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Riforma della polizia urbana - Il
carrettone della pubblica nettezza - La paura del Cholera - Capitolato
d'appalto - Grascieri aggiunti - Deputati parrocchiali - Perito grasciere
sanitario - Le sollecitazioni del Presidente del Buon Governo - Dispensa dalle
vigilie - Una questione di cimiteri - Il Comune rivendica il fabbricato di
Candeli - Ampliamento delle Scuole Pie - L'ammazzatoio presso il torrino di
Santa Rosa - Dietro le Logge di Mercato Nuovo - Il Bazar Buonaiuti -
Case da poveri - Il quartiere di Barbano - Il trasloco della Dogana -
Acque piovane - Le statue delle Logge degli Uffizi - Tombole - Una madiella del
Ponte Vecchio - La piena del 1844 - Un emissario per lo scolo delle acque - Il
Municipio cambia di residenza - Dono gradito - Allargamento della Via Calzaioli
- Il nuovo Lungarno - Il gas e la luna - L'orario del gas - Calcoli necessari -
Inaugurazione del gas - Il Granduca sotto un lampione - Strade ferrate - Il
mercato dell'erbaggio.
La vecchia Firenze cominciava a
poco a poco a subire l'influsso delle nuove idee e presentiva già tempi nuovi.
Fu abbellita di eleganti quartieri, allargò strade e provvide alla igiene ed
alla polizia urbana in modo più consentaneo ad una città civile. Al
provvedimento, di una maggiore osservanza dei precetti d'igiene, diede
disgraziatamente la spinta il cholera manifestatosi a Livorno nei primi
d'agosto del 1835, ed importato da due bastimenti mercantili provenienti da
Marsiglia. Sviluppatasi la malattia anche a Firenze, furono dal Magistrato
prese le più severe misure. I primi casi si ebbero fra i dementi di Bonifazio;
e la città fu subito in grande costernazione, ma fu più la paura che
l'intensità delle morti.
Il cavaliere Gaetano Pazzi,
Gonfaloniere in quel tempo, non tralasciò nessuna disposizione per impedire il
propagarsi del terribile morbo. Prima di tutto, con deliberazione del
Magistrato del dì 11 agosto 1835, fu richiamato l'impresario della nettezza
pubblica «ad un miglior metodo di servizio» poiché esistevano imperiose
circostanze che esigevano la più scrupolosa diligenza ed attenzione per tener
pulite e nette, specialmente da materie putride e di cattive esalazioni in
generale, tutte le strade, piazze e vicoli della città. E siccome il servizio
di nettezza, nel modo col quale si eseguiva, «non produceva l'effetto stabilito
dal contratto d'accollo del 3 febbraio 1832,» così fu imposto all'impresario
che «il carrettone di ciascuna sezione dovesse esser servito da un solo uomo,
per il trasporto delle materie ai luoghi predestinati, prestando il servizio
giornaliero da mattina a sera, eccettuate le ore necessarie al riposo tanto
dell'uomo che del cavallo; e che i due uomini addetti a ciaschedun carrettone,
in qualità di spazzini destinati al pulimento delle strade,
continuassero da mattina a sera il servizio, ammassando le materie in diversi
punti delle strade e piazze, perché potessero caricarsi senza interruzione dai
carrettonai.» Per assicurarsi del continuato servizio, il signor Gonfaloniere
doveva procurare di aver notizia per mezzo dei portieri, o con qualunque altro
mezzo, di quanti viaggi giornalieri facesse ciascun carrettonaio. Resultando
poi dal citato contratto d'accollo, che l'impresario era tenuto ad aumentare,
secondo il bisogno, i carrettoni e gli uomini, tanto di giorno che di notte ed
in qualunque stagione, per la pulizia delle strade, il Magistrato, nella stessa
adunanza del dì 11 agosto, reputò necessario che l'impresario medesimo
aumentasse, per quel tempo che dal Gonfaloniere fosse creduto opportuno,
quattro carrettoni forniti, due per il migliore e più pronto servizio del
trasporto delle materie ai luoghi destinati; e due con botti di acqua per
lavare e tener pulite quelle strade e vicoli che ne avessero bisogno, essendo
ciò analogo al citato contratto.
E siccome il cholera faceva
paura a tutti, così i signori Priori non finivan di prender disposizioni atte a
tenerlo lontano. Quando il pericolo non c'era, avevan lasciato tener la città
come aveva voluto l'ingordo impresario; allorché si manifestò il pericolo,
allora venivan fuori con le prescrizioni più rigorose, riportandosi per ogni
piccolezza al contratto d'accollo, come se fin allora non fosse esistito, o
nessuno l'avesse saputo leggere.
Ed è sempre così. Quando le
Comunità concludono un appalto, per qualunque servizio pubblico, ci metton
dentro tutte le clausole possibili, credendo con quelle d'aver rimediato ad
ogni cosa: una volta in vigore, non se ne occupan più. Soltanto in casi estremi
d'epidemia, si mostrano i denti agli accollatari; imperocché la paura che il
male non guarda in viso nessuno, rende tutti zelanti ed energici.
Per tornare al Magistrato civico,
vedendo questi che «nelle circostanze attuali, due soli deputati agli affari
della grascia non erano sufficienti a supplire alle funzioni ordinate dall'alta
Polizia, per assicurarsi della buona qualità di tutti i commestibili, i priori
deputarono ed elessero in aggiunta, i signori Luigi Cantagalli, Pietro
Gallizioli e Francesco Maria Ciacchi.»
Dal Gonfaloniere fu altresì
rappresentato di essere stato interpellato dal Governo «se credeva opportuno
che anche per la città di Firenze fosse adottato il sistema preso dalle città
di Livorno e di Pisa, di eleggere deputati o per Quartieri o per Parrocchie,
che invigilassero agli oggetti di pulizia e di salute pubblica.»
I signori Priori, che quando si
trattava di conservar la pelle eran d'una iniziativa esemplare, dichiararono
tutti premurosi «che ancor essi riconoscevano molto utile l'adottare un tal
provvedimento, destinando per ciascuna Parrocchia un sufficiente numero di
deputati, proporzionato all'estensione e popolazione delle Parrocchie, e che
perciò, venendo ordinato un tal provvedimento, incaricavano il signor
Gonfaloniere di eleggere e destinare soggetti onesti, abili e capaci di
adempiere la commissione loro affidata.»
Sentendo che era necessario ai
signori deputati agli affari di grascia, di destinare un perito capace di
conoscere la buona e la cattiva qualità dei commestibili, confermarono il
signor Giovanni Agostino Violi perito sanitario per tale oggetto; «e qualora il
medesimo non fosse sufficiente ad adempiere tutte le funzioni, autorizzarono il
Gonfaloniere a nominare altri periti per l'oggetto medesimo, mentre nelle
attuali circostanze non saranno mai troppe le cautele da prendersi!»
La paura sola di un contagio, val
più delle lagnanze e dei reclami. Ma quando mai i fiorentini avrebbero ottenuto
in ventiquattr'ore tante belle cose, se il timore del cholera non
scuoteva la fibra del Magistrato?
Per farsi un'idea esatta di
quanto qui è detto, basterà rilevare il fatto, che ci volle una lettera diretta
al Gonfaloniere dal Presidente del Buon Governo, con la quale si rimettevano al
Comune diverse carte, tendenti a prender le misure necessarie per provvedere al
grave incomodo dei numerosi depositi di materie putride e fermentate
esistenti in questa capitale. Perciò si invitava il Magistrato a trovar
locali fuori della città per deporre cenci, letami e spazzature che si
raccoglievano nella città da diversi spazzaturai, e dei quali se ne faceva
traffico da alcuni mercanti, riponendoli in magazzini entro la città medesima;
i quali, a forma degli ordini veglianti erano stati intimati a remuoverli per
allontanare il pericolo delle cattive esalazioni a danno degli abitanti
circonvicini. Ed il Magistrato, dopo questa tirata d'orecchi del Commissario del
Buon Governo, il quale anche lui prima non vedeva nulla, letta la lettera del
Commissario del Quartiere di Santo Spirito, ed il rapporto del medico fiscale
sopra detto oggetto, consultato a lungo l'affare - ebbero anche bisogno
di consultarlo a lungo - dichiararono «che il Magistrato non aveva autorità né
mezzi per trovare detti locali fuori della città, né modo di conciliare
l’interesse dei mercanti, e specialmente quello dei raccoglitori di cenci,
letami e spazzature, che vivevano e mantenevano con tale industria le loro
famiglie, colla necessità ed urgenza di allontanare dalla città i depositi di
dette materie, facendo comprendere, a chi occorreva, che la periferia della
loro Comunità viene limitata dal pomerio, ossia strada esterna lungo le mura
urbane».
L'autorità che gli mancava per
togliere di mezzo i depositi delle spazzature, il Magistrato la seppe trovare
per i cibi magri. Infatti, «considerando che l'essersi manifestato in vari
luoghi d'Italia ed anche nella Toscana il cholera morbus, poteva essere
un mezzo confacente e preservativo per allontanare detto morbo l'uso delle
carni salubri in tutti i giorni del venerdì, sabato e vigilie, nei quali dalla
legge e disciplina ecclesiastica viene vietato, mentre l'uso dei cibi magri in
detti giorni, specialmente per il comune del popolo, poteva giustamente essere
un motivo predisponente a contrarre detto morbo; determinò che fossero umiliate
preci all'Ill.mo e Rev.mo Monsignor Arcivescovo di Firenze, perché volesse
degnarsi di ottenere dal Santo Padre la dispensa ed indulto dal detto rigore
disciplinare, e l'opportuna facoltà di far uso generalmente per tutti gli
abitanti della città delle carni salubri anche nei giorni preindicati, per
tutto quel tempo che il giusto timore e sospetto della propagazione del morbo
lo esigesse, con quelle modificazioni che fossero piaciute alla saviezza del
prefato Monsignor Arcivescovo; ed incaricò il signor Gonfaloniere a presentarsi
a Monsignore per l'oggetto che sopra.»
Con questa deliberazione avevano
salvato il paese!
Una prova della civiltà del
Magistrato civico, fu data nella occasione nella quale il 19 novembre 1835, una
«deputazione sanitaria della parrocchia di San Frediano in Cestello, domandava
che fosse soppresso il cimitero per l'inumazione dei cadaveri della popolazione
israelitica, posto lungo le mura della città fuori della Porta San Frediano,
per le cause latamente rilevate in una rappresentanza, o
supplica, firmata dal signor Stefano Minucci, di commissione di detta
deputazione.» Il Magistrato commesse al Presidente del Buon Governo di prendere
quella domanda in opportuna considerazione, trovando ben fondati i motivi
dedotti nella medesima; e così se ne lavò le mani.
Ma quando fu presentata una
supplica «dei Massari dell'Università Israelitica, con la quale imploravano che
dalla Comunità fosse ai medesimi ceduto in vendita o a livello uno degli
appezzamenti di terreno liberi dai cadaveri, che esistono in continuità del
camposanto di Trespiano, per tumularvi i cadaveri di detta Università, essendo
stato loro impedito di interrarli nel loro cimitero fuori di Porta San
Frediano,» con partito di voti dodici tutti contrari, il Magistrato
rigettò una tal domanda, adducendo che «se fosse stata ammessa, avrebbe potuto
suscitare un malcontento universale nella popolazione cattolica:» facendo
osservare «che essendovi diversi possessori di terreni di detta Università,
anche in prossimità del camposanto di Trespiano, potevan rivolgersi a loro per
ottenere l'intento.»
Dopo questa bizantina
deliberazione, il Provveditore della Camera diresse al Gonfaloniere un
biglietto col quale gli faceva alcuni rilievi e osservazioni per indurre il
Magistrato «a prestarsi alla domanda dei Massari dell'Università Israelitica,
accordando loro, o in compra o a livello, una porzione di terreno contiguo al
cimitero di Trespiano per tumularvi i cadaveri dei morti di detta Università
affetti dal cholera.» Ma i Priori incaponiti ormai nella negativa,
dichiararono che il Magistrato loro non avrebbe prestato mai il consenso,
perché detti cadaveri fossero tumulati nelle adiacenze del camposanto di
Trespiano «per non incorrere nell'odiosità della popolazione cattolica, e non
urtare l'opinione religiosa;» e che perciò si riportavano interamente a quanto
avevan già deliberato in proposito. «E per quanto riconoscessero imponente la
circostanza allegata dal signor Provveditore d'impedire temporariamente la
tumulazione nel solito loro cimitero,» non la reputavano un motivo sufficiente
a cangiar l'opinione; «sì perché i terreni adiacenti al camposanto di Trespiano,
sebbene non destinati alla tumulazione dei cadaveri formavano una parte
integrante del medesimo, sì perché i Massari potevan benissimo provvedersi
altrove il terreno opportuno alla tumulazione dei cadaveri della loro
Università.» E con questo troncaron la questione in modo affatto strano: fu
accettata la domanda della deputazione sanitaria di San Frediano, per
sopprimere il cimitero israelitico lungo quelle mura, e non si volle accordare
agli ebrei il terreno per un cimitero nuovo. Dove fosse andata a cacciarsi la
logica, Iddio solo lo sa!
Più fortunata, fu
l'Arciconfraternita della Misericordia; la quale con deliberazione del
Magistrato del 30 agosto 1837, ottenne la cessione di un pezzo di terreno del
camposanto fuori di Porta a Pinti, per destinarlo alla inumazione dei cadaveri
dei fratelli dell'Arciconfraternita stessa, purché fosse da essa lasciato
libero il rettangolo che serviva ai malati di Santa Maria Nuova che invece di
tornare a casa dopo la cura, andavano a finir lì!
Passiamo ora ai nuovi lavori
decretati dal Comune per abbellire e render più comoda la città.
Prima di procedere a' quali,
furono dal Magistrato, nel 9 luglio 1832 «umiliate preci a S. A. I. e R.» per
autorizzare il Comune a ripetere dallo Stato il fabbricato di Candeli, pel
quale la Comunità «sotto la dominazione francese» aveva speso la somma di
155,000 franchi, avendolo dovuto arredare anche della necessaria mobilia.
Questa domanda il Magistrato era indotto a farla onde trarne partito per «la
diminuzione delle pubbliche imposizioni.»
La decisione dell'»amato Sovrano»
si fece aspettare un pezzo; ma finalmente nel 10 marzo 1835, il Provveditore
della Camera partecipò al Magistrato che S. A. I. e R. aveva concordato il
rimborso al Comune di 120,000 lire toscane, equivalenti a 108,000 franchi. La
differenza in meno di 47,000 franchi rappresentava i frutti!
I Comuni fanno sempre di buoni
affari col Governo. Tiriamo via. Quelle centoventimila lire però, non potevan
portar nessun vantaggio ai contribuenti; perciò Leopoldo II ordinò con
«venerato dispaccio del 6 marzo 1835 « che quella somma fosse esclusivamente
destinata all'accrescimento dei locali ad uso di scuole nel convento delle
Scuole Pie, e che perciò il Comune acquistasse la casa di proprietà del signor
balì Niccolò Martelli, contigua a detto Collegio, per la somma di 9500 scudi,
«quando non si fossero potute ottenere condizioni migliori.» Ma il prelodato
balì tenne fermo: voleva un gran bene anche lui ai reverendi Padri Scolopi, ma,
negli interessi, «amici cari e borsa del pari!» La somma avanzata delle 120,000
lire, fu passata al Provinciale delle Scuole Pie, con l'obbligo di spenderla
nell'adattamento della casa Martelli, «e di istituire e mantenere a tutto
carico delle Scuole Pie, un maestro di lingua italiana.»
E così gli Scolopi poterono
render un maggior servizio alla pubblica istruzione, che in Firenze a quel
tempo era tenuta in pregio quasi soltanto da essi.
Una delle prime opere pubbliche
più importanti eseguite dal Comune, fu la costruzione, nel 1835, del nuovo
ammazzatoio presso il torrino di Santa Rosa, affidandone l'accollo all'impresa
Faldi e C., dai quali poi il Comune lo riscattò per la somma di trecentomila
lire, che prese in prestito dalla Cassa di Risparmio al 4 per cento.
Una cosa che maggiormente
incontrò il plauso dei cittadini, fu quella di avere il Magistrato ordinati
cinquantaquattro carri coperti per il trasporto delle carni macellate, e di
proibire che si continuasse ad ammazzare i maiali in Mercato Vecchio.
Nello stesso anno fu dal
Magistrato deliberato l'allargamento di Via Val di Lamona e del Vicolo della
Seta, «per allargare da quella parte la strada, ossia vicolo, che stava di
fronte e quasi addossato colle fabbriche ivi situate alla Loggia magnifica di
Mercato Nuovo, all'oggetto non solo di tor di mezzo le immodezze e
inconvenienze che vi succedevano, ma per rendere ancora più spazioso da quella
parte il giro delle stesse Logge, che sono uno dei più bei monumenti della
città».
Contemporaneamente a questi
abbellimenti per parte del Comune, uno se ne aggiunse di iniziativa privata; e
fu il magnifico Bazar Buonaiuti in Via Calzaioli, che parve per quei
tempi una meraviglia, e fu davvero uno dei primi edifizi di quel genere in
Italia. Le botteghe di vari articoli che vi furon riunite, ed il caffè dove nei
primi tempi specialmente accorreva numerosa una clientela sceltissima, ne
fecero il ritrovo preferito ed elegante d'allora. Oggi è ridotto a magazzino di
ferrarecce!
Nel dì 20 febbraio 1838 fu
partecipata al Comune una Ministeriale del Provveditore della Camera del dì 5
febbraio stesso con la quale si accompagnava «un progetto dell'architetto Leoni
per costruire cinquantatré case da poveri, capaci di 318 famiglie, in una nuova
strada da aprirsi in Firenze sulla linea di Via degli Arazzieri al bastione San
Paolo del Forte da Basso, secondo il disegno dell'architetto suddetto.» Fatte
più e diverse considerazioni dai signori adunati, ritrovarono utile e comodo
per la classe dei poveri il progetto dell'architetto Leoni ed incaricarono,
secondo il solito, il Gonfaloniere di rimetterlo al Provveditore della Camera
delle Comunità, «beninteso però che l'obbligo della loro Comune dovesse esser
ristretto all'acquisto del puro suolo della strada e piazza, esclusi i
fabbricati da demolirsi e ogni altro impedimento da togliersi, che si
ritrovasse nella linea della strada da esser aperta, e con che fossero
fabbricate realmente le case di cui si trattava e per l'uso che veniva
proposto.»
Non correvan tanto, i signori
Priori, a quanto pare, a credere alle buone intenzioni. Ma le case furon fatte;
e la loro costruzione non soltanto riuscì graditissima alla cittadinanza, ma
diede occasione al nuovo grandioso quartiere detto di Barbano, che fu il
quartiere nuovo, il quartiere signorile di Firenze e dove fu fatta quella
magnifica Piazza che si chiamò prima Maria Antonia in ossequio alla Sovrana, e
quindi dell'Indipendenza, per ricordare che di là partì il 27 aprile
1859 il nucleo della dimostrazione fiorentina, che al grido di «Viva
l'indipendenza italiana» abbatté il trono dei Lorenesi, e fu l'inizio della
«Unità d'Italia!»
Il progetto del nuovo quartiere
incontrò anche il favore del Sovrano, che fece comunicare la sua «reale
soddisfazione al Gonfaloniere ed alla Magistratura civica,» nel dì 28 luglio 1843,
con suo venerato dispaccio, nel quale ordinava che fosse affidato «allo zelo
della magistratura stessa, l'incarico di eseguire per conto della Comunità,
senza intervento di particolari intraprenditori, le operazioni occorrenti col
fine di ottenere che l'industria privata si volga all'impiego dei capitali
nella edificazione di case, sul terreno che verrebbe opportunamente
espropriato.»
I beni interessati nel grandioso
lavoro appartenevano ai signori Niccolò e Giuseppe Gondi, e alle monache di
Santa Appollonia.
In quel torno altresì venne
trasportata la Dogana in Via Larga nel Casino Mediceo, togliendola da Palazzo
Vecchio, venendo così a cessare l'ingombro quasi costante della Piazza del
Granduca dal lato di tramontana.
Nel 1839 fu approvato
definitivamente l'incanalamento a spese del Comune delle acque dei tetti che
erano di grave incomodo e danno alla viabilità nei giorni di pioggia, ed
avviando la città sulla via di un miglior sistema di pulizia e di igiene.
Un veneratissimo rescritto del dì
11 marzo 1842 approvava la costituzione della Deputazione fiorentina -
presieduta dal marchese Giovanni Ginori - per lo scolpimento delle statue ad
illustri toscani, onde compire la decorazione «delle Logge degli Uffizi,» le
quali statue venivano a mano a mano offerte in dono al Comune.
La «benemerita deputazione»
predetta, ottenne perciò «dalla clemenza sovrana» la permissione di eseguire
nel 1843, «quattro pubbliche tombole» i cui resti, depurati dalle spese e dai
premi, costituivano una buona risorsa per la società medesima. La prima tombola
ebbe luogo nel 24 giugno di quell'anno nel Piazzale degli Ufizi; e la seconda,
il 26 detto sulla Piazza di Santa Maria Novella, ove «per rendere il
divertimento maggiormente vario» fu eseguita nell'anfiteatro dei cocchi, una corsa
con fantino alla tonda.
Le prime statue collocate a posto
nel 1842 furon quelle di Dante, di Michelangiolo, di Leonardo da Vinci e di
Lorenzo il Magnifico; e nel 1843 quelle di Andrea Orcagna e di Giovanni
Boccaccio. Onde il Magistrato accordava alla benemerita Deputazione fiorentina
la somma di ottocento lire per favorire i trattenimenti o tombole che la
Deputazione stessa avrebbe fatte, allo scopo di provvedere alle spese
occorrenti; e commise altresì al signor Gonfaloniere «che in nome del
Magistrato e come rappresentante di Firenze, esprimesse alla benemerita
Deputazione la generale riconoscenza per le sue premure, che procurarono alla
nostra città le quattro statue già messe a posto nel 1842, e le due da
collocarsi in quell'anno.»
Un altro non meno veneratissimo
rescritto del 7 aprile 1843 approvava l'acquisto per parte del Comune, della
madiella di proprietà di Stanislao Ferranti situata «alla testata del Ponte
Vecchio a destra dell'Arno per il prezzo di L. 5600, compreso impostàmi ed
altro, che fosse di corredo alla bottega medesima;» e ciò «per il comodo
utilissimo, dello stretto scosceso e pericoloso sito di strada, presso il Ponte
Vecchio nel Lungarno, destinato ai giornalieri e deliziosi corsi delle
carrozze e passeggi dei cittadini della capitale.»
Ed ora usciamo un po'
dall'argomento, per ritornarvi fra breve.
La memorabile piena dell'Arno del
3 novembre 1844 che allagò la intera città con danni enormi per i cittadini e
per il Comune, fu salutare causa in tanta sventura di provvedere a difendere
Firenze da nuove alluvioni.
In quella funesta giornata,
Firenze mostrò una volta di più la nobiltà d'animo, lo slancio e la carità di
tutti i cittadini, dal Sovrano ai più poveri ed umili.
Per le insistenti pioggie, i
fiumi e i corsi d'acqua della Toscana erano in piena e quasi tutti strariparono
con danni incalcolabili delle campagne, che diventarono altrettanti laghi.
In Firenze, fin dal giorno
d'Ognissanti, si temeva da un momento all'altro che l'Arno, già gonfio e
minaccioso, desse di fuori; e pareva impossibile che non si sentisse dire
tutt'a un tratto che ciò era avvenuto. All'alba del 3 novembre l'acqua fu nelle
vie, mettendo il terrore e la desolazione nella città. È inutile descrivere ciò
che ognuno si può facilmente immaginare.
»Il flutto distruttore» continuò
ad alzare nelle strade fino a mezzogiorno, raggiungendo in molti punti
l'altezza quasi d'un primo piano. Il Gonfaloniere marchese Pierfrancesco
Rinuccini «dispose subito con senno e risolutezza di tutti i mezzi che erano a
disposizione del Municipio» per portare i primi soccorsi a coloro che si
trovavano in maggior pericolo. «Nobile testimonianza di patria carità e d'amore
la dettero il marchese Carlo Torrigiani ed altri illustri personaggi» i quali
da se stessi aiutati dai loro amici, portarono ogni modo d'aiuti, anche «a
quelli ai quali il pudore soffocava l'imperiosa voce del bisogno.»
A cotesti infelici, che pur
troppo son più numerosi di quanto non si creda, provvide la benemerita
istituzione fondata da Sant'Antonino quand'era arcivescovo di Firenze, detta
dei Buonomini di San Martino, o dei poveri vergognosi, come tuttora si
vede scritto sulla buca in marmo per le elemosine, a sinistra della loro
chiesetta, ricca di antiche pitture, sulla Piazza di San Martino.
Persone d'ogni ceto si segnalarono
in quella giornata per atti di eroica carità, che potendo narrare singolarmente
ci recherebbero grata meraviglia e giusto sentimento d'orgoglio. Insieme al
Gonfaloniere «meritarono specialissima lode gli impiegati del Municipio» che
per molto tempo, giorno e notte, trascurarono interessi e famiglia per
dedicarsi interamente al pubblico servizio.
In tanto slancio di carità e di
pietà fraterna, sdegnò il contegno della «Congregazione dei Filippini» di San
Firenze, i quali dopo le funzioni, era di domenica, chiusero la chiesa
cacciando fuori i devoti e coloro che vi s'erano rifugiati chiedendo soccorso
quando l'acqua irrompente allagò la piazza e le strade, ricoprendo quasi la
gradinata della chiesa. Pioveva a ciel rotto, e quei disgraziati, bloccati dalla
piena che sempre cresceva, soli come in un'isola, in mezzo all'immensa
desolazione, invocavano invano soccorsi da quegl'indegni servi di Dio. Un
infelice, spinto dal pensiero della famiglia, si arrischiò a scendere rasente
la gradinata da Borgo de' Greci, ma travolto dal gorgo della fiumana affogò
sotto gli occhi dei compagni esterrefatti.
Al contrario di quelli di San
Firenze, si distinsero i frati di Santa Croce e quelli d'Ognissanti,
distribuendo a coloro che rimasero nelle loro chiese senza potere uscire perché
l'acqua alzava più di due braccia, tutte le provvisioni delle quali disponevano
e quelle che la carità pubblica aveva loro «elargite per la propria
sussistenza.»
Leopoldo II con la famiglia si
trovava tuttavia alla villeggiatura di Poggio a Caiano. Svegliato nella notte
dal 2 al 3 novembre dalle grida di tanti miseri, che avevano abbandonate le
loro case «fuggendo la prepotenza dell'acque nell'orror della notte,» fece
ricoverare nella regia villa molte famiglie, provvedendole di vesti, di alloggio
e di vitto. Ed egli stesso, la mattina, in una barca, sebbene con molto disagio
e pericolo, volle recarsi a Prato essendo anco quella città allagata e fin là
tutt'un esteso piano d'acqua dalla quale uscivan fuori i rami degli alberi, che
con molta cautela e pericolo bisognava scansare.
Incoraggiata con la sua presenza
la popolazione di Prato, distribuiti soccorsi e dati ordini per sollevare tante
miserie nel modo migliore che per il momento si poteva, volle tornare a Firenze
a cavallo, col soprabito fradicio intinto per la incessante pioggia e una gran
tuba bigia, che era diventata a striscie, per il pelo allumacato.
Il Comune istituì subito una
«Commissione civica» per raccogliere soccorsi d'ogni genere a pro dei
danneggiati più poveri, e le somme in danaro raggiunsero la egregia cifra di
260 mila lire.
A ricordo di questo terribile
avvenimento, il Municipio fece apporre delle liste di bronzo in vani punti
della città per indicare fin dove era arrivata l'acqua d'Arno nel 3 novembre
1844.
Sulla cantonata di Via del
Diluvio (Via del Fosso) e Piazza di Santa Croce, il ricordo fu messo sotto una
striscia di marmo, che rammentava la famosa piena del 1557, che era salita
molto più in su di quella pur tremenda del 1844 che era giunta, in quel punto,
oltre l'altezza d'un uomo.
L'anno dopo il disastro, e cioè
nel 14 novembre 1845 il Magistrato prese in esame il progetto dell'ingegnere di
circondario Flaminio Chiesi per la costruzione «di un emissario per lo scolo
delle acque dalla parte di settentrione della città di Firenze.» Questo
progetto «abbracciava il prolungamento della Via Vacchereccia da Mercato Nuovo
fino a Piazza Santa Trinita, e la riduzione e ingrandimento del Palazzo
Comunale di San Biagio.
Il nuovo emissario veniva
proposto dall'ingegnere Chiesi «per l'oggetto di impedire che le acque del
fiume Arno in piena, trovino mezzo di introdursi in città.» E così fu iniziata
quella utilissima e grande opera, che finita di costruire, ha effettivamente
salvato la città da nuove piene.
La parte del progetto non
eseguito, fu quello della prosecuzione di Via Vacchereccia e dell'ingrandimento
del Palazzo Comunale del quale ultimo lavoro non vi fu poi più bisogno, perché
nel 31 agosto 1846 il Magistrato civico deliberò l'acquisto dell'antico palazzo
Spini, o Feroni, da Santa Trinita, per la somma di 34,500 scudi, «per togliere
la sede della Magistratura dall'angusto, indecente e nascosto locale in cui si
trovava.» Ma temendo che le pretese del venditore Luigi Hombert potessero
aumentare, quando avesse saputo che il compratore era il Comune, il
Gonfaloniere stimò furbescamente bene, di fare apparire una terza persona che
fu l'avvocato Luigi Siccoli, il quale trattò la cosa con delicatezza signorile
e con la massima segretezza. Onde il Gonfaloniere ritenne doveroso dimostrare
la riconoscenza del Magistrato verso di lui, con offrirgli un dono del valore
almeno di sessanta zecchini. Ed il Magistrato, sebbene si ricordasse sempre
dello spillo rimandato dall'architetto Del Rosso, approvò la spesa, incaricando
lo stesso Gonfaloniere di procedere all'acquisto del dono che avrebbe ritenuto
più conveniente; e questo consisté in «un brillante legato in oro per portarsi
in petto.»
Ma l'avvocato Siccoli non fece lo
sgarbo di rimandare il brillante: se lo tenne anzi in petto, e ringraziò
sentitamente il signor Gonfaloniere ed i Priori.
L'altra grandiosa opera compiuta
nel 1846 fu l'allargamento della Via Calzaioli del quale si parlava già fin dal
1841 perché vi erano due opinioni: non si sapeva cioè se per aprire una più
comoda strada di comunicazione fra la Piazza del Granduca e quella del Duomo
fosse convenuto più di allargare la Via delle Farine, quella de' Cerchi, da
Sant' Elisabetta fino alla Misericordia o Via Calzaioli. Finalmente vinse il
progetto di Via de' Calzaioli, e quello che fu veramente da ammirarsi in un
lavoro così in grande, fu che sopra una spesa di L. 1,024,905.6.8 la eccedenza
fu di sole L. 8396.17.8! Son miracoli, cotesti, che non si vedon più! La prosecuzione
del Lungarno dal Ponte alla Carraia alle Cascine stata già studiata
dall'architetto Del Rosso fin dal 1813, fu portata ad effetto anch'essa subito
dopo l'allargamento di Via Calzaioli, e la città prese con tutti questi
abbellimenti un nuovo aspetto.
A questo è da aggiungersi il
fatto strepitoso della illuminazione a gas nel 1846. In omaggio al Sovrano si
cominciò l'impianto di quella nuova illuminazione nella Via Maggio, come la
strada principale più prossima alla Reggia.
Ma una delle preoccupazioni
tremende del Magistrato civico era di stabilire in quali sere d'ogni mese non
dovessero accendersi i fanali, perché.... c'era la luna che non costava nulla.
C'era però anche il caso che la luna facesse la burletta di non farsi vedere; e
allora il Gonfaloniere, con atto energico e risoluto, mentre aspettava quelli a
gas, ricorse ai lumi dei colleghi: e nel 20 marzo 1846 fece approvar
loro questa deliberazione che si riporta tale e quale, perché rimanga esempio
della ingenuità dei tempi!
»Per regolare con precisione il
servizio dell'illuminazione a gas è indispensabile la compilazione di un orario
che indichi l'ora di accensione e di estinzione delle lanterne. Senza ciò non
sarebbe possibile di sorvegliare e tenere a calcolo la Società accollataria
della detta illuminazione, e oltre al danno che potrebbe risentire la pubblica
sicurezza, si andrebbe incontro al pregiudizio della Cassa di questa Comunità,
che, in ordine al contratto del 10 luglio 1845, deve spendere in proporzione
del maggiore o minore consumo del gas a ragione di millesimi 26 1/3 di lira
l'ora per ciascuna lanterna.
Non senza ragione adunque il
contratto predetto, sull'esempio di quanto si pratica per la città di Parigi,
stabilì che la Società dovesse conformarsi all'orario che annualmente gli
sarebbe dato dalla Comunità.
Inoltre il detto contratto
stabilisce che quando splende la luna piena, o quasi piena, le lanterne
debbono rimanere
spente (meno quelle permanenti
che costituiscono la prima classe P).
Per secondare tale disposizione e
per impedire che l'accensione non sia inopportunamente ritardata o anticipata,
io chiesi ed ottenni dalla gentilezza del cav. Amici, professore di astronomia
nel R. Museo di Fisica, una tavola del sorgere e del tramontare della luna,
della quale mancano i lunari toscani.
Con questo elemento, e giudicando
come si era sempre fatto per le illuminazioni a olio, che la luna due ore circa
dopo il suo sorgere, e due ore avanti del suo tramontare, fosse tanto alta da
rendere inutile ogni altra luce artificiale, si formò in questo uffizio
l'orario dei quattro mesi dell'anno decorso. Ma l'esperienza fece tosto
conoscere che quella consuetudine era troppo difettosa, inquantoché la luna
dall'essere australe o boreale, mette più o meno tempo ad alzarsi al medesimo
grado sul nostro orizzonte. E perciò fu ravvisato necessario l'altro elemento
dell'ora in cui la luna si trovi all'altezza di venti gradi nelle ultime
quattro sere del suo secondo quarto, e nelle prime cinque sere successive del
plenilunio.
Non volendo abusare della bontà
del professore Amici, mi diressi al signor Mariano Mangani, addetto
all'Osservatorio delle Scuole Pie, perché facesse i calcoli necessari, ed egli
corrispose al mio invito, ponendomi così in grado di far compilare con maggior
precisione l'orario del 1846.
I calcoli procuratimi dal signor
Mangani meritavano una ricompensa proporzionata alla loro difficoltà ed alla
occupazione che gli avevano recato. Tale ricompensa nella somma di L. 80 gli fu
da me fatta pagare per mano del magazziniere signor Demetrio Bellini, nella
lusinga che la Magistratura avrebbe in seguito approvata questa inevitabile
spesa.
Domando pertanto che sia girato
il partito per lo stanziamento delle predette L. 80 pagate dal signor Demetrio
Bellini.» E il partito venne approvato.
Dopo tanti sospiri i fiorentini
che vivevano nell'anno di grazia 1846, poteron godere del saggio della nuova
illuminazione e ne rimasero entusiasti; e siccome fra i patti con la società
Cottin, e tutti gli altri, c'era quello che «si potesse leggere la Gazzetta
di Firenze alla distanza di braccia I7 a 22 dalla fiammella del gaz,» così
la sera che fu inaugurata la illuminazione a gas, tutti in Via Maggio avevano
il giornale in mano e, calcolando la distanza stabilita, leggevano benone.
Anche il Granduca col seguito
onorò con la sua sovrana presenza quella festa di una luce che oggi.... pare
quella del buio: e fermatosi il buon Leopoldo sotto un lampione per mostrare
che ci vedeva bene anche lui, tirò fuori di tasca una lettera e si mise a
leggerla, rimanendo soddisfattissimo del progresso della dominante! C'eran
poi alcuni di vista più acuta, che andavan col giornale anche a trenta braccia
per darsi più tono; ma eran quelli.... che non sapevan leggere; la Gazzetta tenuta
a rovescio li tradiva.
Più dell'illuminazione a gas
meravigliò addirittura l'impianto della Strada ferrata. In Toscana il primo
tronco fu da Pisa a Livorno; molti fiorentini, per godere la novità si recavano
a Pisa con le diligenze dell'Orcesi che partivan da Firenze a cinque
cavalli e vi arrivavano dopo nove ore. Quel viaggio era pieno di emozioni;
poiché ogni poco arrotavano con qualche baroccio o carrozza che facevan
trabaltare, ed eran litigi e bestemmie e correvan quasi quasi il pericolo di
non continuare la gita.
Quando più tardi, nel 1847 fu
aperto il tronco Firenze - Prato la «Società Anonima di detta Strada Ferrata»
che si chiamò Maria Antonia, perché non si poteva far nulla di nuovo, se non si
battezzava col nome della Granduchessa, rivolse preghiera al Comune di
trasferire altrove il Mercato del fieno e dell'erba che si teneva nella Piazza
vecchia di Santa Maria Novella, «onde render libera quella piazza alla
circolazione dei legni per il trasporto dei passeggeri e delle merci d'arrivo e
di partenza.» Ed il Magistrato nel 29 dicembre 1847 «riconosciuto
indispensabile il detto provvedimento» stabilì che il mercato dell'erbaggi si
facesse nella Piazza d'Ognissanti; e quello del fieno nella Piazza
dell'Uccello.
E così i buoni fiorentini, per
andare a Prato, non inciampavan più nelle carote, nei broccoli o nei cavoli.
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