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L'Istituto della SS. Annunziata -
Il Granduca va a Milano - Una speranza delusa - L'istituzione del Corpo
degl'Ingegneri - Proponimentì abortiti - La Cassa di Risparmio e Cosimo Ridolfi
- Toscana e Grecia - Champollion e Rosellini - Commissione toscana in Egitto -
Buoni resultati ottenuti in Oriente - La bonifica Maremmana - I Gherardesca in
Maremma - Il taglio dell'Ombrone.
Quando un sovrano è circondato e
servito da uomini di gran mente, ma integerrimi e onesti, cosa invero assai
rara, può dirsi un uomo fortunato. E questa fortuna toccò, nei primordi del suo
regno, a Leopoldo II: il quale, ben consigliato, e aperta a poco a poco la
mente agli affari di Stato, tanto da poter comprender la saggezza e la utilità
dei consigli che riceveva, si fece amare dai sudditi e compì ed intraprese
opere utilissime e nobili, passando anche per uno dei principi più intelligenti
e sagaci.
Se cotesta non è fortuna non so
più che cosa meriti questo nome.
Di Leopoldo II non c'era da farne
un uomo di Stato, un sovrano politico: bastava perciò contentarsi che fosse un
buon principe, che non mettesse bastoni fra le gambe a chi governava
onestamente per lui, e si appagasse della buona figura che gli facevano fare.
Ed egli, bisogna esser giusti, fu molto docile e mansueto; ed anche provò
un'intima soddisfazione nel compiere opere che illustravano il suo nome, e lo
rendevano degno nipote di Pietro Leopoldo e figlio non degenere di Ferdinando
III.
Ed appunto da figlio amoroso e
geloso della gloria del padre, Leopoldo II con decreto del 15 novembre 1824
sanzionò la fondazione dell'Istituto della SS. Annunziata, già approvata da
Ferdinando III con decreto del 24 novembre 1823, e la granduchessa Maria Anna
ne assunse la superiore direzione, con l'aiuto del cav. Vincenzo Peruzzi e del
comm. Vincenzo Antinori. Il manifesto da essi pubblicato il 23 marzo 1825, «fu
trovato così savio, che persuase ben presto molti genitori, statisti e
forestieri, ad affidare la educazione delle loro figlie al nuovo Istituto,
salito in molto credito per l'esemplarità delle allieve in esso formatesi.»
Come tutte le cose saviamente fondate, l'Istituto della SS. Annunziata è oggi
più che mai, gloria non di Firenze ma vanto d'Italia.
La prima prova d» una certa
indipendenza verso la Casa d'Austria, Leopoldo II la offrì in occasione della
morte di Ferdinando I delle due Sicilie. Avendo l'imperatore d'Austria, nel
maggio 1825, invitato a Milano il successore Francesco I, questi vi si recò col
fratello e con numeroso seguito e si recarono pure profittando di quella
circostanza «ad ossequiare il vecchio Cesare» i duchi di Modena e di Lucca, la
duchessa di Parma e il cardinale Albani per Leone XII, Cosicché anche Leopoldo
II si vide costretto di recarsi a Milano a complimentare l'imperatore: ma egli,
a differenza degli altri sovrani, per consiglio del Fossombroni e del Corsini,
vi andò senza nessun ministro, per togliere ogni carattere politico alla sua
visita, e non trovarsi, per conseguenza, nella necessità di compiere nessun
atto. Ed infatti, dopo pochi giorni di residenza a Milano, il Granduca se ne
tornò a Firenze senza che il sistema del governo toscano fosse per subire
nessun cambiamento.
Questa prima prova vinta,
accreditò il nuovo regnante nell'animo dei sudditi, i quali frattanto ebbero
una nuova occasione di giubbilo vedendo ripetersi la fecondità della
Granduchessa, sperando sempre che alla fine avrebbe dato in luce l'erede del
trono. Ma tali speranze furon deluse; perché anche quella volta, l'augusta donna
fece una bambina!
Fra le prime istituzioni di
Leopoldo II vi fu quella del «Corpo degl'Ingegneri,» fatta con editto del 1°
novembre 1825, chiamando a formare il Consiglio dirigente, i professori
Giuliano Frullani, Giuseppe Del Rosso e Gaetano Giorgini.
Questo Corpo degl'Ingegneri
addetti alla manutenzione dei ponti e strade migliorò immensamente quel ramo di
pubblico servizio: ma in «varii casi di complicate opere idrauliche, lasciò
molto a desiderare non tanto per la buona volontà, quanto per difetto d'analogo
insegnamento,» vale a dire d'istruzione!
Pare impossibile! questi
benedetti ingegneri individualmente son fior di teste quadre; ma messi insieme
fanno cose.... «che lascian molto a desiderare.» Si vede che il troppo ingegno
insieme cumulato opera prodigi, diciamo così, negativi.
Una delle riforme vagheggiate da
Leopoldo, sarebbe stata quella di introdurre la monetazione decimale e degli
studi necessari aveva dato incarico al marchese Cosimo Ridolfi, direttore della
Zecca «siccome una delle maggiori intelligenze economiche del paese.» Ma le
difficoltà frapposte da chi amava il vecchio ed odiava tutto ciò che era nuovo,
fecero abortire il savio proponimento.
Se al marchese Cosimo Ridolfi
però, non fu possibile attuare la riforma monetaria, riuscì un'altra opera di
maggiore importanza, poiché non aveva per essa da superare difficoltà o da
vincere pregiudizi delle solite cariatidi delle pubbliche amministrazioni, né
da difendersi contro le mene sorde e gesuitiche degli intriganti e degli
invidiosi. E quest'opera grandiosa, umanitaria ed insigne, fu la istituzione
delle Casse di Risparmio.
Il marchese Ridolfi ne dava
avviso da sé stesso al pubblico, con un manifesto che poteva dirsi una
sentenza, che non ha perso d'efficacia nemmeno ai giorni nostri; anzi ne
acquista sempre una maggiore.
»La mancanza in cui spesso si
trovano le persone - scriveva Cosimo Ridolfi - che vivono col profitto
dell'opera loro, di certe comodità, dei mezzi di ben collocare la loro
famiglia, e di quelli necessari per provvedere alla propria sussistenza, nel
tempo di infermità o di vecchiezza, non sempre deriva dalla scarsità di lavoro
o da troppo piccoli guadagni; ma dipende il più delle volte da non avere saputo
tener conto di certi avanzi, che quasi tutti pur fanno. Conservati e riuniti
questi avanzi, sebbene piccoli, diverrebbero la ricchezza dell'uomo
industrioso; ma consumati in spese inutili, se non viziose, o arrischiati per
vana lusinga di moltiplicarli, spariscono senza utilità veruna; anzi sono di
danno al povero, avvezzandolo alle superfluità e forse distogliendolo dal
lavoro e dal pensiero della famiglia. Che se un gran bene è per il popolo
somministrargli lavoro che gli dia da guadagnarsi onoratamente il
sostentamento, bene anche più grande sarà eccitarlo ai risparmi, ed offrirgli
inoltre un mezzo di conservarli ed accrescerli.»
Queste assennate e profonde
parole del grande economista, sortirono il desiderato effetto, poiché
l'entusiasmo destato in tutta la Toscana da siffatta istituzione, raggiunse quasi
la frenesia; e non vi fu piccolo comune, che non volesse avere la sua casa
filiale della Cassa di Risparmio.
Avviata così la Toscana, per
merito di valorosi cittadini, sulla strada di sane innovazioni, anche il
Principe si sentiva trascinato ad opere sempre più grandiose, poiché subiva il
fascino degli uomini insigni che lo circondavano.
A distogliere alquanto però il
Granduca dalle sue pacifiche e savie intraprese, sopraggiunse la questione dei
greci, sollevatisi contro l'aborrito giogo dei turchi. La simpatia
universalmente destata dalla causa greca, non impediva certe preoccupazioni nei
governi dei piccoli Stati, specialmente per non urtare la Russia, che allora
più che mai, in quanto a civiltà, aveva poco da spartire con la Turchia.
Ma in Firenze, i ministri di
Leopoldo II che nutrivano sentimenti di vera indipendenza e non tralasciavano
occasione per dimostrarlo, pur sapendo che il ricco banchiere ginevrino
Gabbriello Eynard era in Firenze l'agente attivissimo dei Comitati filelleni
di Francia, Svizzera e Italia, non lo impedivano né lo approvavano.
E che l'Eynard potesse
impunemente e con entusiasmo dedicarsi alla causa greca, lo prova che nell'anno
1826 egli spediva in Grecia «munizioni da bocca e da guerra e denari in
quantità.» Ma a dimostrare che Firenze la quale «meritò il nome di Atene
novella» fu larga di soccorsi a coloro che pugnavano da forti per la
indipendenza della propria patria di cui era capitale la vecchia Atene, lo
dimostrò il fatto, che sotto gli occhi del Governo, e palesemente, di fronte
anche agli altri Stati «i più facoltosi, colti e nobili toscani» davano
spontanee e copiose oblazioni «per soccorrere un pugno di genti stremate di
tutto fuorché delle virtù necessarie per redimersi dal servaggio in cui da
troppo lunga stagione gemevano».
Cosicché può dirsi «che le sorti
greche dalle rive dell'Arno ricevessero validissimi rincalz.i.»
Se le faccende della Grecia
preoccupavano in certo modo il Granduca ed i suoi ministri, per la piega che
esse potevano prendere, lo contrariavano assai più, per non potere egli mandare
ad effetto la spedizione in Egitto, di alcuni scienziati toscani, riuniti sotto
il nome di Giunta toscana, e da aggregarsi al celebre orientalista
francese Champollion, il quale veniva dal suo Governo mandato colà allo scopo
di condurre a termine «la sua Grammatica ed il Dizionario del
linguaggio geroglifico.»
Il professore di lingue orientali
nell'università di Pisa, Ippolito Rosellini, si trovava da vario tempo a Parigi
allievo appunto dello Champollion, quando il Governo francese votando all'uopo
una ragguardevole somma, stabilì il viaggio del dotto orientalista.
Appassionato il Rosellini per siffatti studi, nei quali aveva già acquistato
fama oltre i confini d'Italia, e grande reputazione presso lo stesso
Champollion, espose a questi il proposito di voler egli far pratiche dirette
presso il Granduca di Toscana, affinché questi, interessandosi alla spedizione
francese, volesse profittare dell'occasione per unirvi una commissione toscana,
ciò che sarebbe tornato ad onore del Sovrano e dello Stato.
L'insigne scienziato francese
incoraggiò il Rosellini, lietissimo di associare alla sua impresa un uomo di
tanto valore. Volle anche munirlo di una sua lettera per il Granduca nella
quale veniva spiegato il concetto scientifico dell'impresa.
Frattanto, il 27 luglio 1827, il
professore Rosellini «valendosi della bontà del comm. Berlinghieri» indirizzò
da Parigi a Leopoldo II una petizione annunziandogli al tempo stesso che egli
il giorno seguente partirebbe per recarsi «ai piedi» di S. A. onde umiliarle
«il progetto di un'associazione toscana alla spedizione letteraria in
Egitto» sotto la direzione del professore Champollion.
La proposta «umiliata ai piedi»
di Leopoldo II, incontrò il suo favore; e richiesto da lui il parere ai suoi ministri,
questi ve lo infervorarono ancora di più, soggiungendo che trattandosi di un
paese, l'Egitto, dove l'antico commercio toscano aveva tanto fiorito, poteva
anche ora al commercio attuale offrire larghi vantaggi. Perciò i ministri
trovarono «conveniente l'idea di associare un professore toscano a quella
intrapresa letteraria.» Quindi concludevano: «nessuno vi può essere più del
Rosellini adattato, attesa la fiducia e la stima che Champollion gli accorda.»
Il Consiglio propose altresì al
Sovrano di associare alla Commissione un naturalista incaricato di raccogliere
per i musei di storia naturale e per i giardini di botanica, «quelli oggetti
dei quali mancassero; e che con leggerissima spesa potrebbero essere acquistati
in Egitto.»
Ed il naturalista prescelto fu il
dotto Giuseppe Raddi, fiorentino, il quale nel 1817 era stato da Ferdinando III
inviato al Brasile - in occasione che l'arciduchessa Leopoldina d'Austria andò
sposa a Don Pedro I - con l'incarico di raccogliere oggetti zoologici,
mineralogici e botanici, onde arricchire il Museo di Firenze. Il Raddi tornò
portando dal Brasile copiose ed importanti collezioni, fra le quali, degne di
considerazione furono quelle «degli insetti, dei rettili, dei pesci non che un
pregevolissimo erbario.» La celebrità di questo modesto e valente scienziato,
che in quel suo viaggio si era spinto in regioni da nessun altro fino allora
esplorate, incontrando pericoli d'ogni specie e privazioni di ogni sorta, fu in
patria perseguitato dall'invidia e dall'astio specialmente per opera «di un pio
e nefando suo collega.» E tanto fu perseguitato, che egli nel 1821
fu costretto a ritirarsi dal Museo di Fisica e Storia Naturale del quale era
conservatore.
Ma dopo sei anni, i ministri di
Leopoldo II vollero prenderne le difese e render giustizia al povero Raddi.
Nella relazione sulla spedizione
letteraria d'Egitto, essi, dopo aver rammentata la utilità dell'opera del Raddi
al Brasile dicevano, che essendo egli in quel momento senza impiego, ma
zelantissimo per la scienza che professava per decoro della sua patria e di
notoria celebrità fra i professori di storia naturale, avrebbe colto con
trasporto quella nuova occasione di distinguersi. Ma la vera, completa
soddisfazione data al Raddi, è contenuta in queste franche e leali parole dei
ministri toscani: «Le cognizioni di quest'uomo, che ad una somma modestia
unisce indefesso impegno per riuscire in tutto ciò che intraprende, e che ha
sempre dimostrato il più lodevole disinteresse, potrebbero essere in molte
circostanze proficue alle stesse ricerche che Champollion e i suoi compagni si
propongono di fare.»
Stabilita così la spedizione di
una Commissione toscana in Egitto, ne fu data comunicazione al professor
Rosellini con lettera del 1° settembre 1827, firmata dal ministro Don Neri Corsini
e dal segretario di Stato E. Strozzi.
In quella lettera eran contenute
le norme e le condizioni alle quali si intendeva, dal Granduca e dal Governo,
subordinata la spedizione. Prima di tutto si partecipava al Rosellini che gli
era permesso di unirsi «al rinomato Champollion per fare eseguire come capo di
una Commissione toscana i disegni dei monumenti egiziani finora
sconosciuti, o non illustrati, e per lo scavo di quelli che fossero tuttora
sepolti in Egitto, onde arricchire i Musei dello Stato.»
Venne poi autorizzato il
professor Rosellini a condurre seco tre disegnatori toscani, che furono il
dottore Alessandro Ricci senese, con l'incarico anche, essendo medico,
dell'assistenza medico-chirurgica ai componenti la
Commissione: dell'architetto Gaetano Rosellini di Pisa e del pittore Angelelli,
che fu scelto in luogo di Girolamo Segato, dallo stesso professore Ippolito
Rosellini richiesto, ma denegatogli per un contrario rapporto della polizia
di Livorno ove il Segato allora dimorava.
La durata della spedizione non
doveva oltrepassare i diciotto mesi, e la somma stabilita a quell'uopo, e da
non superarsi, fu di 50,000 franchi, compresi 18,000 per gli scavi da farsi in
Egitto per il ritrovamento dei monumenti destinati ai Musei dello Stato. Con la
somma di 50,000 franchi, doveva pure provvedersi anche alla spesa di 3 franchi
al giorno ad ognuno dei tre disegnatori, «ed alla ricompensa di franchi 3500
accordati ai medesimi, da percepirsi durante la loro dimora in Egitto: e di più
al salario di due domestici, alla fornitura di carta, strumenti, utensili,
farmacia, ecc. oltre ai regali in oggetti di porcellana e di cristallo, da
portarsi al Pascià e ad altri impiegati del Governo locale. Fu inoltre
approvato che il sigillo della Commissione portasse scritto in giro: Commissione
letteraria, toscana in Egitto.
Al professore Rosellini fu
mantenuta l'assegnazione straordinaria di ottanta francesconì al mese,
pari a franchi 448, oltre allo stipendio di professore dell'Università.
La corrispondenza letteraria
doveva essere indirizzata al Granduca «compiegandola a S. E. il ministro degli
Affari Esteri.»
Nel giorno medesimo, 1°
settembre, fu fatta uguale partecipazione al professore Raddi «già Conservatore
del Museo di Fisica e Storia Naturale,» il quale veniva aggregato alla
Commissione nelle qualità di naturalista. Egli aveva il precipuo
incarico di occuparsi «di ricercare e raccogliere tutti gli oggetti
interessanti la botanica e la storia naturale, che potesse essere utile
acquistare per i Musei dello Stato. Per le spese del suo mantenimento gli
furono assegnate 280 lire toscane il mese, equivalenti a franchi 235.20,
autorizzandolo però a fare una nota di tutte le spese necessarie o per viaggi
nell'interno del paese o per gli oggetti da raccogliersi. E per facilitarlo
nella impresa, gli fu aperto un credito di 500 scudi da ritirarsi in
Alessandria.
Il Granduca poi accolse la
domanda del Raddi, prorogando per la famiglia di lui l'uso dell'abitazione
destinatagli nel già liceo di Candeli e passando alla famiglia medesima durante
la sua assenza l'intero stipendio di cui godeva.
La spedizione
franco-toscana era pronta a partire da Tolone nella seconda
metà d'ottobre 1827; ma alla notizia della battaglia di Navarrino, avvenuta il
20 ottobre e che decise della sorte dei greci, venne sospesa la partenza,
poiché si temevano serie complicazioni tra la Francia e le potenze del Levante.
Circa un anno dopo, però, essendo
le relazioni francesi con l'Egitto avviate ad una pacifica soluzione, fu permesso
allo Champollion ed al Rosellini di potere effettuare il loro desiderato
viaggio. Ed infatti, ambedue gli illustri scienziati ed i loro compagni,
imbarcatisi sulla corvetta da guerra l’Egle, salparono da Tolone il 31
luglio 1828, ed il 18 agosto sbarcarono ad Alessandria.
Durante la loro permanenza in
Egitto, gli scienziati toscani fecero copiose raccolte pregevolissime di
disegni, di scritture e di «rari monumenti.» Il Raddi, in particolar modo, fece
«doviziosa incetta di mammiferi, uccelli, rettili, pesci, molluschi, piante,
minerali e rocce, che arricchirono notabilmente i Musei di Pisa e di Firenze.»
Ma la sventura lo colpì lontano dalla famiglia e dalla patria.
Sfortunato quanto abile ed
indefesso indagatore delle leggi della natura, per l'animo suo infaticabile e
per l'inclemenza dell'estraneo cielo, riportò fiere lesioni nella salute. Egli
si separò dai compagni per anticipare di qualche poco il suo ritorno in Toscana.
Ma l'avverso destino anche quella estrema consolazione volle negargli; e giunto
a Rodi miseramente vi morì il 6 settembre 1829. Gli oggetti da lui raccolti
furono inviati in Toscana dai consoli di Sardegna e d'Austria in quell'isola.
Alla sua prematura fine aveva anche contribuito il dolore della morte del suo
addetto G. Galastri, morto qualche mese innanzi, mentre faceva ritorno in
Europa.
Il dottore Alessandro Ricci poi,
che doveva essere il medico dei suoi compagni, per la morsicatura di uno scorpione
a Tebe, rimase paralizzato; e dopo due anni di una infelicissima vita anch'egli
morì.
Ad eccezione di queste non lievi
sciagure, la spedizione della Commissione toscana, sortì pienamente il
desiderato effetto: e quando il Rosellini sulla fine del 1829 tornò in patria
portando seco tante e sì svariate raccolte ricchissime, «fu acclamato dal
Principe, dal Governo e da numeroso stuolo dei suoi eletti amici.»
Mentre Leopoldo II si sentiva
pienamente soddisfatto per avere favorita la spedizione letteraria d'Egitto, ed
il suo amor proprio di Sovrano di uno Stato eminentemente civile era appagato,
vagheggiava nella mente un altro vasto progetto che era l'ideale del conte
Fossombroni che non finiva mai di raccomandarlo in mille modi al Principe, il
quale se ne infervorò poi tanto, che alla fine gli parve quasi d'averne avuta
lui per primo l'idea. E il Fossombroni glielo lasciava credere, contento
soltanto che l'impresa si effettuasse.
E quella impresa che tanto
allettò Leopoldo II, che lo sedusse addirittura, fu il bonificamento della
Maremma, intendendo così di emulare il grande avo Pietro Leopoldo e suo padre
che avevano bonificato la Val di Chiana e che già vagheggiavano anche quello
appunto della Maremma, se alcuni lavori idraulici di saggio, preordinati dallo
scolopio Padre Ximenes avessero dati i resultati che, egli «con troppa
asseveranza» aveva garantiti.
Opera da antichi romani e non da
piccoli Stati era quella; ma quando questi piccoli Stati sono saviamente e
seriamente amministrati, possono dedicarsi ad opere grandiose che col tempo poi
rendono il cento per uno.
Il tratto da bonificarsi lungo il
mare, dallo sbocco della Cecina arrivava sino al confine pontificio: per
conseguenza sarebbero stati incalcolabili i vantaggi che lo Stato avrebbe
risentiti dal ridurre coltivabili e coltivate quelle grandi estensioni di
terreni.
Il conte Fossombroni «dalla
quiete del suo privato gabinetto» aveva immaginato di bonificar la Maremma fino
dal 1804: e nella Lettera Pseudonima da lui diretta in quell'anno a
Giovanni Fabbroni, autore dei «Provvedimenti Annonari» velandosi sotto il
titolo di «Professore all'Università di Pavia,» si rilevano i concetti
modernamente economici e basati sulla più ampia libertà di commercio, dai quali
era animato il grande statista toscano.
»Se io fossi un sovrano (dice il
Fossombroni in quella lettera) vorrei senza alcun rischio fare un'esperienza la
più convincente e luminosa sulla efficacia della libertà di commercio e
d'industria. Sceglierei una provincia (la grossetana) sufficientemente
fertile e popolata del Regno Etrusco (come allora si chiamava la Toscana), che
rendesse all'erario una somma della quale potessi per qualche anno farne di
meno, a condizione di esserne poi rimborsato con frutti amplissimi. Allora,
salvo i riguardi dovuti alla religione, alla polizia ed alla civile
giudicatura, e promuovendo le opere pubbliche, come canali, strade e tutto ciò
che contribuisce al circolo delle fortune, vorrei che ogni abitante che
operasse da galantuomo potesse in quella provincia industriarsi come volesse, e
senza gabelle alle porte della città, senza dazi doganali, senza pedaggi, ogni
cosa nazionale ed estera potesse girare, entrare, uscire, vendersi e prezzarsi
come meglio ognuno volesse. In cinque anni quella provincia diventerebbe un emporio
di tutte le ricchezze del regno, e di molte dei regni confinanti, specialmente
se avesse un porto di mare.»
Nell'applicazione di queste
massime, di queste larghe vedute d'un uomo di genio, starebbe forse, e senza
forse, anche ora, la risoluzione di tante questioni e di tanti problemi che i
governi di tutti i paesi guidati da idee che non sapremmo come qualificare, non
son mai stati buoni a risolvere ed hanno impoverito i paesi. Soltanto quando la
gente tumultua perché ha fame, ricorrono allo improvvido mezzo di inventare
lavori ed opere pubbliche, che aggravano più che mai le popolazioni,
ingrassando invece gli intraprenditori di quei lavori, che dopo pochi anni non
son che un ammasso di macerie. Forse ciò si permette per continuare a dar
lavoro alle masse, ed impinguar sempre più gl'ingordi speculatori, che così
facilmente arricchiti vanno poi a mano a mano formando le future aristocrazie!
E questo è il rimedio!
Un esempio privato di
bonificamento era venuto fin dal 1780 dal conte Cammillo della Gherardesca, per
la sua tenuta di Bolgheri, distante sessanta o settantacinque chilometri da
Pisa, e circa sette dal mare, sulla sponda sinistra della Cecina. Per liberare
quella vasta tenuta dalle acque stagnanti e limacciose che rendevano
improduttivo il terreno e pestifera l'aria, il matematico Padre Ximenes suggerì
al conte Della Gherardesca l'apertura di quella larga fossa che dal nome del
proprietario fu perciò detta Cammilla, la quale procurò subito il
prosciugamento dei terreni tra Bolgheri, Bibbona ed il mare.
Questo felice resultato che
convertì i più increduli, fanatizzò gli abitanti di Bibbona, che nel
bonificamento di quelle terre videro la loro fortuna avvenire; perciò
domandarono d'entrare a parte del benefizio, sobbarcandosi alla quota delle
spese. «Ed i Gherardesca anziché lasciarsi governare da quel perverso egoismo
che fa dell'uomo il peggior nemico dell'uomo, si compiacquero ammetterli ad
usufruire delle proprie comodità.»
A meritato titolo di lode vanno
registrati questi nobili atti di quei vecchi signori toscani, - sebbene pochi,
ma in compenso infinitamente liberali e veramente nobili - i quali avevano idee
umanitarie così vaste, e non sdegnavano di farne compartecipi gl'infelici
abitanti di quelle terre che fino allora parevano maledette. Ecco il beninteso
sollievo alle masse, che hanno diritto di vivere!
Il figlio del conte Cammillo,
Guido Della Gherardesca, volle con gli anni continuare la benefica opera del
padre; ma il parere discorde di ingegneri, di periti e d'idraulici, fece sì che
egli fosse costretto a mandarli tutti a far benedire e sospendere l'esecuzione
del suo progetto.
Però, quello che riusciva
difficile, anzi quasi impossibile a tanti barbassori, a tanti periti senza
perizia, a tanti ingegneri senza ingegno - come pur troppo anch' oggi ne
esistono e si fanno sentire col loro urlare ai quattro venti l'abilità che non
hanno - riuscì facile senza tanto strepito e senza tanta boria, ad un uomo
oscuro e modesto che tutt'altro aveva studiato in vita sua che l'idraulica e
l'ingegneria.
E quest'uomo fu il fattore di
Bolgheri, Giuseppe Mazzanti, che sfornito di teorie ma ricco dei lumi
dell’esperienza, con l'osservazione che egli aveva fatto del naturale
movimento delle acque durante le pioggie, accecò il canale detto Seggio
Vecchio e ne scavò un altro detto Seggio Nuovo, per la qual cosa gli
estesissimi campi già paludosi, con esito brillantissimo divennero fertili
quanto più si poteva desiderare.
Il Mazzanti ebbe in riconoscenza
dal Granduca «una medaglia d'oro accompagnatagli con onorevolissimo officiale
chirografo; e dal conte Della Gherardesca fu remunerato adeguatamente al
servizio.»
Con tali precedenti, con
l'esempio dell'avo, con gli incitamenti del Fossombroni e con le buone
disposizioni dell'animo suo, Leopoldo II nel 27 aprile 1828 emanò l'editto per
il bonificamento della Maremma a spese dello Stato.
I lavori cominciarono sulla fine
del 1829 e vi furono impiegati circa cinquemila operai concorsi da varie parti
della Toscana, da altri Stati e dall'estero, sotto la direzione del cavalier
Alessandro Manetti, che era alla immediata dipendenza del Granduca.
Il 26 aprile 1830 fu il giorno
bene augurato; poiché compiuto il lavoro «le acque dell'Ombrone arrivarono
velocissime alla palude, con immensa consolazione e festa del principe presente,
e di molti altri personaggi accorsivi da diverse parti, per solennizzare
l'avvenimento che doveva segnar l'epoca della restaurazione maremmana.»
Con l'iniziamento di un'opera
così grandiosa, pareva che a Leopoldo II fosse assicurata la felicità del suo regno:
ma invece, indipendentemente da quel fatto, sorsero per lui serii guai
politici, molto superiori alle sue forze, che cominciarono a intiepidire i
buoni rapporti tra sudditi e sovrano.
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