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Ultimi atti del commissario
Reinhard - Il Senato fiorentino - Effetti della reazione - Selim III - Il
generale Suwarow - La Sandrina Mari e gli aretini a Firenze - Il vescovo
Scipione Ricci - Gli austro-russi - Sempre Te Deum - La
morte di Pio VI - I francesi tornano in Toscana - Il regno d'Etruria - Lodovico
di Borbone a Parigi - Proclama del generale Murat - Giuramento prestato al
nuovo sovrano - Suo arrivo a Firenze - L'Apollo di Belvedere e la Venere dei
Medici - Tristi condizioni del regno d'Etruria - Viaggio dei reali e morte del
re Lodovico.
Appena gli ultimi soldati
francesi ebbero lasciato in fretta e furia Firenze, fu affisso un avviso senza
data - ciò dimostra che era stato pronto da un pezzo - del commissario Reinhard
col quale rammentava ai fiorentini ch'erano «sottomessi al governo francese dal
diritto della guerra; e che se era stata rispettata la loro religione, le
proprietà e le persone, lo dovevano soltanto alla loro pacifica sommissione e
alla generosità francese, che non s'era obliata un istante.» E dovevasi altresì
«alla saviezza, alla purità e alla bontà dei Toscani» se era stato conservato
il loro paese, cioè se non era stato distrutto erigendovi una piramide sulle
sue rovine, come avevano minacciato di fare ad Arezzo e a Cortona.
Per essere amici, non potevano
parlar meglio davvero!
Nello stesso tempo, fu affissa
l'ultima e «furibonda» ordinanza del su nominato Reinhard, il quale, alludendo
ai fatti d'Arezzo, diceva che «una ribellione provocata e feroce aveva invasa
una parte considerabile della Toscana, nel mentre che l'armata francese era
chiamata momentaneamente a combattere altrove la causa generale della
libertà d'Italia. « La disinvoltura del Commissario francese è stupenda.
Per non dire che le truppe del suo paese andavano a soccorrere le altre, che ne
avevan già toccate alla Trebbia, diceva, con faccia tosta, che andavano altrove
a combatter per la libertà d'Italia!...
In conclusione, il signor
Reinhard, nella sua sconfinata bontà, decretava che tutti i cittadini che
avevan servito il loro paese «o la causa della libertà» si riunissero in
Livorno dove per somma grazia sarebbero considerati come facienti parte del
battaglione toscano.
I nobili e i preti della Toscana
erano chiamati nientemeno responsabili di tutti coloro che venissero
«assassinati, arrestati e perseguitati sotto pretesto d'attaccamento ai
francesi e ai loro principii.» E per maggiore consolazione di quelli che
avessero delle ideacce contro i preziosi amici che momentaneamente s'allontanavano
per la libertà d'Italia, il compitissimo signor Reinhard ammoniva i pacifici e
buoni fiorentini, che gli ostaggi stati condotti in Francia risponderebbero testa
per testa delle uccisioni o degli affronti che fossero commessi in Toscana
contro i patriotti.
Quest'ultima ordinanza, altezzosa
e provocante, finì di esasperare gli animi, e ci volle tutta la prudenza e
l'ascendente dell'arcivescovo Martini, per impedire che la popolazione si
sollevasse e trasmodasse contro i fautori di così prepotenti e sfacciati amici,
i quali si comportavano molto peggio che nemici. Se almeno avessero avuto
la lealtà e la franchezza di mostrarsi per quello che erano, ognuno forse si
sarebbe regolato: ma venire come liberatori non cercati, e proclamare poi negli
editti che i toscani erano sottomessi alla Francia dal diritto della guerra era
una tale insultante provocazione, che ogni popolo, anche dolce e pacifico come
era stato dipinto nei precedenti proclami il popolo toscano, se ne sarebbe
giustamente offeso.
Da ciò nacque una tremenda
reazione. I cittadini, indispettiti contro i fautori dei francesi che
trattavano i toscani come popoli conquistati mentre non costavan loro una sola
cartuccia, e inaspriti dalle burbanzose minacce, arrestavano da se stessi e
portavano alle Stinche o al Bargello quei disgraziati che credendo alla
libertà, all'eguaglianza e alla fratellanza francese, s'eran lasciati illudere.
Molti di quei patriotti, che in buona fede avevan creduto in una nuova èra di
libertà della patria, furono bastonati dai reazionari, partigiani d'altri
predoni stranieri, cioè degli austriaci; e così Firenze, rimasta senza governo,
ebbe un dicatti che il vecchio Senato fiorentino, di cui nessuno rammentava più
nemmen l'esistenza, riprendesse, dopo la partenza dei francesi, le redini dello
Stato. Ed il primo atto di quel nucleo di gente inetta ed austriacante, che
formò lì per lì una specie di governo, fu quello di mandare in tutta fretta
come deputati ai generali austriaci, il conte Cammillo della Gherardesca, il
marchese Antonio Corsi, l'avvocato Giuseppe Giunti e Carlo Pauer, per pregarli
ad accelerare la marcia delle loro truppe su Firenze. Nel tempo stesso, si
facevano premure all'armata aretina di venire a rimetter l'ordine, poiché gli
eccessi dei «facinorosi avidi e audaci manomettevano le persone e le proprietà
dei patriotti, in varie guise ingiuriate dalla plebaglia.» Per conseguenza, non
cessava di raccomandare al popolo con l'editto del 6 luglio, di cessare dagli
arresti dei giacobini, non perché ciò era indegno di gente libera, ma
«per non turbare con tali atti arbitrarii l'amatissimo sovrano,» che avrebbe
reso loro il dolce suo governo. E siccome il Senato prevedeva da un giorno
all'altro il ritorno di Ferdinando III, così esortava tutti a non permettere
che la gioia di tanta aspettativa «fosse mista con i mali sempre inseparabili
dal disordine e dalla confusione.»
Il capitano Lorenzo Mari, già
uffiziale dei dragoni di Ferdinando III, e capo dell'armata aretina, credendosi
sul serio un altro Napoleone, da San Donato in collina, dov'era coi suoi prodi
accampato, fece sapere all'improvvisato governo di Firenze che egli avrebbe
dato una risposta decisa soltanto quando egli fosse sicuro che le fortezze
sarebbero state cedute alle sue forze, e le armi della guardia urbana,, stata
costituita lì per lì alla meglio, venissero depositate fuori della porta a San
Niccolò.
Al «superbo foglio di quel
filibustiere» il Senato rispose che i toscani, essendo tutta una famiglia, non
c'era bisogno di far tanto il gradasso; quindi rinnovava la preghiera che gli
aretini venissero a Firenze. Si intromise allora fra le due parti il cavalier
Wyndham, incaricato d'affari inglese, il quale, lasciato il campo degli
aretini, giunse a Firenze il 6 di luglio.
Nel giorno stesso, quel
patriottico e dignitoso governo, composto dei senatori Cesare Gori, Andrea
Ginori e Federigo de' Ricci, stipulò con l'armata degli insorti aretini, vera
banda di malfattori guidata da ufficiali austriaci e russi, una vergognosa
convenzione, per la quale si dichiarava che il Senato fiorentino desiderava
vivamente di avere in Firenze l'armata aretina; di cedere ad essa le
fortezze, le porte, le caserme, le munizioni, i cannoni, le armi ed altri
oggetti militari; che a quei banditi fossero resi gli onori militari ben
dovuti ad un'armata regolare che si espone per portarsi al soccorso di Firenze!;
di trovar giusto e conveniente che l'armata aretina non conoscesse altro
capo che il suo comandante, finché non ne giungesse uno insieme allarmata
tedesca, maggiore di grado al comandante aretino. Questi ed altri patti, tutti
a favore dei facinorosi aretini, furono conclusi dal nuovo governo, facendo
arrossire i liberali veri, che non intendevano libertà senza indipendenza e
senza intervento straniero, di qualunque nazione fossero gli invasori, che
sotto mentite spoglie di amici venivano a darci la schiavitù e l'oppressione,
chiamati dai più vili e codardi cittadini, vergogna del loro paese.
E tanto è vero, che la Toscana
faceva gola a tutti, che perfino il sultano «Selim III Gran Signore dei Turchi,
Ombra di Dio, Fratello del Sole e della Luna, capo di tutti i re, distributore
delle corone, ec.» mandò anch'egli un proclama per dire che il Profeta aveva
permesso che la Francia sterminatrice facesse le sue vendette per le colpe
degli uomini; ed ora che il suo compito era eseguito, i turchi sarebbero venuti
a darci la libertà, promettendoci «una primavera di delizia e di riso!...». Ma
degno di riso sarebbe stato davvero, se non lo fosse di sdegno, il veder
bandire dagli altari da alcuni preti fanatici e ignoranti il proclama del
sultano, come se si trattasse del vangelo di un nuovo apostolo!
E non fu soltanto il fratello del
Sole e della Luna, che s'intenerì per noi, vedendoci preda dei francesi; ma
anche il generale Suwarow si commosse per conto del suo governo, alla nostra
sorte; e anche lui, poveretto, mandò un proclama che cominciava così: «Popoli
d'Italia, armatevi e venite a porvi sotto gli stendardi della religione e della
patria, e voi trionferete d'una perfida nazione.» E dire che il comandante
russo intendeva di alludere alla Francia!...
Il colmo dell'indignazione russa
a nostro vantaggio è contenuta in queste parole: «I francesi vi opprimono tutti
i giorni con gravezze immense: e sotto il pretesto d'una libertà e d'una
eguaglianza chimeriche, portano la desolazione nelle famiglie....» e via di
questo passo.
Poi che fu ammansita la
tracotanza del fiero guerriero Lorenzo Mari, il patriottico e sapientissimo
governo toscano, non sdegnò di trattare il 7 luglio anche col prete Donato
Landi, qualificato commissario di guerra della armata aretina, per preparare
gli alloggi e le vettovaglie necessarie a tale valorosa armata, costituita da
una ciurmaglia di 5000 ribelli, per la maggior parte appunto aretini. Essi infatti
entrarono in Firenze nel pomeriggio del giorno stesso dalla porta a San Nìccolò
in numero di 2500 fra fanti e cavalli guidati dalla celebre Sandrina Mari, che
a cavallo come un uomo, vestita metà da donna e metà da soldato, entusiasmava
quel prode esercito. Il vero nome di lei era Cassandra Cini, figlia d'un
macellaro di Montevarchi; ma ad Arezzo la chiamavano Sandrina. Fu poi sposata
al capitano Lorenzo Mari, il quale, dopo essere stato licenziato con gli altri
ufficiali toscani dai francesi, si era messo alla testa dei rivoltosi aretini,
illudendosi d'essere un condottiero d'eroi.
La Sandrina, che montava un
bellissimo cavallo bianco, aveva a destra il cavaliere Wyndham, il gran paciere
inglese, e a sinistra il barbuto frate zoccolante del Monte San Savino, che
tutti prendevano per un cappuccino, essendosi lasciata crescer la barba onde
dar più tono alla sua insipida fisionomia. Egli, di motu proprio s'era
dato il titolo di cappellano dell'armata, per giustificare in qualche modo la
sua presenza fra le bande, delle quali mostravasi degno, continuando a
bestemmiare come un facchino. Il marito di quella specie di Giovanna d'Arco in
caricatura, era in uniforme di capitano con l’elmo da dragone, avea una tunica
piena d'alamari, ricami e galloni; le spalline dorate, ed il petto fregiato di
medaglie d'ogni specie, croci e tosoni, come i giuocatori di prestigio o i
ciarlatani d'un tempo. Pareva un di coloro che con gli specchietti vanno a
caccia dell'allodole.
Poco dissimili dal condottiero
erano gli ufficiali, adorni d'assise e nappe svariatissime, fregiati tutti di
coccarde toscane, austriache, russe, pontificie e perfino della mezzaluna turca
insieme agli scapolari con la Madonna e l'immagine dei Santi.
E così ce n'era per tutti i
gusti!
La figura più grottesca era
sempre quella dello zoccolante truccato da Pietro Eremita, che fingeva di
morire sotto il peso d' un' enorme croce che appoggiava sulla coscia destra, e
che poi si seppe esser di sughero!
Altri 2500 aretini, provenienti
dal Pontassieve, entrarono da porta alla Croce urlando tutti e schiamazzando,
con un diavoleto strepitoso.
Il primo atto del comandante Mari
fu quello di imporre al Senato fiorentino l'ordine di ribassare subito il
prezzo del pane e di tutte le vettovaglie.
Dopo tale ingiunzione, l'impavido
guerriero Mari ordinò che venisse arrestato e rinchiuso nel Bargello, e quindi
per intromissione dei parenti e degli amici, in Fortezza da Basso, Scipione
Ricci, già vescovo di Pistoia, venuto in odio per le rivelazioni da lui fatte
sulle nefandezze che si commettevano da certe monache di Pistoia e di Prato. Ma
tanta era la stima che professava per il valoroso prelato «la gente illuminata
ed onesta,» che anche l'arcivescovo ebbe a interessarsi della sua sorte. E per
dimostrare che roba fossero gli aretini insorti al grido di Viva Maria, basta
sentirlo dalla bocca stessa del vescovo Ricci, il quale, raccontando le sue
sofferenze durante l'empia prigionia, così si esprime: «Io ho dovuto più volte
gemere davanti a Dio per le orrende bestemmie e per le infami laidezze ch'ero
costretto sentire continuamente, in modo che gli orrori della carcere non mi
avevano fatto mai tanto ribrezzo. Il giuoco continuo e la perdita di grosse
somme davano luogo a frequenti risse. La santificazione delle feste non ho mai
saputo distinguerla in quella truppa. Quanto poi alle ruberie di cui non si
faceva scrupolo, era strana cosa il sentire come tra loro medesimi era in
proverbio il Viva Maria per segno d'aver con buona coscienza rubato,
quasi che nominandola si garantissero della trasgressione del precetto di Dio,
e non piuttosto la oltraggiassero con insulto nell'offendere il suo divino
figlio. Io non parlerò degli ammazzamenti volontari e proditorii che a sangue
freddo si commettevano, perché tutta la Toscana ne è testimone. Dirò solo che
la massima di molti preti e frati, che per castigo del Signore furon cieche
guide a tanti popoli traviati, era non solo favorevole a tali omicidi, come se
in così fare prestassero ossequio a Dio, ma taluni ancora ne gli animava, ne
dava l'esempio, e si vantava inoltre di aver lordato del sangue di suoi
fratelli quelle mani medesime, con cui offriva il sangue dell'immacolato
agnello sparso per essi».
Questa sola testimonianza di
Scipione Ricci basta per tutte, se non ce ne fossero a migliaia.
Le bande aretine invasero la
città: ed il dì 8 luglio la percorsero trionfalmente, in unione alle truppe
austriache e russe arrivate fresche fresche a rioccupare il posto dei francesi,
per proclamare daccapo la sovranità di Ferdinando III. I due reggimenti di
cosacchi, entrando in Firenze dalla porta al Prato, passarono di Mercato
Vecchio; e rimase famosa la stupida ingordigia di quei soldati quasi barbari, i
quali, traversando mercato, e vedendo agli ortolani i panieri delle
zucchettine, le prendevan per fichi e con le lancie le infilavano e le
mangiavano senza accorgersi che erano zucche.... meno dure delle loro ma non
meno sciocche. I più intelligenti infilavano invece i salami, che i
pizzicagnoli tenevano a mostra appesi sotto la tettoia della bottega.
Gli aretini che avevano sul petto
e nel cappello immagini della Madonna ed abitini, entrarono gridando « Viva
Gesù, e Viva Maria!». E in questi due santi nomi prendevano e rubavano tutto
quanto loro capitava sotto. I fiorentini che non si smentiscon mai neppur nelle
disgrazie, parafrasavano quelle religiose grida furfantesche, dicendo, quando
vedevano quei branchi d'aretini:
Viva Gesù e Maria
E questa roba l'è mia!
Gli aretini se ne andarono
mettendo l'assedio a varie città, percorrendo buona parte d'Italia, dove però
non c'erano più francesi.
Il 20 luglio arrivò a Firenze
anche il generale Klenau, che alloggiò al palazzo Riccardi. Egli abolì subito
il bollo francese e rimise in uso quello di Ferdinando III.
Ricostituì poi la guardia
cittadina, detta urbana, che fu composta di dodici compagnie di 120
uomini, la quale intervenne ad una gran rivista passata dallo stesso generale
alle Cascine, ed alla quale intervennero quei due reggimenti di cavalleria
russa, «armati di picche con le quali avevano infilato le zucche e i salami, e
vestiti con superbe uniformi che destarono meraviglia e stupore nel popolo che
gli accompagnò in fortezza gridando: Viva l'imperatore Paolo!».
Intanto fra il Senato ed il
governo provvisorio di Arezzo nacque un aperto dissidio, poiché una deputazione
aretina, guidata da Niccolò Gamurrini, era andata a Vienna ad umiliare ai piedi
di Ferdinando III la proposta di separare dal resto della Toscana gli Stati
occupati dagli insorti. Ma siccome l'insurrezione, per il modo con cui era
stata condotta e per i furti e saccheggi ed altre infinite ribalderie fatte in
nome di Maria Santissima e di San Donato, aveva dato luogo ad infinite
lagnanze, che eran giunte anche a Vienna, così il Granduca, per mezzo del suo
segretario Luigi Bartolini, fece rimettere ai deputati d'Arezzo un dispaccio
che cantava molto chiaro.
Quel dispaccio, dopo i
soliti complimenti d'uso circa «l'ammirazione, la gratitudine ed il plauso di
S. A. per il coraggio fermezza e fedeltà di tutto quel popolo toscano» cioè
aretino «che il signor Gamurrini aveva l'onore di rappresentare e che con
l'assistenza di Dio e di Maria Santissima» che non ci pensavan nemmeno «aveva
diminuite le disgrazie cui soggiaceva il granducato,» conteneva altresì
l'esplicito volere della prefata A. S. la quale non ammetteva nessuna
distinzione e separazione, dovendo tutti i toscani essere uniti e sotto di lui.
Per dorare poi la pillola, si
diceva che S. A. aveva presentato al suo imperiale fratello il signor
Gamurrini, il quale era stato fatto conoscere a tutta la reale famiglia.
Il governo provvisorio d'Arezzo
fu costretto a fare buon viso a mala fortuna; ed il 5 di settembre mandò fuori
un avviso col quale annunziava che i felicissimi Stati di S. A. il granduca
Ferdinando III erano stati liberati «dall'oppressione dell'usurpato governo
francese» e che «le gloriose vittorie degli invitti eserciti imperiali e gli
intrepidi sforzi delle combinate armi austro-aretine-russe»
li avevano assicurati da ulteriori invasioni.
Dopo questa fanfaronata, il
governo provvisorio veniva a dire che S. A. pulitamente e bene «per il canale
dell'inclito Senato fiorentino» gli aveva fatto sapere che i componenti quel
governo se ne potevano tornare a casa «e che dovessero cessare tutte le misure
provvisorie state prese, ripristinando tutto l'antico sistema politico ed
economico.» Cessato così il potere di quei governanti, celebrarono il termine
della loro esistenza con una solenne funzione nel Duomo di Arezzo, cantando un Te
Deum solennissimo!
Il governo posticcio rimasto a
Firenze, cominciò, per non sbagliare, dal voler far quattrini, poiché i nuvoloni
avevan lasciate le casse vuote. Io non voglio dire come disse il Guerrazzi,
che «dacché l'uomo nacque con mani fu ladro.» No; l'ha detto lui, non c'è
bisogno di ripeterlo; ma è un fatto che fra chi andava e chi veniva, facevano a
chi portava via di più.
Quindi il governo rivolse un
appello ai cittadini, i quali non poterono corrispondere che con poche migliaia
di lire, essendo già esausti. Fu allora intimato, con spirito di malvagia
persecuzione, un imprestito forzato agli ebrei, che si dicevan possessori di
grosse somme nascoste; ciò che non era punto vero, perché anch'essi erano stati
frugati bene e non male, ed eran ridotti così al verde, che non parevan più
nemmeno ebrei.
Per conseguenza, la delusione dei
governanti fu completa.
Invece però di pensare a dare un
assetto qualsiasi alle finanze, essi si diedero con una specie di voluttà
feroce a far processi ai giacobini; ed in quindici mesi, fra prima e dopo,
sopra un milione d'abitanti, che tanti ne faceva la Toscana, ne furono
intentati trentaduemila «per genialità francese!» Molti cittadini per antichi
rancori furono anche messi alla gogna alla colonna di Mercato, dove si
mettevano soltanto gli assassini ed i ladri.
Alla fine di luglio partirono le
truppe russe ed i due reggimenti di dragoni austriaci «Kaiser» e «Arciduca
Giovanni.» Fu cantato anche allora in Firenze un altro Te Deum in Duomo,
con l'intervento del Senato e di settanta dame fiorentine vestite di nero e col
velo in capo, per onorare il generale Klenau e... più che altro il suo stato
maggiore, composto di ufficiali delle più distinte famiglie, e piuttosto bei
giovani!
In questo tempo giunse la notizia
della morte di Pio VI, avvenuta a Valenza, nel Delfinato, il 29 agosto; e
mentre che a Firenze si apprendeva tale nuova, giunse l'altra dello sbarco a
Livorno del re di Sardegna Carlo Emanuele IV il quale «veniva colla pia
consorte ad alloggiare nella consueta villa del Poggio Imperiale;» il Senato lo
accolse rispettosamente a nome di Ferdinando III; ma cercò di non
compromettersi.
Il mesto monarca aspettava che
gli alleati gli rendessero i suoi Stati; e nella tranquillità del Poggio
Imperiale gli erano gradite le visite che gli faceva Vittorio Alfieri. Carlo
Emanuele si trattenne in Firenze fino al giugno del 1800.
La vittoria di Marengo mutando a
un tratto faccia alle cose, riportò a galla Napoleone. Il Granduca,
impensierito per le conseguenze che ne potevano derivare, avendo saputo che
l'inetto e stolto governo di Firenze aveva daccapo eccitate le masse e
specialmente gli aretini ad armarsi, rimandò subito da Vienna il senatore
Bartolini, il quale, con i senatori Amerigo Antinori e Marco Covoni, più invisi
ai reazionari, ed il generale Sommariva comandante i presidii tedeschi,
costituì una nuova «Reggenza» la quale fu più fatale delle altre due, perché
commise arbitrii e vendette alla sua volta. Gli aretini poi dalla regina
Carolina di Napoli, che passava da Firenze per andare a Trieste erano eccitati
sempre di più. Tutto questo giovò a Napoleone, il quale pensò subito a rifarsi
degli smacchi subìti, occupando il 18 ottobre I799 Livorno e bombardando
Arezzo, ed entrando poi di nuovo in Firenze con le sue truppe, che portarono come
trofeo di guerra, otto bandiere tolte agli aretini, diciotto cannoni e trecento
prigionieri.
Quando pareva che a poco a poco
si mettesse un po' d'ordine, la Toscana dopo nuovo alternarsi di governi
provvisorii, e di ritornare a ciò che poc'anzi, via via aveva lasciato, ebbe,
diciamo così, la promozione. Essa fu convertita in regno d'Etruria, mediante il
trattato di Luneville, passando in dominio ai Borboni i quali cederono in
cambio di essa a Napoleone, proprio come se fosse stata roba sua, Parma e Piacenza,
perché ne ingrandisse lo Stato Cisalpino. Regnanti e console si barattavan
provincie e popoli, come i ragazzi fanno dei giuocattoli.
E giacché li lasciavan fare,
facevan bene.
Il 15 ottobre 1800 i francesi
rioccuparono la Toscana per conto della Spagna. La miseria era estrema,
specialmente nel medio ceto a causa dei molti impiegati licenziati perché
d'opinioni contrarie alla repubblica, e dei commercianti che si trovavano in
difficili condizioni per esser fermi i porti, ai quali non approdavan più i bastimenti
che portavano il grano. Cosicché i francesi, per togliere una delle tante
cagioni di malcontento, pensarono di occupare tutta questa gente, ridotta senza
aver da mangiare facendo costruire un loggiato dalla parte esterna della porta
alla Croce che fu di grande comodità quando nei giorni di mercato pioveva. Era
però doloroso il vedere tante persone di civil condizione con le mani
sanguinanti perché non abituate a quella sorta di lavoro, e che in abiti puliti
si piegavano a far da manuali e da facchini.
Il 9 febbraio 1801 l'imperatore
Francesco, fratello di Ferdinando III, rinunziò per sé e per i suoi discendenti
al Granducato di Toscana ed alla parte dell'Isola dell'Elba che ne dipendeva.
Il 21 marzo fu istituito
legalmente il nuovo regno d'Etruria sotto lo scettro dell'infante Lodovico di
Parma, e tutte le autorità laiche ed ecclesiastiche che ne furono informate, vi
si assoggettarono con una specie di soddisfazione. Soltanto il colonnello De
Fissou, governatore di Portoferraio, sostenuto e protetto dietro le scene
dall'Inghilterra, che per pigliare, anche lei, ha sempre avuto un cuor di
Cesare, si rifiutò recisamente di riconoscere per sovrano il re Lodovico; ed
alla intimazione di uniformarsi alle nuove disposizioni, ebbe il fegato di
rispondere con lettera del 7 agosto 1801 che «non constando a lui della
renunzia al Granducato di S. A. R. Ferdinando III, Arciduca d'Austria e
Granduca di Toscana, qui (in Portoferraio) non si attendono, né, senza farsi
rei di ribellione in prima classe si possono attendere, gli ordini del re
d'Etruria sconosciuto al comando di Portoferraio.»
Conchiudeva poi dicendo: «Se mai
costà piacesse, si pubblichi pure che il Paviglione dell'Austriaco regnante è
inamovibile da questi posti; sappia ciascuno che vien protetto da mano potente;
che la Gran Brettagna non ne permette l'abbassamento.»
E così Portoferraio stette
apparentemente fermo per Ferdinando III, in sostanza per l'Inghilterra, fino
alla pace di Amiens.
I nobili, che dispregiavano i
patriotti, rimasti sino allora nascosti in campagna, tiraron fuori le corna,
quando sentiron pronunziare di nuovo la dolce parola sovrano, tanto più
che di costui nessuno ne sapeva nulla.
Questo re balzato all'improvviso,
generò lo scontento generale.
I veri liberali che non volevan
sapere né di Ferdinando, né di francesi né d'austriaci, né di Borboni, ma
intendevano solo di avere una grande patria italiana, furono contrariati di
quest'altro atto arbitrario del primo console, tanto più che il nuovo sovrano
d'Etruria veniva da «una schiatta» così retrograda, da tornare indietro d'un
secolo più che sotto il Granduca.
Agli altri partiti dei francesi,
degli austriaci e del nuovo re, apparteneva tutta gente che era degna del
dispotismo straniero. I nobili e i preti erano i più fanatici per Lodovico
Borbone, poiché conoscevano le bigotterie del padre, ed erano certi che il
venire dalla Spagna dove l'autorità del re era il solo diritto conosciuto, la
canaglia plebea sarebbe stata oppressa quanto meritava. Sentimenti, degni
invero di onesti cittadini!
L’infante Lodovico, regalato da
Napoleone alla Toscana ribattezzata «regno d'Etruria» aveva ventott'anni,
quando dal primo console gli venne destinato il trono. Egli, benché fosse
d'alta statura e di bell'aspetto, non aveva nulla di regale. Aveva i capelli
biondi come una fanciulla tedesca, e li portava pettinati all'ìndietro
terminando in un codino legato da un nastro nero, che finiva con un fiocco.
Aveva più l'aria di melenso che di principe, e vestiva con molta trascuratezza.
Sua moglie, piccola e bruna, tozza della persona e di carnagione ulivastra, con
occhi neri vivacissimi e penetranti, senza istruzione, ma d'una superbia
veramente spagnuola, era il tipo della donna da casa borghese. Per conseguenza,
sotto certi rispetti, potevan dirsi una coppia e un paio.
Il 21 aprile 1801 i due nuovi
regnanti della Toscana lasciaron Madrid scortati da due reggimenti di
cavalleria «vestiti a nuovo» fino al confine francese, poiché si recavano a
Parigi a ricever scettro e corona dalle mani del primo console. Gusti quelli,
che non poteva levarsi un altro console che non si chiamasse Napoleone.
Nella carrozza della futura
regina venne messa una cassetta piena di decorazioni, da regalarsi alle dame
della sua corte, quando l'avrebbe costituita; e re Carlo IV vi fece anche aggiungere
un sacco pieno di luigi d'oro.
Napoleone preparava a Parigi
accoglienze sfarzose agli sposi Borboni; ed aveva ordinato che fossero ricevuti
con grande onore nelle città della Francia. ove ad essi fosse piaciuto di
fermarsi.
Infatti, appena arrivati a
Bordeaux la trovarono in festa, e quando la sera si recarono con le autorità al
teatro che era tutto illuminato, furono accolti da grandi applausi, spesso però
superati da fischi sibilanti e acutissimi; cosicché una cosa bilanciò l'altra
se non la sorpassò.
A Parigi arrivarono il 25 maggio,
ed il giorno seguente si recarono alla Malmaison, nome di cattivo augurio, in
un antico carrozzone tirato da quattro muli. Alla Malmaison, Napoleone li
ricevé da regnante più che da console, circondato dal suo stato maggiore.
L'infante e la moglie viaggiavano col titolo imposto loro da Napoleone stesso,
cioè, di conte e contessa di Livorno. Appena Lodovico vide il primo console,
l'abbracciò e lo baciò come se fosse stato suo padre. Napoleone che non
s'aspettava l'amplesso di quel fanciullone, credendo che avesse inciampato, gli
stese le braccia per sorreggerlo. I sovrani d'Etruria si trattennero a Parigi
vario tempo; e quell'ingenuo principe che Napoleone regalava alla Toscana,
diede la maggior prova della sua pusillanimità il dì 3 giugno, nella
circostanza della grande rivista fatta in suo onore davanti alle Tuilleries.
Nientemeno, che cotesto tipo novissimo di sovrano, avendo una indecente paura
dei cavalli, preferì di stare a godersi lo spettacolo da un terrazzino,
motteggiato e deriso dai generali e dagli ufficiali che si burlavan così per
causa sua della Toscana e dei fiorentini che dovevano ossequiarlo come re!
Ma ciò non è tutto.
Questo sovrano buffone, poiché
tale è il titolo che gli spetta nella storia, profittando della confidenza che
a mano a mano prendeva coi coniugi Bonaparte, smettendo la timidezza che gli
era abituale, faceva spesso in loro presenza, e dei familiari, pare
incredibile, le capriole sul tappeto della sala, come fanno i ragazzacci di
strada, o i pagliacci delle arene!... Di più, insegnava ai generali ed al
seguito militare di Napoleone, a cantare il Tantum ergo ed altri inni
sacri, facendosi deridere da quella gente fiera e guerresca, che aveva
tutt'altro da pensare che al Pange linguae.
E tanto si prendevano giuoco di
lui, che per scherno gli portavano i balocchi che avevan servito ai piccoli.
Beauharnais, perché con quelli si divertisse!
Il 30 giugno 1801 i sovrani
d'Etruria partirono da Parigi accompagnati e scortati da 260 ussari francesi che
li accompagnarono fino a Parma, dove si fermarono per qualche tempo. Finalmente
il 12 agosto arrivarono a Firenze, capitale d'un regno, che non si sarebbero
mai sognati.
In questo frattempo il generale
Murat, comandante delle truppe francesi in Firenze, emanò un proclama per
annunziare ai toscani la gran fortuna che stava per piombare loro addosso, con
l'arrivo del nuovo re. E anche questo proclama conteneva, per i veri ben
pensanti che sapevan leggere tra le righe, la solita beffarda canzonatura. Bastano
infatti le prime parole: «Toscani! Voi siete distinti tra i popoli per il
vostro attaccamento alla Monarchia: un Re vi annunzia che egli viene a prendere
le redini dello Stato.»
Finché al governo francese
piaceva di occupare la Toscana per conto proprio, allora lodava i toscani
perché eran repubblicani anche se eran codini; e dovevano esser repubblicani
per forza: quando poi gli piaceva di mandare un re, come voleva lui, allora li
lodava perché attaccati alla monarchia; quasi che i buoni e pacifici toscani
non potessero nemmen mangiare, se a Palazzo Pitti non c'era a sedere un re.
Il proclama di Murat continuando
nella canzonatura, dice che la venerazione dei toscani per le istituzioni e per
la memoria dei principi, che inalzarono il paese al più alto grado di splendore
(gli antichi tempi della repubblica il generale francese non li rammentava più)
avrebbero spinto il re Lodovico a continuare nell'opera della loro saviezza, ed
il suo avvenimento al trono presagiva tutti i successi gloriosi del regno dei Medici,
dai quali cavillosamente si voleva far discendere!
Ce n'erano ancora però, delle
belle parole nel proclama di Murat, e che ai liberali parvero tante staffilate.
Di fatto, aveva la disinvoltura di dire che egli si era sforzato di far godere
i benefizi della pace, e che erano state rispettate le proprietà e le persone,
e che i toscani non avevano sopportato che le pure spese per il mantenimento
dell'armata, dimostrando a lui un vero attaccamento, ciò che formava la sua
soddisfazione. «Il nuovo re terminerà di cicatrizzare le piaghe della guerra.»
Prima di venire a Firenze,
Lodovico mandò in sua vece il «marchese di Gallinella conte Cesare Ventura,
cavaliere Gran Croce del reale e distinto ordine di Carlo III, gentiluomo di
camera con esercizio, e consigliere del consiglio di Sua Altezza Reale, il
signor infante Duca di Parma, Piacenza e Guastalla,» a prendere possesso in suo
nome del regno della Toscana, ricevendo nei modi soliti, gli omaggi e i
giuramenti consueti.
Ed il 2 agosto ebbe luogo in
Palazzo Vecchio la solenne cerimonia del giuramento al nuovo Sovrano, alla
quale intervenne Murat, e il Magistrato civico fiorentino «come
rappresentante il soppresso Consiglio dei dugento.»
L'avvocato regio Tommaso Magnani,
ed il luogotenente del Senato Orlando Malavolti del Benino, ebbero l'audacia di
pronunziare all'indirizzo del nuovo re, in presenza del suo mandatario marchese
di Gallinella, con tutta la filastrocca dei titoli alla spagnola, compreso
quello di «gentiluomo di camera con esercizio», ipocrite e in quel momento in
ispecie, mendaci parole. Ecco quelle pronunziate dall'avvocato regio Magnani,
nel «favellare agli astanti, sulle lodi del passato e del nuovo monarca.»
»Bene a ragione avete manifestati
finora col profondo vostro dolore, o clarissimi senatori, o fedelissimi
cittadini, i grati sentimenti di un cuore, che è troppo giustamente oppresso
dalla perdita dell'ottimo, dell'augusto Ferdinando III, del Reale Granduca di
Toscana, già vostro clementissimo sovrano. Questo principe, destinato a governare
e felicitare altri popoli, principe magnanimo, giusto e benefico, doveva ben
risvegliare negli animi vostri i più teneri movimenti d'amore e di gratitudine.
Foste voi testimoni del di lui adorabile carattere, e la Toscana tutta poté
riconoscere in esso quanto influisca alla felicità dei popoli, la saviezza,
l'umanità, la giustizia, del sommo imperante.
La perdita però benché dolorosa,
benché somma, va ad ottenere nella risoluzione delle cose un efficace riparo.»
Con queste lacrime di coccodrillo
si rimpiangeva un buon uomo mandato via come un servitore licenziato su due
piedi, non perché fosse chiamato a felicitare altri popoli; ma perché i
francesi non ce lo vollero più per venirci loro. E l'insolenza della concione
dell'avvocato regio, risaltava maggiore dal fatto che appunto il trattato di
Luneville, come abbiamo veduto, convertiva la Toscana in Regno d'Etruria, e
l'assegnava all’infante Lodovico, l'imperatore Francesco nel dì 9 febbraio 1801
a nome del fratello granduca Ferdinando, per sé e suoi successori, rinunziò
alla Toscana ed all'isola dell'Elba: e l’Imperatore stesso si obbligò di
indennizzarlo in Germania di quanto perdeva in Italia. E la meschina indennità
consisté nello spogliare l'arcivescovo di Salisburgo della potestà laica che
esercitava insieme con l'ecclesiastica nella sua diocesi, e formarne un
principato per Ferdinando III, che assunse il titolo di Elettore, facendo, in
tal guisa, come si suol dire, quinta per discendere.
Così il cristianissimo imperatore
diede un minuscolo esempio di soppressione di potere temporale. Ma in casa
nostra costoro fanno i difensori della Chiesa!...
A queste spudorate parole si unì
lo smacco delle altre ad elogio del nuovo padrone, dicendo: «Felici noi, che
vediamo rianimate le nostre speranze con l'avvenimento al trono di S..M.
Lodovico Primo, Infante di Spagna, nostro Re e Signore!...»
Ribadì il chiodo il Malevolti del
Benino, cominciando anche lui col piagnucolare sulla «rimembranza dell'amara
perdita fatta dell'amato nostro sovrano il serenissimo granduca Ferdinando III,
destinato a governare e felicitare altri popoli,» e proseguiva: «la memoria di
un tenero padre, che formò sempre la delizia, la felicità dei sudditi, e
l'ammirazione delle Nazioni tutte d'Europa, non poteva non eccitare vivamente
la nostra tenerezza, il nostro dolore; le di lui sovrane beneficenze, le regie
di lui virtù, il di lui dolce e generoso carattere, saranno eternamente
scolpiti nei nostri cuori, e sempre rammenteremo con piacere il nostro
benefattore.»
E di fatti lo ricompensaron bene
il loro padre e benefattore!
»Solamente» continuò con la sua
faccia verniciata il Del Benino «poteva calmare il nostro cordoglio quel nuovo
monarca che ci viene annunziato; e S. M. Lodovico Primo poteva solo eccitare in
noi i sentimenti di gioia e di letizia..» Ed ora bastano le citazioni, perché
si fa il viso rosso soltanto a leggerle, queste parole. I liberali veri se non
amavano Ferdinando perché soggetto all'Austria, non ebbero mai la viltà di
fingere un dolore che non sentivano, come facevano coloro che gli si eran
sempre protestati affezionatissimi sudditi ed umilissimi servitori.
Che brava gente!
Avvenuta così la cerimonia del
giuramento, la città si preparò a ricevere i nuovi sovrani, non foss'altro per
la curiosità di vedere com'eran fatti.
Giovacchino Murat, il più bel
generale dell'esercito francese, che la teneva più dai realisti che dai
giacobini, accompagnato da uno stupendo stato maggiore di generali e
d'ufficiali, ed alla testa di tutta la truppa francese, andò a ricevere i
sovrani davanti al parterre fuori di porta a San Gallo, facendo così un
francese, ad un re di stirpe spagnola, gli onori di casa in una città italiana.
Uno squadrone di dragoni francesi
ed uno di polacchi - poiché scortavano il re d'uno Stato italiano! - aprivano
il corteggio di mezzo trotto, per far largo all'immensa folla, che spaventata
si rifugiava contro i muri delle case.
Il corteggio magnifico era chiuso
da un plotone di cavalleria polacca preceduta dalla fanfara. E con questo
apparato francese, spagnuolo e polacco, entrarono in Firenze i sovrani dei
regno d'Etruria, come la Toscana, con appellativo da Museo, si era voluto dal
dittatore di Francia che fosse chiamata.
Dagli etruschi veri ai toscani
d'allora, ci correva poco, ma tutt'insieme!...
Così entrò Lodovico di Borbone in
Firenze, dove non c'era mai stato e dove veniva da re, insieme con la moglie ed
il bambino, Carlo Lodovico.
La sera vi furono le solite
illuminazioni, il consueto giubbilo, la solita gioia spontanea imposta con le
notificazioni delle autorità che eccitavano il pubblico sentimento a forza di
editti e di paroloni.
Gli uomini di cui si circondò
Lodovico di Borbone, lo consigliarono a porre in oblio tutte le divergenze dei
partiti e ad esortare i sudditi alla concordia e a quella benevolenza di cui egli
per il primo dava l'esempio.
Ma coloro che secondo le promesse
del Murat, si aspettavano dal sire spagnuolo il risarcimento delle piaghe della
passata guerra, stavan freschi: perché il nuovo sovrano venne ben presto a noia
a causa delle «imperiosità e delle dissipazioni della corte» che finivan di
rovinare lo stato: ed anche perché essa riceveva gli ordini dalla Francia, ciò
che valse a riaccendere nel popolo il desiderio di riavere Ferdinando III.
Almeno si sapeva dove si cascava!
Ma di ciò non si preoccupava
Napoleone, il quale tempestava di lettere il governo etrusco e d'ordini il
residente francese a Firenze, per avere come senseria del trono d'Etruria,
altri oggetti preziosi delle nostre Gallerie. La sua fissazione più tenace era
la Venere de'Medici, poiché voleva effettuare un suo antico progetto di rapina
velato dalle parvenze di capriccio artistico.
Nel 1796 la celebre statua
dell'Apollo di Belvedere fu portata per ordine del liberatore d'Italia,
Napoleone, da Roma a Parigi come trofeo di guerra; e siccome egli soleva dire
che aveva in mente di fare un matrimonio tra l'Apollo e la Venere de'Medici,
così il senatore Mozzi, ministro degli esteri, consigliò il re d'Etruria di
mandare nel 1802 a Palermo in deposito sotto la tutela e protezione del re Ferdinando
IV, la Venere detta de'Medici insieme ad altri preziosi oggetti delle Gallerie
per salvarli dalle rapaci mire dei francesi e più specialmente di quel genio
artistico del Bonaparte. Responsabile e custode di tali preziosi oggetti fu il
cavalier Tommaso Puccini, che si recò appositamente a Palermo. Ma Napoleone che
considerava il re Lodovico quanto il terzo piè che non aveva, non si diè per
vinto; e mentre faceva mille moine e carezze ad Averardo Serristori,
rappresentante etrusco a Parigi, conquideva continuamente il re di Napoli
insistendo per avere la famosa Venere. Il re aveva fatto sempre mille
salamelecchi al cavalier Puccini, che teneva d'occhio gli oggetti della
Galleria di Firenze depositati in Palermo, e gli protestava che li avrebbe
fatti gelosamente custodire per essere restituiti subito che gliene sarebbe
fatta richiesta.
Ma un bel giorno il bravo
Ferdinando IV di Napoli fece notificare al Puccini che la Venere de' Medici per
ordine del Bonaparte e col pieno consenso del re d'Etruria era già in viaggio
per Parigi. Tutto questo però fu un intrigo del Bonaparte con la complicità di
Acton, che fece credere al cardinal Pignattelli, reggente la Sicilia, che
effettivamente il governo d'Etruria era convenuto con Napoleone di cedergli la
Venere. Intanto la statua partì, e «Francia applaudì, vedendo accrescere il
Museo di Parigi colle spoglie di popoli più traditi che vinti.»
Il cavalier Puccini, per la paura
che anche gli altri oggetti preziosi, mercè le astuzie del Bonaparte, dovessero
seguire la sorte della Venere, scrisse subito a Firenze perché si pensasse al
modo «di ritirare sollecitamente in Toscana gli altri monumenti con il loro
Direttore (che era lui stesso), cui non molto confacevasi l'aria di Sicilia.»
A buon intenditor poche parole.
Era quanto dire che avere affidati gli oggetti preziosi della Galleria di
Firenze al re delle due Sicilie, era lo stesso che aver fatto il lupo pecoraio!
Questo smacco inasprì
maggiormente i fiorentini; tanto più che i migliori vedevano che il governo del
re d'Etruria riportava lo stato alle peggiori consuetudini del passato. Non
prevalevano che i gesuiti ed il clero, e si pose mano perfino a ripristinare il
tribunale della inquisizione, già soppresso da Pietro Leopoldo. L'arcivescovo
Martini, che nel 1796 aveva tolto di mezzo lo scandalo dei miracoli della
Concezione di Via del Ciliegio, ora aveva voltato bandiera anche lui; ed era
uno dei più caldi fautori di una stolta superstizione. Egli favorì la falsa
credenza dell'apparizione nelle vicinanze di Villamagna di una madre defunta
alla propria figliuola; e la non meno stolta portentosa moltiplicazione
dell'olio nel monastero di Santa Maria Maddalena. Non sdegnò nemmeno di
appoggiare le imposture di una certa Borselli, che abitava in Piazza San Marco,
la quale, «dandosi aria di profetessa, pretendeva indovinare i futuri eventi,
spacciando le più grossolane fole agli ignoranti che a torme si recavan da lei.
Fra le altre, diceva che essa era stata bastonata dal diavolo, perché adorava
certe immagini di rame a cui ella attribuiva i più strepitosi miracoli. Se
almeno fosse stata vera quella bastonatura, sarebbe stata la prima buon'azione
del diavolo!...
La polizia si preoccupò
seriamente dei malcontento della gente sensata, che biasimava con sdegno tali
sconcezze in un paese che nei passati tempi era stato ammirato per la sua
grande civiltà. Onde non curando il falso bigottismo eccitato dai preti nella
plebe, cercò di troncare quello scandalo. Ma il Martini vi si oppose. Allora il
rimedio più efficace fu il dileggio e il disprezzo dei fiorentini, i quali non
avendo ancora dimenticati i tristi effetti del fanatismo degli aretini, misero
tanto in ridicolo l'arcivescovo, la Borselli, i miracoli e quelli straccioni
che ci credevano, i quali finirono tutti per smettere e non se ne parlò più.
Questo darà un'idea di ciò che
era ridotta Firenze sotto il nuovo regime del Borbone. I conventi eran pieni di
ragazze che non avevan neppure l'età necessaria, ma che vi si rifugiavano più
per aver da mangiare e non far nulla, che per sentimento religioso. Gli
scandali dei conventi però, dove formicolavano tante ciondolone senza voglia di
lavorare, furono enormi; ed è meglio non parlarne!
La Toscana, o diciamo anche
l'Etruria, andava a rifascio; ed a questo contribuiva grandemente la salute del
re, il quale, essendo epilettico non poteva occuparsi degli affari di Stato.
Cosicché il vero re d'Etruria, era... la regina, la quale si intrometteva in
tutte le faccende anche più importanti, e comandava a bacchetta. «Ella era vana
e presuntuosa di spirito, di modi imperativi e prepotenti; i pregiudizi delle
donne plebee si accoppiavano in lei coi difetti delle più orgogliose
principesse.» Di qui facile il credere, che essa esercitasse sempre «amplissimo
predominio sull'animo del debole marito;» il quale non soddisfatto di non
contar quasi nulla di fronte alla moglie, volle anche attestarlo pubblicamente
con uno speciale motuproprio, chiamandola con quello «a parte dell'autorità
sovrana» poiché il re stesso dichiarava, e quando lo dice lui bisogna crederci,
essere ella dotata di rari meriti personali!
Ci si ritrova proprio il giullare
che faceva le capriole dinanzi a Napoleone, e pretendeva d'insegnare, ai
generali del suo stato maggiore, a cantare il Tantum ergo!
Per dir la verità, a mandarci
Lodovico, il Console ci fece un bel servizio! È vero però che non era il primo,
e pur troppo non fu l'ultimo!...
Il maggior tracollo della poca
popolarità del governo di Lodovico Borbone fu dunque l'assoluta padronanza
dello stato che prese la regina Maria Luisa. Essa, sedotta nel suo volgare
orgoglio dalla simulata cupidigia «di cortigiani e di cortigiane indegnissime»
concesse il suo particolare favore al conte Odoardo Salvatico di Parma e alle
sorelle Paglicci «tra i bassi intriganti spregevoli.» Del Salvatico basta
questo ritratto: «Senza essere egli di cattivo cuore, era ignorante e da nulla;
si lasciava condurre dai frati e dal Nunzio. Il rovesciamento d'ogni buon
ordine, la total rovina delle finanze, l'istallamento delle persone più inette
nei più alti gradi, la legislazione paralizzata, tutto era effetto non della
cattività, ma della incapacità di quest'uomo.»
Nell'autunno del 1802 i sovrani
d'Etruria s'imbarcarono a Livorno sopra una nave spagnuola, accompagnata da una
squadra stata loro appositamente inviata, per andare a Madrid ad assistere alle
nozze del principe delle Asturie con una principessa di Napoli; e a quelle tra
il principe di Calabria con una infanta di Spagna.
Partirono i sovrani con prospero
vento; ma ben presto incolse loro una così fiera burrasca, che corsero serio
pericolo. Per colmo di disdetta, la regina prima di giungere a Barcellona fu
presa dalle doglie del parto, e diede alla luce una bambina. Furon poi contenti
quando si trovarono riuniti a Madrid fra loro parenti, tutti d'una medesima
razza!
Il re Lodovico peggiorò
grandemente delle sue condizioni e dové trattenersi fino alla fine dell'anno a
Madrid, non essendo in grado di porsi in viaggio. Finalmente il 29 dicembre la
Corte Etrusca s'imbarcò a Cartagena e giunse a Livorno il 7 gennaio I 803.
Non c'è da dire che avessero
avuta furia a riportare in giù quel camorro!
Ma gli strapazzi del viaggio
fecero peggiorare ancora di più quel vacillante re: ed il magistrato civico di
Firenze era ansioso di sapere quando i sovrani amatissimi fossero tornati a
Firenze per poterne dare, in tempo debito, consolante avviso al pubblico.
Quel ritorno, non punto
necessario, fu annunziato al popolo con una sdolcinata e vergognosa notificazione
affissa il 12 gennaio 1803. E lo stupido documento merita d'esser
riprodotto nella sua integrità, per dimostrare a qual grado di abiezione era
giunta Firenze, rappresentata da persone servili ed inette, che avevan perduto
perfino la forma del giglio fiorentino, lo stemma glorioso dell'antica città,
riducendolo a quella specie di granchio, di cui aveva tutta l'apparenza.
NOTIFICAZIONE
Il Gonfaloniere e Priori
Rappresentanti la Comunità Civica di Firenze, dopo di avere con altra loro
notificazione augurato il felice ritorno delle Loro Maestà i Nostri Amatissimi
Sovrani, si riservarono di render noto anche al pubblico il giorno preciso, in
cui era luogo a sperare che facessero il loro ingresso in questa Dominante,
onde potesse ognuno, per mezzo di un'illuminazione alla Casa di propria
abitazione, esternare la gioia, il giubbilo ed il contento che seco traeva una
così fausta ricorrenza.
Essendo stati prevenuti pertanto
che questo sì bramato avvenimento possa effettuarsi nella sera del dì 13
stante, si fanno un dovere di avanzarne la presente loro partecipazione, acciò
possan tutti gli abitanti con sentimento di filiale amore saziarsi nella vista
di pegno così prezioso, augure di prosperi futuri eventi, in cui sono riuniti
tutti i voti. della Nazione Toscana, alla quale è toccata la sorte di goderne
il Vassallaggio e la Protezione.
Dalla Cancelleria della Comunità
di Firenze, li 12 gennaio 1803.
MICHELE ROTI, Gonfaloniere
VINCENZIO SCRILLI, Cancelliere.
Due belle teste quel Roti e
quello Scrilli, per avere il coraggio di scriver quella po' po' di roba ad un
popolo che aveva un passato così diverso dal presente!
La primavera, nella quale eran
riposte le speranze dei medici per un miglioramento nella salute del re
Lodovico, gli fu invece fatale. E non poteva esser di meno, perché era tornato
il giorno 13, secondo le viete superstizioni della Corte. Gli insulti
epilettici si fecero più frequenti e più gravi; a questi si aggiunse una febbre
catarrale, che lo spense la sera del 27 maggio 1803, assistito fin da ultimo da
monsignor Martini. La regina, dichiarata reggente per testamento del defunto,
durante la minorità del figlio, assunse subito la direzione del governo.
Il popolo, sempre eguale, dopo
essersi continuamente lamentato del malgoverno del Borbone, appena questi morì,
dimenticando tutte le noiose querimonie passate, pensò di svagarsi andando in
folla al Palazzo Pitti, giacché non si spendeva nulla, a vedere la salma del re
esposta al pubblico.
Se non ci fosse stata per molti
quella occasione per vedere il Palazzo e farsi un'idea del come stavano i
regnanti, sarebbero morti con quella voglia. E la sera, nelle case del medio
ceto e del basso popolo non si parlava d'altro che della magnificenza delle
sale, della ricchezza della mobilia, dei quadri, delle lumiere e perfino delle
scale larghe come strade.
Il morto non lo rammentavan quasi
nessuno; o, se ne parlavano, era per magnificare lo sfarzo dei viticci con le
candele gialle accese attorno al feretro; per celebrare la ricchezza del
baldacchino sotto il quale era esposto, e lo splendore della grande uniforme
con cui era vestito il morto, dicendo che era un vero peccato che tutta cotesta
bella roba dovesse andar sottoterra.
Un altro svago la folla lo trovò
la sera del trasporto alla chiesa di San Lorenzo, fatto con pompa di soldati,
di clero, di magistrati e di ciambellani. Il cadavere fu messo in deposito nei
sotterranei, dove sono le tombe medicee, e dopo alcuni anni, nel 1815, fu
trasportato in Spagna e sepolto nell'Escuriale.
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