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Comunicazione ufficiale - Un
dubbio risolto dall'Arcivescovo - Appello del principe Massimiliano - Questione
di etichetta - Terzo inciampo - Elargizioni di doti - Atto di renunzia -
Cerimoniale e notificazioni - L'addobbo della Metropolitana - L'arrivo dei
Sovrani - Le nozze - Ritorno a Palazzo Pitti - I fuochi sulla torre di Palazzo
Vecchio e I' illuminazione della Cupola del Duomo - Benedizione nuziale - Feste
e divertimenti.
Ferdinando III comunicò
personalmente al maggiordomo maggiore, principe Rospigliosi ed al gran
ciambellano Antinori, che egli avrebbe sposata la principessa Maria Ferdinanda
di Sassonia il giorno 6 maggio 1821.
Perciò incaricava essi stessi di
dare le necessarie disposizioni per la solenne cerimonia, sottoponendo
preventivamente alla sua approvazione tutte le relative proposte.
Frattanto siccome il Comune non
poteva rimanere indifferente di fronte a siffatto avvenimento, così
nell'adunanza del 21 aprile 1821, dal signor Gonfaloniere fu proposto al
Magistrato straordinariamente convocato «di offrire una qualche festa pubblica
per esternare la comun gioia, nella fausta circostanza del matrimonio di S. A.
I. e R. l'augusto Sovrano con la Principessa Maria Ferdinanda di Sassonia.» Il
Magistrato «riconosciuta molto plausibile e doverosa una tale proposizione,
autorizzò lo stesso signor Gonfaloniere ad offrire in nome pubblico della città
alla prefata I. e R. Altezza Sua lo spettacolo della corsa dei cocchi sulla
Piazza di Santa Maria Novella, una festa di ballo da darsi nelle stanze
dell'Accademia delle Belle Arti dette del Buon Umore e suoi annessi, con
l'ingresso ai nobili, cittadini, impiegati ed altre persone decentemente
vestite, e contemporaneamente una festa di ballo campestre nella prossima
piazza di San Marco coll'illuminazione delle strade contigue alla medesima, per
dar luogo anche al basso popolo, che non potrebbe avere accesso a dette stanze
del Buon Umore, di rallegrarsi in così fausta ricorrenza. Accettata che fu
questa offerta, il signor Gonfaloniere fu autorizzato di dare tutte le
disposizioni perché le feste fossero eseguite «con dignità corrispondente
all'oggetto.»
Ed il 23 aprile il Provveditore
della Camera delle Comunità con lettera diretta al gonfaloniere Tommaso Corsi,
gli rese nota «la graziosa accoglienza di S. A. I. e R. al contrassegno di
devozione e attaccamento verso la sua sacra persona» come risultava dalla
deliberazione «con la quale il Magistrato civico esternava il desiderio di
potere accompagnare con qualche dimostrazione adeguata la pubblica gioia» in
occasione delle imminenti nozze, essendosi degnato il graziosissimo Sovrano
di accettare le feste offerte.
Il 1° di maggio l'avvocato Regio
annunziò al Magistrato civico, che veniva dispensato dall'assistere nella
mattina del dì 6 corrente, giorno natalizio di S. A. I. e R. alla messa dello
Spirito Santo nella Metropolitana, ove doveva intervenire nel dopo pranzo del
giorno stesso per la funzione del fausto matrimonio dell'I. e R. Altezza Sua.
Ma verificandosi spesso che
qualche priore, nobile o cittadino, faceva da sordo non intervenendo alle
pubbliche cerimonie, e tale mancanza essendo talvolta attribuita ad opinioni
politiche diverse da quelle che i signori priori dovevano avere,
nell'adunanza del 3 maggio 1821 fu partecipata dal Gonfaloniere ai signori
Priori medesimi la circolare dell'uffizio generale delle Comunità del dì 6
aprile precedente, contenente le sovrane dichiarazioni che i residenti nelle
Magistrature comunitative che d'allora in poi mancassero di intervenire alle
adunanze votive, ed alle gite per funzioni sacre e feste solenni, si
intendessero soggetti alla multa di lire due per ogni mancanza!
Quello intanto era il baleno. Il
tuono doveva venir dopo!
Ma non venne: perché, ora quello
ora quell'altro dei signori Priori, qualcuno all'adunanze mancava sempre. E
quando poi, quasi ognuno ebbe la sua brava dose «di appuntature o multe»
fecero al Magistrato, ossia a loro stessi, la domanda del condono, che fu
concesso, e così si assolvettero scambievolmente.
Un argomento che diede subito
molto da fare al principe Rospigliosi ed al gran ciambellano Antinori, fu
quello di sapere se l'inviato straordinario della Corte di Sassonia, conte
Einsiedel, come protestante, avrebbe potuto far da testimone «alla dazione
dell'anello.» secondo il desiderio del principe Massimiliano.
Il Rospigliosi non era di parere
uguale all'Antinori: perciò stabilirono di sottoporre il quesito
all'Arcivescovo, inviando presso di lui personalmente il segretario
d'etichetta.
L'Arcivescovo mandò in risposta,
la seguente decisione che egli stesso dettò al segretario inviatogli.
Monsignore, unitamente al Vicario
Glardoni, arcidiacono Carlini e canonici Galotti e Cantini, credono che non
possa ammettersi per testimone un protestante alla celebrazione del matrimonio,
perché dipendendo sostanzialmente la validità del medesimo dalla presenza del
parroco e testimoni a forma del Sacro Concilio di Trento; e trattandosi di un
sacramento, sarebbe lo stesso che comunicare in divinis con un
protestante, lo che è espressamente vietato dalla Chiesa cattolica.»
Il principe Rospigliosi, avuta
questa risposta, andò immediatamente a Palazzo Vecchio dove alloggiava con le
due figlie il principe Massimiliano, e gli fece noto il divieto
dell'Arcivescovo ad ammettere per testimone il conte Einsiedel. Il principe,
che non ne rimase persuaso, si recò personalmente dall'Arcivescovo per farlo
recedere dalla presa determinazione; ma non vi riuscì. Ottenne soltanto che il
testimone della sposa sarebbe stato il marchese Piatti, e che l'inviato
straordinario avrebbe assistito alla cerimonia, prendendo posto nel
genuflessorio dei ministri esteri.
Appianata questa difficoltà, ne
sorse un'altra più seria.
Essendo stato stabilito, e dal
Granduca approvato, che la sposa, la quale doveva essere accompagnata dal
padre, sarebbe stata ricevuta alla porta della Metropolitana dalle dignità
ecclesiastiche, che le avrebbero presentata l'acqua santa, e da due
ciambellani, i componenti il Capitolo reclamarono subito tutti inviperiti
contro l'invito per le quattro dignità ecclesiastiche per ricevere la sposa e
il Sovrano, «pretendendo d'andarvi tutti in corpo o almeno con esse i canonici
curaioli.»
Il segretario d'etichetta rispose
che i canonici, secondo il sistema seguìto in circostanze consimili, dovevan
restare nei loro stalli in coro, e che soltanto quattro dignità ecclesiastiche
dovessero ricevere i Sovrani.
Non persuasi i reclamanti,
ricorsero direttamente al maggiordomo maggiore dicendogli a tanto di lettere
che i canonici capitolari e curaioli avevan diritto quanto le quattro autorità
ecclesiastiche, le quali, volere o non volere, dipendevano in parte anch'esse
dal Capitolo; e che la sola consuetudine non bastava a togliere ad essi i
diritti di buonificenza stabilita dai regolamenti del Capitolo stesso.
Il Rospigliosi seccato di questo
nuovo inciampo, per le solite bizzose vanità e ripicchi, incaricò il segretario
di etichetta di portarsi dall'Arcivescovo, pregandolo a sbrigar lui tale
faccenda, intendendo però che dovesse rimaner fermo che i canonici a ricevere i
Sovrani non dovessero esser più di quattro.
L'Arcivescovo, che conosceva i
suoi polli, non volle prendere nessuna risoluzione. Comunicò ai reclamanti la
risposta del maggiordomo maggiore, perché se la sbrigassero fra di loro, ché
lui non dava nessun voto.
I canonici si riunirono daccapo;
ma vedendo che non potevano spuntarla per un verso, vollero spuntarla per un
altro. Decisero perciò che stava bene che le sole quattro dignità
ecclesiastiche avrebbero ricevuto i Sovrani; con questo però: che nessun altro
doveva precederli, come negli altri servizi di chiesa: per conseguenza tutto il
corpo diplomatico, le magistrature e la Corte nobile, dovessero restar fermi
nell'interno del coro.
E così anche questa difficoltà fu
appianata. Ma neanche a farlo apposta, ne sorse un'altra, di poca entità è
vero, ma pure ci fu. A questa però venne rimediato con una finzione
diplomatica.
Il conte Einsiedel che s'era
rassegnato per forza, ma con la bocca amara a non far da testimone, si credeva
una specie d'autorità, tanto più che per la cerimonia in chiesa gli venne
assegnato il posto tra i ministri esteri. Perciò fece domanda che «le persone
di suo servizio potessero assistere al matrimonio fra le persone addette alle
due Corti.» La domanda parve eccessiva, tanto più che lo stesso Einsiedel era
stato così rigoroso, in fatto d'etichetta, da fare assegnare al consigliere
Kindermann, contro il parere del marchese Piatti e del Rospigliosi, il posto fra
i segretari di Legazione, anziché fra quelli dei ministri esteri, adducendo che
il Kindermann era «un semplice incaricato per l'unico atto della renunzia da
farsi dalla sposa sulle ragioni del trono di Sassonia.»
Voleva perciò che quel posto
dovesse spettare invece al barone di Budberg, come segretario aggiunto alla sua
missione. Il Kindermann non voleva cedere; ma finalmente fu accomodato anche
lui, e fu messo fra i forestieri presentati.
Ma per tornare alla pretesa
affacciato dall'Einsiedel, il consigliere segretario di Stato Fossombroni, per
non destar la suscettibilità e al tempo stesso non urtar quella delle cariche
di Corte, vedendosi messo alla pari delle persone di servizio del ministro
sàssone, stabili zitto e cheto col segretario d'etichetta che questi figurasse
d'essersi dimenticato della domanda dei biglietti: e così fece.
Il conte Einsiedel si riscaldò
rimproverando il segretario d'etichetta della mancanza di riguardo che gli si
era usata: ma il segretario, essendosi umilmente accusato d'essersene
dimenticato, la cosa finì lì.
Già dal 27 d'aprile era stato
dato ordine ai due segretari Corsi e Bonaini di fare il regolamento del
cerimoniale da seguirsi nella cattedrale, e di dare le disposizioni per
l'addobbo della chiesa e la collocazione «delle differenti classi» che
sarebbero intervenute alla funzione.
Frattanto il Commissario degli
Innocenti notificò che il Granduca nella fausta occasione del suo matrimonio
avrebbe fatto distribuire cinquecentosessanta doti ad altrettante fanciulle dai
18 ai 25 anni, delle quali doti dugentosette a nomina, di scudi venti; e
trecentocinquantatré di scudi quindici per estrazione, ciò che fece aumentare
le benedizioni dei sudditi, specialmente di quelli che avevan delle figliuole
da marito.
Il 4 maggio, a mezzogiorno, ebbe
luogo in Palazzo Vecchio l'atto di renunzia della principessa Maria Ferdinanda
di Sassonia. Ferdinando III alle undici si partì da Palazzo Pitti in carrozza a
pariglia, in compagnia del maggiordomo maggiore e del gran ciambellano. La
funzione si fece «nella stanza gialla» del quartiere di Leone X, alla presenza
del Granduca, del principe Massimiliano di Sassonia, del ministro di Sassonia,
del principe Rospigliosi e del senatore Antinori.
Nel mezzo della sala era stata
preparata una tavola «con strato di velluto ricco» sulla quale era stato posto
un crocifisso fra due candelieri accesi ed il libro degli Evangeli. Un calamaio
d'argento ed una bugia per apporre i sigilli di ceralacca all'atto di renunzia,
del quale, appena rogato, ne venne fatta lettura dal Consigliere aulico e
tesoriere della Corte di Sassonia Kindermann.
In quei giorni tutta Firenze
pareva trasformata. Era un viavai di carrozze di Corte, di principi, di
ciambellani e di segretari da Palazzo Pitti a Palazzo Vecchio,
all'Arcivescovado, alle case dei ministri esteri, e via dicendo.
Tutto questo per trasmettere
ordini, concertare cerimoniali, e stabilire etichette.
Fino dal 2 maggio, furon
trasmesse all'Arcivescovo le bolle pontificie di dispensa, i titoli e i nomi
dei due reali sposi ed i nomi e titoli dei testimoni.
Nel giorno stesso il segretario
d'etichetta, che doveva desiderare, poveretto, d'arrivar presto alla fine di
tutta quella baraonda, d'ordine del maggiordomo maggiore e del gran
ciambellano, si portò dalle cariche di Corte, maggiordomi e maggiordame dei
differenti sovrani, per informarli di ciò che dovevan fare nell'atto della
funzione e dei posti che dovevano occupare tanto nelle carrozze «del convoio»
quanto nell'interno della chiesa.
A tutte le cantonate e alle
colonne del portico degli Uffizi che guarda l'Arno furono attaccate diverse
notificazioni fra le quali quella del Gonfaloniere di Firenze che invitava gli
abitanti della piazza e sdrucciolo de' Pitti, via Maggio, via de' Legnaioli,
via de' Tornabuoni, via de' Rondinelli, via de' Cerretani e piazza del Duomo,
da cui sarebbe passato il Granduca, non meno che gli abitanti di via de' Leoni,
piazza di San Firenze, via del Proconsolo, via de' Balestrieri e piazza del
Duomo dalla parte dell'Opera, di dove aveva a passare la principessa sposa, di
ornare il 6 maggio le loro finestre di arazzi o tappeti, dalle quattro
pomeridiane fino al ritorno dell'augusta comitiva al Palazzo Pitti.
Con la stessa notificazione si
annunziavano le feste che avrebbero avuto luogo nel dì 7 e nel dì 8, e si
preveniva il pubblico che nelle sere di quei due giorni e del precedente non
sarebbe stato pagato il consueto pedaggio alle porte. Questa forse fu la
disposizione più gradita di tutte, come quella che dava agli abitanti dei
sobborghi e dei villaggi prossimi a Firenze una tregua di libertà alla
schiavitù continua di vedersi chiusi fuori!
Fu affissa pure un'altra
notificazione dal Soprintendente generale delle Reali Possessioni, per invitare
i parrochi della città, d'ordine del Sovrano, a rimettergli una nota esatta
degli indigenti meritevoli della gratuita distribuzione del pane, nella misura
di una libbra e mezzo (circa 500 gr.) a testa.
Un'altra notificazione del
Presidente del Buon Governo, sempre in esecuzione degli ordini sovrani,
annunziava che veniva permesso l'uso delle maschere nei giorni 7 e 8 maggio
dopo le ore ventiquattro, non tanto ai teatri quanto in qualunque altro luogo
di festa o di pubblico concorso.
Il 3 di maggio 1821, dal gran
ciambellano venne ordinato al priore Leonardo Martellini di portarsi
personalmente dai reali principi di Danimarca, che si trovavano in Firenze, per
renderli notiziati che la funzione dell'anello matrimoniale del real sovrano
sarebbe seguìta nella chiesa metropolitana nel dopo pranzo del 6 maggio, alle
ore sei.
La vigilia del matrimonio, dal
segretario del dipartimento di Corte, Andrea Bonaini, furono consegnati
personalmente all'Arcivescovo gli anelli da benedirsi nella celebrazione delle
nozze; e dalla segreteria di Stato venne partecipato che a ricevere i ministri
esteri ed i forestieri presentati, erano stati destinati il cavaliere Emilio
Strozzi e il marchese Girolamo Bartolommei; per ricevere la nobiltà, il
cavalier Giovan Battista Gondi, il cavalier Filippo Uguccioni ed il cavalier
Luigi Viviani; ed infine per ricevere la cittadinanza, che avrebbe avuto
ingresso dalla porta della canonica, i signori Marco Moretti, Giovan Battista
Morrocchi ed Emanuele Fenzi. Questi ultimi dovevano essere coadiuvati da due cognitori
«per negare il passo a chi non convenga.»
Le due porte laterali, sulla
piazza, eran riservate «al popolo decentemente vestito.»
La direzione dell'addobbo
nell'interno della chiesa fu affidata all'ingegnere Bellini «sotto la
sorveglianza» dell'arcidiacono Ugolino Carlini, come primo rappresentante il
Capitolo del Duomo.
Ed anche prescindendo dalla
«sorveglianza» dell'arcidiacono, l'ingegnere Bellini sfoggiò tanto buon gusto,
che i principi e il popolo ne rimasero entusiasti.
»Il vasto tempio» così scrive un
diarista di Corte con uno stile tanto tronfio, che pare il doppio di Santa
Croce «offriva un vago colpo d'occhio, essendo ornato con eleganza e splendore
da più migliaia di lumi simmetricamente disposti in lumiere, speroni,
candelabri, viticci, e raddoppiati trionfi sì alle pareti, arcate e colonne,
non meno che nelle interne cappelle della crociata, state tutte vagamente
apparate con diversi drappi in più colori.
Le pareti delle due navate eran
riccamente ornate di superbi arazzi, staccati gli uni dagli altri, che
comparire facevano un ornamento di ben disposti quadri, ove lo sguardo spaziare
potevasi nelle immense figure rappresentanti varie storie sacre e profane.»
Finalmente si giunse al giorno
desiderato dalla real coppia - per quanto lo sposo fosse parecchio stagionato -
né forse meno desiderato fu dal popolo, ansioso sempre di spettacoli e di
divertimenti.
Tutta la città era in festa: ad
ogni finestra, ad ogni terrazzo c'eran tappeti ed arazzi bellissimi,
specialmente alle case delle vie da percorrersi dal corteggio nuziale; e la
folla durava fatica ad esser contenuta dietro le doppie file di soldati, che a
mano a mano andavano schierandosi.
Alle sei doveva celebrarsi il
matrimonio, ma alle cinque gli invitati ed il popolo avevan già stipata Santa
Maria del Fiore, e i granatieri erano allineati facendo spalliera, nella
corsia di mezzo, in doppia fila, coi loro uffiziali.
All'interno e all'esterno del
coro faceva servizio il corpo degli anziani, ed in semicerchio dietro gli
inginocchiatoi dei due sposi, un distaccamento di guardie del corpo a piedi.
Le porte erano state «guarnite»
di sufficiente numero di truppa e «sorvegliate» dalle persone incaricate di
ricevere gli invitati, e dai «cognitori.»
Nelle due grandi orchestre avevan
preso posto «i professori di canto e di suono» che dovevan cantare il Te
Deum ed eseguire «diverse sinfonie» all'arrivo e alla partenza dei sovrani.
Ad accrescer l'apparato esteriore
della solennità contribuirono alcuni reggimenti austriaci che si trovavano di
passaggio in Firenze: cosa non insolita, perché con una scusa o con l'altra
c'eran sempre i tedeschi tra i piedi! Questa truppa comandata dal luogotenente
generale barone Di Stattekeim fu cosi schierata «in doppi ranghi:» il
reggimento «San Julien,» lungo l'Arno dalla parte di tramontana, «presso la
locanda di Schneiderff» occupando lo spazio dal ponte a Santa Trinita a quello
della Carraia; il reggimento «Arciduca Ferdinando» da quest'altra parte
dell'Arno lungo il palazzo Corsini fino al Casino de' Nobili: il reggimento
reale «d'Inghilterra» dal palazzo Feroni fino al palazzo Strozzi; e sulla
piazza San Gaetano il reggimento «Cacciatori dell'Imperatore.»
Alle cinque e mezzo adunatisi gli
illustrissimi signori Priori nobili e cittadini della Comunità di Firenze, in
completo numero nelle stanze del Regio Ufizio del Bigallo, si portarono insieme
con le altre magistrature nella chiesa della metropolitana per assistere alla
sacra funzione della celebrazione del matrimonio di S. A. I. e R. «l'amatissimo
sovrano» con S. A. R. la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia facendo le
veci di Gonfaloniere il signor conte Iacopo Guidi primo priore nobile, per
essere il Gonfaloniere signor marchese Corsi di servizio in qualità di
maggiordomo delle LL. AA. II. e RR. gli Arciduchi.
Alle sei pomeridiane precise, i
cannoni di Belvedere e quelli da Basso diedero il segno della partenza del
Sovrano da Palazzo Pitti. Nel tempo stesso le campane di tutte le chiese
suonarono a distesa, facendo la solita gazzarra festosa e anche di confusione.
Mentre da' Pitti partiva il
Granduca, da Palazzo Vecchio usciva il principe Massimiliano di Sassonia con la
sposa e l'altra figlia. Il corteggio si mosse dalla porta di via de' Leoni e
prese per via del Proconsolo, via de' Balestrieri, dall'Opera e piazza del Duomo.
Precedeva un plotone di cacciatori a cavallo, un battistrada con livrea di
gala, ed una muta a sei cavalli dov'erano il marchese Emilio Piatti e la
contessa Renaud. Agli sportelli uno staffiere e un «garzone di muta.» Nella
seconda carrozza il principe Massimiliano, la principessa Maria Ferdinanda e la
principessa Maria Amalia. Un uffiziale di scuderia, uno staffiere e un garzone
di muta stavano agli sportelli. Dietro un altro plotone di cacciatori a
cavallo.
Alla porta del Duomo il principe
Massimiliano e le figlie furono ossequiati e ricevuti dai due ciambellani
senatori Marco Covoni e Silvestro Aldobrandini, e dalle quattro autorità
ecclesiastiche; quindi preceduti dal maggiordomo Piatti e dalla dama di
compagnia Renaud, furono accompagnati al loro genuflessorio per attendere il
Sovrano. Quasi contemporaneamente arrivarono i principi di Danimarca ricevuti
dai ciambellani loro destinati.
L'Arcivescovo era già al suo
faldistorio, circondato dagli assistenti; e dal segretario d'etichetta venivano
accompagnati ai loro posti nell'interno dei coro i ministri esteri, le cariche
di Corte, le dame, le magistrature e i canonici.
Da un momento all'altro si
attendeva l'arrivo del Sovrano. Nel vasto tempio imperava un silenzio solenne,
interrotto a quando a quando da un sommesso bisbiglio allorché arrivava qualche
personaggio, ed una commozione generale pareva che andasse adagio adagio
prendendo gli animi. Di lassù dall'altar maggiore l'effetto era stupendo.
Quelle due file di granatieri col morione alto, di pelo, e le giubbe bianche;
quello spazio vuoto fin laggiù alla porta, che tutta spalancata lasciava vedere
il San Giovanni e la piazza deserta, poiché la folla era tenuta indietro dai
soldati, faceva un effetto straordinario. E più che altro lo facevano
l'incessante scampanio delle chiese e le cannonate che rimbombavano sordamente,
cupamente per le ampie vòlte della cattedrale.
Ad un tratto le bande suonarono,
gli uffiziali diedero dei comandi, ed un fremito scosse le fibre di tutti.
Il Sovrano stava per arrivare.
Come una visione si vide passare sullo sfondo fra la porta e il San Giovanni un
drappello di dragoni, al trotto, che venendo da parte del Canto alla Paglia,
andò a piazzarsi dal sasso di Dante: quindi due battistrada in livrea di gala e
le livree a piedi del duca Strozzi, del balì Martelli, del senatore Antinori,
del principe Rospigliosi e del Granduca.
Dalla prima carrozza scese il
cavalier Luigi Gerini, il marchese Francesco Guasconi, il cavalier priore
Leopoldo Ricasoli, il cavalier Lorenzo Montalvi. Dalla seconda il principe
Rospigliosi, il senatore Antinori, il balì Martelli; e dalla terza il Granduca
Ferdinando III, solo.
Dopo la carrozza del sovrano
passò una brigata a cavallo di guardie del Corpo.
Subito dopo la carrozza del Gran
principe Ereditario, il quale scese dando braccio alla consorte arciduchessa
Maria Anna. Dalla quinta carrozza scesero il principe Carlo Alberto di Savoia
Carignano e la moglie Maria Teresa. Dalla sesta l'arciduchessa Maria Luisa, la
marchesa Francesca Riccardi ed il conte Alessandro Opizzoni. Dalla settima la
principessa Rospigliosi, il duca Ferdinando Strozzi, il marchese Tommaso Corsi
e la marchesa Teresa Rinuccini. Dall'ottava la contessa Filippi, il conte Della
Marmora, la baronessa Gebsattel e la contessa Lopuska.
Il distaccamento di cacciatori a
cavallo che chiudeva il corteggio si pose in ordine dietro all'ultima carrozza,
essendosi tutte le mute disposte in nuovo ordine per il ritorno a Palazzo
Pitti.
Prima che giungesse il Granduca,
erano state condotte al Duomo, in carrozza a pariglia, le due dame che dovevan
prender servizio con la nuova Granduchessa, appena celebrato il matrimonio.
Ferdinando III ricevuto dalle
quattro dignità ecclesiastiche e seguito dai principi e dalle cariche, si
diresse al suo genuflessorio; ed appena vi si fu inginocchiato, il principe
Massimiliano alzatosi dal suo posto prese per mano la figlia ed andò a
collocarla accanto al Granduca sullo stesso genuflessorio.
Questa parte dell'etichetta «fu
fatta con pausa, per dar luogo a tutte le persone formanti il treno» di
prendere i loro posti.
A questo punto, nel grande
silenzio del tempio che pareva vuoto, cominciò una specie di mimica. Il
segretario di etichetta fece «il segno concertato» al maggiordomo maggiore, il
quale alzatosi s'avvicinò al Sovrano che comprese e fece alla sua volta un
cenno col capo; ed allora il maggiordomo fece un corrispondente segno al
cerimoniere ecclesiastico, ed incominciò la funzione. Nel tempo stesso i due
testimoni principe don Giuseppe Rospigliosi per il Sovrano, e marchese Emilio
Piatti per la Principessa sposa, salirono al genuflessorio al posto ad essi
destinato dietro agli sposi, per esser presenti alla «dazione dell'anello»
rimanendo in piedi per tutto il tempo della funzione.
L'Arcivescovo, dopo aver
benedetti gli anelli, scese dall'altare con i canonici assistenti, e si fermò
dinanzi al Granduca ed alla principessa di Sassonia, per domandar loro se eran
contenti di congiungersi in matrimonio. La Principessa, prima di rispondere, si
alzò, facendo una profonda riverenza al «reale genitore» come per domandargli
in tal modo il suo consenso, che dal padre le fu accordato «con semplice
inclinazione di capo.» Allora inginocchiatasi di nuovo, rispose alla domanda
fattale dall'Arcivescovo dicendo un sì piuttosto sommesso ma chiaro.
La maggiordama maggiore
principessa Ottavia Rospigliosi, che già s'era posta accanto alla sposa, stando
in piedi, le levò i guanti, «ed il prelato congiunse in matrimonio i reali
sposi more solito,» dice il cronista di corte, quasi che avesse dovuto
sposarli in un'altra maniera!
Mentre l'arcivescovo tornava
all'altare, la maggiordama maggiore rimise i guanti alla nuova Granduchessa e
le levò il velo di testa.
Appena le Loro Altezze Reali
furono proclamate unite in matrimonio, il maggiordomo della reale sposa, duca
Ferdinando Strozzi, lasciò il suo posto fra le cariche di Corte ed andò a porsi
in piedi dietro la sedia di lei, accanto al marchese Piatti, prendendo la
destra.
Dietro a quella del Granduca,
stava il gran ciambellano senatore Antinori.
L'Arcivescovo intonò il Te
Deum, e dall'artiglieria delle due fortezze fu fatta la seconda scarica.
Terminata la funzione, data la
benedizione e letta «la Bolla d'indulgenza,» si riformò il corteggio per
tornare a Palazzo.
I sovrani eran preceduti dalle
livree del duca Strozzi, da quelle del balì Martelli, del senatore Antinori,
del principe Rospigliosi e della Corte; venivan poi i cavallerizzi e gli
uffiziali di scuderia in uniforme; la nobiltà e l'ufizialità; i paggi e i precettori,
gli uscieri e furieri di Corte. Il segretario d'etichetta, i ciambellani, i
consiglieri di Stato nella loro precedenza e le cariche di Corte. Venivano
quindi gli sposi, e due paggi reggevano il manto alla Granduchessa; dietro, il
principe e la principessa ereditari; il principe di Sassonia con l'altra
figlia; i principi di Carignano e l'arciduchessa Maria Luisa.
I sovrani erano scortati da
quattro guardie del Corpo; e presso gli altri principi si trovavano i loro
rispettivi maggiordomi e il gran ciambellano.
Dopo l'arciduchessa Maria Luisa
seguivano le due maggiordame della Granduchessa e della sua sorella principessa
ereditaria, le dame di servizio e di compagnia: chiudevano, tutte le dame di
Corte. Le quattro dignità ecclesiastiche facevano ala agli sposi presso le
altre cariche; ed il corteggio reale, preceduto da un distaccamento di dragoni,
da due battistrada e, come si è detto, dalle livree delle case Strozzi,
Martelli, Antinori e Rospigliosi, si compose di dieci carrozze di gala a sei
cavalli.
Quella dov'eran gli sposi, cioè
la terza, aveva agli sportelli sei paggi, due cavallerizzi e quattro staffieri;
ed era seguìta da una doppia brigata di guardie del corpo a cavallo con gli
ufficiali e «il loro tromba.»
Per quanto la pioggia avesse
guastato un così grandioso preparativo, pure tutte le strade percorse dal
corteggio «erano superbamente apparate, ed un immenso popolo, risuonar faceva
l'aria di giulivi viva ai reali sovrani.»
Tutta la truppa tedesca e quella
toscana, la quale era stata schierata su due file dal Bigallo, piazza del Duomo
di fronte al Battistero, fino a Via de' Servi, si portarono dopo la funzione
sulla Piazza Pitti, ove si schierarono di nuovo.
Appena entrati in Palazzo, dalle
fortezze fu fatta la terza salva delle artiglierie, e quando i sovrani
passarono ai loro rispettivi quartieri, dal maggiordomo maggiore fu ordinato al
segretario d'etichetta di congedare «tutto il militare» al quale certamente non
sarà parso vero di tornare in caserma.
La sera alle otto e mezzo vi fu
circolo di Corte, che riuscì numerosissimo; e la reale sposa unicamente agli
altri principi percorse tutte le stanze «degnandosi di parlare con tutte le
dame e diversi distinti soggetti ivi raccolti.» Alle dieci precise fu sciolto
il circolo; e fu servita «la tavola di famiglia,» terminata la quale, tutti si
ritirarono nelle loro stanze. E anche ai reali sposi parve che fosse l'ora!
Durante il circolo furono
incendiate «diverse macchine di fuochi di letizia alla Torre di Palazzo
Vecchio con una vaga illuminazione di fuoco artificiale, con iscrizione analoga
alla fausta circostanza del seguìto sposalizio.»
Stupendo fu l'effetto della
illuminazione della cupola «con raddoppiate faci» e del campanile, sul quale
con pessimo gusto, fu inalzata una cuspide artificiale di lumi, che faceva confronto
alla cupola.
La mattina dopo, alle dieci, il
Granduca «seguendo i sentimenti di sua religiosa morale» scese in cappella di
Corte privatamente in compagnia della reale sposa, per ascoltare la messa che
fu celebrata da suo confessore canonico Brunacci, il quale diede agli sposi «le
nuziali benedizioni» che non avevano avute il giorno innanzi non essendovi
stata la messa.
Alle due pomeridiane nella sala
delle Nicchie vi fu gran pranzo per settantacinque invitati, durante il quale «una
copiosa banda di istrumenti musicali dei reggimenti tedeschi, eseguirono
diverse sonate, con molta eleganza e soddisfazione degli ascoltanti.»
I componenti di quella banda,
furon poi «trattati di tavola a parte» e venne loro regalata una somma di denaro
dalla cassa della Corte, la qual somma fu certamente gradita non meno del
pranzo.
Alle sei pomeridiane tanto i
sovrani che tutti i principi, col treno di dieci mute di gala e una brigata di
guardie nobili si recarono al corso e quindi alla «gran loggia artificiale»
costruita in Piazza Santa Maria Novella, per godere dello spettacolo della
corsa dei cocchi.
Il concorso dei forestieri e
della nobilità ammessi nella loggia stessa fu numerosissimo, ed a tutti, avanti
la corsa, furono serviti «copiosi rinfreschi di gelati.»
Era stata ridotta la piazza a vago
anfiteatro, ed i palchi ornati di statue, vasi e trionfi militari tutti
dipinti «in elegante forma, che appagava l'occhio del pubblico spettatore.» Tra
le due guglie erano state erette due gallerie «che ripiene vennero di scelte
persone.»
Nel centro poi di queste
gallerie, ripiene così sceltamente, sorgeva un vago tempio alla
chinese, ove furono riunite le bande musicali delle truppe austriache e
toscane, «che a vicenda echeggiar facevano l'arie di galanti sinfonie.»
La sera alle otto, continuando sempre la gala, andarono i reali sposi e tutti
gli altri principi al teatro della Pergola, dove furono accolti «dalla numerosa
udienza, con triplici battiti di mano» ciò che venne replicato anche alla loro
partenza.
Furono anche lì serviti copiosi
gelati ai forestieri presentati, ed alle persone che godevano l'onore
dell'anticamera. Due guardie del corpo a vicenda «furono postate» nell'interno
della loggia reale presso il caminetto.
Tutto il teatro era sfarzosamente
illuminato; «il che faceva risaltare il brillante vestiario in gala delle
persone congregate nei così detti palchetti e nella platea.»
La sera del seguente dì 8 maggio,
alle otto, i sovrani «con le persone del loro seguito nobile» andarono in treno
a pariglia, al Casino di San Marco, o della Livia, dove cenarono, e verso le
dieci si recarono all'Accademia delle Belle Arti, alla festa di ballo data in
loro onore «dalla Comunità» di Firenze nelle stanze dette del Buon Umore.
Una tale festa era stata
annunziata dal Gonfaloniere della città con pubblica notificazione, dove si
annunziava che le persone alle quali sarebbe stato concesso il biglietto per
quella festa potevano intervenirvi gli uomini, in abito da maschera o in
flacqu abillié (sic) ed in abito tondo da ballo le dame. Tutte cose -
compresi gli spropositi - che potevano esser dette nel biglietto d'invito.
Le strade principali che
conducevano alla piazza di San Marco furono illuminate; ma più vaga vista la
faceva «la principale, detta Via Larga, poiché due ordini di faci illuminavano
le pareti a guisa di fasce.»
La piazza di San Marco presentava
un bell'aspetto non solo perché alle finestre delle case pendevano bellissimi
tappeti, ma sivvero perché anche quella era illuminata «in retta linea
orizzontale.»
Il contorno della piazza era
formato da un recinto quadrilatero, ed ogni lato comprendeva un egual numero di
proporzionate arcate, ciascuna delle quali nel suo perimetro e nei pilastri,
arricchite erano di due ordini di ben disposti lumi.
Nel mezzo del quadrato, dove ora
sorge la statua del generale Fanti, era stata eretta una pagoda turca adorna di
fiori e veli, con una quantità di lumi «offuscanti la vista.»
Ai due lati, in recinto di
cancellata, zampillavano due grandi fontane d'acqua «del gran condotto reale»
che ricadeva in due grandiosi bacini artisticamente modellati, e dipinti a
marmo come le fontane.
Una bene intesa balaustrata,
arricchita di statue dipinte a rilievo, faceva ornamento alla pagoda e sul
ripiano di essa, «introdotti vi si erano,» come di soppiatto, alcuni suonatori
di strumenti a corda ed a fiato, i quali invitavano alla danza ogni ceto di
persone ivi concorse per godere «una sì brillante e ricercata festa.»
Nella sala del Buon Umore poi, il
diarista pare che andasse in visibilio: e tanto, da perdere perfino un po' di
quel tono lezioso e ricercato che adopra usualmente. Dice dunque, che le stanze
dell'Accademia delle Belle Arti, e quelle del Buon Umore, erano brillantissime
e adorne con eleganza; ma più che altro era «meraviglioso un trasparente
situato a guisa di tempio nel giardinetto, nel quale scorgevasi Amore e Imene,
con le altre deità, e due Fame - una fama per uno perché non ci fossero
parzialità - che rammentavano i nomi dei due sovrani sposi. «Copiosa poi era la
quantità di vasi d'agrumi e fiori, che ornavano detto giardinetto.»
Le persone invitate «presero
parte al ballo nelle due sale ornate di veli e tralci di fiori, al suono di bene
intese – e questo è il caso - orchestre di suonatori, affascinate da una
immensa quantità di lumi che rallegrava i detti locali.» «Con più raffinata
eleganza e magnificenza» erano state preparate una sala da ballo e tre stanze
contigue per il trattenimento dei Sovrani e del seguito.
Abbondantissima fu la
distribuzione dei rinfreschi «stati elargiti» a tutti gli invitati durante la
festa, che cominciò alle otto e mezzo di sera e finì alle tre e mezzo della
mattina.
I Sovrani si trattennero fino al
tocco dopo mezzanotte «e vennero serviti di rinfreschi dal Gonfaloniere e
Priori della Comune datrice la festa, che riuscì in tutte le sue parti
magnifica ed elegante, avendo incontrata la piena approvazione del pubblico
concorsovi.»
Meno male!... Son cose che non
accadono tutti i giorni.
Secondo il solito, finite le
feste furon fatti i conti delle spese, le quali ammontarono a L. 68,199.3.8. Il
marchese Corsi a motivo della sua nuova carica di maggiordomo delle LL. AA. II.
e RR. l'arciduca Principe ereditario e sua augusta consorte, diede le
dimissioni da Gonfaloniere. Essendo queste state accettate dal Granduca,
nell'adunanza del 2 luglio 1821 lo stesso marchese Corsi lesse al Magistrato
civico la partecipazione che gliene veniva fatta «con biglietto del
soprassindaco.» Perciò «dopo aver passato i suoi convenevoli offici ai suoi
colleghi si ritirò, assumendo le veci di gonfaloniere il priore cavalier conte
Guidi.»
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