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L'aspetto della città - Il birro
Chiappini - La pulizia delle strade e i forzati - Sorveglianza dei pompieri -
Inconvenienti - L'illuminazione pubblica - Polizia mortuaria - Il palazzo
Borghese - L'architetto Gaetano Baccani - Un concorso - La prima festa nel
palazzo Borghesi - La granduchessa Baciocchi e tre giovani artisti - Don
Camillo Borghesi patrizio fiorentino - La demolizione dell'arco di Santa
Trinita - Gli architetti Cacialli e Baccani - Il Cinci pontaio - Bontà d'animo
di Ferdinando III - La luminara alla Sardigna - Allargamento della Piazza del
Duomo - Apertura di nuove strade.
L'interno della città, per quanto
a quei tempi potesse dirsi una delle più pulite e decenti d'Italia, era molto
diverso da quello che è presentemente. Basti dire che nel piazzale degli Uffìzi
si faceva il mercato dei cavalli e dei puledri, e sulla Piazza di Santa Maria
Novella quello giornaliero della paglia e del carbone, che a soma, sui somari,
si contrattava poi al minuto alle case: e prima si faceva nientemeno sulla
Piazza di San Giovanni! Gli erbaggi, i cocomeri, i poponi, ecc. si
contrattavano ogni giorno sulla Piazza degli Strozzi, detta anche delle Cipolle,
perché in antico vi si faceva unicamente il mercato di quell'ortaggio. Ma
per i reclami fatti nel 1826 dal duca Don Ferdinando e dal conte Filippo
Strozzi, il Presidente del Buon Governo destinò per il mercato degli erbaggì la
predetta Piazza di Santa Maria Novella vecchia, che divenne così la babilonia
dei mercati.
Le strade della città erano
tenute in uno stato deplorevole; ma allora non pareva, e ci si badava poco;
perché specialmente quelli che si recavano in altre città e le trovavano più
mal tenute e più sudicie, Firenze pareva loro un torlo d'uovo! C'eran però
delle cose che disdicevano addirittura col nome di civiltà, di cui appunto
godeva Firenze. Basterà citare fra tante altre, che la Comunità pagava dieci
lire l'anno ad ogni caposquadra di birri dei quattro Commissariati, perché si
davan cura di far trasportare alla Sardigna i cani e i gatti morti trovati per
le strade!
Un caposquadra rimasto come
esempio di zelo fra i birri, fu Lorenzo Chiappini, al quale il Magistrato
civico, con partito del 10 settembre 1783, assegnò il premio di dieci paoli,
destinatogli come al «famiglio inventore dei trasgressori alla legge degli
ingombri del suolo pubblico.» Da questo Chiappini si vuole che discendesse
Luigi Filippo d'Orléans!
Lo sconcio più grave era quello
della Piazza di Santa Croce, ove dai conciatori si faceva la distesa delle
pelli su degli stecconi per asciugarle, «che tramandavano pestifere esalazioni
pregiudicevoli alla pubblica salute.» E non c'è da stentare a crederlo! Mal per
quanto contro quella pestilenziale distesa protestassero e reclamassero
gli abitanti della Piazza di Santa Croce fino dal 1783, e che la Comunità
trasmettesse i loro reclami al Commissario del quartiere, le pelli si tornavano
di quando in quando a distendere, come per tastare il terreno onde tentare di
rimetter l'uso.
La pulizia delle strade, finché
poi non fu data in appalto, si faceva dai forzati, che con la catena al fianco,
legati a coppia, spazzavano le vie, recando tristezza e molestia col rumore
delle loro catene.
Molti che da lontano sentivano il
suono fesso delle catene cambiavano strada per non vedere quei disgraziati.
Essi si distinguevano dal colore dell'abito: i gialli erano condannati a vita
ed i rossi a tempo. Erano vestiti con la più grande e ripugnante ostentazione
del disprezzo. Avevano la camicia di canapa rozza e grossa come la roba da
balle. La giacchetta era di lana, tagliata senza garbo né grazia, che non
tornava loro a modo né a verso; e i pantaloni larghi, goffi e corti, che
arrivavano poco più giù del ginocchio. Non portavano mai calze ed avevan certe
scarpacce grosse, o troppo larghe o troppo strette, che li storpiavano. Dietro
le spalle avevano scritto a grandi caratteri il delitto commesso, che si
leggeva da lontano: Furto, Omicidio, Resistenza alla pubblica forza e
via dicendo.
Quelli sciagurati uscivan dalle
Stinche sul far del giorno portando la carretta per la spazzatura, ed ogni
squadra era sorvegliata dall'aguzzino col fucile carico. Bastava il più piccolo
movimento sospetto, fatto dal forzato anche innocentemente, per esser freddato.
Molte volte se erano stanchi si mettevano a sedere sui marciapiedi, e i
caffettieri quando aprivan bottega buttavan loro, di nascosto all'aguzzino,
delle bucce di limone che quei poveri diavoli si mettevano in bocca con tale
avidità, come se fossero state datteri; qualcuno che passava buttava loro
qualche quattrino e non si descrive l'espressione dello sguardo di quelle
infelici creature. C'era la riconoscenza, l'affetto, il pentimento, c'era tutto
quel che si sente e non si può ridire!...
In seguito poi, la sorveglianza
delle strade della città fu affidata ai pompieri i quali la perlustravano
giornalmente, per assicurarsi che l'impresario della pulizia «adempiesse alle
sue obbligazioni;» e la «mercede» che si corrispondeva al corpo dei pompieri
per questo servizio, oltrepassava di poco le seicento lire toscane l'anno.
Un altro inconveniente, che in
specie i forestieri deploravano come un'offesa al pubblico decoro, era quello
che ognuno faceva impunemente il comodo suo non soltanto nei chiassoli e nei
vicoli, ma in tutte le strade e in tutte le piazze, ove pure si buttavano le
spazzature a qualunque ora del giorno. E per quanto fosse attiva la
sorveglianza dei pompieri, e fosse forzatamente zelante, per via delle multe
l'opera dell'impresario della pulizia, pur nonostante le strade non eran mai
addirittura pulite. Perciò nel 1832 il Magistrato, considerando che sarebbe
stato «un gran guadagno per la pubblica morale il togliere l'inconveniente» che
in tutte le piazze e strade si facesse.... quello che pur troppo si faceva,
incaricò il signor Gonfaloniere di domandare al Governo l'autorizzazione di
destinare dei locali adattati, all'uso che.... si capisce, incaricando
l'ingegnere della Comunità di proporre frattanto i luoghi ove collocare i
recipienti per.... diciamo così, gli abusi minori. E la Comunità, per dire il
vero, non lesinava troppo sulle spese per raggiunger lo scopo di tenere la
città più pulita che si poteva. Ma gli impresari di tutti i tempi e di tutti i
generi, quando si tratta di aver l'accollo promettono e sottoscrivono ogni
cosa: ma rammentandosi il vecchio dettato che «promettere e mantenere è da
paurosi» fanno di tutto per non passare per tali.
Il Comune dunque, oltre al pagare
una discreta somma per il servizio della spazzatura e nettezza della città,
provvedeva a sue spese i trentasei inservienti - o spazzini come si dice oggi -
di un «mantelletto d'incerato con cappuccio» per ciascuno, onde ripararsi in
tempo di pioggia, spendendo per tutti dugentosedici lire e quattordici soldi,
ossia cinque lire e sei centesimi delle nostre, ognuno. La spalatura della neve
nelle strade e nelle piazze si faceva a cura del magazziniere del Comune, il
quale spendeva anche quasi seimila lire in un anno; e perfino settantotto lire precise
pure ogni anno, per bruciare nell'estate le farfalle «nell'alveo»
dell'Arno; operazione eseguita a cura dell'appaltatore della pulizia o nettezza
pubblica.
Inoltre spendeva la Comunità
trecentosei lire, sei soldi e otto ogni anno «per la solita annaffiatura dal
Ponte alla Carraia fino alla Porta al Prato nella stagione estiva,» comprese
lire ventotto per il fitto di tre mesi di una rimessa in Via Gora per riporvi
le botti.
Fra gl'incomodi più lamentati dai
cittadini vi era quello delle acque dei tetti, le quali non essendo incanalate,
quando pioveva, da un grosso tubo posto negli angoli del fabbricato, l'acqua
veniva a scialo giù nella strada, addosso alla gente.
L'illuminazione pubblica era
quello che poteva essere di più buio. I lampioni a olio col lume a riverbero
messi a tempo di Pietro Leopoldo parvero da principio una esagerazione di
progresso, perché fino allora per le strade non c'erano la notte che le fioche
lampade dei tabernacoli; e quindi in tutta Firenze quattro soli
lampioni, uno per quartiere, alle case dei Commissari del Buon Governo. Quando
dunque venne impiantata la illuminazione a olio fino alla mezzanotte, si poteva
scorgere una persona a venti passi! A quell'ora però si spengeva, e festa
finita!
Ed anche per la polizia mortuaria
c'era molto da ridire.
I morti più distinti si
sotterravano liberamente nei cimiteri delle chiese o nei cimiteri suburbani; ed
il resto a Trespiano ma tutti a sterro!...
Non si creda però con questi
severi rilievi fatti allo stato interno della città, che Firenze fosse tra le
peggiori; poiché, giova ripeterlo, era annoverata fra le più pulite.
Essa andava anzi a mano a mano
rimodernandosi; e già alcune belle fabbriche erano state costruite sull'area di
vecchie case, e si provvedeva a migliorare le più centrali e le più importanti:
come si cominciava a studiare il modo di togliere molti sconci e molti
inconvenienti, primo fra i quali quello della incanalatura delle acque dei
tetti, la costruzione di un pubblico ammazzatoio in Piazza dell'Uccello, ed un
miglior sistema di illuminazione. Tutte cose che vennero dopo del tempo, ma che
pure vennero.
Fra i nuovi edifizi di cui
intanto era stata arricchita la città, il primo fu il Palazzo Borghese, detto
poi il Casino di Firenze, costruito da Don Cammillo Borghese sulla fine del
1821. La storia di quel superbo palazzo si riassume brevemente.
Nella circostanza delle nozze del
granduca Ferdinando III con la principessa Maria Ferdinanda di Sassonia,
avvenute il 6 maggio 1821, il Comune offrì «nelle Stanze dette del Buon Umore,»
annesse all'Accademia delle Belle arti, una festa in onore dei Sovrani la sera
del dì 8 maggio.
Il Granduca, incontrandosi a
quella festa col principe Cammillo Borghese, che aveva stabilito la sua dimora
a Firenze, gli disse:
- Principe, dovreste darla anche
voi una festa. -
Don Cammillo, che allora abitava
nel palazzo Salviati in Via del Palagio, rispose:
- Lo farei volentieri se avessi
un locale degno di ricevere Vostra Altezza.
- Ma voi lo potete fare se volete
- soggiunse quasi scherzando Ferdinando III.
- Ed io lo farò, se l'Altezza
Vostra si compiacerà di venire ad inaugurarlo.
- Sta bene, per il futuro
carnevale. -
Don Cammillo Borghese, messo così
all'impegno, mandò a chiamare il suo architetto Gaetano Baccani, giovane allora
di ventinove anni, che aveva già reputazione di artista valente e di grande ingegno,
acquistatasi anche di recente con la costruzione del torrino nel giardino
Torrigiani in Via dei Serragli, da lui eseguito in quello stesso anno.
- Ho promesso al Granduca di dare
una festa in suo onore nel carnevale di quest'altr'anno - gli disse senza tanti
preamboli il principe Borghese - ma non essendovi qui (cioè nel palazzo
Salviati) locale adattato, ho pensato di fabbricare un palazzo. Perciò fai
subito un progetto, perché per la metà di gennaio dell'anno prossimo voglio che
sia terminato. Il Baccani fece osservare al Principe che il tempo era molto
ristretto, e che vedeva la cosa piuttosto difficile; ma Don Cammillo, uomo che
non conosceva difficoltà, disse all'architetto, che se vedeva di non poter
riuscire lo dicesse pure; perché egli voleva il palazzo, ne avrebbe guardato a
spese di sorta, non volendo scomparire col Granduca.
Il Baccani, dispiacente di
perdere un'occasione così bella per farsi distinguere, tanto più che quello
sarebbe stato il suo primo lavoro veramente importante, dichiarò al Principe
che per il tempo indicato prendeva impegno di costruire il palazzo.
Infatti, dopo pochi giorni gli
presentò il progetto, del quale Don Cammillo rimase contentissimo, e la cosa fu
stabilita. Ma siccome nel mondo i malevoli e gli invidiosi non sono mai
mancati, così alcuni fecero rilevare al Principe, che non era conveniente di
affidare alla leggiera un lavoro di tanta importanza ad un giovane che ancora
non aveva dato un saggio in grande del suo talento artistico. Per conseguenza,
lo persuasero a bandire un concorso, come mezzo più efficace a raggiungere lo
scopo che egli si prefiggeva.
Il Principe fece avvisare il
Baccani per fargli conoscere la sua intenzione di bandire il concorso; ed il
giovane architetto, per quanto si mostrasse mortificato, dové piegar la testa e
ritirarsi.
Fu fatto dunque il concorso; ed
una Commissione di architetti fra i più rinomati di Firenze e di fuori, fu
incaricata di scegliere il progetto migliore a cui, oltre all'esecuzione, era
assegnato un cospicuo premio in denaro.
Scaduto il termine, si
esaminarono i progetti presentati, fra i quali uno sopra a tutti sorprese per
la grandiosità del concetto, per il simpatico insieme delle linee e per lo
stile. che si staccava da tutti gli altri.
Com'era naturale, quello fu il prescelto
dalla Commissione, che non finiva di lodarlo. Ansiosi i componenti di essa ed
il Principe, di conoscerne l'autore, fu aperta la scheda corrispondente al
motto del progetto, e si vide che l'autore era lo stesso Gaetano Baccani!
Questa volta fu il principe che
rimase mortificato; e mandato a chiamare nuovamente l'architetto fortunato
volle dargli egli stesso la nuova, rallegrandosi con lui. Gli disse quindi di
volere eseguire il primitivo progetto, perché più semplice, e meno dispendioso.
Il Baccani tutto contento lo
ringraziò commosso, anche perché alla commissione del lavoro era aggiunto il
premio di cinquecento lire, che prima non c'era.
Don Cammillo gli rammentò
l'impegno preso col Granduca, e gli fece capire che non intendeva di tardare
nemmeno un'ora, alla consegna del palazzo tutto in ordine per darvi la festa
alla fine di gennaio del futuro anno 1822.
Benché non ci fossero che soli
sei mesi, il Baccani assicurò il principe che il palazzo sarebbe stato
terminato per quell'epoca. E così fu: anzi la consegna venne fatta otto giorni
innanzi del giorno stabilito.
La festa ebbe luogo il 31 gennaio
1822, ma il Sovrano non vi intervenne a causa del lutto per la morte del
cognato, principe Clemente di Sassonia, avvenuta in quei giorni a Pisa.
Con la costruzione del palazzo
Borghese l'architetto Baccani assicurò la sua fama. Già egli era noto per i
suoi concorsi, coronati tutti da ottimo successo; quello però di maggiore
importanza fu il triennale dell'Accademia di belle arti nel quale vinse la
medaglia d'oro con l'effigie di Michelangelo, e nel rovescio le tre corone
intrecciate dell'Accademia. Il valore della medaglia era d'intrinseco
quarantotto zecchini e otto paoli di moneta toscana, equivalente a
cinquecentoquarantadue franchi.
Non sarà inopportuno qui di
raccontare, riferendosi a dieci o dodici anni innanzi, che la distribuzione
delle medaglie di quel concorso fu fatta con solennità nella sala del Buon
Umore e le medaglie dei premiati tanto in architettura, pittura e scultura, vennero
distribuite personalmente dalla granduchessa Elisa Baciocchi; la quale,
nell'istesso giorno, volle che i tre premiati maggiori, cioè in architettura
Baccani, in pittura Bezzuoli, e in scultura Pozzi, andassero a pranzo da lei al
palazzo Pitti, ove era pure invitato il presidente dell'Accademia, senatore
Giovanni Degli Alessandri, il grande scultore Canova e l'egregio professore
Benvenuti.
Essendo i tre giovani premiati
stati messi insieme, per metterli forse in minore imbarazzo, avendo ognuno poco
più di vent'anni, così avvenne che tutt'e tre, facendosi coraggio l'un con
l'altro e perdendo a poco a poco la soggezione d'un pranzo a Corte, si facevano
riempire troppo spesso il bicchiere, giacché il vino della signora Baciocchi
era molto diverso da quello che abitualmente bevevano a casa loro.
Ma quel vino, facendo il suo
effetto, mise i tre giovanotti di buon umore più che nella sala omonima, dove
avevan ricevuto il premio. Cosicché l'ilarità che in essi ne derivava, non era
troppo confacevole all'ambiente. Il povero professor Benvenuti sudava sangue
dalla passione, e badava a far segni a que' giovinotti perché si moderassero e
si rammentassero dov'erano: ma era tempo e fatica sprecata. La Granduchessa che
se ne accorse, rivoltasi al Benvenuti gli disse ridendo:
- Lasciateli fare, lasciateli
fare: son giovani, ed è bene che siano allegri. -
Tornando alla costruzione del
palazzo Borghese, diremo che fu per Firenze un avvenimento di grande
importanza; e per più giorni la gente ci si fermava a naso per aria, come se
non finisse mai di contemplarlo abbastanza. È un fatto però, che tutta la
popolazione portava ai sette cieli il gentiluomo romano, che fra le sue
stravaganze aveva avuto la buon idea di costruire una fabbrica che è tuttora
decoro di Firenze.
Ed il Magistrato civico, nella
sua adunanza del 22 marzo 1822, considerando che il principe Don Cammillo
Borghese «aveva manifestato la sua predilezione per Firenze non solo con le
maniere nobili e generose, ma ancora con intraprendere e perfezionare grandiosi
lavori nell'avito palazzo Salviati, riducendolo a nuovo e più elegante disegno
architettonico, mediante l'acquisto di molti fondi a quello contigui» e per
avere arricchito la nuova fabbrica di marmi, suppellettili e mobili
ricchissimi, occupando architetti, artefici e manifattori toscani d'ogni
specie; ed amando la Comunità di dargliene una solenne testimonianza «impetrarono
dall'Augusto Sovrano» di volersi degnare di fare iscrivere gratuitamente il
principe Don Cammillo Borghese e tutta la sua famiglia e discendenza alla
Nobiltà Patrizia fiorentina.
E Ferdinando III «con suo benigno
rescritto» del 6 maggio dello stesso anno, approvò «che la predetta Eccellenza
Sua, e sua famiglia» fossero gratuitamente ascritti alla Nobiltà
Patrizia fiorentina.
Parve che il nuovo palazzo di Via
del Palagio, come allora si chiamava quel tratto della Via Ghibellina, desse la
spinta ad eseguire nuovi lavori di abbellimento della città; poiché nel dì 2
aprile 1823 si cominciò dal Comune a parlare sul serio della demolizione «degli
stabili sovrapposti all'arco di Santa Trinita» profittando della minacciata
rovina di essi.
E ciò, non tanto per appagare
così «l'oggetto dei voti pubblici» quanto per migliorare quel tratto di
Lungarno togliendo una porzione di fabbriche che lo deturpavano «nel più bel
punto di vista,» e restituire (sic) un abbellimento in aggiunta degli
invidiabili pregi della città. Considerò altresì il Magistrato, che l'opporsi
al voto universale dei cittadini e dei forestieri «che non cessano di ammirare
la bellezza del tutto insieme» avrebbe dimostrato nel Magistrato stesso «una
privazione totale di buon gusto e di amore per gli abbellimento ed ornati della
città.» Perciò, ritenendo che «conveniva preliminarmente assicurarsi del
preciso valore dei fondi, riconobbe che per tale oggetto non vi era che il
signor conte Luigi De Cambray Digny il quale potesse sostenere con impegno e
zelo l'interesse della Comunità e del Governo,» tanto più che egli era stato
dal Magistrato supremo nominato Periziore nella vertenza tra la Comunità
e i proprietari per causa della rovina che minacciavano le dette fabbriche. Lo
elessero quindi perito nell'interesse della Comunità «combinandosi l'intera
fiducia del Magistrato nell'abilità e talenti di si degno soggetto, e
l'adesione del medesimo all'incarico da affidarsegli.» Il Comune però, vedendo
di non potersi ingolfare in un'opera che sarebbe costata una somma rilevante,
si rivolse, secondo il solito, «alla munificenza sovrana» perché questa
«venisse in soccorso della Comunità, la quale, diversamente, si sarebbe trovata
nella necessità di abbandonare un sì bel progetto.»
Il dì 7 luglio il Provveditore
della Camera della Comunità partecipò al Gonfaloniere che S. A. I. e R. «mentre
si era degnata di approvare» che la Comunità di Firenze assumesse il carico di
effettuare la demolizione dell'arco di Santa Trinita «secondo il progetto già
concepito» aveva ordinato che a favore della Comunità stessa «venisse elargita
dalla cassa dello scrittoio delle RR. Fabbriche a titolo gratuito e per una
sola volta» la somma di seimila scudi, pari a trentacinquemila dugentottanta
lire della nostra moneta. Con questo però; che la Comunità dovesse sostenere
interamente il carico della spesa occorrente per il detto lavoro «qualunque
potessero essere i casi imprevisti, ed a qualunque somma potesse ascendere
nella sua totalità» escludendo assolutamente ogni altro soccorso per parte del
R. Erario. Soltanto, come «atto ulteriore di sovrana munificenza,» il Granduca
poneva a carico dell'I. e R. Depositeria la somma che sarebbe occorsa per i
diritti di registro per i contratti coi rispettivi proprietari degli stabili da
demolirsi.
Il Magistrato nell'adunanza del 9
luglio seguente «dopo aver lungamente trattato della materia» deliberò di
affidare interamente la direzione e soprintendenza di tutti i lavori «al signor
De Cambray Digny, Direttore dello scrittoio delle RR. Fabbriche, con amplissima
facoltà al medesimo di eleggere e destinare per la esecuzione di fatto di detti
lavori, quelle persone che fossero da esso giudicate più capaci ed idonee.»
Frattanto incaricava l'ingegnere Pietro Municchi della stima dei fondi da
acquistarsi dalla Comunità.
Il signor De Cambray Digny affìdò
l'opera dell'abbellimento di quel tratto del Lungarno di Santa Trinita, mercè
la demolizione dell'arco, all'architetto Cacialli, il quale alla sua volta si
valse dell'opera dell'architetto Gaetano Baccani, che si era oramai assicurata
la fama di artista valente.
Quando il lavoro fu condotto
quasi a termine, il Direttore delle RR. Fabbriche, invitò il granduca
Ferdinando III a vedere per il primo, il nuovo aspetto che prendeva quel pezzo
del Lungarno. Il Granduca accettato l'invito vi si recò, ed entrato nella
paracinta, dove fu ricevuto dagli architetti Digny, Cacialli e Baccani, fu dato
ordine al pontaio soprannominato Cinci di togliere il legname di un
ponte all'altezza d'uomo. Il Cinci però, impressionato dalla presenza
del Sovrano, per quanto questi cercasse di dar poca soggezione, mentre stava
chinato per sfilare un'asse voltando le spalle al Granduca, scivolandogli un
piede poco mancò che non cadesse all'indietro. Ferdinando III fu pronto a
sostenerlo con una mano, per l'appunto in quella parte della persona che
minacciava di mettere a sedere in terra il Cinci.
Il giovane Baccani, che alla
vivacità dell'ingegno univa una prontezza di spirito tutta fiorentina, vedendo
quell'atto del Granduca disse in un orecchio all'architetto Cacialli:
- Bisognerà mettere una lapide
sul.... del Cinci! -
Il Cacialli non poté frenare il
riso; ed il Granduca voltandosi domandò:
- Che cosa c'è? -
L'architetto, trovandosi un po'
imbrogliato, cercò di levarsela rispondendo:
- Niente, Altezza! ridevo d'una
cosa che mi ha detto qui il Baccani.
- Ditemela, ditemela....
- Ma....
- Voglio saperla! -
Il Cacialli gliel'ebbe a dire. E
anche Ferdinando, mettendosi a ridere, disse:
- È giusta, è giusta, bisogna
farlo davvero! -
Quanta bontà d'animo e quanto
spirito in Ferdinando III!
Se la lapide non fu più fatta per
il Cinci, fu fatta per ricordare l'avvenimento della demolizione dell'arco
di Santa Trinita; e l'incarico fu dato al «Padre Mauro Bernardini, professore
d'eloquenza nelle Scuole pie.» Il Magistrato deliberò «di impetrare l'opportuno
assenso di S. A. I. e R. per la collocazione della lapide al posto indicato;» e
quindi «considerando che detto P. Mauro Bernardini meritava un premio per detta
latina elegante iscrizione,» stanziò a favore del medesimo la somma di sei
zecchini, ossia di sessantasette lire e venti delle nostre, «in contrassegno
del gradimento incontrato dalla detta iscrizione.»
Con quest'opera si rese davvero
più bella la passeggiata del Lungarno, che allora si limitava soltanto fino al
Ponte alla Carraia, dov'è ora il terrazzino con la statua di Goldoni. Cotesto
punto si chiamava i trapani, perché sotto le fìnestre terrene del fianco
dello stabile che oggi traverserebbe il Lungarno e che si univa al ponte,
avendo la facciata in Borgognissanti, vi era scolpito un trapano.
Le case di Borgognissanti, dalla
parte dell'Arno, fino alla piazza, avevano tutte il giardino dal quale si
scendeva nel fiume. Una di queste era la Locanda d'Italia dove alloggiò
la bellissima imperatrice Olga di Russia, eletta anima d'artista, che rimase
entusiasta di Firenze. Avendo essa sentito più volte parlare della famosa
luminara di Pisa, ed espresso il desiderio di vederla, quando l'anno dipoi
tornò a Firenze, per ordine del Granduca le fu fatto un simulacro di tale
illuminazione dalla parte opposta dell'Arno fino alla Sardigna, con le biancherie
venute da Pisa. Queste biancherie erano i prospetti di legno che si
metteva sulla facciata delle case, a disegno architettonico e illuminate a
bicchierini - si dicevan biancherie, perché quei telai eran tinti di
bianco. L'Imperatrice si trattenne nel giardino fino a notte inoltrata, tanto
le piacque la festa, e non poté fare a meno di andare a Pitti la mattina dopo,
a ringraziare la Corte dello spettacolo dato in suo onore.
In questa circostanza non mancò
lo spirito salace dei fiorentini nel cantare il seguente sgarbato stornello:
Fior di gramigna:
Per onorare una regal carogna,
S'è fatta una gran festa alla
Sardigna.
L'imperatrice Olga fu invitata a
pranzo dai Sovrani; e per quanto fosse abituata alla opulenta ricchezza della
Corte russa, pur non ostante rimase stupita nel vedere lo sfarzo dei vasellami
medicei, opera di Benvenuto Cellini, e di altri insigni artefici, che nessuna
Corte al mondo poteva mostrare.
Arrivato il momento della
partenza da Firenze, Olga di Russia con le vetture di posta che la dovevan
condurre per la via di Bologna, fece una passeggiata alle Cascine, perché prima
d'andar via volle rivederle, tanto le piacevano.
Dopo la demolizione dell'arco di
Santa Trinita, che si chiamava volgarmente anche l’Arco de' pizzicotti perché
essendo stretta la strada i libertini nella folla si approfittavano per fare i
pizzicotti alle donne, l'opera pubblica che fece più scalpore fu l'allargamento
della Piazza del Duomo dalla parte del campanile, con la costruzione dei tre
corpi di fabbrica detti «le Case dei Canonici.» Anche questo è lavoro di Gaetano
Baccani, che essendo oramai in voga, era stato eletto architetto dell'Opera di
Santa Maria del Fiore. Il primitivo progetto del Baccani era molto più
grandioso di quei tre corpi di fabbrica approvati; poiché egli aveva immaginato
un grandioso fabbricato solo, dalla Mìsericordia alla cantonata di Via del
Proconsolo, lasciando l'ingresso a Via dello Studio e a piazza del Capitolo
mediante una porta e un androne, che parevano far parte del fabbricato; e così
dal Campanile di Giotto si vedeva direttamente, come del resto è adesso, lo
sfondo di Via Buia, oggi Via dell'Orologio. Si deve pure al Baccani la
cancellata attorno al Duomo, che venne fatta nel 1835, e che valse a togliere
tanti abusi e tante sconcezze.
Un'altra opera lodatissima fu la
prosecuzione della Via Larga e l'apertura di quella fra Via San Gallo,
difaccia alla chiesa di Bonifazio, ed il Maglio, decretata dal Comune
all'oggetto di estendere il fabbricato della capitale ed a comodo della
popolazione, che andava giornalmente aumentando. La perizia di questo lavoro si
fece dal Direttore delle RR. Fabbriche nel 17 agosto 1827; ed il progetto
definitivo fu approvato dal Magistrato civico nell'adunanza del 19 novembre
successivo.
Considerando poi il prelodato
Magistrato che alle due nuove strade conveniva dare un nome, nel dì 30 marzo
deliberò che quella in prosecuzione di Via Larga e che arrivava alle mura si
denominasse Via Leopoldo e l'altra traversa Via Marianna, «in
onore e memoria dei regnanti.» Una settimana dopo pervenne al signor Gonfaloniere
la partecipazione che S. A. I. e R., «si era degnata di gradire i sentimenti di
devozione» della Magistratura civica, ma che per una specie di umiltà e di
devozione aveva ordinato che le due nuove strade si chiamassero, l'una Via San
Leopoldo e l'altra Via Sant'Anna!
Chi sa che Leopoldo II non
prevedesse d'andare a finir sugli altari. Non ci corse nulla!
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