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La vigilia dell'Epifania - La
Befana a spasso - Befanate famose - La Befana e il poeta Fagiuoli - Genealogia
della Befana - La calza al ferro del paiuolo - Notte di baldoria - La
benedizione dell'acqua santa - Il corso della Befana - Giove in Arno - Non più
befane! - Il carnevale al tempo de' Medici - Pallonate e fango - Odio fra gli
Strozzi e i Medici - Il carnevale si trasforma - I corsi delle carrozze - Un
tremendo mistero - Il capitano Serrati - Le gesta di Battifalde - Il
passeggio delle maschere sotto gli Uffizi - Botteghe improvvisate - Feste a
Corte - In casa del principe Borghese - Nel giardino del marchese Torrigiani -
La campana della carme - I veglioni alla Pergola.
Fin verso la prima metà del
secolo presente, durò in Firenze un'usanza che datava da epoca remotissima.
C'era il costume, nella vigilia
dell'Epifania, di portare in giro per la città una sorta di fantocci
rappresentanti uomini o donne, seguiti ognuno da una folla di gente chiassosa,
che portava lanterne e lumi, e che suonava a perdifiato in certe trombe
assordanti, lunghe, di vetro, che schiamazzava ed urlava, facendo un baccano
indiavolato.
Con quella baldoria, s'intendeva
di commemorare la visita dei re Magi al presepio: e perciò il più delle volte
facevan fantocci col viso sudicio, per rappresentare più al vero cotesti magi,
che eran mori.
Il chiasso, il frastuono eran
generali per tutta la città, ma più che altrove nel centro, specialmente in
Piazza San Firenze, dove cominciarono molti, dopo fatta la facciata della
chiesa, a portarci i più gonzi colla scusa di far veder loro le trombe della
Befana; e quando li avevan condotti sulla piazza, li facevan voltare in su a
guardare gli angioli colossali, che suonan delle trombe enormi.
Allora i fischi, gli urli non
avevan più limiti; e la scena si rinnovava ogni poco, cioè all'arrivo di
qualche nuova brigata, che conduceva a mano a mano un'altra vittima della
bessaggine umana.
Abituati all'uggia e alla smania
dei pubblici divertimenti, o alle becerate di tanti bighelloni, che in
occasione di feste vengono oggi dalla campagna e dai sobborghi a screditare la
fama di città civile a Firenze, non possiamo farci un'idea di che cosa fossero
i divertimenti popolari dei secoli passati.
I terrazzani, gli ortolani di
sotto le porte ed i campagnoli, venivano allora in città come modesti e timidi
spettatori, non per portarvi la tracotante loro ignoranza, l'aberrazione
ripugnante della loro ubriachezza, o per rifugiarvisi dopo commesso un delitto.
Le bastonature e le lotte dei tempi scorsi, erano tra brigate e brigate, per
gelosia momentanea dì precedenza, per bramosia di comparir più degli altri; ma
c'era sempre quel non so che di battagliero e di marziale, che oggi non c'è
davvero; perché in quattro o cinque, s'insulta o si provoca uno, gli si dà un
paio di coltellate e si scappa.
Allora c'era più fierezza, più
coraggio, e un'altra nobiltà di sentimento e d'onore.
In tutte le strade, la sera della
vigilia dell'Epifania, si vedevano alle finestre qua e là dei fantocci
illuminati, rappresentanti per lo più donne vecchie e brutte, o la caricatura
de' re magi, o d'un personaggio qualunque. Molte brigate giravan per la città
seguite ognuna da una turba di ragazzi e di giovanotti, con trombe, con
chitarre, fischi, e ogni sorta di strumenti. Queste brigate eran sempre,
s'intende, precedute da una gran Befana infilata in una pertica, e
giravan finché avevan gambe, portando a spasso la Befana.
Quando una di queste brigate
s'incontrava in un'altra, il frastuono, il chiasso, diventava sbalorditivo. Si
finiva per non sentir più nemmen nulla. Le osterie eran piene zeppe, e si
cantava e si suonava, bevendo come spugne.
A poter rivedere Firenze di quei
tempi, sia pure per una mezz'ora, ci sarebbe da rimanere a bocca aperta.
Anche le arti facevano ognuna la
propria befanata, e la sera appunto del 5 gennaio 1589, i setaioli
portavano a spasso la loro befana, che era la più bella e la più ricca, tutta
vestita in ghingheri, di seta, e con mille ornamenti. In via della Condotta,
questa comitiva numerosissima dei setaioli, s'incontrò nella carrozza del
marchese Sampieri di Bologna. Quelli della befana imposero al cocchiere di
tornare addietro, o di entrare in una di quelle straducole laterali, per lasciar
passare il rumoroso corteggio, che in una strada stretta come era quella di
Condotta, avrebbe dovuto dividersi e disordinarsi per dar luogo alla carrozza.
Il cocchiere, un certo Antonio Mondini, egli pure bolognese, non intendeva
ragione; e gli altri seguitavano a sussurrare e a volerlo far tornare addietro.
I cavalli, una pariglia morella stupenda, sbuffanti e cogli orecchi ritti
scalpitavano e s'imbizzarrivano. Dalle narici si vedeva uscire il fiato, al
lume delle torce, come i1 rifiuto d'una macchina a vapore, ed il cocchiere che
durava molta fatica a tenerli, intimò sul serio, che gli sgombrassero il passo.
Ci fu qualcuno allora, che indispettito dalla soperchieria del marchese
Sampieri, che affacciato allo sportello gridava al cocchiere di tirare avanti,
e dalla tracotanza del cocchiere stesso, si avventò alla testa de' cavalli per
farli andare indietro.
Il Mondini allora, tirata fuori
una terzetta, fece fuoco sul gruppo degli avversari, e ferì mortalmente
un giovane di ventidue anni di distintissima famiglia, e per colmo di sventura
figliuolo unico. Questo infelice fu «il signor Domenico Ricci,» che sollevato
subito a braccia da' suoi compagni, fu messo in una bottega, «e quivi in meno
di mezz'ora, rese l'anima al suo creatore.»
L'altra befanata, che cinque anni
dopo diventò essa pure celebre, fu quella del 5 gennaio 1594.
Come al solito, la città era
tutta una baldoria continuata da un capo all'altro. Le befane si incontravan
per le vie salutandosi con fischi ed urli, che arrivavano alle stelle. Il
chiarore delle innumerevoli torce rischiarava le strette viuzze, i vicoli e i
chiassoli, per dove quelle matte brigate passavano, assordando cogli squilli
delle trombe di vetro e d'ottone, e coi berci e le grida. Pareva un popolo
contento e felice, spensierato per l'avvenire e dimentico del glorioso passato.
Le osterie rigurgitavano di gente che vuotava i boccali di vino come
bicchierini di rosolio, e che quindi usciva per andar dietro alle brigate delle
befane per aumentare il chiasso ed il frastuono. Una di queste, venendo da Via
Calzaioli, sboccò in Piazza della Signoria, e per Via della Ninna e Via de'
Neri, si diresse al Ponte delle Grazie per andare a far baccano di là d'Arno.
Questa comitiva, quando fu proprio a mezzo il ponte, s'incontrò in un'altra befanata,
che da San Niccolò si rivolgeva dalla parte di qua. Al solito vi fu
questione, per dir così, d'etichetta. Quelli che andavano di là d'Arno,
volevano che gli altri di San Niccolò retrocedessero, per lasciare passar loro;
e quegli altri, invece, pretendevano che la befanata che sboccava dal
Canto agli Alberti tornasse addietro lei. Ne nacque un subbuglio; e
cominciarono le due parti a questionare sulla precedenza. Vedendo tanto gli uni
che gli altri che con le buone non si persuadevano, cominciarono con le
cattive; e fecero alle befanate, cioè a dire, si bastonarono con le
pertiche e con le befane infilate nelle medesime, che eran tutte montate
su un'armatura di legno, che perciò pesavano bene e non male, e nella testa
specialmente si sentivano le busse per un pezzo. Gli urli e le grida cambiaron
tono; non era più lo schiamazzo fragoroso della baldoria e del chiasso, ma il
vocìo della rissa e le imprecazioni della zuffa. Rotte e spezzate le befane, si
ricorse ai sassi che dalla porticciuola molti erano scesi a prender sul greto
d'Arno, e cominciarono a fare alle sassate che piovevan come la grandine. Era
una vera battaglia. Tutto il Ponte alle Grazie risuonò delle bestemmie e delle
grida dei combattenti; e la vittima fu un tale Pietro Del Moro, che ricevuta
una sassata in una tempia cadde come morto. Il subbuglio si fece allora
generale, e gli animi si eccitarono più che mai. La cosa sarebbe andata a
finire anche peggio, se fra i più autorevoli cittadini, tanto da una parte che
dall'altra, non si fosse trovato il modo di attutire le ire, impedendo nuove
vittime. Frattanto, siccome quelli che venivan da San Niccolò, avevan dovuto
per davvero retrocedere per la violenza degli avversari, trascinarono il Del
Moro privo di sensi in una bottega sui Renai, e fattolo un po' riavere, lo
portarono allo Spedale di Santa Maria Nuova, dove, disgraziato, morì il giorno
dipoi, lasciando la moglie con tre figliuoli. «E non eran quattr'anni ch'era
stato sposo!»
Cosicché, queste due befanate che
andarono a finir male, diventaron famose; e servirono di ammaestramento per
l'avvenire. Poi, siccome l'indole del popolo fiorentino è stata sempre buona,
tali sconci non si rinnovarono, e si continuò per un pezzo a portar le befane a
spasso per la città, in mezzo alle torce, e fra le risate, gli schiamazzi e gli
strilli delle trombe di vetro.
La vera festa della Befana non
solo consisteva nel portare a spasso per la città i fantocci, ma nel mettere
alle finestre delle case certe «fantocce che befane s’appellano» dice
il Fagiuoli in una sua cicalata inedita, da lui detta nel 1724 la mattina di
Berlingaccio in casa Viviani. C'era, a quanto sembra, una specie di gara nel
far quei fantocci più belli e che paressero più veri; poiché il citato Fagiuoli
racconta di averne veduta una, che destava la comune ammirazione, «la quale
aveva nel collo una molla a cui era legato uno spago nascosto dalle vesti, e
che tirandolo faceva fare alla befana un grazioso saluto del capo a chi dalla
strada stava rivolto verso di lei per guardarla.»
Il Fagiuoli pare che avesse della
ruggine con qualche dama del suo tempo, perché prendendo pretesto da quella befanetta
che faceva gli inchini ai passanti, esclama con una certa indignazione:
«Onde io considerai che così bisognerebbe fare ad alcune nostre superbe Pasquelle
incivili, che senza alcun segno di gradimento, su impalate in guisa
tale si stanno, quasi che avessero nelle parti deretane - Dio ci liberi! -
qualche anima di pagliaio, - o palo - che così le tenesse; ma credo che non
solo lo spaghetto, ma né meno un canapo da pozzo, o una gomena da galera,
tirata coll'argano bastasse a farle piegare il capo un tantino.»
Il dominio della befana passò
dalla strada alle pareti domestiche della famiglia; e le mamme se ne serviron
per intimorire i bambini, acciocché fossero buoni. Quindi raccontavano ad essi
che la Befana è figliuola del Bau, nipote dell'Orco suo nonno paterno, cugina
della Trentancanna, che fu sorella della capra ferrata, ambedue figliuole della
Biliorsa, la quale rimase vedova ed erede dell'uomo selvatico chiamato Magorte.
E fin dagli antichi tempi
inventaron le mamme la storiella, che i bambini stavan sempre a sentire a bocca
aperta, maravigliati ed attoniti, che la befana scendeva nelle case dalla cappa
del camino per portar via i bambini cattivi che se li mangiava e ingoiava come
se fossero stati confetti; oppure con un coltellaccio spuntato bucava loro il
corpo. E fu per questo che insegnarono a' ragazzi quella specie di preghiera,
dimenticata, e che diceva:
Befana, befana non mi bucare,
Ch' ho mangiato pane e fave;
Ho un corpo duro, duro,Che mi
suona come un tamburo.
Quando poi i bambini eran buoni,
davano loro ad intendere che la befana avrebbe portato dolci e regali; e di qui
nacque l'uso di mettere la calza al ferro del paiuolo, e che la mattina
trovavan piena, perché la mamma aveva pensato a riempirla.
La vigilia dell'Epifania si
cantava vespro solenne in tutte le chiese di Firenze, e vi assisteva una folla
che non aveva nulla di comune con le folle delle altre circostanze; poiché per
la massima parte eran donne e ragazzi con fiaschi, boccali, o anche con dei
pentoli, che accorrevano alle chiese parrocchiali, dove dopo il vespro, si
faceva la solenne benedizione dell'acqua santa e si distribuiva al popolo.
La sera poi, anche nella prima
metà del secolo presente, sotto le Logge di Mercato Nuovo, si riunivano tutti i
ragazzi e bighelloni a comprar le trombe di vetro e i pezzi delle torce a
vento, essendo quello il punto di partenza per andare a girar per Firenze.
Costoro si univano a certi carri sui quali vi eran per lo più dei coristi col
viso tinto, che in mezzo avevano un fantoccio vestito da donna rappresentante
la befana festeggiata dal suono delle trombe, che facevano assordire quanti
avevano la disgrazia di combinarsi in quel casa del diavolo, poiché il
complimento più gentile che si poteva ricevere, era di avere la torcia accesa
nella faccia, o una strombazzata negli orecchi.
Fra tante befane ce n'era una
colossale, la quale veniva portata in un carro tirato da due cavalli; e nel
mezzo un'antenna altissima, in cima alla quale era legato un uomo vestito da
Giove con un mantello di velluto ricamato d'oro. Egli era circondato da diversi
coristi anch'essi in costume, e andavano per tutta la sera a fare un baccano e
un chiasso indemoniato. Successe un anno, che quando il carro fu sul Ponte alle
Grazie, ci corse poco che Giove non andasse in Arno per un colpo di vento che
ruppe l'antenna. Questo Giove che era un imbianchino, certo Cristofani, e
faceva parte del corpo dei Pompieri, per quanto fosse avvezzo a star per
l'aria, d'esser legato sull'antenna, dopo quell'avviso non ne volle saper più
nulla. Perciò, negli anni successivi, il Cristofani andò a fare il Giove sopra
il carro dei coristi della Pergola: ma parve che il nume non volesse esser più
rappresentato in terra da un imbianchino, perché per l'Epifania del 1838 per
levar lo scandalo fece piover così a dirotto, che dai tubi dei tetti veniva giù
l'acqua a orci; ed il Cristofani, che faceva il «Giove nella sua piena Maestà,»
con tutta quell'acqua che prese si beccò un mal di petto tale, che in tre
giorni andò nel mondo di là.
Dopo quell'anno non trovandosi
più nessuno che volesse far da Giove, la Befana solenne fu abolita, e non
rimasero che le altre spicciole messe alla finestra nei Camaldoli di San
Lorenzo, in Via Romita, in Via Chiara, nel Gomitolo dell'Oro, dalle Fonticine,
e in Via Panicale. Quelle, le lasciavano stare anche per tutto il giorno
dell'Epifania, con gran gioia dei bambini e dei ragazzi che vedevano nella
befana la fata benefica che aveva loro riempita la calza di marronsecchi, di
farina dolce e del consueto tizzo di carbone per far la burletta.
Al giorno d'oggi, per far la
burletta ai ragazzi ci vuol altro; perché son giusto peggio del carbone: o
tingono o scottano!
E con la Befana si entrava in
pieno carnevale.
In antico, il carnevale di
Firenze era dei più brillanti e dei più rumorosi. Fin dal tempo dei Medici eran
famose certe mascherate fatte dagli stessi componenti di quella corrotta e
fastosa famiglia, che insieme a coloro della loro parte, andavan per la città
fino a notte inoltrata, con suoni e canti, e lumi di torce «come se fosse di
pieno giorno.» Non erano stati ancora inventati i corsi delle carrozze;
ma la baldoria e il chiasso che si faceva per le vie, riducevan Firenze in quei
giorni la città più spensierata e più gaia del mondo.
C'era invece l'uso, di carnevale,
d'andar col pallone in Mercato Nuovo, dov'erano le botteghe dei mercanti di
seta e di drappi; ed in Mercato Vecchio, tra' ferravecchi e tra' venditori di
pannilani. I giovani delle migliori famiglie prendevan quasi tutti parte a
questa gazzarra del pallone, andando mascherati in mille fogge. Essi,
mescolandosi tra la folla, figurando di giuocare tiravano pallonate a tutt'andare
alle persone che s'imbattevano in loro, le quali rimanevan senza fiato. Più che
altro però, cercavan di mettere i palloni nelle botteghe dei fondachi e dei
mercanti di seterie, per costringerli a chiudere e mandare i garzoni a
divertirsi e a far carnevale anche loro. E fin che la faccenda rimase in questi
limiti, il popolo ne rideva, specialmente quando in Mercato Vecchio mettevano
qualche pallone in bottega d'un ferravecchio, che faceva venir di sotto
padelle, treppiedi, paioli e bricchi, con un fracasso assordante.
L'effetto, com'è facile a
credersi, era sempre raggiunto; poiché con quella razza d'avvisi, tutti
s'affrettavano a chiudere le botteghe, per non aver danni maggiori dell'avviso
ricevuto.
Ma la cosa, col tempo, eccedé in
modo, che più d'una volta suscitarono dei veri tumulti.
Quando il cattivo esempio viene
dall'alto non c'è da rimproverare il popolo se poi, come suol dirsi, dandogli
un dito prende tutta la mano, e anche il braccio. Infatti, quando nei giorni di
carnevale pioveva, andavano nonostante varie brigate di maschere per la città,
ed in Mercato Nuovo ed in Vacchereccia facendo al pallone; e raccogliendo poi i
palloni tutti fradici e inzuppati nella mota, li tiravano sulle stoffe e sui
drappi, dei fondachi, rovinando e sciupando una quantità di drappi con danno
rilevantissimo dei mercanti. Di qui nascevano liti e questioni infinite, anche
con le persone che non eran risparmiate dalle pallonate motose, e che
rimanevano bollate ch'era un piacere. Il popolo allora trasmodò. Se i nobili
facevano quella sconcezza e si mostravano così poco civili, la plebe sentiva il
bisogno di esser da più. E difatti molti popolani, di carnevale, desideravan
più le giornate piovose che il bel tempo; perché, a modo loro, si divertivan di
più. Invece del pallone portavan certi mazzi di cenci che strofinavano nelle
pozze e nei rigagnoli; li battevano nel viso alla gente ed entravano a frotte
nelle botteghe insozzando ogni cosa, completando così il danno cominciato dai
nobili col pallone. Non è da credersi il numero delle bastonature e delle
pugnalate che ne erano la conseguenza!
E come se ciò non bastasse, si
volle esagerare fino in fondo.
Quando quegli scapestrati
cominciavano a prender di mira qualcuno, a furia di pallonate o di quei
cenciacci sudici, lo rincorrevano perfino in chiesa e sulle predelle degli
altari, dove tanti disgraziati si rifugiavano, credendo d'esser salvi almeno
nella casa di Dio, nella quale eran salvi gli assassini e i ladri, quand'erano
a tempo ad entrarvi dopo commesso un delitto, e prima che i birri gli
agguantassero.
Bisognava vedere come eran
ridotti quegli infelici, specialmente le donne, che venivano perseguitate più
degli uomini! Facevan rivoltare lo stomaco col viso lercio di mota, da non
capir più a che specie appartenessero.
Da questa usanza, che in
principio non era che una burla, degenerata poi in una vera sudiceria, nacque
l'odio atroce fra gli Strozzi ed i Medici.
Nel 1534 alcuni della famiglia
Strozzi insieme ad altri cittadini uscirono, nel carnevale s'intende, seguitando
l'uso del pallone, con quella licenza delle pallonate fangose tirate nelle
botteghe di Mercato Nuovo.
Il duca Alessandro ne prese
pretesto per fargli tutti arrestare. Fra gli altri c'era il figliuolo di
Filippo Strozzi, il quale, indignato per l'onta fatta dal Duca alla sua
famiglia, tenne in sé l'offesa ricevuta, e mandò i suoi cassieri a pagare i
danni nelle botteghe dei fondachì dov'era stato tirato il pallone. Tolto così
il pretesto, il duca Alessandro fu costretto a rimettere in libertà gli arrestati,
che si legarono a dito l'ingiuria patita.
I signori Otto dopo questo fatto,
per mettere un freno a tanta licenza, mandarono un bando ordinando, con la
minaccia di pene severissime, che nessuno potesse uscire col pallone prima
delle ventidue ore, e prima che i trombetti del Comune fossero andati per le
strade suonando le trombe, perché i mercanti così avvertiti, serrassero le
botteghe.
Eliminata la causa di tanti
spregi e di tanti tumulti, a poco a poco quell'usanza cessò, perché non aveva
più ragion d'essere, una volta che i trombetti avvertivano i mercanti di
chiudere prima che fosse permesso di giuocare al pallone; e poi, perché ormai
che i rompicolli si erano abituati a trascendere, ad andare all'esagerazione ed
alla frenesia, non si potevano più adattare al divertimento lecito e da persone
pulite.
Da questo l'usanza si trasformò e
divenne la passione del giuoco del pallone che dura ancora; e che, a quanto
pare, durerà fin verso la fin del mondo, o giù di lì.
Dopo l'epoca medicea il carnevale
prese un carattere più mite e più garbato, assumendo nuovo brio e nuova
eleganza, per la quantità dei carri coi cori de' teatri, con orchestre
eccellenti che si formarono, e delle mascherate rappresentanti fatti storici o
mitologici degni d'ammirazione per i bellissimi costumi, per i ricchi vestiari,
e per la fedeltà storica del soggetto che rappresentavano.
Quei carri e quelle mascherate,
ad alcune delle quali come quella del «Trionfo di Arianna e Bacco» era talvolta
permesso di recarsi nel Giardino di Boboli, dalla parte della Meridiana per
fare atto d'omaggio ai Sovrani, prendevan parte ai corsi delle carrozze che si
facevano nelle ultime tre domeniche di carnevale, nel giorno di Berlingaccio, e
negli ultimi due giorni.
Ai corsi interveniva sempre anche
la Corte in mute di sei cavalli, talvolta fino in numero di dieci; ed i
principi e le principesse avevano seco il loro maggiordomo, le dame e i
ciambellani di servizio. Quella dei Sovrani era scortata da otto guardie del
corpo.
Il corso cominciava dalla Piazza
Santa Croce dove lo spettacolo della folla delle maschere era veramente allegro
e pittoresco. Quindi, girando attorno alla fonte, e poi per Via del Diluvio,
Via del Palagio, Via del Proconsolo, Piazza del Duomo, Via de'Cerretani e Via
dei Tornabuoni girava intorno alla colonna di Santa Trinita: in seguito poi,
entrava fino in Lungarno.
Lungo lo stradale, a tutte le
cantonate, era posta una sentinella di fanteria onde impedire che entrassero
nel corso i barocci o le carrozze indecenti. Il comando di quei soldati era in
Piazza Santa Croce in faccia alla fonte guardando la chiesa, dove stava
schierato un plotone comandato da un capitano; ma il responsabile vero del
servizio era il Comandante di Piazza, che stava alla destra del capitano, per
dare gli ordini opportuni ove occorresse; e gli Aiutanti di Piazza dovevan
perlustrare a cavallo fra le due file delle carrozze da un capo all'altro del
corso per mantenere il buon ordine della popolazione e delle carrozze, affinché
non accadessero disgrazie. La spesa che la Comunità pagava per questo servizio
e per quello del passeggio delle maschere sotto gli Uffizi, era sempre
di oltre 900 lire toscane.
Da Badia e da San Gaetano stava
fermo un ufficiale con un tamburo e un piffero; e finito il corso, la truppa si
raccoglieva strada facendo, venendo in giù dalla Piazza di Santa Croce e
riunendosi in Piazza delle Cipolle. Quivi si formava un circolo, e dal capitano
venivan chiamati i capoposti comandati ai teatri; e lì negli orecchi, come un
mistero tremendo, si dava loro la parola d'ordine e al capoposto si consegnava
in un plico, che si metteva in petto. Quindi, il Comandante rimandava tutti ai
loro posti, perché prendessero ciascuno i suoi uomini; e dopo, via via, teatro
per teatro, ogni drappello veniva chiamato e partiva per la sua destinazione,
come se andasse a difendere l'integrità dello Stato. Il resto dei soldati
tornava in Fortezza.
Gli Ufficiali di Piazza avevan
tanta pratica nel regolare i corsi, che raramente avveniva uno strappo, o che
una fila rimanesse ferma. Per dirigere e regolare un corso, ci mettevano un
impegno straordinario, un amor proprio incredibile, come se fossero stati sul
campo di battaglia, tanto più che non correvan nessun pericolo pavoneggiandosi
tra la folla come tanti generali d'armata. Se qualche cocchiere non. stava agli
ordini e voleva o attraversare, o tornare indietro, l'Ufficiale di Piazza lo
dichiarava in arresto, lo faceva uscire dal corso ed accompagnare al Comando,
dal dragone che ogni ufficiale aveva ai suoi ordini, per render conto della prepotenza
usata.
Nella vita ristretta di quei
tempi, nei quali quasi tutti si conoscevano, - e si sapevano anche i fatti
altrui benché non ci fosse che un giornale o due che pochi leggevano - tutte le
cariche, tutte le autorità, tutti gli impiegati erano noti; e quelli che più si
mettevano in evidenza, o per vanagloria o per dovere d'ufficio, diventavan, per
così dire, di dominio pubblico. Tra questi era celebre in Firenze il capitano
Serrati, un avanzo delle guerre napoleoniche, un omiciattolo piccino e tutto
rabbia, il quale, avendo acquistate abitudini marziali nella sua lunga
carriera, ed insofferente d'una vita così meschina come quella dell'Ufficiale
di Piazza, andava a nozze tutte le volte che gli si presentava l'occasione di
montare a cavallo. Per conseguenza, i corsi delle carrozze eran per lui giorni
di gloria. Prepotente e rogantino per natura, spiegava un'autorità, un' energia
ed un sussiego fuor di luogo. Il popolo lo prese subito in uggia per quel suo
fare ridicolo, e cominciò a canzonarlo ad alta voce quando passava, senza che
egli, che si voltava indispettito ad ogni apostrofe che lo pungeva, potesse mai
scoprire chi lo dileggiava così; perché mentre si voltava da una parte, si
sentiva dire un'impertinenza dall'altra, e risate da non averne idea. E lui ci
s'imbizziva e sgranava quegli occhietti di fuoco, come se avesse voluto
fulminare la folla.
L'uniforme degli antichi
Ufficiali di Piazza era una giubba corta, turchina, con faldine lunghe e
strette; ed il capitano Serrati, l'omino rabbioso che caracollava un mite
destriero, quando trottava tra le file delle carrozze le falde gli svolazzavano
e gli battevano sulla sella; perciò i fiorentini, così arguti, gli misero il
soprannome di Battifalde, e non fu quasi più conosciuto per il capitano
Serrati.
Erano famose le rabbie che Battifalde
prendeva durante il corso quando qualcuno tentava d'uscire o di voltare;
tanto più che molti cocchieri glielo facevano apposta. Ma è altresì vero che
egli era troppo rigoroso ed usava modi provocanti ed alteri: per causa sua, per
il corso di San Giovanni, dal Ponte alla Carraia per un'angheria da lui fatta
ad un cocchiere, poco mancò che non nascesse una sommossa, la quale si convertì
in una burletta. Mentre quel guerriero indomito pareva sfidar l'ira della folla
e si dimenava e si sbracciava, da una mano ignota gli fu assestato un tal
lattone sulla lucerna, che gli messe dentro anche il naso. Da tutte le parti si
cominciò a gridare: «Dài a Battifalde, dài, dài....» Mentre l'infelice
assordito dai fischi e dagli urli durava una fatica enorme a levarsi la
lucerna, il dragone d'ordinanza non sapeva che cosa fare, perché la folla lo
aveva messo anche più distante dei dieci passi di prammatica; per conseguenza
rimase lì fermo tra le carrozze, senza potere andare né innanzi né indietro. E
qui nuove irrisioni e nuove risate.
Quando una delle domeniche del
carnevale cadeva nel due di febbraio, giorno della Purificazione di Maria, o
della Candelaia come comunemente si dice per simboleggiare la Madonna che andò in
santo, era proibito il corso delle carrozze e le maschere non potevano
uscire prima delle ventiquattro.
Fin dal secolo passato c'era
l'uso nei giorni nei quali aveva luogo il corso delle carrozze, del passeggio
delle maschere sotto gli Uffizi da mezzogiorno alle due. Era quella una
cosa veramente ed esclusivamente fiorentina, tipica addirittura, e d'una
signorile eleganza.
Vi intervenivano i Sovrani con la
Corte e le cariche dello Stato col segno della maschera al cappello,
cioè con la morettina legata attorno al cappello a tuba - oggi si
direbbe cilindro. - Il luogo di riunione della Corte era «in una
delle stanze della Regia Zecca,» espressamente preparate dalla Regia
Guardaroba.
Il Passeggio delle maschere poteva
dirsi un grande veglione pubblico di giorno. Le maschere che v'intervenivano
erano non soltanto belle e spiritose ma di lusso addirittura. Lo scherzo era
garbato ed il frizzo e la barzelletta, se pure qualche volta un po' salaci, non
erano mai impertinenti. Il Granduca e la Granduchessa coi Principi, giravano tra
la folla compiacendosi d'essere in mezzo a quell'allegria, a quel chiasso,
corretto ma vivace, e ridevano e si divertivano quando qualche mascherina più
ardita si avvicinava al Granduca e gli diceva, con la voce stridula
convenzionale delle maschere: - Addio, Leopoldo, ti conosco, sai! - Oppure alla
Granduchessa: - Addio, Tonia, se' bona! - O anche: - Come tu se' bella!
felice lui!... - accennando il regio sposo!
Fino dalla metà del secolo
passato si solevano costruire di legname alcune botteghe in fondo agli Uffizi,
per chiudere il passo dalla parte dell'Arno. Quelle botteghe, in numero di
cinque, venivan date in affitto a tre chincaglieri e due ad uso di
«acquacedrataio e biscotteria per decoro e miglior servizio della festa.» Ma
col tempo non si trovò più nessun negoziante che le volesse occupare neanche gratis.
Nel 1818 il Magistrato civico deliberò di costruirne due soltanto «ad uso
di caffè e di bozzolaro.» E siccome anche queste non le volle nessuno, perché
era più lo scapito del guadagno, così nel 1830 il Magistrato «a proposizione
del signor Gonfaloniere» ordinò che tanto nel carnevale di quell'anno quanto
negli anni futuri non venissero più erette «in fondo agli Uffìzi» le due
botteghe di legname perché non vi eran più «attendenti per fornirle, come
costumavasi in addietro,» e anche perché non erano più «di verun riparo al
passeggio delle maschere ne' soliti giorni,» veduto che la gente, alla quale
era vietato l'ingresso perché non decentemente vestita, e specie i ragazzi,
dalla parte dell'Arno trovava modo di passare di sotto i banchi alzando la tela
dipinta a pietra.
Così la Comunità per l'avvenire
risparmiò «una spesa affatto inutile,» tanto più che vi rimaneva sempre quella,
per quanto lieve, occorrente agli «opranti per mettere e riportare le catene,
presso gli Uffizi lunghi e corti,» in occasione dei corsi delle maschere o
passeggio.
Durante il carnevale oltre ai
teatri ed ai veglioni avevan luogo a Corte feste da ballo e pranzi di gala con
tale profusione di serviti da tavola, ricchezza d'argenterie, di vasellami
d'oro, e di antichi parati, da superare, come s'è riferito altrove, qualunque
Corte d'Europa a detta dei medesimi principi e regnanti stranieri, che più
volte intervennero ai pranzi di Palazzo Pitti.
Ed il Granduca e la Corte
intervenivano pure a feste private: la più celebre fu quella ai tempi di
Ferdinando III la sera del 5 febbraio 1823, della quale festa nel Diario di
Corte così si parla: «I Sovrani andarono alla gran festa da ballo data dal
principe Cammillo Borghese ove sono stati anche a lauta cena. In questa
occasione si son recati in una più che elegante mascherata rappresentante la
famiglia di Lorenzo il Magnifico, col seguito degli uomini illustri di quei
tempi, mascherata eseguita dalle persone reali e da diverse cariche di Corte,
ciambellani e dame di Corte stati tutti preventivamente invitati alla medesima
dal Reale Arciduca.
Il giorno dopo, l'arciduca
Leopoldo invitò a pranzo nel suo quartiere della Meridiana tutti i componenti
la mascherata, ed è stata servita la tavola per 18 coperti, essendo stato
invitato anche il principe Borghese.»
Fra le feste private di carnevale
si rammentò per lungo tempo la mascherata di Pulcinella fatta verso il 1830 dal
marchese Torrigiani nel suo splendido giardino di Via de' Serragli, e che venne
riprodotta in un quadro che tuttora si conserva nella Villa Torrigiani a
Quinto.
Il Granduca andava anche ai
veglioni della Pergola, ma prima si recava allo spettacolo del Cocomero o
del teatro Nuovo.
L’ultimo giorno di carnevale
però, il devoto monarca, per dare il buon esempio, cenava alle undici coi suoi
invitati «nella solita stanza dietro il palco reale,» poiché appunto alle
undici suonava la campana detta della carne. Questa campana, che suona
sempre quella sera a quell'ora, annunziava ai cittadini che si affrettassero a
cenare prima che entrasse la quaresima, e in certo qual modo ricordava loro il
divieto dei cibi di grasso. Perciò quando sentivan quella campana, dicevano
«Suona a carne.» E Dio sa, se specialmente per molti di quelli che erano ai veglioni.
suonava a carne davvero!
I veglioni della Pergola erano
come una leggenda, una fantasia, una visione per le menti del popolo, molti del
quale fra i loro desiderii, che sembravano inappagabili, mettevan quello di
vedere, prima di morire, un di quei veglioni, sebbene ci volessero tre
paoli, somma enorme per quei tempi: e poi il resto !
Nel carnevale se ne davano tre
dei veglioni alla Pergola: uno la notte di Berlingaccio; quello di gala
l'ultima domenica; ed un altro l'ultimo giorno, che finiva col suono della
campana, e allora non era più lecito divertirsi in pubblico.
Il teatro era tutto illuminato a
cera, oltre la grande lumiera del mezzo. Nei palchi, i signori, che erano tutti
accademici, facevano la cena con grande sfarzo di vivande, e con un apparecchio
principesco. A quelle cene erano invitati gli amici e i conoscenti più intimi,
e l'allegria, ed il brio era generale, sebbene contenuta nei limiti della più
perfetta educazione e del rispetto reciproco anche tra le maschere.
Interveniva pure la Corte, che
invitava nel palco reale tutti i ministri di Stato e quelli esteri, i quali
godevano dello spettacolo di una folle enorme di maschere che ballavano «di
scuola» che era una maraviglia. Il pubblico era sceltissimo.
Ogni maschera vestiva costumi
elegantissimi.
Il servizio lo prestavano i
granatieri comandati da un uffìciale, e si tenevano due sentinelle alla porta
d'ingresso, una sulla cantonata di Via Sant' Egidio, ed una sul canto di
Cafaggiolo, per fare stare le carrozze allineate in due file lungo tutta la Via
della Pergola. Framezzo a queste perlustrava un caporale e un sergente per
mantenere il buon ordine ed impedire questioni tra i cocchieri come spesso
avveniva, volendo ognuno partire più presto dell'altro quando il chiamatore chiamava
le carrozze delle famiglie le quali molte volte tornavano a casa a piedi,
perché era stato arrestato il cocchiere ribellatosi ai soldati: ma il giorno
dopo poteva star sicuro d'esser licenziato. Così toccava una volta per uno ad
andar via a piedi!
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