'altar
maggiore.
In altre chiese furon levati di
mano ai preti i turriboli, e invece d'incenso vi fu buttata dell'assafetida che
appestava la chiesa.
Un altro branco di quei
birbaccioni, a Santa Maria Novella, oltre all'inchiostro nelle pile, diedero
l'andare a un branco di capre che si messero a fuggire tra la folla dei devoti,
assestando cozzate senza pietà né misericordia, ferendo gravemente molti
disgraziati.
Sarebbero infiniti i sacrilegii
che si potrebbero raccontare, avvenuti nella notte di Ceppo dei tempi antichi,
quando il popolo era in preda ad una corruzione e ad una depravazione da non
averne idea.
Nei tempi più prossimi a noi,
cioè sotto il Granducato di Ferdinando III e di Leopoldo II, la notte di Ceppo
non era che la festa dei buontemponi, è di coloro che non volevan rinunziare ad
un divertimento notturno, fosse pur quello di una messa cantata.
Prima di tutto, per la vigilia di
Ceppo si cominciavano a veder per le strade di Firenze i fattori dei
conventi delle monache col grembiule davanti per non dare scandalo, andare a
portare i dolci preparati dalle medesime per i benefattori del monastero, i
quali sapevan pur troppo che esse «danno un aghetto per avere un galletto» come
corre il dettato.
Si cominciava pure a vedere un
insolito movimento per il continuo arrivo di contadini e di procacci, che
portavano ogni sorta di regali spediti dai parenti o dagli amici lontani. Per
la maggior parte eran capponi, agnelli, caccia, fiaschi di vin santo o
d'aleatico, la ghiottoneria del giorno di Ceppo d'allora, e che oggi non si usa
più, e non è squisito come quello.
La mattina, sempre della vigilia,
intorno alla colonna di Mercato si vedevano un'infinità di venditori, che non
facevan che urlare e vociare: «Un bè paio di capponi!» Pareva
addirittura una fiera, tant'era assordante il frastuono che aumentava a causa
dei soliti ragazzi di strada i quali si divertivan di nascosto a strappar le
penne della coda ai capponi, che strillavano come dannati. E siccome quegli
strilli avvertivano i contadini e i trucconi della bricconata dei ragazzi,
quando ne potevano agguantar uno eran pedate, pugni e scapaccioni da levar loro
la voglia per sempre di provarsi un'altra volta. Tale baldoria durava fino al
giorno dopo desinare; ma per tutta la mattina, dalla Colonna, non si poteva
passare altro che a furia di spinte, tanta era la gente che andava li per
comprare il cappone da regalarsi alla maestra dei figliuoli o al medico di
casa, come allora usava, guardando però che non fossero tanto grossi e più
magri che fosse possibile, per spender meno, poiché a molti dava noia un'usanza
che urtava tanto la tasca!
La sera la gente andava in
Mercato per veder la mostra delle botteghe, rimanendo estatica dinanzi a quelle
che, a mal agguagliare, parevan tante gallerie.
Quando poi alle dieci
cominciavano a suonar le campane delle chiese per la messa di notte, le strade
si ripopolavano per andare al Duomo, a Santa Maria Novella, a Santa Croce, a
San Lorenzo, a Santo Spirito e alla Santissima Annunziata, nella quale accorreva
più gente che altrove, perché lì la messa era in musica e pareva un
teatro invece di una chiesa.
Finite le messe, la maggior parte
di quei devoti di nuovo genere, invadeva tutte le botteghe dei bozzolari, in
Via dei Calzaioli, e dal Melini in Lungarno, dal Ponte Vecchio, per mangiar la
stiacciat' unta calda che in quella sera era d'obbligo. Il concorso per la
città durava fin dopo le due come se fosse di giorno; e più qua e più là, si
trovavan comitive di egregi ubriachi, che cantavano a squarciagola, senza però
molestar nessuno.
Il giorno di Ceppo c'era il
servizio di chiesa in Duomo, col Granduca e la Granduchessa che andavano alla
messa solenne con le carrozze di gala e le guardie nobili; tutte le famiglie e
i parenti si riunivano a tavola per mangiare il cappone tradizionale. La sera
molti rimanevano in casa a far la tombola, o divertendosi immensamente
all'onesto giuoco dell'Oca, che pareva un omaggio reso al Sovrano!
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