|
Le mura d'Arnolfo - Ricordi
storici - I ricoverati di Montedomini - Annaffiatura di cavoli - Lungo
le mura - Fabbrica di candele e di vernici - La torre del Maglio - La Fortezza
da Basso - Le diacciaie - Ragazzi che fanno forca - Giuoco del Pallone -
Il mercato di Porta alla Croce - Gli stabbioli dei maiali – I roventini
- Le mura oltr'Arno - La Sardigna - La Beppa fioraia - Le chiavi delle
porte - Citazioni direttissime - Le frodi della gabella.
Firenze, fino all'anno 1866, era
ancora racchiusa entro il quarto cerchio delle mura, che rimontava alla fine
del secolo XIII, stato edificato sul disegno di Arnolfo di Cambio, che ne ebbe
l'incarico dalla Signoria nel 1284.
Dopo l'ingrandimento della città,
furono lasciate come ricordo storico la Torre della Zecca Vecchia e le porte
alla Croce, di San Gallo, del Prato e di San Niccolò; ma invece della reverenza
dei posteri, esse attestano la trascuratezza di essi; i quali, demolendo le
mura, le hanno lasciate lì isolate per servire, sebbene opera di Arnolfo e di
altri celebri architetti, di riparo ai venditori ambulanti, di stazione agli
omnibus, e per certi altri usi che non è lecito rammentare.
Di qua d'Arno, il giro delle mura
dalla parte interna, cominciava dalla Zecca Vecchia in fondo a Via delle
Torricelle, oggi «Corso dei Tintori» dov'era il convento delle Poverine,
sull'area del quale sorge ora una caserma. Si andava pure alle mura anche da
via de'Malcontenti passando dinanzi a Montedomini, o Pia Casa di Lavoro,
difaccia alla quale vi era l'altro convento delle Cappuccine, che negli ultimi
tempi rimase famoso per essersi ivi fatta monaca una fioraia, celebre per le
sue grazie e per la liberalità nel conferirle. Tanto la Torre della Zecca
Vecchia, che l'altra in faccia a Via Ghibellina, detta Torre Guelfa, ora
demolita, servivano come magazzini di attrezzi per i lavori comunali.
Per le mura si portavano a domare
i cavalli, e i funaioli vi facevan le funi.
Oltrepassato Montedomini, in
faccia alle mura c'erano giù in basso molti orti – detti di Granchio dal
soprannome dell'ortolano - che rispondevano in Via Ghibellina; e dalle
spallette della strada si vedevano con molta soddisfazione quei quadrati di
cavoli, d'insalata e di sedani, che parevano altrettanti tappeti.
Molti de' vecchi ricoverati nella
Pia Casa di Lavoro, che stavan per lì a prendere una boccata d'aria, rimanevano
ore e ore seduti sulle spallette del muro, all'ombra dei gelsi a veder girare
il bindolo, dal somaro bendato. L'acqua che veniva dalle cassette del bindolo,
andava giù nel trogolo diviso in quattro, a croce, dove le ortolane stavano
a lavare con certi granatini corti i mazzi delle radici dei ramolacci, delle
carote ed i bardelli dei broccoli, che dopo lavati buttavan giù nelle
ceste che la mattina dopo andavano alla piazza.
Un altro passatempo per quei
ricoverati era di stare a vedere gli ortolani quando annaffiavano l'orto, con
una specie di padelle infilate in un manico, arnese cotesto, che diremmo quasi
un incunabulo dell'industria agraria.
1 vecchi un po' più arzilli, che
avevan perso il pelo ma non il vizio, invece dei contadini guardavan più
volentieri con gli occhi lustri, certe belle ragazzotte tarchiate e bronzine,
che scalze, col cappellone di paglia in testa e la gonnella tirata su fino al
ginocchio, stavano a gambe larghe annaffiando l'orto con più lestezza d'un
uomo.
Questo divertimento, visto dalla
spalletta della strada lungo le mura della Croce, non era soltanto dei ragazzi
e dei vecchi di Montedomini; ma spesso ci si fermavano anche que'
bighelloni del basso popolo, che andavano a girellar per le mura.
»Lungo le mura» era uno dei tanti
luoghi preferiti per giuocare alla palla; e non era raro il caso che qualche
ragazzo, nel calarsi giù per riprenderne una, cascasse in quei poderi, rincorso
subito da un cane o scapaccionato da un contadino, perché, con la scusa della
palla, molti rubavan l'uva o le pesche o la frutta che più era di stagione.
Anzi, qualche volta, siccome alcuni alberi coi rami tentatori si avvicinavano
alla strada, certi ragazzi ladracchioli, nello spenzolarsi troppo per
agguantare una susina o una mela, andavan di sotto; e di sovente, invece di tornare
a casa eran portati allo Spedale.
Proseguendo la gita, s'arrivava a
un vicoletto in discesa che si diceva Via del Gelsomino e che riusciva in Borgo
la Croce. Quivi erano alcune casette di povera gente, per le quali lo sterrato
del vicolo teneva luogo di sala, e di qualche cosa di peggio. Di più c'era una
concia, una fabbrica di candele di sego ed una stalla, dove si rimettevan le
bufale in giorno di mercato. Passar da quel vicolo e non rimanere ammorbati,
poteva ammettersi a un miracolo. E si chiamava Via del Gelsomino!...
Quasi difaccia, sulle mura, vi
era una torricella alla quale si accedeva per una scaletta, dove si
fabbricavano i fuochi d'artifizio, come in luogo meno pericoloso in caso di
disgrazie.
Passata la Porta, e seguitando
per le mura verso Borgo la Croce, c'era un tabernacolo sotto una specie di
tetto, dove talora la sera alcune donnaccole andavano a dire il rosario. Verso
Pinti, il cattivo odore si faceva anche più serio, cambiandone altresì
l'origine. In un breve tratto c'era la fabbrica delle candele di sego: e non è
possibile rendere con efficacia ciò che si provava dovendoci passare: e del
pari, non era possibile comprendere come potevan fare a resistere quei
disgraziati che stavan lì a far bollire nelle caldaie il grasso di manzo e lo
colavano poi nelle forme di latta delle candele di varie grandezze. Era una
cosa nauseante e ripugnante, che rivoltava addirittura lo stomaco. E dire che
c'eran dei ragazzi che rimanevano incantati a veder far le candele, come se
fossero stati in una profumeria! Ma più di tutti ci si spassarono poi i
tedeschi, quando vennero in Firenze e che montavan la guardia alle porte, per
quella loro ghiottoneria che avevano per il sego.
Risalendo un po' la strada poiché
quando le mura si avvicinavano alle porte il piano era in discesa, e
continuando per la Porta a Pinti, in faccia al Vicolo della Mattonaia che
metteva in Borgo la Croce si scorgeva il grazioso villino Ginori con le due
cupolette a squamme gialle e turchine, ed in quel punto delle mura esisteva un
vuoto ad arco come una gran nicchia tutta nera, e piena d'una fuliggine lustra
come unta. Quello era il luogo dove i verniciatori, i mesticatori e i
legnaioli, andavano a far le vernici, poiché non era permesso di farle in
città, a causa dei frequenti casi in cui scoppiavano i matracci, e che potevano
esser causa d'incendi.
In cotesta località, quasi
deserta e fuori di mano, andavan pure i carradori a piegare i cerchioni delle
ruote dei barrocci e dei carri; operazione che si faceva con sistemi molto
primitivi, poiché facevano in terra un gran cerchio di grandi scheggie fatte
coll'ascia nel modellare il legname, e vi mettevano sopra i cerchioni, che con
delle grosse morse piegavano quando il ferro era rosso.
Dopo si trovava la Porta a Pinti
la quale venne demolita insieme alle mura, per comodità della linea dei viali e
per non sopprimere il piccolo e grazioso Cimitero detto «degli Inglesi.» La
Porta a Pinti era opera essa pure di Arnolfo, ed ebbe forse miglior sorte ad
esser distrutta, anzi che rimanere per l'oggetto a cui servono le altre.
Fino alla Porta a San Gallo col
suo loggiato esterno che serviva di corpo di guardia, non c'era altro di
notevole; ma a pochi passi dalla porta sorgeva elegante e curiosa per la
bizzarra struttura la Torre del Maglio, demolita essa pure con l'abbattimento
delle mura, e chiamata anche l'acquedotto, perché di lì si diramava
l'acqua di Pratolino che a quei tempi era tenuta in conto più dell'acqua
benedetta.
A destra, lungo le mura, la
Fortezza da Basso, coi fossi che la circondavano, aveva tutto l'aspetto d'un
forte sul serio; ma oramai essa non poteva destar più nessuna apprensione,
poiché dal 1815 in poi, le idee bellicose erano sparite affatto.
In fondo a Via della Scala c'eran
le cosiddette Porte Nuove, di moderna costruzione. La Porta era una sola, ma
per esser divisa a due archi, poiché da una parte s'entrava in città e
dall'altra si usciva, fu detta le porte nuove.
Per arrivare alla Porta al Prato,
là strada di fuori continuava ad alti e bassi, tetra, uggiosa, squallida e deserta:
ma di fuori la cosa era diversa. Di lì cominciava subito il bosco delle
Cascine, le quali non erano regolari né tenute come ora, ed avevano un aspetto
più selvatico e più campestre.
Gli orti e i poderi chiusi da
muri, o da antiche macchie che si trovavano appena usciti di città, facevan
credere che se ne fosse cento miglia lontano. Tant'è vero, che a' tempi de'
tempi, s'andava a villeggiare a San Marco Vecchio, a San Gervasio, a San Salvi
o al Ponte a Ema, come oggi si va in montagna. Andare a Fiesole, all'Impruneta,
a Villamagna, a San Casciano o a Compiobbi, era come andare all'estero!
Fra San Gallo e Pinti, c'eran le
diacciaie, dove nell'inverno parecchi ragazzi, i quali si scordavano
d'andare a scuola, o di tornare a bottega, vi si recavano invece a fare gli
sdruccioloni sul ghiaccio che spesso a un tratto si rompeva, facendoli cascar
nell'acqua con la cartella dei libri che molti non abbandonavano - per amore
allo studio - nemmeno in quel salutare esercizio! Quando poi tornavano a casa,
eran riscaldati dalle nerbate - che allora erano in uso quanto il desinare -
perché i calzoni, i libri e i quaderni tutti fradici, facevan pur troppo la
spia della forca fatta, come si usava dire nel gergo scolaresco, quando
si salava la scuola.
Nell'estate, le diacciaie,
recinte da una specie di anfiteatro, servivano per il giuoco del pallone,
antica passione dei fiorentini, presso i quali fin dai primi tempi della
repubblica era in voga il giuoco della palla. I ragazzi delle famiglie nobili e
del medio ceto, nell'ore in cui i babbi e le mamme facevano il sonnellino del
dopo desinare. andavano a giuocare nelle strade meno frequentate, o lungo le
mura, senza dar noia a nessuno, come pur troppo fecero dopo i ragazzacci della
strada, che giuocaron dappertutto con grande molestia dei cittadini.
E qui torna a verso di ricordare
che per il giuoco del pallone furono appassionatissimi anche i principi di Casa
Medici, i quali si davano premura di far venire a Firenze i più famosi
giuocatori che venivano da loro spesati di tutto punto, pagati lautamente e
mandati poi via con dei regali di molto valore.
Avviene spesso di trovare notato
in qualche diario, o cronaca del tempo mediceo, taluna di queste compagnie di
giuocatori celebri.
Generalmente si giuocava dal
canto del palazzo Strozzi, fino alla colonna di Santa Trinita.
Nel 1618 il granduca Cosimo II
fece venire in Firenze i giuocatori più rinomati di tutta l'Italia, e furon da
lui spesati in diverse case con magnifiche tinellate. Questi giuocatori
furono: un certo Francesco Armentini d'Ancona, un tale de' Benedetti di
Venezia, ed altri d'Osimo, di Faenza, di Bagnacavallo e della Lombardia. «E
perché detti forestieri si lamentavano del lastricato, al quale non erano usi,
S. A. fece accomodare la strada nel luogo della battuta con mattoni
cotti, in coltello; e vi furono molti che batterono fino a ottanta passi, dal
palazzo degli Strozzi fino al Canto de' Minerbetti.». Quelli venuti di fuori
giuocavano anche con più giuocatori di Firenze, tra cui quattro furono i
più famosi cioè: il «Bicchieraio» detto per soprannome il Barba; Anton
Maria, cuoco del cardinal de'Medici, detto il Pallaio; un tale de'
Ceccherelli cittadino e setaiolo; ed un fratello del
«Bicchieraio» soprannominato Napoli, il quale aveva un braccio storpiato
e rattratto; e quando giuocava lui, il Granduca andava sempre a vederlo, nel
borgo di Santa Trinita.
Il Granduca vi assisteva in
carrozza chiusa fra Via Porta Rossa e Parione; ed i lanzi facevano il servizio
perché nessuno occupasse quel tratto di Via Tornabuoni dove si giuocava, che
rimaneva affatto libera. Dalle finestre - con le impannate alzate a guisa delle
gelosie delle persiane - dei palazzi e delle case, una folla di dame e
di gentiluomini godeva quello spettacolo di cui ognuno andava matto.
I giuocatori - come si rileva da
una tempera esistente in un palazzo di proprietà Giuntini, riprodotta dalla
fotografia Alinari - erano otto, quattro per parte e vestiti di bianco, con un
costume perfettamente uguale a quello ancora in uso.
Alla fine d'ottobre del 1628 «non
essendo più la stagione propizia per giuocare al pallone, i giuocatori di fuori
se ne tornarono alle loro patrie.» Ma prima che partissero, il Granduca fece
loro il regalo di una collana d'oro, a chi
di scudi dugento e chi di
centocinquanta. «Sicché -
dice il cronista che fa gli occhioni - poteron molto contenti, tornare alle
loro case.»
Nel 5 ottobre del 1693 si trova
notata una grande partita di sfida fatta dai giuocatori fiorentini, col
consenso del gran principe Ferdinando, primogenito del granduca Cosimo III,
fanatico di questo giuoco.
Il Principe fece mettere il
giuoco del pallone appiè del Ponte Santa Trinita fino al Canto di Parione; ed
egli con la principessa Violante e con tutta la Corte, vi assisté dal Casino
de' Nobili, sull'angolo del Lungarno.
Le finestre delle case, dice il
cronista inorridito, furon pagate perfino due zecchini l'una. Undici
lire e venti centesimi di moneta nostra! I giuocatori venuti per questa sfida
furono, nientemeno che il dottore Sansoni di Bologna, «con altri due suoi
paesani ed un veneziano.» I fiorentini erano Antonio Cocchini, detto il Bacchettone;
un tale Francesco staffiere di Corte detto Pericolo; un altro
staffiere detto Bobi ed un cacciatore del Granduca detto Momo. Vinsero
i bolognesi, ed il Gran Principe regalò ad essi cento doppie per uno: ma al
dottore Sansoni, che era stato il battitore, oltre le cento doppie, gli regalò
anche un anello di brillanti di passa mille scudi di valore! Epperò
faceva il giuocator di pallone, invece del dottore!... Prima che guadagnasse
cento doppie e l'anello di brillanti con la sua bravura di medico, avrebbe
empito chi sa quanti cimiteri!
I giuocatori fiorentini che
furono i perditori, ebbero ciascuno cinquanta doppie di regalo. Tanto fu il
fanatismo destato da questa sfida, che «il divertimento fu replicato per tre
giorni consecutivi.» E il dottor Sansoni che tastava meglio il polso a' palloni
che a' malati, fece sempre da battitore e i bolognesi rimasero vincitori. Non
so se in seguito i fiorentini prendessero per battitore un avvocato!
Seguitando al di fuori delle
mura, torniamo alla Porta alla Croce, come quella che aveva più attrito e più
movimento delle altre, a causa specialmente de mercato che ivi si teneva tutti
i venerdì.
Fin dalla mattina all'alba la
piazza dalla parte di Via Frusa - oggi Scialoia - e della Porta a Pinti, era
occupata da branchi di bestie vaccine, portate dai contadini per barattare o
per vendere, ai macellari o ai fattori dei padronati.
Qui si contrattavano pure i
vitelli per rilevare; ma prima che venisse conclusa la vendita, tra i mezzani e
i contadini, c'era uno scambio di bestemmie e di urli tali, da sbalordire, e
bisognava ringraziare Iddio se il più delle volte non finiva a bastonate!
Dov'è ora la Piazza Beccaria, a
sinistra andando in Via Aretina, c'era un rialto, una specie di poggetto,
famoso per la bottega di pizzicagnolo del «gobbo Paoletti,» dove andavano a
bere, ed anche a fare uno spuntino, i contadini e i fattori. Fuori vi erano tre
acacie, sotto le quali il venerdì vi posavan le bigonce, i pali, i barili, le
doghe, i tini, le moscaiole da manzi, cavezze, bardature da ciuchi, finimenti
da cavalli, stacci, pali, bigonciòli, panieri, sacca di semi, postimi, lupini
per governo agli olivi, insomma tutto ciò che si poteva cercare ad una fiera
piuttosto che ad un mercato.
Quando pioveva, tutti quei
contadini andavano sotto i loggiati, come vi andavano anche nelle belle
giornate, per contare i quattrini riscossi delle vendite fatte.
Più d'una volta però il
Commissario del quartiere di Santa Croce ebbe a richiamare l'attenzione del
Magistrato, per procurare un migliore ordinamento al mercato settimanale di
fuori della Porta alla Croce «onde, regolarizzando nel medesimo la situazione
delle Merci, evitare l'ingombro nelle pubbliche vie che vi traversano, e
particolarmente nella Regia Aretina, ove non di rado avveniva che le carrozze,
in corso di posta, fossero forzate per lungo tempo a trattenersi prima di
entrare in città.»
L'altra specialità della Porta
alla Croce erano gli stabbioli dei maiali tanto da Via Frusa che da quest'altra
parte, vicino alle stalle ed al pozzo detti «del Vanni.»
Quelli stabbioli, ai quali era
annesso un magazzino e due stanze, erano di proprietà del Comune e servivano
per portarvi i maiali e per la loro pesatura - che si faceva con le stadere
posate su due grandi capre di legno - nei mercati che si facevano.
Tanto gli stabbioli che le due
stanze e il magazzino, con tutti i mobili ed utensili ivi esistenti, di tre in
tre anni, si affittavano all'incanto, sulla somma di cinquecento lire toscane,
al maggiore offerente. Lì presso c'era una casa con un piccolo loggiato, sotto
il quale stava un pubblico computista con un tavolino a fare i conteggi, e
verificare le contrattazioni, perché non nascessero imbrogli.
Negli stabbioli si ammazzavano
pubblicamente i maiali; gli strilli acuti di quelle bestie si sentivano da
lontano, e molta gente del popolo andava con delle grandi pentole a comprare
quel sangue caldo per fare i cosiddetti roventini, una delle
ghiottonerie della bassa gente; che li mangiava bell'e fatti anche li in piazza
da alcuni che col fornello e la padella li cuocevano, vendendoli a un quattrin
l'uno e spruzzandoci sopra - senza aumento di spesa - un pugnello di cacio di
Roma.
Dopo la Porta alla Croce andando
verso l'Arno nella località detta la Piagentina, si trovavano le Molina e ivi
fìnivan le mura esterne della città, limitate dal corso del fiume.
Dall'altra parte dell'Arno, per
le mura, s'andava soltanto di fuori cominciando dalla Porta San Niccolò.
Seguitando poi per Porta San Miniato salendo a quella di San Giorgio,
costeggiando il giardino di Boboli, alla Pace - dove ora sono le
scuderie reali - si trovava la torre detta di Mascherino, ove le regie truppe
andavano ad esercitarsi al tiro del bersaglio, che consisteva in una specie di
treccione o stoia di paglia, alta due metri e larga uno e mezzo, inchiodato su
tre pali, con un disco in mezzo, ove i soldati miravano, passando delle
settimane prima che qualcuno vi cogliesse!
Discendendo sempre, si arrivava
alla Porta Romana opera di Iacopo Orcagna fratello di Andrea; e sempre
continuando lungo le mura, oltrepassato il Cimitero degli ebrei, si compiva il
giro arrivando alla Porta a San Frediano costruita sul disegno di Andrea Pisano.
Di qui proseguendo per il Pignone
si scendeva sul greto d'Arno alla Sardigna, ove si uccidevano i cavalli e i
somari vecchi non più servibili, e vi si sotterravano facendo delle buche nel
greto stesso. Quel luogo era un vero putridume: si scaricavano le spazzature ed
ogni sorta di immondezze e le erbacce vi crescevano senza che nessuno se ne
curasse. Era una vera sconcezza, ed oggi si direbbe quasi un centro
d'infezione; ma allora chi ci badava?
Anche le mura d'oltr'Arno sono
state in gran parte demolite: non son rimaste quasi come modello, che quelle
tra la Porta San Frediano e la Porta Romana; mentre, meno quella di Pinti,
tutte le Porte esistono tuttora.
Dalla Porta San Frediano le mura
andavano fino al Torrino di Santa Rosa e proseguivano lungo l'Arno fino al
ponte alla Carraia: ma quasi difaccia al Tiratoio presso Cestello c'era una
casa dove stava una guardia per impedire che i barcaioli ed i passeggieri non
muniti di permesso risalissero la pescaia per commettere dei frodi.
Al termine delle mura e della
spalletta del ponte esisteva un chiesino, nel quale si diceva
messa tutte le feste. Sopra il piccolo altare eravi una Madonna, per devozione
alla quale, la bellissima e famosa Beppa, fioraia, che nata nei primi
anni del secolo visse fin dopo il 1870, vi lasciava ogni giorno un mazzo di
fiori. Costei abitava a Monticelli; e quando la mattina passava dalla Porta San
Frediano; regalava un fiore a tutti gli impiegati, dicendo col suo sorriso
bonario, non essendo punto orgogliosa della sua bellezza: «Ecco, bambini, tenetene
di conto.» Essa era nota per la semplicità elegante del suo vestire, che
contrastava col cappellone bianco di paglia e con lo sciallino corto che
portava sempre.
La Beppa, che era moglie di un
giardiniere di Boboli, aveva passo libero a'Pitti, dove andava a portare i
fiori: e le linguaccie, che a Firenze direbbero male anche di Cristo, dicevano
che fosse nelle grazie di Leopoldo II: è un fatto però che era la prediletta di
tutta l'aristocrazia, ed ebbe sempre l'abilità di non far geloso nessuno!
Le Porte della città si
chiudevano tanto d'estate che d'inverno all' un'ora di notte; e la chiusura
veniva annunziata da un cosiddetto fa-servizi, un
ragazzo, figlio di qualche impiegato delle porte, che cominciava a far la sua
carriera da quell'umile grado.
Il fa-servizi
annunziava dunque allo scocco dell' un'ora, la chiusura della porta dando
tre colpi col martello che v'era infisso. A quel segnale, coloro che erano fuor
della città e volevano tornarvi, facevano delle corse incredibili, e ne
uscivano con la lingua fuori per essere in tempo a passare, non essendovi che
cinque minuti di comporto, decorsi i quali la porta si chiudeva e veniva calato
il rastrello. Dopo l' un'ora, chi voleva entrare in città bisognava che
bussasse all'usciolino basso, praticato nella porta, e pagasse una crazia -
sette centesimi - a titolo di pedaggio. Quest' usanza, che era biasimata da
tutti i cittadini poiché si trovavano considerati come altrettante bestie da
gabella, fu la prima ad essere abolita dal Governo provvisorio del 1848, che ne
ebbe il plauso universale.
Le Porte che si chiudevano
assolutamente senza poter passare nemmeno dall'usciolino, eran quelle di Pinti,
San Giorgio, San Miniato, la porticciòla del Prato - detta anche porta a
Sardigna - e la porticciòla di Piazza delle Travi, allo scalo in Arno. Ma qui
coloro che avevan fatto tardi non si sgomentavano, perché scavalcavano dalle
sponde e chi s'è visto s'è visto !
Le chiavi di queste porte ogni
sera alle ventiquattro, ossia all'Ave Maria, eran ritirate da uno dei
quattro soldati, chiamati volanti che montavano alla Gran Guardia con
questo solo incarico. Ogni soldato era accompagnato dal veterano, che, come
abbiamo rilevato in uno dei precedenti capitoli, con marziale serietà metteva
da sé le chiavi nella bolgetta di cuoio che il soldato teneva a tracolla
insieme con la giberna; e quando tornava al Comando di Piazza le consegnava al
Comandante.
Le quattro bolgette eran
custodite nel corpo di guardia sotto la responsabilità dell'ufficiale, e la
mattina dopo, appena giorno, gli stessi soldati, accompagnati dal veterano,
tornavano ad aprire le porte e così avevan guadagnato la giornata.
Ad eccezione però delle quattro
citate, dalle altre si poteva passare mediante il pagamento del pedaggio d'una
crazia; e potevano anche passare le carrozze ed altre vetture, pagando una
crazia per ruota.
La mattina a giorno s'alzava il
rastrello, e si cominciava a fare entrare per ordine i barrocci, che in una
fila interminabile si erano messi in riga lungo la strada di fuori, ad
aspettare che aprissero per poter gabellare.
I primi, per il solito, eran
sempre i lattai e gli ortolani che erano costretti ad essere i più solleciti.
Pareva come dar la stura a un fiume. Ma c'erano i soldati ad ogni porta per il
buon ordine: un caporale e tre uomini di quelli che il popolo chiamava fior
di zucca.
Se nasceva qualche litigio fra
coloro che volevan passare innanzi, oppure se taluno levava di rispetto un
impiegato o anche lo stesso cassiere, questi non faceva altro che dire al
capoposto, che era agli ordini immediati di lui: - Caporale, faccia il suo
dovere. -
Ed il caporale metteva nel corpo
di guardia il riottoso, mandando subito un volante al comando di Piazza
col rapporto steso dal cassiere, in attesa di ordini. Quando per la città si
vedeva in certe ore insolite un soldato col rapporto piegato a triangolo e
infilato tra la bacchetta e la cassa del fucile, tutti s'immaginavano che c'era
qualche arrestato a una porta.
Non era raro il caso che dal rapporto
del cassiere, resultando trattarsi d'un prepotente, andassero i birri a
prenderlo e portarlo dinanzi al Commissario del quartiere, per render conto del
suo operato, conducendolo poi alle Stinche senza neanche avvisare a casa, per
quel tempo che il Commissario medesimo ordinava.
E così le cose si sbrigavano
parecchio alla svelta, per citazione direttissima, come si direbbe oggi,
ed uno sapeva subito di che morte doveva morire in meno d' un'ora, non
spendendo né in carta bollata né in avvocati.
Una delle curiosità delle porte,
erano i contrabbandi che si tentavano. Frodar l'erario è un guaio antico; ma a
que' tempi il passar la roba senza pagare, era una soddisfazione ed
un'industria insieme. Vi erano delle famiglie che, su questa ci campavano
comodamente.
Alcune donnicciuole si
guadagnavano una discreta giornata, passando i prosciutti, che Dio ci liberi
nascondevano sotto le sottane, e ricevevano mezzo paolo per ciascuno da coloro
per conto dei quali li passavano. Oltre ai prosciutti, non c'era giorno che non
passassero carne, salsiccie e tutto quanto con quel prosaico mezzo della
sottana si poteva nascondere. Ma i gabellini, che le conoscevano, spesso ne
coglievano qualcuna in fallo, e allora quelle donne perdevano ogni cosa.
Le più accorte però, quando vedevan
la marina torba, si gingillavano di fuori presso la porta, figurando dì
chiacchierare svagolate, con questo e con quello, aspettando il momento buono
di potere sgusciare inosservate tra barroccio e barroccio e il tiro era fatto.
Certe altre poi, si lasciavan
frugare tranquillamente perché sapevano di non aver nulla addosso; e lo
stradiere non
si accorgeva, ed era quasi
impossibile, che quello che cercava era nel veggio o scaldino ch'esse
figuravan di portare per scaldarsi, e dentro era pieno di spirito chiuso
in una piccola bombola, fatta a modello, coperta da un po' di brace e della
cenere, che nascondeva perfettamente il frodo.
Erano infiniti i mezzi e le
astuzie usate per passar la roba alle porte in barba al cassiere e agli
stradieri. Ci sarebbe da scrivere un libro curiosissimo!
Nei carichi della fastella
nascondevan mezzi bovi, addirittura: pialle da legnaioli piene di
spirito, e perfino tamburi della Guardia Urbana a' suoi tempi, celavano o
mascheravano l'inganno!
Non c'era poi diligenza che arrivasse
di campagna, nella quale non ci fosse qualcuno che tentasse il suo bravo frodo.
Per lo più costoro, mentre gli stradieri, certi ferri di bottega più fini della
seta di Napoli, facevano la visita e domandavano se c'era nulla da gabella,
essi si mostravan distratti guardando in qua e là; ma più specialmente, e ciò
era caratteristico, soffiandosi il naso, per nascondere l'imbarazzo e la
bramosia di uscir presto da quella pena d'essere scoperti. Ma però c'erano
talora degli stradieri che figurando di non accorgersi di nulla, tutt'a un
tratto dicevano a quei tali: - Ora che la s'è soffiato il naso, la s'alzi! - E
trovavan pari pari i generi nascosti: e se quello se li voleva tenere,
bisognava che pagasse dieci volte la gabella: diversamente, come accadeva quasi
sempre, diventavan proprietà dello stradiere che aveva fatto la scoperta, e ne
faceva parte ai compagni di servizio. Né finiva qui l'incerto - come si diceva
- dell'impiegato; poiché quando questi faceva delle scoperte importanti,
riceveva anche un premio di dieci lire dalla Ispezione delle Gabelle! E questo
per incoraggiarli sempre più e non giustificare quello che dicevano certe
linguacce, che qualcuno pigliava il cosiddetto boccone e lasciava
correre!...
Il terrore di quei
contrabbandieri spiccioli era uno stradiere soprannominato Bighezze, il
quale pareva nato apposta per fiutare, indovinare da lontano e conoscere a
colpo sicuro gli individui che tentavano la frode. E a vederlo pareva
tutt'altro: allegro, buffone, piacevole, scherzava con tutti, con aria
bonacciona, che invitava alla confidenza. Ed era lui che spesso scopriva
perfino certi tavoloni da ponti per i muratori, pieni d'alcool chiuso
ermeticamente in cassette di latta, lunghe quanto le tavole, e commesse nello
spessore di esse con arte mirabile.
Più volte si scoprivano delle
signore, che in carrozza, con grave posa e altezzosa, tentavano di passare ogni
sorta di salumi, e facevano le sdegnose e si offendevano se venivano invitate a
scendere, per farsi visitare dalla donna che appositamente faceva servizio ad
ogni porta.
Famosi per le frodi in grande,
erano i mortuari delle parrocchie, che quando portavano un cadavere ad un
cimitero suburbano, tornavano in giù con la bara, che nessuno pensava a
visitare, con entro un quarto di manzo o con due o tre agnelli, o anche - con
rispetto - con un maiale intero. Ed il prete era di balla!....
Fra le frodi celebri vi fu quella
di un tale che a mezzanotte giunto in carrozza alla Porta alla Croce bussò
perché fosse aperto per passare in città. Lo stradiere vedendo le tendine
calate ammiccò il vetturino strizzando l'occhio con malizia, mentre spinto
dalla curiosità e anche per fare un po' di dispetto, aprì lo sportello. Vedendo
che il signore imbarazzato figurava di ricomporsi, lo straniere sbirciando la signora
con la cuffia fitta fitta tirata giù per non essere vista, richiudendo lo
sportello rumorosamente diceva al cocchiere, dopo che aveva pagato il pedaggio
di una crazia per ruota: - Lei vada! può andare. -
La signora velata non era altro
che un maiale vestito da donna! Ma quando un'altra volta quel tale, che l'aveva
presa a veglia, tentò il colpo nientemeno che con tre di quelle signore, fu
scoperto. Venuto in sospetto lo stradiere dopo che aveva fatto passar la
carrozza, la rincorse fino a Sant'Ambrogio; e fattala tornare indietro si trovò
che le tre dame erano.... quello che erano.
L'affare dei frodi era per taluni
anche un divertimento, e talvolta diede luogo anche a delle scommesse.
Un giorno, ed anche questa è
storica, un prete venendo di fuori d'una porta, con una valigia in mano, si
soffermò misteriosamente dallo stradiere; e tiratolo in disparte gli confidò
come se fosse stato un fratello, che alcuni amici,
presso i quali andava a passar
qualche giorno in campagna, gli avevano promesso nella settimana un prosciutto.
Ma egli, povero prete, non
potendo spendere nella gabella, lo pregava quando l'avesse avuto, a lasciarlo
passare senza guardarlo, promettendogli di raccomandarlo a Gesù.
Lo straniere pensò subito alla
burletta da fare al prete, e gli promise quanto desiderava.
Frattanto, appena fu andato via,
avvisò il cassiere ed i compagni del caffetto; e tutti d'accordo pensarono di
prendere il prosciutto al prete quando fosse passato, col dargli la multa di
dieci volte la gabella che egli non avrebbe pagato di certo.
Dopo alcuni giorni, ecco il bravo
prete con la valigia. Lo stradiere dà d'occhio al cassiere, e quando il degno
sacerdote è sotto la porta, figurando di non riconoscerlo, gli domanda:
- Che cos'ha reverendo nella
valigia?
- Nulla! - risponde franco
l'altro.
- L'apra che si veda! - Il prete
apre la valigia, e la valigia era vuota.
- O il prosciutto? - domanda lo
straniere che era rimasto male.
Eh! il prosciutto c'era l'altra
volta!...
|