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La Dogana in Palazzo Vecchio -
Facchini e ragazzi - Il tetto dei pisani - I ciarlatani nei giorni di mercato -
Il Niccolai, il Billi e Trentuno - Colossi della scienza - Cavadenti e
contadini - Orologiari di ventura - Mercurio Castelli di burattini - I
maccheroni freddi di Martino - La ritirata - L'Angelus Domini - I
cartelli de' teatri - Il Canto dell'acquavite.
Piazza del Granduca, quella che
oggi si chiama della Signoria, la più antica e la più celebre di
Firenze, aveva un'impronta speciale, un carattere tutto proprio, del quale non
se ne ha più la minima idea.
La Dogana era in Palazzo Vecchio;
e la porta dal lato di tramontana dietro al Cavallo, si chiama tuttora porta
della Dogana. In quella parte della piazza, ogni giorno si scaricavano
le balle della canapa che veniva da Bologna, con dei carri tirati da cinque o
sei cavalli, e l'assistere a quell'operazione dello scarico, era uno spasso per
i fannulloni d'allora. Vi prendevan parte anche molti ragazzi, che si
compiacevano ad aiutare i facchini che eran tutti svizzeri, i quali in compenso
lasciavan loro accomodare alcune di quelle balle in fila, ad una certa distanza
l'una dall'altra, perché si divertissero poi a saltarle con intermezzi di
capriole e di qualche caduta. Questo giuoco destava l'ammirazione dei
forestieri, che tutti contenti del gratuito spettacolo ginnastico, davano un
paolo o mezzo paolo di mancia ai più bravi.
Il divertimento durava dalle
dieci della mattina fino alle ventiquattro; ossia all'Ave Maria della
sera, ora in cui dai facchini veniva riposta nel cortile, o sotto la grande
volta, tutta quella mercanzia.
Le botti dello zucchero, dello
spirito, del caffè e le altre merci, si depositavano nei sotterranei del
palazzo; in parte anche nei locali che poi servirono all'Esattoria, ed il resto
in quelli che oggi son destinati a Caserma delle Guardie.
Ma l'aspetto più caratteristico,
la Piazza del Granduca l'offriva in tutta quest'altra parte compresa fra le
Logge dell'Orcagna, la Meridiana e la Vecchia Posta.
Entrando da Via de' Calzaioli, si
rimaneva ad un tratto storditi dal baccano e dal frastuono, come se si fosse a
una fiera di campagna.
La gente non poteva quasi
passare, tanta era la quantità dei ciarlatani, dei saltimbanchi, cantastorie,
giuocatori di prestigio, casotti di burattini, e carri con le scimmie o cani
ammaestrati; venditori di semenza, di lupini, di sapone per cavar le macchie
e di lumini da notte. C'eran quelli co' panieri de' dolci a forma di nicchia,
fatti di tritello e miele, che s'empivano d'una specie d'acqua sudicia,
battezzata pomposamente per rosolio, la maggior ghiottoneria dei ragazzi che
andavano a nozze quando sentivan gridare: «Un quattrin mangiare e bere senza
mettersi a sedere.»
Ad ognuno di quei banchi, o
casotti, o carri, c'era sempre una folla di garzoni di bottega; e spesso si
vedeva apparire qualche maestro, che con uno scappellotto ed una pedata
simultanea, a colpo fisso quanto sicuro, prendeva per un orecchio lo smemorato
ragazzo e lo riportava a bottega.
Sotto il tetto della Posta dov'è
ora il Palazzo Lavison, che si chiamava «il tetto dei pisani» - perché fatto
costruire dalla Repubblica ai prigionieri della guerra di Pisa nel 1364 -
cerano alcuni banchetti di venditori di cinti erniari, detti brachierai, i
quali, specialmente nei giorni di mercato, facevano affari d'oro imbrogliando
co' baratti, que' contadini che si lasciavano imbecherare ch'era un piacere.
Erano notevoli anche i postini di campagna, che venivano a prendere le lettere;
e si riconoscevano dalla tuba, dai calzoni corti e la bolgetta a tracolla.
Fra tutta quella gente giravano e
si fermavano qua e là i ciechi, che cantavano sulla chitarra, o sonatori d'arpa
e di violini, che aumentavano il baccano e la confusione.
Ma più aspetto di fiera, la
Piazza del Granduca lo prendeva il martedì e il venerdì, giorni di mercato. Allora
poi, per chi non aveva nulla da fare, era un divertimento davvero. In quei due
giorni la prevalenza su tutti i ciarlatani soliti, e su gli altri che
ingombravano la piazza, la prendevano i dentisti ed i ciarlatani di lusso, che
venivano di fuori di Firenze. I più celebri furono un certo Niccolai, un tal
Billi, Trentuno, e più tardi il Tofani, che fu l'ultimo della specie.
Il Niccolai che veniva da
Pistoia, si fermava dinanzi alla Posta; e standosene ritto sul suo cadesse,
tutto polveroso o infangato, spiegava al pubblico di contadini e di vagabondi,
- dei quali grazie a Dio non c'è mai stata penuria - che lo attorniavano in
folla stando ad ascoltarlo a bocca aperta, tutti i meravigliosi pregi di certi
suoi cerotti per le piaghe d'ogni genere e d'ogni origine; degli unguenti per i
dolori d'ogni specie, compresi quelli morali; acque per le malattie d'occhi, da
fare accecare chiunque; e rimedi miracolosi per gli zoppi che a sentirlo,
dovevan buttar via le gruccie, non rimanendo però responsabile se dando retta a
lui, sarebbero andati a gambe all'aria.
Il Billi si piantava con la sua
carrozza un centinaio di passi distante dal collega, più che rivale, vendendo i
soliti intrugli, i soliti rimedi, che dopo tante incertezze e mezzi pentimenti,
molti contadini sempre diffidenti delle cose buone ma creduli alle
ciarlatanerie, finivan per comprare, avendo anzi tutt'a un tratto la paura di
non fare a tempo ad acquistare il prezioso e miracoloso unguento.
Ma il più caratteristico, il più
curioso, era il famoso dentista Trentuno. Egli faceva il suo ingresso
trionfale in Piazza del Granduca sopra un cavallo piuttosto arrembato, seguìto
dal figliuolo, pure a cavallo, e carico di borse di pelle portate a tracolla,
piene degli istrumenti necessari a quella specie di tortura.
Il vecchio Trentuno, stando
sempre sul suo ronzino, cominciava a predicare contro il male dei denti come se
fosse stato un nemico visibile, facendo una grande impressione sui disgraziati
che gli facevano cerchio, e che aspettavano a gloria che l'insigne professore
si degnasse di levarglieli magari anche tutti, facendo un pianto e un lamento
per non soffrir più.
Il circolo che facevano intorno a
Trentuno quei poveretti con una gota gonfia, col viso acceso fasciato
dalla pezzuola, era dei più strani. Se non si fosse veduto su quei visigoti del
dente, l'espressione d'un acuto dolore, ci sarebbe stato da ridere, tanto erano
curiose le loro smorfie, e il desiderio che si leggeva ad essi negli occhi, di
uscir presto da quel tormento.
Dopo la sua arringa, l'egregio
dentista che pareva Pietro l'eremita quando bandiva la crociata, si faceva
avvicinare il figliuolo che senza smontar da cavallo neanche lui, gli porgeva i
ferri, e quindi al primo contadino più coraggioso che si presentava, gli
faceva appoggiare senza tanti complimenti il capo sulla sua coscia, e in un
batter d'occhio, gli levava un dente che spesso pur troppo.... non era quello
malato!
C'erano alcuni che cacciavano un
urlo tale, da svegliare perfino il povero cavallo che destato così di
soprassalto faceva uno scossone tanto forte, da buttare quasi in terra anche il
paziente.
Nell'estate poi, quando le mosche
davan noia all'indomito destriero, questo se le scacciava cori la coda, un
codone lungo che gli toccava terra, mettendo spesso i crini negli occhi a quei
disgraziati, che per levarsi un male inciampavano in un altro peggiore.
Ogni mese o due capitavano però
sulla Piazza del Granduca dei ciarlatani di grido, di fama mondiale, seduti
sopra un carrozzone che arrivava a' primi piani, spesso tirato anche da quattro
cavalli. Questi erano i colossi della scienza: vestiti di nero, con certe tube
più grandi del vero; enormi collane d'oro, o quasi; ciondoli d'ogni specie, ed
il moro accanto: moro, per lo più onorario, se non onorato, tinto col sughero
ma vestito alla turca. Sul di dietro del carrozzone c'era una banda, se non di
ladri - almeno si crede - certo di suonatori da fare scappare. Quando si
trovavan d'accordo la gran cassa, i piatti e il bombardone, pareva la fin del
mondo.
Quei professoroni, di lassù da
quel pergamo, per cominciare subito bene, principiavano a trattar male i
contadini, che stavan loro d'intorno quasi in adorazione. In ricompensa si
buscavan di bestie, di zucconi e di ignoranti tutti, dato con tanta prosopopea,
con tanta arroganza e sicurezza da quegli elefanti del sapere, che pareva
proprio che dovessero riavere un tanto.
L'effetto era straordinario.
Nessuno fiatava, e si pigliava anzi in pace, con una certa compiacenza, tutte
quelle invettive e quelle impertinenze come se spettassero loro di diritto.
Nessuno s'arrischiava d'andare a farsi levare i denti da quei dottoroni, da
quelle enormità scientifiche. Ma allora il professore vedendo in bilico il
risultato della sua facondia, con benevola burbanza incoraggiava il povero di
spirito e lo faceva salire a cassetta accanto a lui, nel posto del moro, il
quale si metteva dietro col bicchiere dell'acqua bell'e preparato, per far
risciacquar la bocca al paziente.
L'infelice pareva in berlina:
tutti muti, stavano attenti aspettando il momento della sganasciatura. Il
professore dopo levato il dente, lo mostrava al popolo attonito, e spesso lo
buttava fra la folla, con gesto largo, magnanimo, da imperatore romano, come
per saziarne l'avida curiosità.
E dire che c'era della gente che
aveva lo stomaco di raccattarlo e di osservarlo come se fosse stato un oggetto
prezioso, o una reliquia!...
Alcuni di quei professori per
mostrare con una grandezzata la sicurezza nella loro valentìa, al disgraziato a
cui la Provvidenza levava in quel momento le sue sante mani dal capo, legavano
il dente con uno spago: poi scaricando a bruciapelo una pistola, il povero
contadino che non s'aspettava quell'acciacco, tutto impaurito dava una stratta
come per scappare e così il dente veniva estratto da sé.
Di cotesti enormi scienziati,
qualcuno era veramente abile, e dava consulti in casa col pagamento d'un paolo
- cinquantasei centesimi! - Facevano operazioni d'ogni genere, estirpavano
tumori, tagliavano cancri, pezzi di naso.... insomma nessuno di quelli che
capitavano nelle loro mani andava via intero.
I contadini, non erano solamente
vittima dei ciarlatani; perché tra tutti coloro che capitavano in Piazza del
Granduca facevano a chi li metteva più in mezzo.
Quelli che vendevano gli orologi,
- che il popolo chiamava martinacci, specie di grosse chiocciole delle
quali avevan tutta la figura - tenevano il primo posto.
Questa specie di orologiari di
ventura o di contrabbando, con una scatola al collo piena d'orioli vecchi e
nuovi, si fermavano dove c'eran più fitti quei tarpani, e senza dir nulla ad
aspettare indifferenti, perché sapevano che gli allocchi ci sarebbero cascati
di suo. Costoro non avevan la pretesa esclusiva di vendere, ma s'adattavano
anche a fare i baratti; ed era questa loro furbesca condiscendenza, che tirava
nella rete i gonzi, i quali ci cascavano che era un piacere.
Per riuscir meglio nell'intento,
quegl'imbroglioni avevano i loro manutengoli, o trucconi, i quali figuravano di
contrattare uno di quelli orologi; e poi fingendo di non accomodarsi, si
allontanavano. Allora un contadino si fermava e domandava anche lui il prezzo.
L'orologiaro d'occasione mostrava un sacrilegio d'orologio che battezzava per
un «Vacheron Costantin» e gli chiedeva trenta lire. Il contadino per non
sbagliare gliene offriva venti; e il mercante quasi offeso gli voltava le
spalle e se ne andava più in là, come per liberarsi, scandalizzato, dal
contatto di quell'audace.
Il villano mortificato lo seguiva
con gli occhi pieni di desiderio, non arrischiandosi ad avvicinarsi di nuovo
per paura d'esser trattato male.
Allora un altro imbroglione, di
balla col primo, usciva fuori e fermandosi dinanzi all'orologiaro gli offriva
due lire di più del contadino. Ma l'altro non accettava e andava più in là
ancora. Il credulo villanzone fattosi coraggio tornava, e offriva ventiquattro
lire: ed il truccone ripigliava in mano l'orologio, lo guardava e ne offriva
ventisei, che venivano rifiutate.
Finalmente, aumentando qualche
altro soldo, il contadino finiva per fare quel bell'acquisto di cui aveva luogo
a pentirsi appena arrivato a casa.
Il bello però si era che il più
delle volte quegli orologi che parevan d'argento, non eran che d'ottone
argentato!
Uno dei più bravi tra quei
furfanti era un certo Mercurio, famoso per appiccicare dei cosiddetti
cerotti a quei contadini, che se ne ricordavano finché campavano.
Se poi c'era qualcuno che voleva
fare un baratto, questo per l'orologiaro diventava un affar d'oro addirittura.
Cominciava dallo sberciare subito l'orologio vecchio, e diceva immancabilmente:
- Che volete voi ch' i' faccia di questa cazzeruola ? - e lo restituiva facendo
lo scontroso.
Il contadino si piccava e finché
non aveva avuto un orologio peggio di quello che dava, aggiungendovi quindici o
venti paoli non era contento.
Vedete per quali arcane vie la
Provvidenza gastigava i contadini per quello che rubavano ai padroni!
La sera, Piazza del Granduca
prendeva un aspetto tutto diverso. Non rimanevano che tre o quattro castelli di
burattini, e qualcuno con le vedute del mondo nuovo, o della passione di Gesù,
o della guerra di Napoleone. I ragazzi andavano a nozze e ci si spassavano e
ridevano come non avranno più riso, dicerto da grandi, quando avranno creduto
di divertirsi sul serio. La figura più caratteristica e che richiamava più
gente, era un certo Martino, che tutte le sere verso le ventiquattro arrivava
col suo carretto pieno di panieroni da cinque fiaschi, nei quali panieroni
metteva uno sull’altro tanti piccoli piatti coperti, dove c'erano dei
maccheroni freddi, che andavano via a ruba appena li metteva fuori. Questo
cuoco.... a freddo, si piantava vicino alla cantonata di Via Calzaioli, sulla
gradinata del palazzetto Bombicci, e non riparava a smerciare i suoi
maccheroni. Di ogni piatto ne tagliava cinque spicchi; da una scodella piena di
cacio di Roma grattato ne pigliava pulitamente con le mani un pizzicotto, li
incaciava, e con un bussolotto bucato ci spruzzava il pepe e ne dava via ad un
quattrino lo spicchio.
Ma c'erano anche allora gli
sciuponi, gli scialacquatori, i figliuoli prodighi, inconsideratamente golosi,
i quali ne prendevano un piatto intero, che costava nientemeno che una crazia,
ossia sette centesimi!… Questi dilapidatori si conoscevano a colpo
d'occhio, perché spendendo una somma così ragguardevole, tutta in una volta,
avevan diritto alla forchetta, oggetto di lusso e da persone veramente a modo.
Gli altri - la plebe che ne prendeva uno spicchio soltanto - li mangiava con le
mani e così parevano anche più saporiti!
In meno di mezz'ora, Martino
tornava via co' panieroni vuoti e colle tasche piene; perché spesso le piccole
industrie bene indovinate, con un capitale di tre o quattro lire, danno un
guadagno da campare una famiglia intera. Martino con dieci paoli di capitale ne
guadagnava altrettanti.
Finalmente la ritirata era
quella che dava la chiusa alla baldoria di tutta la giornata. Mezz'ora prima
delle ventiquattro venivano i tamburini e i pifferi - preceduti dal capo
tamburo - e le trombe dei dragoni e dei cacciatori a piedi - quelli chiamati fior
di zucca - dirette dai capitromba. Il capotamburo, che aveva il grado di
sergente maggiore e che apparteneva ai fucilieri, prendeva il comando di
tutta la batteria.
Pochi minuti prima delle
ventiquattro usciva fuori la guardia, ossia la compagnia che montava in
Palazzo Vecchio, ed allo scocco dell’Ave Maria si metteva a rango per la
preghiera. L'uffìciale faceva il saluto con la sciabola, e i soldati col fucile
a pied'arm e la mano sinistra al casco, stavano in posizione, mentre la
batteria dei tamburi faceva tre rulli.
Tutto il pubblico si levava il
cappello e diceva - o figurava di dire – privatamente l’Angelus Domini. Terminata
la preghiera, i tamburi davano un rullo prolungatissimo, che faceva rimaner
senza fiato. Quindi il capotamburo per fare il bravo buttava in aria la mazza
col grosso pomo d'argento, come quella dei guardaportoni, e ripigliandola e
facendola roteare rapidamente come se fosse stato un fuscello, si metteva alla
testa della batteria. I tamburi, i pifferi e le trombe, alternandosi a vicenda,
suonavano la ritirata e marciavano tutti compatti in avanti; quindi facendo una
conversione a sinistra giravano attorno alla piazza, e dopo compiuto il giro si
fermavano nel mezzo. Allora ogni batteria di tamburi e di trombe se ne andava
al proprio quartiere, preceduta da una turba di monelli, che facevan la strada
a forza di salti e di capriole, seguita dai soldati e dai soliti curiosi e
bighelloni.
Con la ritirata, la Piazza
del Granduca rimaneva deserta fino alla mattina seguente.
Sotto la tettoia della Posta, la
festa in tempo di pioggia o quando il sole scottava a buono, dalle undici alle
due, era il ritrovo degli ufficiali e degli eleganti, che vi si davano
appuntamento. E di lì passavano le signore e le giovinette che prima d'andare a
desinare facevano la rituale ed obbligatoria passeggiata di Via de' Calzaioli,
per vedere e farsi vedere.
D'inverno e nella mezza stagione
il ritrovo festivo aveva luogo sull'angolo di Via Vacchereccia, dove in alto,
ad una fune attraverso alla strada si attaccava l’avviso del teatro della
Pergola. Gli avvisi degli altri teatri si mettevano, appesi pure ad una fune,
attraverso a Via de' Calzaioli, fra Condotta e Baccano.
Dalla farmacia Forini - di cui
anch'oggi si ammira il cartello intagliato dal Duprè - fino alla cantonata di
Calimaruzza, tutte le mattine si mettevano in fila i muratori senza lavoro,
aspettando che qualcuno andasse a cercarli per prenderli a giornata; e quel
pezzo di strada si chiamava il Canto dell'acquavite; perché quei
muratori mentre aspettavan di lavorare, per non render conto a Dio dell'ozio,
ogni poco andavano da un droghiere che c'era sulla cantonata di Condotta a
prendere un bicchierino.
Di qui nacque il dettato che
quando un lavorante era a spasso, si diceva che era sul «Canto dell'acquavite».
Ma su quel canto ci andavano anche coloro che la bastonavano la voglia
di lavorare.
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