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Il Ciantelli è sostituito dal
Bologna - Una dimostrazione - Arresti in Toscana - La soppressione dell'Antologia
- Contro i liberali - Nuovi governanti - I gesuiti rialzano la testa - Il
papa Gregorio XVI: sua morte - Pio IX: suo slancio di liberalismo - Intrighi
dell'Austria - Due petizioni al Granduca - Incertezze di Leopoldo II - Annunzio
di riforme - Dimostrazioni a Livorno - La spada d'onore a Giuseppe Garibaldi -
La Guardia civica nel Granducato - Entusiasmo dei cittadini - Diffidenze -
Arruolamenti per la Guardia civica - A' Pitti - La bandiera dello Stato - Il
Te Deum in Duomo - 1 preparativi per la festa del 12 settembre - Le
deputazioni delle Comunità della Toscana al Granduca - Un proclama -
Speculazione andata male - Nota stridente.
Il secondo matrimonio di Leopoldo
che diede motivo a dilungarci nella descrizione della città di Firenze, delle
sue usanze e dei suoi costumi, ci fece tralasciare la narrazione della parte
politica di quest'opera, e che merita di esser riassunta, affinché sia in tutte
le sue parti il più possibilmente completa.
Al punto in cui rimase interrotta
la narrazione, il Ciantelli, Presidente del Buon Governo, era in pieno auge; ma
egli, appunto per questo, tanto s'imbaldanzì, che col troppo fare si rese
insopportabile. Era generale la indignazione contro di lui e le sue
persecuzioni. Per ciò, Leopoldo II, alle cui orecchie giunsero infinite
lagnanze e anche serie minaccie, impensierito delle conseguenze, il 31 agosto
1832 firmò il decreto che dimetteva l'odiato Presidente del Buon Governo, e
nominò al suo posto l'auditore Giovanni Bologna, mite, dotto e probo
giureconsulto.
Appena si sparse questa notizia,
il popolo, sempre buono, improvvisò una dimostrazione, e si recò in Piazza
Pitti ad acclamare al Principe; poi andò sotto le finestre del palazzo
Ciantelli, fischiando e imprecando in modo assordante. Ma passato il primo
entusiasmo, si dovette riconoscere che ormai il mal seme dava i suoi frutti; e
che non era più questione di cambio di Ministri o di Presidenti di Buon
Governo. Le pubbliche faccende andavan sempre più peggiorando; quanto maggiore
si nutriva da ognuno il desiderio della libertà, tanto più nei governanti si
voleva soffocare ogni sentimento di emancipazione e di ribellione al giogo
della mente e alla schiavitù della persona.
Nel 1833 furono fatti, ad
istigazione dell'Austria, diversi arresti in varie parti del Granducato,
specialmente nella classe de' benestanti e delle persone più colte.
Il Guerrazzi e Carlo Bini di
Livorno, furono deportati all'Elba; Vincenzo Salvagnoli, Giovanni Antonio
Venturi e Leopoldo Pini di Firenze, mandati nella fortezza di Livorno; il
Vaselli ed il Porri di Siena, il Contrucci di Pistoia, il conte Agostini e
l'Angiolini di Pisa, per tacere di tanti altri vennero imprigionati a Firenze.
Fu anche soppressa, con Decreto
del 26 marzo 1833, dopo dodici anni, quella Antologia fondata con tanto
onore dal Vieusseux, ed apprezzata forse più all'estero che in Italia, come
avviene sempre delle cose nostre. La guerra mossa dalla Voce della Verità, per
le pressioni di Modena e di Roma, e dei Governi di Russia e d'Austria dei quali
era l'organo, sortì il desiderato effetto con gli arresti e le persecuzioni dei
liberali.
E questo accadeva perché
mancavano i due più validi e franchi consiglieri del Sovrano: il conte Vittorio
Fossombroni, il quale, come abbiamo veduto, aveva offerto da un pezzo le sue
dimissioni, morto poi a 90 anni il 13 aprile 1844, a cui il Granduca «decretò
l'onore del sepolcro in Santa Croce,» e Don Neri Corsini, morto nel 25 ottobre
1845. Le due persone fidate alle quali Ferdinando III alla sua immatura morte
affidò Leopoldo II, sapendo di affidarlo in mano di due valentuomini, e di due
onesti e bravi ministri.
Dopo la loro perdita, rimase agli
Affari Interni il cavalier Giuseppe Pauer «che da varii anni sedeva nel
consiglio con fama di mediocrità,» e con l'altra di austriacante meritatissima.
Fu anche nominato un quarto consigliere senza portafoglio, che però prendeva
parte alle adunanze del consiglio, e questo fu Giovanni Baldasseroni, uomo
attivo e rigoroso: qualità da lui dimostrate nella soprintendenza dei sindaci.
Ma quello che destava maggiori simpatie e qualche speranza nei toscani, era la
presenza del Cempini nel Governo; poiché uomo giusto e tendente al liberalismo,
sebbene pauroso di qualunque riforma che potesse alterare la costituzione dello
Stato com'era. Ma dopo la morte del Fossombroni e del Corsini «l'andamento
governativo prese aspetto pallido, incerto, debole, timido e reazionario.»
I gesuiti, benché espulsi dalla
Toscana, eran quelli che maggiormente soffiavan nel fuoco della reazione, e nel
1840 avviarono a Firenze per tastare e preparare il terreno le monache del
Sacro Cuore di Pisa o gesuitesse, che tali erano veramente. Quindi
pian piano si videro insediate tra noi anche le suore di Santa Dorotea «ed
altre donne di tal fatta, poiché per mezzo del sesso che più facilmente penetra
ed impera nell'intimo delle famiglie, il sanfedismo sperava di riportare la
desiata vittoria.»
Qualche gesuita autentico riuscì
perfino a predicare in Firenze, sotto le spoglie di semplice prete; «il popolo
fiorentino ne fu indignatissimo; e non potendo in altro modo manifestare la sua
avversione per tale schiatta di camaleonti ambiziosi avidi d'oro e di
potere, ugualmente nemici dei re che fingono amare ed uccidono, come di
chiunque vorrebbe far loro argine, scriveva di nottetempo a caratteri
cubitali, in molti siti e fino sulle muraglie esterne della reggia: gesuiti
no; morte ai gesuiti.»
I primi frutti di queste sorde
mene che insidiavano, senza che egli se ne accorgesse, la buona fede del
Granduca, fu il fanatismo ad arte suscitato e dalla polizia e dal Governo
tollerato, per Maria Domenica Bargagli del Monte a Sansavino detta la Menichina,
impostura da medio evo intessuta dalla malizia e dalla stoltezza a fine
d'interesse.
Quello che i reazionari operavano
a Firenze, trovava riscontro in ciò che i gesuiti, loro alleati, facevano a
Roma presso il papa Gregorio XVI, il quale non poteva soffrire la istituzione
toscana del Regio Diritto e che egli dileggiava, chiamandola il Regio
Storto. Facezie da gente che consuma più vino che olio, come avveniva
appunto al degnissimo Gregorio, il di cui nome si prestava come esercizio di
pronunzia imposto per ridere a coloro che avevano alzato il gomito ed ai quali
non riusciva di pronunziarlo. «Di' Gregorio,» s'usava dire agli
ubriachi, che si discervellavano per pronunziarlo senza che vi riuscissero!
L'accusa che faceva il Papa al Regio
Diritto toscano, era quella che voleva
far da papa lui; mentre era stato istituito per impedire che il clero
facesse da principe. La differenza, che dava nel naso ai preti ed ai
reazionari, stava tutta qui.
La notizia della morte di papa
Gregorio, avvenuta nel giugno 1846, fu accolta con lieto animo dai liberali e
dai seguaci delle dottrine di Vincenzo Gioberti, che dall'esilio non si
stancava di predicare.
Non si poteva prevedere però che
cosa avvenne dipoi.
L'elezione del cardinale Mastai,
che assunse il nome di Pio IX, avvenuta il 16 giugno 1846, sorprese l'Europa e
scombuiò l'Italia. Se nessuno s'aspettava l'innalzamento al trono pontificio
dell'oscuro vescovo d'Imola, molto meno s'aspettava da lui il famoso editto del
16 luglio successivo, col quale aprì le carceri e le porte di Roma a tutti i
condannati politici. Questo fatto inaudito per opera d'un papa, diede da
pensare ai filosofi non abituati ad illudersi, e a mandare in solluchero le
plebi che credono a tutto ed a tutti, quando vedon compiere un'opera buona,
senza occuparsi del movente di essa.
L'Austria vide di mal occhio
quello slancio di liberalismo, quell'impeto di riforma del nuovo pontefice; e
non potendolo attaccare di fronte, cercò di abbindolarlo coi consigli, con le
disinteressate profferte di guida e di sostegno. Ma Pio IX ubriacato ormai
dalla popolarità acquistata, dall'entusiasmo destato senza avere la minima
convinzione del bene che le turbe credevano volesse fare all'Italia, tirò per
la sua strada, e parve il principe più rivoluzionario del suo tempo.
Le franchigie e le riforme di
lui, misero in orgasmo gli altri Stati; poiché tutte le popolazioni avendo gli
occhi rivolti a Roma, e non benedicendo che i nomi di Pio IX e del Gioberti,
chiedevano le stesse franchigie e le stesse riforme.
La Toscana anch'essa subì il
fascino dei nuovi tempi iniziati dal papa Mastai, e credé possibile la utopia
che per l'appunto dal Vaticano dovesse sorgere l'astro che avrebbe guidato
l'Italia alla grandezza e alla libertà.
L'Austria, per mezzo del
Metternich, stava con tanto d'occhi, perché Leopoldo II non si lasciasse
vincere la mano dagli eventi.
Egli però, che come principe se
non era ben guidato da savi ministri non poteva operare di propria iniziativa,
non sapeva come contenersi, e si contentava di stare a vedere quel che faceva
Pio IX per potersi regolare.
Ma se nel Ministero toscano non
vi erano gli uomini di mente adatti alla gravità del momento, si trovavano al
di fuori degli spiriti illuminati, che si preoccupavano dello Stato e si
affliggevano nel vedere come si lasciasse sfuggire al principe l'occasione di
mettersi alla testa di un movimento lealmente liberale e italiano. E questi
uomini furono Bettino Ricasoli e Vincenzo Salvagnoli.
Il Salvagnoli d'accordo col
Ricasoli e con Gino Capponi, il quale però perché cieco non poteva prendervi
una parte molto attiva, compilò una nobile e fiera petizione in data del 4
marzo 1847 che faceva noti al Sovrano i bisogni e i desiderii del pubblico. Il
Ricasoli portò da se stesso la petizione al ministro Cempini, l'unico del quale
egli avesse stima.
La petizione compilata dal
Salvagnoli rispecchia tutto intero l'animo apertamente italiano: e la lealtà e
la fermezza dei sentimenti ivi espressi possono servire anche oggi di norma e
di guida a chi desideri veramente il bene della patria.
Non è qui il caso di trascrivere
quell'importantissimo documento; ma non è ozioso riportare il sunto dei punti
principali.
Dopo aver detto che a tutti è
lecito pensare alle cose pubbliche, tanto più quando aumentando il numero dei
mali cresce la necessità dei rimedi, lo scrittore entra subito nel merito della
questione additando quei mali e consigliando quei rimedi, senza tanti preamboli
e senza riguardi.
Prima di tutto comincia
dall'affermare che la grave demoralizzazione dipendeva dal clero, troppo
numeroso, generalmente non dotto né morigerato: «Il Clero non ha studi né
occupazioni utili: i frati non istruiscono né sé, né gli altri. Reclutati dalle
classi infime della popolazione, e fra gli individui o più incapaci o più
oziosi, non portano nel chiostro né le disposizioni per esser buoni per sé,
né quelle per esser utili agli altri.»
Fra i preti eran pochi quelli
mediocremente istruiti nei seminarii; gli altri passati a malapena agli esami,
conseguivano l'ordine sacro «per avere un mezzo a provvedersi la sussistenza,
avvilendo l'augusto ministero.» Le feste e i riti moltiplicati per fine di
guadagno, portavano che «la pratica delle virtù evangeliche trascurate dai
sacerdoti eran più trascurate dai laici.»
Prendendo poi in esame gli
impiegati, la petizione diceva che questi per mancanza di regolari studi erano
insufficienti e intriganti. «Non è possibile buona amministrazione con una
turba di persone che non aiuta con l'opera, che non sorregge con la condotta e
che dissesta con le provvisioni.» Parole roventi ma giuste. Ed alludendo al
fatto vergognoso che la polizia, composta di sbirraglia vilissima, perseguitava
i liberali per ingrazionirsi con l'autorità, fino al punto di sfrattare alcuni
eminenti emigrati politici, e perfino Massimo d'Azeglio perché aveva pubblicato
nel 1846 l'opuscolo intitolato Degli ultimi casi della Romagna, la
petizione così dipinge quei poliziotti:
»Senza la guida della scienza la
più difficile, com'è quella delle opinioni e dei bisogni morali e
intellettuali, attingendo alle fonti più impure e più infide, perché reiette
dal consorzio civile - le spie - educati alla scuola dei vizi volgari e de'
delitti più odiosi, non sanno vedere nell'uomo che il male, e il nemico del
governo nel cittadino. Confondono la sedizione con l'onesta speranza; la
ribellione con la manifestazione lecita delle utili riforme; la lesa maestà con
la franca sudditanza che non adula, e che anzi reverisce con la professione
della verità.
Oramai questa turba è inadatta
alla nuova materia: prende le ombre per corpi, crea il pericolo temendolo, o
non sa vincerlo affrontandolo sicuramente per averlo ben conosciuto. Lo
strumento subalterno del potere economico, ha creduto che le bestemmie
politiche dei provocatori fossero dogmi d'un partito liberale; e per dargli un
nome nuovo lo ha chiamato comunismo, senza vedere che questa piaga non è
aperta mai dalle opinioni politiche, ma dalle oppressioni civili non esistenti
in Toscana. Senza vedere che dove la proprietà non è un monopolio, ma anzi è
troppo divisa - come appunto in Toscana - non vi sono nudi, angariati servi che
al furor della vendetta uniscano l'avidità del rubare: senza vedere che
settecentomila contadini son più che agiati operai essendo condominii: senza
vedere che gli artigiani non incarcerati nelle grandi manifatture, ma padroni
nelle proprie botteghe, non hanno bisogno di strappare un tozzo di pane alla
feroce avarizia dei grandi capitalisti; ma ottengono non scarso salario da un
lavoro libero per le richieste indefettibili appunto per la tanta divisione di
proprietà.»
Questo severo giudizio sulla
polizia d'allora, fece profonda impressione nel Segretario di Stato Cempini,
tanto più che egli era stato costretto a fare intraprendere a suo figlio un
viaggio in Germania, perché appunto la polizia lo aveva preso di mira come
liberale!...
Tali persecuzioni, che si facevan
senza rumore e alla chetichella, provocavano scritti clandestini sui muri della
città e pubblicazioni alla macchia, poiché la censura della stampa era
stoltamente rigorosa.
E toccando anche questo tasto
nella petizione presentata da Bettino Ricasoli, vi si affermava francamente che
«quanti più saranno i giornali onesti e gravi, i libri meditati e interessanti
il presente, tanto meno saranno i cartelli, le stampe clandestine, e le
infamie che hanno per carta le muraglie e per penna, il carbone.»
E ribattendo questo chiodo nella
seconda petizione unita alla proposta di legge per la libertà della stampa,
presentata essa pure dal barone Ricasoli e compilata insieme col Salvagnoli,
nel 27 marzo 1847, così si concludeva: «La Toscana anche in ciò potrebbe far
meglio degli altri paesi; poiché qui non essendo sproporzione di fortune, manca
la causa degli odii tra classe e classe; qui essendo mitezza di costumi, non vi
è da temere il furore delle parole; qui essendo la istruzione e la urbanità
diffuse, è da aspettarsi una discussione non passionata, ma tranquilla.
Quindi è, che se altri principi
hanno fatto leggi sulla stampa prima del nostro, il nostro potrebbe farle
migliori e più efficaci.»
»Noi viviamo, diceva la Prima
petizione, fra i rottami di tutti i tempi e di tutti i regni. Siccome tutti
hanno fatto e disfatto, e niuno ha fatto o disfatto compiutamente, vi sono
insieme i resti del vecchio e i principio del nuovo, senza che vi sia un
edifizio intero, una macchina governativa formata di tutti i congegni necessari
al miglior moto, fatta con un disegno solo, attivata dalle vere forze motrici,
retta metodicamente nella sua azione, non impedita da attriti.»
Queste perciò erano le ragioni
che mossero i due egregi cittadini a farsi avanti ed anteporsi rispettosamente
al Governo presso il Principe, affinché egli non si lasciasse sfuggire
l'occasione di costituire uno Stato conforme ai nuovi tempi.
Ma l'influenza straniera che
aveva per suoi istrumenti maggiori il Pauer e l'Hombourg tennero irresoluto il
Granduca che non sapeva volere né disvolere. Così passò un tempo prezioso, e la
petizione del Ricasoli e del Salvagnoli rimase nella Segreteria di Stato come
documento di lealtà di cittadini amanti della patria, e di insipienza del
principe.
Gli avvenimenti però gli vinsero
la mano. Da Roma il fanatismo per Pio IX si ripercuoteva in Firenze, e il
fermento si faceva ogni giorno più serio. Tanto è vero che il Granduca, per
consiglio del Cempini, mandò il 21 luglio un proclama ai «buoni e fedeli
toscani» esortandoli con dolci parole ad aspettare con calma «la maturazione»
delle riforme, che fu costretto a promettere.
Intanto il ministro Pauer il 31
dello stesso mese «ingiungeva alla vecchia Consulta di concertare col
Presidente del Buon Governo e col R. Procurator Generale, i mezzi per reprimere
i torbidi che sempre più pullulavano: Ma non ne cavò alcun frutto.» E
gli stette il dovere!
Il Governo toscano aveva sperato
che con l'annunzio di prossime riforme, la calma sarebbe tornata nell'animo dei
fiorentini, nei quali si era trasfuso «il parossismo febbrile politico» a tal
segno, che le concessioni venivano risguardate come semplici atti di dovere e
nulla più.
Dopo il fermento di Roma,
contribuivano assai a questo stato di cose le dimostrazioni di Livorno,
centro d'azione del partito liberale; le quali dimostrazioni - che allora erano
una novità - si convertivano spesso in tumulti come avvenne il 20 giugno 1847,
in cui fu cantato il Te Deum in Duomo, per celebrare l'anniversario
della elezione di Pio IX. Cotesto giorno fu forse il più serio; perché, dopo il
Te Deum, molti dimostranti si recarono al Consolato pontificio,
alternando fischi ed applausi; e quindi andarono al palazzo del Governatore
facendo una gazzarra tale, da render necessario l'intervento della truppa. Il
colonnello Laugier, alla testa di 1400 soldati, avrebbe voluto far uso della
forza; ma il Governatore avendolo impedito, mise nella condizione il Laugier
d'essere d'allora in poi il bersaglio della plebe livornese.
Egli non poteva più uscir fuori
senza venir fatto segno a grossolane ingiurie, e a contumelie d'ogni genere.
Questi fatti riscaldavan sempre
più l'animo dei fiorentini, molti dei quali dimostrarono più civilmente i loro
sentimenti, prendendo parte alla sottoscrizione per offrire «una ricca spada
d'onore» a Giuseppe Garibaldi, che allora si designava soltanto come emigrato
genovese, amico di Mazzini e «condottiero dei Legionari italiani a
Montevideo, ove pugnò da forte contro Rosas dittatore.»
Quella spada di «squisito valore»
fu opera dell'artefice Francesco Vagnetti; e per non entrare in impicci con la
polizia, portava il motto: L'Italia a Garibaldi.
Prima di spedirla, la spada fu
esposta al pubblico nella bottega del Vagnetti in Borgo Sant'Jacopo, e si può
dire che vi accorresse tutta Firenze a vederla.
Fu quasi un avvenimento, non
tanto per l'importanza del dono, quanto per l'uomo a cui era destinata, il nome
del quale era simbolo di libertà.
Nel granduca Leopoldo II e nei
suoi Ministri, mancava l'intelligenza e l'ardire di opporsi alla corrente che
minacciava di portare alla rovina, piuttostoché alla via del vero progresso e
delle riforme liberali.
Chi più di tutti consigliava e
spingeva la canaglia a trasmodare per svisare gl'intendimenti del popolo,
erano, al solito, i sanfedisti ed i codini, i quali lavoravano a tutt'uomo,
nella speranza che le cose giungessero all'eccesso, per tornare all'assolutismo
del passato, e poter vedere finalmente per le vie di Firenze gli amati tedeschi.
Ma la corrente, per il momento,
travolse anche loro, come trascinò il Governo e lo stesso Granduca; il quale
nel 4 settembre 1847 fece pubblicare il memorabile editto, controfirmato dal
primo ministro Cempini, che cominciava con queste parole:
»Noi Leopoldo II ecc., animati
sempre dal più costante attaccamento al benessere generale della Toscana, e
persuasi della utilità e convenienza di creare una Guardia civica che
concorra a mantenere la pubblica quiete e sicurezza; sull'unanime parere dei
componenti la R. Consulta di Stato, e sentito il nostro Consiglio, ordiniamo
quanto appresso:
È istituita nel Granducato la Guardia
civica la quale dichiariamo dovere essere riguardata come Istituzione
dello Stato.»
Tutti gli altri articoli
dell'editto non erano che un fervorino - dal quale trapelava parecchia paura -
per infondere nei fedelissimi sudditi della Guardia civica il sentimento del
dovere e del rispetto alle leggi, delle quali la prelodata guardia era la
tutela e la garanzia. E ciò per ricambiare la fiducia che in essi aveva riposto
il loro «Principe e padre.»
Il timore che quei militi
potessero servirsi delle armi ad altro scopo, era affatto puerile, perché se
non facevano alle bastonate, coi fucili che vennero loro dati non potevan far
altro. Ma la gioia dei cittadini fu tanta, la contentezza in tutti fu tale, che
nessuno finiva nemmeno di leggere il manifesto.
Prima che questo fosse affisso,
l'attesa notizia della istituzione della Guardia civica la diede il marchese
Cosimo Ridolfi. Uscendo egli nel pomeriggio da Palazzo Vecchio per andarsene a
casa, quando passò di Via Por Santa Maria fu accerchiato da molti giovani che
frequentavano il Caffè Ferruccio, difaccia a Via delle Terme, che allora era il
ritrovo delle «teste calde,» e gli domandarono ansiosamente se il Granduca si
era piegato al desiderio del popolo. Il marchese Ridolfi rispose di sì, e fece
capire che la Guardia civica poteva considerarsi come istituita. La notizia
consolante si sparse in un attimo per la città e tutti aspettavano trepidanti
il desiderato editto. E quando verso sera fu affisso il manifesto nei varii
punti della città, fu incorniciato di lauro, tanto era sincero l'entusiasmo dei
cittadini di tutte le classi.
Quel sabato sera parve festa: si
popolò ad un tratto la città di gente, che sentiva il bisogno d'accomunarsi, di
manifestare la propria gioia. Uomini e donne, e perfino ragazzi, avevano delle
coccarde bianche e rosse improvvisate; e per le vie era un parlare concitato,
un applaudire al Principe, un salutarsi fraternamente anche senza conoscersi,
un inneggiare alla libertà, parendo al popolo di risorgere a nuova vita. Ma i
clericali e i codini che si videro perduti, seminarono la zizzania; e la diffidenza
si fece strada nell'animo dei meno zelanti, i quali, còlti nel lato più debole
dell'interesse, si affollarono in massa a ritirare i denari depositati alla
Cassa di Risparmio, mettendo in serio imbarazzo i direttori di essa.
Impressionato il Governo degli effetti che questa cosa poteva produrre, non ne
nascosero al Granduca la gravità; ed egli per rassicurare gli animi dei più
paurosi, depositò alla Cassa di Risparmio una grossa somma della sua cassetta
privata, e così il pericolo ad arte creato dai sanfedisti fu scongiurato.
Se i cittadini si abbandonarono
alle più vive dimostrazioni di gioia la sera del 4 settembre, molto più vi si
abbandonarono il giorno seguente. Fin dall'alba sul campanile di Giotto
sventolò al nuovo sole la bandiera fiorentina bianca e rossa, e attorno al
Duomo si riunirono tutti quei cittadini zelanti ed ambiziosi di servire la
patria, che si sarebbero arruolati nella Guardia civica. In breve tempo
ascesero a qualche migliaio: ed ordinatisi a guisa di compagnie, preceduti da varie
bande musicali, dalla bandiera nazionale, e da quella pontificia e greca, si
mossero ordinatamente per andare a Palazzo Pitti.
Appena mossi però, si imbatterono
in una numerosissima comitiva di campagnuoli, che domandarono di unirsi a quei
cittadini, pregandoli di accoglierli come fratelli. L'entusiasmo raggiunse i
limiti non della frenesia, ma della pazzia addirittura. Il popolo era in
delirio: fu un abbracciarsi, uno stringersi di mani commoventissimo,
indimenticabile. Tutta la popolazione, quella domenica, era nelle vie festante,
gaia, come non c'era ricordo. Le compagnie improvvisate, alla testa della
numerosa dimostrazione, nel recarsi in Piazza Pitti fece un giro per la città
muovendo da Piazza del Duomo; quindi per Via de' Servi, Piazza della Santissima
Annunziata e Piazza San Marco entrò in Via Larga (Cavour), dove applaudì alla
casa dei Poniatowski, perché polacchi; a quella del marchese Carega, ministro
di Carlo Alberto; e al cavalier Morrocchi, che faceva da Gonfaloniere. In Via
de' Martelli la dimostrazione si fermò dinanzi al Padri Scolopi, che
rappresentavano la libertà della istruzione unita «alla soda religione» ciò che
forma «la salute dei popoli.» Da Via Calzaioli traversando Piazza del Granduca,
applaudì a' soldati di linea che montavan la guardia a Palazzo Vecchio; e poi
per Via Por Santa Maria andò in Piazza Pitti. Qui lo spettacolo fu imponente e
grandioso senza fine. Il giubbilo, la contentezza e l'entusiasmo non ebbero più
limiti. Le bande suonavano Dio sa che cosa, fino a stordire; ma non ci si
badava. S'era tutti fratelli, c'era la Guardia civica, e questo bastava. Gli
applausi andavano al cielo, gli urli, le acclamazioni senza tregua, senza
respiro, dovevan sentirsi da lontano qualche miglio.
E tutto quel baccano, quel
frastuono, quella specie di fin del mondo, raddoppiò, se era possibile, quando
al terrazzino del primo piano si affacciò il Granduca in mezzo ai due piccoli
principi, Ferdinando e Carlo, «future speranze del paese,» come credevano
allora. La Granduchessa, essendo nel puerperio, si contentò di stare a vedere e
farsi vedere dietro ai vetri di una finestra. Forse era la meno entusiasta di
tutti.
Un aneddoto curioso ma autentico
fu l'imbarazzo in cui si trovarono a Corte, perché in Palazzo non esisteva una
bandiera dello Stato!... Lì per lì, siccome il Granduca aveva avuto la luminosa
idea di volerla sventolare dal terrazzino, come corrispondenza dei suoi
sentimenti con quelli del popolo, fu provveduto disfacendo in fretta e furia
una cappa magna di cavaliere di Santo Stefano, che era rossa, dalla quale ne fu
levato un telo il quale unito con gli spilli a un altro bianco, venne
improvvisata la bandiera che legata con dei nastri ad un'asta, il Granduca, in
mezzo al delirio universale, la sventolò ripetutamente e quindi la calò a chi
stava di sotto.
Tutto sarà facile descrivere,
fuorché quel momento d'ebbrezza, di esaltazione e di giubbilo di un popolo
intero. Lo stesso Granduca ne fu commosso, ed aveva le lacrime agli occhi; giù
tra la folla la gente piangeva di tenerezza senza sapersi frenare. Era una cosa
novissima, uno spettacolo non mai veduto. Tutti subivano un fascino strano, al
quale non potevan sottrarsi.
Intanto un Comitato composto del
professore Ferdinando Zannetti, del professore Giorgio Pellizzari, del marchese
Ferdinando Bartolommei, del cavalier Luigi Mannelli, dell'avvocato Antonio
Mordini e di Pasquale Benini, salì alla reggia per rassegnare al
Granduca i sentimenti di riconoscenza dei sudditi.
Il Comitato fu ricevuto con vera
soddisfazione dal Sovrano, che gradì l'indirizzo di ringraziamento che gli
venne presentato per la istituzione della Guardia civica, che sarebbe stata «il
più valido sostegno di tutte quelle riforme che dovevan far prospero ed a
nessuno secondo il nostro paese.» A buon intenditor, poche parole! Ma Leopoldo
II, in seguito, da quell'orecchio non ci sentì più.
Dopo l'omaggio reso al Sovrano,
la dimostrazione, sempre imponentissima si portò alloggiato degli Uffizi ad
appendere corone di lauro alle statue di Pier Capponi e di Francesco Ferrucci,
in mezzo a frenetici evviva.
Ma le grate, indimenticabili
emozioni non finirono.
Verso sera, come se si fossero
passata la parola, tutti i dimostranti si trovarono di nuovo riuniti attorno al
Duomo; ed entrati nel tempio assistettero al Te Deum intonato dallo
stesso arcivescovo Minucci; e quindi dai militi volontari della Guardia civica
furon portate all'altar maggiore alcune bandiere, che il prelato benedisse, ed
una delle quali accettò in dono e la portò da se stesso, a piedi, nel Palazzo
Vescovile. Mostratala quindi da una finestra al popolo che acclamava fino a
rimaner senza fiato, riaccese in esso tanto entusiasmo che pareva si
cominciasse allora!
La Magistratura civica dopo il 5
di settembre 1847, si può dire che fosse continuamente adunata onde far sì che
la festa della domenica 12 dello stesso mese riuscisse cosa più degnamente
solenne che si potesse immaginare.
Ed il giorno 7 si adunò
straordinariamente per discutere intorno alle verbali istanze della deputazione
«detta del Popolo fiorentino» e composta dei signori avvocato Mordini e
marchese Bartolommei, i quali furono invitati a presentarsi in adunanza per
fornire i debiti schiarimenti intorno alle loro proposte. Le quali consistevano
nel pregare il Comune a prendere l'iniziativa della festa, ed a pubblicarne il
programma, che la deputazione stessa sottoponeva all'approvazione, all'effetto
di onorare le rappresentanze della Toscana che sarebbero venute ufficialmente
in Firenze.
Quindi, che la Magistratura
cittadina si mettesse alla testa del solenne corteggio che si sarebbe recato a'
Pitti per «presentare all'ottimo principe» che tanto saggiamente regolava
«i felici destini della bella Toscana, umile ed ossequioso omaggio,
segnatamente per l'ultima gradita istituzione della Guardia civica.» Ma il Magistrato
protestò di accettare l'invito fattogli sempreché il Granduca «si fosse degnato
di ricevere le deputazioni che verrebbero a Firenze; e che venisse da lui
affidato al Comune l'incarico di compiere gli onori della capitale con
accompagnare e presentare le dette deputazioni.»
Non vi era dubbio però che le
deputazioni non fossero ricevute a Palazzo: tant'è vero che il Magistrato,
prima di sciogliersi, in quella stessa adunanza deliberò di commettere la
esecuzione del gonfalone del Comune, uguale «a quello esistente nell'opera di
Santa Maria del Fiore.» E di più ordinò la provvista dei berrettoni adattati
alla toga di cui era rivestita la magistratura, in sostituzione di quelli oramai
resi indecenti e totalmente inservibili!
Siccome il tempo stringeva, fu
tenuta un'altra adunanza straordinaria la sera del dì 9, alla quale
intervennero l'avvocato Mordini, il marchese Bartolommei, il professore Emilio
Cipriani e l'ingegnere Giuseppe Poggi per la deputazione del popolo fiorentino,
onde sottoporre all'approvazione del Magistrato il programma definitivo per il
12 settembre. Ritiratisi i quattro cittadini «per dar libertà nella
discussione» i signori Priori lo approvarono completamente e ne fecero parte
integrale della notificazione al pubblico.
Tanta era l'aspettativa per la
festa del 12 settembre, che un certo Gaetano Corsini si esibì «d'imbandire
desinari a prezzi discreti per mille persone nei chiostri del Convento di Santa
Trinita, previa concessione ottenutane da quei reverendì Padri, purché la
Comunità gli fornisse le tavole e i sedili.» E la Comunità «considerando
conveniente di prestarsi e facilitare il modo onde provvedere al comodo delle
tante persone che non curando la lontananza del paese venivano esultanti a
compiere un sacro dovere che verso il beneficentissimo Principe e Padre nostro,
loro incombe,» deliberò di commettere al magazziniere Demetrio Bellini di
consegnare al Corsini tutto quanto esisteva nei magazzini, capace all'uso
indicato, purché fosse restituito intatto.
La istanza del Corsini aprì gli
occhi al Magistrato sul dovere che aveva anch'esso «di corrispondere un atto di
ospitalità quasi indispensabile, offrendo ai gonfalonieri che sarebbero
indubbiamente venuti a Firenze, un decente quanto modesto pranzo;» ciò
che venne approvato, incaricando il signor Gonfaloniere di regolare questa
faccenda.
E siccome l'appetito viene
mangiando, fu pure deliberato di dare un desinare nel convento di San Firenze, eziandio
agli individui componenti le bande di provincia, consistente in un
discreto trattamento in ragione di venti crazie (L. 1,40) a testa.
E «per tenere a calcolo il
trattore» tanto per il mantenimento dei patti quanto per constatare senza
equivoci il numero di quelli che avrebbero ricevuto il trattamento, fu
stabilito «di delegare alcuni zelanti cittadini che soprintendessero e
vigilassero il desinare ai bandisti, impedendo gli abusi che facilmente
potevano aver luogo.» E questi zelanti cittadini furono l'architetto Felice
Francolini, Diomede Buonamici, Vincenzo Lanini e N. Scharpantier (sic)
affidando inoltre all'avvocato Mordini di nominare un'altra «Commissione di
persone probe, le quali fossero incaricate del rilascio dei biglietti, o buoni,
per il desinare suddetto.»
Essendo stato pubblicato nel
programma della festa, che era proibito alle donne di prender parte alla
dimostrazione, ed avendo il Granduca «graziosamente concesso alle dame
provinciali l'accesso alle terrazze del palazzo Pitti,» il Comune stabilì
di erigere alcuni palchi per le signore fiorentine, che furono munite di
speciale biglietto «da ritirarsi dai due pompieri a ciò delegati ad ogni
palco.»
Sorse finalmente il sospirato
giorno 12 settembre 1847.Fin dall'alba cominciarono ad arrivare le deputazioni
provinciali alle porte della città, ricevute dagli incaricati del Comune, che a
mano a mano le accompagnavano ai luoghi loro assegnati.
Moltissime di queste deputazioni
eran precedute dal gonfaloniere e altre assai dal parroco, e tutte col vessillo
del Comune o di corporazioni ed associazioni private, con stemmi e leggende
d'ogni forma e colore.
Moltissimi volontari della
Guardia civica vennero pure con le deputazioni, e si calcolarono a più di
ventiquattromila; le bandiere oltre quattromila; e quasi un centinaio le bande,
con uniformi, morioni, elmi, stivali e costumi, da parere impossibile che ci
fosse tanta gente che avesse il coraggio di andar fuori vestita a quella
maniera!
Furono più di settantamila le
persone spicciole venute da tutte le parti della Toscana: per conseguenza è
facile immaginare che cosa di imponente, di grandioso e di sbalorditivo fu la
giornata del 12 settembre 1847.
Siccome vollero prender parte a
questa festa anche tutti gli stranieri che si trovavano in Firenze, così fu
stabilito che essi si riunissero sotto gli Uffizi, dove era assegnato con un
cartello lo spazio per ogni nazionalità. C'erano svizzeri, greci, inglesi,
prussiani, francesi e moltissimi americani.
La dimostrazione si raccolse dopo
la messa e il Te Deum in Duomo: e quindi, compatta, pigiata, fino
a soffocare, girò tutta Firenze mettendoci più di tre ore a passare. Era un
urlare, un applaudire, un suonare frenetico, assordante, continuo, da non capir
più nulla, da non saper più in che mondo si fosse.
Parevan tutti pazzi, si
abbracciavano, si baciavano urlando evviva, stringendosi la mano, gridando
daccapo coi visi accesi, con la voce rauca dal grande urlare, polverosi,
stanchi, affranti da non poterne più. E nonostante continuavano a suon di banda
a andare, andare, gridando e strillando. Piazza Pitti pareva un campo di teste.
Ci si sarebbe camminato sopra come in un prato. Fra le signore più entusiaste
che applaudivano dalle terrazze di Palazzo Pitti, fu notata la marchesa
Alessandrina d'Azeglio, figlia di Alessandro Manzoni, che per quel giorno si
era fatta fare apposta un ombrellino con gli spicchi bianchi, rossi, verdi e
gialli, per comprendere anche la bandiera del Papa.
Leopoldo II vestito da gran
maestro dell'Ordine di Santo Stefano, perché l'uniforme austriaca strideva in
quel giorno di pura gioia italiana, si affacciò al terrazzino insieme alla
Granduchessa ed a tutta la famiglia, circondato dai ministri e dai dignitari di
Corte.
Il Magistrato, preceduto dai
donzelli, salì alla Reggia dove ebbe luogo la presentazione delle deputazioni.
Il cav. Tommaso Morrocchi come primo Priore, essendo assente il Gonfaloniere,
pronunziò un discorso di circostanza, al quale rispose il Granduca, che si
trattenne poi a confabulare coi gonfalonieri e i rappresentanti delle altre
città della Toscana.
Quando gli venne presentata la
deputazione di Volterra, il Granduca le rivolse queste parole: «Mi congratulo
con Voi, che possiate dirvi quasi compatriotti di Pio IX, che fra Voi fu
educato. Egli è stato, che mi ha dato coraggio ad intraprendere quelle
riforme di cui tutti ci rallegriamo.»
Dopo il ricevimento le
deputazioni uscirono dal Palazzo; e Leopoldo II si affacciò di nuovo al
terrazzino con la bandiera in mano per salutarle. Lo scoppio degli applausi fu
una cosa che non si ridice.
Riordinata la dimostrazione,
tutte le deputazioni si portarono nella Piazza di Santa Maria Novella per fare
la consegna delle bandiere al cavaliere Morrocchi che le riceveva, dando in
cambio di ciascuna il vessillo nazionale. Le bandiere erano state benedette dai
frati domenicani, i quali spontaneamente eran venuti sul cimitero della chiesa
per quella funzione, prima che venissero portate al Granduca. Ed il clero della
cattedrale, quando passò la dimostrazione dinanzi al Duomo, si presentò al
Magistrato civico e consegnò al primo Priore un vessillo nazionale.
Le bandiere delle deputazioni
furono mandate a Santa Croce: ed il Granduca donò al Comune quella che egli
aveva sventolato dal terrazzino, come ricordo di quella memoranda giornata.
La sera vi furono illuminazioni e
pubblici divertimenti, senza che avvenisse il minimo inconveniente; e la
mattina dopo il Granduca «prese a sfogare la piena degli affetti, ai buoni e
fedeli toscani» con un proclama che faceva scoppiare il cuore!
Come segno apparente
d'abbondanza, vi fu per tutto quel giorno di lunedì, la vendita sui baroccini
di centinaia di polli arrosto a sei crazie l'uno, avanzati dalle eccessive
provviste che gli osti avevan fatte per il giorno innanzi.
Pare che molti dimostranti
venissero col pane in tasca, perché le osterie non fecero grandissimi affari.
Tanto è vero che il Corsini il 14 di settembre avanzò una reverente istanza
al Magistrato, nella quale, dopo aver fatta una patetica narrazione delle
vivande provviste «per la fausta ricorrenza nella sua precaria trattoria dei
chiostri di Santa Trinita,» veniva a concluder d'averci rimesso 250 scudi per
il piccolo numero degli individui che ricorsero in dello locale.
Ma il Magistrato, quantunque
facesse plauso alla buona intenzione che ebbe il Corsini, «non poteva passare
sotto silenzio che il medesimo tentava una speculazione per proprio conto e che
la Comunità aveva fatto anche troppo col fornirlo delle tavole senza interesse
e farsi mediatrice presso il superiore del convento di Santa Trinita per il conseguimento
del locale: e tutto ciò per favorire le vedute speculative di lui.» E non
gli diede nulla.
Fu quella la nota comica della
festa massima che fu fatta in Firenze in quei tempi d'entusiasmo e di fede
nell'ideale della patria.
Ma una nota stridente, alle
persone di senno fece più effetto per il suo contrasto. Fra le quattromila bandiere,
che
presero parte alla «festa più
civile che mai facesse popolo civile,» molte delle quali portavano leggende
analoghe alla circostanza, una ce ne fu dove era scritto GIOVAN BATTISTA
NICCOLINI, che era in aperta contradizione coi gridi di: «Viva Pio IX, Viva
Gioberti» che dovunque echeggiavano, ed alle quali il poeta dell' Arnaldo
da Brescia non si sarebbe mai associato.
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