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La «festa del grillo» - Fra'
boschetti - Allegre brigate - Il latte di Neri - L'agnello co' piselli -
Da Porta al Prato al Palazzo - Colazione sull'erba - Tutta la Corte al Palazzo
- La benedizione - Effetto novissimo – Nelle ore pomeridiane - Il
festino del Granduca - La processione del Corpus Domini prima del
Concilio di Vienna - Controversie - La Bolla di Pio II - La processione sotto
la Repubblica; sotto il principato; sotto i Lorenesi - Trombini e
ciambelloni - Il giro - Il baldacchino - In Santa Maria Novella - La fiorita
- Una bianca - Il gobbo Martelloni - La settimana
dell'Ottavario - A San Giuseppe - Le ire del Santo Re David - Il Lachera - Le
lonze - In Boboli - L'addobbo delle botteghe.
Il giorno dell'Ascensione, quando
capitava in una di quelle giornate di primavera che a Firenze sono un vero
incanto, una poesia addirittura, la «festa del grillo» alle Cascine riusciva
qualche cosa di meraviglioso. Nelle famiglie se ne discorreva otto giorni
innanzi, perché quella del grillo non aveva nulla di comune con le altre feste.
L'idea della scampagnata non solo, ma di una folla enorme, di quasi tutta la
cittadinanza, si può dire, che andava a passar la giornata sui prati o nei
boschi delle Cascine, era un'attrattiva singolarissima.
La consuetudine ormai inveterata
d'andare a «levare il grillo dal buco,» era il pretesto, era la finzione,
inventata dai giovanotti e dalle ragazze per allontanarsi dalle mamme che
stavan vigilanti, perché essendoci passate anch'esse, da quei ferri, ai loro
tempi, sapevan per prova che i dami, con la scusa del prezzemolo giravan tutto
l'orto! Quante coppie s'internavano nei boschetti per cercare il posto buono
dove erano i grilli; e anche quante ragazze sole sole, come distratte, si
allontanavano con aria indifferente dalla comitiva occupata a preparar la
merenda, e si perdevano per ritrovarsi poi col giovanotto che, poveretto, non
essendo pratico della località si perdeva anche lui!
Era una di quelle giornate, che
nessuno avrebbe voluto veder finire, tanto ci pigliavan gusto tutti, a quel giochetto
di cercare il grillo canterino, che serviva, povera bestia, di pretesto a tante
cose svariatissime, una più bella e più gustosa dell'altra.
Ora, anche questa è ridotta
anziché una festa, una vera melanconica consuetudine di pochi seguaci delle
tradizioni, che si potrebbero chiamare i bigotti delle medesime.
Ma procediamo con ordine. La
mattina dell'Ascensione, poco dopo l'alba, si cominciavano a veder delle
brigate con le sporte, o con dei panieri coi fiaschi di vino, e tegami, e
bicchieri, e piatti, che s'avviavano passo passo verso le Cascine. Per tutta la
strada era un chiacchierìo, un brusìo di quella gente, che pareva andasse come
si soleva dire allora, nelle France Maremme! Ma più baccano di tutti lo
facevan quelli coi corbelli dei grilli - che molti, per farli confondere,
dicevan che eran piattole o scarafaggi che dir si voglia - e che urlavano: I'
ho i’grillo canterino! E i babbi compravano il grillo ai figliuoli; e la
sera mettevan fuori della finestra la piccola gabbia di fusti di saggina, con
gran giubbilo dei pigionali, che la notte non potevan dormire.
Verso le cinque, appena era
spuntato il sole, la popolazione si faceva più fitta, e tutti andavano al Palazzo,
lassù da Neri, a bere il latte munto d'allora. Questa era la
tradizione, il rito, l'obbligo, per chi voleva solennizzare in tutte le regole
l'Ascensione. I fiorentini ci facevan la bocca fin dalla sera innanzi a quel
latte, che Neri, il capoccia della famiglia colonica che aveva in affitto dalle
«Regie Possessioni» il podere delle Cascine, faceva mungere per due crazie il
bicchiere.
Dal Palazzo, la gente si
sparpagliava pei viali, pel bosco e nei boschetti detti «gli Alberini,» onde
accaparrarsi un buon posto all'ombra e cuocere all'aria aperta il desinare, e
starsene in santa pace a mangiare sull'erba. Intanto si cominciava a veder qua
e là il fumo delle legna, che si accendevano per far l'arrosto; e per l'aria si
sentiva l'odore dell'agnello coi piselli cotti su certi fornelli che con la cestina
portavan quelli che improvvisavano le trattorie.
Da un momento all'altro, dalla
Porta al Prato dove principiavano allora le Cascine fino al Palazzo, si
vedevan mettere le tavole apparecchiate e le panche per quelli che si fermavano
a mangiare. Ognuna di queste trattorie, che erano innumerevoli, aveva cinque o
sei fornelli di terra per cuocere l'agnello che, in quel giorno si mangiava per
benedizione, in certi tegami grandi pure di terra, detti «di Cancelli;» e sul
banco, piramidi di fiaschi di vino, di vermutte, e di vin bianco; e salami e
prosciutti e ova sode, e ciambelle di pane alla casalinga, fresco, croccante,
da far venire l'appetito anche a chi non l'aveva. Poi un'infinità di spiedi coi
polli che giravano a quelle belle fiammate che parevan rosse per la luce del
sole, che era un piacere. Coloro che s'eran portati il desinare o la merenda da
sé, si mettevano a seder sull'erba, e alle otto si rifacevano a mangiare il
salame, la mortadella, e le ova sode, a bever bicchieri di vino, a ridere e
fare il chiasso come se fossero in un altro mondo, buttando per aria i fiaschi
vuoti e facendo un baccano del diavolo quando cascavano in terra e andavano in
bricioli. Per mantenere il buon ordine però, eran comandate in quel giorno due
compagnie di fucilieri, che in tanti picchetti, facendo i fasci dei fucili,
venivan distribuiti lungo tutto il viale di mezzo, nei prati, e dove c'era più
gente.
Per alcuni anni, anche il
principe Poniatowski insieme ad altri amici, si recò a far colazione alle
Cascine, facendo apparecchiar le tavole passato il prato del Quercione, portando
anche un discreto numero di servitori per tenere indietro i curiosi, che si
sarebbero avvicinati tanto da impedir a quei signori perfino di mangiare.
Anche la Corte andava «di prima
mattina» alle Cascine a far la consueta colazione al Casino - ossia al Palazzo
- e quindi tornava in Firenze e si recava in Duomo alla messa
solenne.
Molti tra i più morigerati
ritornavano in città verso mezzogiorno portando la gabbia col grillo, stanchi e
rifiniti come se fossero stati in capo al mondo. Ma a quella stessa ora, le
tavole nei prati e nei boschetti eran prese d'assalto da una folla di gente che
desinava, non potendo più frenare l'appetito eccitato in loro dalla fragranza
di quei tegamoni d'agnello, che mandavano un odore da far venir l’acquolina in
bocca.
La scena più caratteristica e
curiosa, era quando i frati di Monte Oliveto, dall'altra parte dell'Arno
uscivan sul prato, e di lassù davan la benedizione a coloro che eran a mangiare
sull'erba. Molti che li scorgevano s'inginocchiavano, e dopo benedetti bevevan
come spugne.
A mezzogiorno le stupende, le
fantastiche Cascine parevano un grandissimo accampamento: l'effetto di tutta
quella gente seduta alle tavole all'ombra dei secolari frassini, degli olmi
antichi e delle quercie; e delle brigate attorno alle tovaglie stese per terra,
che mettevan la nota stridente del bianco fra quel verde cupo e a quel mezzo
buio del bosco, era d'un effetto novissimo, e tale che non ci s'immagina.
Per l'immenso spazio si sentiva
un ciarlare, un ridere, un chiamare, un questionare da non averne idea. Era un
frastuono che si udiva da lontano.
Molti che avevano alzato un po'
il gomito, si sdraiavano sull'erba e dormivano meglio che a letto, mentre altri
cantavano, o improvvisavano, o facevano all'amore, o raccontavano i fatti degli
altri, dicendo male di quanta gente conoscevano, come avviene dovunque, perché
tutto il mondo è paese.
Dopo le tre, la scena cambiava
aspetto.
Una compagnia di granatieri in
gran tenuta si recava al Palazzo per il servizio d'onore, poiché alle quattro
arrivava il Granduca con tutta la Corte. La folla allora lasciava le tavole, e
si aggruppava nei viali per godere lo spettacolo del corso di gala, che
riusciva forse il più bel corso dell'anno, al quale oltre ai Sovrani vi
prendevan parte tutti i signori di Firenze. Verso sera la folla tornava in
città facendo un gran chiasso, specialmente con qualche ubriaco che destava
l'ilarità, se non metteva in pensiero chi era seco per timore d'entrare in
impicci.
Al Palazzo aveva luogo il
festino dato dal Granduca, «ed erano serviti rinfreschi ed acque acconcie.»
La festa da ballo cominciava alle sette e mezzo: gli invitati andavano «in
abito confidenziale e le signore vestite da passeggio.» Talvolta quei festini
dell'Ascensione si protraevano fino alle due dopo mezzanotte.
Se la festa dell'Ascensione
mandava alle Cascine tutti i fiorentini, quella del Corpus Domini richiamava
a Firenze tutti gli abitanti dei sobborghi. Le Compagnie e le Confraternite del
suburbio, guidate dal proprio parroco col batolo paonazzo si partivan dalle
loro chiese la mattina alle quattro per essere in tempo a prender parte alla
gran processione, che allora in tutti i paesi e città d'Italia, si può dire
fosse una cosa veramente meravigliosa e spettacolosa, e che a Firenze era un
avvenimento addirittura. La cerimonia di quel giorno, essendo antichissima ed
avendo variato a seconda dei tempi impronta e carattere, si rende necessaria la
narrazione di quelle vicende, perché ciò dà veramente l'idea dei varii tempi e
dei costumi della città.
La processione del Corpus
Domini si faceva anticamente nella chiesa di Santa Maria Novella, e in
seguito, in alcune altre chiese; ma in Santa Maria Novella vi andava anche il
Clero del Duomo, con l'arcivescovo, la Signoria ed i Magistrati, essendo
quella, allora, la chiesa più grande e non potendo farsi la processione
nell'altra di Santa Maria degli Ughi, dove officiava da molti anni,
provvisoriamente, il Clero della cattedrale, aspettando che fosse finita di
costruire Santa Maria del Fiore. E perciò Santa Maria degli Ughi fu detta «il
Duomo Vecchio.»
Dopo il Concilio di Vienna,
questa processione prese un carattere di solennità pubblica, continuando
l'intervento anche della Signoria, che con una provvistone speciale ordinò che
vi fossero portate le reliquie dei santi, ciò che fu poi proibito dal Concilio
d'Aquileia nel 1596.
La processione, a cui prendevano
parte cinquantasei Compagnie, quindici «Cleri regolari, e sei secolari,» si
faceva in principio, dopo vespro, ed era fatta dai frati di Santa Maria Novella.
Terminata però la fabbrica del Duomo, il Capitolo fiorentino reclamò per sé la
precedenza, come quello che rappresentava la maggior chiesa della diocesi.
All'opposto, i frati di Santa Maria Novella non volevan cedere al Capitolo la
priorità, poiché essi erano stati i primi a solennizzare la festa del Corpus
Domini. Sant'Antonino, allora arcivescovo di Firenze, e la Signoria, davan
ragione ai frati e la nobiltà al Capitolo della Cattedrale.
La controversia, cominciata nel
1432, durò fino al 1458; nel quale anno papa Pio II, con una Bolla che non
finisce mai, trovò modo di dare ragione a tutt' e due le parti, col non darla a
nessuna delle due.
Con questa Bolla, Pio II stabilì
che «la chiesa maggiore facesse la processione; ed a questa vi concorressero
tutti gli ecclesiastici ed in specie i Religiosi di Santa Maria Novella»
aggravando le coscienze, fulminando censure, anatemi e scomuniche, a chi
contravvenisse.
Dovevan pure intervenire «tutti
li Magistrati;» e giunta la processione in Santa Maria Novella, «e posato
sull'altare della medesima il Sacramento, da uno de'canonici, e principalmente
da una dignità del Capitolo, si doveva cantare la solenne messa, poiché la
festa si faceva di mattina, con ordine che in essa si consacrassero due Ostie,
che una, per il sacrifizio, e l'altra per lasciarsi nell'ostensorio dei
religiosi,» non essendo vero ciò che il volgo ha sempre ritenuto, che avvenisse
lo scambio dei due ostensorii
Nel tempo in cui si cantava la
messa, si rogava un atto dal quale risultava «che era stato soddisfatto alla
Bolla di Pio II.»
La processione si partiva da
Santa Maria del Fiore; e girando «da' Fondamenti, entrava in via del
Proconsolo, e per via de' Gondi, in Piazza, passando davanti a Palazzo Vecchio,
dove la Signoria stava in ringhiera ad aspettarla per unirvisi anch'essa ed
andare a Santa Maria Novella a portar l'offerta della cera.»
Nel 1521 la Signoria per la
processione del Corpus Domini, emanò una nuova istruzione per la quale
si dovevano invitare in nome della Signoria stessa, a buon'ora, tutti gli Ufizi
e le Compagnie de' fanciulli: come pure le Fraterie di Santo Spirito, di Santa
Croce, del Carmine, dei Servi, di Santa Maria Novella e di San Marco; e le
chiese di San Pier Maggiore, di San Lorenzo e di San Michele. «San Giovanni non
va» dice la Provvisione - perché forse rimaneva fermo - e bisogna «fare
intendere a dette chiese che pongano fuori gli altari.»
La mattina della festa, la
Signoria si partiva da Palazzo Vecchio ed andava a Santa Maria del Fiore,
dov'erano due palchi ai lati della porta di mezzo.
Su quello della porta di Via de'
Martelli, vi andavano la metà de' Priori, i sedici gonfalonieri delle
Compagnie, i Capitani di parte guelfa, i Dieci di libertà e i Nove
conservatori. Sull'altro, dalla parte di Via de' Calzaioli, vi prendeva posto
l'altra metà de' Priori, i Dodici Buonomini, i signori Otto di Guardia e Balìa
della città, gli Ufiziali di Monte, i Massai e i Sei di Mercanzia; ed a' piedi,
i Collegi della Parte; a' piè dell'altro, i Maestri di dogana ed altri uffici
minori.
Quando ognuno di questi
magistrati era al posto, cominciava ad uscir di chiesa la processione.
Precedevano le Compagnie di
Firenze; cioè quelle de' fanciulli, e quelle di disciplina che erano in gran
quantità; quindi le Compagnie del contado e le Fraterie.
Quando era passato il clero di
San Lorenzo, entravano allora le Magistrature che procedevano in quest'ordine:
I Priori, il Gonfaloniere di
giustizia, i Gonfalonieri delle compagnie, i Dodici Buonomini, i Capitani di
Parte, gli Otto di Pratica, i Dieci di Balìa, gli Otto di Guardia, gli Ufiziali
di Monte, i Massai di Camera, i Sei di Mercanzia, i Conservatori di Legge, gli
Ufiziali di Studio, gli Operai del Palazzo, gli Ufiziali del Monte di Pietà, i
Collegi di Parte, i Maestri di Dogana, i Maestri del Sale, i Maestri del Vino,
i Regolatori, i Quindici d'Arezzo, i Cinque di Pistoia, gli Ufiziali di
Vendite, gli Ufiziali dell'Estimo, i Provveditori a' Contratti, gli Ufiziali
dei Pupilli, i Cinque del Contado, gli Ufiziali della Carne, i Capitani
d'Orsanmichele, i Capitani del Bigallo, i Capitani di San Miniato del Ceppo,
gli Ufiziali di Condotta, gli Ufiziali de' Difetti, gli Ufiziali dell'Onestà,
gli Ufiziali della Notte, Soprastanti delle Stinche, l'Arte de' Giudici e
Notai, del Cambio, della Mercatanzia, della Lana, della Seta, de' Medici e
Speziali, de' Vaiai, de' Beccai, de' Calzolai, de' Rigattieri, dei Maestri, de'
Vinattieri, degli Albergatori, degli Oliandoli, de' Galigai, de' Corazzai, de'
Chìavaioli, de' Correggiai, de' Legnaioli e de' Fornai.
La processione percorreva dai
fondamenti del Duomo, Via del Proconsolo, Piazza della Signoria, il Ponte
Vecchio, Borgo Sant' Jacopo, Ponte Santa Trinita, Via Tornabuoni, Via del Sole
e Piazza di Santa Maria Novella. La Signoria e i Magistrati ascoltavano la
messa, e quindi se ne tornavano in Palazzo Vecchio. Quando il baldacchino
usciva di Duomo lo sostenevano, fino scesa la gradinata, i Capitani di Parte.
Avanti al baldacchino andavano i pifferi e dietro gli altri suonatori.
Anche dopo caduta la Repubblica,
i Granduchi Medici, che intervenivano in pompa magna alla processione,
conservarono ed accrebbero alla festa del Corpus Domini, solennità e
grandezza.
Con le provvisioni del 1584 e del
1624 fu perfino proibito «di passeggiare, e attraversare a piedi e a cavallo e
con cocchi, le strade dove passava la processione;» non essendo nemmeno
permesso di stare alle finestre invece che sulle porte delle case in
ginocchioni «come si conviene,» sotto pene pecuniarie e, in certi casi, con
qualche amorevole tratto di corda.
Sotto i Medici il baldacchino era
portato dai cavalieri di Santo Stefano con la loro uniforme, cioè elmo, corazza
e gambali di ferro, col manto bianco e la croce rossa sulla spalla sinistra.
Nel 1622 fu ordinato che il
«Magistrato della Parte deputasse due senatori con due altri, i quali alcuni
giorni innanzi andassero personalmente per tutte le strade della processione, e
casa per casa, esortassero tutti i padroni o abitanti di esse, che ciascuno
adornasse ed apparasse lo spazio della sua casa con metter anco fuori quadri e
simili ornamenti.» La festa del Corpus Domini non fu mai per nessun
grave motivo tralasciata; né per cagion d'intemperie, o per contagio, o per
guerre, e nemmeno all'epoca dell'assedio.
Il giorno, dopo vespro, si faceva
dai frati di Santa Maria Novella un'altra processione colla reliquia,
nientemeno, del dito di San Tommaso d'Aquino, in memoria dell'avere egli
scritto l'ufizio del Corpus Domini.
Venendo ora all'epoca più moderna
di cui ci occupiamo, bisogna dire che la processione del Corpus Domini in
Firenze per importanza e per celebrità si manteneva sempre una specie di
avvenimento. Se ne parlava anche un mese dopo; e i ragazzi non sapevan
concepire una cosa più bella di quella. La città vi si preparava tre giorni prima,
cominciando a mettere lungo il percorso della processione, nelle vie in cui
all'ora della festa vi batteva il sole, alcune tende d’alona, da una
parte all'altra della strada, all'altezza d'un primo piano per riparare coloro
che vi prendevano parte.
Nelle piazze, come in quella di
San Firenze, del Granduca e di Santa Maria Novella, le tende si mettevano
tirate su tante abetelle, a guisa di scenario dalla parte del sole.
La mattina verso le sette e mezzo
«i Signori priori nobili e cittadini della Comunità civica di Firenze» si
riunivano con le altre magistrature nelle stanze dell'Orfanotrofio del Bigallo,
e quindi si recavano nella chiesa della Metropolitana, per prender parte alla
processione. Il Sovrano col seguito andava al Duomo in tre carrozze di gala,
preceduto dal battistrada e seguito dalle Guardie nobili vestendo la cappamagna
di Gran Maestro dell'ordine di Santo Stefano.
Lungo tutto lo stradale, le
facciate delle botteghe venivan parate di stoffa rossa e gialla, e per terra
ognuno di fronte alla casa o alla bottega, spargeva la fiorita di ginestre, di
ciocche di bossolo, di foglie di lauro, d'alloro e di rose sparpagliate, che i
contadini venivano apposta a vendere a Firenze col sacco sulle spalle.
Per quelle strade era un continuo
vocio di venditori ambulanti di certe paste chiamate trombini e ciambelloni,
di semenza, di biscottini e di cartocci d'anacini, che i babbi
compravano ai ragazzi, se no non davan pace. Qua e là banchi di
acquacedratai offrivan da bere per un «quattrino» l'acqua diacciata con lo schizzo,
ossia col fumetto.
La processione, alla quale
prendevan parte tutte le parrocchie della città, le compagnie e confraternita
coi fratelli incappati, e tutte le fraterie, usciva di chiesa la mattina dopo
le otto ed entrava in San Giovanni, uscendo dalla porta difaccia al Bigallo.
Quindi sfilando in Piazza del Duomo e dal Sasso di Dante, entrava in Via del
Proconsolo; e per la Piazza San Firenze, Via dei Leoni e Via della Ninna - dove
«le Reali Sovrane stavano a vederla alla solita terrazza del quartiere di Papa
Leone X in Palazzo Vecchio recandovisi dal corridoio delle Gallerie» - la
processione sboccava in Piazza del Granduca rasentando la Loggia dell'Orcagna,
che si chiamava ancora Loggia de'Lanzi, tutta parata nell'interno, d'arazzi
antichi bellissimi.
La guardia usciva fuori
mettendosi a ginocchio a terra, col fucile a sinistra e la mano destra al casco
in segno di saluto.
Da Piazza, la processione
proseguiva per Via Vacchereccia, Mercato Nuovo, Via Porta Rossa, Via de'
Tornabuoni, Via del Sole, ed entrava nella Piazza di Santa Maria Novella.
Il Sacramento veniva portato
dall'Arcivescovo; ed il baldacchino era sorretto dai cavalieri di Santo Stefano
che indossavano la cappamagna dell'ordine fondato da Cosimo I de'Medici, e del
quale era Gran maestro il Granduca, a cui reggevano lo strascico due
paggi in uniforme.
Il Granduca andava dietro,
tenendo in mano un torcetto di cera bianca, tutto lavorato e dipinto
allegoricamente. Ai lati del baldacchino stavano le Guardie nobili in uniforme
rossa e gli stivaloni alla scudiera.
Il baldacchino era proprietà del
Comune, e tuttora si conserva in Palazzo Vecchio; si concedeva unicamente per
la processione del Corpus Domini. Soltanto nel 1815 fu concesso anche
per quella dell'Ottavario «in veduta della fausta circostanza che accompagnava
la detta processione Sua Santità Pio VII.»
Dietro il Granduca la truppa:
venivano primi i granatieri, quindi la fanteria ed i dragoni, che erano lo spavento
della popolazione, specialmente delle donne, perché a causa della folla
grandissima che si pigiava lungo lo stradale in quelle vie strette d'allora, i
briosi cavalli s'imbizzarrivano per tutto quel frastuono, e per dovere stare a
quello strettoio; era un nitrire, uno scuoter di testa, buttando la bava
addosso ai più vicini; e un tintinnio di sciabole, un brusìo, un urlare, un
gridare a un tratto se un cavallo s'impennava, da non parer proprio vero
quand'eran passati: senza contare quelli che essendo prossimi a una cantonata
appena vedevano il luccichio degli elmi scappavano come se avessero visto tanti
diavoli; e prendendo i bambini in collo o per la mano dicevano: «Via! Via! c'è
i dragoni!»
La truppa si schierava tutta
sulla Piazza di Santa Maria Novella e la processione entrava in chiesa, ove
veniva esposto il Sacramento. Dentro Santa Maria Novella facevano il cosiddetto
servizio di chiesa gli Anziani, in giubba, lucerna e pantaloni bianchi.
Dopo la esposizione entrava la messa; la quale, quando era a metà, la fanteria
faceva i tre spari di rito; ed il popolo al solito ci si divertiva
immensamente, aspettando con ansietà il comando del maggiore per sentire se i
fucili venivano scaricati tutti insieme con un colpo netto e secco, come se
fosse un fucile solo, oppure se c'erano strascichi, incertezze e intervalli
come un fuoco di fila, ciò che avveniva molto spesso. Ma allora tutti
rimanevano in silenzio, quasi mortificati d'aver dimostrato con qualche parola
e con lo scuoter del capo la disillusione provata, perché vedevano con che
rigore, con che alterigia, venivan fatte dagli ufficiali, così in pubblico,
certe partacce, a quei disgraziati che non avevan scaricato a tempo. Pareva che
li volessero mangiare soltanto con gli occhi. E la colpa non era sempre dei
soldati; perché coi fucili a pietra che avevano, mentre stavano con l'arme
impostata aspettando il comando, grattavan con l'unghia la pietra appunto per
esser precisi, ed avveniva che a qualcuno gli si scaricava prima e ad altri
dopo. E quelli potevan star sicuri che appena tornati in quartiere, dopo la
strapazzata ricevuta passavano immediatamente in prigione a pane e acqua anche
per una quindicina di giorni!
Terminata la messa, tornava al
Duomo il solo baldacchino seguìto dal Magistrato civico e dalla truppa,
prendendo la strada più corta, cioè Via de' Banchi e Via de' Cerretani. Giunti
in chiesa, i Signori Priori ricevevano «la santa benedizione, e restando
licenziati» andavano nelle stanze del Bigallo a spogliarsi.
Si può dire che con la
processione finisse quasi la festa del Corpus Domini, poiché
prescindendo dal suo carattere sacro, era altresì il sollazzo desiderato,
specialmente dalle mamme e dalle ragazze, che aspettavan quel giorno per
rinnuovare il vestito da estate, ed i ragazzi la bluse di seta cruda con la
cigna di pelle lustra che li stringeva alla vita.
Gli uomini eleganti si vestivan
d'anchina, e i più vecchi col soprabito con un gran baverone con la sottana
larga a gala, e sottoveste e pantaloni bianchi.
Le tessitore e le ciane di San
Lorenzo e de' Camaldoli giravano esse pure per lo stradale con gli scialli
bianchi di crespo, tutte ingioiate, che parevan cariche di voti come madonne
miracolose, o altrettante vetrine del Ponte Vecchio.
Tutta quella gente godeva di
passeggiare, finita la processione, lungo lo stradale dove per tutto il giorno
rimaneva la fiorita che mandava un odore speciale, fra il soave e
l'amaro, affatto caratteristico. Dopo la processione i caffè si empivano
d'intere famiglie che andavano per vecchia tradizione a prendere la cioccolata
e latte - detta la bianca - col pane imburrato.
Per molti anni il gobbo Martelloni,
della cura di Santa Lucia de' Magnoli in Via de' Bardi, portava i ragazzi della
sua squadra di Sanfirenzini - essendo uno dei maestri – alla
processione del Corpus Domini; e verso le dieci, li menava sul prato
detto del Barone del Nero annesso al palazzo Torrigiani, che rispondeva
sull'Arno; e qui dava ad ognuno un pantondo gravido per colazione, senza però
dar loro bere: perché se facevan un chiasso indiavolato a mangiar solamente,
c'era da figurarsi quel che avrebbero fatto se avessero bevuto del vino!
Dopo quella del Corpus Domini si
facevano nell'ottavario altre processioni: cioè il lunedì dopo vespro a San
Marco; il martedì a San Simone; il mercoledì a San Tommaso in Mercato, ed il
giovedì, giorno dell'ottavario, si faceva quella del Duomo girando attorno ai
fondamenti, ed alla quale interveniva la Corte.
Sulle rispettive piazze si faceva
quella di San Lorenzo, di San Pier Maggiore nel Mercatino di San Piero; di San
Niccolò e d'Ognissanti.
Oltre a queste, c'eran le
processioni di San Remigio, che quando passava dal Corso dei Tintori dinanzi
alla Caserma dei dragoni, veniva fuori la guardia, ed il priore facendo fermare
il baldacchino dava a' soldati la benedizione.
Si facevano altresì le
processioni delle chiese di San Giuseppe e di Santa Felicita.
La più caratteristica era quella
di San Giuseppe, la parrocchia dei conciatori, che fu nei tempi passati una
delle industrie più fiorenti di Firenze. Per conseguenza, cotesti popolani
concorrevano di buon grado alla spesa senza risparmio e con una certa
larghezza, per non esser soverchiati dalle altre chiese. A questa processione
intervenivano molte compagnie di altre cure della città e molte anche del
suburbio, raggiungendo in tutte perfino il numero di trenta, seguite ognuna da
un considerevole stuolo di fratelli incappati, che cantavan le laudi con certe
voci così discordi e stonate, da far rabbrividire. Bisognava accettare il buon
cuore e basta. Ogni tre o quattro compagnie di chiese o di confraternita,
seguiva una banda musicale, quindi due compagnie di granatieri per plotoni, e
due di fucilieri con tamburi e pifferi, comandata ciascuna da un capitano e due
ufficiali in tenuta «di gala.» Ai lati e dietro al baldacchino, c'eran tutti
gli oblatori, vestiti in giubba e pantaloni neri, coi mazzetti di sigilli ed
altre chincaglierie e pietre preziose alla grossa catena d'oro dell'orologio,
come tanti ciarlatani. Dalla sottoveste uscivano un palmo fuori le gale a
lattuga della camicia che a quei conciatori dava l'aria di tanti pezzi grossi;
e si pavoneggiavano procedendo con un certo sussiego, col cipiglio per darsi
più tono, cantando le laudi e i salmi, fiorettati di tanti spropositi, che se
il santo Re David li avesse sentiti, li avrebbe bastonati di santa ragione, e
sarebbe stato nel suo pieno diritto: Costoro per grandezzata tenevano il
torcetto molto basso onde far colar tutta la cera nella lucerna di foglio dei
paracera, pei quali l'ambizione dei conciatori era una vera risorsa; poiché
quand'era finita la processione, essendo pur finito il torcetto, andavan di
corsa alle cererie più rinomate a venderla, ricavandoci una buona sommetta.
Primeggiava fra tutti, benché non
conciatore ma addobbato come loro con la giubba, il mazzo dei sigilli e
la camicia con la lattuga, il famoso Lachera venditore ambulante di
dolci ma più specialmente di ciambelle, rinomato per la sua estrema pulizia,
avendo sempre il grembiule e la camicia di bucato. Ma il Lachera non era
celebre soltanto per le ciambelle, sivvero per la mordacità dei suoi frizzi e
delle sue spiritosaggini, che sferzavano a sangue. Fu l'ultimo fiorentino
bizzarro che rappresentasse quei tipi amenissimi e pieni di spirito del
passato. Il Lachera veniva spesso richiamato dal Commissario del Buon Governo
per le sue allusioni al Granduca, in specie quando lo vedeva passare in
carrozza: il Sovrano portava la tuba, e il Lachera, figurando di vendere certi
dolci che avessero quel nome, aveva il coraggio di dirgli sul viso: Babbalocchi
a cilindro! Detto che rimase poi famoso.
Dopo la processione di San
Giuseppe cominciava la baldoria delle cene e delle ribotte nelle conce,
dov'erano apparecchiate le tavole anche nella strada, ed alle quali sedevan
famiglie intere, che in quella circostanza si riunivano come per Pasqua, a
mangiar le lonze, il piatto di rito dei conciatori. Le donne eran tutte
ingioiate e si credevano tante signore; ma quando aprivan bocca facevan cascare
il pan di mano. Molti ritrovi e conviti però avevan luogo nelle case; e dalla
via si sentivan le risate ed il chiasso: tutte le finestre, con le impannate o
coi vetri impiombati, apparivano illuminate dalle candele di sego, che
mescolavano il loro odore nauseante a quello delle lonze e delle conce,
che appestava strade e case. Eppure mangiavano e bevevano allegramente, e i
ciechi andavano là a cantare certe storie che oggi non si sopporterebbero
nemmeno per penitenza, e che allora fruttavano ai cantori bicchieri di vino,
pezzi di pane ed avanzi delle cene, coi quali si spacchiavano come papi.
Una festa dello stesso genere,
anzi, uguale addirittura, era per San Rocco, il 16 d'agosto nei Camaldoli di
San Frediano, dove quei ciani invece di lonze mangiavano ì maccheroni, con lo
stesso apparato e la medesima allegria beceresca.
La processione di Santa Felicita,
che era la parrocchia del Granduca, aveva un'impronta e un carattere quasi
officiale ed aristocratico. Vi prendeva parte, per ordine del «Real Sovrano,»
tutta la sua Servitù e il corpo degli Anziani che interveniva in parata di
gala. Dopo di essi venivano i camerazzi, gli impiegati della Dispensa,
ed i cantinieri, tutti in uniforme a falde colore amaranto, con pistagna,
manopole e scudo dietro sotto la vita, tutto ricamato a fogliami d'argento:
calzoni bianchi corti, scarpe con fibbie d'argento, lucerna e spadino. Dopo di
essi, gli staffieri in livrea di gala, tutti col torcetto in mano.
Questa processione usciva di
chiesa, e passando il Ponte Vecchio prendeva per Via degli Archibusieri,
entrava sotto gli Uffizi, traversava Piazza del Granduca, e per Vacchereccia,
Via Por Santa Maria, il Ponte Vecchio di nuovo, Borgo Sant' Jacopo, Via Maggio,
lo sdrucciolo de'Pitti, saliva su al Palazzo entrando dalla porta di mezzo.
Nell'atrio del palazzo era composto un meraviglioso tappeto di fiori rarissimi,
messi a disegno ed eseguito dai giardinieri di Boboli. La processione girava
dalla Meridiana e uscendo dal giardino tornava in chiesa.
Per tutte le strade dalle quali
passava, c'eran tappeti bellissimi e di varii colori alle finestre, e gran
copia di fiorita per terra; le botteghe eran tutte parate come
altrettante chiese. L'addobbo più ricco delle botteghe e la maggior copia di
fiorita, era in Via Vacchereccia e in Via Por Santa Maria dove c'erano i più
bei negozi, che se li vedessimo oggi, parrebbe d'essere in un paese di
campagna. Ma allora si badava più alla sostanza che all'apparenza; non c'era
tanto lusso di mostre e di vetrine, e neppure tanto sfoggio di fallimenti.
Le botteghe più rinomate erano
quella del fondaco Montelatici, della sartoria Niccolini, del chincagliere
Cosimo Bardi, del setaiolo Borgagni, del libraio Piatti, dell'ombrellaio Dini,
del Botti negoziante di perle, del Barbieri merciaio, dei parrucchiere Miniati
detto Schioppo, di Francesco Piacenti il sarto di Corte, del cappellaio
Ferrini, del Gignoli lanciaio, del fondaco Prezziner e del sarto Paradisi.
Tutti i padroni di bottega per
riconoscer meglio la festa, appena passata la processione e disfatto l'addobbo,
si riunivano in comitive, ed andavano a fare lo spuntino fuori di qualche
porta, per maggior devozione, poiché tutti i salmi finiscono in gloria!
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