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Pio VI prigioniero - Il nuovo
regime - Un bando del commissario - I Nuvoloni - L'albero della libertà
- Feste ufficiali - Diciotto matrimoni - L'ortolana di Borgognissanti -
Luminaria - Malcontento - I contadini a Firenze - Il prestito forzato -
Requisizione di arredi sacri - Indignazione generale - La rivolta d'Arezzo - Viva
Maria! - San Donato e la Madonna - La rivolta di Cortona - Una feroce
ordinanza e un'energica risposta - Cortona si sottomette - Gl’insorti a Siena -
La battaglia della Trebbia e la rivoluzione a Firenze - I francesi si
allontanano dalla Toscana - Versi di un Pastor Arcade.
Come Ferdinando III non era stato
buono a salvarsi per sé, molto meno lo fu per salvare Pio VI, che s'era
rifugiato in Firenze, credendo d'esser più sicuro, e di sfuggire alle granfie
di Napoleone, vivendosene più o meno tranquillo nel convento della Certosa.
Appena entrati i francesi in Firenze, furono poste sessanta sentinelle attorno
al monastero, che venne guardato anche da uno squadrone di cacciatori a
cavallo, affinché nessuno confabulasse più col Pontefice, che si considerava
già come prigioniero della Repubblica. Ed il giorno stesso della partenza del
Granduca, alcuni ufficiali francesi imposero al papa di partire alla volta di
Parma, poiché tali erano gli ordini del Direttorio. Per conseguenza, la notte
seguente, Pio VI, col cardinale Laurenzana arcivescovo di Toledo, monsignore
Spina arcivescovo di Corinto, monsignor Caracciolo maestro di camera, l'abate
Marotti, un medico, alcuni preti e pochi domestici si preparò a partire alla
volta di Bologna, per proseguire il viaggio fino a Parma, e di lì a Valenza nel
Delfinato, ove doveva star prigioniero.
La partenza che era stata tenuta
segretissima, ebbe luogo a mezzanotte. Le carrozze ed i furgoni erano preceduti
da tre cacciatori a cavallo; agli sportelli della carrozza ov'era il Papa
c'erano altri due cacciatori, con una torcia accesa; seguiva il resto dello
squadrone, e poi le carrozze dei prelati e dei servitori.
Dopo la partenza del Granduca e
di Pio VI, ed instaurato così alla svelta il nuovo regime, e dopo aver piantati
gli alberi, poiché non ci poteva esser repubblica senz'albero, che spesso
avrebbe potuto esser quello di Giuda, s'incominciò a disfare il vecchio per
rifare il nuovo, con una confusione, ammirabile. Una sola cosa di vecchio fu
rispettata; e furono gli aggravi e le imposizioni d'ogni genere, le quali,
anzi, vennero raddoppiate e triplicate sotto speciosi pretesti. Tutti i salmi
finiscono in gloria! Ogni governo nuovo che via via si succede, dopo aver
promesso tante belle cose, raddoppia subito le tasse. Pare che i nuovi
governanti abbiano sempre avuto le mani di calamita per levare i quattrini
d’addosso alla gente: ciò vuol dire che questa è una bella cosa; altrimenti non
la rispetterebbero tutti come fanno, con tanto scrupolo.
Pur troppo in Italia è sempre
stato così: si diffida di noi stessi, ci si dà in testa e ci si maltratta
indegnamente, per buttarsi poi in ginocchio dinanzi agli stranieri, bruciando
loro l'incenso sotto il naso, preparandosi a sempre nuovi soprusi.
I toscani, abituati da quasi tre
secoli al giogo mediceo, non avevano una educazione politica che valesse a
renderli accorti per discernere il bene dal male nelle condizioni novissime ed
inaspettate della invasione francese. Molti erano i malcontenti, e moltissimi i
contrari. C'era però la gente di buon senso, che consigliava di non opporsi apertamente
ai nuovi padroni, e di pigliare come suol dirsi la lepre col carro. Gli
sfaccendati, ì ciaccioni, i chiacchieroni invece, che entran sempre avanti a
tutti, che fanno più del necessario, che si danno moto per venti, che sembrano
gli inviati da Dio per illuminare le turbe, guastavano l'opera dei più savi e
dei più moderati, generando una confusione straordinaria, e facendo più male
che bene.
Per porre un freno a quel
disordine d'idee, a quel moltiplicarsi istantaneo di partiti sotto diversa
forma favorevoli o avversi alla Francia, il commissario Reinhard ed il generale
Gaultier, ordinarono per il dì 9 d'aprile la grandiosa festa della libertà, con
la collocazione dell'albero in Piazza Nazionale. A Firenze, qualunque sia il
motivo che può tener discordi gli animi, quando si bandisce una festa si può
star sicuri che per quel giorno nessuno pensa ad altro, e diventan tutti amici.
Così avvenne il dì 9 aprile 1799.
Il 15 germinale (come registrava
il nuovo calendario il giorno 5 di aprile) il Commissario francese fece
affiggere un bando per invitare i fiorentini a piantare l'albero della libertà,
che era quanto dire, secondo lui, «di prendere impegno di unirsi ai principio
della Repubblica francese, ai suoi sacrifizi, ai suoi trionfi e alla sua
gloria, per preparare la felicità dell'avvenire.» Non c'è stato mai proclama di
nuovi tempi, che non abbia assicurata una futura felicità, la quale dalla
creazione del mondo in poi si va sempre cercando, senza sapere chi debba
mantener la promessa.
Il proclama però cominciava quasi
con una specie di canzonatura, se non si fosse potuta prendere anche per
un'insolenza. Infatti, il cittadino Commissario diceva subito che, essendo
entrata l'armata francese senza trovar resistenza, questa armata aveva
trovati i toscani e specialmente gli «abitanti di Firenze» quali erano a lui
stati dipinti cioè: buoni e pacifici! E subito dopo ammoniva
questi buoni e pacifici abitanti, dicendo loro che avevan fatto bene, perché
così i soldati francesi, «guerrieri terribili nelle battaglie» non avevan fatto
mostra che della loro amabilità. Parole dette colla voce grossa, come chi vuol
far paura ai ragazzi.
Il buon senso dei fiorentini
però, valutava giustamente l'importanza delle insolenti lodi e le spacconate
delle minaccie. E per non mancare al solito sarcasmo, che in Firenze è quasi di
rito, cominciarono subito a chiamare i francesi Nuvoloni, perché ogni
editto, ogni manifesto dei liberatori, cominciava col sacrosanto Nous
voulons.
Tutto ciò non toglie che il 9
aprile, o 19 germinale che dir si voglia, non fosse atteso con una certa
bramosia e curiosità, per vedere in che cosa consisteva la cerimonia alla quale
si dava tanta solennità, quella cioè di piantar l'albero nel mezzo di Piazza.
La curiosità maggiore però era quella di assistere alla celebrazione affatto
nuova e strana, dei diciotto matrimoni che si sarebbero celebrati attorno
all'albero verdeggiante di foglie.
La mattina del giorno tanto
aspettato, la Piazza Nazionale, aveva preso un aspetto tutto nuovo,
poiché era decorata a guisa di circo equestre, con una teatralità
straordinaria. Nel centro era stato costruito una specie d'anfiteatro in faccia
alla Loggia dell'Orcagna, avendo all'intorno più ordini di gradini. Il recinto
era coronato da varie statue allegoriche, o rappresentanti numi ed eroi
dell'antichità. La Loggia superba, era tutta parata d'arazzi, tolti dalle
Gallerie, ed ornata di festoni di lauro e di fiori e pennoni coi colori
nazionali francesi. Grandi ghirlande rompevano qua e là la monotonia
dell'addobbo; e sotto la volta dell'arcata centrale s'ergeva maestosa e severa
la statua della Libertà. Nella mano destra teneva una picca sormontata
dal berretto frigio, e la sinistra stesa accennava al livello, segno di
uguaglianza cittadina. Sul piedistallo eran dipinte due figure di donna: una di
gentile apparenza rappresentava la timida Etruria, tenuta per mano
dall'altra, austera matrona, simboleggiante la bellicosa repubblica francese.
Ai quattro pilastri della Loggia erano state appese delle grandi tavole dipinte
a marmo, sulle quali erano scritte sentenze filosofiche, concernenti l'amore
della patria e della libertà, ed incitanti i cittadini all'obbedienza delle
leggi, specialmente di quelle emanate dai Nuvoloni.
Sulla torre di Palazzo Vecchio
sventolava la bandiera francese, ed a tutte le finestre eran tappeti tricolori,
che stridevano in modo straordinario colla seria imponenza dell'antico Palagio
dei Signori.
Alle tre pomeridiane (oggi
bisognerebbe dire alle quindici) il generale Gaultier si mosse dal Palazzo
Corsini in Lung'Arno, dov'era andato ad abitare lasciando il Palazzo Riccardi,
per recarsi alla festa che aveva attirato agli sbocchi della Piazza Nazionale,
occupata quasi tutta dal recinto, tanta folla che pareva si schiacciasse contro
l'impalancato.
Il generale col suo stato
maggiore, preceduto da due reggimenti di piemontesi e di cisalpini e seguito da
un distaccamento di ussari e da uno di cacciatori a cavallo, fece sfilare tutta
quella truppa per Via Maggio fino a San Felice; voltando poi per Piazza de'
Pitti, oltrepassando il Ponte Vecchio per Por Santa Maria, entrò trionfalmente
in Piazza, accolto da applausi assordanti.
Il commissario Gaultier con la
cittadina sua moglie, circondato dalle principali autorità civili e militari,
aveva preso posto sopra un palco eretto sulla gradinata di Palazzo Vecchio. Le
altre autorità del Comune e delle vecchie e nuove istituzioni, ebbero posto
intorno alla statua della Libertà.
Le due fortezze tiravan cannonate
continue in segno di gioia; e tutto un popolo, almeno per quel tempo, esultava
veramente. Le truppe andarono a schierarsi nell'anfiteatro, i gradini del quale
eran pieni zeppi di patriotti che parevan pazzi dalla contentezza, credendo
davvero ad un'èra felice di vera libertà e di ben inteso progresso.
Appena ordinate al loro posto le
milizie, venne portato sulla piazza ed introdotto nel recinto un gran carro
all'antica, tutto storiato, una specie di Carroccio, tirato da quattro
cavalli di fronte, e sul quale era il grande albero che doveva esser piantato.
Dietro a questo carro veniva un
grosso cannone circondato da diciotto coppie di fidanzati, che dovevan darsi
l'anello appena l'albero fosse stato messo dagli operai nel mezzo della piazza,
ossia dell'anfiteatro.
Cerimonia curiosissima cotesta,
che rimase famosa anche quando quegli sposi diventarono col tempo nonni, ed
alcuni forse anche bisnonni.
Gli sposi eran vestiti in abiti
da festa secondo la nuova foggia francese, avendo all'occhiello la coccarda
della repubblica; le spose avevano il vestito bianco, col velo ed una ghirlanda
di fiori in testa.
La cerimonia di quei diciotto
matrimoni, fatta attorno all'albero della libertà, appena che gli operai con
molta fatica l'ebbero piantato, riuscì curiosissima; tutta la gente accorsa
ammirò di più fra quelle spose una certa Rosiera, bellissima ragazza,
che faceva l'ortolana in Borgognissanti, sulla cantonata di via de' Fossi.
Terminata la nuovissima funzione,
le spose che avevano tutte un velo e una ghirlanda di fiori in testa lasciarono
andar libera a volo una colomba, che ciascuna aveva tenuta legata per le zampe
con un lungo nastro tricolore, non quale emblema di perduta innocenza, perché
allora le colombe avrebbero potuto prendere il volo anche un po' prima, ma
sivvero per bandire al mondo che per la Toscana, da quel giorno incominciava,
come disse Pietro Feroni «oratore del popolo» un' èra novella, e riacquistava,
a male agguagliare, l'antica libertà spenta con Ferruccio a Gavinana,
«ricuperando il libero reggimento dopo dugentosettanta anni.» Ci voleva una faccia
tosta di quella fatta, per discorrer in quel modo, con gli stranieri in casa!
Così dunque terminò la cerimonia
dell'albero e dei matrimoni consacrati attorno al medesimo da quelli sposi che
afferraron l'idea della nuova libertà francese, per emanciparsi dalle
opposizioni dei reciproci parenti, così alla svelta e con una pubblicità tale,
che legalizzava il sacro nodo.
La sera, per coronar la festa,
furono fatte luminarie per tutta la città e banchetti all'aperto, con brindisi
pieni d'entusiasmo e di fede in un avvenire di felicità, che non arrivò mai,
per quanto il tempo passasse veloce come prima. Ma il fanatismo raggiunse quasi
la pazzia; perché un manipolo di facinorosi tentò perfino di buttar giù la
statua di Cosimo I, legandovi dei grossi canapi col fine di atterrarla e farne
tante monete da distribuirsi ai poveri. Questa barbarie fu impedita quasi per
miracolo da un egregio cittadino che riuscì a persuaderli a desistere da quella
insensata impresa. Sulla piazza di Santa Croce e di Santa Maria Novella ove era
stato pure piantato l'albero, furon fatti balli pubblici, a cui presero parte
molte donne del popolo, verso le quali i soldati si mostrarono amabili perché
avevan trovato i fiorentini «buoni e pacifici com'erano stati loro dipinti.»
L'albero non fruttò la desiderata
libertà; fruttò invece trentasei suocere, e qualche altra cosa di peggio, come
vedremo.
A forza di editti, di manifesti e
di Nous voulons, non si può persuadere un popolo, specialmente scettico
come il fiorentino, a credere a ciò che non è. Per conseguenza, ai cittadini
amanti della vera libertà della patria, ed ai quali non era dispiaciuta la
partenza del Granduca, rincresceva ora il fare altezzoso dei Nuvoloni, che
venuti in sembiante d'amici dei liberali, spadroneggiavano e comandavano come
se fossero entrati in Firenze per valor d'armi, e Firenze fosse una città di
conquista.
Ed i contadini, poiché il
contadino specialmente nelle rivoluzioni è stato e sarà sempre lo stesso,
profittavano del malcontento, per varie ragioni generale, e la notte
imbrattavano gli editti affissi in nome della repubblica e «attentavano» agli
alberi della libertà, con l'idea di promuover sommosse per rilevarne il
saccheggio!
Allora la buona e pacifica città
fu percorsa da pattuglie di cavalleria francese, e da drappelli di fanteria per
tutela degli alberi e dei manifesti, se non della libertà. Per maggiore
sicurezza poi fu dal maire, non più gonfaloniere, ordinato di tenere un
lume acceso per tutta la notte a coloro che volessero lasciar la porta di casa
aperta fino dopo le otto di sera. Se però la plebaglia non s'abbandonò al
saccheggio, i francesi spogliarono i musei e le gallerie; per mostrar forse che
appartenevano ad una nazione di artisti.
Le intemperanze dei francesi,
scontentarono non solo i partigiani di Ferdinando III e dell'Austria ma anche i
veri liberali. Infatti, dopo tante promesse di benessere, di felicità e di
libertà, non potendo il nuovo governo sostenere le spese enormi dell'armata,,
ricorse ai mezzi straordinari. Fra questi, il primo fu quello di esigere alla
svelta, dai cittadini, seicentomila scudi, che tanti rimanevano per coprire il
prestito forzato di ottocentomila, ordinato per conto proprio da Ferdinando III
nel 1798, e del quale non era stata pagata che la prima rata. Quindi, l'immediata
consegna degli utensili e vasellami d'oro e d'argento di uso sacro, non
strettamente necessari al culto, e già parzialmente ordinata dallo stesso
Granduca, che s'era veduto però mal corrisposto. I preti non intendevano
affatto di privarsi di tali oggetti, per quanto nel 24 dicembre 1798 fosse
stata spedita al vescovi una circolare, onde esortarli a dare il buon esempio
ed eccitare preti, frati e monache, a concorrere con alacrità e zelo al
sollievo delle pubbliche finanze, così tartassate per sopperire alle spese
fatte per «l'armamento delle bande e per la creazione dei cacciatori
volontari.» Ma fu fiato e carta sciupata. Vescovi, e clero fecero il sordo.
Amici cari, e borsa del pari!...
Il governo francese dunque,
riportò in ballo la faccenda del prestito e della consegna degli oggetti
preziosi, perché il bisogno stringeva e non c'era tempo da perdere. Giacché il
Granduca, pel primo, aveva avuto quella felicissima idea, non ostante che non
gli riuscisse poi d'attuarla, i francesi credettero ben fatto di sfruttare
l'odiosità ch'egli s'era tirato addosso, per trarla a lor vantaggio.
Cosicché il 1° maggio, il
Cellesi, «segretario della giurisdizione» mandò fuori un editto per raccogliere
gli argenti e gli ori superflui nei luoghi destinati al culto, poiché anche
«l'antico governo aveva dato l'esempio d'una raccolta d'argenteria superflua».
Gli oggetti da consegnarsi dovevano esser portati entro tre giorni alla Zecca
di Firenze, per farne tanta moneta.
Questa misura colpiva anche le
sinagoghe e le chiese di altro rito, eccettuati soltanto gli spedali.
Si concedeva per uso
ecclesiastico ad ogni chiesa, monastero, convento o luogo pio, un ostensorio, purché
non ne avessero un altro di metallo!; i calici e le pissidi non aventi che
la sola coppa d'argento, e se in qualche chiesa fossero tutti d'argento, se ne
lasciassero il minor numero possibile per l'uso di essa. Eran pure esclusi
dalla consegna «i piccoli vasi da olio santo e da crisma,» gli ornati uniti
alle immagini o ad altri lavori che non potessero levarsi senza «deturpare
l'opera:» che, del resto, avrebbero dovuto portare alla Zecca anche quelli. Ma
ciò che non veniva escluso, erano «gli ornati, benché di sfoglia, di
quelli arredi di chiesa, che si riservano per le pompe e funzioni
straordinarie.»
Al governo francese piaceva la
semplicità, specialmente nelle tasche dei cittadini! E mentre protestava una
gran devozione per le reliquie dei santi, ingiungeva a tutte le chiese che ne
possedevano, di levarle con la dovuta riverenza dai reliquiari, tenersi le reliquie,
e i reliquiari, se fossero stati d'argento, mandarli alla Zecca. Anche negli
atti della religione, la repubblica amava la semplicità!
Nelle cattedrali poi, e nelle
abbazie, non era permesso che un pastorale solo, e ciò che era strettamente
necessario nei
pontificali. Se in qualche chiesa
vi fossero oggetti d'argento reputati opere d'arte, meritevoli d'esser
conservati, il rettore doveva farne rapporto, probabilmente per mandarli a
conservare a Parigi, come avvenne dei molti quadri, dei cammei, e degli oggetti
in pietra dura delle gallerie.
Finalmente si ordinava senza
tanti preamboli, a tutti coloro che presiedevano o amministravano chiese,
monasteri e luoghi pii, di sostituire al più presto le lampade e gli arredi
d'argento, con altri «d'altra materia a piacimento!»
Se la chierica de' preti fosse
stata d'argento, i francesi si sarebbero fatta consegnare anche quella!
Queste, che molti ritennero per
vere esorbitanze, specialmente nelle campagne, indignarono gli animi dei più; e
cominciò allora il sordo lavorìo dei preti e dei reazionari per sobillare le
plebi.
Specialmente nell'aretino, dove
gli emissari austriaci trovarono il terreno più adatto che altrove a sollevare
le masse, queste si ribellarono al regime francese; e la rivolta a poco a poco
assunse serie proporzioni. Ad Arezzo fu preso a pretesto della prima
insurrezione, il 6 di maggio, trentesimo anniversario della nascita di
Ferdinando III. In quel giorno i contadini della provincia aretina, ai quali
dai codini giubbilanti s'era dato ad intendere che i tedeschi erano
entrati in Firenze, fecero nelle campagne intorno ad Arezzo fuochi di gioia.
Molti di quei contadini entrarono in città, e senza curarsi, anzi, provocando
il piccolo presidio francese, e la scarsa guardia nazionale, percorsero le vie
della città, gridando Viva Maria, - che non ci aveva nulla che fare – Viva
Ferdinando III; Viva l'imperatore, abbasso l'albero della libertà.
Poco dopo l'ingresso di quelle
ciurme ignoranti di contadini, comparve in Arezzo una sdrucita carrozza guidata
da un cocchiere, che aveva accanto a sé una vecchia, la quale teneva in mano
una bandiera austriaca, che faceva sventolare dove maggiore era la massa dei
contadini, eccitandoli sempre più. Quella sozza folla fu così stupidamente
idiota, da credere che il cocchiere non fosse altri che San Donato protettore
d'Arezzo e la vecchia la Madonna, e che entrambi venivano ad annunziare la
prossima liberazione d'Arezzo! Parrebbero novelle queste, se non fosse pura
storia!!
Allora non ebbero più limite le
ingiurie ai francesi, e gli insulti d'ogni genere ai patriotti. In brev'ora la
città fu in preda alla rivoluzione. Il popolo ubriacato, trascinato dai
contadini, si armò come meglio poté di fucili, di pali, di forconi, di falci,
di scuri e dì tutto quanto forse atto a ferire.
La scarsa truppa francese, tenne
testa per un po' di tempo; ma vedendo che la folla s'imbestialiva sempre più,
perché nella mischia aveva avuto anche un morto, sebbene fosse morto anche un
soldato, la truppa, diciamo, si dette alla fuga.
Rimasta libera la città, le
bastonate ai pochi patriotti e le sassate a' vetri delle loro case, piovvero
come la grandine. Furon distrutti tutti gli emblemi della repubblica e rimessi
quelli del Granduca al grido di Viva Maria, - al solito - Viva
l'Austria. Furon messe fuori le bandiere del papa, quella austriaca e
perfino il vessillo della Madonna del Conforto.
Da Arezzo l'insurrezione s'estese
subito a Cortona; e il general Gualtier, impensierito della piega che prendeva
la cosa, badava a fulminare da Firenze editti pieni di minacce e di terrore,
ingiungendo col primo, in data del 19 fiorile, (ossia del 9 maggio) agli
abitanti di Toscana di consegnare ai comandi di Piazza tutte le armi d'ogni
genere che possedevano, comminando pene severissime ai contravventori, ed
ingiungendo ai parroci di legger l'editto nelle chiese dopo la messa
parrocchiale.
A queste ingiunzioni, si
rispondeva con l'aumentare la pertinacia della rivolta; e le popolazioni del
Casentino, infiammate dai cenobiti di Camaldoli e di Vallombrosa, e dai mendicanti
dell'Alvernia, presero le armi, e per la Consuma scesi rapidamente al
Pontassieve, favoriti dalla località, impedirono ai francesi inviati da Firenze
di forzare il passo e di marciare sopra Arezzo.
Il commissario Reinhard il 29
fiorile (19 maggio) anno VII della Repubblica francese Una e Indivisibile, emanò
un nuovo editto assegnando il termine agli abitanti di Arezzo e di Cortona a
sottomettersi. L'editto era basato sulla considerazione, che gli abitanti di
quelle due città avendo «assunto» la coccarda d'una potenza in guerra,
incarcerato ed assassinato dei soldati francesi, stampati proclami sovversivi,
ed essersi opposti al passo della legione polacca, ausiliaria dell'armata della
repubblica, si imponeva alle due città di liberare entro ventiquattr’ore dalla
notificazione dell'editto i cittadini toscani e francesi incarcerati nei fatti
del 16 e 17 fiorile, e di mandare a Firenze venti ostaggi scelti fra i
possidenti e funzionari pubblici delle due città da rimanervi sotto la
protezione delle leggi, intanto che le truppe francesi occupassero militarmente
tanto Arezzo che Cortona.
Passato questo tempo inutilmente,
le dette città e le comunità circonvicine, sarebbero state dichiarate ribelli e
ridotte all'obbedienza con la forza delle armi. Il paragrafo VII poi conteneva
questa esplicita comminazione: «Tutti i proprietari nobili domiciliati nelle
dette città, tutti i preti aventi dei benefizi, che non sono di quelli con cura
d'anime, i quali non usciranno subito da queste città dichiarate in stato di
ribellione aperta, e non si recheranno a Firenze, verranno considerati come
capi di rivolta, puniti come tali, e i loro beni saranno confiscati a profitto
della repubblica.»
Quest'editto inasprì sempre più
gli animi dei rivoltosi.
Allora il generale in capite Macdonald
emanò da Siena in data del 3 pratile (23 maggio) questa, che giustamente fu
detta feroce ordinanza:
»Art. 1. Nel corso di 24 ore
dalla notificazione della presente risoluzione, le comunità d'Arezzo e di Cortona
poseranno le armi, e invieranno una deputazione al Generale in capite composta
dei principali cittadini, per assicurarlo della loro sommissione e per servire
d'ostaggio.
Art. 2. Mancando esse di
conformarsi al precedente articolo nella dilazione prescritta, si manderanno
delle colonne di truppe francesi e dei cannoni, per assoggettare i ribelli con
la forza.
Art. 3. In caso di resistenza,
tutti gli abitanti saranno passati a fil di spada, e le città date in preda al
saccheggio e alle fiamme.
Art. 4. Le due città d'Arezzo e
di Cortona, saranno distrutte e rase.
Art. 5. Sarà inalzata una
piramide nel luogo che occupavano, con queste parole: Le città d'Arezzo e di
Cortona punite della loro ribellione.
Art. 6. La presente risoluzione
sarà stampata, pubblicata ed affissa in tutte le Comunità del territorio
toscano. I generali comandanti le colonne contro Arezzo e Cortona sono
incaricati della sua esecuzione.»
Nello stesso giorno il generale
Macdonald emanò un altro editto contro «alcuni preti fanatici» che si univano
«ai miserabili agenti» dell'Austria, per rovesciare il regime repubblicano.
Per conseguenza, stabiliva con
quell'editto che ogni comunità che inalberasse lo stendardo della rivolta
sarebbe stata sottomessa con la forza; e che «i cardinali, arcivescovi,
vescovi, abbati, curati, e tutti i ministri del culto» sarebbero tenuti
personalmente responsabili degli attruppamenti e delle rivolte.
E per farsi intendere anche più
chiaramente, il bravo generale in capite intimava a tutti i preti di
portarsi immediatamente nei luoghi della loro giurisdizione dove fosse
scoppiata la rivolta per sedarla. E se fossero invece trovati con l'arme alla
mano sarebbero stati, per una volta tanto, giova almeno sperarlo, fucilati
senza processo. Ugual sorte sarebbe toccata agli altri ribelli arrestati in
simili condizioni.
La risposta degli aretini ai
proclami del Macdonald se fu ispirata al fanatismo più bizantino, non fu però
meno energica ed arrogante. In essa, fra le altre cose, si diceva chiaro e
tondo al generale francese: «Voi in nome del governo francese ci avete fatto
sempre delle belle promesse; ma nemmeno una volta ci avete mantenuta la parola.
Se eravamo liberi, perché non lasciare a noi la scelta dei nostri
rappresentanti? Era una volta in proverbio la fede greca; nelle vostre mani è
divenuta tale la fede, francese!» Parole roventi coteste, ma dette con
coraggio! La conclusione della risposta degli aretini conteneva un'aperta
sfida, dicendo che la rabbia del generale non li spaventava: ed alla minaccia
di erigere una piramide, dove sorgeva la città d'Arezzo, rispondevano che più
facile sarebbe stato agli aretini formarne una di teste di giacobini e dì
soldati francesi, ponendovi in cima quella del comandante Mesange, che era
scappato con la compagnia, appena scoppiata la rivolta.
La chiusa poi era enfatica quanto
mai. Dopo aver detto che gli aretini non s'inchinavano che a Dio e «alla grande
protettrice Maria» in nome della quale però, commisero ribalderie senza nome,
concludevano ammonendo il Macdonald: «Vergognatevi delle vostre insultanti
minacce: e chinando gli occhi a terra, riconoscete il vostro delitto; tremate
che il Dio delle vendette non vibri sul vostro capo quel folgore che oramai vi
striscia intorno, e che certo non isfuggirete, se al lungo errore non succede
un pronto e sincero ravvedimento.» Considerate da quali pulpiti si dovevan
sentir tali prediche!...
Il Macdonald con le sue truppe si
mosse allora da Siena e marciò prima su Cortona, avendo intenzione di continuar
poi per Arezzo e sottomettere con le armi le due ribelli città. I cortonesi
meno fermi degli aretini, appena furono in vista i soldati francesi, andaron
loro incontro; e fatto atto di sottomissione al generale, fu ripristinato il
governo francese e rimessi gli alberi della libertà.
Il Macdonald non poté però
continuare la sua marcia sopra Arezzo perché gli
austro-russi gli davano da fare altrove.
Per conseguenza dové lasciar la
Toscana, dando così agio ai ribelli di continuare nelle loro imprese: le quali,
benché
mascherate dai gridi di Viva
Maria, nascondevano il fine del saccheggio e delle maggiori bricconate, che
potessero aspettarsi da una masnada di quella fatta.
La prima marcia degli insorti fu
sopra Siena, dove appena giunti abbassarono l'albero della libertà in tutte le
piazze e ne fecero un rogo, sul quale bruciarono tredici disgraziati ebrei,
accusati di partigianeria verso i francesi, per avere un motivo di sfogare su
di essi la loro malvagità. Il più bestiale tra i condottieri di quella
canaglia, era un frate laico zoccolante del Monte San Savino, che con la
sciabola in mano eccitava i suoi seguaci «bestemmiando come un forsennato» in
onore di Dio e del principe. Fu saccheggiato il ghetto e la sinagoga,
fracassate e vuotate le sette cassette dell'elemosina nella sagrestia del
tempio, e portati via gli argenti, che ornavan la bibbia.
Questi barbari fatti di Siena, e
il tremendo rovescio, toccato da Macdonald alla Trebbia nei giorni 17, 18 e 19
giugno ebbero il loro contraccolpo anche in Firenze, dove la sera del 4 luglio,
in Piazza Nazionale, vi fu una specie di rivoluzione, nella quale il popolo
bruciò tutti gli emblemi della repubblica. Le cariche di cavalleria furono
insufficienti a frenare il furore della plebaglia istigata dai reazionari; ed i
liberali si videro in pericolo.
Frattanto la disfatta della
Trebbia determinò i francesi ad allontanarsi dalla Toscana: e la notte del 5
luglio, il generale Gaultier e il commissario Reinhard, scortati da poca
cavalleria, si diressero a Livorno, seguiti da pochi patriotti che preferirono
di esulare da Firenze, piuttosto che esporsi alle vendette dei reazionari, i
quali rialzaron subito la cresta, ed incitarono i mercatini, i facchini, i
conciatori e i navicellai del Pignone, a molestare i giacobini, o coloro come
tali ritenuti, i quali furon perseguitati con ogni maniera, di danni e
d’offese.
I reazionari, coraggiosi sempre
quando il nemico non c'è più, diffondevano a centinaia di copie una poesia
fregiata dello stemma di Ferdinando III, dovuta al peregrino ingegno di un tal
«Dott. G. P. L. Pastor Arcade» e intitolata «L'inganno della
libertà schiarito ai popoli toscani.»
Sarebbe afflizione troppo grande
il riprodurre le venticinque strofe di quella poesia: ma per darne un'idea,
essendo una caratteristica pittura della scena su cui si svolgevano tanti
fatti, bisogna pur riportarne saltuariamente qualcuna:
La poesia, che circolava già in
modo clandestino quando i francesi erano ancora in Firenze, appena spariti si
vendeva impunemente da un libraio «dirimpetto alla chiesa della Madonna de'
Ricci» nel Corso.
Ma con le satire soltanto non s’è
mai levato un ragno da un buco!
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