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Il ministro toscano Fossombroni e
il ministro austriaco Bombelles - L'editto di assunzione di Leopoldo II al
trono della Toscana - Politica dei Fossombroni - Francesco Cempini ministro
delle Finanze - Abolizione di una tassa sulle carni macellate - Sgravio sulla
tassa fondiaria - Ricevimenti - Nomine dei dignitari di Corte - I solenni
funerali di Ferdinando III - La vestizione del Gran Maestro dell'ordine
equestre di Santo Stefano.
Ferdinando III, o per poca
fiducia che avesse nell'intelligenza del figliuolo, o, come qualcuno credette,
per malintesa gelosia verso di lui, lo tenne sempre lontano dalle cure di
Stato. Per conseguenza, quando il Granduca venne a morte, il figlio Leopoldo si
trovò come un pulcino nella stoppa. Parlare a lui, poveretto, degli affari di
governo era lo stesso che mostrare il mondo ad un cieco. E forse negli ultimi
momenti Ferdinando III accorgendosi dello sbaglio fatto, raccomandò il
successore alla fedeltà ed all'affetto del conte Vittorio Fossombroni e del
principe Don Neri Corsini, perché «con la maturità del consiglio e
l'attaccamento alla Casa» gli servissero di guida nel difficile mestiere di
regnante. E la sagacia e l'accortezza del Fossombroni furono subito messe alla
prova dagli intrighi dell'Austria; la quale, volendo profittare della morte del
Granduca, tentava di far sospendere la proclamazione del successore a cui prima
voleva, co' suoi raggiri, far renunziare alla autonomia della Toscana, per
metterla direttamente sotto la sua dipendenza.
Ma il Fossombroni, che qualche
cosa di questo genere si aspettava, non si lasciò cogliere alla sprovvista.
Dopo aver fatto allontanare il principe ereditario appena avvenuta la morte del
padre, mandandolo con tutta la famiglia alla Villa di Castello, egli, rimasto
per ogni evenienza a Palazzo Pitti, compilò subito l'editto di successione al
trono della Toscana proclamando come nuovo granduca Leopoldo II, che doveva
parere d'avere scritto l'editto. E mentre il sagace ministro scriveva
quell'importante documento, gli fu annunziata la visita del conte di Bombelles,
ministro d'Austria alla Corte di Toscana.
Veramente il Bombelles non
cercava del Fossombroni; ma voleva parlare da solo a solo col successore di
Ferdinando III, onde raggirarlo in modo da sospendere la sua proclamazione a
Granduca, e così dar tempo all'Austria di metter lo zampino negli affari della
Toscana. Il Fossombroni ricevé il Bombelles invece del Granduca; e a faccia
franca gli domandò in che cosa poteva servirlo, «nella sua qualità di
Ministro Segretario di Stato del nuovo Granduca.»
Il ministro austriaco sorpreso
dalle parole, e, più ancora dall'accento del Fossombroni, replicò che aveva
importanti istruzioni da comunicare soltanto all'arciduca Leopoldo. Il
Fossombroni non si scosse, ed in tono più fermo, dignitosamente gli rispose: «S.
A. L e R. il Granduca Leopoldo II oppresso dal dolore della grave perdita
che tutti abbiamo fatta, non riceve nessuno: ma se V. E. ha da fare
qualche urgente comunicazione, nella mia qualità di suo Segretario di Stato
sono autorizzato e disposto a riceverla.»
Il ministro d'Austria, sebbene
con poca speranza, provò ad insistere ancora un altro po'; ma di fronte alla
tenacità e alla destrezza del diplomatico toscano, fu costretto ad andarsene
come era venuto.
Frattanto, per non perder tempo,
il Fossombroni nella nottata fece affiggere per la città l'editto che recava ai
sudditi la notizia ufficiale della morte di Ferdinando III e la successione di
Leopoldo II.
L'editto era così concepito:
NOI LEOPOLDO II ecc. ecc.
GRANDUCA DI TOSCANA
Breve ed irreparabile malattia
avendoci rapito il Nostro direttissimo Padre S. A. I. e R. il Serenissimo
Ferdinando III Granduca di Toscana, nell'intensità del nostro dolore e in mezzo
alle lacrime di questa fedelissima Nazione, Noi, nella qualità di Figlio e
successore nei diritti della Corona di Toscana e negli Stati che compongono il
Granducato, dichiariamo di assumerne e ne assumiamo la piena sovranità e
governo;
Vogliamo ed ordiniamo che si
abbiano frattanto per confermate, come confermiamo, tutte le leggi, regolamenti
ed ordini veglianti. Confermiamo ugualmente il Consiglio di Stato, Finanze e
Guerra, i Consiglieri che lo compongono, ed il Consigliere Direttore interino
dell'I. e R. Dipartimento di Finanze e Depositeria, con tutte le facoltà e
prerogative respettivamente competenti.
Confermiamo del pari tutti i
Ministri, Magistrati, Tribunali, Governatori, Commissari, Giusdicenti ed
uffiziali sì civili che militari, quali proseguiranno nelle loro rispettive
funzioni ed incombenze, e continueranno a godere delle provvisioni ed
emolumenti che hanno finora percetti.
Finalmente incarichiamo il Nostro
Consiglio di Stato, Finanza e Guerra di dare a chi occorre gli ordini e
partecipazioni opportuni.
Dato li 18 giugno 1824.
LEOPOLDO
V. FOSSOMBRONI.
E. STROZZI.
Con quel documento pubblicato in
tempo furon sventate le mene dell'Austria ed assicurato Leopoldo sul trono
della Toscana.
Trovatasi così abilmente spianata
la via dal Fossombroni, ch'era uno di quegli uomini che bisognerebbe fossero
eterni, il nuovo Granduca si mostrò docile a tutte le sue proposte ed a tutti i
suoi consigli, poiché sentiva di potersi pienamente fidare d'un galantuomo e
d'un uomo di Stato come lui. E siccome, se si deve dire come va detta, i popoli
piansero anche più la morte di Ferdinando III per la paura che avevano di
cadere in mani poco abili ed inesperte negli affari di Stato, così il
Fossombroni pensò d'affezionare ad essi il successore, facendogli diminuire le
tasse. Questa è una molla che farà sempre scattare l'entusiasmo popolare. I
discorsi, le belle parole e le pompose promesse che non si sa mai chi debba
mantenerle, posson fare effetto lì per lì, ma poi lasciano il tempo che
trovano.
E fu per questo che l'accorto
Fossombroni, giacché l'erario pubblico lo permetteva, consigliò al Granduca
d'affermarsi subito, se non altro, per un buon principe.
Infatti, ognuno sapeva che per
quanto egli avesse raggiunto i ventisette anni «per l'inesorato volere del
padre,» - giova ripeterlo - egli era rimasto sempre lontano dagli affari ed aveva
passato il suo tempo occupandosi di dotti studi intorno alle opere di Galileo e
di Lorenzo il Magnifico. Studi cotesti che lasciarono nel principe una traccia
così profonda, che poi l'unico suo passatempo preferito fu quello di lavorare
al tornio!... Ed il suo maestro fu il tornitore Mabellini, padre di quel
Teodulo, che divenne una celebrità musicale.
Il ministro delle Finanze
Leonardo Frullani era morto poco prima di Ferdinando III; onde Leopoldo, appena
salito al trono, dové provvedere alla nomina del successore; e quando il
Fossombroni gli propose a quel posto l'avvocato regio Francesco Cempini, il
Granduca prima d'ogni altra cosa, gli rivolse queste testuali parole, che forse
nessun regnante, in casi simili, ha mai pronunziate: «Come si sta a cuore ?»
Questa semplice domanda, fa certamente passare sopra alla deficienza di altre
qualità. Il Cempini fu nominato ministro delle Finanze perché in quanto «a
cuore» furon date sul conto suo al nuovo Granduca le più ampie assicurazioni.
La prova della arrendevolezza di
Leopoldo II alla mente superiore del Fossombroni, fu quella di abolire la tassa
del Sigillo delle carni e provento dei macelli, che esisteva fino da
quando il Villani scriveva la Cronica, al tempo del quale cotesta tassa
rendeva al Comune circa 20,000 fiorini d'oro, e 350,000 lire quando venne
abolita e che riusciva ad esclusivo vantaggio dei macellari, poiché i padroni
stessi delle bestie vaccine o suine non «potevano macellarne alcuna per proprio
uso, senza preventivo accordo coi patentati.»
Per dar maggior solennità a
questo fatto, Leopoldo II, sul parere avveduto del suo ministro, volle che
l'editto fosse pubblicato il 15 novembre 1824 «suo primo giorno di ricorrenza
onomastica» come nuovo Granduca.
Né a questo si fermarono le
opportune riforme; poiché col 1° gennaio del 1825 venne scemata d'un quarto la
tassa prediale, o fondiaria, riducendo così di oltre un milione il provento che
per questo titolo ne veniva all'erario.
Mercè dunque la fedele affezione
del Fossombroni e del Corsini, Leopoldo II, come regnante, poteva dormire col
capo fra due guanciali; la qual cosa lo rendeva l'uomo più felice del mondo,
non essendo costretto ad occuparsi di faccende di cui non s'intendeva e per le
quali non aveva attitudine.
Egli prese sul serio la parte di
sovrano di parata: faceva quel che gli facevan fare, e sfoggiava la sua
autorità nei ricevimenti, nelle solenni funzioni religiose e nelle feste.
La Corte era tornata a Firenze
dalla villa di Castello fin dal 23 di giugno: e le prime cure del nuovo
Granduca, che non aveva altro da fare, furon rivolte ai ricevimenti e alle
presentazioni di tutti i personaggi che andavano a fargli atto d'ossequio, e
dedicate alle udienze. Infatti il 24 giugno del 1824 ricevé il generale
Francesco Gherardi, che gli presentò gli ufficiali della Guardia del Corpo e
quelli della Guardia degli Anziani, ai quali Leopoldo II senza entusiasmo come
senza contrarietà, rivolse poche parole, contentandosi di dire con la sua
flemma abituale: «Bene, bene,.... bravi!» Come se tornassero da vincere una
battaglia.
Il giorno dopo ricevé
l'arcivescovo di Firenze Monsignor Morali, al quale qui per incidenza diremo,
che dopo morto furon trovati fra le sue carte, con grande sorpresa degli eredi,
e indignazione del Clero varii conti di modiste, regolarmente saldati. Dopo
alcuni giorni il Sovrano ricevé pure, nella sala bianca della meridiana, il
Corpo dei Ciambellani, che si recarono poi ad ossequiare anche la granduchessa
Maria Anna.
Il Granduca alternò queste gravi
cure, con la destinazione dei personaggi di Corte ai loro uffici.
Alla granduchessa vedova Maria
Ferdinanda, assegnò per il suo particolare servizio un ciambellano, un
cameriere, un usciere di sala e due guardie del Corpo da cambiarsi a vicenda,
nominando suo maggiordomo il marchese Pier Francesco Rinuccini.
Il 27 giugno Leopoldo II nominò
suo cacciatore il marchese Carlo Leopoldo Ginori, e Gran Ciambellano il
marchese Tommaso Corsi, confermando nella carica di Maggiordomo maggiore della
granduchessa Maria Anna il duca Ferdinando Strozzi, ed a sua maggiordama
d'onore la marchesa Teresa Rinuccini: la marchesa Amalia Bartolini fu
confermata dama di compagnia, come vennero confermati nella carica di
Ciambellani fissi del Granduca, i signori Lorenzo Montalvi e Giovanni Ginori.
Il 13 luglio la Granduchessa fece la sua prima parte officiale, ricevendo le
dame di Corte che le vennero presentate dal Maggiordomo maggiore del Granduca,
principe Rospigliosi, e dal duca Ferdinando Strozzi.
Adempiuto a questi sacri doveri,
il nuovo monarca pensò da buon figliuolo a fare solenni esequie al genitore,
nel trentesimo giorno dalla sua morte. Ed i grandiosi funerali in memoria di
Ferdinando III furon fatti nella chiesa di Santa Felicita, parrocchia della
Corte. Ma siccome l'interno del tempio sarebbe stato troppo angusto, così venne
dato incarico all'architetto Pasquale Poccianti di costruire nella contigua
piazza un recinto apposito, per celebrarvi le messe, riserbando l'intera chiesa
per la cerimonia del funerale.
All'edifizio del Poccianti era
unito un portico con quattro colonne ioniche, sul fastigio del quale sedeva una
statua rappresentante l'eternità con una analoga iscrizione; e le pareti erano
ornate di dipinti a bassorilievi.
Meglio che dal Diario di Corte
non si potrebbe rilevare la descrizione di quei funerali che, come si suol
dire, fecero epoca, ed il cui ricordo nei fiorentini d'allora rimase lungamente
come d'una cosa non mai veduta.
Merita perciò che se ne tragga
profitto.
Le tre navate che componevano il
portico, o aggiunta della chiesa, di cui la media era coperta in vòlta a mezza
botte e le laterali a soffitto, oltre al ricco apparato erano state dipinte a
colori: la Regina Saba davanti a Salomone e diversi altri bassorilievi,
raffiguranti storie del Vecchio Testamento furono eseguiti dai professori
Nenci, Marini, Falcini e Catani. L'interno della chiesa era stato ridotto a
forma di Panteon «o sia sepolcreto.» Sopra l'ingresso era dipinto San Giovanni
Evangelista, che indicava la sorte riserbata al giusto. Imponente per la
ricchezza era l'apparato degli altari della crociata, due urne con i busti
dell'imperatore Francesco I e dell'imperatrice Maria Teresa avi del defunto
sovrano; dalla cappella del Sacramento, eravi il deposito e la statua equestre
del padre, imperatore Pietro Leopoldo; e dalla parte della sagrestia la statua
e il deposito dello zio imperatore Giuseppe. Nelle cappelle dell'unica navata
di mezzo, parate con ricchi padiglioni neri foderati d'ermellino eranvi urne e
monumenti, con i busti degli illustri defunti della famiglia granducale, cioè
della madre Maria Luisa, dei fratelli arciduca Leopoldo, arciduca Alberto,
arciduca Massimiliano, e delle sorelle arciduchesse Maria Anna, Maria
Clementina; quindi della prima moglie di Ferdinando III Maria Luisa, ed i figli
arciduca Francesco e arciduchessa Carolina, con iscrizioni fatte dall'abate
Zannoni.
Nel mezzo della chiesa, che
pareva un museo e anche un po' un cimitero, trionfava il maestoso Mausoleo
sopra ampio basamento con la statua equestre del defunto monarca, in abito di
Gran Maestro di Santo Stefano. Intervennero alla cerimonia tutti i ciambellani
e le cariche di Corte vestiti a lutto; come pure le Magistrature, i Cavalieri
di Santo Stefano, la Nobiltà e tutta l'ufficialità ai quali facevano ala gli
Anziani in tenuta di parata.
Quei funerali così solenni, così
imponenti, furono fatti a tutte spese della Corte, la quale intervenne in abito
di rigoroso lutto, assistendovi dai coretti.
Un'altra grande cerimonia per
quanto privata, che riguardava personalmente Leopoldo II come Granduca, fu
quella del 25 agosto; quando egli cioè vestì solennemente l'abito di Gran
Maestro della religione di Santo Stefano.
La funzione si celebrò nella
cappella reale, la mattina alle nove. Precedevano il segretario d'etichetta, il
furiere e un aiutante di camera seguiti dai cerimonieri dell'Ordine, dai
cavalieri Balì, dai cavalieri Priori, dai Ciambellani di servizio e dalle
Cariche di Corte. Dopo di essi veniva il Sovrano, scortato dalle Guardie del
Corpo, il quale prese posto in cornu evangeli, e si inginocchiò sul
genuflessorio parato di strato nero, gallonato d'oro. Gli intervenuti
andarono ad occupare i loro posti nelle panche ai lati della cappella; ed il
priore della conventuale, vestito pontificalmente in piviale e mitra, si
collocò sul faldistorio in cornu epistolae, assistito da due cappellani
di Corte. Dietro al Granduca stavano in piedi due priori di Santo Stefano più
anziani, i quali portavano la cappa e la croce che dovevan mettere indosso al
Sovrano. L'Auditor magistrale e il Priore di Firenze firmarono l'atto della
vestizione come testimoni; ed il priore con la mitra, benedì la croce.
Terminata la benedizione, il Granduca si alzò; ed il Priore seduto sul
faldistorio, tenendo una mano sull'abito presentatogli sopra un bacile dai due
priori, pronunziò ad alta voce la formula di rito, e mettendo al nuovo Gran
Maestro la cappa, aiutato dai priori medesimi. Il Granduca tornò al suo posto,
con due paggi magistrali, che gli reggevano lo strascico e restaron dietro a
lui durante la cerimonia.
Intanto il priore ritiratosi in
sagrestia per spogliarsi della mitra e del piviale, si mise la pianeta e
celebrò la messa piana, nel corso della quale il primo cerimoniere, dopo il
vangelo e dopo l'Agnus Dei, pòrse a baciare al Granduca l'istrumento
della pace.
Dopo che il celebrante si fu
comunicato, Leopoldo II andò ad inginocchiarsi all'altare per comunicarsi anche
lui; e terminata la messa tutti i cavalieri per ordine di grado, andarono uno
per volta a rendere obbedienza al «Reale Gran Maestro» inchinandosi e
baciandogli un lembo della gran cappa, foderata d'ermellino, che poi gli fu
levata dai due cavalieri priori, che la consegnarono agli aiutanti di camera.
Dopo di ciò il Priore di Firenze,
pose al collo del Gran Maestro la croce magistrale benedetta dal priore.
Il Granduca si mise quindi a
sedere per sentir leggere l'atto che venne firmato dall'Auditore magistrale,
dal Priore di Firenze, e dai testimoni.
Infine, ritiratosi Leopoldo nelle
sue camere «fu sciolto l'invito.»
L'arciduchessa Maria Luisa,
sorella del Granduca, assisté dal coretto a tutta la funzione in privato. I due
coretti erano parati di velluto nero gallonato d'oro: lo strato dell'altare era
in colori ed il faldistorio bianco.
In questa occasione,
«dall'uffizio della confettureria ,» per ordine del Maggiordomo maggiore, in
una stanza accanto alla cappella, venne data a tutte le persone intervenute
alla funzione «una refezione in cioccolata, acque acconce e biscotterie.»
Tutti i salmi finiscono in gloria!
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