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La nuova magistratura civica -
Compenso all'interpetre della lingua tedesca - I cartelli e i numeri delle
strade - Dodici figliuoli! - I lucchi - Nuove leggi e ordinamenti - Un palio di
ciuchi - Dispensa dal digiuno quaresimale - I loggiati della porta alla Croce -
Abusi repressi - Domanda di matrimonio - Congratulazioni municipali - Le
berrette del magistrato - Sponsali di Carlo Alberto di Sardegna con
l'arciduchessa Maria Teresa - Feste nuziali - Gli sposi partono per Torino.
Ricostituita la Comunità, i primi
atti del Magistrato civico furono diretti prima a riordinare le spese ed a
scemare gli aggravi che da quindici anni si tolleravano di mala voglia; poi a
provvedere alla pulizia e all'igiene eccessivamente trascurate, che avevano
ridotto Firenze peggio d'un sobborgo o di un villaggio.
Ma come se fosse un destino che i
denari del Comune dovessero esser sempre spesi, o per un verso o per un altro,
a pro degli stranieri, il dì 31 maggio 1815 il Magistrato ebbe a stabilire a
favore di Giovanni David la somma giornaliera di 5 paoli, per il servizio
assiduo da lui «prestato di giorno e di notte» dal dì 3 maggio di quell'anno,
in qualità di interpetre della lingua tedesca, all'ufizio degli alloggi
militari.
I quali alloggi, furon causa, al
solito, di spese per parte della Comunità, che dal 1799 in poi non aveva fatto
altro che spendere per le truppe di tutte le nazioni che erano venute in
Firenze: francesi, aretine, austro-russe, spagnuole,
napoletane e tedesche.
Sistemata anche la faccenda
dell'interpetre, la magistratura civica poté pensare finalmente alla città. Ed
infatti a forza di richiamare in vigore vecchi editti, e pubblicarne dei nuovi,
cominciò a poco a poco a riordinarsi. Una delle prime spese, diciamo così di
civiltà, fu quella deliberata nel febbraio 1816 per far fare tredici cartelli
per le scuole pubbliche, e dieci per le abitazioni dei chirurghi e delle
levatrici. Quindi, per cominciare a togliere tanti e tanti abusi che da anni e
anni nessuno si curava più di reprimere, fu «ridotto a memoria del pubblico la
proibizione più volte pubblicata,» e a quanto pare inutilmente, «di domar
cavalli» o fare esercizi dei medesimi «sulla Piazza di Santa Croce,» dopo che
la Comunità aveva «graziosamente» ottenuto dal Governo, «che non si facessero
in detta Piazza l'esercizio ed evoluzioni militari dal corpo dei dragoni
toscani, per l'oggetto che non restasse devastato il suolo minutamente
inghiarato di detta piazza.»
Quindi richiamarono alla
osservanza delle prescrizioni la proibizione di fare scorrere acque putride
nelle strade e nelle piazze, di deporre paglia e strami a marcire, e di mettere
ingombri per le vie. Di più, il Magistrato provvide a rifare i cartelli coi
nomi delle strade, perché dei vecchi non era rimasto traccia; e così dei numeri
delle case non essendovene quasi più uno; perché allora i cartelli si facevano
a bianco e lettere con lo stampino; e alle case i numeri eran neri sopra un
fondo color mattone.
C'è da figurarsi, per
conseguenza, in quale stato era ridotta Firenze!
E per tornare a quei principii
d'umanità e d'equità, che nei passati tempi parvero dimenticati, nel dì 11
marzo 1816 venne partecipato al Magistrato un biglietto della R. Segreteria di
Stato dal quale risultava che S. A. I. e R. si era degnata di accordare al
signor Giovanni Ginori la continuazione del poco invidiabile «privilegio» dei
dodici figliuoli durante la vita del padre, cioè l'esenzione da qualunque
tassa.
Questa savia disposizione fu
lodata da tutti, ma nessuno invidiò la sorte del signor Giovanni Ginori, che se
acquistò il privilegio di non pagar tasse, aveva però l'obbligo di mettere a
tavola tutti i giorni dodici amatissimi rampolli!
E siccome la nuova Magistratura
trovò distrutto molto di quello che prima usava, così fu costretta a rifarsi da
una parte per riordinare ogni cosa.
Onde nel 18 marzo 1816, deliberò
di rifornire i priori dell'abito ufficiale per le feste e cerimonie pubbliche;
e stanziò la somma di Lire 670 da pagarsi al signor Francesco Barsi per valuta
di 236 braccia di terzanella da servire per i lucchi del Consiglio generale.
Non c'era stato cambiamento di
Governo, senza che il Magistrato avesse pensato a farsi l'abito che il nuovo
ordine di cose via via imponeva.
Così, dopo tante e variate fogge,
si tornò ai lucchi di terzanella, che davano ai priori, almeno in apparenza,
quella maestà che avevano in sostanza gli antichi priori della repubblica, i
quali pure portavano il lucco.
Tra le misure di polizia urbana,
una delle più importanti fu quella adottata nel 21 giugno 1816, con la quale il
Gonfaloniere e i priori per «ovviare agli inconvenienti» che accadevano in
occasione delle corse dei barberi, in cui alcune persone si facevan lecito di
percuotere con bastoni i cavalli che correvano, «o fare spauracchi con gettar
cappelli in aria, o rilasciar cani per arrestare il corso a detti cavalli,
pregarono il Presidente del Buon Governo affinché pubblicasse un ordine proibente
i detti inconvenienti, con la comminazione della carcere ai trasgressori.»
E questo dimostra, che i
rompicolli ci son sempre stati, e non sono niente affatto una privativa dei
nostri giorni.
Nel dì 15 luglio 1816, per
garantire il popolo contro la ingorda speculazione di abietti commercianti, fu
deliberato di proporre al Governo severe misure contro i falsificatosi del segno
dei fiaschi, ed impedire così «la frode in danno della povera gente che
comprava il vino alle bettole e alle canove coi fiaschi di ingiusta misura.»
Meno male che almeno una volta la
voce dei truffati poté farsi udire da coloro che non hanno mai orecchi per i
reclami giusti, e per le lagnanze contro i furfanti.
Per favorire poi in ogni modo i
cespiti di onesto guadagno e di svago, il Magistrato nel 5 agosto 1816
accordò al signor Carlo Mazzuoli ed altri abitanti di Via Calzaiuoli, il
permesso di eseguire il 24 d'agosto un palio di somari con fantino, dando le
mosse «dal collegio di San Giovannino in Via dei Martelli, e la ripresa in
Piazza del Granduca da Via Vacchereccia.»
E ciò fu concesso perché anche
nel 1791 essendo stata fatta una simile domanda da Francesco Brazzini e C. gli
venne accordata.
Il mercato della paglia da
cappelli che si teneva abitualmente sotto le Logge di San Paolo, fu deliberato
nel dì 4 settembre 1816 di trasferirlo, alla primavera successiva, sotto le
Logge di Mercato Nuovo, dove anch'oggi usa farsi, sebbene quel commercio non
abbia più la importanza d'allora.
La Comunità, in quei tempi non
era costretta soltanto ad occuparsi della amministrazione e della polizia della
città, ma lo era altresì per cose che col potere civile non avevan nulla che
fare.
Basti, fra tante, quella di dover
far premure ogni anno, all'Arcivescovo perché con un pretesto o con l'altro
ottenesse la dispensa dal digiuno quaresimale o di qualche vigilia. Ed anche il
22 novembre 1816, sentito il Magistrato civico «che era solito pubblicarsi dal
Magistrato supremo soppresso, l'obbligo del digiuno nella vigilia della festa
della Santissima ed Immacolata Concezione della gloriosa sempre Vergine Maria,
fu stabilito che in mancanza di detto magistrato supremo, sarebbe stato
conveniente che si incaricasse la Comunità dì tale pubblicazione ad esempio di
ciò che le fu commesso dall’I. e R. Governo relativamente alla pubblicazione
del Perdono nell'Oratorio di San Giovan Batta.» Venne deliberato perciò che per
mezzo dei soliti trombi e banditore, fosse pubblicato il detto digiuno
in ordine al voto fatto l'anno 1632 dal già monsignor arcivescovo Niccolini a
nome di tutto il popolo fiorentino, nel modo e forma che veniva pubblicato dal
soppresso Magistrato predetto.
Ma l'opera edilizia più
importante che fu eseguita dopo il ritorno di Ferdinando III, fu quella dei
loggiati della porta alla Croce.
Al tempo dei francesi, per misura
politica più che per altro, fu posto mano ad un portico in quella località nel
fine di dar lavoro a tanti disgraziati, specialmente impiegati licenziati, che
eran rimasti senza mangiare.
Ma quel lavoro che fu poi
abbandonato per i continui cambiamenti di governo, nel 18I7 venne ripreso in
esame dal governo di Ferdinando il quale volle dare all'idea dei francesi un
maggiore sviluppo, facendo un'opera più grandiosa, veramente utile e più
duratura. Studiata la cosa, un benigno «quanto veneratissimo Rescritto» del
Granduca in data 18 gennaio 1817 imponeva addirittura la costruzione di un
loggiato o porticato fuori della porta alla Croce «a livello delle mura
urbane.» Il Magistrato civico incaricò di farne il disegno e la pianta gli
ingegneri Kindt e Veraci; i quali sollecitamente presentarono i loro studi e
con la spesa di 2628 scudi furono espropriate alcune casupole interessate non
tanto nella costruzione del loggiato, quanto per il piazzale dinanzi ad esso. E
nel 13 giugno 1817, fu concesso «in cottimo assoluto» al signor Luigi Casini,
la costruzione del porticato o loggiato col ribasso del 4 per cento, e col
patto che fossero terminati i lavori dentro un anno dal contratto.
Considerando però che i lavori
stessi avrebbero non soltanto ingrandito ma veramente abbellita la località di
porta alla Croce, che sarebbe stata ornata «di un loggiato elegante e comodo»
il magistrato, nel dì 5 febbraio 1818 deliberò di «umiliare una supplica a S.
A. I. e R.» affinché si degnasse di comandare che le sentenze di morte non
fossero più eseguite nel piazzone della porta alla Croce «ma venisse destinato
altro locale.»
Appena terminato puntualmente il
lavoro dei loggiati, il magistrato avrebbe avuto in animo di erigere sulla
piazza della porta alla Croce una statua rappresentante Ferdinando III, in
memoria della benevola opera sua, per aver sollevato tanti e tanti indigenti, procurando
loro lavoro con la costruzione del loggiato, il quale fu di tanto vantaggio per
i mercati che si tenevano fuori della porta alla Croce tutti i venerdì. Pareva
proprio destinato che quel lavoro dovesse esser fatto per sollevar la miseria.
Ma a quanto pare, per mancanza di fondi, o d'entusiasmo verso il principe o di
riconoscenza per il benefattore, invece della statua, che sarebbe costata
troppo, fu rimediato con proporre una iscrizione latina da apporsi all'esterno
della porta.
Frattanto il magistrato, mentre
attendeva la sovrana approvazione di quella proposta, deliberò nel 20 agosto
1818 di solennizzare con una festa popolare «l'ultimazione dei lavori fuori di
porta alla Croce.» E «nella lusinga della sovrana approvazione» stanziò la
somma occorrente «per dare con tutta decenza un tale spettacolo,» questo fu
deciso dovesse consistere in una corsa di cavalli sciolti «lunga un miglio» da
farsi il 29 settembre, giorno di San Michele, di cui si solennizzava
annualmente la festa nella chiesa di San Salvi, col premio di 100 lire al primo
cavallo e di 40 al secondo.
La vigilia della festa fu dal
Gonfaloniere partecipato ai priori che S. A. I. e R. «con benigno rescritto del
4 settembre si era degnata approvarne la celebrazione.»
Fu quindi dallo stesso Gonfaloniere
comunicato nel dì 20 ottobre successivo un biglietto della Segreteria di Stato
col quale si annunziava che il Sovrano aveva approvato che a spese della
Comunità «fosse apposta nella parte esteriore della porta alla Croce
un'iscrizione latina per eternare la memoria dei generosi soccorsi compartiti
dalla sovrana munificenza alla classe degli indigenti per l'esecuzione di
grandiosi lavori diretti al pubblico comodo.»
Ma siccome quei loggiati erano
stati edificati nel territorio di altra Comunità, quella cioè di Rovezzano,
così, perché «fosse tramandata ai posteri la memoria che erano stati costruiti
a spese della Comunità di Firenze» fu deliberato dal Magistrato nel 30 dicembre
1818 che nell'interno dei due loggiati e precisamente «dirimpetto all'arco di
mezzo di ciascuno fosse posto, da una parte, lo stemma del Comune di Firenze,»
con la semplice indicazione dell'anno della seguìta costruzione, e dall'altra
parte questa iscrizione:
A COMODO DEI MERCANTI
LA COMUNITÀ DI FIRENZE
EDIFICÒ L'ANNO 1818
Ferdinando III era propenso senza
dubbio al bene materiale dei suoi sudditi, ma gli premeva anche il bene morale.
Come il Magistrato, appena restaurato il governo granducale, aveva dato mano a
togliere gli abusi contro la pulizia, l'igiene e la decenza della città, egli
Ferdinando, s'era seriamente preoccupato della immoralità in cui aveva trovato
il clero, che col suo mal esempio corrompeva i costumi e l'indole dei
cittadini. Infatti si parlava impunemente, senza riguardo e senza che nemmeno
facesse un grand'effetto, di amanti di preti, pubblicamente riconosciute per
tali, e di frati sfratati che convivevano con delle concubine senza darsene il
minimo pensiero.
Di questi fatti son pieni i
rapporti del Commissario del Buon Governo, con tale ricchezza di particolari
piccanti, e chiarezza d'epiteti e di titoli, da far rimanere a bocca aperta i
più increduli.
Ma la difficoltà di sradicare il
male tutto ad un tratto appariva ogni giorno più per i mille intrighi, per le
paure che si mettevano al Sovrano stuzzicando un tale formicolaio, e per le
minaccie sorde e velate di una scissura nel clero che avrebbe avute conseguenze
incalcolabili.
Perciò Ferdinando III, ora che
gli si presentava l'occasione, pensò a provvedere anche per sé, giacché chi non
sa acciuffar la fortuna a tempo non la riprende più.
E qui bisogna tornare un po'
indietro.
L'articolo 86 dell' «Atto finale
del Congresso di Vienna» del 1815, conteneva questa clausola: «Gli Stati che
hanno composto la inaddietro Repubblica di Genova sono riuniti in perpetuo alli
Stati di S. M. il Re di Sardegna per essere con questi posseduti da essa in
tutta sovranità, proprietà ed eredità di maschio in maschio, per ordine di
primogenitura nelle due branche della sua Casa cioè: la branca reale, e la
branca di Savoia-Carignano.»
Consolidato così il regno di
Sardegna, Carlo Emanuele Duca di Carignano, nei primi mesi del 1817,
accogliendo certe proposte che senza parer tali, anzi sotto forma di amichevole
consiglio, gli furono fatte dopo il Congresso di Vienna, intavolò delle
trattative con Ferdinando III per il matrimonio della bellissima e buona
arciduchessa Maria Teresa, sua figlia sedicenne, col principe Carlo Alberto,
nato in Torino il 2 ottobre 1798. Questa domanda che lusingò l'animo di
Ferdinando, il quale vedeva dischiusa per la figlia «la via di salire a
splendido trono» ebbe lietissima accoglienza; tanto che questa unione fu ben
vista anche alla Corte di Vienna, «desiderosa di stringere legami di parentela
col futuro re di Sardegna.» Piacque moltissimo al giovane Principe
l'Arciduchessa di Toscana: e questa si innamorò sinceramente di lui, che era
«prevenente della persona ed aveva un'aria fiera, e dimostrava il fervido
temperamento d'un giovane di diciannove anni chiamato ad alti destini.»
La domanda della mano
dell'arciduchessa Maria Teresa fu fatta dal marchese Antonio
Brignole-Sale incaricato sardo, ed il Granduca l'accordò,
dimostrando lealmente la propria soddisfazione.
Ed uguale soddisfazione provarono
«i popoli» della Toscana ed in special modo i fiorentini, i quali, tanto gli
uni che gli altri, presentirono in questa auspicata unione un più lieto
avvenire per la misera Italia.
Il Magistrato della Comunità non
poteva rimanere estraneo ad un fatto così importante: perciò avendo sentito che
era stabilito il matrimonio tra S. A. I. e R. l'arciduchessa Maria Teresa
figlia dell' «amatissimo Sovrano,» e S. A. R. il Principe di Savoia e
Carignano, erede presuntivo della Corona Reale di Sardegna, e volendo il
Magistrato stesso contestare a S. A. I. e R. la consolazione e
gradimento «che provava il pubblico per una sì fortunata unione, capace di
produrre i più felici resultati per i vincoli di amicizia e parentela che
andavano a stringersi tra le due Reali Case e famiglie;» deliberò di deputare
il marchese Tommaso Corsi, gonfaloniere, il marchese Leopoldo Carlo
Ginori-Lisci e il conte Luigi Bellincini, «due dei priori
nobili» a presentarsi in nome pubblico a S. A. I. e R. per congratularsi di un
sì fausto avvenimento. Com'è da credersi, in una simile circostanza, il Comune
era costretto a far delle feste, quale pubblica dimostrazione di gioia. Per
conseguenza i signori Priori pensarono prima di tutto a mettersi in grado di
comparire. Si sa: il primo prossimo è sé stesso! Perciò nel successivo 28 marzo
dal signor Gonfaloniere fu rappresentato che non sembravagli completo l'abito
di cerimonia del Magistrato, specialmente in occasione di comparse pubbliche
per funzioni sacre e qualunque altra pubblica rappresentanza; «mentre non vi
era con che coprire il capo uniformemente.» Onde ne seguiva «il mostruoso
inconveniente» che alcuni intervenivano col cappello tondo ed altri con
cappello a vènti, e «in altre guise.» Perciò proponeva che, e per
decenza e per uniformità, fosse dato a ciascuno dei componenti il Magistrato,
una berretta di seta, o di velluto, analoga all'abito di cerimonia, cioè: di
color cremisi con teletta d'oro per il Gonfaloniere, corrispondente all'abito
di costume; e di color nero per i Priori, corrispondente al lucco, da usarsi
soltanto nelle funzioni pubbliche.
Applaudendo il Magistrato alle
savie proposizioni del signor Gonfaloniere, il Magistrato stesso deliberò di
ordinare che fossero fatte a spese della Comunità le berrette nel modo
proposto, con quel disegno e forma che sarebbe stato trovato «il più analogo
all'abito di costume e di cerimonia;» ed in quanto potesse far di bisogno per
l'approvazione di una tal deliberazione, non essendo prescritto il detto finimento
nel Regolamento della loro Comunità, ordinarono i Priori doversene
render conto al signor Provveditore della Camera della Comunità.
E curiosa la clausola di questa
deliberazione del Magistrato che si fa quasi scrupolo d'avere ordinate le berrette
perché «quel finimento» non era stato prescritto dal Regolamento!
Come se si potesse imporre ai Priori d'andare in lucco con la tuba, oppure
senza nulla in testa!
È vero che non tutte le berrette
sarebbero bastate a mettere in testa quello che non c'era; ma il Magistrato non
doveva andar tanto in là.
Intanto avvicinandosi l'epoca del
matrimonio dell'arciduchessa Maria Teresa, il Magistrato il 13 settembre 18I7
deliberò di autorizzare il signor Gonfaloniere a presentarsi a S. A. I. e R.
l'augusto sovrano, ed offrirgli in nome pubblico in tale circostanza la corsa
del palio dei cocchi sulla Piazza di Santa Maria Novella, «o qualunque altra
dimostrazione di gioia pubblica che fosse piaciuta alla prefata S. A. I. e R.
di accettare, ed ordinare.»
Ed il signor Gonfaloniere,
rappresentò a suo tempo, di essersi, «in sequela» della commissione ricevuta,
presentato in nome del magistrato a S. A. I. e R. per offerirle in
occasione del matrimonio dell'arciduchessa Maria Teresa secondogenita con S. A.
serenissima il Principe di Savoia Carignano, la corsa del palio dei cocchi, o
qualunque altra dimostrazione di gioia Le fosse piaciuto di accettare e
di comandare; e che la prefata S. A. I. e R. aveva gradito gli omaggi del
Magistrato, ed in seguito, da S. E. il signor consigliere Frullani direttore
delle II. e RR. Finanze gli era stato partecipato vocalmente che sarebbe
stato di gradimento sovrano lo spettacolo dei fuochi di gioia sulla Piazza del
Granduca, e dei soliti fuochi d'artifizio alla Torre di Palazzo Vecchio, con
l’inalzamento di un globo aereostatico: e della solita illuminazione alla
cupola della Metropolitana, «senza che per altro ne fosse stata fatta formale
partecipazione in scritto né dall'I. e R. Segreteria di Finanze né da altro
Dicastero; ma che il tutto sarebbe stato eseguito a forma del concertato con la
prefata E. S. nella sera del dì 30 settembre, giorno stabilito per le nozze.»
Ed infatti il 30 settembre 1817
si celebrò in Santa Maria del Fiore il matrimonio fra Carlo Alberto di Savoia
Carignano e Maria Teresa di Toscana in presenza della corte, del corpo
diplomatico, di tutte le magistrature dello Stato, e di un'infinità di popolo,
che ammirava la giovane coppia per la bellezza gentile della sposa e per l'aria
fiera dello sposo, sebbene velata da una leggera tinta di melanconia.
In tale circostanza era venuto a
Firenze il principe Metternich, che si trovava a Livorno per avervi
accompagnata la principessa Leopoldina d'Austria fidanzata a Don Pedro di
Braganza «reggente» le corone del Portogallo e del Brasile. Carlo Alberto,
aveva un'istintiva repugnanza per l'Austria; e troppo giovane per poter
dissimulare i propri sentimenti, si mostrò col Metternich freddo e riservato.
Per conseguenza il cancelliere austriaco, che era venuto per osservare e
scandagliare come si impostavano le cose a Corte con questo parentado, rimase
urtato dal contegno del principe e lo ricambiò cordialmente, ma con arte di
vecchia volpe, della più cordiale e sincera antipatia, che si comunicò a tutta
la Corte d'Austria. Antipatia che, trent'anni dopo, doveva cominciare a parlar piuttosto
forte con la bocca del cannone!
Gli sposi partirono da Firenze il
dì 6 ottobre; e Maria Teresa, commossa senza fine per dover lasciar la
famiglia, sebbene innamoratissima del suo Carlo Alberto, fu accompagnata dal
padre, dalla sorella e dal fratello Leopoldo, fino al Covigliaio «in cima agli
appennini dove accadde la commovente separazione.»
Anche il tranquillo popolo
torinese la vide arrivare con soddisfazione, come se presago fosse delle
beneficenze che ne avrebbe per lo avvenire raccolto.
Non era appena celebrato il
matrimonio della figlia secondogenita del Granduca, che si cominciò a parlare
di quello imminente dell'Arciduca ereditario.
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