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Seconde nozze - La chiesta di
matrimonio - Maria Antonia delle Due Sicilie - Il principe Corsini - Leopoldo
II parte per Napoli - Sua permanenza in quella città - Gita a Pompei -
Festeggiamenti - Il contratto nuziale - Matrimonio religioso - Gli sposi
s'imbarcano - Preparativi a Firenze - Arrivo a Livorno della coppia nuziale -
Feste - Gli sposi si recano a Pisa - Feste a Pisa - Solenne ingresso di
Leopoldo Il e di Maria Antonia a Firenze Te Deum e feste – «A Firenze
non ce stanno poveri.»
Leopoldo II, per «appagare - da
buon sovrano - le brame dei sudditi,» dopo nemmeno un anno di vedovanza,
stabilì di passare a seconde nozze. E siccome per ragione di Stato egli doveva
far questo passo, così cercò di farlo meglio che poteva, poiché questa volta
era libero di scegliere da sé e non era costretto ad obbedire al babbo, alla
mamma e ai ministri, e prender la moglie che gli avrebbero data. Perciò scelse
una delle più belle principesse delle case regnanti d'Europa, disponibili per
una corona. Benché Leopoldo II avesse trentasei anni, non si peritò a prendere
una giovinetta che ne aveva appena diciotto, memore forse del dettato
fiorentino: «A cavallo vecchio, erba tenera.»
Intavolate le trattative
diplomatiche fra il gabinetto toscano e quello di Napoli, poiché la prescelta
sposa era la principessa Maria Antonia delle Due Sicilie, sorella del re
Francesco I, la domanda del Granduca di Toscana fu accolta col più gran piacere
dalla Corte napoletana, e il parentado fu stabilito.
Il principe Don Tommaso Corsini
ebbe da Leopoldo II la prova della stima in cui lo teneva, incaricandolo di
recarsi a Napoli in suo nome a chiedere la mano della bellissima principessa:
ed il principe, vero signore in tutta la estensione della parola, vi si recò da
par suo, facendo al tempo stesso onore al Sovrano ed allo Stato che
rappresentava.
Don Tommaso Corsini partì da
Firenze alla metà di maggio del 1833; ed arrivato a Napoli, fu ricevuto dalla
Corte con gli onori che gli si competevano come inviato del Granduca, e con la
distinzione che egli meritava personalmente.
Il contratto nuziale fu
privatamente stipulato a Napoli il 21 di maggio; e due giorni dopo, il principe
Corsini con grande cerimoniale si recò alla reggia per fare la chiesta formale
della mano della principessa a nome del Granduca di Toscana.
L'idea di garantirsi prima con la
stipulazione del contratto, e far dopo la chiesta della mano, è piuttosto
curiosa e anche un tantino napoletana.
1 due giorni che trascorsero fra
la scritta matrimoniale e la cerimonia della domanda «formale» furono
impiegati a preparare di comune accordo i discorsi, che tanto da una parte che
dall'altra sarebbero stati pronunziati in quella occasione. Stabilita così la
parte più importante di quella specie di commedia officiale, la mattina del 23
maggio Don Tommaso Corsini si recò solennemente al palazzo reale, ove fu
ricevuto come un sovrano. Giunto quindi alla presenza del re Francesco I, gli
rivolse il combinato discorso dicendogli che il Granduca di Toscana, suo
Signore, lo aveva con «sommo onore» inviato presso S. M. onde chiederle la mano
della sua augusta sorella. Fra i meriti che furon messi innanzi, vi fu quello
che Leopoldo II nasceva dalla granduchessa Maria Luisa zia del re stesso; e che
perciò, egli rammentando le virtù dell'augusta madre sua, le quali erano state
sempre una prerogativa delle principesse napoletane, desiderando di vederle
«risplender di nuovo al suo lato» aveva prescelta donna Maria Antonia. La
quale, «congiungendo al sangue illustre la venustà delle forme, le grazie del
sesso e dell'età, era quella che a lui ed allo Stato avrebbe potuto dare una
costante felicità.»
Pronunziate altre parole, con le
quali si alludeva alla speranza di figli maschi - che sembrava dover essere il
patto fondamentale - il re rispose al principe Corsini, dichiarando di
accettare di tutto cuore la domanda del suo amatissimo cugino «dalla
Provvidenza tanto ben collocato nell'elevato posto di Granduca di Toscana.»
Dopo la risposta del re, Don
Tommaso Corsini si rivolse a Sua Maestà la Regina madre, spiegando anche a lei
- ciò che già essa sapeva da un pezzo - il motivo della sua presenza. Ed
entrando nell'argomento, le disse che il Granduca conoscendo per fama le nobili
qualità personali della avvenente principessa, sapeva «che oltre la bellezza
delle forme - la lingua batte dove il dente duole - e le grazie del sesso, essa
avrebbe imitato l'augusta genitrice, madre saggia e affettuosa di quella bella
e numerosa famiglia della quale la Divina Providenza aveva voluto
circondarla.»
Che era quanto dire che Leopoldo
II gradiva d'aver dei figliuoli.... possibilmente maschi. E la Divina
Provvidenza lo contentò, senza però collocarli nell'alto posto che egli
occupava, perché già nei suoi imperscrutabili decreti aveva destinato che non
ci continuasse a star nemmen lui, che ne sdrucciolò due volte, e alla seconda
non fu buono di rialzarsi!
La Regina replicò al principe
Corsini, come era stato convenuto, che Ella accoglieva con piacere la domanda
del Granduca di Toscana, assicurandolo che la Principessa sua figlia si sarebbe
«sforzata» dal canto suo, di meritare l'amore del suo augusto sposo, adorno di
tutte le qualità desiderabili per formare la sua felicità.»
Lo «sforzo» sarà stato quello di
amare un uomo che quasi quasi le poteva esser padre, e che per di più non era
un Apollo, piuttosto che quello di meritare l'amore di lui, che doveva invece
reputarsi felice se veniva accettato il suo dalla bella e formosa principessa
napoletana.
Queste cose però si potevano
pensare ma non dirle.
Recitata anche con la regina
madre la seconda parte, Don Tommaso Corsini si rivolse alla giovane sposa, per
tenerle press'a poco il medesimo discorso. Infatti, prendendo le mosse dalle
virtù che la adornavano e terminando coi «pregi particolari di natura» che il
cielo le aveva prodigati e che l'avevano «a ragione» fatta prescegliere per
sposa dal Granduca, le domandò il suo consenso dopo aver ottenuto già quello
del suo augusto fratello e della non meno augusta genitrice. Quindi facendo
l'elogio del suo Signore, il principe Corsini l'assicurò che in esso ella
avrebbe trovato «uno sposo saggio e tenero, ricolmo di tutte le più belle
qualità sociali e familiari» che essa poteva desiderare. Conchiuse poi con
l'assicurarla che i toscani l'avrebbero amata come amarono la sua zia,
buon'anima, l'augusta granduchessa Maria Luisa madre del suo futuro sposo,
poiché pareva proprio che tanto il Granduca che Don Tommaso Corsini,
ritenessero di un grand'effetto sull'animo di Donna Maria Antonia, l'idea di
sposare il figlio di sua zia!
La chiusa poi del discorso del
principe, che come gli altri due pareva un sonetto a rime obbligate, fu la
solita allusione ai figli maschi. Dopo aver magnificato alla principessa la
soavità del clima della sua nuova patria, «l'amenità delle ridenti e ben colte
campagne, la educazione - che allora non era una parola senza senso - del
popolo, l'amore per le belle arti e gli studi» le disse che da questa unione si
sperava che fossero «appagati e coronati dal più felice successo quei fervidi
voti indirizzati al cielo dalle reali famiglie e dai popoli,» per appagare le
brame dei quali, Leopoldo II riprendeva moglie.
La scusa non era cattiva!
La Principessa se non fece il
viso rosso sentendo per la terza volta ripetere quella faccenda del resultato
delle nozze, vuol dir che in cuor suo nutrì tanta fede e tanta fiducia in Dio,
da potere affrontare impavida il suo nuovo destino.
L'avvenentissima Donna Maria
Antonia delle Due Sicilie, replicò al principe Corsini testualmente così senza
sbagliare una parola:
»Son grata alla domanda della mia
mano fatta da Lei, signor Principe, in nome del suo sovrano il Granduca di
Toscana, i di cui pregi e qualità non mi lasciano esitare ad unire il mio
consenso a quello del Re mio fratello e della Regina, mia augusta e carissima
madre; riconoscendo con gratitudine dover solo alle Loro affettuose cure la
felicità che mi promette questa unione, tanto più lusinghevole al mio cuore,
che non mi allontanerà di molto dalla mia cara famiglia.
Desidero vivamente trovar in
quella di S. A. I. e R., della quale vado a far parte, l'amicizia che già
nudrisco per Lei, come spero che seguendo le massime di famiglia che mi sono
state ispirate dai primi giorni della mia età, potrò meritarmi l'affetto della
buona e colta Nazione Toscana, così commendevole pel suo attaccamento ai suoi
Sovrani.
Dichiaro ora a Lei, signor
Principe, che il suo Sovrano non poteva scegliere personaggio più adatto di Lei
ad adempiere all'incombenza che Le è stata affidata, essendomi ben note le
virtù e le eminenti qualità che l'adornano, e per le quali ha tanto meritata la
stima e la fiducia dello stesso suo Sovrano.»
Questo complimento era stato
rivolto sinceramente a Don Tommaso Corsini anche dal Re Francesco e dalla
Regina sua madre.
Compiuta così la cerimonia della
domanda officiale, non s'aspettò altro che l'arrivo a Napoli di Leopoldo II.
Già da qualche giorno erano partiti alla volta di Firenze il principe e la
principessa di Salerno, che vi arrivarono il 20 maggio, incontrati fuori di
Porta a Pinti dal Granduca stesso e dalla matrigna - già sua cognata e....
suocera - granduchessa Maria Ferdinanda.
Il principe e la principessa,
furono ospitati a Palazzo Pitti; e dopo aver visitata la città e le gallerie di
cui si mostrarono entusiasti, ripartirono il 23 maggio, precedendo di un giorno
il Granduca, che partì pure per Napoli accompagnato dal gran ciambellano
marchese Lodovico Incontri, dal brigadiere Sproni, dal cavaliere Antonio
Montalvi, dal segretario Giannetti, dal commesso Bitthauser, dal prof. Paolo
Scavi, dall'ingegnere Silvestri, dal pittore Angiolini, dal cameriere Nasi, e
dal furiere Salvadori.
La partenza ebbe luogo in cinque
carrozze di posta; e la carrozza di cucina si era avviata un giorno avanti con
Marco Santini primo confetturiere, Leopoldo Gambacorti cuoco, Leopoldo
Gargaruti garzone di confetturiere, ed il pulitore di cucina,
Mariotti.
Il giorno dopo la partenza del
Granduca, partirono pure il maggiordomo maggiore, la maggiordama maggiore ed
altre dame «e distinti soggetti» della futura sposa.
A Roma, il 26, Leopoldo II ricevé
la visita dei principi di Salerno che lo aspettavano, e coi quali proseguì il
viaggio per Napoli, dove fece ingresso la sera del 28 alle sette e mezzo
pomeridiane a fianco del re, che era andato a riscontrarlo fino a Capua.
Il Granduca fu alloggiato al
Chiatamone; e la mattina dopo, il popolo napoletano aspettava che uscisse per
vederlo bene di giorno: ed egli per dargli la dovuta soddisfazione, andò a
passeggiare per la città con la Regina e l'augusta sposa.
Il Diario di Corte non dice che
effetto fece ai napoletani l'augusto sposo, che era alto poco meno di due metri
e di già un po’ curvo: ma si può supporre.
Il Granduca ricevé dalla Corte
molte dimostrazioni d'affetto e di simpatia, forse perché era - come si suol
dire - un buon partito; e forse anche, per supplire alla non soverchia
espansione della principessa, che pur vedendolo per la prima volta, non era
stata colpita da quella sensazione ignota, che tutte le ragazze s'aspettano.
Il dì 3 essendo l'onomastico del
re, Leopoldo II alle undici antimeridiane andò in grande uniforme - cioè tunica
bianca, pantaloni rossi con la banda dorata, e lucerna gallonata d'oro con lo
spennacchio verde - a complimentare il cugino cognato; e la sera con tutta la
famiglia reale, si recò allo spettacolo di gala al San Carlo.
Fra le tante attenzioni ricevute
dalla Corte napoletana, quella che forse fu più gradita dal Granduca, fu la
gita a Pompei il primo di giugno, dove egli desinò col suo seguito ed i
personaggi napoletani che gli erano stati assegnati dal re.
Le tavole vennero disposte nel
luogo chiamato i bagni Pubblici, «dove tuttavia si conservano due belle
stanze a volta reale.»
Nella prima stanza fu posta la
tavola per le dodici persone del seguito; e nella seconda, meglio conservata e
più spaziosa, quella del Sovrano e delle cariche.
Dopo desinare, Leopoldo II
assisté agli scavi ove fu scoperto «una gran parte d'un pavimento ed una
nicchia a mosaico, alcune conchiglie, ed una piccola figura di bronzo che fu
battezzata per un Ercole.» Nel tempo che il Granduca osservava questo, fu
avvertito che si scoprivano in altra parte delle ossa: egli vi accorse, e si
dilettò nel veder mettere alla luce tre cadaveri umani ottimamente conservati,
un anello che per ricordo si pose in dito, un lume a mano, un piccolo vaso di
rame, una specie di bacino a due manichi, ed altri oggetti ed utensili dei
quali gli fu fatto un presente.
Il Granduca fu soddisfattissimo,
e ne parlò con compiacimento ad alcuni artisti napoletani che gli vennero
presentati.
La mattina del 4 giugno fu fatta
in suo onore una rivista generale di 6000 uomini «con diverse
evoluzioni» alla presenza del re e dei principi della casa reale. Leopoldo II
vi intervenne a cavallo ed ammirò molto la tenuta delle truppe, come doveva
fare: ma si era divertito più a Pompei.
La sera andò alla magnifica festa
data in suo omaggio dal principe Tommaso Corsini ed alla quale intervenne la
Corte e tutta l'aristocrazia napoletana, che ne rimase ammiratissima.
Alle dodici meridiane del dì 5,
nelle stanze del re Francesco, fu stipulato il contratto civile fra il Granduca
e S. A. R. Donna Maria Antonia, principessa delle Due Sicilie. In questa
occasione Leopoldo II conferì varie decorazioni dell'Ordine di San Giuseppe,
cominciando dal Re fino agli ufficiali d'ordinanza.
Finalmente, con tutto lo sfarzo
spagnolescamente barocco della Corte napoletana, la mattina del dì 7 di giugno
alle dieci e mezzo fu celebrato nella cappella reale il matrimonio alla
presenza del Re, dei principi della Casa, dei ministri esteri, delle cariche,
dei ciambellani, dei generali e della nobiltà ammessa a Corte.
Da un cappellano di camera fu
prima letto il Breve della dispensa di consanguineità; e quindi da
Monsignor cappellano maggiore, assistito da due cappellani di camera e dal
parroco di Corte, fu compita la cerimonia, durante la quale i forti di Napoli
tiravan le cannonate, e le campane delle chiese suonavano a distesa in una
generale confusione di festante sbalordimento.
Gli sposi si ritirarono quindi
nel Regio appartamento, e nel gran salone ricevettero gli omaggi dei ministri e
di tutte le persone ragguardevoli.
Al tocco - e pareva l'ora -
andarono soli al Chiatamone, ove si trattennero fino alle due e mezzo,
essendosi poi compiaciuto il Granduca di presentare alla sposa «gli individui»
della sua Corte.
Dopo il pranzo di famiglia, che
ebbe luogo al palazzo reale, il Granduca e la nuova Granduchessa di Toscana
andarono al passeggio in carrozza di gala; e la sera alle nove si recarono al
teatro di San Carlo, ove furono accolti «da triplicati applausi.»
Il giorno seguente al tocco, il
re andò a far visita agli sposi; e dopo di esso vi si recarono i principi.
La partenza per Firenze fu
fissata per le quattro pomeridiane; e gli sposi con la famiglia reale nelle
lance di Corte, andarono alla R. Fregata la Sirena, che dopo mezz'ora
fece rotta per Livorno. Il Re e la Regina rimasero a bordo con gli sposi fino
alle sette e mezzo; e quindi con altra fregata tornarono a Napoli.
I forti di Napoli ed i bastimenti
che si trovavano all'àncora, uniti ai cinque legni da guerra che trovavansi in
porto, salutarono all'atto dell'imbarco la reale comitiva, che non poteva
celare l'emozione di quel momento.
Frattanto a Firenze c'era una
grande aspettativa per la futura Sovrana, preceduta già dalla fama della sua
bellezza: si preparavano agli sposi grandi accoglienze e non si parlava d'altro
che delle feste che si sarebbero fatte al loro arrivo.
Anche il Magistrato civico si
dava un gran da fare perché la città comparisse degna delle sue tradizioni di
civiltà. E nell'adunanza del 27 maggio «facendosi interpetre del voto pubblico
e dell'esultanza generale di tutti i sudditi nel considerare che con tal mezzo
la Divina Provvidenza voleva confermare la speranza dell'assicurazione dei
destini della Toscana, deliberò che la Comunità era nel preciso dovere
di esternare la sua viva gioia per sì felice avvenimento.»
Se il Magistrato non fosse stato
certo che la Divina Provvidenza assicurasse i destini della Toscana con la
nascita di qualche principe a preferenza di altre principesse, non avrebbe
sentito il preciso dovere d'esternare nessuna gioia.
In ogni modo fu stabilito che il
Gonfaloniere, cavaliere balì Cosimo Antinori, offrisse in nome pubblico al
Governo, in assenza di S. A., una festa pubblica in continuazione di quelle
solite farsi per San Giovanni.
Del progetto delle feste fu
incaricato l'ingegnere di circondario Paolo Veraci, il quale propose una gran
festa campestre ed una cuccagna alle Cascine, per la quale si supponeva
occorrere la spesa di settantaduemila lire toscane, salvo quel più che poteva
occorrere per renderla più decorosa e splendida «e di soddisfazione del popolo»
che poi in fondo era quello che doveva pagare: supposto sempre che con qualche
alzata d'ingegno, il Magistrato civico non trovasse modo di far pagare ogni
cosa al graziosissimo Sovrano. Ma il magistrato però, «a sollievo»
appunto del popolo, soppresse la progettata cuccagna, e vi sostituì la
estrazione di sessanta doti di cinque scudi l'una «a povere zittelle della
città di Firenze, dai diciotto ai venti anni.»
Oltre a questa festa, l'ingegnere
Veraci propose anche di estendere le consuete illuminazioni, prevedendo perciò
una somma di ottomila lire di più.
Nel tempo stesso che deliberava
tali feste, il Magistrato ebbe la gretta e meschina idea di deliberare un'istanza
al Granduca perché si degnasse di fare anticipare dalla Depositeria la somma di
settantamila lire da restituirsi a ventimila lire l'anno! Ci si doveva
venire!...
Fu altresì deliberato avvisare ed
invitare «il pubblico ed abitanti della città» ad adornare le finestre delle
loro case d'arazzi e tappeti nelle strade ove sarebbero passate le loro Altezze
Imperiali e Reali, in occasione dell'ingresso solenne in Firenze. E di più, che
nella sera, gli stessi signori «abitanti della città indistintamente», fossero
invitati anche «ad illuminare le loro case in segno d'esultanza e di giubbilo
del fausto avvenimento del loro matrimonio.» cioè quello dei
sovrani, e non degli abitanti con le case, come parrebbe che s'intendesse dal
testo curioso della deliberazione del Magistrato.
Ma dopo tre giorni, il Magistrato
riflettendo «che non era di convenienza della Comunità di domandare un
imprestito alla R. Depositeria per supplire alle spese della festa da offrirsi
a S. A. R. e I. in occasione del di Lui Matrimonio, si riposero - e
fecero bene - dal partito del 27 precedente, dichiarandolo come non avvenuto,»
ed approvando il progetto della festa alle Cascine e delle sessanta doti da
estrarsi in uno dei prati delle Cascine stesse, stabilirono di supplire alla
spesa occorrente, «commettendo al signor Gonfaloniere di implorare dall' I.e R.
Governo l'autorizzazione di creare un imprestito fruttifero da rimborsarsi a
rate annue.» Dai signori adunati vennero poi eletti nella stessa adunanza per
assistere il Gonfaloniere nella occasione delle feste i due loro colleghi cav.
Pier Francesco Aldana, e Carlo Berretti.
Per ciò che riguardava la festa
delle Cascine, fu nella adunanza del 19 giugno 1833 dichiarato «che per
l'ingresso al padiglione destinato specialmente per la R. Corte, fosse fatto
l'invito generale alle Stanze del Casino dei Nobili e alle Stanze dei
cittadini, per l'ammissione di tutti quelli ammessi in detti locali, purché
decentemente vestiti in frak, pantaloni e scarpe» !!
Che ci volesse una deliberazione
speciale del Magistrato civico, per imporre a coloro che frequentavano il
Casino dei Nobili e le Stanze dei cittadini, i quali avessero desiderato di
penetrare nel padiglione della Corte, che si mettessero i pantaloni e le
scarpe, è piuttosto strano. Sarebbero stati dei cittadini e dei nobili molto
originali se ne avessero fatto a meno, specialmente essendo in giubba!
Fino dal dì 8 giugno erano
partite da Firenze la Granduchessa vedova, l'arciduchessa Maria Luisa e le
piccole arciduchesse con numeroso seguito, tutte dirette a Pisa per recarsi a
Livorno, onde esser presenti allo sbarco degli sposi serenissimi. Il dì 9 era
arrivato a Firenze il corriere da Napoli, che portava al Governo la notizia
officiale del matrimonio celebrato. La Sirena fu in vista di Livorno, a
molta distanza, il giorno 13 alle sei e mezzo, mentre si faceva per la città la
consueta processione dell'ottavario del Corpus Domini.
La mattina seguente alle tre,
prima di giorno, il Governatore di Livorno e il capitano del porto, andarono
incontro alla Sirena «per darle pratica e per munirla di piloto onde
potesse francamente dar fondo;» ed alle undici e mezzo, a due miglia, la nave
gettò l'àncora.
A mezzogiorno la Granduchessa
vedova, l'arciduchessa Luisa, e le arciduchessine Carolina, Augusta, e
Massimiliana, con tutte le cariche di Corte andarono in una lancia a bordo
della fregata, ed al tocco scesero tutti dalla Sirena sbarcando dopo
mezz'ora nella darsena, davanti ai quattro mori, «fra il rimbombo delle artiglierie
del forte, dei bastimenti da guerra ancorati nel porto, e dagli applausi di
immenso popolo.» Il Granduca, la granduchessa Maria Antonia le altre
principesse e le cariche, montarono in otto carrozze di gala; e passando da
Porta Colonnella, per Via Grande dov'era schierata la guarnigione, entrarono
nella Cattedrale ricevuti dal clero, dalle magistrature, dagli ufficiali e
consoli esteri, e fu cantato il Te Deum in musica.
Andati a palazzo, i Sovrani
ricevettero le cariche cittadine; e alle sette, dopo pranzo, andarono ad
assistere alla corsa dei cavalli col fantino, nel nuovo «Viale
dell'Acquedotto»: quindi si portarono a vedere il tempio ebraico, ed alle dieci
assistettero alla festa da ballo data in loro onore dalla città, nella Gran
Conserva, vulgo Cisternone, rimanendovi fino al tocco dopo mezzanotte.
Dopo essersi trattenuti tutta una
giornata a Livorno, il dì 16 giugno alle due pomeridiane gli augusti sposi
partirono per le Cascine nuove di Pisa, ove arrivarono verso le tre e mezzo,
ricevuti dal Governatore.
Per acquistare tempo, fu
anticipato il pranzo, che fu servito alle quattro, dopo il quale i Sovrani
continuarono la via crucis dei divertimenti officiali, cominciando da un
trattenimento campestre dato in loro onore dalla R. Amministrazione delle
Cascine, e consistente nella mostra «delle diverse razze che col migliore
ordine passarono davanti alle finestrine della Palazzina, dove i Sovrani
stavano affacciati.»
Quindi fu fatta una curiosissima
corsa di cammelli con fantino, e dopo furon messi in libertà una quantità di
daini «che a bella posta erano stati per qualche giorno rinserrati: finalmente
chiuse il divertimento la così detta caccia del toro.»
Dopo questo primo saggio di
feste, il Granduca e la Granduchessa si disposero a fare l'ingresso in Pisa
entrandovi la sera alle nove per la Porta Santa Maria, facendo il giro di tutta
la città per godere l'illuminazione fino alle undici, ora in cui
smontarono alla R. Residenza, per entrare in barca onde percorrere l'Arno fino
alla mezzanotte per godere anche la luminara.
Ormai giacché c’erano, vollero
fare la campana tutta d'un pezzo senza prender riposo, per uscirne più presto e
anche perché se no, i lumi si spengevano.
Il seguente giorno cominciò la
divertente fatica dei ricevimenti dopo essere stati, la mattina, alla
primaziale in piccolo uniforme, con servizio di chiesa, per ascoltar la
messa, detta dal Vescovo di Livorno, lo stesso monsignor Gilardoni che aveva
assistito fin da ultimo, un anno fa, la defunta granduchessa Maria Anna!
Le Arciduchessine accompagnate
dalla Granduchessa vedova, partirono alle cinque pomeridiane; e così non
assistettero alle regate «delle Lance,» - dal Ponte di mezzo al Palazzo reale,
- dal terrazzino del quale gli sposi godettero tale spettacolo.
A forza di godere non ne potevano
più!
Finalmente il giorno seguente
dopo avere assistito anche alle corse dei cavalli sciolti «per ambedue le parti
del Lungarno» i Sovrani con l'arciduchessa Luisa partirono per Firenze,
fermandosi all’Ambrogiana dove passarono la notte.
Il dì 20 giugno era stato
stabilito per il solenne ingresso della nuova Granduchessa nella capitale; per
conseguenza il riposo dell'Ambrogiana non fu soverchiamente lungo: e bisogno ce
ne sarebbe stato; perché dopo tutto lo strapazzo - piacevole fin che si vuole -
delle feste a Livorno e a Pisa, vi era quello anche maggiore che l'aspettava
nella capitale coi ricevimenti, gli spettacoli e le comparse pubbliche, da
ringraziare Iddio con tutto il cuore quando sarebbero finite.
Intanto fino dalla mattina alle
dieci, i componenti la R. Anticamera, «in piccolo uniforme» si riunirono nel
Quartiere delle Stoffe in attesa dei Sovrani; e per la medesima ora erano state
invitate le cariche di Corte, le dame e i ciambellani di servizio, perché si
trovassero alla Villa Tempi fuori della Porta San Frediano, la quale villa era
stata prescelta per lasciare le carrozze da viaggio con le quali sarebbero
arrivati gli augusti personaggi, e prendere «le mute di Corte.»
Avendo però i reali sposi
anticipato il loro arrivo, essi ed il loro seguito si valsero del tempo
acquistato per cambiarsi di abiti, e così far l'ora che le cariche invitate
fossero riunite.
Il suono delle campane di tutte
le chiese e le salve d'artiglieria delle Fortezze di Belvedere e da Basso,
annunziarono al popolo, che fin dalle prime ore delle mattina si accalcava per
le strade dalle quali sarebbe passato il reale corteo, la partenza di esso
dalla Villa Tempi. Il suono delle musiche, il rullo dei tamburi, i comandi
degli ufficiali alle truppe schierate, il brusìo della gente, l'impazienza dei
più fanatici, che cominciavan di già a batter le mani, annunziò che finalmente
il Granduca entrava in Firenze con la augusta sposa.
Bisognava veder Firenze quella
mattina! Era splendida addirittura: tutte le botteghe eran chiuse, le case
ornate di tappeti; dai finestroni dei palazzi pendevano arazzi ricchissimi di
infinito pregio da destare la meraviglia dei forestieri che. non capivano come
mai così numerosi e pregevoli oggetti d'arte, che altrove si sarebbero tenuti
chiusi gelosamente nei musei, qui si mettessero fuori come pubblico ornamento
in occasione di feste. Perciò comprendevano sempre più, che si trovavano nella
vera patria dell'arte, che vi aveva profusi i suoi tesori sotto tutte le forme,
con una larghezza ed una magnificenza non mai veduta altrove.
Quando il corteo nuziale arrivò
alla porta, fu un'esclamazione unanime d'ammirazione per il suo sfarzo
veramente
regale.
La carrozza dov'erano gli sposi
preceduta da due lacché, era dorata, lateralmente tutta a cristalli: e sul cielo
di essa due puttini alati reggevano la corona granducale. I sei superbi cavalli
morelli che vi erano attaccati avevano i finimenti dorati, ed eran tenuti da
palafrenieri di Corte in gran gala. Due cacciatori a piedi eran dietro, e gli
staffieri facevano ala.
La carrozza era scortata e
seguita dalle guardie nobili a cavallo in gran tenuta, comandate dal brigadiere
Cervini, e dai sotto brigadieri Tassinari, Spannochi e Gozzini: seguivano poi
le altre mute pure a sei cavalli dove erano l'arciduchessa Maria Luisa, le
cariche di Corte e i ministri esteri.
Il colpo d'occhio era magnifico,
per tutto lo stradale; ma più caratteristico e tipico in Borgo San Frediano.
Dalle fìnestre di tutte le case
stipate di gente del popolo che cicalavano, che urlavano, che si chiamavano a
nome, si facevano conversazioni e dialoghi i più burleschi e curiosi. Le
barzellette spontanee per l'impazienza, i motti, gli scherzi per la curiosità
di vedere la sposa, eran tutti fiorentini. Ma quando si scorsero i primi
dragoni e poi le guardie nobili e le carrozze di gala, fu uno spenzolarsi
generale per veder la nuova Sovrana, fin quasi a venir di sotto. Ognuno diceva
da una finestra all'altra, da un piano all'altro, e anche da casa a casa la
propria impressione sulla sposa, che piacque subito straordinariamente, facendo
un frastuono maggiore delle campane e delle cannonate.
Quelle tessitore, quelle
incannatrici di seta che stavano ai pianterreni, e che ritte sulle seggiole la
vedevano meglio, esclamavano senza soggezione: - E' se n'è nteso eh? - volendo
con ciò spiegare che Leopoldo aveva saputo scegliere. Altre più spregiudicate,
alludendo alla differenza d'età, non avevan riguardo di dire mentre passava la
carrozza di gala: - La par su' figliola!... -
E queste impressioni, sebbene non
manifestate così screanzatamente, furono uguali in tutti i cittadini.
Lo stradale percorso fu: Borgo
San Frediano, Fondaccio di Santo Spirito, Via Maggio e Sdrucciolo de' Pitti. La
piazza era cosi gremita, che il drappello dei dragoni, le guardie nobili e le
carrozze, stentarono a passare. I più vicini, con la improntitudine
caratteristica della curiosità popolare, mettevan quasi il capo dentro la
carrozza per veder proprio da vicino la decantata bellezza della sposa; tutti
ne rimasero abbagliati; poiché la sua scultoria bellezza, e la perfezione delle
linee, risaltava maggiormente dall'abito attillato e scollato. Le braccia poi,
scoperte fin sopra al gomito erano una meraviglia. Era un peccato che non fosse
di statura più alta, sebbene molto proporzionata; la sua bellezza vi avrebbe
acquistato senza fine.
Portava un cappello elegantissimo
color canarino, sormontato da un ciuffo di penne dette uccelli di paradiso. Al
collo aveva un vezzo di perle «grosse come i ceci» disse subito il popolino,
che sgranava gli occhi a veder quella po' po' di ricchezza.
Giunto il corteggio a Palazzo
Pitti, i Sovrani allo smontare dalle carrozze furon ricevuti dalla R.
Anticamera; e a mezze scale, dalle figlie e dalla Granduchessa vedova. Gli
insistenti applausi del popolo, che non rinunzierebbe al divertimento di far
sempre venir fuori i Sovrani, nemmeno a tagliargli la testa, obbligarono
Leopoldo II e la granduchessa Maria Antonia ad affacciarsi più volte alla
terrazza.
Fatta quindi la presentazione
delle cariche, a mezzogiorno furon tutti licenziati, e finalmente gli sposi
poterono respirare per qualche ora. E ne avevan proprio bisogno!
Ma fu un riposo di breve durata,
poiché «dopo pranzo» - come si diceva allora per indicar le ore pomeridiane -
doveva aver luogo la funzione solenne del Te Deum in Duomo. L'ora
stabilita era le sei: ed il Gonfaloniere insieme ai signori priori, nobili e
cittadini, in abito di cerimonia col lucco e il berretto, preceduti da sei
mazzieri vestiti di rosso col ferraiolo bianco, facciole e calze bianche, e le
scarpe nere con la rosa bianca e rossa; si riunirono come di consueto nelle
stanze del Bigallo. Quindi insieme alle altre magistrature si recarono in
Duomo, in attesa dei Sovrani e della Corte. Già le dame della nobiltà in abito
di gala «col manto» avevan preso il loro posto; e i ministri esteri e le
cariche, a mano a mano che arrivavano, venivano dai cerimonieri condotti negli
spazi loro assegnati.
I granatieri, col morione,
pantaloni bianchi e ghette nere facevano il servizio di chiesa, dalla porta
grande lungo tutta la navata di mezzo, fino all'altar maggiore.
Oltre cento lumiere pendevano dal
soffitto del maestoso tempio, ai fìnestroni del quale erano state tirate le
tende di filaticcio di color verde cupo, per diffondere sotto le ampie e severe
vòlte quelle mistiche tenebre che dando maggior risalto alle migliaia delle
candele accese, producevano un effetto artisticamente meraviglioso.
Un mormorio d'ammirazione sorse
all'apparire della granduchessa Maria Antonia in tutto lo splendore della sua
giovanile ed opulenta bellezza, e della maestà del suo grado. Ma al solito,
come segue in Firenze di tutte le cose anche le più belle, si volle trovare da
ridire: ad alcuni parve un po' piccola, ad altri troppo pingue e a chi tozza, a
chi ordinaria, a chi superba e via dicendo. Ma in generale, specialmente alle
donne, e questo è da tenersi in gran conto, piacque straordinariamente e fu
ammirata e lodata anche più del dovere.
La sera alle otto e tre quarti fu
fatta all'augusta Sovrana la presentazione del corpo diplomatico in grande
uniforme, e fu trattenuto a circolo per oltre un'ora.
Per ventiquattr'ore gli sposi
ebbero un altro riposo, per ricominciare la sera dopo col pranzo d'etichetta
nella Sala delle Nicchie, in abito di gala e le signore col manto.
Come a Dio piacque, fino al
giorno di San Giovanni i Sovrani, salvo il solito supplizio dei ricevimenti,
delle presentazioni e delle udienze particolari, furono lasciati in pace: ma il
24 di giugno fu - come suol dirsi - giornata campale.
La mattina alle dieci e mezzo
andarono al Duomo al gran servizio di chiesa in abito di gala, e le dame col
solito manto. Alla elevazione le truppe schierate sulla piazza fecero i tre
spari, non troppo a tempo se si vuole, ma tali da far sobbalzare a un tratto le
migliaia dei fedeli che stavano ad ammirare lo sfarzo della festa più che ad
ascoltar la messa, e che non si aspettavano tutt'a un tratto quei tonfi.
Dopo la messa celebrata
dall'Arcivescovo, questi diede la benedizione papale, e quindi, con lo stesso
cerimoniale come erano venuti, i Sovrani e la Corte si recarono nel tempio di
San Giovanni «per l'adorazione delle reliquie e per la solita offerta della
cera.»
Dall'arciprete del Duomo, rettore
della Basilica, fu offerta agli sposi l'acqua santa e poi se ne poterono
andare.
Alle sei e mezzo, «dopo pranzo»
s'intende, il Granduca, la Granduchessa e tutta la reale famiglia andarono ad
assistere alla corsa dei barberi, dal terrazzino del Prato, «con invito ai
ministri esteri, consiglieri, ciambellani e dame in abito di gala.»
Alla corsa dei barberi vi
assistettero pure il 27 per il palio di San Vittorio ed il 29 per quello di San
Pietro.
La chiusa delle feste fu il dì 30
giugno, nel qual giorno ebbe luogo la festa campestre alle Cascine, data dal Comune
di Firenze, «in contemplazione dello sposalizio del Reale Sovrano.» Fino
dal 28 giugno 1833 era stato dal signor Gonfaloniere rappresentato al
Magistrato essere «di convenienza e di dovere che una Deputazione composta
d'individui del Magistrato stesso» venisse eletta per presentarsi a S. A. I. e
R. onde pregarlo a degnarsi d'onorare con la sua presenza, e con tutta la I. e
R. Famiglia, la festa popolare che la Comunità si era fatta un dovere di dare
alle Reali Cascine dell'Isola «a contemplazione delle faustissime nozze
celebrate dalla prefata I. e R. A. S. con S. A. R. la principessa Maria Antonia
sorella di S. M. il Re delle Due Sicilie.» Aderendo il Magistrato - come non
c'era da dubitare - a tale proposizione deputò ed elesse il Gonfaloniere medesimo
unicamente ai signori Lorenzo Biondi e dott. Pietro Bellucci «ad eseguire un
tale onorifico incarico.»
Fu pure in detta adunanza
stabilito che per assistere alla detta festa, dal principio fino alle ore
dodici di notte fossero presenti i priori Carlo Berretti e dott. Pietro
Bellucci; e dalla mezzanotte al termine, i signori Giuseppe Bernardi e Gaetano
Lastricati. Per ricevere poi al padiglione eretto sul prato della Tinaia, il
Granduca e la R. Famiglia, venne deputato il Gonfaloniere insieme ai signori Lorenzo
Biondi e Antonio Marcantelli.
Alla festa, che riuscì
straordinariamente bella, la reale famiglia vi si recò alle sei e mezzo,
godendo dello spettacolo pittoresco e variato di quella folla grandissima che
gaia e contenta, vestita a festa si divertiva e mostrava la sua gioia con le
esclamazioni rispettose, coi saluti, gli inchini, il levarsi di cappello e gli
applausi ai Sovrani, come se quel popolo fosse composto tutto di signori.
Dopo le otto si trovarono riunite
nel «Casino delle Cascine» - che oggi si dice il Palazzo - tutte le cariche di
Corte: maggiordomi, ciambellani e dame di servizio, in attesa «delle reali
persone,» le quali vi giunsero alle nove, perché vollero percorrere tutti i
viali, tanto in carrozza che a piedi, mescolandosi, senza nessuna ostentazione,
fra la gente, per dimostrare al popolo la più grande fiducia e per
corrispondere, senza nessun timore. alle franche dimostrazioni d’affetto che
ricevevano.
Dopo un'ora di riposo nel
Palazzo, o Casino che dir si voglia, i Sovrani, le Principesse e tutte le
cariche, i ministri e le dame, alle dieci si recarono a piedi «alla
festa di ballo nel gran salone di legname - sontuosamente addobbato - eretto
espressamente nel mezzo del prato chiamato della Tinaia» e dove avevano
accesso quei tali cittadini in frak, purché avessero i pantaloni e le
scarpe, come era stato prescritto nella sofistica deliberazione del Magistrato
civico.
L'effetto delle Cascine in quella
notte, era meravigliosamente incantevole. Quei vecchi frassini, quelle vetuste
quercie che sorgono lungo i viali e nel folto del bosco, illuminate fra i rami
da migliaia di palloncini di tutti i colori, davano a quel luogo incantato
l'aspetto d'una grandiosa scena fantastica, che difficilmente può immaginarsi.
Immensa fu la folla, e straordinario il numero degli equipaggi ricchissimi, coi
cocchieri in parrucca e tricorno, i cacciatori e i servitori in gran gala con
le lucerne, le livree gallonate, le calze bianche di seta e le scarpe
verniciate con la fibbia d'argento.
1 cavalli, superbe razze
ungheresi, friulane o irlandesi, avevan tutti i finimenti dorati e sbuffavano e
coprivano il morso di schiuma, facendo sudar sangue ai cocchieri per reggerli
fra quel frastuono che li infastidiva, in quella scena nuova che quasi li
spaventava.
Per quanto le carrozze dalla
Porta al Prato al palazzo fossero a quattro file, pure di quando in quando eran
necessarie delle soste piuttosto lunghe, tanto era difficile la circolazione
per il soverchio concorso.
La Corte si trattenne fin verso
il tocco; e la festa finì quasi a giorno, rimanendo celebre per la sua vaghezza
e per lo spettacolo che offriva grandiosissimo e gaio.
L'impressione che fece Firenze
alla nuova Granduchessa fu quella di una città senza poveri: e non vide di buon
occhio gli atti di beneficenza compiuti in quella solenne occasione dal
consorte, che fece distribuire sussidi, restituire una gran quantità di pegni,
conferendo anche moltissime doti a povere ragazze. Le fece meno caso il condono
di certe pene ai detenuti perché quelle non costavan nulla! Forse, abituata
alla folla lacera e scalza di Napoli, a quelle buie strade con le case
altissime, piene di cenci tesi a tutti i piani, con molte delle vie che
parevano immondezzai, come allora era la città così trascurata dai Borboni,
parve alla nuova Granduchessa una cosa straordinaria il vedere a Firenze anche
la gente del popolo vestita pulita e con le scarpe, le case linde e con le
persiane.
Nella sua giovane mente, e con la
educazione tutta borbonica che aveva ricevuto, le pareva che il popolo non dovesse
essere che miserabile, stracciato, sudicio e scalzo; ed abitare, come cosa
naturale, in sozze catapecchie, in oscuri antri, insieme alle bestie visibili e
preda di altre invisibili!
Perciò sul principio invece di
ritrarre un'impressione favorevole dalla gentilezza, dalla civiltà, dalla
pulizia e dalla eleganza fiorentina, ne provò quasi dispetto. Ed essa non lo
nascondeva: poiché quando le pervenivano da persone bisognose, delle suppliche
implorando dalla sua munificenza un sussidio, ella sdegnosamente rispondeva coi
suo accento napoletano: «In Firenze non ce stanno poveri.»
Per conseguenza nei primi tempi,
coi fiorentini non ci ebbe gran sangue; ed il popolo, per dir la verità,
passati i primi entusiasmi, la ricambiava cordialmente. A poco a poco però, per
mezzo delle dame che Leopoldo ebbe l'accortezza di metterle d'intorno, si
affiatò un po' più; ma ci volle del tempo prima di abituarla a seguire le
tradizioni di famiglia, facendo qualche elemosina ed avendo i suoi beneficati
particolari.
Questa specie di miracolo fu
operato dalla signora Palagi, la dama di compagnia più intima della
Granduchessa, moglie del cav. Palagi colonnello dei Granatieri.
Col tempo però Maria Antonietta,
modificando le sue prime impressioni, amò Firenze quasi come sua seconda
patria, si affezionò anco alla popolazione poiché ne seppe apprezzare la
civiltà e i costumi; ne ammirò le tradizioni e le feste che avevan 'tutte un
carattere artistico di gentilezza e di garbo.
E questo è proprio il momento
opportuno per descrivere la vecchia Firenze, gli usi e le costumanze dei suoi
cittadini.
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