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La quaresima al tempo dei Medici
- Le ceneri - Le prediche - Profumi acuti - Il Granduca in Duomo
- Cherico sacrilego - La Via crucis - La predica del lunedì di passione
- Comunione solenne in San Lorenzo - Busse che finiscono in botte - La
quaresima in tempi più moderni - Pastorale arcivescovile - L'indulto
quadragesimale - Fiere - Il Granduca alla fiera - Nocciuole e brigidini - La
«Madonna della Tosse» - Pierin dai Mori - I contratti - Sposi
all'erta del Poggio Imperiale - Questioni per un rinforzo di guardie - La
scala - Una cicalata di Michelangiolo Buonarroti il giovine - Monelli veri
e legittimi - Il giovedì santo a Corte - La lavanda - La visita delle sette
chiese - La storia dello «Scoppio del carro» - La colombina - Montagnoli
e contadini - Ragazze e giovanotti cuciti insieme - Bucature di spillo - Una
pillola d'Arno - Badate agli stinchi! - Uno spavento - I bovi - I pompieri - Un
desinare in Casa Pazzi - Pasqua - L'offerta dell'olio alla Santissima
Annunziata – L’Angiolino.
La quaresima ha avuto presso di
noi, nelle varie epoche, aspetti diversi, che meritano di essere osservati e
descritti, perché dimostrano la evoluzione fatta da certe usanze per arrivare
alla presente indifferenza.
Sotto la dominazione de' Medici,
cessati i baccanali del carnevale, le chiassose baldorie, le mascherate, i
balli e le cene, i buoni fiorentini del tempo andato, che si divertivano assai
più di noi, si raccoglievano il primo giorno di quaresima, e si preparavano a
far penitenza di tutti quei peccatacci che avevano commessi nella lieta
stagione delle follie.
È ben vero però, che, fra i
nobili specialmente, in casi eccezionali, si davano festini e balli di
quaresima come di carnevale.
Il primo giorno di quaresima
seguendo ognuno l'esempio della Corte Medicea, corrotta e bigotta, si
invadevano le chiese dove si benedivano e si distribuivano le ceneri d'olivo.
Nelle domeniche poi, fino a
quella delle palme, con grande concorso di popolo e di nobili si tenevano le
fiere delle nocciuole. Anche il Granduca, la Granduchessa ed i serenissimi
Principi, si recavano ogni domenica dov'era la «stazione» cioè, ad una delle
chiese del suburbio più prossime alla fiera; e quindi colle loro carrozze, a
due, e anche a quattro cavalli, facevano il «passeggio» per non chiamarlo corso
come nei giorni di carnevale.
Le cerimonie religiose che si
facevano in antico e sotto i Medici, che durarono fino ai primi dei nostro
secolo, erano innumerevoli; nella città c'era un movimento quasi come per
carnevale. La differenza stava soltanto nel genere del divertimento. Le
prediche tenevano il primo luogo.
In Duomo si cercava sempre
d'avere un predicatore di cartello - come si direbbe per i
cantanti - da far concorrenza a quello di Santa Maria Novella o di San Marco,
che essendo quei frati dell'ordine dei predicatori, erano delle vere celebrità.
Entrando in una chiesa nel secolo
XVII, pareva d'entrare in una profumeria, tanto era esagerato l'uso nelle dame
come nei gentiluomini, di profumarsi.
Secondo la moda di Spagna, che
allora in fatto di eleganza dettava legge a tutta l'Europa, gli odori più in
voga erano l'ambra, lo zibetto, ed il muschio; odori acutissimi, che oggi non
si potrebbero sopportare nemmeno all'aria aperta: ed invece profumavano i
guanti, i ventagli, gli abiti, e perfino la cioccolata e le bevande!...
Il Granduca con tutta la Corte
assisteva quasi sempre alle prediche che si facevano in Duomo; onde il concorso
era enorme. Tant'è vero, che chi voleva esser sicuro «di aver buon luogo» -
dice un cronista in certi suoi ricordi manoscritti sulle usanze di Firenze – «e
non poteva trattenersi, per avere a sentir messa o altra occupazione, lasciava
sulla panca qualche cosa; come libro, chiave, fazzoletto o altro; il che da chi
arrivava si intendeva per luogo preso, e se gli portava rispetto; ed il padrone
al ritorno ritrovava la sua roba ed il luogo. Ma verso il 1676 fu dismesso
quest'uso, forse perché mancò la fedeltà; o anche perché in quell'anno essendo
in Duomo un predicatore che attirava un gran concorso, molti gentiluomini per
essere sicuri d'aver «buon luogo,» man davano a buon'ora uno dei loro staffieri
in livrea, per mettersi a sedere a serbarglielo.»
Questa nuova usanza durò molto
più di quella di lasciare un libro, una chiave, o un fazzoletto, perché -
bisogna render giustizia all'onestà dei nostri antichi - non si diede mai il
caso, che un signore andando a prendere il posto che s'era fatto serbare alla
predica dallo staffiere, questi fosse stato portato via; perché degli staffieri
non ne fu mai rubato uno.
Se non rubavan gli staffieri,
c'era chi portava via cose di più valore. Si legge infatti, in un diario del
secolo XVII, che nel 1660 «uno scellerato sacrilego cherico nel tempo della
predica, nella chiesa del Carmine, portò via la pisside col Santissimo
Sacramento e scappò.»
Dopo le prediche, la funzione che
richiamava maggior numero di persone, era la Via Crucis che i terziari dell'ordine
di San Francesco nel giorno di Venerdì facevano alle croci, poste lungo la
salita di San Miniato al Monte, e che è durata quasi oltre la metà di questo
secolo. Quello, specialmente per le ragazze, era uno spasso straordinario; e
c'era il dettato:
Tutte le belle al Monte,
E le brutte a piè del ponte.
Ma una delle consuetudini che
dava luogo sempre a qualche scandaluccio, era una predica speciale che si
faceva in Duomo, il lunedì di passione, unicamente per quelle tali donne che si
dedicavano alla vita libera, a comodo e vantaggio del prossimo, sebbene spesso
anche a danno.
Questa curiosa predica si faceva
la mattina; ed in chiesa non c'entravano che donne mondane, le quali erano
obbligate, sotto gravi pene, ad intervenirvi; come erano stabilite delle pene
rigorosissime a chi s'arrischiasse di dar loro noia per la strada.,
mentre si recavano ad ascoltare la parola del Signore, per mezzo di un suo
servo che la bandiva di lassù dal pergamo: e speriamo che abbia fatto far buona
figura al principale!...
Nelle vicinanze di Santa Maria
del Fiore si vedevano stipati in quel giorno e in quell'ora una folla di
giovanotti scapestrati, che si ridevano del bando, e che cercavano coi lazzi e
colle sguaiataggini, di far pericolare più che mai, se fosse stato possibile,
quelle povere Maddalene, che non si pentivan mai stabilmente, e che
figuravano una volta l'anno di far la pecorella smarrita, che torna all'ovile
chiamata dalla voce del pastore. Ma il pastore che si trovava dinanzi tutta
quella quantità di penitenti sveltocce, che lo guardavan sorridendo sotto i
baffi e con certi occhi da fargli perder la bussola, durava una gran fatica a
non uscir dall'argomento; e quando aveva fatto tanto di vincersi, allora tutti
i fulmini dell'eloquenza, tutte le minaccie di perdizione dell'anima, eran
scagliate a piene mani sullo strano e singolare uditorio, che lì per lì
rimaneva un po' scosso; ma poi, uscito di là, faceva come i cani: scoteva le
pastorali e le evangeliche busse, e se non tornava a far peggio di prima,
meglio non faceva di certo!
Il giovedì santo era il giorno
che più di tutti aveva un'impronta spiccata: era un misto di devozione, di
divertimento e di festa. I Principi andavano a piedi separatamente a far la
visita delle chiese, esempio questo di umiltà seguìto pure dai nobili, ché essi
pure si recavano a visitare le chiese a piedi. Era quello il solo giorno
dell'anno in cui non si vedeva una carrozza in tutta Firenze. La mattina del
giovedì santo, i granduchi Medicei si tramandaron l'uso di recarsi alle dieci e
mezzo alla basilica di San Lorenzo, dove si faceva la solenne funzione della
comunione tanto del Granduca, che dei cavalieri di Santo Stefano residenti in
Firenze, e che dal più al meno erano in numero di centocinquanta. La navata di
mezzo della chiesa era chiusa da panche con una panchina più bassa per
inginocchiatoio, tutte coperte d'arazzo. Verso l'altar maggiore c'era il posto
per il Granduca che stava sotto la residenza, una specie di quella che
hanno i vescovi nelle cattedrali. Quando egli entrava in chiesa, andavano ad
incontrarlo tutti i cavalieri vestiti della loro divisa, cioè corazza e gambali
di ferro; e sopra, il gran mantello bianco colla croce rossa dalla parte
sinistra. Il Serenissimo si inginocchiava dinanzi all'altar maggiore, facendo,
o figurando di fare, una breve preghiera. Quindi si vestiva da Gran Maestro
dell'ordine di Santo Stefano, e si assideva sul trono. I cavalieri, allora,
andavano, uno per uno, ad inchinarglisi dinanzi, baciandogli un lembo
dell'abito. Dopo, si cominciava la gran messa in musica: ed all'Evangelo otto
cavalieri col torcetto in mano si disponevano attorno all'altar maggiore, e
dall'Offertorio sino alla fine ne andavano altri quattro. Quando monsignor
Priore mitrato, si recava con tutto il clero a comunicare il Granduca, i due
cavalieri più giovani gli reggevano il «drappo.» Dopo il Granduca, si
comunicavano tutti i cavalieri, sei per volta; e terminata la messa, con una
candela in mano per uno, sfilavano in processione per la chiesa in mezzo ad una
folla enorme di popolo estatico, e riaccompagnavano il Granduca fino alla
porta, dopo che si era spogliato delle insegne di Gran Maestro.
La sera del giovedì santo, verso
l'un'ora, molte compagnie andavano a visitare i sepolcri processionalmente,
disciplinandosi; ma probabilmente non picchiando tanto forte, cercando forse
anche di sbagliare le spalle del compagno con le proprie. Tanto, al buio tutte
le busse erano uguali; ma se qualcuno riconosceva la mano come fanno i cavalli,
allora eran botte da orbi, e nessuno s'accorgeva di nulla perché lo credevano
effetto di cristiano fervore. Se lo facessero oggi, finirebbe a coltellate.
Nei tempi più moderni, all'epoca
cioè di cui ci occupiamo, la quaresima aveva tutt'altro carattere, e cominciava
già a modernizzarsi, per quanto ancora ci corresse di molto da quello che è
ora, e di cui nessuno quasi se ne accorge.
Prima di tutto, l'Arcivescovo di
Firenze si presentava ai Sovrani nell'ultima settimana di carnevale, per
presentar loro la pastorale per il digiuno della quaresima; il quale digiuno
era quasi sempre ridotto più ad una semplice formalità che ad altro; poiché la
magistratura civica, quando s'era a dicembre d'ogni anno, prendeva una
deliberazione, che variava soltanto nella indicazione dei generi di cui vi era
carestia, per ottenere la dispensa dal digiuno.
La deliberazione, che come
memoria di quei tempi merita di essere riportata nella sua integrità, diceva:
»Considerando che la rigorosa
osservanza della quadragesima, quanto all'uso dei cibi magri può difficilmente
adattarsi alle abitudini ed ai bisogni fisici ed economici degli abitanti di questa
Città, oramai assuefatti per lungo corso di anni, mercè l'indulgenza dei
Supremi fattori della Chiesa cattolica, a fare uso del cibo salubre e nutritivo
delle carni in quei giorni che viene permesso nel corso dell'anno; che in
quest'anno si aggiunge la circostanza marcabile dello scarso raccolto
dell'olio, e della mancanza degli erbaggi, cadendo il tempo quaresimale nella
stagione più rigida, oltre l'insalubrità dei salumi, ed il carissimo prezzo del
pesce, che non può provvedersi dal comune del popolo, che finalmente la massima
parte delle famiglie vien composta di vecchi, fanciulli, e malsani, incapaci di
reggere all'astinenza delle carni, onde i pochi individui compresi in dette
famiglie, i quali potrebbero forse resistere con qualche sforzo e sacrificio a
detta rigorosa privazione, si trovano costretti per ragione di domestica
economia ad uniformarsi al bisogno de' più deboli, non potendo sostenere la
spesa di due tavole, una cioè di cibi da grasso, e l'altra di cibi magri, ed
anche per evitare il pericolo della promiscuità de' cibi;
Delibera di supplicare l'Ill.mo e
R.mo Monsignor Arcivescovo di questa Metropoli, ad impetrare anche in
quest'anno dalla benignità del Santo Padre l'indulto dalla rigorosa osservanza
dell'imminente quaresima con permettere a tutti gli abitanti di questa Città e
Diocesi l'uso delle carni nei giorni soliti, a tenore degli indulti
benignamente accordati negli anni decorsi per le cause sopra allegate, e per
quelli ulteriori riflessi che saprà addurre la saviezza e prudenza di Sua
Signoria Illustrissima e Reverendissima, cui sono ben noti i bisogni e i
riguardi che meritano i suoi Diocesani.»
E generalmente deputavano il
Gonfaloniere e due Priori nobili a presentarsi in nome pubblico al prefato
Monsignor Arcivescovo, e fare istanza per ottenere detto indulto.Il primo
giorno di quaresima tutti andavano a prender la cenere; anche la
famiglia granducale si recava in privato «senza invito dell'anticamera» nella
cappella di Corte a udir la messa e a farsi metter sul capo la cenere, ed il
giorno assisteva alla prima predica fatta dal canonico che era destinato per
predicatore di Corte durante il corso della quaresima.
Il popolo, secondo l'antica
usanza, andava a far merenda in campagna e segnatamente sul Prato degli
Strozzini fuor di Porta a San Frediano o su quello delle Lune presso San
Domenico di Fiesole.
Con la quaresima cominciavano
anche le solite fiere, l'uso delle quali in Firenze, come è detto di sopra, era
antichissimo. La prima, per non occuparsi ora che della quaresima, era quella
che si faceva il giorno delle Ceneri, sotto le Logge di San Paolino in Piazza
di Santa Maria Novella. Ma quella era una fiera d'espiazione, o meglio, di
preparativi all'espiazione di tutti i peccati di gola, e di tanti altri generi,
commessi nel carnevale.
Quella fiera cominciava la
mattina a buon'ora; e consisteva in fichi secchi, noci, mandorle, olive cotte
in forno, zibibbo, mele secche, fagiuoli, ceci ed altre civaie, atte tutte a
purificar l'anima e prepararla alla gloria eterna del paradiso... il più tardi
possibile.
In quel giorno tutte le massaie
di campagna che erano venute a Firenze a prender la cenere e che non si
rimettevano il cappello a mezza tuba come usava allora, per non portarsela via;
e le donne da casa econome e timorate di Dio, andavano alla fiera, che si
estendeva per tutta la Via del Sole, a far le provviste necessarie per la
quaresima. Il concorso del popolo era molto numeroso; ma era un pubblico
speciale; più che altro di capi di famiglia, di vecchi, o di ragazzi, che
andavan con la nonna a comprare i fichi secchi e le noci. A mezzogiorno la
fiera era bell'e finita. Nelle domeniche di quaresima si facevan quelle delle
nocciuole; le prime tre alla Porta a San Gallo e le altre alla Porta al Prato,
a Romana ed a San Frediano.
Ognuna delle fiere aveva il suo
significato. Quelle tre di San Gallo si dicevano, invertendo l'antico ordine:
dei Curiosi, degli Innamorati, e dei Furiosi; e per queste
aveva luogo un corso di carrozze in Via San Gallo, che riusciva per lo più una
cosa molto meschina per lo scarso numero che ne interveniva. Questo però era
compensato dalla comparsa che vi faceva il Granduca a cavallo. S. A. I. e R. -
Dio ne guardi a non aver detto: imperiale e reale - vestiva in abito
nero con un tosone austriaco sul petto; ed era accompagnato da due ciambellani
di Corte. Cavallo e cavaliere - parlo del Granduca - non intimorivano affatto;
poiché il vetusto destriero, bello d'aspetto, era anche una bestia
ragguardevole per lunga ed intemerata vita ed illuminata esperienza, a cui avrebbero
potuto ricorrere per consiglio e parere, tutti i cavalli della città. E dire
però che quell'animale, non più dell'erba d'oggi e che non aveva il capo a'
grilli, pareva più giovane del suo cavaliere, che non era ancora vecchio!
Al tempo di Ferdinando III e nei
primi anni di regno di Leopoldo II, i sovrani avevan conservato l'antico uso di
andare al corso delle carrozze delle fiere di San Gallo con due mute, scortati
dalle guardie nobili; e la sera alla Pergola.
La presenza dunque, del Sovrano,
era quella che dava tono alle tre fiere della Porta a San Gallo; per ciò il
popolo, e specialmente i vecchi codini, vedevano nel Monarca, alla fiera delle
nocciuole, una guarentigia d'ordine e di pace.
Ognuno comprava le nocciole e
i brigidini, che portavano, chi alla dama, chi alla dolce sposa, od ai
figli, e così quel divertimento lecito ed onesto, valeva a far passare con meno
noia le domeniche della quaresima, le quali si finivan sempre di santificare
andando alle funzioni in qualche chiesa, tanto per far l'ora di cena. Le fiere
della Porta a San Gallo si prolungavano fino alla «Madonna della Tosse» situata
dietro al «Parterre» che resta oggi sull'imboccatura di Via Pancani. Questa
chiesetta o oratorio fu fatto fabbricare dalla principessa Cristina di Lorena
per voto fatto, imperciocché essendo tutti i reali principi travagliati da
ostinata tosse, né valendo i rimedi umani, ricorse all'aiuto Divino, e promise
a questa Immagine di fabbricare una chiesa a di Lei onore; ottenuta la grazia
non gabbò il santo, ma adempié la promessa, e la fece fabbricare restandovi la
denominazione di «Madonna della Tosse.»
La fiera della Porta al Prato
sebbene non fosse onorata dalla presenza del Monarca, tuttavia era molto
frequentata, non essendoci allora altro svago; a meno che uno non preferisse
d'andare a fare una girata per le mura o lungo il Mugnone per pigliar più aria
e divertirsi di più, perché non era difficile incontrarsi in qualche coppia di
innamorati che avevan per la testa tutt'altro che le nocciuole.
La fiera più caratteristica della
quaresima, era quella della Porta Romana, detta dei Contratti.
Il concorso della gente era da
Via de' Serragli e da Borgo Romana. Non era però soltanto per goder della
fiera, che il popolino specialmente accorreva alla Porta Romana. Una delle
ragioni principali era quella che nessuno in quel giorno specialmente quelli di
qua d'Arno, voleva mancare d'andare a vedere Pierino dai Mori; una
statua di terra cotta posta sopra un muro del giardino di Boffi, e che
rappresenta un bardotto, che sorride stupidamente, ed a cui in quel giorno
mettono in mano una padella, perché figuri che faccia le frittelle.
Dopo aver veduto Pierino, tutta
la gente proseguiva verso la Porta per andare al Poggio Imperiale, il vero
scopo della passeggiata. La fiera delle nocciuole e dei brigidini era il
pretesto; ma la ragione vera del concorso era quella di vedere i contadini dei
dintorni che aspettavano quel giorno della fiera dei Contratti, per fare
il pateracchio con la dama che s'erano scelta: ed i cosiddetti cozzoni
appaiavano il giovanotto e la ragazza, e li mandavano tutt'e due su per la
salita del Poggio. I genitori dello sposo, col cozzone, andavan loro
dietro osservando l'andatura della ragazza se era franca, svelta e che
resistesse alla salita, o, come dicevano allora, se appettava bene. Se la
ragazza appariva robusta, ed era di forme bene sviluppate, quando i vecchi
d'ambo le parti s'eran trovati d'accordo sugli interessi, si stringeva il
contratto; ed il cozzone aveva diritto ad una camicia o quel regalo che
fosse piaciuto fargli di sopra più.
La gente stava per matta a
guardar quei gruppi di contadini, qua e là fuori della porta, che
contrattavano, questionavano, lesinavano sulla dote, e che quando s'eran
trovati d'accordo, mandavano i due sposi all'erta per veder se la ragazza
appettava, come si sarebbe fatto, non voglio dir d'una vacca al mercato, ma
d'un cavallo o d'un paio di bovi.
E non c'era pericolo che quei
varii gruppi s'occupassero di coloro che stavano a sentirli urlare e
questionare, e che li canzonavano, e ne dicevan loro di tutti i colori, quando
i due sposi salivano il Poggio. Facevan conto che cantasse un cieco!
Ma eran carine quelle scene; non
solo per le figure grottesche dei contadini ma per il viso rosso come il fuoco
che per la vergogna facevan le ragazze messe così in berlina a quel modo, e che
salivan dimenando i fianchi che parevan di pietra e le gonnelle corte, dalle
quali uscivan fuori certe scarpe con piedi analoghi, che Dio ne guardi a esser
pestati!...
I frizzi, le barzellette, le parole
arrischiate dei giovani che eran andati apposta a godersi quel curioso
spettacolo, eran qualcosa di tremendo! Ce n'eran taluni che ne dicevan certe da
far crepar dalle risa; e spesso le donne si voltavano in là per non passar da
maliziose, facendosi veder ridere da quegli sguaiati, i quali se vedevan
qualcuna che ci stava, allora sì, che tiravan via! I vecchi facevan gli
occhiacci e borbottavano; i babbi talvolta portavan via pulitamente i
figliuoli, perché spesso con la burletta si passava il canapo a buono.
Chi conosce che cosa sono di
terribile a Firenze per dar la quadra, o per canzonare chiunque: e che stummie
di ragazzi ci sono, e che lingue da tenere addietro un magistrato, si figurerà
che cosa doveva essere per la motteggiatura, il dileggio ed il brio la fiera
de' Contratti.
L'ultima fiera della quaresima
era quella de' Rifiniti alla Porta San Frediano; ma il concorso era
quasi tutto di gente dei Camaldoli, e dei quartieri più poveri della città.
Quelle fiere di quaresima furono
origine di questioni fra la Comunità di Firenze e quelle di Fiesole e del
Galluzzo a causa della spesa di un rinforzo di famigli che le dette
Comunità richiedevano per tenere il buon ordine, della quale spesa poi,
volevano farsi rimborsare da quella di Firenze. Ma questa, a sua volta, vi si
rifiutava, sostenendo che per quanto quelle fiere fossero una usanza
fiorentina, esse si facevano sul territorio respettivamente delle Comunità di
Fiesole e del Galluzzo, e perciò loro pagassero!
I signori priori nel dì 9 giugno
1830 per troncare la questione dissero «che i concorsi di popolo soliti farsi
da tempo immemorabile nei giorni delle domeniche di quaresima nella città e
fuori delle Porte della medesima, non erano propriamente fiere e mercati, ma
bensì passeggi di carrozze e di popolo pedestre senza che vi si
facessero contrattazioni di veruna sorta, meno che al minuto di cose
appartenenti al genere de'commestibili; onde non sapevan comprendere il motivo
di rinforzare guardie per detto oggetto col titolo colorato di fiere.
Che gli agenti di polizia addetti ai commissariati della città eran più che
sufficienti ad invigilare tali riunioni di popolo ex officio; ma anche
quando le Comunità di Fiesole e del Galluzzo credessero necessario per
mantenervi il buon ordine l'intervento di un maggior numero di detti agenti,
pareva al Magistrato che non dovesse risentirne aggravio la Comunità di
Firenze, come non lo risentiva per il servizio occorrente in tante altre
riunioni simili nel corso dell'anno.»
Siccome però la Comunità di
Fiesole insisté per esser rimborsata, e la questione durò sette anni, così il
Magistrato fiorentino per finire una buona volta questa faccenda, nel 30
settembre 1837, tentò di girarla al fisco: ma fu lo stesso che toccar la coda
al diavolo. Infatti questi, con ministeriale del 1°dicembre, dichiarò «che
destituta di legale fondamento sarebbe da riguardarsi qualunque innovazione
alle consuetudini invalse fino da remotissima epoca e tutt'ora vigenti. Però,
siccome il territorio ove si facevano le fiere dal 1837 in poi «per le nuove
demarcazioni catastali» apparteneva alla Comunità di Firenze, così spettava ad
essa l'onere di sopportare la detta spesa per l'anno 1837 e per i successivi,
non essendo valutabili le ragioni addotte nella Deliberazione de' 30 settembre
decorso.»
E allora nel 29 gennaio 1838 il
Magistrato rispose: «Che la Comunità civica di Firenze non avendo mai sofferta
per questo, ed altri consimili oggetti nessuna spesa, sarebbe invece un indurre
una innovazione a danno della Comunità di Firenze l'obbligarla ad una spesa da
lei mai non sofferta e che non soffriva neppure per la fiera della SS.
Annunziata, né per qualunque altro concorso fuori delle Porte.»
Cosicché nessun volendo pagare,
cessò il rinforzo delle guardie alle fiere e fu finita.
Ma potevano avere anche
chiacchierato meno, e non perdere otto o dieci anni di tempo, per venire a
quelle conclusioni con tanti cavilli!
Oltre le fiere, la cosa più
curiosa ed originale che rammentava anche più il baccano del carnevale, era il
giovedì di mezza quaresima, poiché una delle usanze che regge tuttavia è quella
dei ragazzi che in tal giorno si divertono ad attaccare una scala di foglio
alle donne, quando meno se l'aspettano, per far loro poi una sonorosissima fischiata.
L'origine di quest'uso molesto e
da sbarazzini, che a molti dava ai nervi anche in passato, come lo dà oggi, e
pel quale spesso nascevano dei litigi, non è bene accertata. La più verosimile
sembra quella che il giovedì di mezza quaresima si attaccasse ad una campanella
della volta delle Logge di Mercato Nuovo, un fantoccio rappresentante la Quaresima:
quindi ad un'ora stabilita con una grande scala andavano a segarla nel
mezzo, tra gli urli e gli schiamazzi di quei vagabondi, che sogliono ammazzare
il tempo dopo avere ammazzata la voglia di lavorare, correndo dietro a questi
divertimenti, di cui contribuiscono a mantener l'uso.
La leggenda di quel fantoccio è
descritta in una cicalata di Michelangiolo Buonarroti il giovane; egli dice
doversi tale usanza a una delle sorelle di Calendimaggio e di Ferragosto, la
quale non essendo stata dalle fate di Fiesole fatata, perciò ella sola morì.
»Costei - dice la cicalata -
ritrovandosi una volta gravida nel tempo della quaresima, le venne voglia d'un
salsicciotto bolognese; e procacciatolo, tutt' intero, crudo crudo, in una
volta se '1 trangugiò. Fu scoperto alla Mozzalingua - la maggiorente
delle fate - la quale in breve processatala, la condannò ad esser segata viva;
e benché le fate le addomandassero in dono la vita di lei, non vi fu modo a
scamparla dalla mala ventura. Venuta dunque la mattina che ella doveva morire,
chiese a coloro che a guastar la menavano, acciocché ella non fosse
riconosciuta, che di alcuna cosa la volessero trasfigurare: i segatori tolta la
spugna e tuffatala in quel calamaio dove dovevan tinger le corde per far la
riga e segarla direttamente, le fregarono il viso, e un vestire che pareva da
monaca, indosso le misero; e poscia, fattale una tacca, i denti appiccativi
della sega, segarono lei e chi le era in corpo in un medesimo tratto, senza
niuna misericordia; e da quell'ora in qua ogni anno nel dì della mezza
quaresima i fattori - ossia i fattorini, i ragazzi - delle nostre botteghe, in
memoria di tanto caso, fregate lor berrette al cammino o alla padella, si
tingono l'un l'altro la faccia, come vedete, e nel luogo che forse per questa
cagione è chiamata la Piazza Padella, rinnuovano il doloroso spettacolo in un'
immagine di legno, che a similitudine di quella vestita, chiaman la monaca; come
tu (portando la tua scala in spalla) debbi a guisa, come molti fanno, più volte
essere andato a vedere.»
Di tutto questo, non rimase che
l'uso d'attaccare dietro alle donne una scala di foglio: e non c'era pericolo,
come non c'è oggi, che i ragazzi di Firenze, così rompicolli, se ne
dimenticassero. Era una vera cuccagna per essi il giorno di mezza quaresima. A
branchi di dieci o dodici se ne stavano appiattati dietro una cantonata o ai
crocicchi delle strade, anche centrali, ma specialmente in Mercato Vecchio, nei
Camaldoli di San Lorenzo e nei quartieri più poveri, con la scala pronta in
mano, il suo bravo spillo piegato per far più presto ad attaccarla, incitati
dai ragazzi grandi delle botteghe che ci si divertivano senza fine, perché si
rammentavano di quando essi stessi facevano quel bel lavoro, che non di rado
fruttava loro una bella labbrata.
Appena passava qualche serva, o
qualche vecchia, il più audace si staccava dal gruppo; e in punta di piedi,
quasi avesse timore di svegliare chi egli pedinava, con gli occhi intenti come
un ladro, col tremito per la paura d'essere scoperto, e ricomponendosi a un
tratto col viso bianco, al primo movimento brusco che vedeva fare, si curvava
trattenendo il respiro con le braccia tese, e la scala che sventolava fra le
mani; quindi cogliendo il momento propizio, staccava una corsettina e
l'attaccava urlando raggiante di gioia: - La l' hae!... la l' hae!… -
E un coro di fischi dei compagni
del prode, e di risate di coloro che passando avevan veduto ciò che il ragazzo
stava facendo, avvertiva la vittima della burla fattale; ed essa si voltava
invelenita strappandosi la scala e minacciando gli insolenti, che le'
rispondevano con un'altra fischiata e trattandola male.
V'era poi chi non se ne faceva né
qua né là e si staccava la scala buttandola via; ma vi erano anche le
sospettose, le permalose, che procedevan guardinghe voltandosi indietro ad ogni
passo; e per evitare un guaio talvolta andavano incontro a un altro,
inciampando nelle persone che davan loro di smelensite, perché camminavano con
la testa voltata indietro, o facendo appena in tempo a scansarsi da una
carrozza o da un baroccio. Ma eran tutte precauzioni inutili, perché prima o
poi la scala gliel'attaccavano. E allora il coraggioso che era stato più abile,
si sentiva appioppare un'ombrellata o un ceffone, e le fischiate e le risate
eran più clamorose che mai. Quelle che non facevano in tempo a colpire,
minacciavano con la mano i birichini che ne dicevan loro di quelle senza babbo
né mamma, facendo gesti d'ogni specie.
Questa della scala di mezza
quaresima è forse l'usanza che ha conservato più il suo carattere, a motivo dei
monelli che a Firenze si mantengon sempre veri e legittimi come gli antichi.
Basta sentirli aprir bocca!
Un altro giorno caratteristico
della quaresima era il giovedì santo, a cominciare dal quale le truppe fino al
mezzodì del sabato santo, andavano coi tamburi scordati e coi fucili
voltati a terra. La mattina, il Granduca con la Corte andava a render
«l'obbedienza alla Chiesa» nella Cappella de' Pitti; la messa la celebrava il
confessore del Sovrano, e dopo «la consumazione del sacerdote» questi
comunicava prima il Granduca, le Granduchesse, l'Arciduchessa, le dame, i
ciambellani, le cariche di Corte, i consiglieri, i paggi e i precettori. Dopo la
comunione, le persone reali si ritiravan nelle loro stanze «per prendere la
cioccolata» accompagnate dalle dame e dagli altri personaggi che passavano
nelle stanze dell'Opera «allo stesso fine!»
Dopo la refezione, le cariche di
Corte per il corridoio andavano dal coretto ad assistere coi Sovrani alle
funzioni di Santa Felicita; terminate le quali, le cariche si recavano a
prendere il Granduca per la processione che andavano a depositare il Sacramento
nel sepolcro: il baldacchino era portato dai ciambellani e il Granduca teneva
l'ombrellino.
Dopo queste funzioni aveva luogo
la cerimonia in palazzo nel salone degli stucchi delle due lavande a dodici
poveri e a dodici povere «il tutto secondo il regolamento approvato - da
Ferdinando III - nel 14 marzo 1819.»
Nel salone veniva «eretta una
piccola tribuna parata soltanto di dommasco con tamburetti per le loro Altezze
Reali.» Al primo povero, che veniva scalzato e ricalzato dal gran ciambellano
di servizio fisso, gli lavava i piedi e glieli asciugava il Granduca; e agli
altri undici, le altre cariche di Corte. Il Sovrano era assistito altresì
dall'arcidiacono e dall'arciprete. Il «bacile delle borse» coi denari che il
Granduca dava a ciascun povero, e quello per lavarsi le mani, dopo che avevan
lavato i piedi, eran tenuti da due ciambellani di servizio; ugualmente che per
distender la bandinella.
Per la lavanda alle povere, alla
prima di esse, scalzata e ricalzata dalla maggiordama maggiore,
veniva fatta dalla Granduchessa; ed alle altre, dalle sue dame; come pure due
dame distendevan la bandinella; ma tenevano i bacili per le mani e delle borse,
due ciambellani; e altri dodici assistevano la Sovrana nella cerimonia.
Poi, nel salone stesso, a due
tavole già preparate si sedevano i dodici vecchi e le dodici vecchie e mangiavano,
serviti dal Granduca, dalla famiglia reale e dai ciambellani. Ma era tanta la
soggezione di quei poveri vecchi, che alcuni non si accostavano alla bocca
quasi nulla; altri mangiavano, ma non con quell'appetito di quando portando il
resto del pranzo a casa cenavano con tutta la famiglia.
Dopo la lavanda e dopo aver
desinato, il Sovrano destinava le chiese nelle quali sarebbe andato colla Corte
a visitare i sepolcri. Nel 1833 andò a Santa Croce, alle Cappuccine, a Badia,
al Duomo, a San Gaetano, a Santa Trinita e a Santo Spirito. Il corteggio uscì
alle tre da' Pitti così composto: staffieri, cacciatori, e volanti, uscieri
e sotto furiere, paggi e precettori. Quindi, il foriere, i ciambellani, i
consiglieri, e le cariche di Corte. Il Sovrano nella visita delle sette
chiese era fiancheggiato da quattro guardie del corpo, ed un battaglione di
granatieri faceva ala ai due lati.
Il Sovrano ed il seguito
quell'anno fecero ritorno alle sei, ed andarono subito nel coretto della
cappella reale per assistere al consueto mattutino, al quale assisteva anche la
Real prole con le dame di compagnia. Per consuetudine, il giovedì santo
rimanevano a pranzo coi Sovrani le cariche di Corte, i maggiordomi e le
maggiordame, i ciambellani di servizio e quelli di piccolo servizio.
Il venerdì santo il Granduca
andava nella chiesa di Santa Felicita con tutta la Corte, per assistere alla
messa fino all'adorazione della croce, nel qual momento le cariche di Corte si
recavano a prendere il Sovrano per accompagnarlo in chiesa, dove giunto andava
solo per un momento all'adorazione della croce; e dopo di lui, a due a due,
andavan le cariche. Dopo l’Adorazione aveva luogo la processione; ed
all'intonare del Vexille si distribuivano i torcetti alle cariche, ai
consiglieri ed ai paggi. Al Sovrano veniva presentato dal gran ciambellano, che
stava presso di lui senza torcetto, per far risaltare l'umiltà del Granduca e
al tempo stesso la sua superbia; perché ciò si faceva affinché non si credesse
che egli facesse coppia col ciambellano!...
Finalmente col sabato santo si
chiudeva la quaresima; ma si chiudeva proprio come fra gente che si leva una
gran noia d'intorno.
Lo «scoppio del carro» a Firenze
per il sabato santo, è celebre dappertutto. Esso fu sempre un privilegio della
famiglia Pazzi, poiché un suo antenato, Pazzo de' Pazzi, essendosi recato
all'impresa di Gerusalemme nel 1099 fu il primo che «con generoso ardire piantò
a viva forza ed a dispetto de' Saracini lo stendardo della fede sulle mura di
Jerusalem.» In ricompensa di tanto valore, Goffredo di Buglione, che era alla
testa di quella memorabile impresa, concesse a Pazzo de' Pazzi di mescolare le
cinque croci - arme ed impresa della città di Gerusalemme - con i due delfini
della famiglia de' Pazzi. E per «più gratitudine ancora» lo autorizzò «a
togliere alcuni pezzi di pietra viva, che toccava il sepolcro di Gesù Cristo.»
Tornato il Pazzi a Firenze il 16 luglio 1101, «fu dai Signori a grande onore
ricevuto, e ad essi egli donò i tre pezzi di pietra che la Signoria fece
mettere in un ciborio dorato nella chiesa di Santa Maria sopra a porta,» bella
e magnifica chiesa esistente presso a poco nel luogo dove fu poi edificata
quella di San Biagio, oggi residenza del corpo dei pompieri. Si chiamò «sopra a
porta» perché costruita, avanti il mille, fuori del primo cerchio delle mura.
Alcuni storici vogliono invece
che quelle pietre il Pazzi se le tenesse per sé, e che stessero per molto tempo
in casa sua, «tenute da tutti in grande stima e venerazione.» Ogni anno, per il
sabato santo, la famiglia le esponeva in una cappella, e in tal giorno se ne
traeva da esse il fuoco, col quale alle persone devote si accendevano i lumi,
che esse portavano a casa e si chiamava dare il fuoco santo, «al modo si
faceva in Jerusalem.» Aumentando in Firenze la devozione per quelle pietre, la
famiglia Pazzi, forse per levarsi una seccatura, le depositò, essa e non la
Signoria - secondo gli storici dissidenti - nella chiesa di Santa Maria sopra
porta, «accanto all' ufizio de' capitani di parte guelfa.» Fu allora perciò,
che la Repubblica ordinò che il priore di quella chiesa dovesse trarre il
sabato santo da quelle pietre il fuoco per accendere le facelline che
i popoli con vera frenesia accorrevano ad accendere, essendo stimato a
grande onore l'essere il primo. Nella prima metà del 1300 una tal sorte toccò
ad uno della casa Pazzi. la quale ne fece «allegrezze grandi;» e l'anno
seguente, per solennizzare tale funzione con maggior pompa, ottenne dalla
Signoria licenza di accompagnare la processione del fuoco santo a Santa
Reparata - il Duomo - con molti fuochi, detti allora fuoco greco. Ma non
bastando in avvenire alla famiglia Pazzi - la quale minacciava di vo1ere
onorare fin troppo il suo casato - nemmeno quella prova di esultanza, chiese
alla Signoria di potere a proprie spese costruire una macchina o carro, alla
quale dar fuoco il sabato santo col fuoco benedetto dinanzi a Santa Maria del
Fiore, al suono delle campane ed all'intonazione del Gloria in excelsis Deo.
Di questa strana funzione se ne
parlò ben presto non solo in Italia ma in tutta Europa; onde per le relazioni
che avevano i banchieri ed i mercatanti fiorentini con tutto il mondo,
accorrevano in Firenze per il sabato santo forestieri d'ogni paese, e terrazzani
e contadini in gran numero.
Dalla prima volta in cui i Pazzi
cominciarono ad incendiare il carro o macchina col fuoco benedetto, la festa
aumentò d'importanza e di spesa. Parve per conseguenza necessario ai più vecchi
della famiglia di porvi un freno, facendo addirittura una cosa stabile e magnifica
atta a tale funzione. Fu perciò fabbricato un carro trionfale, secondo
l'uso di que' tempi, tutto dorato «con varii risalti e figure maestrevolmente
et ingegnosamente accomodati.»
Il carro veniva senza riguardo
di spesa arricchito «di fuochi artifiziati e lavorati, di bombe, girandole,
e razzi nobili in grandissima copia;» ed al tempo di Leone X si cominciò ad
incendiarli - come si continua a fare oggi - con una colomba di fuoco lavorato.
Per quanto la famiglia Pazzi stabilisse di fare un carro che doveva servir per
sempre, con l'andar del tempo però, si guastò e si rovinò in modo che bisognò
farne un altro; e fino al giorno d'oggi ne sono stati costruiti diversi.
L'ultimo, quello attuale, è posteriore al secolo XVII e fu ridipinto il 6
aprile 1765. Fino dal 1710 il carro del sabato santo si conservava «in un
casolare spalcato» in Via Borgo Allegri, ceduto in affitto per nove scudi
l'anno a Francesco de' Pazzi, con atto del 29 giugno 1710 da Bartolommea
Foggini nei Baldini. Quando poi nel 1864 il Comune di Firenze assunse l'onere
di celebrare la festa del sabato santo, il carro fai trasportato in uno
stanzone sul Prato, ove si conserva anche quello di San Giovanni, dipinto dal
Pontormo.
Questa, in succinto, la storia
dello scoppio del carro, che richiamò sempre in Firenze una folla enorme, più
specialmente però di contadini, e di montanari, i quali traggono dallo scorrer
rapido della colombina, sulla corda tesa per incendiare i fuochi del
carro, o dall'interrompere la corsa ed anche tornare indietro, il lieto o
tristo presagio per il raccolto futuro. E questa è una superstizione così
radicata, che dura anche oggidì, sebbene un po' più fiacca.
È un fatto però, che la funzione
del sabato santo ha richiamato sempre a Firenze molta gente; ed i forestieri ci
si spassano in modo da non dirsi. Anche quei sovrani e principi esteri, che per
avventura ci si son trovati e che hanno assistito alla curiosa cerimonia dello
scoppio del carro ne son rimasti ammirati non per il fatto di veder bruciar
delle girandole e dei razzi a mezzogiorno, ma per la tradizione e la costanza
del popolo in essa, e per l'entusiasmo che desta cotale funzione.
Fino alla metà del secolo, lo
scoppio del carro era uno dei tanti pretesti per prendersi giuoco dei
montagnoli e dei contadini, che venivano a veder la colombina. Ed
avevano il coraggio, dopo aver fatte chi sa quante miglia a piedi, di mettersi
ritti impalati in chiesa o in piazza, fino dalle otto, pigiati, sospinti e
rigirati in mille modi dalla folla, che passava, andava e veniva a ondate
facendo dei mulinelli, dei vortici da soffocare, separando le figliuole dalle
mamme, che si chiamavano poi ad alta voce come se fossero in cima a un poggio;
e provocando delle risa sguaiate. I più scapestrati si divertivano a divider
quelle disgraziate, spingendo i poveri villani, vittime sempre di quelli
scherzi.
Ma la burla più feroce era quella
della cucitura, che si rinnovava nelle Novene di Ceppo e ogni qualvolta nelle
chiese v'era concorso di molte persone di sesso diverso. Certi monelli,
sbarazzini finché si può dire, sgattaiolavano fra la gente, e d'accordo coi
grandi che li paravano e all'occorrenza difendevano, nel momento della colombina,
mentre tutti quei tarpani stavano a bocca aperta a vedere se andava bene,
se strisciava lesta senz'inciampi, per trarne il prognostico, lesti lesti e con
una leggerezza meravigliosa, profittando dello sbalordimento generale prodotto
dallo scampanìo della chiesa, dal frastuono di tutte le campane della città e
dal fracasso assordante dei fuochi, cucivano insieme con del refe fortissimo
sette o otto tra uomini e donne. Quand'era finito lo «scoppio del carro» e che
tanti poveretti volevano uscir di chiesa per andare a rivederlo al Canto
de' Pazzi, trovandosi cuciti a quel modo, né potendosi muovere, facevan rider
tutti, per trovarsi imbrogliati né sapendo come fare a scucirsi.
E di questi gruppi ce ne erano
assai, ed era curiosissimo l'effetto, perché più qua e più là per la vasta
chiesa dal movimento della gente si indovinavano ridere, dallo sghignazzare, e
dal piagnucoloso rammaricarsi delle vittime ed il brontolare dei vecchi che non
potevan tollerare quella sconcezza in Duomo, il far tutta quella pubblicità, e
quello scandalo nella casa di Dio, specialmente durante una funzione così
solenne come quella.
- Vadan fuori a far quelle burle
e non si servan della chiesa! - esclamavano i più indignati. Ma era un
avvertimento inutile; perché fuori, dei branchi di cinque o sei ragazze cucite,
e anche di giovanotti e di vecchi, ce n'era un subisso. Ma non era finita lì.
Alcuni bricconi che avrebbero dato noia a Cristo sulla croce, si mettevano in
cima alle scarpe uno spillo assicurato bene e che non si vedesse; e mentre i
contadini con la testa per aria guardavano il campanile o la cupola, siccome
portavano ancora i calzoni corti, quando non se l'aspettavano, col piede armato
di spillo bucavan loro le polpe e li facevan cacciare strilli e urlacci da far
paura, guardando per terra senza sapersi raccapezzare poiché non vedevan che
facce toste che non si curavan di loro. Ma appena voltavan l'occhio un'altra
puntura li molestava, e via di questo passo, finché quegli infelici non se
n'erano andati con la speranza almeno, dopo tanti martirii sofferti, d'essersi
acquistato il paradiso.
Fino a che non fu allargata la
Via de' Calzaioli, che era strettissima, per modo che due carrozze non
barattavano, e quella che arrivava al segno dopo dell'altra, bisognava che
desse addietro - c'era l'uso, appena vi cominciava a stiparsi la folla, di
mettere in terra, da quelli delle botteghe che se ne stavan poi sulla porta a
ridere, un grosso ciottolo o pillola d'Arno, come si dice comunemente. Ne
seguiva che tutta quella gente che sì trovava quel ciottolo tra' piedi che
ruzzolava per le pedate di coloro che camminavano, lo mandava in giù e in su
dal Bigallo fino a San Michele, storpiando i disgraziati che se lo sentivano
arrivare in una nocca o in uno stinco, senza che nessuno pensasse a levarlo di
mezzo, limitandosi a mandare imprecazioni d'ogni sorta a chi ce l'aveva messo.
Chi lo sapeva però, ed erano naturalmente i soliti rompicolli, cercavano quel
sasso che pareva un popone e facevan di tutto, destramente, di mandarlo ne'
piedi de' contadini, i quali, poveri diavoli, per quanto fossero duri finché si
vuole, quando se lo sentivano arrivare vedevan le stelle. Non bestemmiavano,
perché allora i contadini non eran civilizzati come oggi; ma delle benedizioni
a chi aveva messo quel ciottolo non ne mandavan davvero.
Un'altra birbonata inventata
apposta per spaventare i disgraziati contadini, era di dar fuoco a dei
mortaletti e buttarglieli tra i piedi mentre bruciavano i fuochi del carro! Non
c'è da credere gli urli, lo spavento e le sottane all'aria di quelle povere
ragazze, che si pentivano di esser venute a Firenze più che de' loro peccati.
Le vittime dello «scoppio del
carro» non erano soltanto i contadini e le montanare; c'erano, per esempio, i
dieci soldati ed il caporale che il Comando di Piazza mandava a scortare il
carro da quando lo levavano la mattina alle sette dalla casa spalcata di
Via Borgo Allegri fin a che non lo riportavano, che quand'era finita la festa
non ne potevan più. Non si trattava soltanto dello strapazzo di stare in piedi
tutte quell'ore, il peggio era tenere addietro la folla che ci voleva una
fatica enorme; tanto più se si riflette che i soldati avevano i caschi tutti
armati di ferro con le gruncette (sottogola) e pompò d'ottone, che pesavan
parecchio; certe giberne che parevan cassettoni; baionette spropositate tenute
a tracolla; e fucili che oltrepassavan le venti libbre! L'ammirazione dei
campagnoli era più specialmente per quelle due paia di bovi bellissimi, tutti
bianchi e alti che parevan montagne, come diceva il popolo nel suo gergo
espressivo. Quei bovi avevan le moscaiole rosse di striscie di panno e
fiocchetti, eran tutti infiorati; le gualdrappe avevan rosse, come cavalli di
generali.
Dopo il Duomo, il carro andava a
finir di bruciare i fuochi al Canto de' Pazzi, dove una gran parte della folla
vi accorreva. E finalmente al tocco si riattaccavano i bovi e si riportava in
Via Borgo Allegri, e fino a quell'altr'anno, se Dio vuole, non se ne parlava
più.
Il caporale e i dieci soldati che
avevan prestato servizio, respiravano allora con tanta soddisfazione, come se
il carro l'avessero levato a loro di sullo stomaco. I soldati tornavano a casa
Pazzi dove trovavano apparecchiata per essi una tavola alla quale se ci
sedevano volentieri e' è da figurarselo. Il desinare di prammatica che si dava
loro, consisteva in una minestra di paste sui ceci, ceci conditi, una gran
tegamata di baccalà in zimino, cacio pecorino e mezzo fiasco di vino a testa.
Così rifocillati, il caporale andava a ringraziare il computista della
famiglia, il quale a nome di essa gli consegnava una lira per ogni soldato ed
il doppio per lui.
Quei soldati, dopo aver mangiato
e bevuto ben bene, non sentendo più la fatica, e trovandosi anche una lira per
i vizi, avrebbero desiderato uno scoppio del carro a vita.
Pasqua di Resurrezione poi era
giorno veramente solenne. Il Granduca faceva invito di tutta l'anticamera in
abito di gala per assistere in Santa Maria del Fiore, alla gran messa con
benedizione papale.
La Corte vi si recava con
quest'ordine: nelle due prime mute, i ciambellani e le cariche di Corte, e due
staffieri di gala: quindi la carrozza dei Sovrani e le quaranta guardie nobili.
Nella quarta e quinta muta la Granduchessa vedova e le Arciduchesse; nelle
altre due le dame e i gentiluomini: chiudeva un drappello di dragoni.
In chiesa il servizio di gala era
fatto dai granatieri ; e sulla piazza la fanteria che all'elevazione faceva i
tre spari. Nell'insieme era una festa grandiosa: un po' teatrale se si vuole,
ma il popolo ci si divertiva parecchio: e molti vecchi la rammentano ancora.
L'Ottavario di Pasqua, ossia la
Domenica in Albis, aveva luogo l'offerta dell'olio alla Santissima Annunziata.
Era una cosa singolarmente caratteristica e curiosa. L'offerta la faceva sempre
una chiesa o una compagnia di campagna; e la mattina della Domenica predetta
venivano i fratelli della compagnia col proprio parroco, alla testa, e
portavano due mezzi barili d'olio messi a bastina sulla groppa d'un somaretto
bigio coperto da una bella gualdrappa, e sopra vi sedeva un bambino di tre o
quattro anni, possibilmente biondo, vestito da angiolo. La gente accorreva
sempre a vedere l’Angiolino ed era spesso un bisbiglio d'ammirazione
perché talvolta c'eran dei bambini che eran proprio un amore, quando però col
troppo agghindarli non parevan bambolini di stucco. I granatieri facevano la
scorta d'onore.
Non si faceva nulla senza i
soldati: ma è pur vero che anche con quei soldati non si faceva nulla!
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