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Ferdinando vuol dar moglie
all'arciduca Leopoldo - La chiesta - Il magistrato in moto - Conclusione del
matrimonio - Nozze per procura - La Commissione granducale a Trento - L'arrivo
della sposa - Il principe Rospigliosi la prende in consegna - Cerimonie -
Elargizioni, sussidi e amnistia - L'incontro alla villa di Cafaggiolo - La
sposa a Firenze - La benedizione nuziale alla Santissima Annunziata - Ingresso
a Palazzo Pitti - Ricevimenti e presentazioni - Pranzo - Serata di gala - Feste
popolari - Al Casino de' Nobili - A Pisa e Livorno.
Ferdinando III non nascondeva la
sua contentezza per le nozze testé celebrate, che ponevano la figlia sua nella
più antica famiglia regnante d'Europa, e che forse un giorno sarebbe stata
chiamata a grandi destini, come poi avvenne. Ma egli non avrebbe mai supposto
che alla figliuola diletta sarebbe toccata la gloria d'esser la madre del primo
re d'Italia.
Questa contentezza gli fece anche
riflettere che era ormai tempo di pensare alla successione del trono di
Toscana.
Perciò, volendo raggiungere
questo fine, stabilì di dar moglie al figliuolo arciduca Leopoldo, che aveva
compiuto venti anni. Egli però, a diciassette, aveva fatto molto temere per la
sua salute; anzi, corse voce gli si desse una balia, come se fosse tornato
bambino, onde vedere se con quella cura primitiva, il pericolo d'una disgrazia
si potesse scongiurare.
E la cura fece miracoli: poiché
cambiate abitudini, il giovanetto Arciduca tornò sano e vegeto; finché non si
fu costretti a divezzarlo, essendosi accorti che la balia gli dava il latte grosso!
E la colpa, dalle male lingue, fu attribuita all'allievo!...
Nell'intento dunque di effettuare
il desiderato matrimonio, dopo intavolate le preliminari trattative
diplomatiche, il Granduca inviò a Dresda nell'agosto 1817 il conte Giovan
Battista Baldelli, suo ciambellano e soprintendente del R. Ufizio delle
Revisioni e Sindacati; a domandare la mano dell'arciduchessa Maria Anna
Carolina, figlia del principe Massimiliano di Sassonia. Il conte Baldelli portò
seco in qualità di segretario il «commesso del dipartimento degli affari
esteri» Giuseppe Pistoi.
Frattanto il Magistrato nel dì 3
ottobre 1817, dopo avere approvata la spesa di Lire 18 soldi 6 e danari 8
occorsa per la truppa che tenne il buon ordine sulla piazza granducale in
occasione dei fuochi di gioia e inalzamento del globo aereostatico la sera
delle nozze di Carlo Alberto e di Maria Teresa, deliberò anche allora, che,
avendo «sentito che poteva esser prossimo il fausto avvenimento del matrimonio
di S. A. I. e R. l'arciduca Leopoldo Gran Principe Ereditario di Toscana con
una Principessa della Real Casa di Sassonia,» il Gonfaloniere si presentasse «a
tempo opportuno a S. A. I. e R. l'augusto sovrano, ed offerirle in nome
pubblico in segno di omaggio quelle dimostrazioni di gioia, che potessero essere
preferibilmente gradite in sì fausta circostanza.» Soliti complimenti di tutte
le occasioni che paion fatti con lo stampino!
Il gonfaloniere adempì
all'incarico ricevuto, e nell'adunanza del 10 novembre1817 lesse copia del
biglietto dell' I. e R. Segreteria di Finanze di detto giorno, con cui si
partecipava che il Granduca «con la sua sovrana benignità accettava l'offerta
fattagli dalla «benemerita Comunità civica di Firenze di dare nella circostanza
delle nozze dell'Arciduca ereditario, una festa nelle stanze della fabbrica di
San Matteo «detta del Buon Umore» e per dar luogo alla esecuzione della gioia a
tutte le classi della popolazione, di dare contemporaneamente altra festa sotto
le logge degli ufizi, «mediante l'apertura di alcune sale per servire a balli
ad uso popolare e campestre.»
Durante le trattative del
matrimonio, Ferdinando III fino dal 18 ottobre aveva nominato il duca
Ferdinando Strozzi maggiordomo dell'arciduca Leopoldo e della sua futura sposa;
ed il dì 30 del mese stesso nominò pure maggiordama dell'Arciduchessa la
principessa Ottavia Rospigliosi.
Concluso poi definitivamente il
matrimonio fra le due corti, venne stabilito che le nozze si sarebbero
celebrate per procura a Dresda il 28 ottobre; e che una Commissione incaricata
dal Granduca, si sarebbe recata a ricevere a Trento la sposa, la quale fino in
quella città sarebbe stata accompagnata da alcuni personaggi e dame della Corte
di Sassonia.
La Commissione, che ebbe da
Ferdinando III l'onorevole e delicato incarico, e che partì in due colonne, la
prima alla mezzanotte del 5 novembre e l'altra il giorno seguente, si compose
del principe e della principessa Rospigliosi, del duca Strozzi e della marchesa
Francesca Riccardi.
Erano al seguito di essa: il
segretario cappellano Enrici, il chirurgo Boiti, il cameriere Dupont,
l'ispettore di viaggio Ventinove, la prima camerista Bonaini, la camerista
Wagner, la donna di guardaroba Cusani, il furiere Ceccherini, il camerazzo
Santini, il corriere Mecatti, ed il corriere Borgiotti.
Quindi: un cuoco, un
confetturiere, due donne di servizio delle dame, due camerieri dei cavalieri,
un guarda carrozze, quattro staffieri di corte, due serventi di corte, tre
staffieri dei cavalieri, e tre facchini degli uffiziali di corte.
Il dì 8 novembre la Commissione
partì da Mantova alle sei di mattina, ed arrivò alle cinque di sera a Roveredo,
ove «dopo la tavola» si presentò al principe Rospigliosi il capitano del
Circolo di Trento, per offrirgli la scorta e la guardia d'onore.
Il Rospigliosi accettò soltanto
la scorta per la strada, e rifiutò gentilmente la guardia d'onore.
Alle otto pomeridiane partirono
da Roveredo per Trento l'ispettore di viaggio ed il furiere; i quali, appena
arrivati, visitarono diverse locande per fissare gli appartamenti, e fu
prescelta quella «della Rosa.»
Il 9 novembre, al tocco dopo
mezzogiorno, arrivò a Trento la Commissione, che prese alloggio all'albergo
suddetto, ed il maggiordomo Rospigliosi, «prese subito il suo carattere
d'etichetta,» ordinando che le tavole fossero servite come appresso:
Alla prima, egli Rospigliosi e la
principessa sua moglie; il duca Strozzi, la marchesa Riccardi ed il segretario
cappellano Enrici.
Alla seconda, la prima camerista
Bonaini, il chirurgo Boiti, la camerista Wagner, l'ispettore Ventinove, il
cameriere Dupont, il furiere Ceccherini, e la donna di guardaroba Cusani.
I corrieri Mecatti e Borgiotti,
il confetturiere e il cuoco, il camerazzo Santini, le cameriere e i camerieri
dei signori presero posto alla terza.
Alla quarta gli staffieri, il
guardacarrozze, i serventi, i facchini di corte, e gli staffieri del
Rospigliosi e dello Strozzi.
Il principe Rospigliosi andò a
far visita al principe Vescovo, che gli restituì la visita alla Locanda «della
Rosa,» e gli offrì la sua carrozza e la guardia d'onore alla porta, che
vennero, dal maggiordomo di Ferdinando III, accettate.
L'Arciduchessa sposa arrivò a
Trento il dì 11 novembre col suo seguito in tre carrozze, preceduta da un
ufficiale austriaco che era andato ad incontrarla. Essa scese alla locanda
«d'Europa,» stata in precedenza riccamente preparata per il suo ricevimento.
Il furiere della corte di
Sassonia andò a dare avviso al principe Rospigliosi dell'arrivo della sposa; e
nel tempo stesso ad invitarlo alla «tavola di Stato della corte di Sassonia
unitamente a tutto il suo seguito nobile.»
Il Commissario toscano e il suo
seguito si recarono a domandare udienza alla «reale sposa,» che fu con essi
amabilissima, e si posero quindi a tavola, con le cariche sàssoni, mentre la
principessa pranzò privatamente nel suo quartiere con la sua dama d'onore.
Dopo il pranzo, per ordine del
maggiordomo Rospigliosi, furono dispensati dal signor Ventinove, ispettore del
viaggio, diversi regali alle cameriste, al cappellano, al medico, al furiere e
ai camerieri della corte di Sassonia; mentre dal segretario Enrici furono
offerti altri regali di pregio e di valore, alle persone nobili del seguito
dell'augusta sposa.
Il giorno seguente, il principe
Rospigliosi si recò all'albergo «d' Europa» a prendere in consegna la sposa.
Egli, col segretario Enrici, che sedeva in faccia a lui dalla parte dei
cavalli, montò in una carrozza di gala, preceduta da due staffieri «di sua
livrea,» per far vedere che anche lui era un signore; e due della corte di
Toscana: agli sportelli della carrozza altri due staffieri di corte.
Dopo pochi minuti, vi si recarono
pure la principessa Rospigliosi, il duca Strozzi, e la marchesa Riccardi.
Dietro alla loro carrozza, in piedi, stavano tre staffieri; uno di corte, uno
della casa Rospigliosi ed una della casa Strozzi.
Appena giunta all'Albergo, la
nobile Commissione venne introdotta da una porta laterale nella sala dov'era
stato eretto un trono con un solo gradino; nel tempo stesso che dall'altra
porta di faccia entrava la «reale sposa», che andò subito a sedersi sul trono,
ed entrava pure il Commissario generale sàssone, la Dama d'onore e il suo
Consigliere privato.
Il Commissario fece leggere dal
suo segretario «le plenipotenze della Commissione ingiuntale (sic) da
Sua Maestà il Re di Sassonia, per la consegna da farsi della reale sposa.»
Terminata la lettura, il Commissario toscano fece leggere alla sua volta l'atto
di procura che lo autorizzava a ricevere la principessa in consegna.
Dato così dai due rappresentanti
ampio discarico dei rispettivi mandati, il Commissario sàssone rivolse alla
augusta sposa ed ai presenti alcune parole, dimostrando la sua gratitudine al
re che lo aveva onorato di sì nobile e delicato ufficio; dicendosi dolente di
doversi separare da una principessa che per le sue belle doti, e le sue virtù
«s'era attirata l'affetto della sàssone nazione,» ed implorò quindi dalla reale
sposa la grazia del bacio della mano «per sé e per tutti quelli che avevano
avuto l'onore d'accompagnarla nel suo viaggio,» ciò che graziosamente venne
concesso. Anche il principe Rospigliosi disse poche parole, esprimendo press'a
poco idee conformi, e domandando egli pure l'onore del bacio della mano «per sé
ed i componenti il nuovo servizio toscano,» ciò che naturalmente venne
accordato.
Fatta quindi «la sua refezione»
la principessa, con le persone del suo nuovo seguito, partì da Trento alla
volta di Firenze.
Il granduca Ferdinando III, nella
solenne circostanza del matrimonio del gran principe Leopoldo, ordinò che
fossero conferite a carico del suo patrimonio trecentoventi doti di quindici
scudi l’una a fanciulle povere del granducato, dai quindici ai trentacinque
anni.
Ordinò poi che fossero
gratuitamente restituiti i pegni di panni lani, fatti fino a tutto il mese
d'ottobre, ed altri dentro certi limiti d'oppignoramento, esclusi gli ori e gli
argenti; e che venisse altresì fatta una gratuita distribuzione di pane alla
classe indigente della città.
Condonò poi la pena a tutti i
disertori, ed a coloro che avevan prestato mano alla diserzione, purché i primi
si consegnassero immediatamente ai rispettivi corpi. Un simile indulto fu
promulgato ai contrabbandieri ed ai condannati per risse o delitti simili,
purché fossero di esclusiva competenza della Polizia.
Tutto ciò preveniva sempre più
gli animi a favore della principessa sposa, la quale, alle sei e mezzo di sera
del sabato 15 novembre arrivò alla villa di Cafaggiolo dove ebbe la grata
sorpresa di trovarvi il Granduca, l'arciduca sposo, e l'arciduchessa Maria
Luisa, che la riceverono «con vera tenerezza e vollero assistere alla sua
refezione.» Dopo la quale se ne tornarono a Firenze con la sola compagnia del
cavallerizzo maggiore.
La mattina dopo, domenica, alle
sette la sposa e la sua corte, partirono dalla villa di Cafaggiolo, dirigendosi
alla villa Capponi alla Pietra per cambiare d'abiti, ed unirsi ai sovrani, che
ivi l'attendevano per fare solenne ingresso in Firenze.
Arrivata alle nove e mezzo alla
villa del marchese Pier Roberto Capponi, venne da questi offerto ai sovrani ed
alla principessa sposa un dejounée (a quei tempi a corte lo scrivevan
così il francese), e dopo le dieci partirono alla volta di Firenze in questo
ordine:
un picchetto di cacciatori a
cavallo;
due battistrada con livrea di
corte;
una muta con i ciambellani di
servizio, senatore Aldobrandini, marchese Ferdinando Riccardi, conte Alessandro
Opizzoni e cavalier Lorenzo Montalvi;
un'altra muta con le cariche di
corte: principe Rospigliosi, senatore Amerigo Antinori, balì Niccolò Martelli e
duca Strozzi.
In un'altra muta, erano i
sovrani, col Granduca, l'Arciduchessa sposa, l'Arciduca e l'arciduchessa Maria
Luisa.
Otto guardie del corpo comandate
dal brigadiere, e il cavallerizzo allo sportello.
Dietro alla muta dei sovrani,
veniva quella delle dame di corte nella quale vi erano la principessa Rospigliosi,
la marchesa Riccardi, la contessa Elisabetta D'Elci, e la baronessa Eleonora
Gebsattel.
Gli staffieri e tutto l'altro
servizio erano in livrea giornaliera.
Giunte le carrozze al Pellegrino
«lo sparo dell'artiglieria ed il suono delle campane, diedero il fausto
annunzio del prossimo arrivo della reale sposa.»
Immediatamente dai frati della
Santissima Annunziata venne scoperta la Madonna. L'Arcivescovo paratosi degli
abiti pontificati si recò all'altare nella cappella dell'Annunziata «vagamente
apparata ed arricchita di lumi,» per attendervi i sovrani e la corte, i quali
vi entrarono passando dalla piccola porta della cappella, essendo smontati
dalla parte dei chiostri, preceduti da sole due guardie del corpo.
Dopo la messa dell'Arcivescovo,
il quale impartì agli sposi la benedizione nuziale, fu cantato, manco a dirlo,
il Te Deum «eseguito dai professori della reale cappella di corte.»
Terminata così la solenne
cerimonia degli sponsali, con lo stesso treno i sovrani ed il seguito passando
per Via de' Servi, Piazza del Duomo, il Canto alla Paglia, da San Gaetano,
Santa Trinita, Via Maggio e lo Sdrucciolo, andarono a' Pitti, continuando
sempre a suonar le campane di tutte le chiese, ed a sparare le artiglierie
delle fortezze. Superbo era l'addobbo delle finestre delle case lungo lo
stradale con tappeti ed arazzi variati e di pregio. Quella festa di colori, lo
scampanìo incessante e il sordo rombo del cannone, fecero un effetto
straordinario sull'animo commosso della giovane principessa, che si vide
accolta con spontanea cortesia, con gentilezza squisita, da una folla così
enorme come se fosse nata in mezzo a quel popolo.
Essa rimase subito colpita dal
modo signorilmente civile col quale i fiorentini le facevano gli onori di casa,
accogliendola con tanta espansione ed affettuosa simpatia. «La serenità della
giornata, che poteva paragonarsi alle più belle di primavera, favori l'ingresso
dell'augusta sposa» e ad infondere il brio in tutta la popolazione, che accorse
in folla a salutare la giovane principessa, di cui tutti ammirarono la grazia e
la bellezza.
Le Loro Altezze furono ricevute a
piè della grande scala dalle cariche di corte: si soffermarono brevemente nella
Sala detta delle Aquile, per ricevere i complimenti dai consiglieri e dalle
dame di corte; e quindi si ritirarono nei loro quartieri.
Al tocco cominciò la noia del
ricevimento dei ministri esteri, dei personaggi più importanti e
dell'Arcivescovo, coi quali si trattennero mezz'ora, cioè fino all'ora della
mensa, alla quale quei personaggi pure assistettero, essendovi stati invitati
dal maggiordomo maggiore. Vi intervennero perciò, gl'incaricati di Vienna,
d'Inghilterra, di Francia, di Russia, di Svezia e di Danimarca: il principe e
la principessa Rospigliosi, il senatore Antinori, il balì Martelli, la signora
Caterina Martelli, il duca Strozzi, il principe e la principessa Corsini, il
duca e la duchessa d'Alba, il principe Borghesi, il principe e la principessa
Aldobrandini; i consiglieri: Fossombroni, don Neri Corsini, Frullani,
Pontenani, Degli Alessandri, Nuti, Giunti e Galilei; la principessa di
Diekeshstein, il ministro Bardoxy, il marchese Ferdinando Riccardi, e la
marchesa Francesca Riccardi, il senatore Bartolommei, il senatore Aldobrandini,
il conte Baldelli, il marchese Tommaso Corsi, il conte Opizzoni, il cavalier
Lorenzo Montalvi, il colonnello Gherardi, la signora Emilia Gherardi, la
contessa D'Elci, la baronessa Gebsattel, l'arcivescovo di Firenze, il cavaliere
Brancadori, ed il conte e la contessa Hitroff.
La tavola fu servita «per
cinquanta coperti» con la massima eleganza e profusione. I paggi ed i camerieri
servivano ciascuno quattro persone; e due guardie del corpo scortarono le prime
vivande dalla cucina alla tavola reale.
La sera vi fu grande appartamento
nel quartiere «delle Stoffe» con invito a tutta l'anticamera, ai forestieri già
stati presentati, e alla nobiltà «dei due sessi» ammessa al Casino dei nobili.
Alle sette cominciarono ad
arrivare i primi invitati; ed il segretario d'etichetta, i furieri e gli
uscieri vigilavano alla
ammissione delle differenti
classi di essi nelle rispettive anticamere.
Avanti che comparissero nella
Sala i principi sposi, l'incaricato d'affari della corte d'Inghilterra, per
mezzo del gran ciambellano, presentò al Granduca moltissimi gentiluomini, dame,
colonnelli ed ufficiali inglesi.
Lo stesso fu fatto dal ministro
di Spagna, che presentò il console di Genova e l'intendente generale
dell'armata di Spagna. L'incaricato di Vienna presentò il governatore di
Milano, il governatore di Lucca e madama Grimaldi, veneta.
Alle sette e tre quarti
comparvero «nell'appartamento» i reali sposi che trovarono riuniti nelle
differenti anticamere, a seconda del grado sociale, centoquindici dame e
trecentotrenta cavalieri, compresi i forestieri ed i paggi.
L'impressione che fece in tutti
la giovane principessa sàssone fu eccellente, essendo stato «mirabile» il
contegno da lei tenuto in quella «sua prima comparsa, avendo con franchezza e buona
maniera, prima parlato con tutte le dame, niuna eccettuata, e quindi con i
ministri esteri, forestieri, consiglieri ed altre persone distinte delle due
prime anticamere.» Quelle delle altre si contentarono di vederla; ma per una
«prima comparsa» deve essere stata una bella fatica anche a trattenersi con due
anticamere sole.
È vero che a corte rimasero
contenti della principessa, perché si presentò con buona maniera; quasi
che invece di venire da una corte, fosse venuta dalle montagne di Santa Fiora!
Alle nove, la famiglia reale si
pose a tre diversi tavolini a giuocare, ed immediatamente fu sciolta
l'etichetta, restando libero l'ingresso a tutta la nobiltà e uffizialità nelle
anticamere e stanze annesse vagamente illuminate «ed incontinenti» (sic);
furon serviti copiosi rinfreschi di soli gelati e acque «di più qualità.»
Alle dieci e un quarto finì l'
«appartamento,» ed il sovrano e i principi passarono «nell'interno del
quartiere» dove era stata già preparata la tavola, alla quale furono invitati
soltanto il principe Rospigliosi, il senatore Antinori, il balì Martelli e la
sua consorte, la contessa D'Elci; il marchese e la marchesa Riccardi, il
senatore Aldobrandini, il duca Strozzi, la baronessa Gebsattel, il conte
Opizzoni e il cavaliere Montalvi.
Alle undici, terminata la cena, i
sovrani si ritirarono nei loro quartieri «contenti d'aver passata una sì lieta
giornata, che farà epoca alla felice Toscana.» Lo dicevano loro,
sarà stato vero!
Il giorno seguente, la sposa e la
Corte si riposarono: e dovevano averne avuto bisogno. La sera però, andarono al
teatro della Pergola, vagamente illuminato, dove agli sposi fu fatto un
«triplice viva dal numeroso popolo ivi congregato, per ammirare i pregi della
reale sovrana sposa.»
Dopo il ballo, fu servita la
tavola nella retrostanza del palco di corte, e vi furono invitati i personaggi
della sera precedente.
La mattina del 18 novembre furon
fatte le presentazioni dei ciambellani, degli ufficiali delle guardie del corpo
e degli anziani; quindi la sera alle 6, tutta la reale famiglia in tre carrozze
a pariglia, accompagnata dalle cariche di corte, le dame, i ciambellani di
servizio, si recarono alla festa data «dalla Comune di Firenze» sotto gli
uffizi «per il basso popolo;» ed all'altra per «la nobiltà e cittadinanza»
nelle stanze del Buon umore, annesse all'Accademia delle Belle Arti.
La festa popolare sotto gli
Uffizi ebbe principio con l'inalzamento d'un globo aereostatico, e fuochi
d'artifizio, che furono «secondati da altri graziosi scherzi di simile genere
eseguiti sulla Piazza della Signoria.» Tutto il porticato del Vasari era illuminato
«con fiaccole all'inglese» e l'architettura del cornicione «faceva vaga pompa
con ricercata illuminazione a piccole padelle.»
In quattro sale interne degli
Uffizi, riccamente parate, venivano ammesse a ballare le persone decentemente
vestite ed in maschera. Nel mezzo del piazzale erano state collocate due
orchestre, che alternativamente facevan ballare il pubblico fatto contento
«rallegrandosi col ballo e con i lieti Viva che facevano eco alla
riconoscenza» verso il munificente sovrano che in quella lieta circostanza
aveva ordinate grandi distribuzioni di pane, «collazioni di doti, assegnazioni
di letti, carne agli infermi, e una larga restituzione di pegni.» Una carità
veramente benintesa, meglio che destinar somme, sia pure ragguardevoli e
che spesso non raggiungono lo scopo: poiché, per il solito, i sussidii in
danaro vanno sempre a quella specie d'abbonati alla beneficenza pubblica, e non
son mai dati con giusto criterio alle persone veramente bisognose, vittime di
una occulta e più tremenda miseria, che contrasta con la vergogna della povertà
e col pudore di farla palese.
Il sovrano ed i principi, appena
scesi all'ingresso degli Uffizi, percorsero per due volte in mezzo al popolo
affollato, tutto il loggiato, e si trattennero anche nelle sale dove ballavano
le maschere e le persone più pulite, con pieno contento dei principi «per la docilità
dei sudditi, che pieni di venerazione ai loro sovrani non fecero
nascere nessuno sconcerto.» Ed era naturale, dappoiché si vedevan trattati con
tanta spontanea confidenza.
Trattenutisi oltre un'ora in
mezzo a quell' «innumerabile concorso popolare» i sovrani ed il seguito si
recarono al Palazzo della Crocetta alla cena data a loro contemplazione
dal principe Rospigliosi; e quindi alle nove e mezzo andarono in Via del
Cocomero all'altra festa nelle sale del Buon umore, «superbamente apparate,
facendo pompa in esse un giardino artificiale, nel quale vedevasi illuminato a
chìarore, il tempio delle Grazie e d'Imeneo.»
Il concorso dei forestieri, del
popolo e delle maschere, era straordinario: stupenda poi l'elegante ricchezza
dei vestiari, e di grande valore «le gioie delle dame e delle altre donne.» La
profusione d'ogni genere di rinfreschi, in acque, gelati, e di biscotterie,
fece conoscere, dice l'esuberante diarista, che la direzione di quella festa
«meglio non poteva essere appoggiata che al benemerito capo della città di
Firenze, gonfaloniere marchese Tommaso Corsi.»
Quattro sale erano state
destinate per gli invitati: quella grande riservata ai sovrani, divenne angusta
«per l'affollata turba che anelava di vedere d'appresso la nuova adorata
sovrana.»
Quella festa che cominciò la sera
alle otto e mezzo, fini alle tre dopo mezzanotte, per quanto la corte si fosse
ritirata alle undici.
L’adorata sposa, la sera
dopo andò con tutta la famiglia regnante al teatro del Cocomero vagamente
illuminato, dove fu ricevuta da uno strepitoso applauso. Ed anche al Cocomero
dopo il ballo, la corte cenò e poi se ne tornò a' Pitti.
Quei giorni passavano in
ricevimenti e presentazioni la mattina, e feste la sera. Così il giorno 20
furon presentati alla sposa tutti gli ufficiali delle truppe toscane, le dame
di corte residenti in Firenze, e via di seguito. Nella sera, andò con lo sposo,
il Granduca e le Arciduchesse, alla festa fatta in suo onore al Casino de'
Nobili al ponte a Santa Trinita; e la sera del 23 novembre fu data a Palazzo
Pitti una gran festa da ballo alla quale intervennero centocinque dame e
trecentosessantasei cavalieri, e non fece vuoto la mancanza dei
cavalieri e delle dame inglesi che non presero parte alla festa atteso il loro
lutto gravissimo per la morte della giovine principessa di Galles.
Terminati i ricevimenti e le
feste, i principi sposi si recarono a Pisa e a Livorno acclamatissimi sempre; e
il 28 novembre tornò finalmente da Dresda il conte Baldelli, al quale il Re di
Sassonia, «in contrassegno della sua reale soddisfazione» aveva conferito la
Gran croce dell'Ordine del Merito e la croce dello stesso Ordine al suo
segretario Pistoi, oltre a varii cospicui doni ad ambedue «come una prova di
più del gradimento di S. M. il re sàssone.»
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