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La frammassoneria livornese -
Esuli politici a Firenze - L'arrivo dell'Imperatore - Illuminazione della città
- Visita a pubblici e privati stabilimenti - Feste in piazza della Signoria e
nel piazzale degli Uffizi - L'imperatore parte per Napoli e impressione che ne
riceve - Rivoluzione napoletana del 1820 - Il re di Napoli ripara in Toscana -
Si reca al Congresso di Laybach - Ferdinando III a Livorno - Una congiura
sventata - Il generale Casanova.
La Toscana aveva ripreso la sua
vita tranquilla, quasi noiosa, senza sbalzi e senza paura di sconvolgimenti,
come negli anni passati fino al quindici. Soltanto la frammassoneria, che aveva
posto il suo quartier generale a Livorno, destava di quando in quando qualche
inquietudine, ma non dava poi gran pensiero, poiché il suo scopo costante era
quello di rendere l'Italia completamente libera e padrona di sé, come era di
diritto.
Ma a nominare i frammassoni
allora si facevano il segno della croce come se fossero stati il diavolo,
mentre era tutta gente animata sinceramente e profondamente dall'amore di
patria e dal desiderio costante e vivissimo di vederla unita, prospera e
grande. Oggi, che tutto ciò si sente molto meno, bisogna pur dirlo per quanto
s'abbia l'ipocrisia di non volerlo riconoscere, i frammassoni di quei tempi
parrebbero codini e nulla più.
Povere menti che tanto
faticarono, povere vite spente sui patiboli o nelle galere, quanto diversa
doveva esser la riconoscenza e la reverente memoria dei posteri!
Ma non ci confondiamo. La
Toscana, dunque, viveva come in una specie di blandizia dell'anima; e mirava
indifferente lo sforzo dei liberali, che cozzavano contro la tirannia di
principi e di ministri codardi. L'indifferenza però nasceva dalla poca fiducia
nella buona riuscita della causa, essendo i fiorentini ammaestrati da un duro
passato, a non partecipare alle illusioni dei pochi liberali delle altre
provincie d'Italia.
Quello che poteva fare Firenze, e
lo fece con slancio sincero di vero patriottismo, fu di accogliere gli esuli di
altre città e difenderli; coadiuvati in ciò anche dalla clemenza del Granduca,
presso il quale si ritiravano altresì i principi degli Stati dove non si
sentivano tanto sicuri, e qui trovavano asilo, e non avevan da temere le
molestie dei carbonari e dei frammassoni, che alla lor volta trovando in
Firenze onesto rifugio alle persecuzioni, erano esuli al pari dei sovrani contro
i quali nei propri paesi cospiravano.
Un avvenimento quasi inaspettato,
che dette per qualche giorno un po' più di vita a Firenze, fu l'arrivo
dell'imperatore Francesco d'Austria, fratello del granduca Ferdinando III, il
quale, con la scusa di riveder lui, e di prendersi un po' di svago, venne a
fiutare che vento spirava in Italia riguardo appunto al segreto lavorìo della
frammassoneria e della carboneria.
Il Magistrato Civico saputa
questa notizia, stabilì di solennizzare con pubbliche feste tale avvenimento; e
la I. e R. Segreteria di Finanze nel dì 22 febbraio 1819 partecipò alla
Comunità che S. A. il quale aveva accolta «con vera bontà e compiacenza la
deliberazione del Magistrato per mezzo della quale si offrivano delle feste
civiche nel fausto avvenimento della venuta in Firenze di S. M. l'Imperatore
d'Austria, Re d'Ungheria e di Boemia, si degnò di approvare in genere il
progetto delle medesime statole presentato.»
Ferdinando III non appena ebbe
l'annunzio del prossimo arrivo del fratello, sebbene viaggiasse in incognito
sotto il titolo di duca di Mantova, la mattina del 7 marzo 1819 partì col
principe Rospigliosi per andare ad incontrar l'Imperatore al Covigliaio.
Alle quattro e mezzo pomeridiane
dello stesso giorno, l'Imperatore con l'imperatrice Carlotta, sua augustissima
consorte, e la figlia arciduchessa Carolina Ferdinanda, accompagnati dal
Granduca, arrivarono a Firenze in una carrozza a sei cavalli, preceduti da un
picchetto di cacciatori a cavallo e seguitati da altri quattro tiri a sei, mentre
dalla Fortezza da Basso furon tirate 101 cannonate.
Varii distaccamenti di truppa
facevano ala lungo il tragitto da Porta a San Gallo al Palazzo Pitti. I
granatieri erano schierati fra il Ponte a Santa Trinita, Via Maggio, lo
Sdrucciolo e Piazza Pitti, fino alla porta del palazzo, presso il quale era
stata posta la banda musicale, che con le sue «differenti sonate aumentava il
brio nel popolo» il quale faceva «echeggiar l'aria di lieti viva.»
Quelle grida, il popolo, le
avrebbe emesse ormai anche dormendo, tant'era l'abitudine che aveva preso di
gridar «Viva» a tutti coloro, che per un motivo o per un altro, venivano a
Firenze.
Numerosa era la folla riunita
sulla piazza e nel gran cortile, «ed angusto pareva il locale al risuonar dei
viva pronunziati al ricevimento di sì illustre comune concittadino, primo
Imperatore nato in Toscana, in seno della bella Firenze.»
Gl' illustri personaggi furono
incontrati al ripiano della scala dalla duchessa di Parma, dall'arciduchessa
Maria Teresa di Sassonia, dall'arciduchessa Maria Anna, principessa ereditaria
di Toscana, dall'arciduchessa Maria Luisa, dalla principessa Amalia di
Sassonia, e da tutte le dame d'onore e di compagnia delle principesse. La sera,
poiché a quei tempi l'olio doveva costar poco, vi fu illuminazione generale
della città. La più sfarzosa però fu quella del ponte a Santa Trinita e di Via
Maggio, la quale incominciava dalla colonna di Santa Trinita, tutta illuminata;
e sul ponte v'eran sei guglie pure «vagamente illuminate ed alle quali faceva facciata
l'altra colonna in Piazza San Felice in simil guisa incendiata.» Il Palazzo
Pitti era fantasticamente magnifico per davvero, poiché tutta l'architettura
era disegnata da fanali e da padelle, come nella stessa guisa era illuminata la
piazza.
Infinite furono le presentazioni
fatte all'Imperatore, il quale trovava però tempo non solo per andare al teatro
della Pergola e del Cocomero, ma altresì per visitare le gallerie, «le rarità»
e gli stabilimenti, la biblioteca di San Lorenzo, lo Spedale di Santa Maria
Nuova, di Bonifazio, degli Innocenti; l'ospizio di Maternità, il reclusorio
d'Orbetello e quello dei poveri. Visitò pure l'Accademia delle Belle Arti, lo
studio dello scultore Bicci, e quello del Carradori. Assisté con l'Imperatrice
ad una seduta dell'Accademia de' Georgofili, e visitarono ambedue le Scuole
normali.
L'Imperatrice con le dame e la
figlia e con l'arciduca Leopoldo e l'Arciduchessa sposa che l'accompagnarono,
volle visitare la cattedrale, e salire fino alla lanterna della cupola. Nei
giorni seguenti, l'Imperatore, accompagnato da tutti i principi, in tre
carrozze di posta si recò pure «ad osservare la grandiosa fabbrica delle
porcellane del marchese Ginori che per la sua fama rivaleggiava a quei tempi
con le primarie di Francia.»
L'imperatore Francesco andava
quasi tutti i giorni, ed era per lui il massimo diletto, al passeggio delle
Cascine, delle quali egli e l'imperatrice erano addirittura fanatici. Si
dilettava anche d'andare a passeggiare per Boboli prima del desinare, che aveva
luogo al tocco e mezzo. Era amante altresì di fare delle scampagnate, e si
recava spesso al Poggio a Caiano, a Pratolino, a Castello e al Poggio
Imperiale. Ciò che lo divertiva moltissimo, erano le fiere della quaresima,
alle quali non mancò mai d'intervenire, prendendo parte ogni domenica al corso
delle carrozze che allora si teneva alla porta dove si faceva la fiera. Non
tralasciò neppur quella di San Giuseppe né della Santissima Annunziata, per la
festa della quale assisté anche, con tutta la Corte, al Servizio di Chiesa.
Il 21 di marzo il Comune offrì
una gran festa sotto gli Uffizi e in Piazza della Signoria in onore dell'
Imperatore, che con l' Imperatrice, il Granduca e le Arciduchesse, la godettero
dal terrazzino di Palazzo Vecchio.
Gli Uffizi eran meravigliosi per
la illuminazione fatta «a tre ordini di fanali trasparenti, che ricorrevano per
tutta la fabbrica, disegnandone l'architettura.» L'interno del loggiato era
illuminato con lumiere e fiaccole all'inglese, poste in mezzo a delle ghirlande
di fiori ed a corone di lauro. Gli stanzoni «dei così detti Uffizi» erano
illuminati con sfarzo, e ridotti a botteghe di vendita di rinfreschi e di altri
generi, per comodo «del concorso popolo.»
Sotto la loggia dell'Orgagna era
stato eretto il tempio della Fortuna, che sorgeva in un boschetto nel quale le
statue della Giustizia e della Fortezza eran di ricco ornamento. Ai lati del
tempio eran situate due grandi orchestre con varii cantanti, che salutarono i
sovrani quando si presentarono al terrazzino.
In faccia a Palazzo Vecchio,
presso il tetto de' Pisani, era stata eretta una montagna artificiale
rappresentante la Reggia di Vulcano, all'ingresso della quale era stata
collocata la statua di Giove «in atto di ricevere le saette dal fabbricatore di
esse.» Ma questo non incontrò punto il gusto della popolazione «e molte satire
vennero in appresso fatte contro gli artefici e i direttori.»
Infatti, quel Giove tonante che
non aveva neanche le saette di suo, e che bisognava che aspettasse la
misericordia di quello che le fabbricava, era un concetto piuttosto ridicolo.
Se Dio ne guardi il saettaio, diciamo così, faceva sciopero, addio
Giove.
Le satire dunque piovvero senza
numero, ma il pubblico si rifece la bocca ammirando l'addobbo del cortile di
Palazzo Vecchio, i corridori e le scale che conducevano «al saloncino detto
dei dugento» che formava «un continuo giardinage» con vasi di
fiori e agrumi simmetricamente disposti, ed arricchito da una benintesa
o piuttosto benvista, illuminazione a cera.
Prima che i sovrani lasciassero
il terrazzino, e si recassero alla Pergola allo spettacolo di gala, dalla cima
della montagna scaturirono una copiosa quantità di fuochi artificiali,
alla fine dei quali comparve «l'augusto nome di Francesco I in mezzo a vago
trasparente.»
E così finì quella festa stata
inaugurata la mattina a mezzogiorno e mezzo con un atto di beneficenza, cioè
con l'estrazione di centocinquanta doti a benefizio di «povere zittelle.»
L'estrazione fu fatta dalla tribuna eretta sotto l'arco principale della loggia
degli Uffizi.
Partito da Firenze, l'
Imperatore, sempre figurando di farlo per diporto, si recò a Roma, poi a
Napoli.
Quella festa lasciò il ricordo
d'una discreta spesa. Nell'adunanza del 10 settembre 1819 il Gonfaloniere
partecipò al Magistrato una lettera del soprassindaco, in data 3 settembre, con
la quale egli avvisa il Magistrato che essendo stato reso conto a S. A. delle
spese occorse per le feste date in onore di S. M. l' Imperatore ascendenti a L.
121,798 al netto delle robe «in essere, o per restare a benefizio della
Comunità o per vendersi per la somma di L. 10,193,» S. A. il Granduca si era
degnato dichiarare che una tale spesa posasse per metà a carico del Comune da
corrispondersi alla cassa della I. e R. Depositeria a ragione di diecimila lire
all'anno, cominciando dall'anno 1820.
I Signori adunati «commessero
al signor Gonfaloniere di umiliare a S. A. I. e R. i dovuti ringraziamenti per
la clemenza avuta di addossare all' I. e R. Depositeria la metà di dette
spese.» Francesco d'Austria come si era accorto che la Toscana era governata
con maggiore liberalità, e sebbene fosse un piccolo Stato, solidamente
costituito, lasciando Napoli portò invece seco la convinzione che tristi giorni
eran riserbati in un'epoca non lontana alla più ridente parte d'Italia a causa
della insipienza del re e della boriosa nullità dei suoi ministri.
Infatti, scopo principale, se non
unico del governo napoletano era quello di distruggere le tracce del governo di
Murat e combattere la carboneria: e su questo modo di governare del suo
ministero, Ferdinando IV si cullava tranquillo. Ma il lavorìo incessante,
sordo, de' carbonari che corrispondevano coi loro collegati in tutto il regno,
nel resto d'Italia, e specialmente in Svizzera, cominciò a dare i primi segni
della rivolta. Infatti la mattina del due luglio 1820 i «Sottotenenti Morelli e
Silvati, con centoventisette fra sergenti e soldati del reggimento reale
Borbone cavalleria» disertarono da Nola, dove eran di guarnigione, e insieme al
prete Menichini e ad una ventina di carbonari, si diressero ad Avellino al
grido di «Viva Dio, re, costituzione.»
Essi posero il campo a
Mercogliano da dove il tenente Morelli scrisse al tenente colonnello De Concili
per indurlo a patrocinar la causa della libertà, secondando la rivolta delle
truppe. E il De Concili accettò, diventando così il supremo capo degli insorti.
I ministri, saputa la cosa,
spaventati perché impotenti a prendere una risoluzione, ed inabili a dare un
consiglio al re, perdettero molte ore a discutere non sul da farsi ma sul modo
di dare al sovrano l'annunzio della sommossa, la quale, mentre essi cianciavano
di tali puerilità, si allargava e si spandeva per intere provincie.
Il re, inetto e pusillanime,
quando lo seppe si trovò imbrogliato a chi dare il comando delle truppe, poiché
temeva il tradimento nei generali più abili, ed in quei fidi temeva anche di
più: l'asinità loro e la nessuna autorità nell’esercito. Perciò ricorse ai
soliti mezzi termini a cui ricorrono tutti i re dappoco ed i governi deboli e
fiacchi, cioè alla ostentazione d'una falsa sicurezza, dando tempo al tempo,
nella speranza di stancare i ribelli. Ma i ribelli raddoppiarono a vista; il
popolo, i vescovi e le autorità, giuravano al nuovo grido di «Viva Dio, re,
costituzione.» Ferdinando IV incaricò allora il generale Carascosa di porre un
argine alla rivolta. Ma, al solito, temendo i ministri della fedeltà di lui,
come murattiano, sebbene fosse il solo che godesse la simpatia e la stima
dell'esercito, ricorsero allo stolto e gesuitico espediente di dargli ogni
facoltà senza soldati. Quando poi il 4 di luglio gli diedero come irrisione
seicento uomini, fu troppo tardi, nonostante che grosse schiere fossero
affidate al general Nunziante a Nocera.
Intanto il governo procedeva a
tentoni, senza saper che pesci pigliare. Onde veduta questa paura e questo
disordine, i soldati che ormai eran desiderosi di nuovi eventi, scossero il
giogo; ed un reggimento di cavalleria del general Nunziante in presenza delle
altre truppe, a stendardo spiegato, il 5 di luglio impunemente disertò da
Nocera. Bastò l'esempio. Subito dopo un battaglione della Guardia reale
dichiarò di non voler combattere i ribelli, ed un altro battaglione di fanteria
a Castellamare tumultuò addirittura.
Tutte le provincie essendosi
sollevate, fu necessario di fare spiare le truppe, si raddoppiò la guardia al
palazzo reale, e pattuglie di soldati perlustravan la città.
Il general Nunziante vista la
marina torba scrisse al re esponendogli «l'animo avverso delle sue schiere» e
concludeva: «Sire, la costituzione è desiderio universale del vostro popolo, il
nostro opporre sarà vano; io prego V. M. di concederla.» Come tutti coloro che
vogliono dissimularsi i pericoli e che danno soltanto ascolto a chi brucia loro
l'incenso sotto il naso, persuasi di lasciarsi illudere perché possa servir ciò
di ripiego alla loro cecità, il re rimase sbigottito leggendo le parole del
Nunziante del quale però non dubitava.
Mentre egli ed i suoi barcollanti
ministri aspettavano ansiosi la mattina del 6, «ultimo tempo prefisso alle
trame o al combattere» nuove sventure accaddero con la fuga del generale
Guglielmo Pepe: il quale, sapendo d'esser tenuto d'occhio, perché sospetto di
tradimento, preferì d'andarsene alla mezzanotte, spingendo alla diserzione un
altro reggimento di cavalleria e alcune compagnie di fanteria.
Tutto ciò portò maggiore sgomento
nella Corte; e mentre il re consultava i ministri, al tocco di notte si
presentarono al palazzo cinque capi carbonari, dicendo alle guardie di dover
subito parlare al re «o a qualche grande di Corte.»
Il duca d'Ascoli accorse per
sentire ciò che volevano quei cinque, rimanendo sorpreso di vedere fra loro il
duca Piccoletti, suo genero. Uno di essi gli disse chiaro e tondo che popolo e
soldati volevano la costituzione. L'Ascoli rispose che appunto il re ed i
ministri stavano in quel momento concertandone i termini, e promise che fra due
ore sarebbe pubblicata, vale a dire alle tre del mattino.
Il re però s'ostinava a non
cedere: ma i ministri, con una tremenda paura addosso, lo esortavano in tutti i
modi a piegarsi alla necessità. Più di tutti finalmente lo convinse il marchese
Circello, che era in odio al pubblico e vecchissimo, «ma per grossolane delizie
di vita bramoso di più lungo vivere.» Quel vecchio corrotto, si buttò
piangendo, quasi al collo del re, vecchio anche lui, chiamandolo figlio,
raccomandandosi di «concedere prontamente una costituzione» perché superati
così i pericoli del momento Iddio l'avrebbe aiutato «a ricuperare da popolo reo
i diritti della corona.» Il re firmò il 6 luglio un editto col quale si
annunziava che concedeva la invocata costituzione, promettendo di pubblicarne
le basi entro otto giorni.
Nello stesso tempo il re, con
speciale decreto, nominò nuovi ministri; e col pretesto della mal ferma salute
e dell'età, abdicò alla corona e rimise nelle mani del figlio la regale
autorità. Ciò non fece altro che sollecitare l'andamento degli eventi. Ogni
ritegno fu abbandonato, e l'esercito ormai senza disciplina e senza rispetto
per il re, voltò bandiera e si chiamò esercito costituzionale. Capo di esso fu
il generale Guglielmo Pepe, «che sconciamente imitava le fogge e il gesto del
re Giovacchino Murat.» Alle truppe regolari si unirono le «milizie civili»
composte di cittadini che in buona fede credevano ai nuovi tempi apportatori di
libertà. Non mancò nemmeno in quella circostanza il lato burlesco,
rappresentato dall'abate Menichini «vestito da prete, armato da guerriero,
profusamente guarnito dei fregi della setta» che precedeva a cavallo settemila
carbonari «plebei e nobili, chierici e frati, diffamati ed onesti, senza
ordinanze, senza segno d'impero e d'obbedienza mescolati e confusi.»
Il Pepe, a capo di altri generali
si presentò il 9 luglio alla reggia e domandò al re, che «stava disteso sul
letto per infermità o infingimento» di giurare la Costituzione. Il re promise;
e la mattina del giorno 13 a mezzogiorno, nel tempio del Palazzo, «al cospetto
della Giunta, del Ministero, dei grandi della Corte e di alcuni del popolo»
dopo udita la messa salì all'altare, e ponendo la mano sul Vangelo lesse ad
alta voce il giuramento scritto, nel quale era detto che egli, Ferdinando
Borbone, per la grazia di Dio e per la costituzione della Monarchia Napoletana,
re, col nome di Ferdinando I del regno delle Due Sicilie, giurava in nome di
Dio e sopra i santi Evangeli la formula della concessa costituzione
concludendo: «Se operassi contro il mio giuramento, e contro qualunque articolo
di esso, non dovrò essere ubbidito, ed ogni operazione con cui vi
contravvenissi, sarà nulla e di nessun valore. Così facendo, Iddio mi aiuti e
mi protegga; altrimenti me ne dimandi conto.»
Finito di leggere il giuramento
officiale, il re, per dargli un'impronta di verità, alzò il capo al cielo,
fisso gli occhi sulla croce e spontaneo disse: «Onnipotente Iddio, che collo
sguardo infinito leggi nell'anima e nell'avvenire, se io mentisco o se dovrò
mancare al giuramento, tu in quest'istante dirigi sul mio capo i fulmini della
tua vendetta.»
Ma perché Iddio non lo prendesse
in parola, dopo avere allentate e ritirate le redini, incapace a frenare il
movimento rivoluzionario, nominato reggente il duca di Calabria, principe
ereditario, la mattina del 14 dicembre con la moglie, che viaggiò sotto il nome
di contessa della Florida, s'imbarcò sul «Vendicatore» - nome di sinistro
augurio pei napoletani - quel legno stesso che dopo la battaglia di Vaterloo
accolse prigioniero in Rochefort Napoleone I. Egli mascherò la sua fuga dicendo
che andava al congresso di Laybach dove era stato invitato dai tre sovrani
«della Santa Alleanza» i quali imponevano che in Napoli fosse ristabilito
l'ordine ad ogni costo.
Il «Vendicatore» gettò l'àncora
nel porto di Livorno la sera del 20 dicembre alle sette e mezzo; e subito ne fu
spedito avviso al Granduca a Firenze. Intanto «lu re Nasone» come lo chiamava
il suo popolo, sceso a terra e montato in una carrozza fu salutato da 101 colpi
di cannone del forte, e passò in mezzo alla truppa in parata. Arrivato al
Palazzo reale, fu ricevuto ed ossequiato dai ciambellani che abitavano in
Livorno, e quindi si affacciò alla terrazza a ringraziare il popolo che l'aveva
accompagnato «con segni di rispetto, amicizia e amore alla sua sacra persona.»
Pare impossibile, ma si diceva
così!
C'era, col re, oltre la moglie,
anche la figlia donna Maria Anna e la nipote donna Lucia, fanciulla di pochi
anni.
Il suo seguito era composto di
varii gentiluomini, dame, segretari, camerazzi, cavallerizzi, corrieri di
gabinetto e staffieri; v'era il padre Agostino da Cuneo cappuccino confessore
del re, e un padre compagno del medesimo; vi era pure il chirurgo don Niccola
Melorio e don Giovanni Gordou interpetre, quindi un mozzo d'ufizio, un
portamobili, un tappezziere, un capo confetturiere con quattro aiuti, e tre
facchini di cucina, un ufiziale degli argenti, un fornaro e un facchino,
un facchino di polleria, sei persone di scuderia, due volanti; e camerieri
servitori e cameriere delle cariche. Tutta questa gente per andare al
congresso!
Il 23 dicembre 1820 circa le sei
arrivò il re di Napoli in Firenze, accompagnato dal Granduca che era andato a
prenderlo a Livorno.
L'ingresso fu solenne; ed il
corteggio si componeva di quattro carrozze di gala a sei cavalli ove, oltre ai
sovrani, erano le principali cariche delle corti napoletana e toscana. Le
truppe schierate dalla Porta a San Frediano fino a Via Maggio e sulla Piazza
Pitti facevano ala, e dalla Fortezza da Basso vennero, al solito, tirate 101
cannonate per salutare il suocero di Ferdinando III. Dopo breve soggiorno, il re
delle due Sicilie riparti per Vienna, dove andava a conciare per il dì delle
feste i suoi infelicissimi sudditi.
Ferdinando III, a causa dei
sospetti che la frammassoneria aveva sulla fedeltà e la lealtà del re
napoletano, volle andare a Livorno (mentre «re Nasone» partiva per la via di
Bologna), e ivi trattennesi qualche giorno per vedere un po' da sé ed
informarsi che vento spirava su quell'andata al congresso delle tre potenze
della Santa Alleanza.
Ma passò un brutto momento,
perché da una congiura di frammassoni fu stabilito di entrare all'improvviso in
teatro, dove il Granduca per dimostrar piena fiducia vi si recava senza nessun
apparato birresco, e fargli firmare per forza la costituzione.
Il colonnello Casanova,
comandante il reggimento di stanza a Livorno, avendo potuto subodorare la cosa,
pensò di tentare un colpo, non tanto per farsene onore presso il sovrano,
quanto per l'utile che gliene sarebbe venuto.
Perciò, appena si fu assicurato
che il Granduca era in teatro, senza far battere il tamburo, fece svegliare
silenziosamente tutto il reggimento, e messolo a rango sotto le armi andò con
quello a circondare il teatro, chiudendo il passo a chiunque.
Quindi, presentatosi nel palco
del Granduca, disse ad uno dei ciambellani di servizio che egli aveva urgente
necessità di parlare sul momento al sovrano. Il ciambellano vedendo il
colonnello in tenuta di servizio, con la sciabola sguainata, avvisò subito il
Granduca di ciò che avveniva. Ferdinando fattolo passare e sentito di che si
trattava, uscì subito col colonnello Casanova, ed entrò in carrozza scortato da
tutto il reggimento che lo chiuse in un quadrato. Arrivato a palazzo, il
Granduca riconoscente strinse la mano al colonnello Casanova dicendogli:
- Mi ricorderò di voi. - E
difatti lo nominò generale.
Ma l'aureola di gloria che s'era
acquistata il colonnello minacciò d'andare in fumo, quando si presentò in
Fortezza da Basso per la presentazione alle truppe. In quella circostanza,
avendo intravvisto un soldato su un muricciuolo che stava a guardare i suoi
compagni, domandò chi fosse; ed essendogli stato risposto che era un
convalescente, il generale non volle intender ragione ed ordinò che si vestisse
ed andasse a rango con gli altri. Il poveretto obbedì, ma nel fare le
evoluzioni cadde sfinito e morì. Il reggimento si sollevò, voleva ammazzare a
tutti i costi il generale, e gli ufficiali ebbero a durare gran fatica a
metterlo in salvo. Fu però un vero miracolo se quei soldati, indignati
giustamente, non lo mandaron dietro al loro infelice compagno a chiedergli
scusa!
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