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I fiorentini e le cinque giornate
di Milano - Nell'imminenza della guerra - Vincenzo Gioberti cittadino di
Firenze - La guerra - Curtatone e Montanara - Le medaglie del Granduca -
Indirizzo delle donne milanesi - Inaugurazione del Parlamento Toscano - Le
catene de' Pisani - Il Granduca parte - Governo repubblicano - Livornesi a
Firenze - Fucilate! - Contrasto fra Comune e Governo - Il Magistrato di Firenze
assume le redini dello Stato - Il nuovo Ministero - La Commissione governativa
- Il conte Serristori commissario del Granduca - Una nobile protesta - Il
proclama del general D'Aspre - Gli austriaci a Firenze - Angherie, soprusi,
scherni e bastonate - Un indirizzo vibrato - Leopoldo II torna a Firenze -
Grettezza municipale - Rivista militare alle Cascine - Un epigramma - Un
consiglio al Principe ereditario - Il 27 aprile 1859 - Il Granduca lascia a sé
la Toscana.
Le cose oramai erano avviate su
di una china che nessuno avrebbe potuto frenare: perciò anche Leopoldo II
seguitò a lasciarsi travolgere ma non che in cuor suo ne fosse contento. Egli
faceva come chi si trova in un impegno dal quale non può uscirne con onore, e
si pente d'esserci entrato.
Intanto gli avvenimenti
precipitavano. Le cinque giornate di Milano entusiasmarono i fiorentini; ed il
Magistrato civico sulla proposta del gonfaloniere Bettino Ricasoli pubblicò un
manifesto altamente patriottico, che cominciava con le fatidiche parole:
»Viva la indipendenza d'Italia!
Milano ha cominciato la santa
crociata contro gli Austriaci, con un coraggio e con un senno che nessuna età
vide, e che tutti gli Italiani devono imitare, se vogliono far sicura per
sempre la loro libertà.
Milano disarmata ha scacciato dal
suo seno gli Austriaci armati. Questa cacciata segna il primo giorno dell'èra
nuova della nazionalità italiana.»
Ed il 28 marzo 1848 il Magistrato
stesso, prese la seguente deliberazione, in onore dei valorosi fratelli
milanesi:
»1° Lo stemma della città di
Milano avrà un posto d'onore nella Loggia dell'Orcagna con una iscrizione in
marmo, la quale rammenti il fatto glorioso della città di Milano, e il decreto
di onoranza di questo Municipio.
2° Il giorno in cui lo stemma e
la iscrizione saranno collocate nella Loggia dalla Magistratura di Firenze,
sarà giorno di festa nazionale.
3° Tutti i Membri del Governo
provvisorio cominciando dall'incomparabile Gabrio Casati saranno di diritto Cittadini
di Firenze.
4° Una deputazione eletta da
questo Municipio, porterà a quello di Milano il presente Decreto e il Diploma
della Cittadinanza fiorentina.»
Tali proposizioni furono
ratificate con voti favorevoli dieci, contrari nessuno.
Quindi fu ordinato un solenne Te
Deum in Duomo al quale assisté la Magistratura civica, coi nuovi costumi
indossati nel 12 settembre 1847, insieme alle altre Magistrature.
Cosicché fra le cinque giornate
di Milano, la promulgazione dello Statuto concesso da Carlo Alberto, e il
sentimento di libertà che tutti aveva ormai conquistato, ad altro non si pensò
che all'imminente guerra con l'Austria.
Il Municipio di Firenze
nell'adunanza del 18 maggio 1848 deliberò quanto appresso:
»Il giorno festivo di San
Giovanni Battista patrono di questa città è imminente: la sua ricorrenza è
solennizzata non solo con il rito sacro, ma con pubblici spettacoli e
rallegramenti. Ma in quest'anno tutta Italia è commossa dalla guerra contro lo
straniero, ed è minacciata da gravi pericoli.
Ben in questo frangente è
necessario implorare soccorso da Dio, e a ristorare le nostre preghiere con
l'intercessione del Santo Protettore. Ma le pubbliche feste sarebbero un
insulto al pubblico dolore, o una non sincera dimostrazione di gioia che non
può essere negli animi, occupati solo da gravi pensieri.
Della Santa Guerra
dell'Indipendenza, e della Santa Impresa di consolidare la recuperata libertà,
gli apparecchi militari esser denno i soli spettacoli de' veri Italiani; ogni
gioia dev'essere sospesa fino al giorno in cui potremo ringraziare Iddio della
cacciata degli Austriaci dall'Italia tutta ora e per sempre.
Per queste considerazioni:
Con partito di voti tutti
favorevoli, decreta la sospensione delle consuete feste di San Giovanni, per
rimettersi ad epoca più opportuna.»
Nel dì 9 giugno 1848, il
gonfaloniere barone Bettino Ricasoli fatto presente:
»Che tra pochi giorni era per
giungere in Firenze proveniente da Roma Vincenzo Gioberti celebre per i suoi
scritti filosofici, e caro all'Italia come uno degl'iniziatori dell'attuale
risorgimento.
Che il di lui viaggio per la
penisola era stato un continuo succedersi di ovazioni e trionfi e tutti erano
accorsi a salutare in esso l'apostolo della libertà, il Precursore
dell'immortale Pio IX, pontefice rigeneratore;
Che Firenze, la quale va superba
di avere in ogni tempo coltivate le scienze e reso agli uomini d'ingegno il
tributo della propria venerazione non poteva oggi restare spettatrice
indifferente all'arrivo tra le sue mura di tanta celebrità, ma doveva invece
rivaleggiare con le altri Capitali d'Italia per accogliere con esultanza un
uomo tanto benemerito alla causa della comune nazionalità, e che il Municipio
Fiorentino facendosi interpetre del voto universale da cui non può che essere
animata la città non doveva esitare un momento ad annoverare un personaggio
così distinto fra i suoi cittadini;
Il Magistrato, ad unanimità di
suffragi, proclama Vincenzo Gioberti cittadino fiorentino, e dichiara che dovrà
essere insignito di questa onoranza in pubblica forma dai rappresentanti del
Municipio, collegialmente riuniti.» E così avvenne.
Ogni giorno più gli eventi
incalzavano; perciò si favorì in ogni modo e con tutti i mezzi con gravi spese
del Comune, l'equipaggiamento e l'armamento della Guardia civica; Firenze era
piena di volontari che si recavano in Piemonte per la guerra contro l'Austria;
il generale De Laugier partì con due corpi d'armata toscana per combattere gli
austriaci a fianco dei piemontesi condotti da Carlo Alberto; le Università
rimasero deserte perché gli studenti buttaron via i libri e presero il fucile,
lasciando la vita ancor giovanissima sui campi di battaglia in pro dell'Italia,
esempio imperituro anche ai vecchi di valore e di fede nella patria.
Tanta baldanza giovanile e tanto
eroismo, furono coronati il 29 maggio 1848 con Curtatone e Montanara: la
disfatta più gloriosa che conti la storia, sebbene gl'italiani, di queste
pagine ne abbiano scritte e ne scrivano spesso.
Un mese dopo, e cioè il 28 di
giugno, Leopoldo II: «Considerando che la virtù militare - così diceva nel suo
decreto - si deve misurare non dalla vittoria, ma dai pericoli affrontati
combattendo, e che veramente maschio è quel valore il quale nella disperazione
di tutte le cose intende a restare invitto e cedendo il posto non volge le
spalle;
Avendo considerato che se la
giornata del 29 maggio non fu lieta per le nostre armi intorno Mantova, negli
accampamenti di Curtatone e Montanara, pure quel sole fu testimone di molte
prove di valore date dai due nostri corpi d'armata, i quali separati di luogo
ed attorniati, sostennero l'urto di un nemico immensamente superiore di forze,
al quale tardi cedendo, seppero vender caro quel terreno che egli dové comprare
con gravi perdite giovando così grandemente alla causa italiana;
E riguardando come debito della
Sovranità il premiare i tratti singolari di personale valore;
Decretiamo, ecc.» E in tal guisa
assegnò varie ricompense.
1 nomi dei decorati e la ragione
gloriosa della ricompensa dimostrarono sempre più quanta fede, quanto forte
sentimento ci fosse in quei valorosi che in cinquemila, molti dei quali
inesperti alle armi e vestiti in borghese, tennero testa per una giornata
intera a trentamila soldati austriaci!
Più del decreto granducale, che
dopo pochi mesi parve quasi un documento apocrifo, giunse gradito all'animo dei
toscani l'indirizzo fiero e cortese delle donne milanesi che accompagnavano il
dono di una bandiera tricolore. Esse la spedirono ai nostri mentre si trovavano
a Brescia. L'indirizzo che commuove anco i più scettici, merita di essere
riportato integralmente, per memore riconoscenza verso le donne milanesi che
seppero essere così altamente italiane:
»Prodi e generosi toscani! al
vostro nome un misto di ineffabili commozioni agita ogni cuore italiano. Voi,
figli della più gentile fra le gentili terre d'Italia, voi sulle cui labbra
suona con più squisita dolcezza l'accento del sì, voi primogeniti
cultori dell'antico e nuovo incivilimento italico, voi dei primi accorreste ad
affrontare, sotto il vessillo tricolore della civiltà, la ferocia dei barbari.
Era divino volere che l'albero
della libertà fosse innaffiato dal più puro sangue italiano. Lume
d'intelligenza, gentilezza di cuore, vigore d'ingegno, tesori d'avvenire,
impeto di gioventù furono spenti, distrutti sui fatali campi di Curtatone, ove
però cadendo prepararono pel domani la vittoria al valore italiano.
Il grido dei vincitori non poteva
però coprire il gemito doloroso che surse in tutta Italia alla perdita di tante
vite preziose. Ai pianti delle madri e sorelle vostre, s'unirono le lacrime
d'altre madri e sorelle, consapevoli di tutta l'amarezza de' vostri lutti,
perché ansiose anch'esse de' loro cari, e tremanti al pensiero che tante amate
fronti serene di giovinezza, scintillanti di speranza guerriera, non abbiano
più a ricevere l'inebbriante bacio del ritorno.
Ma l'Italia è ancora in pericolo,
il barbaro, cui è prodezza il numero, va ingrossando. Se mitezza di cielo e di
costumi, se squisito senso di bellezza fanno della città dei fiori il Tempio
delle Arti, essa rimembra d'esser pure la terra delle anime forti. Alle
delicate forme e ai soavi concetti del poeta di Laura, può contrapporre i
disdegnosi fremiti del Ghibellino, le meditazioni del Machiavello, le
prepotenti creazioni di Michelangiolo, la parola tonante del Savonarola, la
spada di Ferruccio, e l'ingegno scopritore di Galileo.
Soffocate le voci di dolore;
Toscana tutta freme armi, e manda nuovo grido di guerra; altri combattenti
corrono a riempire le diradate file. Deh! voglia l'eletta vostra gioventù
accogliere questo vessillo che noi le offriamo benedetto dal pastore della
Chiesa d'Ambrogio, e accompagnato dalla preghiera che il Dio della vittoria lo
renda trionfante ma senza nuovi sacrifici troppo funesti. Basta già il sangue
da voi versato a Curtatone per l'Italia indipendente, libera ed una, perché
siano fatti indissolubili i vincoli della nostra fratellanza. E quando un
giorno, compita l'italiana vittoria saranno i vostri vessilli deposti in Santa
Croce fra i monumenti delle patrie glorie, noi, venendo ospiti nella vostra
città, rivedremo forse questa bandiera scolorata e lacera, ma circondata da
un'aureola eterna di gloria; e se mai qualche donna vestita a bruno sollevasse
gli occhi lacrimosi a quei vessilli, noi stringendole in silenzio la mano, ben
sapremo di che si dolga; e genuflesse a' piè degli altari divideremo seco la
voluttà del pianto.»
Per la Commissione
Fanny Spini
Angela Battaglia-Fumagalli
Fanny
Bonacina-Fumagalli.
Il generale De Laugier rispose
degnamente da Brescia nel 2 luglio 1848 all'indirizzo delle nobili donne
milanesi, che può dirsi un poema di gentilezza e d'amor di patria, esempio di
fierezza e di cortesia alle loro consorelle d'Italia.
La guerra oramai continuava: e la
speranza in un lieto avvenire non era affievolita. Per conseguenza anche
Leopoldo una volta entrato in ballo bisognò che ballasse, e dovette continuare
sulla strada nella quale ormai s'era messo.
Dopo data la costituzione alla
Toscana furon fatte le elezioni dei deputati, e, seguendo la corrente, «sul
meriggio» del 26 giugno 1848, al suono delle campane ed al rimbombo del
cannone, Leopoldo II muoveva da Palazzo Pitti, per recarsi a Palazzo Vecchio ad
inaugurare l'apertura delle Camere. Illuso forse dalla imponente scena di
quella adunanza si credé di carattere forte e d'animo tale, da resistere
all'Austria. A ciò avrà anche contribuito l'avere indossato in quel giorno
solenne l'uniforme di generalissimo della Guardia civica, invece di
quella dei dragoni austriaci.
Leopoldo II probabilmente in
buona fede - perché il cuore non si vede a nessuno - pronunziò il discorso
inaugurale che cominciava con queste parole:
Signori senatori, signori
deputati.
Questo meraviglioso
risorgimento d'Italia, onde
noi fortunati vediamo adempirsi il voto di tanti secoli, ci ha finalmente
concesso di ordinare lo Stato secondo i bisogni dei tempi e di proclamare e
di discutere in faccia all'Europa la nazionale indipendenza.
Ringrazio la Provvidenza di
avermi condotto ad effettuare l'avito pensiero inteso a cogliere somigliante frutto da quelle
riforme per le quali la Toscana acquistò il vanto di matura civiltà. Infatti il
nostro Statuto fondamentale chiude un'epoca della nostra e ne apre una nuova
che ci affida al più glorioso avvenire.»
Per non la far tanto lunga,
perché è troppo doloroso il rammentare parole che avevano un significato al
quale i fatti corrisposero poi in modo affatto opposto, basterà riportare la
chiusa del discorso di Leopoldo Il, il quale, dopo avere a faccia fresca
asseverato che egli era in pace con tutti gli Stati d'Europa, ad eccezione
dell'Austria, concluse:
»Mi gode l'animo di confermare
qui solennemente le istituzioni sancite, di confermarle non come lettera
morta ma come spirito di vita e di progresso; e al nostro patto di
verità e di giustizia invocare con voi la testimonianza e la protezione di Dio.
Nel farvi questa dichiarazione, o signori, l'animo mio si sente lieto e sicuro,
perché non fo se non ripetere al cospetto vostro quella promessa che feci e
tenni sempre a me stesso, son già molti anni, di consacrare cioè tutta la mia
vita alla felicità dei benamati Toscani.»
Uno scoppio d'applausi accolse
queste ultime parole; ed in tutti gli astanti, dei quali il maestoso salone dei
cinquecento era gremito, e fra cui erano moltissimi forestieri, la commozione
fu straordinaria.
Nel dì 8 gennaio 1849 il
Magistrato della Comunità per dar prova di fratellanza ed esempio di concordia
fra tutti gl'italiani, deliberò che fossero restituite ai pisani le famose
catene che servivano al porto di Pisa, tolte loro dai fiorentini e tenute come
trofeo di guerra attorno alle colonne di San Giovanni.
I fiorentini plaudirono a questo
nobilissimo atto, perché l'entusiasmo per la libertà dei popoli non conosceva
quasi più limiti. Ma oramai era decretato che tutte le belle speranze
concepite, tutto l'entusiasmo e la fede nell'avvenire della patria e nella
costanza e fermezza del principe, andassero presto in fumo.
Infatti, dopo il rovescio di
Novara, gli austriaci imbaldanziti ripresero il sopravvento: il Granduca dopo
tutti i suoi discorsi, dopo le ricompense ai valorosi di Curtatone e Montanara
che si eran battuti contro l'Austria per la libertà e l'indipendenza d'Italia,
dopo il giuramento fatto in Palazzo Vecchio, dicendo che quello non era da
ritenersi come lettera morta; un bel giorno lasciò banco e benefizio,
scappò a Siena e di lì a Gaeta dov'era il Papa col Re di Napoli.
Si istituì allora il famoso governo
provvisorio Guerrazzi, Mazzoni e Montanelli; e fu proclamata la repubblica coi
relativi alberi come cinquant'anni innanzi, a tempo dei francesi. Avvenne poi
il famoso tumulto fra i livornesi, partigiani del loro concittadino Guerrazzi,
che si rivelò insufficientissimo uomo di stato, quant'era ardente patriotta e
illustre scrittore. Quel giorno nefasto in cui nelle vie di Firenze livornesi e
fiorentini fecero alle fucilate, fomentò nuovi disordini. Il Comune badava a
far premure presso il fuggiasco Granduca poiché la presenza del Sovrano nella
capitale dello Stato in tempi così gravi era sempre più necessaria; ma senza
risultato.
Fin dal 24 febbraio 1849 il
Comune si era messo in aperto contrasto col governo provvisorio, che aveva
promulgato lo stato d'assedio, prendendo la seguente energica deliberazione:
«Visto il Decreto del Governo provvisorio Toscano de' 22 corrente col quale
viene promulgata la legge militare e viene sottoposta ad un Tribunale di Guerra
la generalità dei cittadini;
Considerando che in tempo di
agitazioni politiche è troppo facile ritenere delittuose le azioni le più
innocenti per il che qualunque procedura sommaria riesce una minaccia alla
sicurezza personale ed è a buon diritto tenuta da tutti i popoli liberi lesiva
agl'imprescrittibili diritti dell'uomo;
Considerando che anche in mezzo a
politiche convulsioni l'indole del nostro popolo si mantenne sempre sì mite che
neppure l'assolutismo ricorse a mezzi eccezionali di natura estrema come quella
testé pubblicata:
Considerando in specie che la
condotta del popolo e della Guardia nazionale di Firenze e nella leva del 21
corrente dà al Governo garanzia sufficiente che i cittadini bastano senza
eccezionali misure a tutelare l'ordine e la libertà;
Considerando che la pena di morte
in fatto ed in diritto abolita da molto tempo in Toscana sarebbe infausto
principio di un governo repubblicano; e rammentando il nobile esempio del
Governo provvisorio Francese, che inaugurava quella giovine Repubblica
coll'abolizione della pena capitale per delitti politici;
Considerando infine che la ruina
dell'arbitrio e l'acquisto di solide garanzie di libertà fu mai sempre al pari
della nazionale indipendenza lo scopo dei conati di tanti martiri della Patria;
Delibera,
Che fermo nella volontà di
mantenersi vigile custode dei diritti dei cittadini, mancherebbe a sé stesso
ove non si facesse organo dell'universale rimostrando al Governo contro un atto
non consentito dalle sociali esigenze ed al quale mal si affida un libero
reggimento;
Che perciò sia trasmessa al
Governo copia della presente deliberazione, e sia la medesima pubblicata per le
stampe.» La deliberazione fu approvata con dieci voti tutti favorevoli.
Il Governo impressionato del
fermo contegno del Magistrato civico pregò il Gonfaloniere di sospendere la
pubblicazione della deliberazione presa dal Magistrato facendo «formale
promessa» che nel giorno successivo sarebbe stata revocata la legge militare.
Le cose andaron però sempre più a rifascio, e si tornò indietro di cent'anni.
Caduto il Governo provvisorio,
nel dì 12 aprile 1849 il Magistrato di Firenze prese le redini dello Stato per
tutelare l'ordine, impedire disordini che avrebbero portato all'anarchia e
nominò una Commissione che lo cooperasse.
Quindi nel giorno stesso venne
nominato un Governo provvisorio composto dei seguenti cittadini: colonnello
Giacomo Belluomini, incaricato del portafoglio della Guerra; Tommaso Tornetti,
del portafoglio degli Affari esteri; Antonio Allegretti, del portafoglio
dell'Interno; Vincenzo Martini, di quello delle Finanze, Commercio, e Lavori
pubblici; Augusto Duchoqué, del portafoglio di Grazia e Giustizia; Francesco
Giaconi, del portafoglio degli Affari Ecclesiastici; Marco Tabarrini,
dell'Istruzione Pubblica e Beneficenza. Il nuovo Governo domata la rivoluzione,
iniziò pratiche per il ritorno del Sovrano.
Fu deliberato di richiamare
Leopoldo II, che francamente non lo meritava per la sua pusillanime e non
troppo leale condotta, verso un popolo che lo aveva inalzato molto più del suo
merito.
Frattanto il Magistrato della
Comunità di Firenze in ringraziamento «di quanto operò a favore della patria la
Commissione governativa» nel dì 5 maggio 1849:
»Considerando esser debito del
Municipio di porgere formali ringraziamenti a tutti i cittadini che insieme
alla Commissione governativa cooperarono al reggimento della cosa pubblica dal
dì 12 aprile al 1° maggio 1849» deliberò che fossero rese grazie ai cittadini
Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Carlo Torrigiani, e Cesare Capoquadri.
Deliberò inoltre di ringraziare
la Commissione che si trasferì a Gaeta per complimentare il Principe, e che si
compose dei cittadini Francesco Cempini, Cosimo Vanni, Isidoro Del Re, Carlo
Matteucci, Augusto Gori-Pannilini, e Francesco Lambardi. E
voti di speciale ringraziamento furon fatti ai componenti il Governo
provvisorio dal 12 aprile al 5 maggio.
Strano apparve che il Magistrato
non approvasse un ringraziamento alla Guardia civica!
Il primo atto del Granduca
richiamato fu di nominare il conte Serristori Commissario straordinario per la
Toscana. Poi si seppe di un corpo d'armata austriaco che si preparava ad
occupare la Toscana.
Il Magistrato indignato da questa
notizia, nel dì 6 maggio 1849 prese la seguente energica deliberazione che
trasmise al Commissario:
»Il Municipio di Firenze
assumendo la direzione degli affari a nome di S. A. R. intese non solamente di
redimere lo Stato dal dispotismo di una fazione, ma intese eziandio di salvare
il paese dal non meritato dolore di un'invasione, di salvare il Principato
rinascente dall'infausto battesimo di una protezione straniera.
Adottando questa linea di
condotta, il Municipio si confermava alle intenzioni più di una volta espresse
da S. A. R. ai precedenti del suo Benefico Regno, alle necessità del presente,
alle ragioni dell'avvenire.
Le popolazioni Toscane pienamente
secondando il movimento iniziato a Firenze, si adoperarono a gara a restaurare
il Governo costituzionale. L'impero della legge fu dovunque ristabilito,
fuorché nella città di Livorno. Gli altri Municipi tutti risposero con
entusiasmo all'appello nostro, e possono attestare, come l'anarchia, per opera
spontanea del popolo, subitamente cessasse.
Riconsegnando così il paese al
Commissario straordinario nominato dal Principe, e rientrando nei limiti delle
sue attribuzioni ordinarie, il Municipio sperò che avrebbe potuto l' E. V., col
sapiente uso dei poteri che le sono conferiti, condurre a buon termine i
negoziati intrapresi per ottenere un aiuto di forze esteriori, che non
offendesse il sentimento nazionale.
In questa condizione di cose, il
Municipio non poté intendere senza dolore né senza meraviglia, come un
Maresciallo imperiale invadesse d'improvviso il territorio Toscano con un
grosso corpo d'armata sotto pretesto di ristabilire l'ordine, e confidasse a
questo effetto nella cooperazione di V. E., mentre le parole del Principe dall'
E. V. rappresentate sembravano raffidarci dal pericolo di un intervento
straniero.
Nell'atto di significare a S. A.
R. per l'organo dell' E. V. la riconoscenza, con la quale il Municipio accolse
le benevoli espressioni del Principe, non poteva astenersi dal manifestare
questi sentimenti, i quali come furono la guida della sua condotta nel breve
Governo dello Stato, così sono sempre un pubblico voto, di cui il Municipio di Firenze
si reputava interpetre fedele e necessario.»
La risposta fu il proclama del
generale barone D'Aspre, che si apprestava ad entrare in Firenze. Vale la pena
di riprodurre questo documento:
»Abitanti di Firenze,
I vincoli di sangue che uniscono
il vostro Sovrano alla Casa Imperiale del mio Monarca, moltissimi trattati che
a S. M. l'imperatore e Re mio Signore impongono il dovere di proteggere
l'integrità della Toscana, e di difendere i diritti del vostro Principe, hanno
determinato l'Austria a cedere al desiderio di S. A. I. e R. il Granduca di por
termine allo stato d'anarchia sotto il quale già da lungo tempo gemeva il
vostro bel paese.
La fazione che opprimeva Livorno
fu dalle mie armi distrutta, e quella popolazione fu levata dal giogo ed i
ribelli si sottomisero al loro legittimo Sovrano.
CHIAMATO ora dal vostro Principe,
vengo con le mie armi e truppe nella vostra città, come amico, come vostro
alleato; unitevi a noi per viemeglio consolidare la quiete, la pace, e
l'ordine; e ricondurre stabilmente la concordia e l'impero delle leggi in quei
giorni di felicità onde già un tempo l'Europa vi invidiava.
Empoli, 24 maggio 1849.
Dato in Firenze, il 25 detto.
IL comandante generale
BARONE D’ASPRE.»Questo proclama
svelò chiaro e tondo che i tedeschi ce li aveva chiamati proprio lui;
rinnegando tutto ciò che aveva detto, promesso e fatto pochi mesi indietro.
Il nefasto 25 maggio 1849, giorno
di San Zanobi, fecero ingresso in Firenze le spavalde truppe austriache, che
pareva entrassero in una città conquistata e presa per valore e forza d'armi.
Il popolo minuto, dimentico di tutto il passato che era ancora così prossimo,
andò a veder l'arrivo dei tedeschi. I codini, tutti gongolanti, si buttavano al
collo a quei croati per abbracciarli; ed essi che non capivano, tiravano loro
col fucile calciate nello stomaco da farli sputar sangue. - E feciano bene!...
- come diceva il presidente Del Greco.
Il venerando marchese Gino
Capponi, che in quel giorno, e a quell'ora, usciva dall'adunanza della Società
Colombaria in Via de' Bardi, e che udì il suono de' tamburi de' soldati
austriaci passare di sul Ponte Vecchio, ringraziò Dio di averlo reso cieco per
non vederli!
I reggimenti bivaccarono sulle
piazze; e fatti i fasci dei fucili cossero il rancio, mentre la gente stava
d'intorno a guardarli. Per la città era tutt'un correre d'ufficiali a cavallo
che andavano alle caserme, al Comando di piazza per combinare il cambio ai
luoghi di guardia. Verso sera furon fatti i cambi con la Guardia civica che
cedé il posto. La sera tutti gli ufficiali austriaci stavan sul caffè Doney e
la Beppa fioraia dispensava loro i fiori, che gradivano molto, e le davan la
mancia che essa gradiva anche più. Da quel momento, la Beppa diventò la donna
più codina di Firenze.
Infinite furono le angherie, i
soprusi e gli scherni di quelle milizie semibarbare.
Bastava un'occhiata a traverso
per esser presi e bastonati in fortezza, o nella caserma più prossima. Per
citare qualcuno dei primi fatti accaduti, un certo Nutini, giovane di 18 anni,
s'incontrò in un ufficiale mentre sputava; per disgrazia gli sputò addosso.
L'ufficiale l'arrestò e lo portò da sé in fortezza. Il D'Aspre lo voleva
fucilare, e ci volle del buono e del bello per persuaderlo a lasciare in vita
il disgraziato.
Un giorno, un tedesco teneva in
una pezzòla un fiasco d'acquavite e la dondolava. Passando di Via Calzaioli, un
certo Acquolina, conciatore, casualmente inciampò e gli ruppe il fiasco.
Il tedesco cominciò a borbottare, lo prese per lo stomaco, ed altri soldati e
un ufficiale l'arrestarono e lo portarono nella caserma di Borgo Ognissanti. Acquolina,
appena entrato dentro, vedendo la rastrelliera dei fucili, si slanciò per
prenderne uno; ma i soldati gli furono addosso lo misero sopra una panca e lì
venticinque bastonate. Dopo un mese il disgraziato morì dalla rabbia.
Gli ufficiali, in segno di
spavalderia, facevano per Firenze un gran chiasso con le sciabole
strascicandole per terra; ed i ragazzi urlavan loro dietro: - Tira su la
stadera! - I soldati comuni quando era l’uscita, e che
andavano a girar per la città avendo i tacchi cerchiati sotto di ferro, parevan
tante somare di quelle che teneva un certo Sorbi e che andavano a portare il
latte alle case; e perciò quando passavano si sentiva dire: «Ecco le ciuche del
Sorbi!» Fortuna che quei cosi non intendevano!
La grande maggioranza dei
cittadini era indignata di questa immeritata occupazione straniera; e fino
dalla prima sera qualche soldato sparì. Nelle conce ne accopparono parecchi; e
ad uno di quei croati che si trovò sperso, solo, da San Niccolò, gli misero in
capo un corbello e giù lattoni da far paura!
Ma i tedeschi quando potevano
aver qualcuno, si vendicavano bene e non male. Gli portavano in Fortezza da
Basso e senza tanti discorsi gli davano venticinque bastonate dove.... non
batte sole!
Il proclama del barone D'Aspre
fece cader la maschera al Sovrano e la benda dagli occhi al Magistrato
comunitativo; il quale si adunò d'urgenza la mattina stessa del 25 maggio,
appena fu affisso quel malaugurato manifesto del generale austriaco, per
protestare contro di esso proclama.
Il gonfaloniere Ubaldino Peruzzi
propose un indirizzo al Granduca piuttosto vibrato, dove fra le altre cose si
diceva a tanto di lettere:
»Il proclama del generale D'Aspre
sta in opposizione così manifesta colle Vostre Parole e cogli atti del Vostro
governo, che il Municipio ha creduto di doverlo a Voi denunziare, invocando una
parola Vostra che illumini e rassicuri, perché un fatto il quale si compié per
dura ed inevitabile necessità non venga rappresentato al Paese siccome un
effetto della volontà vostra, la quale per prove indubitate sappiamo essersi
dimostrata quanto più poteva contraria. E questa parola Noi invochiamo dalla
bontà dell'A. V. sollecita, affinché la pubblica opinione traviata da
asserzioni non vere, non rimanga troppo lungamente sotto la influenza di una
funesta impressione, della quale, tardando non potrebbero forse cancellarsi gli
effetti.»
Sottoposto al segreto scrutinio
il testo dell'indirizzo e veruna osservazione essendo stata elevata in
proposito, restò approvato in tutte le sue parti e firmato da tutti i presenti
che furono: Ubaldino Peruzzi Gonfaloniere, Orazio Ricasoli, L. G.
Cambray Digny, Luigi Cantagalli, Carlo Azzurrini, G. Galletti, F. Brocchi,
Filippo Bosi, Giuseppe Martelli, Carlo Bonajuti e Giuseppe Ulivi.
Leopoldo II il 28 luglio, giorno
di San Vittorio, ritornò in Firenze acclamato dalla folla tornata scettica ed
apatica, e preceduto da un drappello di cavalleria ungherese con la carabina a
punto!
Invece d'andare a Pitti, volle
recarsi alla Santissima Annunziata per ringraziarla del ritorno! Ed anche il
Magistrato rappresentante il Municipio di Firenze che ormai aveva dovuto
ripiegare per forza degli eventi, si recò «in abito di costume» la sera alle
cinque e mezzo nella chiesa della Santissima Annunziata, «con intervento delle
Magistrature per assistere al solenne Te Deum cantato per quella fausta
ricorrenza.»
Nell'adunanza del 7 agosto il
Gonfaloniere comunicò ai Priori un'officiale del Ministro dell'Interno con la
quale si attestava alla Magistratura «il pieno gradimento di S. A. R. e I. per
la presentazione dell'indirizzo di felicitazione per il suo ritorno e del quale
l'animo suo fu oltremodo sensibile.» Ed in segno di tale gradimento ordinò che
nella bandiera da lui donata al Comune il 12 settembre 1847 fosse scritta la
data del 12 aprile 1849, giorno in cui fu proclamata la restaurazione. Non ci
correva nulla!
Una cosa che non fece eccessivo
onore al Municipio di Firenze fu quella che mentre approvò la spesa di 171 lira
per le due tavole di bronzo coi nomi dei fiorentini morti in Lombardia nel
1848, da porsi in Santa Croce; rifiutò di spenderne altre cinquanta per
comprare due altre tavole simili, pure in bronzo, che la fonderia Benini
offriva per collocarsi nella chiesa del Cimitero di Trespiano «per moltiplicare
le relative memorie,» adducendo il Magistrato che era sufficiente la
collocazione di quelle in Santa Croce mentre una settimana dopo approvava la spesa
di L. 8911.15.8 per le feste fatte per il ritorno del Granduca!
I liberali che fremevano, ma ai
quali toccava a tacere, sopportarono come un atroce smacco quella della gran
rivista fatta alle truppe austriache alle Cascine il 18 agosto 1849 giorno
natalizio dell'Imperatore d'Austria. Nel mezzo del prato delle Corse dov'ebbe
luogo la rivista, fu inalzato una specie di tempietto ove fu celebrata la
messa: ma come se anche il cielo ripudiasse quella funzione insultante per la
nostra patria oppressa, verso le quattro pomeridiane imperversò una tale
bufera, che di quel tempietto sfasciato e ridotto in pezzi non ne rimase un
briciolo. Parve una maledizione! Molti fiorentini fedeli al loro sentimento
d'indipendenza, quando incontravano il Granduca non lo salutavano più; si
levavano invece il cappello al professore Ferdinando Zannetti, chimico valente,
carattere integro, uomo benefico e caritatevole, perché rimandò sdegnoso la
croce di cavaliere di Santo Stefano.
La prima prova di quanto perdesse
nella stima pubblica Leopoldo II fu quella, che essendo tornato da Gaeta, coi
baffi che prima non portava, forse per darsi aria marziale dovendo venire fra
tanti soldati della sua razza, i ragazzi, messi su dai grandi, quando
s'incontravano figurando di scherzar fra loro si dicevano: «L' ha' mangiate le
radici col lesso?» e l'altro rispondeva: «Figlio d'un cane che baffi t' ha'
messo.»
Ed i liberali fiorentini, o
meglio toscani, ammaestrati dai fatti del 1848, disillusi sulla fede che
meritava un Sovrano che per dirla con frase comune aveva accennato coppe e
dato danari, si riconcentrarono in loro stessi; e persistendo sempre più
nell'idea della libertà della patria e della indipendenza d'Italia, lavorarono,
come suol dirsi sott'acqua, preparando i nuovi eventi. Ciò che però finì di
sdegnare il popolo contro il Granduca, fu il fatto, che essendosi egli recato a
Milano ad ossequiare l'imperatore d'Austria, ed avendogli questi annunziato che
aveva istituito un nuovo reggimento di dragoni chiamato in omaggio a lui
«Granduca di Toscana,» Leopoldo II accettò ringraziandolo. «Ve li manderò a
Firenze» disse poi l' Imperatore e mantenne la promessa. Quando quei dragoni
furono in marcia per venirvi davvero, il Granduca vestito da colonnello del
nuovo reggimento, andò ad incontrarlo per la strada bolognese; e giunto al
Pellegrino s'incontrò nei due soldati di punta, come si diceva nel gergo
militare d'allora, mandati dal Comandante per avvisarlo quando avessero veduto
il Granduca. Essi infatti appena lo scorsero, voltarono i cavalli e tornarono
indietro di carriera. Il Comandante allora, che si trovava alla Pietra, per
fare sfoggio di bravura, ordinò a tutto il reggimento il galoppo, e venne giù
per la scesa a rotta di collo, per fermarsi poi di botto dinanzi al Granduca. Leopoldo
II che non se l'aspettava, impaurito badava a far cenni perché si fermassero,
credendo d'esser travolto da quel turbine umano, dicendo nel tempo stesso
all'aiutante di campo che aveva accanto: «Cervini, che cosa facciamo?...» e
tirava il cavallo da parte più che poteva.
Frattanto il colonnello dei
dragoni austriaci, giunto a pochi passi diede il segnale, e tutto il reggimento
si fermò ad un tratto. Il Granduca si sentì sollevato; e pieno d'entusiasmo,
con la sua abituale facondia, pronunziò queste commoventi parole: «Ben
arrivati!...». Il Comandante gli domandò se desiderava prender lui il comando;
ma Leopoldo si scusò dicendo: «Faccia lei, faccia lei!...» Quella figura così
grottesca, così meschina del Sovrano, fece arrossire i suoi sudditi; quindi il
sordo lavorìo dei liberali raddoppiò di zelo e di lena; il sogno desiato era la
completa rivolta, l'emancipazione dello Stato da un potere reso odioso, e
contro il quale si cospirava.
Nemmeno quando dopo sette anni
l'occupazione austriaca cessò, i fiorentini perdonarono a Leopoldo II di averla
voluta: nessuno lo poteva più soffrire, ed impunemente se ne parlava con
sdegno. L'esercito toscano, che dovette subire un generale straniero
nell'austriaco Ferrari Da Grado, mentre quel posto era riservato al toscano
Fortini, si disamorò. Leopoldo II era diventato a poco a poco come Lorenzino
de' Medici: non lo voleva né Dio né il diavolo! Quando nel 1857 venne in
Firenze Pio IX e che il Granduca andato a riceverlo fuori di Porta a San Gallo
entrò poi con Sua Santità in Firenze, non era finito d'arrivare a' Pitti che
circolava questo epigramma, attribuito a Vincenzo Salvagnoli:
Esempio di virtù sublime e raro
Entrò Cristo in Sion su di un
somaro;
Per imitarlo il nostro Padre
Santo
Entrò a Firenze col Sovrano
accanto!
I tempi intanto si facevano più
minacciosi per la dinastia lorenese e per l'Austria, ed i popoli fatti più
accorti dalla dura scuola del passato, quando si mossero lo fecero con maggior
ponderazione, giurando di non lasciarsi più ingannare, e tennero la parola.
Un gentiluomo fiorentino,
liberale, appartenente ad una famiglia che ha dato alla patria valorosi
soldati, sagaci uomini politici, attivi industriali, nel marzo del 1859 con un
cortese pretesto fu mandato a chiamare dal Principe ereditario. Questi gli
richiese notizie sull'atteggiamento del Re di Sardegna, sugli armamenti
dell'Austria, su quello che se ne pensava a Firenze, perché il poveretto,
nonostante avesse ventiquattr'anni e fosse destinato al trono, pare che lo
tenessero all'oscuro di tutto ciò che accadeva al di fuori del Palazzo Pitti, e
certi discorsi l'avevano incuriosito.
Il gentiluomo messo a
quattr'occhi col Principe, disse: - Altezza, parlo con Ferdinando IV o con
Ferdinando di Lorena?
- Diamine! con Ferdinando di
Lorena.
- Allora prenda un fucile, scappi
in Piemonte e....
- O il babbo? - interruppe il
Principe.
- Il babbo è inutile;... lui è
vecchio. -
E con queste parole si congedò.
Il 27 aprile 1859 giorno glorioso
per Firenze e per la Toscana, il Granduca prese licenza da tutta una città
unanime, che gli fece conoscere d'aver buona memoria, e che toccava una volta
per uno a chinar la testa. Ora toccava a lui. E se n'ebbe a andare. Verso le
quattro la Corte in tre carrozze, scortate da un drappello di dragoni, dalla
porta di Boboli prossima alla Porta Romana uscì di città; e per le mura di San
Frediano, il Ponte di Ferro, la Porta al Prato e quella di San Gallo prese la
Via Bolognese diretta alle Filigare.
Alle sei pomeridiane di quello
stesso giorno, adunati per urgenza i Priori e il Gonfaloniere componenti il
Magistrato de' Priori della civica Comunità deliberarono:
»Il Magistrato de' Priori di
Firenze,
Considerando che quantunque alla
Magistratura non consti officialmente che S. A. R. il Granduca sia per
abbandonare il territorio toscano dirigendosi verso Bologna;
Considerando che dalle
informazioni prese dalla Magistratura e dalla lettera di questo giorno diretta
dal Ministro sardo a questo nostro Gonfaloniere nonché della lettera del
ministro Baldasseroni diretta al Ministro francese resulti la verità di questi
fatti;
Considerando che non apparisce
avere il Principe emesso veruna disposizione relativa a chi deve rappresentarlo
nella di lui assenza ed assumer le ingerenze governative;
Considerando che ad evitare le
gravissime calamità che potrebbero verificarsi nella mancanza anche momentanea
dell'azione governativa sia di necessità che il Municipio devenga ad un
provvedimento atto a prevenirle;
Per questi motivi: La
Magistratura aderisce alla nomina di un governo provvisorio, ed elegge a
comporlo i signori: cav. Ubaldino Peruzzi, avv. Vincenzo Malenchini, magg. cav.
Alessandro Danzini.» Firmò il primo Priore Domenico Naldini.
Il gonfaloniere Dufour Berte
presiedé l'ultima adunanza il 9 aprile. Con decreto del Governo provvisorio del
28 aprile fu dispensato dalla carica di Gonfaloniere e fu nominato a quella
dignità il marchese Ferdinando Bartolommei, il quale nel giorno stesso prestò
giuramento, a forma delle istruzioni del 16 novembre I779.
Leopoldo II quando si separò da
coloro che lo accompagnarono un pezzo in su per la Via Bolognese, credendo di
essere sarcastico disse: «Signori, arrivederli, arrivederli!». Ma se gli era
andata bene la prima volta non c'era da sperare che gli sarebbe andata bene anche
la seconda. E infatti, ebbe voglia di dire ai suoi fidi: arrivederli. Se
non lo rividero o lo rivedranno in Paradiso, quaggiù l'aspettarono invano.
Son cose che non si possono
prendere a veglia!!…
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