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L'edifizio delle Stinche: sua
storia - Ubicazione delle Stinche - Debitori celebri in prigione - Inquilini
stranieri - L'arbitrio - Si castri! - Il lavatoio - A soffino e a
cappelletto - Ragazzi renitenti - Le tintorie fiorentine -Abolizione
delle Stinche - Il professor Girolamo Pagliano - Il palazzo del Bargello -
Carceri e carcerati - Birri - Prodezze sbirresche - Picchiero celebre
furfante - La gogna e la bollatura a fuoco - La campana della Misericordia – A caso
e a morto - Ansie domestiche - Come finiva?
Gli edifizi più tetri di Firenze
erano «Le Stinche» ed il Bargello, che servivano di carceri e di bagno dei
forzati. Ma le Stinche specialmente, mettevan terrore a vederle. Quelle mura
altissime, quell'isola nera che occupava quattro strade, facevano stringere il
cuore. La storia di quel luogo di infinita pena, risaliva ai tempi della
Repubblica.
Espugnato dai fiorentini, sui
primi del secolo XIV, il castello detto «delle Stinche» in Val di Greve, che
s'era ribellato alla Signoria, i prigionieri che furon fatti vennero portati a
Firenze come trofeo di guerra e chiusi nelle carceri presso San Simone, le
quali appunto, in onta a quei prigionieri, si dissero «le Stinche.»
Questo edifizio costituiva un
quadrilatero irregolare, che occupava per ottantanove braccia Via del Diluvio -
ora Via del Fosso; - per centododici braccia Via del Palagio - oggi Ghibellina
- cinquantatré braccia Via del Mercatino, e centosei quella de' Lavatoi.
L'altezza dei muraglioni senza finestre variava dalle ventidue braccia e mezzo
alle trentatré, a causa d'un'antica torre che non fu demolita.
Quasi all'estremità del lato che
guardava il Canto agli Aranci, v'era una porta come di rimessa, e si chiamava
la «porta dei forzati» o anche «delle carrette», perché quegl'infelici uscivano
di lì per andare con la carretta, come è narrato in un capitolo precedente, a
far la pulizia della città.
In tempi più remoti, in quel
tetro fabbricato si tenevano le donne di malaffare ed i pazzi, nonostante che
la primitiva destinazione di esso fosse per i rei di delitto di Stato, e vi
scontassero talvolta lunghe prigionie i più ragguardevoli personaggi sotto
l'imputazione di traditori o di ribelli. Poi vi si aggiunsero i debitori e i
falliti, fra i quali vi fu rinchiuso lo storico Giovanni Villani per il
fallimento della Compagnia de' Bardi. Vi stettero per varie cause Giovanni
Cavalcanti nel 1427 che vi scrisse un'opera concernente l'esilio di Cosimo I;
Cennino Cennini, nel 1437, che ammazzò il tempo e la noia, scrivendo il suo
pregevole libro del «Trattato della pittura» una delle più belle cose di
quell'epoca. Ma uno degli avventori più zelanti delle Stinche, fu il poeta
satirico Dino di Tura, una lingua che tagliava e fendeva ch'era un piacere. In
seguito, Pietro Leopoldo, movendosi a compassione dei falliti per i quali
riteneva troppo dure e rigorose le Stinche, fece fabbricare nel 1780 «alcune
abitazioni» per essi nel palazzo del Bargello dalla parte di Sant’Apollinare, e
furon chiamate le «Stinche nuove,» destinando «le vecchie a servire
d'ergastolo» pei condannati alla galera o alla prigionia.
Nelle Stinche, dal 1600 al 1620
sotto Ferdinando I e Cosimo II de' Medici, si rinchiudevano provvisoriamente
anco i condannati dai diversi vicariati o tribunali della Toscana, in attesa
della promozione.... alla galera. Ed avevan tanto credito queste Stinche, che
nel 1606 vi vennero mandati dei galeotti dalla Lombardia, dal Veneto e
dall'Emilia, che poi passarono alle Galere di Sua Altezza. Bell'acquisto
!
La maggior parte dei prigioni che
furono inviati alle Stinche, dal 1600 al 1700, provenivano dalle carceri degli Otto
e de' Rettori di fuori, che li avevan condannati per cause criminali. Spesso
però, vi facevan passaggio per scontare il delitto che avevano col Fisco, per
le spese e per il loro mantenimento. La reclusione si faceva per gruppi, non
essendovi che varii cameroni chiamati: La Vecchia, la Nuova, dei Grandi, dei
Macci, lo Spedale, la Pazzeria, la Torre ecc.
Nel XVII secolo quando le Stinche
eran piene, i carcerati si mandavano nelle prigioni dei Signori Otto,
specialmente in quei casi nei quali la procedura reclamava la segreta, o come
si dice oggi, l'isolamento, per motivo dell'istruttoria.
La sorte dei carcerati delle
Stinche dipendeva spesso dall’arbitrio che vigeva tuttora; ma non nel
senso dì abuso, sivvero come disposizione libera di fare o di non fare una data
cosa, sempre però col beneplacito del Sovrano. E a tempo dei Medici il Sovrano,
anche in materia carceraria, era e voleva essere informato di tutto. Basti dire
che una volta, sotto Cosimo I, Fu arrestato un ragazzo di dodici anni, di
Pistoia, per avere oltraggiata e ammazzata una bambina di nove anni. Quando il
Granduca ebbe la relazione dei Signori Otto, che rimettevano a lui la
designazione della pena che intendeva di infliggere al precoce assassino, Sua
Altezza trattandosi d'un ragazzo che aveva commesso un delitto di quel genere,
perché non vi ricadesse, sotto il rapporto degli Otto scrisse soltanto si
castri e firmò «Cosimo.»
La parte meno triste delle
Stinche era dal lato di San Simone in Via dei Lavatoi, così chiamata per il
lavatoio lungo quanto era la strada, e largo diciotto braccia, diviso in due
file di trogoli. Esso fu costruito presumibilmente nella prima metà del secolo
XIV dall'Arte della Lana, affinché i tintori «vi potessero lavare le pannine
specialmente nel tempo d'inverno, quando le acque del fiume Arno sono così
crude, e spesso, torbide per la piena.»
Quelle pannine, purgate e lavate,
venivano poi portate a tendere, perché si asciugassero, ai tiratoi di Piazza
delle Travi e agli altri della città. A questo servizio eran destinati i
ragazzi dei tintori, che in antico si chiamavan cavallini, dal loro
modo di portar quelle stoffe ammontate sulla groppa d'un disgraziato cavallo,
che avrà avuto cent'anni per gamba. I ragazzi, senza riguardo a quelle vecchie
carcasse, montavan sopra alle stoffe; e stando ritti, li guidavano di lassù,
facendoli correre come se fossero stati puledri.
Poiché la cimasa dei trogoli era
fatta a pendìo, il lavatoio diventava spesso il ritrovo dei ragazzi che vi
andavano a giuocare a soffino, facendo rivoltare dalla parte dell'arme i
quattrini messi sulla pietra; a chi non riusciva col soffio di rivoltar la
crazia o il quattrino perdeva, e quando giuocavano a cappelletto con le
crazie d'argento, fini come veli di cipolla, e che da una parte avevano lo
stemma de' Medici, dicevano fare a palle e santi.
Questo, come Piazza della
Signoria, dinanzi ai casotti dei burattini o ai carrozzoni dei ciarlatani, era
il punto più sicuro ove le mamme e i padroni di bottega che non vedevan tornare
i ragazzi mandati fuori per qualche servizio, potevano rintracciarli. Perciò
anche da Via de' Lavatoi non era raro vedere il maestro - o principale -
scapaccionare il ragazzo dimenticone, e portarlo via di lì, trascinandolo seco
per un orecchio.
Il chiacchierìo e anche il
baccano che in certi giorni c'era a' lavatoi, si sentiva dalle strade vicine.
Si udivan le più grasse risate, per qualche lazzo o qualche burletta fatta; e
si confondevano con un effetto curioso con le stoffe fradice, battute
ripetutamente sulla cimasa del trogolo, facendo quel rumore particolare che
nell’inverno pareva diaccio, e faceva venire i brividi.
I tintori che mandavano a lavare
le stoffe al lavatoio delle Stinche, avevano le loro antiche botteghe in Via
Cornacchìaia, Via de' Vagellai, Via de' Saponai, Via Mosca, e Piazza delle
Travi, dov'era il tiratoio. La seta però andavano a lavarla ai lavatoi di Via
delle Torricelle, ora del Corso dei Tintori, passata la caserma dei dragoni,
che sull'architrave aveva lo stemma dell'Arte della Lana. Fra le tintorie più
rinomate portavano il vanto quelle Guerrini, Bonini e Querci; ed eran tenute in
assai pregio per tingere di nero e di scarlatto, tanto le stoffe di seta che di
lana. Per lo scarlatto era superiore a tutti la tintoria Querci, alla
quale la Repubblica assegnò perfino una pensione annua di diversi fiorini, che
le fu mantenuta fino al I700.
Le tintorie fiorentine avevano
grandi commissioni dal Levante, dove i nostri mercanti facevano continue
spedizioni dei tessuti di seta, operati, a fiorami e damascati, e dei panni di
lana nei quali consisteva l'industria di Firenze, che era però di già agli
estremi ma che fino allora per la città era una ricchezza; ed una brava
tessitora, quando rimetteva al fabbricante ogni mese una tela, riscuoteva per
lo meno dieci o dodici scudi. È facile immaginare perciò quanto fosse
l'agiatezza anche in molte famiglie del basso Popolo, le donne del quale la
festa facevano grande sfoggio di gioie, di orecchini o buccole - come
le chiamavano - e di vezzi di perle di molto valore.
Le Stinche mettevano malinconia
al solo vederle: perciò ingentiliti i costumi, e desiderosa la cittadinanza di
toglier di mezzo quello sconcio, il granduca Leopoldo II, che per verità ebbe
sempre passione di abbellire Firenze ed accrescerne le comodità ,con decreto
del 15 agosto 1835 sanzionando le trattative già in corso fin dal 1833 ne
ordinò la vendita, perché venissero destinate ad usi privati e più decorosi.
Acquistarono quel locale di
trista fama i signori Giovacchino Faldi, Cosimo Canovetti, Giuseppe Galletti e
Michele Massai, i quali in seguito lo rivenderono a Girolamo Pagliano,
cantante, dopo ch'ebbe abbandonate le scene per dedicarsi allo smercio del suo
fortunato sciroppo, che ha purgato mezza Europa. Questo sedicente professore
col disegno dell'architetto Francesco Leoni, oltre all'edificare sulla vecchia
area delle Stinche molte botteghe, e comode ed eleganti abitazioni, fece
costruire una stupenda cavallerizza con annessa scuderia e la famosa gran sala,
detta della Filarmonica, di stile dell'Impero, tal quale oggi si vede.
La cavallerizza fu costruita dove
era prima il lavatoio; ed a questa era congiunto il locale per gli esercizi
equestri, lungo settanta braccia, largo trenta ed alto ventitré, che prendeva
luce da due grandi lanterne a cristalli. Codesto locale cedé poi il luogo al
teatro Pagliano, che diede lo sfratto ai cavalli per dar posto.... ai cantanti.
L'ibrido connubio fra Euterpe ed
Esculapio, riuscirono a fare del Pagliano una macchietta originale e curiosa.
Un poema di 16 canti in sesta rima: La Paglianeide ossia Teatro e Medicina, dettato
dal pittore Cesare Paganini, lo celebra come un eroe da strapazzo; ma questo
poema, un grosso volume in ottavo, è restato incompleto, perché fu pubblicato
nel 1855 e il protagonista visse ancora oltre 25 anni!...
Il Palazzo del Bargello, che in
oggi è conosciuto più civilmente sotto il nome di Palazzo Pretorio, fu poi
restaurato dall'architetto Mazzei e dal pittore Gaetano Bianchi. Ivi ha sede il
Museo Nazionale, ma fino al 1859 era luogo di non men trista fama delle
Stinche, tanto più quando i carcerati, abbattute quelle, vennero ivi rinchiusi.
Non è il caso di rifare la storia
di cotesto antico monumento, che fu sede del Duca d'Atene, e d'onde venne
cacciato per furore di popolo.
Il vetusto edifizio aveva subìto
in più tempi deturpazioni ed alterazioni tali, da svisarne assolutamente il
carattere e la primitiva impronta.
Dal lato di Via del Proconsolo e
di Via Sant'Apollinare le antiche fìnestre bifore furono in parte rimurate e
ridotte
a tramoggie per i carcerati, i
quali, onde impietosire i passanti, calavano dalle inferriate uno spago con una
borsetta bianca: e perché questa scostasse dalle bozze di pietra della
facciata, tenevano lo spago legato a un pezzo di canna come se pescassero. E
infatti pescavano i gonzi che credevano alle loro querimonie, ai loro lamenti,
e più che altro alla loro innocenza.
Bastava passar «dal Bargello» per
sentire gridar forte le solite lamentazioni pietose del «povero padre di
famiglia,» e della «vittima» altrui. Costoro per fare effetto inventavan tutte
le birbonate possibili: promettevan preghiere alla Madonna e a tutti i santi,
anche meno conosciuti, purché chi passava buttasse nella borsetta bianca
qualche cosa. A prima vista può sorprendere che i carcerati potessero avere lo
spago, la borsetta e la canna, per tenerla distante dal muro; ma la meraviglia
cessa quando si sa che il provvedere di tali oggetti i detenuti, era un incerto
dei secondini e dei birri, contro il divieto dei magistrati, i quali pur
vedendo e sentendo ogni cosa, facevan l'orecchio del mercante. Ma quelli che
veramente ci guadagnavano, erano i birri; poiché sulla cantonata di Via
Sant'Apollinare ci stava sempre uno di essi a sedere, per impedire che i
carcerati discorressero, per quanto senza vedersi, coi parenti o con gli amici,
dalla parte della strada.
Il birro di guardia non si dava
per inteso di quelle borse che dalle tramoggie si calavano, né di tutte le
cantilene dei delinquenti per chiedere l'elemosina ai passanti, che spesso
mossi a compassione buttavano un soldo o una crazia nella borsetta. Ma quando,
come avveniva altresì molto spesso, passava qualche signore che i birri
conoscevano a colpo d'occhio, e che questi buttava dentro un fiorino o anche
cinque paoli, il bravo birro spiegando allora tutto il suo zelo di rigoroso
campione della giustizia, dava una bastonata allo spago che s'avvolgeva così al
bastone, e con una stratta faceva venir giù la borsa.... e pigliava per sé ogni
cosa.
Allora il carcerato che
s'accorgeva di quel tiro birbone, e che poc'anzi implorava con tanto fervore la
Beatissima Vergine, il suo divino Infante e tutta la corte celeste, cominciava
a trattarli male tutti e a bestemmiare, accusandoli in certo modo di tenerla
più dai birri che dai ladri, coi quali i primi spesso facevano a mezzo!
I birri erano ordinati per
squadre, ognuna delle quali aveva il proprio capo; ma questi facevano il
servizio della bassa polizia; sorvegliavano i precettati serali, e facevano il
servizio di notte stando sulle cantonata con la lanterna cieca, a sorvegliar le
botteghe.
Quando qualcuno tornava a casa a
ora tarda, mentre metteva la chiave nell'uscio, bene spesso si sentiva
abbagliare a un tratto dalla luce della lanterna, che il birro gli piantava
sulla faccia senza che lui si vedesse. Questa dolce sorpresa era riserbata
particolarmente a coloro che passavano dalle strade nelle ore della notte; egli
si trovava accecato dalla lanterna, mentre il birro tutto premuroso gli dava la
buona sera e intanto gli domandava di dove veniva, dove andava, dove stava di
casa, ed il suo riverito nome e cognome. Se poi l'individuo fermato destava
qualche sospetto, il birro senza starci a pensare, faceva un fischio
convenzionale e in un momento sbucavan fuori i birri più vicini, e fra tutti
arrestavano quel tale e lo portavano all'Arione, ossia nel loro corpo di
guardia, così chiamato nel gergo birresco, per esser la mattina dopo
interrogato; invece, se si trattava di persona degna di esser trattenuta, lo
accompagnavano al Bargello con tutti gli onori delle manette o delle mani
legate dietro la schiena!
Degli Arioni ce ne erano
due: uno in Piazza di Santa Maria Novella Vecchia; ed uno in Borgo Tegolaia,
dove si distribuiva il servizio notturno; e gli arrestati si mettevano
provvisoriamente in una stanzaccia ridotta a prigione, che il popolo chiamava carbonaia.
Oltre ai birri, c'erano gli agenti,
divisi anch'essi a squadre per ogni quartiere; ed ogni squadra era
comandata da un capo il quale dipendeva dal «Capo agente.» Questo corpo, al
quale venivano affidate le funzioni più importanti, dipendeva immediatamente
dal Presidente del Buon Governo.
Quando c'era da arrestare qualche
soggetto pericoloso, si partiva dal Bargello una squadra di birri, avendo
ognuno il suo nodoso bastone di marruca, guidata dal proprio capo che per
distintivo aveva la mazza di canna d'India o di zucchero, ma con lo stocco. Uno
zucchero.... piuttosto amaro. Quando avevano trovato l'individuo di cui
andavano in cerca gli intimavano l'arresto: e se per sua disgrazia l'arrestato
avesse avuta la infelice idea d'accennare soltanto, a far resistenza, si
sentiva arrivare un tal carico di legnate, come se i birri ribattessero una
materassa!
Non per rimpiangere quei tempi;
Dio ce ne guardi! ma facevan più due birri che dieci carabinieri; ed era tanta
la temenza che avevano i malviventi di essi, che difficilmente si opponevano, e
piuttosto cercavano di darsela a gambe. C'eran però certi fegati, fra quei
birri, tutta roba che era stata prima vin che aceto, che spesso li rincorrevano
anche per mezz'ora e finivan per agguantarli, facendo poi i conti col bastone.
Fra i furfanti più rinomati,
v'era un certo Bartelloni macellaro, detto per soprannome Picchiero, che
dava da fare alla polizia più che tutti i ladri messi insieme. Per dato e fatto
suo, spesso si metteva sottosopra Firenze. Costui era un uomo temuto per la sua
audacia e per le aggressioni che commetteva impunemente di pieno giorno e nelle
strade anche più frequentate. Quando egli si sapeva cercato, si nascondeva nei
dintorni di Firenze, e spesso anche in città, destando il terrore in tutti,
perché si sapeva uomo sanguinario e risoluto. Una volta da alcuni birri più
astuti fu scovato e fecero per arrestarlo esortandolo col solito affabile mezzo
del bastone, a non far resistenza. Ma la prima bastonata del birro andò a
vuoto, perché Picchiero gli era scappato di sotto e correva come un
barbero. E via i birri dietro. Ma il malandrino aveva buone gambe e seguitava a
correre voltandosi ogni poco con la testa indietro come fanno i fantini per
vedere a che distanza si manteneva dai suoi inseguitori. Vistosi però quasi
raggiunto da uno di loro che pareva una lepre, secco, segaligno, tutt'ossa e
nervi, con cert'occhi che parevan quelli del gatto la notte, Picchiero entrò
in una casa che forse conosceva, e via su per le scale a tre scalini per volta.
E il birro dietro che saltava quanto lui, e lo raggiunse quando infilò in un
abbaino e entrò sul tetto, dove il fuggiasco credeva di rifugiarsi al sicuro,
non credendo mai d'esser rincorso con tanto zelo, fin lassù.
Fra ladro e birro seguì una lotta
accanita. Dapprima, si abbracciarono come due fratelli; e poi vennero giù nella
strada con grande spavento della gente accorsa, che rimase inorridita dal tonfo
di quei due corpi sul lastrico della via. Picchiero non si mosse, tutto
intronato com'era dalla botta di quella caduta; il birro credendo d'essersi
tribbiate le gambe, si alzò con grandi smorfie rimanendo a sedere in terra, non
avendo coraggio di rizzarsi. Fu però subito sollevato dai compagni e tutto
malconcio la Misericordia lo portò allo Spedale e ivi rimase per qualche
giorno. Picchiero invece andò a fare una cura più lunga al Mastio di
Volterra, che fu il termine della sua brillante carriera.
Ritornando al Palazzo del
Bargello, questo era luogo di trista fama non solo per i carcerati che vi si
rinchiudevano, quanto per la lugubre cerimonia della gogna e della bollatura
a fuoco.
Ogni condannato alla galera o
all'ergastolo, prima di andare al suo destino, veniva esposto alla gogna sul
muricciuolo esterno del palazzo, con le mani dietro legate ad una di quelle
grosse campanelle che tuttora si vedono. Il condannato aveva sul petto un gran
cartello dov'era scritto il delitto commesso; e doveva stare a capo scoperto.
Per condiscendenza gli si permetteva di tenere il cappello ai piedi, perché
quelli che passavano e si fermavano, vi buttassero qualche soldo. La gogna durava
dalle dieci alle undici della mattina, e in quest'ora suonava la vecchia
campana squarciata della torre, che col suo tristo suono fesso e lugubre,
metteva il malumore addosso. Stava a fargli la guardia un birro dentro una
specie di ringhiera o cancello di legno, che racchiudeva lo spazio destinato
alla gogna.
Quando alla pena della galera si
aggiungeva anche la bollatura, questa veniva fatta dal boia sulla spalla
sinistra del delinquente con un bollo a fuoco, scaldato in una specie di saldatoio
come quello dei trombai. Il popolo mormorava quando si faceva questa
obbrobriosa operazione; ma correva sempre a vederla. Uno fra quelli che per la
sua condizione commosse più degli altri, ricevendo pubblicamente quel marchio
d'onta perpetua, fu un sottoprefetto di provincia, il quale, essendosi
intenerito alle lacrime e alla disperazione di una povera madre, le liberò
furtivamente il figliuolo dalla leva militare. Per questo fatto egli venne condannato
a cinque anni di galera e ad esser bollato.
La triste campana del Bargello
suonava tutte le sere dalle dieci e mezzo alle undici, per avvisare i cittadini
più tardivi, che era l'ora d'andare a letto. E quando si sentiva quella
campana, molti si affrettavano a tornarsene a casa per evitare anche l'incomoda
luce della lanterna dei birri e la loro buona sera non meno incomoda e
sgradita, perché c'era il caso che in una serata di nervi, qualche fior di
galantuomo fosse preso per una persona sospetta, e portato a passar la notte in
carbonaia.
Quest'uso della campana fu tolto
nel 1848, quando si cominciarono ad abbandonare tanti usi barbari e incivili,
che avevan durato anche troppo.
Ma soppresso il suono della
campana del Bargello, vi rimase quella della Misericordia, che anche nel cuor
della notte suonava i suoi tocchi, spandendo nell'aria come un senso di
sgomento e di paura in tutte le famiglie nelle quali c'era ancora fuori,
qualcuno di casa. Ed anche di giorno, quante ansie, quante lacrime non ha fatto
versare il suono di cotesta campana, che non dava altro segnale che di
disgrazie! Se suonava due volte era a caso, vale a dire che si trattava
di una disgrazia, incolta a qualcuno per la via o sul lavoro: e se suonava tre,
era a morto: un affogato, uno venuto giù da una fabbrica, o un
ammazzato. Ed allora era un accorrere pieno di trepidazione e di presentimenti
tristissimi, alla Misericordia, per sapere che cos'era accaduto. E quando i fratelli
che venivano essi pure a corsa per mettersi la veste, erano in numero e
pigliavano il cataletto e col servo andavan via, la bramosia cresceva; e
tutti anelavano il momento in cui veniva sulla porta un altro servo ad
annunziare la disgrazia avvenuta. Nell'infinito egoismo umano, tutti si
sentivano sollevare quando potevan credere che la disgrazia non risguardasse
nessuno dei loro cari.
Tutti però quando sentivan la
campana, non potevano uscire di casa per correre sul Duomo a sentir che cos'era
seguito: perciò era un'agonia continuata finché quelli di famiglia non eran
tornati: e se qualcuno contro il solito, per disgraziata combinazione tardava,
era un'agitazione, un orgasmo in tutta la casa; un prevedere una sciagura
inevitabile, un montarsi la testa, un piangere disperato come se la sventura
fosse veramente seguita. Un affacciarsi continuo alla finestra, spingendo lo
sguardo fino in fondo alla strada per vedere di scorgere la persona attesa,
passando da un'infinita trafila di torture quando pareva di vederla confusa tra
la gente che andava e veniva, o qualcuno che le rassomigliava all'andatura;
oppure se appariva un vestito o un cappello dello stesso colore: insomma era
uno strazio da non si dire. Quando poi si vedeva per davvero venir quello tanto
atteso, tanto agognato, allora si asciugavan le lagrime ridendo, si dimenticava
ciò che si era sofferto sembrando d'avere avuto invece una gran fortuna, e che
quel tale fosse restituito alla famiglia per un vero miracolo. Tante volte però
accadeva che il dolore dell'ansia provata, si manifestasse con dei rimproveri
perché quello aveva fatto tardi; e allora finiva in litigi, e andava all'aria
la tavola: nessuno mangiava più, ed erano imprecazioni alla campana della
Misericordia e a chi la permetteva.
Questa era una delle tante
varianti della vita fiorentina, la quale merita di esser narrata a parte, e che
aveva in quei tempi tante singolarità e tante cose curiose, rimaste oggi come
memorie e nulla più.
La compagnia della Misericordia
ha reso e rende molti servigi a Firenze. Istituita nell'anno 1240 da Luca
Borsi, decano de' facchini, per l'estirpazione della bestemmia, allargò la
cerchia della propria attività e si ridusse com'è tuttora un'associazione ricca
e potente.
Se anch'oggi, a un Luca Borsi
qualunque venisse in testa di tassare con una crazia ogni bestemmia, si
riscatterebbe il Debito pubblico di tutta l'Italia!
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