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Il «Dipartimento della Guerra» -
Le varie armi dell'esercito - il torriere e i guardacoste - Il
Corpo dei cadetti - Il battaglione dei discoli - I cacciatori volontari di
costa - Comandi di Piazza - Onori militari al Santo Viatico - I veterani -
Servizio dei veterani - I. e R. Marina da guerra - Pompieri.
Non soltanto lasciò Ferdinando lo
Stato bene ordinato dal lato civile; ma, rispetto ai tempi, lo lasciò pure in
buone condizioni anche da quello militare; poiché l'esercito e la marina,
avevano ricevuto per le sue cure un assetto proporzionato alla importanza del
paese.
Il Direttore del «Dipartimento
della Guerra» era S. E. il signor Vittorio Fossombroni, Gran Croce dell'Ordine
di San Giuseppe, cavaliere dell'Ordine di Santo Stefano, Gran Croce dell'Ordine
di Leopoldo d'Austria, della corona reale di Sassonia, e di quello dei Santi Maurizio
e Lazzaro; Uffiziale dell'Ordine della Legion d'onore, Consigliere intimo di
Stato, per le Finanze e la Guerra, Segretario di Stato e Ciambellano di S. A.
I. e R.
Il colonnello Leonardo Guerrazzi
era segretario del Dipartimento della Guerra. I1 maggior generale Iacopo
Casanuova era il comandante supremo delle truppe del granducato, ed il
colonnello Cesare Fortini, capo dello stato maggior generale.
Il «battaglione» d'artiglieria
era comandato da un tenente colonnello, direttore del materiale, che aveva ai
suoi ordini un capitano aiutante maggiore; ed il treno era comandato da un
tenente.
Del battaglione dei granatieri ne
era comandante un tenente colonnello, con un tenente aiutante maggiore.
La fanteria composta di due
reggimenti, «Real Ferdinando» il primo e «Real Leopoldo» il secondo; eran
comandati ambedue da un colonnello; ed i tre battaglioni respettivamente dal
tenente colonnello e da due maggiori.
Gli aiutanti maggiori erano un
capitano, due tenenti e un capitano quartiermastro.
Nessuno però aveva il cavallo:
nemmeno i generali, che passavan le riviste a piedi. I vecchi fiorentini
solevan dire: «Uomo a cavallo sepoltura aperta.» Un tenente colonnello
comandava i cacciatori a cavallo «dragoni» con un capitano aiutante maggiore e
un capitano quartiermastro.
Nell'ordine gerarchico militare
aveva la precedenza la R. Guardia del Corpo cioè le guardie nobili, che nelle
parate avevano la giubba rossa, pettine e manopole di velluto nero; pantaloni
bianchi di pelle e stivali verniciati, fin sopra il ginocchio, alla scudiera;
la lucerna con le penne bianche, spalline e dragona d'oro. Nella bassa tenuta
portavano la lucerna senza penne, uniforme bigia a giubbino, pantaloni gialli
di pelle di dante e stivali.
Dopo la Guardia del Corpo veniva
la Guardia degli anziani con lucerna e pennacchio alto bianco e nero; giubba
nera mostreggiata di bianco; pantaloni bianchi e ghette nere di panno, fino al
ginocchio.
Tanto gli anziani che la guardia
nobile erano sotto gli ordini del maggior generale Francesco Gherardi d'Aragona.
V'era poi il corpo degli invalidi
di cui era comandante (!) il colonnello Mattias Federighi, forse il più
invalido di tutti, poiché diversamente non si sarebbe potuta stabilire la
superiorità in un corpo di quel genere.
Dei veterani era comandante un
maggiore, con un sottotenente aiutante maggiore, e un tenente quartiermastro.
I granatieri eran accasermati a
Belvedere. La loro uniforme era bianca con mostre rosse con morione alto di
pelo, che nelle parate e le feste ornavano con due ghiglie bianche intrecciate
e ricadenti con due nappe a sinistra. Avevano davanti una gran placca d'ottone
con la granata; e sul cocuzzolo di cuoio che di dietro veniva a scendere, era
dipinta in bianco un'altra granata; portavano ghette nere di panno fino al
ginocchio; giberna e baionetta a tracolla incrociata sul petto.
Gli ufficiali nei giorni di
lavoro portavano la lucerna; e le feste il morione, anch'essi con ghiglie e
nappe d'oro.
I fucilieri stavano in fortezza
da Basso e formavano la fanteria di linea, che era vestita press'a poco come la
francese, col casco alto e a piatto largo, il quale a ogni movimento del capo,
sbilanciava. Il popolino di Firenze diceva a questi soldati che facevan querciòla
quando fermandosi a bere dal vinai erano costretti a mettersi una mano sul
piatto del casco per reggerlo mentre bevevano. Il nomignolo che poi s'affibbiò
loro, fu quello di bianchini, perché dal 1° aprile al 1° novembre
dovevano portare i pantaloni bianchi di tela.
E siccome spesso d'aprile
specialmente era sempre fresco, quei disgraziati tremavano bisognava veder
come; perché la pulizia e la decenza non avevano ancora inventato le mutande!
I dragoni erano divisi in quattro
squadroni, uno de' quali distaccato a Siena e due a Pisa. Quello di Firenze
aveva il quartiere nel Corso dei Tintori.
Essi avevan l'elmo come quello
della nostra cavalleria grave, ma più grande e con lo zuccotto nero; le
grumette d'ottone a squamma di pesce come i caschi della fanteria e i morioni
dei granatieri; e nelle parate si mettevano la cresta rossa. Il giubbino era
verde con piccole falde, con rivolte scarlatte e due bottoni; colletto e
manopole pure scarlatte. I pantaloni turchini con una fila di piccoli bottoni
gialli dal fianco al ginocchio, dove cominciava l'incerato. Gli ufficiali
portavano nelle parate pantaloni bianchi a coscia e stivali neri fin sotto il
ginocchio, e cresta di felpa rossa all'elmo.
L'artiglieria stava in fortezza
da Basso; aveva l'uniforme turchina con pistagna, manopole e rivolte nere alla
giubba; ed il casco come quello della fanteria con due cannoni incrociati.
L'artiglieria era da fortezza
soltanto, divisa in dodici compagnie, e si chiamava anche da costa, perché
aveva lo scopo di tutelare lo Stato dalla parte del mare, essendo stato
costruito lungo il confine un fortino ogni miglio, cominciando da Pietrasanta
fino agli Stati della Chiesa. Nei punti di minore importanza ci stava un
sergente con cinque o sei uomini, ed il capoposto si chiamava modestamente torriere.
Gli altri posti, dove ci stavano
dodici uomini, eran comandati da un tenente, che aveva il titolo di tenente
castellano.
Questi guardacoste, più
che il soldato facevano il servizio di polizia per i contrabbandieri - quando
non facevano a mezzo con loro - e anche quello di posta, poiché portavano le
lettere nei paesi prossimi alla loro residenza.
Da questi guardacoste il Governo
aveva una quantità di notizie; da loro sapeva tutto. Ogni qualvolta accadeva un
fatto singolare, il capoposto era obbligato di farne immediatamente rapporto; e
fra i tanti rimasti celebri ve ne fu uno, del quale si racconta ne ridesse
anche il Granduca. Quel rapporto informava di una grande burrasca scatenatasi
nella nottata, e di un brigantino che dirigendosi con ogni sforzo verso terra si
trovava in serio pericolo. Ma il torriere che ne faceva la relazione, concluse:
«E benché gli abbia dati tutti i possibili aiuti col portavoce pure è
naufragato!...»
Vi erano poi i «cannonieri
guardacoste sedentari dell'Elba» divisi in quattro compagnie, il comando delle
quali era affidato al Governatore dell'Elba.
Per quanto l'esercito della
Toscana a que' tempi fosse un esercito minuscolo per la mancanza
dell'artiglieria da campo, il successore di Ferdinando III, per avere ufficiali
più istruiti fu indotto sulla proposta del generale Fortini a fondare
l’Istituto dei cadetti, da cui si traevano gli ufficiali nella proporzione di
due dai cadetti e uno dai sottufficiali. La caserma dei cadetti era in fortezza
da Basso, ed ognuno di essi aveva la sua stanza. Il corso degli studi durava
quattr'anni; ed i posti erano ventisei: diciotto per la fanteria, cinque per
l'artiglieria e tre per la cavalleria. Per esercitarsi all'artiglieria da
campo, andarono i cadetti un giorno a Fiesole con un cannone senza cavalli; e alla
scesa non potendo tenerlo, il cannone venne giù a precipizio, schiacciando il
cadetto Luigi Calvelli.
Questo Istituto fu sciolto il 24
marzo 1848, quando i cadetti, avendo chiesto d'andare al campo, Leopoldo II
andò da sé in fortezza, per vedere con la sua marziale presenza d'intimorirli.
Quei giovani invece gli si buttarono in ginocchio implorando il suo sovrano
consenso di andare alla guerra. Il pover uomo, commosso, rispose loro: «Ebbene,
andate.» E sciolse i cadetti.
A Portoferraio stava il battaglione
detto dei coloniali, composto di discoli ingaggiati soldati, per
correzione, dal padre o dai parenti; e di soldati in punizione. Per
conseguenza, è facile credere che quello era un battaglione formato dal fiore
della canaglia. Una volta fu tentato l'esperimento di farne venire a Firenze
una compagnia, comandata da un capitano Ardinghi, uomo fiero e adattato a
quella gente, per provate se col contatto e l'esempio delle truppe
disciplinate, fosse nata in loro l'emulazione, o si fosse svegliato un sentimento
di dignità e di decoro.
Ma fu un vano tentativo; e li
dovettero rimandar via, perché non servissero, invece, di cattivo esempio agli
altri. Non era bastato il mandarne quattro alla Gran Guardia a Palazzo Vecchio,
che aveva l'obbligo di tenere una sentinella sotto le loggie dell'Orcagna e una
alla Posta, sotto il tetto dei pisani. Fu messa anche una sentinella alla porta
di Palazzo Vecchio, che prima non si teneva, per avere i discoli sott'occhio,
facendoli stare dinanzi alle armi.
Quelli che venivan messi di
sentinella alla Posta, solevano talvolta appoggiare il fucile al muro e andare
nelle bettole a bere, provocando spesso risse e subbugli con altri soldati e
cittadini.
E siccome questi fatti si
ripetevan giornalmente nei varii quartieri della città, così fu necessario
rimandarli a Portoferraio com'eran venuti, se non peggiori di prima.
A Livorno risiedeva il comando
dei tre battaglioni di «cacciatori
volontari di costa.» Il primo battaglione stava
a Pisa, il secondo a Cecina e il
terzo a Grosseto. Col tempo poi si dissero «cacciatori a piedi» ed il popolo
gli chiamava fior di zucca, perché in cima al casco avevano il pompò verde
con un fiore giallo, che sembrava perfettamente un fior di zucca. Avevano la
giubba verde, pantaloni turchini e buffetterie nere. Costoro non facevano che
il servizio alle porte della città e quello di polizia.
Facevan pure parte
dell'ordinamento Militare i comandi di piazza; ed erano istituiti a Firenze, a
Livorno, a Pisa, Siena, Arezzo, Prato, Pistoia, Volterra, Piombino, Grosseto,
Orbetello, Santo Stefano, Talamone, all'Isola del Giglio e a Portoferraio.
Il comando di piazza di Firenze
aveva stanza in Palazzo Vecchio, dalla parte di Via della Ninna. Qui risiedeva
un tenente colonnello o un maggiore dei più anziani, il quale per l'età
avanzata non faceva servizio attivo, essendo considerato il comando di piazza
un posto di riposo. A questo vi erano addetti un capitano, un tenente, un
auditore militare, un aiuto, un sergente e un caporale dei veterani che
facevano da scrivani. Costoro dovevano essere costantemente reperibili tanto di
giorno che di notte per qualunque evenienza, come in casi d'incendio o di altro
infortunio, distaccando sul momento un certo numero di soldati con l'ordine di
recarsi sul luogo del disastro, o facendo avvisare per un volante il corpo dei
pompieri, rendendone però immediatamente informato il «General Comando» in
Piazza dei Giudici per gli ordini opportuni.
Gli ufficiali di piazza avevan
l'incarico di dirigere e regolare i corsi delle carrozze nel carnevale, per San
Giovanni ed in altre circostanze di pubbliche feste. Ogni ufficiale aveva
sott'ordine un soldato dei cacciatori a cavallo o dragoni, che lo seguiva alla
distanza di dieci passi, perlustrando lungo il corso fra le due file delle
carrozze.
Fra i servizi di piazza vi era
pur quello di mandare un caporale e due uomini della Gran Guardia di Palazzo
Vecchio, ogni volta che andava la comunione ai malati della cura di Or San
Michele e di quella di Santo Stefano. Era allora in uso che il servo di chiesa,
incappato nella veste bianca, prima di portare il Viatico facesse un giro per
la cura sonando il cenno con un grosso campanello di bronzo.
Il servo di San Michele e
quello di Santo Stefano, andavano in Piazza del Granduca dall'ufficiale di
guardia, affinché mandasse i soldati alla chiesa; e questi col fucile
abbassato, e con la baionetta che fregava quasi terra, accompagnavano la
comunione, uno di qua e uno di là al baldacchino, ed il caporale dietro, non
tornando al corpo di guardia finché non avevano riaccompagnato il Viatico in
chiesa.
Il privilegio d'avere i soldati
quando andava fuori la comunione, l'aveva anche la chiesa di Sant' Iacopo tra'
fossi dalle Colonnine; la quale essendo cura della caserma dei dragoni nel
Corso dei Tintori, vi andava un caporale e due uomini di quel corpo.
Quando anche dalle altre chiese
andava la comunione e che passava da una caserma, la sentinella gridava
«all'armi» ed usciva fuori tutta la guardia presentando le armi; ed il
sacerdote che portava il Viatico faceva fermare e voltare il baldacchino e
benediceva i soldati, i quali s'inginocchiavano con un ginocchio a terra
salutando con la destra al casco e tenendo il fucile con la sinistra.
Il battaglione dei veterani stava
a Prato e forniva un distaccamento di quaranta uomini a Firenze, che stavano in
una caserma in Via Lambertesca dalla parte degli uffizi, accanto alla porta
dove è tuttora la buca delle suppliche.
Questi quaranta uomini, tutti
vecchi anche di settant'anni, erano agli ordini di un maggiore, che aveva un
sottotenente per aiutante, e di un tenente quartiermastro. Erano ufficiali
veramente da museo, come i loro dipendenti. L'uniforme dei veterani era una
giubba turchina con pistagna, manopole e mostreggiature bianche; il solito
casco col piatto largo, e sciabola e tracolla come quelle anticaglie che hanno
ancora i nostri carabinieri.
La sera alla ritirata, in piazza
del Granduca, si vedeva anche il vetusto tamburo dei veterani, che marzialmente
se ne tornava solo solo alla caserma sempre suonando.
Il servizio che spettava a questo
corpo, era quello di mandare alcuni uomini alla Gran Guardia in piazza, a
prendere un soldato armato di fucile per accompagnarlo a quelle porte della
città, che si chiudevano all'or di notte e si riaprivano all'alba, e delle
quali il veterano riceveva in consegna le chiavi che metteva da sé stesso nella
bolgetta che il soldato portava a tracolla.
Era parecchio curioso di vedere
il soldato tutto impettito, impiccato in un collettone a matton per ritto, che
non gli riusciva d'andare a passo col veterano che cercava di nascondere la sua
vetustà con l'audacia dello sguardo accigliato, con l'aspetto burbero e
brontolando per tutta la strada col coscritto che non sapeva camminare né
tenere il fucile. La gente che passava si metteva a ridere e si voltava anche
indietro perché, al solito, alcuni ragazzi si divertivano ad andare a passo
dietro, o anche accanto al veterano e al soldato, rifacendo il verso a tutt'e
due, finché poi non scappavano al primo scapaccione che si sentivano arrivare
dal canuto guerriero.
Un altro servizio molto
importante affidato ai veterani, era quello della guardia al teatro del Giglio,
detto poi della Quarconia e ora Nazionale.
Montavano un caporale e cinque
uomini; ma stavan sempre nel corpo di guardia; prima di tutto, perché
nell'inverno ci stavan più caldi, e poi perché giuocavan tutti insieme. Spesso
venivan disturbati per cagione di qualche sussurro avvenuto in teatro, ed
allora bisognava che salissero quella lunga scala che esiste tuttora, per
andare a rimettere l'ordine. Bastava la loro fiera presenza nella sala, perché
spesso la minacciata tragedia diventasse subito una farsa. Tutti cominciavano a
ridere e ad apostrofare in mille maniere quei poveri vecchi, che mandavan lampi
dagli occhi, guardando minacciosi ed intrepidi nei palchi e nella platea. Per
il solito, si trattava d'arrestare qualche ubriaco o qualcuno che aveva
questionato o maltrattato la maschera, seralmente vilipesa dagli ultimi ordini
dei palchi, senza rispetto alla lucerna e alla giubba gallonata.
Fra le altre, una sera due
veterani furono chiamati in fretta, una fretta molto relativa, per arrestare un
tale che molestava gli spettatori sussurrando e leticando con tutti. I due
vecchi prodi, tetragoni agli scherni e alle barzellette che si scagliavano contro
di loro, arrestarono il ribelle e lo condussero fuori della platea in mezzo
alle risate, agli urli, ai fischi e agli evviva, tanto per far baccano e per
crescer la confusione.
Quando i veterani con l'arrestato
che sì dimenava come un'anguilla volendo scappare, furono in cima alla scala,
senza saper né che ne come, i due veterani si sentirono arrivare un lattone
così esatto, che il naso e la bazza spariron dentro il casco. Naturalmente
l'arrestato fuggì; la maschera che voleva dar man forte alla legge, con una
pedata scese la scala a balzelloni a quattro scalini per volta per non
ruzzolarla tutta, e i due disgraziati rimasti lassù soli, poiché tutti a scanso
di casi eran rientrati in teatro, non riuscivano a levarsi il casco, e ci
bestemmiavan dentro mandando imprecazioni che non si sentivan bene, perché
pareva che urlassero in una pentola di rame.
Sembrerà incredibile ma è proprio
verità vera: per liberare i due veterani da quel supplizio, perché tirando su
il casco s'arricciava loro il naso, ed allora urlavan più che mai, bisognò
andare a chiamare un ciabattino nella prossima Via de'Cerchi, il quale col
trincetto ebbe a tagliare il casco per lungo e cosi le faccie invelenite dei
due vecchi poteron tornare, un po'ammaccate e sbucciate, alla luce dei lumi a
olio.
I veterani facevano pure il
servizio delle Gallerie, guadagnando così qualche soldo per il tabacco. Spesso
davano qualche spiegazione ai forestieri, poiché un po' alla meglio
cinguettavano il francese, essendo molti di essi stati soldati con Napoleone.
Ed era anche per questo: che
consideravano i soldati nuovi come gente da nulla, e più adattati a fare il
prete che il soldato.
Quando poi fu impiantato in
Firenze il telegrafo, fu affidato il delicato incarico di portare i dispacci ai
veterani come persone fidate, le quali però, spesso, con la loro lentezza nel
recapitarli, facevan perdere tutto il vantaggio della meravigliosa scoperta!
Lo stato della I. e R. Marina da
guerra si componeva di un comandante supremo; di un capitano, tenente di
fregata; di un tenente di vascello; di un tenente di fregata, magazziniere
generale; di due sottotenenti di fregata; di un cappellano; di un primo
scrivano; di un primo chirurgo e di quattro primi piloti col grado d'alfiere di
fregata.
Anche il corpo dei pompieri fu
oggetto di speciali cure per parte di Ferdinando III, il quale, con dispaccio
del 4 gennaio 1819 organizzò definitivamente la «Guardia dei Pompieri» che
doveva rivestire caratteristiche e grado militare.
Soprintendeva a questa guardia il
Presidente del Buon Governo ed il Gonfaloniere pro tempore.
Il corpo di guardia, al quale
come oggi è annesso il magazzino delle macchine, era anche allora nei locali di
San Biagio.
Quando salì al trono Leopoldo II,
questi trovò il Granducato costituito ed ordinato in modo da non richiedere al
suo senno, almeno per il momento, modificazioni o riforme di sorta. E fu bene
per lui e per i sudditi, poiché egli non sarebbe stato da tanto per far meglio
del padre; giacché il buon uomo, invece di riformare, avrebbe sciupato ogni
cosa. Per conseguenza, tutti ringraziarono Iddio che lasciasse stare le cose
come stavano.
Non è poca stima per un nuovo
sovrano!
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