Per un volume di novelline, che
vorrebbero essere delle minuscole opere d'arte, Processi verbali potrebbe
parere un titolo un po' troppo curialesco. Due parole di spiegazione mi
sembrano dunque indispensabili, quantunque io abbia imparato a mie spese, qual
poco conto ci sia da fare sulle prefazioni lunghe o corte che sieno.
Processo verbale comune - i
puristi ripudiano questa espressione - significa una relazione semplice, rapida
e fedele di un avvenimento, svolgentesi sotto gli occhi di uno spettatore
disinteressato. Processi verbali, io intitolo delle novelle, che sono la
nuda e impersonale trascrizione di piccole commedie e di piccoli drammi colti
sul vivo.
Se l'impersonalità ha da essere
un canone d'arte, mi pare che essa sia incompatibile con la narrazione e con la
descrizione. Nell'esporre in nome proprio gli avvenimenti, nel presentare i
suoi personaggi, lo scrittore si tradisce inevitabilmente; ch'ei voglia o no,
finisce per giudicare gli uni e commentare gli altri; e le fioriture di stile,
con cui egli traduce le impressioni suscitate dal mondo materiale, sono cosa
tutta sua. L'impersonalità assoluta, non può conseguirsi che nel puro dialogo,
e l'ideale della rappresentazione obiettiva, consiste nella scena come
si scrive pel teatro. L'avvenimento deve svolgersi da sé, e i personaggi
debbono significare essi medesimi, per mezzo delle loro parole e delle loro
azioni, ciò che essi sono. L'analisi psicologica, l'immaginazione di quel che
si passa nella testa delle persone, è tutto il rovescio dell'osservazione
reale. L'osservatore impersonale, farà anch'egli dell'analisi, mostrerà
anch'egli le fasi del pensiero, ma per via dei segni esteriori, visibili, che
le rivelano, e non a furia d'intuizione più o meno verosimili. La parte dello
scrittore che voglia sopprimere il proprio intervento deve limitarsi, insomma,
a fornire le indicazioni indispensabili all'intelligenza del fatto, a mettere
accanto alle trascrizioni delle vive voci dei suoi personaggi quelle che i
commediografi chiamano didascalie.
A questo ideale io ho procurato
di avvicinarmi quanto più era possibile. Se il lettore sfoglierà anche
rapidamente questo volume, vedrà che tutte le pagine sono piene delle lineette
indicatrici del dialogo; due o tre volte appena ho adoperato il dialogo
indiretto. Le mie più lunghe descrizioni non oltrepassano le cinque righe e
credo che non mi si possa addebitare un sol tratto di narrazione psicologica.
In quasi tutte queste novelle c'è unità di tempo e di luogo; non l'unità rigida
e spesso inverosimile della ribalta, ma quella che si può cogliere sulla scena
del mondo.
Io ho cercato di rappresentare,
volta per volta, un momento del vero, di quella parte di vero - mi affretto ad
aggiungere -alla quale si può adattar questo metodo: perché, sarà bene
ricordarlo sempre, ogni soggetto si porta con sé la sua forma, e viceversa. Il
compito dell'artista consiste appunto nel trovare, in ogni caso speciale, la
pratica applicazione di questa legge d'intima, di assoluta, d'infrangibile
convenienza.
Milano, dicembre 1889
Federico
De Roberto
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