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Alle tre, quando la campana
annunziò la fine della lezione, il professore Domenico Perez non lasciò liberi,
come avrebbe dovuto, i suoi discepoli. Spiegava da due ore un atto dell’Edipo
Re e non voleva interromperlo. Dominando con la voce ferma e severa i moti
d’impazienza della classe, andò avanti per un’altra diecina di minuti, sino
alla fine; poi pronunziò la frase sacramentale:
- Basterà per oggi.
Appena uscito nel corridoio, in
compagnia degli alunni più diligenti che gli rivolgevano ancora domande intorno
alle cose udite, si vide accostare da Baldassare, il bidello.
- Signor professore, c’è un
signore che lo aspetta.
- Chi è?
- Non ha detto il nome... Dice
che è venuto da Firenze apposta per lei.
- Da Firenze?... Dov’è?
- L’ho fatto accomodare nella
sala di convegno... Vi è rimasto un pezzo a dormire, sul divano!... Prima di
sonare la campana sono andato ad avvertirlo; allora è sceso giù nel cortile!...
Ha un’aria... una cert’aria...
Perez sorrise vedendo la smorfia
con la quale Baldassare intendeva esprimere l’aria dello sconosciuto, e
s’affacciò dal ballatoio. Non distinguendo nessuno in mezzo alla folla degli
scolari sciamanti giù per la corte, discese le scale; sull’ultimo ripiano,
scorgendo il visitatore che pareva appostato per attenderlo al varco - una
figura alta e smilza, un paio di gambe lunghe chiuse in calzoni strettissimi,
una faccia magra tagliata da due baffi chiari uncinati - esclamò:
- Bertini!... Ma come? Sei tu,
Lodovico?
- Sono io.
- Senza avvertirmi?... Senza
scrivermi una parola?... - soggiunse, buttandogli le braccia al collo e
baciandolo con grande effusione sulle due guance. - Non importa; grazie
egualmente!... Che piacere!... Sai che non ci vediamo da Valsorrisa?...
Quant’è? Due anni!... Quando sei arrivato?
- Da un’ora.
- E sei venuto per me? Che bravo!
Andiamo via! Sono libero. Sono tutto per te. Quanto ti tratterrai?
- Riparto stasera.
- Come? - protestò l’altro,
fermandosi, tra stupito e crucciato, sul punto di varcare il portone del Liceo.
- Ma niente affatto!... Dopo due anni che aspetto questa tua visita, vieni per
mezza giornata? Che dico? Per qualche ora appena!
- Non posso fermarmi di più.
- Hai da fare? Che hai da fare?
Non ammetto pretesti! Ti sequestro. Almeno sino a domani.
- Ti prego non insistere. Non
posso.
Perez gli fermò addosso lo
sguardo. Nel primo momento, nella sorpresa del riconoscimento, non aveva fatto
attenzione all’aspetto dell’amico suo; ora, udendo quella risposta proferita
brevemente, in tono che non ammetteva replica, e rammentando le parole di
Baldassare sullo strano atteggiamento del visitatore, scorgeva realmente
qualche cosa d’insolito in lui. Magrissimo era sempre stato, ma d’una magrezza
sana, ossea e nervosa; ora il suo viso lungo ed affilato pareva emaciato come dopo
una malattia; le tempie, dove i capelli cominciavano a incanutire, eran solcate
da vene inturgidite; gli occhi si volgevano intorno esitanti, inquieti, quasi
sospettosi; anche il passo era malfermo.
- Sia come vuoi, - concesse
Perez, tenendo temporaneamente per sé quelle osservazioni, ma proponendosi di
cogliere o di far nascere più tardi l’occasione di manifestarle. - Vieni a casa
mia?
- Per fare?
- Niente! Sono libero, ti ripeto;
posso dedicarti tutto il pomeriggio. Dicevo così, nel caso che volessi riposarti.
Sei all’albergo?
- No, ho lasciato la valigia alla
stazione.
- Dovresti essere stanco; ho
sentito che ti sei addormentato, aspettandomi.
- Ora sono riposato.
- Va bene; allora verrai da noi a
pranzo stasera: è inteso. La mamma sarà felice di vederti. Per il momento
vogliamo andare al caffè?
- Grazie; io non prendo nulla.
- Allora... - fece Perez, un poco
imbarazzato, cercando che cosa potesse piacere all’amico; - allora... montiamo
in carrozza e giriamo un poco in città o in campagna?
Solo quell’offerta riuscì gradita
all’invitato.
- Andiamo al mare? - propose.
- Dove tu vuoi!... Vetturino!...
- chiamò, fermando con un gesto del braccio una carrozza che passava loro
dinanzi in quel momento. - Monta su, caro, ti prego... Vetturino, alla
Gettata!... - Poi, accomodatosi nel suo cantuccio, battendo con la mano sul
ginocchio dell’amico, esclamò giocondamente: - E così?
- E così? - ripeté l’altro, come
un’eco. Cavata di tasca la borsa del tabacco e cominciando ad arrotolare una
sigaretta, soggiunse: - Che fai?... Sei contento?... Lavori?
- Lavoro, sì. E tu?
- A che lavori? - insisté
l’interrogato, come se non avesse udito la domanda. - Vuoi? - concluse,
offrendogli da fumare.
- Grazie! Ti dirò che sono in un
periodo di grande fecondità.
Mentre la carrozza attraversava i
quartieri popolari, arrestandosi tratto tratto per l’ingombro dei tram, delle
automobili, dei legni, dei carri, dei veicoli d’ogni sorta, Perez cominciò a
parlare delle sue occupazioni letterarie. Scrittore di commedie prima che
insegnante di lettere greche, egli adempiva con tutta coscienza l’ufficio
scolastico; ma più che la cattedra lo attirava il palcoscenico, dove aveva
raccolto e raccoglieva ancora i premî più ambiti. Quanti ammiravano in lui
l’artista geniale, l’arguto dipintore dei costumi contemporanei, non riuscivano
a spiegarsi come egli potesse essere anche un dotto cultore delle classiche
discipline; in realtà, il giovane aveva sofferto d’un intimo disagio vivendo con
la mente, per ragioni di studio, in tempi tanto remoti e disformi da quello nel
quale era nato, del quale osservava, intendeva ed amava i caratteri, nella vita
reale; ma il disagio era finito, e le due occupazioni si erano conciliate,
perché l’amore della modernità gli aveva impedito di isterilirsi nel fanatismo
del passato e gli aveva fatto ricercare ed intendere nelle antiche letterature
solo ciò che vi resta di veramente vivo, di eternamente giovane e fresco.
Proprio in quei giorni, dopo una vivace polemica sostenuta con un Tedesco
erudito e pedante, egli aveva concepito l’idea d’un saggio intorno alle «Forme
letterarie fossili», e nell’esporre all’amico gli argomenti coi quali si
accingeva a sostenere la propria tesi, si animava ed accalorava: piccolo,
vivacissimo, tutto fuoco, roteava gli occhi e mulinava con le braccia come
sostenendo un assalto contro avversarî invisibili, bucava l’aria con l’indice
disteso come per trapassare da parte a parte gli autori incriminati.
- Nel mondo della creazione artistica,
come nella natura vivente, le specie appariscono, vivono più o meno a lungo e
poi dànno luogo ad altre più o meno diverse. Il poema e la tragedia hanno fatto
il loro tempo come gl’ittiosauri e i teromorfi; sono finiti con gli elmi e gli
scudi, coi manti e le corone: roba da museo. Al giorno d’oggi che i re, quelli
che restano, portano il cappello a cencio e le scarpe con le gomme, e i
militari si vestono di grigio per non lasciarsi scorgere da lontano, e gli eroi
si trovano, quando si trovano, nel corpo dei pompieri o tra i casellanti delle
strade ferrate, non vi sono altre forme possibili che il romanzo o la novella e
il dramma o la commedia. Il naturalista ricostruisce con senso religioso i
formidabili giganti della fauna antica, ma non nutre la folle idea di
richiamarli in vita. Io m’inginocchio dinanzi a Sofocle, ma rido di chi presume
mettere al mondo nuovi «Edipi». Le commedie nostre saranno benissimo semplici
coccodrilli, e se vuoi umilissime lucertole a petto dei colossi antidiluviani;
ma la colpa non è nostra se quegli stampi sono andati distrutti.
- E le tue commedie nuove?
- Tre, mio caro; non meno di tre:
omne trinum... E tre casi di adulterio, uno dopo l’altro! I critici e i
commissarî dei concorsi governativi mi lapideranno, ma il pubblico verrà a
sentire. Non dico ad applaudire. Può darsi benissimo che mi fischi di santa
ragione; ma la colpa sarà stata mia, non dell’argomento. Non ne conosco altri
che appassionino tanto le platee, perché nessun altro offre una così intima
associazione del comico col drammatico, e se vuoi col tragico, ma nel senso
moderno della parola. La nostra civiltà ha preteso disciplinare
l’indisciplinabile, quel sentimento che il mito antico, più accorto, aveva
simboleggiato in un fanciullo, bendato per giunta, cioè due volte cieco,
doppiamente irresponsabile. Il matrimonio, l’unione eterna e indissolubile, è
il più bel tentativo di correggere la realtà, di realizzare l’ideale; ma la
natura, che noi disconosciamo, si prende giuoco di noi, scombussola i nostri
piani, sconvolge la nostra vita. Dico la nostra, e non la loro, della gente
coniugata: perché, sentimentalmente, la situazione è la stessa, sia nelle
giuste nozze, sia negli amori liberi. Quante volte hai giurato ad una donna,
con tutta la sincerità del cuore, con tutto il convincimento della volontà, che
l’ami unicamente, che l’amerai sempre? E quante volte, con quanto dolore, ti
sei accorto dell’inganno?
Bertini, rivoltatosi bruscamente,
buttò via la sigaretta non ancora finita di fumare; poi, raddrizzatosi sul sedile
incrociò le braccia e chinò il capo. Perez, senza aspettare risposta alle
domande espresse non tanto per curiosità di sapere quanto per bisogno di
affermare, riprese:
- La poesia ha inventato l’anima
sorella, l’anima gemella, che andiamo cercando, che presto o tardi incontriamo
e che allora ci prende tutti per sé; ma la natura, quando crediamo di esserci
assortiti con la creatura predestinata, ce ne sospinge dinanzi, un bel giorno,
a nostra insaputa, un’altra che ci piace di più, che ci par fatta per noi
meglio dell’altra, che distrugge il prestigio dell’altra, che vogliamo e
dobbiamo ottenere, a qualunque costo di morirne, salvo a ricrederci ancora una
volta, quando ci troviamo esposti ad una terza seduzione ancora più forte, o
semplicemente diversa. Sai che lo ha detto anche Napoleone; il matrimonio non è
istituzione fondata su leggi di natura, e Balzac lo ha scritto in fronte alla
sua «Fisiologia». La natura non vuole amori unici ed eterni; esige anzi, per il
conseguimento dei suoi fini, il più gran numero di amori. Noi siamo come i
germi che essa sparpaglia a milioni per l’aria, sulla terra, nelle acque, per
moltiplicare le probabilità che s’incontrino e si fecondino e si schiudano in
nuove forme di vita. Uomini e donne, tutti quanti siamo, nonostante i nostri
codici scritti e la nostra morale intima, che altro facciamo, io ti domando, se
non cercarci per sedurci, se non sfoggiare ed accrescere le nostre doti per
suscitare il più gran numero di desiderî dai quali deriveranno il più gran
numero di accostamenti? Perché mai tu scolpisci le tue statue, ed io scrivo le
mie commedie, e il nostro Natali dipinge i suoi quadri, e Luigi Albani compone
le sue musiche, se non per abbagliare queste signore con l’aureola della
gloria? E queste signore perché mai passano metà della loro vita dalla sarta e
dinanzi allo specchio, se non per fulminarci col fulgore della loro bellezza?
In tutti i loro rapporti, in quelli che sembrano più innocenti, uomini e donne
non fanno altro che scherzare col fuoco: la fedeltà dei mariti, delle mogli e
degli amanti è un miracolo altrettanto grande quanto la preservazione di una
santabarbara fra il grandinare delle granate.
- L’albergo di Francia è in
questa via?
L’oratore si sentì così
bruscamente interrotto nel bel mezzo dell’argomentazione da quella domanda, che
per un momento rimase senza parola.
- L’albergo di Francia?... Qui
siamo sul corso Vittorio Emanuele; l’albergo di Francia è nella via Cavour.
- Passiamo di là, se non ti
dispiace.
- Vetturino, per via Cavour... Ma
sai che sei un bel tipo? - esclamò poi, fra crucciato e sorridente. - Mi fai
sgolare senza darmi retta, e non mi narri nulla di te, delle cose tue! Perché
hai trasferito lo studio a Firenze?
- Per finire il monumento a
Mazzini: te lo scrissi.
- Un tempo non potevi lavorare
fuori della pace di Promonte... Come sta tua sorella? Il dottore tuo cognato? I
tuoi nipotini?
- Stanno bene, grazie.
- Che desiderio di tornare lassù!
Bisogna che scriva alla signora Laura. Il tuo monumento, dalle figure che ne ho
viste sui fogli illustrati, è una bellezza. So che vi hai lavorato molto; forse
troppo? Sei un poco affaticato?
- Un poco.
- Si vede. Te lo volevo dire. Non
sei stato sofferente?
- Un poco.
- Perché non ti riposi? Perché
non ti fermi con noi? Ti prometto di farti divagare. Hai qui tanti ammiratori!
E non poche ammiratrici, sai? Ecco l’albergo di Francia. Ferma, vetturino...
- No! no! - protestò vivacemente
Bertini, trattenendo col braccio il braccio dell’amico, ed ordinando poi al
cocchiere, con voce breve: - Via!
E mentre la carrozza trascorreva
dinanzi alla facciata dell’albergo, vi fermò lo sguardo, rivoltandosi a
guardarvi anche dopo che l’edificio fu oltrepassato.
Perez era rimasto in silenzio,
non comprendendo.
- Se ti decidessi a restare -
riprese poi, tanto per dire - non ti consiglierei quest’albergo, né gli altri
del centro. Sono i più frequentati dalla gente danarosa, ma c’è troppo
frastuono intorno. Dovresti andare all’Hotel Monsalvato, sul Colle d’Elsa, a
quattrocento metri sul livello della baraonda cittadina; è un incanto.
- Forse andrò in Val d’Aosta, dai
Mauri.
- Ah, i Mauri! Che brava gente!
Vi andrò probabilmente anche io, quest’ottobre. Sai che Aurelia è sposa?
Allora il discorso si volse sul
tema degli amici comuni. Quantunque neanche ora Bertini fosse molto loquace,
Perez non volle sforzarlo con osservazioni che potevano riuscire indiscrete.
Serbava inappagata la curiosità di sapere che cosa lo occupasse, perché mai
avesse voluto esaminare la facciata e passare a rassegna le finestre
dell’albergo di Francia. E continuò a discorrere per due, evocando i ricordi
d’altri tempi, quando, giunta la carrozza sulla Gettata, in faccia al mare,
Lodovico lo interruppe ancora una volta:
- Vogliamo passare dal semaforo,
se non ti dispiace?
- Non mi dispiace niente affatto.
Ma prima di tutto, scusa, che vuoi farvi, al semaforo? Aspetti telegrammi con
telegrafo senza fili?
Un ambiguo sorriso, un sorriso
veramente strano, increspò le labbra di Lodovico.
- Forse!
- E poi, perché non l’hai detto
prima? Il semaforo non è al mare, è sulla collina di San Rocco.
- Andiamo sulla collina.
- A San Rocco!
La carrozza prese un’altra
direzione, e la conversazione dei due amici, o piuttosto il monologo di Perez,
anch’esso. Ora lo scrittore dimostrava allo statuario, con un senso di
compiacimento, l’enorme sviluppo preso dalla città industre, i quartieri sorti
come per incanto sul lido orientale, verso la cinta delle vecchie
fortificazioni.
- Guarda quante ville e quanti
fumaioli!... Vedi quelle caserme? Sono le case degli operai: il primo tentativo
di risolvere seriamente questa parte del gran problema sociale... Un borgo
marinaro sulla riva, un rione industriale dalla parte opposta: in mezzo la
città vecchia che si va rinnovando! Vedi quella selva di antenne? è il porto...
- Sapranno al semaforo - domandò
ad un tratto Bertini - a che ora arriverà il «Senegal»?
- Ma come? - esclamò Perez, con
aria di stupore. - Volevi salire fin lassù solo per questo? Ma gli arrivi dei
piroscafi sono annunziati alle Messaggerie! C’è di meglio: basta passare dalla
Vedetta!... Vetturino, torna indietro. Alla Vedetta marittima.
Ancora una volta la carrozza
cambiò rotta. Perez restò un pezzo in silenzio aspettando che il suo compagno
dicesse qualche cosa; poi, vedendolo assorto, con lo sguardo vagante per il
panorama della città, domandò a bruciapelo:
- Aspetti un amico, con questo
«Senegal»?
Lo stesso sorriso, sottile e
falso, spuntò sulle labbra dello scultore.
- Sì!
- Chi, se è lecito?
L’interrogato non rispose subito.
Mosse il capo con un breve atto d’imbarazzo, lo volse a guardare dietro di sé,
esitante e sospettoso; poi, afferrata la mano di Perez, proferì:
- Lo saprai fra poco... Non mi
chieder nulla, per ora...
Il bidello non s’era ingannato:
c’era qualcosa di molto strano nell’aspetto di Bertini, un pensiero molesto che
corrugava la sua fronte e fermava il suo sguardo, una inquietudine che rendeva
nervosi i suoi minimi gesti. Perez rispettò la preghiera; non interrogò, non
disse più nulla, mentre la carrozza rotolava sordamente sull’inghiaiato della
riviera Margherita, domandando solo a se stesso da che parte del mondo veniva
quel piroscafo, quale persona restituiva in Italia che stesse tanto a cuore a
Lodovico. Una donna, probabilmente? La vita intima dello scultore era stata
sempre molto mossa: egli aveva nutrito passioni gagliarde e tempestose. Non era
più giovane, certo; doveva ormai aver varcato la quarantina. L’aveva varcata
senza meno: due anni addietro, a Valsorrisa, non ne aveva annunziato l’arrivo
imminente? Ma per una natura appassionata come la sua, non era ancora l’età
della rinunzia; era anzi la più pericolosa. Proprio a Valsorrisa, nelle poche
settimane che vi avevano trascorse insieme, non si era infiammato per la bella
signora Lariani? Poco dopo, nell’autunno, era andato improvvisamente a porre il
suo studio a Firenze, per finire - aveva detto - il monumento a Mazzini:
verità, o non piuttosto semplice pretesto? Cominciata infatti a Promonte e
destinata a Palermo, perché mai quell’opera doveva esser compiuta proprio in
Toscana? Qualche grossa novità era sopravvenuta nella vita dell’artista:
nonostante il suo silenzio, Perez ne aveva pur avuto qualche sentore, aveva
udito parlare di una signora, straniera, per la quale l’amico suo doveva aver
fatto una nuova passione. Forse costei aveva dovuto lasciarlo, era andata
lontano, ed ora tornava a lui? Ma nel suo aspetto, nelle sue parole, non c’era
la gioia, se pur e ansiosa, di chi aspetta una persona cara; c’era
l’inquietudine, l’ambascia, una specie di paura...
- D’ordinario, i postali dall’Africa
arrivano nel pomeriggio?
L’improvvisa domanda distolse
Perez dalle sue riflessioni.
- Non lo so - rispose,
comprendendo confusamente che dall’Africa Lodovico non poteva aspettare
un’amante. - Ma ti caverai la curiosità fra due minuti. Stiamo per arrivare.
La carrozza si era messa al
passo, per la rampa di Bevagna. Lo scultore non levava gli occhi dall’immensa
distesa delle acque, liquido smeraldo sotto le balze della costa, d’un azzurro
carico come inchiostro più oltre, fino all’estremo orizzonte.
- Ecco la Vedetta.
Scesero entrambi dinanzi al
gabbiotto di legno dipinto di verde con pretese da chiosco orientale.
Dall’uscio socchiuso si scorgeva un cannocchiale girevole sopra un treppiedi
piantato nel centro del bussolotto. Una tabellina di lavagna, sull’entrata,
portava scritto col gesso: «Il piroscafo «Senegal» arriverà oggi alle ore 17».
Bertini, consultato l’orologio,
osservò, come parlando tra sé:
- Dovrebbe essere in vista.
L’uomo di guardia rispose:
- Sissignore. Già si scorge a
occhio nudo. Guardi in direzione della punta di Platania.
Lo scultore si accostò alla
ringhiera che correva lungo l’orlo della balza e vi si afferrò con tutte e due
le mani sprofondando lo sguardo nella direzione indicata. Perez guardò
anch’egli verso quel punto, ma non distinse nulla. Ad occidente era tutto uno
sfolgorio d’oro, nel cielo dove il sole rutilava, nel mare dove l’immensa
scaglia del suo riflesso si stemperava tremolando.
- Lodovico! - gridò a un tratto
Perez, riportando lo sguardo verso il compagno e vedendolo talmente piegato
sulla ringhiera, che un altro poco e sarebbe precipitato nell’abisso. -
Lodovico, bada!... Non facciamo scherzi!...
L’altro si ritrasse, guardando
gli scogli della riva sottoposta, bruni e brulli a fiore delle acque
smeraldine.
- Quanto sarà alto?... - disse. -
Trenta metri?... Quaranta?... Temi che non sarebbe igienico tuffarsi in mare da
qui?...
Senza rilevare la lugubre
facezia, Perez rispose con un’altra domanda:
- Dove vuoi andare, ora?
- Vorrei andare al porto, ma non
in carrozza. Congeda il vetturino.
- Come ti piace... Ecco fatto -
soggiunse, dopo aver pagato la corsa. - Andiamo?
Mentre la carrozza se ne tornava
in città dalla parte alta, essi discesero la china. Bertini si voltava tratto
tratto, guardando il mare della Platania, dove una nubecola di fumo rivelava
ormai la corsa del «Senegal». Perez restò ancora un poco senza dir nulla; a un
tratto, prendendo il braccio dell’amico, con voce di dolce rimprovero, esclamò,
piano:
- Allora, senti, io non crederò
più che tu sia venuto per i miei begli occhi!... - E ancora più piano, con tono
di affettuosa confidenza: - Chi aspetti?... Che hai?...
Bertini si fermò, si tolse il
cappello passandosi la destra sulla fronte, se lo ripose in capo con un gesto
brusco, poi disse:
- No, Domenico; non sono venuto
per te... Sono venuto da te perché non posso sentirmi solo, in quest’ora
d’angoscia; perché ho bisogno di udire una voce fraterna, di appoggiarmi ad un
braccio sicuro...
- Eccomi qua!... - esclamò Perez,
chinandosi verso di lui, offrendogli il braccio, che egli prese un momento e
poi lasciò. - Che posso fare per alleviare la tua pena? Non dirmene nulla, se
ti costa...
- Mi costa tacere!... Ho bisogno
di gridare!... Perdonami se non ti ho dato retta... Ma ti ho udito bene, sai!
Certe tue proposizioni mi hanno fatto fremere, tanto parevano dette per me:
tutto quanto hai enunziato, a proposito dei tuoi lavori, intorno all’amore, al
matrimonio, all’adulterio...
Pronunziò questi nomi con voce
vibrante, stridente, quasi acre, come se gli scottassero le labbra; poi, dopo
una pausa, più tranquillamente, ma anche più dolorosamente:
- No, che non c’è differenza,
quando si ama, fra le unioni che il mondo giudica libere, e quelle che sanziona
con le sue leggi! Quando pare che nessuna legge ci governi, il cuore impone le
sue, e sono le ferree... Guarda, - soggiunse sopra un altro tono, esitando,
fermandosi, rivoltandosi verso l’amico: - Guarda... come farò a spiegarti la
situazione in cui mi trovo?... C’è una donna che m’appartiene, perché si è data
a me, perché mi sono dato a lei, perché ci amiamo, perché tale è la sua e la
mia volontà: va bene? Ora questa donna, mia da tre anni oramai, il cui possesso
io mi sono assicurato con la fedeltà più cieca e l’adorazione più devota, che
mi è rimasta anche lei fedele strenuamente, sinceramente; questa donna, oggi,
stasera, fra qualche ora mi tradirà. Fra poco, prima di notte, quando sarà
giunto il «Senegal», questa donna cadrà fra le braccia di un altro, all’albergo
di Francia: capisci? Io sono qui per vedere arrivare questo «Senegal», per
passare sotto le finestre di questo albergo dove l’infamia sarà consumata. Né
io, né tu, né alcuno può nulla per impedirlo: nulla capisci? Io posso fare una
cosa sola, quella che tu m’hai consigliata: restarmene qui, fino a domani.
Questo sì, posso farlo. Posso scendere, anzi, all’albergo di Francia,
precisamente; cercare anzi di avere una camera attigua alla loro, passare la
notte lì, dietro l’uscio che ci dividerà. Eccolo, quel che posso fare, se tu
persisti a trattenermi!
Perez non disse verbo, turbato
dall’espressione quasi iraconda con la quale Lodovico aveva proferito le ultime
parole. La conferma, improvvisamente ottenuta, delle sue supposizioni intorno
alla natura tutta sentimentale delle inquietudini dell’amico non gli procurava
il più piccolo compiacimento per la propria perspicacia, tanto il caso si
rivelava grave. Molte domande gli salivano alle labbra: «Perché ti tradisce?...
Non t’ama più?... Vi siete lasciati?... Chi arriva col «Senegal»?...» ma
l’altro non gli diede il tempo di formularle. Facendoglisi accosto con un nuovo
moto di confidenza, riprendendo a parlare con voce ancora grossa, ma più
pacata, riprese:
- Capisci ora perché me ne vado?
Capisci che stanotte non posso restar qui, che ho bisogno di sentirmi portar
via, non importa dove, col treno più rapido che mi trascini il più lontano
possibile? - E ad un moto di Perez, che si era rivoltato per interromperlo: -
Che cosa vorresti dirmi? Che debbo rassegnarmi, se non c’è da far nulla? Eh, lo
vedi, mi rassegno!... Hai temuto che volessi buttarmi in mare?... Non aver
paura!... Non sarei venuto a cercarti, se avessi voluto spiccare il salto!...
Non ho armi addosso: prova un po’; non sono venuto per ammazzare nessuno...
Niente ammazzamenti, se anche quella donna fosse mia moglie... Noi non siamo di
quelli che ammazzano, né le mogli né le amanti, è vero?... Perché si ammazzano
anche le amanti, è vero? non le sole mogli!... Ah, come hai ben detto che non
c’è nessuna differenza, per il sentimento, fra l’unione libera e il matrimonio!
Se questa donna fosse mia moglie, io non potrei infrangere il vincolo coniugale
in un paese come il nostro che non ammette il divorzio; potrei infrangerlo
altrove; ma divorziato o separato, forse che soffrirei più di quanto soffro
adesso, per aver perduta la creatura che fu mia, che volevo mia?... Se fosse
mia moglie, vedi, e sapessi che oggi, qui, in quest’albergo, ella avesse un
convegno con un altro uomo... se fosse mia moglie, ecco, non potendo assassinare
né lei né lui, non dovendo ammazzarmi, non volendo chiamare un commissario e
due guardie che frenerebbero le risa accertando la mia disgrazia, qual altra
cosa potrei fare, se non quella che faccio: spiare l’arrivo dell’uomo che viene
a portarmela via, aggirarmi per i luoghi del loro incontro, immaginare,
antivedere, non veder altro con gli occhi della mente fuorché i loro
abbracciamenti, e quando l’infamia starà per compiersi fuggire, fuggire,
fuggire?...
- No, scusa! - proruppe
finalmente Perez, non appena la voce di Bertini perdette qualche cosa della sua
veemenza; - scusa, non crederò mai che, marito o amante, un uomo nella tua
condizione non possa fare altro! Come hai scoperto che sta per tradirti?
- Non l’ho scoperto! Me l’ha
detto lei stessa!
- E tu non hai parlato, non hai
pregato, non hai ingiunto, non sei riuscito a trattenerla? E chi è costui che
viene dagli antipodi a portartela via? Un tuo predecessore, naturalmente? Un
primo amante a cui ora ritorna? No?... Ma non l’avrà mica sedotta per lettera o
per mezzo degli annunzî economici di qualche giornale! La conosce? Come la
conosce?
Lodovico si voltò a guardarlo,
con espressione di stupore e d’impazienza, quasi non potendo spiegarsi come mai
l’amico non comprendesse.
- è suo marito.
Perez ammutolì. Avrebbe voluto
domandare: «Perché non l’hai detto prima? Perché non l’hai detto subito? Come
potevo sospettarlo, se parlavi della possibilità che fosse tua moglie?...». Gli
pareva che il narratore fosse stato reticente, che avesse posto una specie di
studio nel mantenere, nel prolungare l’equivoco. Ma non si sentiva di
rimproverarlo, vedendolo tanto eccitato, in preda a un così angoscioso
tormento.
- Ah, suo marito!... - ripeté
soltanto, sommessamente, meccanicamente, dopo che entrambi ebbero mossi lunghi
passi senza dire una sillaba. - E tu non lo conosci? - soggiunse dopo un altro
silenzio.
- Non lo conosco, non credetti
neppure che esistesse, quando la incontrai. Era un marito così lontano,
invisibile, introvabile! Viveva nell’Africa australe, in uno Stato nuovo, mezzo
barbaro, quasi selvaggio, lo Stato libero della Stanlesia, dove era andato ad
ordinare l’esercito, lasciando quello inglese, a cui prima apparteneva. Mi
parve sul principio che un marito di questa fatta fosse un personaggio da pochade,
inventato per coonestare una situazione illegale, per attribuire un padre
putativo a creature innocenti...
- Vi sono figli?
- Ve ne sono due, ma il più
grandicello era ed è in collegio a Calcutta, io ne conobbi uno solo, il
piccolino che ella aveva seco.
- A Valsorrisa? - domandò
rapidamente Perez, ripensando alla Lariani, che Lodovico aveva corteggiata
lassù.
- A Valsorrisa: te ne rammenti?
- E come! La signora Rosanna
Lariani?
- Lei... - confermò il dolente,
così piano che Perez comprese piuttosto dal moto del capo che dal suono della
parola.
- È dunque lei la straniera di
cui mi avevano parlato!... Sarà certamente più conosciuta col nome del
marito?...
- Harrington, sì.
- Ma, in verità, allora non mi
parve...
- Tu andasti via troppo presto -
riprese il narratore, senza lasciargli esprimere il suo pensiero; - partisti
pochi giorni dopo il suo arrivo, non sapesti quel che seppi di lei, da lei
stessa. Nessuno la conosceva. Mi narrò la storia complicata del suo matrimonio,
con questo capitano inglese, diventato di botto colonnello nella Stanlesia,
dove ella aveva seguito il padre, ingegnere italiano emigrato anche lui per
cercare lavoro nelle miniere laggiù, ai primi tempi della costituzione di
quello Stato... Nessuno la conosceva a Valsorrisa; nessuno poteva confermare o
smentire quella narrazione, il romanzesco episodio del loro incontro sotto la
tenda, mentre il padre di lei agonizzava, assassinato da un minatore cinese; il
cavalleresco aiuto offertole dal colonnello in quella terribile circostanza, la
salvezza che il matrimonio propostole ed accettato era stata per lei, orfana e
sola in mezzo ad un mondo ignoto ed ostile. Dovevo credere che ella avesse
lasciato questo marito laggiù a causa del clima? Che costui si contentasse di
vederla durante i pochi mesi di permesso che quel Governo gli accordava ogni
quattro anni?... Chi ha conosciute donne italiane che hanno sposato ufficiali
inglesi al servizio della Stanlesia, e che se ne rimangono in Europa, andando e
venendo dall’Inghilterra in Italia e dall’Italia in Inghilterra, vagabondando
per le stazioni climatiche, senz’altra compagnia tranne quella di un
bambino?... Ma sì, ma sì; vi fu un momento in cui credetti di aver da fare con
un’avventuriera! Non mi costa dirti la nuda e cruda verità, dopo averla detta
tale e quale a lei stessa!... Ella mi diede la prova del mio inganno, ed il
rimorso degl’ingiuriosi sospetti cominciò a stringermi a lei. Prima era stato
desiderio, appetito, ammirazione professionale per la sua bellezza statuaria. Poi
fu stupore e fascino per la singolarità della sua persona morale. Hai mai
sognato di trovare una donna a cui poter dire tutto, capace di comprendere
tutto, di scusare le tue debolezze, di perdonare i tuoi difetti, di ammettere
la fatalità delle tue colpe, di amarti nonostante le tue infamie? Una donna che
si mostri a te come tu ti mostri a lei, senza veli, fino all’ultimo fondo del
cervello e del cuore? Dev’esser proprio vero che la parola ci fu data per
nascondere i nostri pensieri, tante sono le menzogne piccole e grandi che
andiamo spacciando, anche quando crediamo di essere più sinceri, per apparire
più belli, più leali, più generosi, più amabili. Sì, lo hai detto: noi
lavoriamo continuamente all’opera di seduzione; ma non soltanto con gli sforzi
dell’ingegno e gli artifizî della toletta; ma anche, e più, con la mascherata
del sentimento. Ed hai mai pensato che forse solo gli amanti criminali, le
coppie delle prostitute e degli assassini si conoscono quali sono realmente?
Noi, nella nostra società timorata e pudibonda, c’incontriamo, ci uniamo,
restiamo più o meno a lungo congiunti, e ci lasciamo conoscendoci meno di
prima. Nessuno riesce a leggere nell’altro, perché ciascuno si studia di
nascondersi. Quando il grave abito della menzogna ci opprime, quando vorremmo
buttarlo via, la paura di scoprirci dinanzi a chi resta protetto, di disarmarci
dinanzi a chi resta agguerrito, ci fa sopportare la maschera della finzione, la
cappa dell’ipocrisia. Ora, con questa donna, dopo quarant’anni di bugie dette
alle altre ed a me stesso, io ho potuto essere finalmente sincero. Più che con
lei, con me stesso. Ora, questa volta, la prima volta, ho visto un’anima nuda.
E non credere che te ne voglia tessere l’elogio, da innamorato, da cieco. Ho
visto le sue bruttezze, sai, e non sono poche. Ma forse ella non ne è
responsabile; forse la vita dura, un’esperienza precoce, infinitamente rara
alla sua età e nel suo sesso, l’ha fatta così. Non è una scuola di idealità lo
spettacolo della lotta per l’esistenza, tra la schiuma della emigrazione
europea in Africa, nelle miniere della Stanlesia, con la febbre dell’oro, la
follia delle ricchezze, la cecità della fortuna, lo scatenamento di tutti
gl’istinti peggiori. Forse ella sarebbe stata un’altra, se non avesse perduto
bambina la mamma sua, se il padre non l’avesse condotta seco laggiù, se non
fosse vissuta in mezzo ad una natura primitiva e ad una umanità imbestialita,
se non avesse dovuto difendersi armata mano contro la concupiscenza di
qualcuno, che non potendo comprarla con un pugno di diamanti, tentava di
sottoporla per forza di muscoli... E poi, quand’anche ella portasse dalla
nascita i suoi difetti, potrei io esser severo con lei dopo averle rivelato la
feccia del mio pensiero e del mio sentimento? Io e tu e tutti quanti siamo, non
abbiamo i nostri torti ed i nostri vizî? Una bellezza rara e divina riscatta i
suoi: la schiettezza, la sincerità, la semplicità con le quali si è svelata...
La passione vibrava, tremava,
fremeva nella voce di Lodovico, lo traeva fuori del filo del ragionamento: né
Perez diceva nulla per rimetterlo in carreggiata, vinto dal calore di quella
parola, preso dall’interesse di quella confessione.
- Ma che volevo dirti? - esclamò
lo stesso confidente, arrestandosi, come non ritrovandosi più, come sovvenendosi
di qualche cosa dimenticata. - Ah, questo: che anche quando l’evidenza mi
costrinse ad ammettere l’esistenza del marito, io non lo conobbi, non vidi
com’era fatto, lo seppi assente, lontano, in un’altra parte del mondo, dove
ella non sarebbe mai più andata, di dove egli forse sarebbe tornato, ma non si
sapeva quando, tardi certamente, non prima di tre anni, forse quando l’amor mio
per lei sarebbe finito, poiché io le dichiaravo che sarebbe finito! ed ella lo
sapeva! come sapeva e dichiarava che sarebbe finito il suo per me Quando ti
dico che abbiamo rinunziato alle finzioni, che abbiamo guardato in faccia la
realtà, la più triste, la più dolorosa, la più malvagia! Ma vedi: la verità è
salutare. Noi andiamo continuamente giurando che ogni nostro amore è eterno,
perché questo giuramento ci è richiesto, perché noi stessi crediamo di far
bella figura dichiarandoci capaci di amare eternamente. Ma ogni volta che
giuri, nello stesso preciso momento che le parole solenni ti escono dalle
labbra, sentendo dentro di te che giuri il falso, che prometti l’impossibile,
un senso di fastidio, un impeto di ribellione non comincia a menomare l’amor
tuo? Con lei, con questa donna, ammettendo entrambi l’amara verità,
riconoscendo che l’amor nostro, che ogni amore è mortale, io mi sono sentito
invece come dinanzi a una creatura cara i cui giorni sono contati, per la quale
daremmo tutto il nostro sangue, alla quale ci afferriamo con l’ardore della
disperazione. Ora, vedi, in questa trepidazione dell’anima, in questo terrore di
poterla perdere, di doverla perdere, ecco, un bel giorno una lettera
dall’Africa annunzia che suo marito s’imbarca, che fra un mese sarà di ritorno
con l’altro figlio. Oggi, vedi, egli arriva; ed ella è venuta naturalmente ad
incontrarlo, perché questo è il suo piacere, di lui; perché questo è il dovere
di lei, e perché io non ho il diritto di impedirlo. Io non posso impedir nulla,
perché una volta, quando si parlò, ipoteticamente, della possibilità che ella
fosse libera, le dissi che non l’avrei sposata, ed ella mi fu grata della mia
schiettezza. No, ella non può sottrarsi per me a quest’uomo che le ha dato il
suo nome, i suoi figli, che le dà l’agiatezza della vita, la sicurezza del
domani; ma quando riconosco questa necessità, quando penso che ella doveva pure
un giorno o l’altro essermi portata via, allora immagino anche che cosa accadrà
di lei, oggi stesso, dal momento che sarà ricongiunta a quell’uomo; e allora,
no, non voglio che un altro me la prenda! Che m’importa se è suo marito? Perché
è suo marito non deve farmi nulla che me la porti via?
- Vi sono molti... - fece per
dire Perez; ma l’infervorato gli troncò la frase sulle labbra, riprendendo con
nuovo impeto:
- Lo so, lo so, vi sono molti, vi
sono tanti che non ne soffrirebbero, che si compiacerebbero anzi pensando: «In
fin dei conti, questa donna io stesso l’ho portata via al suo possessore
legittimo». Bravo! Lo so! Ma perché potessi acquetarmi a questo pensiero, come
ci acqueta ordinariamente, bisognava averla conosciuta nelle circostanze ordinarie,
insieme con l’uomo a cui appartiene. Quando tu t’innamori della donna d’un
altro, cominci col vedere costui al suo fianco, lo hai già visto prima
d’innamorarti, lo hai udito chiamarla per nome, dirle parole dolci, trattarla
come cosa propria: tu non puoi dunque dolerti di questa condizione
preesistente, conosciuta ed inevitabile. Puoi soffrire, più tardi, quando
quella creatura è tua, perché non è tutta tua; ma ti rassegni, naturalmente;
non ti costa troppo rinunziare al possesso esclusivo, ad un bene impossibile,
che immagini soltanto, che non hai provato. E allora il pensiero egoista, il
sentimento volgare, il compiacimento del ladro che ride del derubato, ti è
conforto; allora tu pensi che se un altro, esercitando il suo diritto di
proprietà, t’impedisce d’avere tutta per te la creatura amata, tu lo punisci,
ti vendichi, ingannandolo, portandogli via una parte del suo bene. Ma io,
pensa, io non le ho visto mai nessuno d’intorno, non ho neppure creduto sulle
prime che fosse d’un altro, e quando l’ho dovuto ammettere, ho saputo che
costui era lontano, enormemente, in un paese quasi favoloso, ubi sunt
leones. Io non posso persuadermi d’averla portata via a nessuno, se l’ho
trovata sola, abbandonata a se stessa, padrona delle sue mosse, se non ho
dovuto nascondermi da nessuno, se ho dovuto trionfare della sua resistenza
soltanto. Che ella appartenesse ad un altro, non è stato mai per me un fatto
presente, visibile, tangibile: è stata una cosa perduta nel passato e nel
futuro, nel tempo lontano del suo matrimonio, quando non la conoscevo ancora,
in quello di là da venire della loro riunione. La sola cosa presente, visibile,
tangibile, è stato il mio possesso. Io ho avuto questa donna per me, ti dico;
tutta, per me solo, due anni; io sono andato a stabilirmi a Firenze per averla
accanto, per lavorare a riprodurre la sua forma divina. Attraversavo una crisi
terribile, col cuore vuoto ed il cervello esausto; non sapevo fare più nulla,
mi sentivo vecchio ed inutile, avevo un cimitero dentro di me e la morte dinanzi.
Non credevo mai più di finire il monumento a Mazzini; covavo da anni un germe
d’idea per la statua dell’«Azione» senza potergli dare il grado di calore
necessario perché si schiudesse, senza trovare il modello che incarnasse il
tipo immaginato. Ella è stata la mia ispirazione, mi ha ridato la fiducia,
l’energia, tutta una nuova giovinezza. L’«Azione», è lei; la «Diana»
dell’esposizione di Venezia è lei, la «Valchiria» di Monaco è lei, la «Forza» e
la «Volontà» del monumento a Bismarck per il concorso internazionale di Amburgo
sono lei; tutti questi corpi di donna robusti ed agili, tutte questa membra
possenti e delicate, tutte le purezze di queste fronti, tutti gli slanci di
questi atteggiamenti sono suoi, di lei. La natura e la vita l’hanno fatta così,
nel corpo e nell’anima, forte e soave, superba e gentile; così come l’ho vista,
io l’ho riprodotta ed eternata nel marmo e nel bronzo. Queste sono cose
visibili e tangibili, che non ammettono dubbie interpretazioni. Questo è il
fondamento dei miei diritti su lei e dei suoi su me stesso. Suo marito? Che
importa se colui che sta per arrivare è suo marito? Marito, amante, è un altro
a cui io non posso disputarla, a cui ella va ad offrirsi. Marito, amante: che
cosa significano queste parole? Che valore hanno queste convinzioni? Il marito
sono io, sono stato io, quando ho colmato la sua solitudine, quando ho
condiviso la sua vita, quando ho palpitato e gioito e sofferto e creato per
lei; l’amante, il rivale, il ladro, è lui che viene a rubarmela!...
- Ma lei? - domandò finalmente
Perez, che non aveva più tentato di interromperlo, rispettoso della sua
ambascia; - ma lei, con che cuore gli va incontro? Se t’ama ancora, se va a lui
per semplice dovere, di che ti lagni?
- Ah, sì: di che mi lagno! Se mi
ama ancora, dovrebbe bastarmi, non dovrei chieder altro! Perché indagare quale
specie di dovere, quale gradazione di sentimento, quale sfumatura di affetto la
lega a lui? è una curiosità
indiscreta, va bene? Ma se capisco, se vedo, se sento che egli non esercita un
semplice diritto legale, riprendendola; che vanta diritti anche sul cuore di
lei?... Quando tu ami le donne d’altri, lo sai cosa ti induce a sopportare di
non averle tutte per te? Oltre all’impossibilità d’evitare il possesso
promiscuo, ti piega e ti placa la fiducia che esse ti ispirano, assicurandoti
d’amare te soltanto, di provare antipatia, ripugnanza, disprezzo e ribrezzo per
l’altro. Molte volte tu hai per l’appunto trionfato perché hai trovato donne la
cui anima è stata offesa, il cui corpo è stato profanato, la cui vita è stata
spezzata da mariti brutali, indegni, malvagi. Che sentimento di gelosia puoi tu
concepire per opera di costoro, ai quali le creature dolorose si sottopongono
perché non possono fare altrimenti, perché una stolta legge sancisce l’iniqua
necessità? Agguagliate a semplici cose, a proprietà materiali, private
dell’esercizio della volontà e della libertà, esse sono sopraffatte nello stato
d’inerzia, d’incoscienza, di sorda e cupa e disperata ribellione: tu non puoi
provare gelosia, ma ira, sdegno e pietà. Lo so: qualche altra volta ti hanno
mentito, giurandoti di amare te soltanto, di restar fredde e insensibili fra le
braccia dell’altro; ma non ti sei accorto della menzogna, l’hai creduta perché
ti giovava crederla, e te ne sei compiaciuto e inorgoglito. Io sono dinanzi a
una creatura a cui ho chiesto, da cui ho ottenuto sempre e soltanto la verità.
Non solamente ella non mi ha detto che detesta suo marito, mi ha confessato di
amarlo. Di amarlo, ti dico, e non sarai tu quello che ti stupirai perché ci ama
entrambi. Tu sai le complicazioni reali del cuore, così diverse dalla
schematica semplicità che gli attribuisce la convenzione, la presunzione,
l’ipocrisia. Lo ama, d’un amor senza dubbio diverso dal mio: ma che importa?
Che consolazione me ne può venire? Io ho dovuto udire l’elogio di suo marito,
per l’affetto profondo che le porta, per le prove che gliene ha date e gliene
dà, per la condiscendenza con cui, nonostante il suo orgoglio britannico, ha
lasciato che uno dei figli, il più piccolo, sia da lei educato in Italia,
all’italiana; per la fedeltà che le serba, laggiù, nella Stanlesia, non ostante
la facilità di avere quante donne gli piacerebbero... Allora, sì, ho pensato
che la menzogna ha del buono, che la verità è talvolta insopportabile. Ma ella
non è donna da mentire né da disdirsi. La sua volontà è forte, tenace,
ostinata. Come dice ciò che pensa, così fa ciò che vuole. Le ho chiesto almeno
una cosa, una sola: di non venire fin qui ad incontrarlo, di aspettarlo a casa,
a Firenze. Non potendo impedire che egli ve la raggiungesse, mi sarei
rassegnato per forza; all’idea che ella stessa si movesse per andare ad
offrirglisi mi ribellavo. Ella ha detto di no, che non può, che ha promesso,
che ha fatto così tutte le altre volte, prima di me; che io pretendo troppo,
ciò che non può darmi, l’assurdo: ed eccomi qui per assistere al loro incontro,
in queste condizioni, con queste certezze: capisci ora, capisci?...
Egli gridò le ultime parole; a un
tratto, guardandosi intorno, come uscendo da un sogno, domandò ansiosamente:
- Dove siamo? Che ora è?
Anche Perez volse intorno lo
sguardo. Entrambi avevano smarrito la nozione del luogo e del tempo; lo sfondo
del paesaggio, giù per il vallone della Marcia, più oltre fino alla riviera
delle Palme, era sfilato loro dinanzi senza che lo riconoscessero; ora si
ritrovavano nel rione di Mezzo, dove la folla, il movimento della città
ricominciavano a circondarli.
- Sono le quattro e un quarto -
disse Perez.
- Le quattro e un quarto!... Via,
al porto!... Sarà troppo tardi!...
Perez lo seguì senza dir nulla.
Fu sul punto di proporgli di cercare un’altra carrozza, ma poi pensò che
avrebbero fatto più presto a piedi, prima di andare alla stazione più vicina.
Lodovico, con l’ansia che lo sospingeva, col suo lungo passo, lo sopravvanzava;
tratto tratto si rivoltava bensì, ma per domandargli, senza fermarsi: «Dove
siamo?... Quanto manca ancora?... A destra o a sinistra?...». E Perez gli dava
le indicazioni richieste, affrettandosi anch’egli, quantunque la ragione gli suggerisse
di opporsi al disegno dell’appassionato, di trascinarlo altrove per impedirgli
di assistere a quell’incontro. Ma la certezza che ogni tentativo sarebbe
riuscito vano, che Lodovico sarebbe andato solo se egli avesse rifiutato di
accompagnarlo, gli chiudeva la bocca. Un senso di curiosità, anche, il bisogno
istintivo di sapere qualche altra cosa, di conoscere altre circostanze
dell’avventura, di indagare le intenzioni dell’amico, lo tratteneva. Quali
accordi avevano presi gli amanti? Quel marito che veniva dalla Stanlesia in
Europa a così rari intervalli, quanto sarebbe rimasto presso la moglie? Presto
o tardi non sarebbe ripartito?...
- Torna per sempre? - non poté
trattenersi dal domandare, quando il dubbio gli si affacciò.
Parve che la domanda traesse
troppo violentemente il cogitabondo dai suoi pensieri e gli riuscisse
incomprensibile; perché, volgendosi di scatto, rispose:
- Chi? - Poi, senza aspettare la
spiegazione, riprendendo la via, soggiunse: - Non so. Andrà a Londra.
- Solo, o con lei?
- Non so. A destra?
- A destra. Allora, quando la
rivedrai?
- Quando le piacerà. Mi ha
imposto di non lasciarmi vedere finché sarà con lui.
- Ha ragione!
- Di allontanarmi da Firenze, di
andarmene a Promonte, dai miei, finché non mi richiamerà lei stessa.
- È prudenza. E tu cominci a
disubbidirle troppo presto, seguendola fin qui!
- No! - replicò con forza. -
Questo l’ho ottenuto! Questo l’ho messo come patto!
- Perché?
- Perché così! Non si arriva mai?
- Ci siamo.
Oltrepassata la riviera, erano
giunti dinanzi al porto, infatti; ma Perez sostò, esitante.
- Bisogna sapere a quale calata
dirigerci.
Guardandosi intorno vide un
gruppo di scaricatori di carbone, con le labbra rosseggianti e gli occhi
lucenti sulle facce da negri.
- Dove si attracca il «Senegal»?
- Al ponte della Boa.
- Grazie!
Ripresero la via, e il ponte
apparve, oltre la strada ferrata, sbarrato da una cancellata, ingombro in fondo
dalla folla che aspettava l’arrivo del piroscafo. Perez vide che il cancello
era chiuso, che un gruppo di tre o quattro persone parlamentavano col doganiere
posto a guardia dell’entrata. Lodovico doveva aver veduto anch’egli, perché
affrettò ancora il passo, procedendo verso il cancello che si schiudeva in quel
punto.
- Dove va? Non si può!... - disse
la guardia, arrestandolo con un gesto della mano, dopo aver lasciato passare
gli altri.
- Perché? Quei signori sono pure
entrati!...
- Ha il permesso? Occorre il
permesso della Capitaneria.
- Dov’è questa Capitaneria?
Ma un fischio lungo e rauco lo
fece rivolgere: la prora del piroscafo spuntava dietro la fila dei legni
dell’àncora, tutto il corpo della nave si veniva avanzando, a piccolo moto.
- Non siamo più a tempo...
Lasciateci passare... Che vi fa?
- Non si può.
- Ma lasciateci passare, vi
dico!...
Il tono della voce, l’espressione
del viso impaurirono Perez. Fece per intervenire, ma già Lodovico, visto un
graduato sopraggiungere, gli si accostava dicendo, con altro tono, di
preghiera, quasi di supplicazione:
- Senta, brigadiere... Non
abbiamo avuto il tempo di fornirci di permesso... Aspettiamo persone care... Ci
consenta di entrare...
Il graduato rivolse alla guardia
un cenno d’assenso: i due amici penetrarono nel recinto. Per un lungo tratto
esso era sgombro; la folla si stringeva in fondo, contro la seconda cancellata.
Vi era gente d’ogni grado ed età, signori, popolani, contadini, marinai, donne,
vecchi, bambini, facchini coi carretti pronti per lo sbarco dei bagagli,
emigranti seduti sulle casse e sui sacchi delle povere masserizie, dame
riparate dal sole sotto le cupolette dei variopinti ombrellini. Perez vide
Lodovico fermarsi a un tratto, trasalendo.
- Che hai?
- Eccola. Taci.
Seguendo lo sguardo dell’amico
egli scorse una signora vestita tutta di bianco, col cappello rosso e
l’ombrellino dello stesso colore. Quasi avvertita da un senso magnetico, ella
si volse verso i due sopravvenuti, ma non un muscolo del suo viso si contrasse,
non il più piccolo moto la tradì. Perez riconobbe subito la figura ammirata a
Valsorrisa, due anni addietro: meravigliosamente bella nel corpo e nel viso,
alta e flessuosa come Diana, come la Valchiria, con un prezioso volume di
bionde chiome lucenti sulla nuca e sulla fronte, dove, come in tutto il viso,
il riflesso dell’ala del cappello e dell’ombrellino diffondeva un chiaror caldo
di fiamma. Dopo aver rivolto ai due amici lo sguardo inespressivo e quasi cieco
con cui si guardano gli sconosciuti, ella si voltò verso una donna che le stava
da presso tenendo per mano un bambino: la governante ed il figlio. Chinatasi a
dire qualche cosa al fanciullo, si raddrizzò, tornò a rivoltarsi verso il
piroscafo. La massa enorme del «Senegal» si avanzava ancora più lentamente, di
fianco; si udivano i fischi del comando, si vedeva a prora il gruppo dei
marinai pronti alla manovra dell’àncora, dominati dall’ufficiale che faceva
cenni verso la plancia. La barca del pilota, con la stessa bandiera azzurra e
stellata che sventolava all’albero maestro della nave, la precedeva guidandola;
a un nuovo fischio, a un ordine: «Mòlla!» l’àncora si staccò dal fianco possente,
scivolò col fragore delle ferre catene, precipitò in mare sollevando una nappa
di spuma. Tutt’intorno, dalle murate dei piroscafi attraccati, marinai e
passeggeri seguivano curiosamente la manovra; la folla era densa a bordo d’un
grosso transatlantico tedesco, il «Braunschweig», che aveva issato la bandiera
di partenza, e le cui gru stridevano tirando a bordo balle e bauli, e per le
cui scale era un continuo andirivieni. Più fitto ancora era il formicolio a
bordo del «Senegal», e dalla riva alla nave, come dalla nave alla riva, gli
avidi sguardi degli arrivanti e degli aspettanti si cercavano, si incrociavano,
e già qualche fazzoletto sventolava, ai primi riconoscimenti. Con la macchina
ormai ferma, per la sola forza acquisita, il «Senegal» si avanzò ancora un
poco, girò su se stesso mentre la barca del pilota portava a terra, alle prese
d’ormeggio, le gomene che i marinai vi annodavano; poi gli argani stridettero
tesandole, e la nave si dispose lungo la calata. La folla si rimescolò,
ciascuno percorse la banchina in su e in giù, cercando di avvicinarsi il più
possibile alle persone care, chiamandole per nome, e saluti e notizie brevi
cominciarono a scambiarsi. Nei movimenti confusi di quella massa di persone lo
sguardo di Lodovico seguiva intento ed ardente la cupoletta dell’ombrellino
rosso, ed anche Perez non la perdeva d’occhio, cercando di scoprire in mezzo ai
passeggeri affacciati dal ponte della prima classe chi fosse l’aspettato da
quella donna. A un tratto l’ombrellino si abbassò e rialzò due o tre volte,
come una bandiera, in segno di saluto, e dal piroscafo, dall’angolo della
scala, un uomo rispose con un gesto del braccio, ed un giovinetto che gli stava
a fianco agitò festosamente il fazzoletto. Perez sentì afferrarsi la mano come
dentro una morsa e udì la voce rauca dell’amico esclamare:
- Eccolo... È lui!
Liberato dalla stretta, egli
considerò attentamente quell’uomo. Era alto e robusto, con un petto largo su
cui la folta barba castana appena brizzolata si diffondeva a ventaglio; aveva
un nobile portamento; tutta la persona rigidamente composta nel costume da
viaggio, con la tunica a cintola, i calzoni corti, le gambe strette dalle
lunghe uose, rivelava l’abito del comando, la professione marziale. Fermo
contro la murata, non si sporgeva, portava soltanto la mano all’orecchio per
cogliere le parole che la moglie ed il figlioletto gli rivolgevano dalla riva,
e rispondeva con qualche monosillabo, od a brevi cenni del capo e della mano,
mentre l’adolescente che era seco, un collegiale di forse dieci anni, gridava
saluti e domande al fratellino ed alla madre. Costei, addossata ad una presa
d’ormeggio, riparata contro il sole dall’ombrellino appoggiato alla spalla, non
si rivoltava, pareva non sospettasse neppure la presenza dei due amici, dell’amante,
e Perez era talmente compreso dall’ambascia di quest’ultimo, che temeva di
doverla vedere da un momento all’altro prorompere. Con le mascelle contratte,
coi pugni chiusi, Lodovico guardava così fisso il nuovo arrivato, che costui
avrebbe finito con l’accorgersene; ed ecco: già pareva a Perez che se ne fosse
accorto, che volgesse su loro uno sguardo inquieto e sospettoso.
- Moviamoci... Vieni da questa
parte... - propose all’amico, trascinandolo qualche passo più lontano,
guardando qua e là sul ponte del piroscafo, per darsi un contegno, per fingere
di cercare qualcuno tra i passeggeri, impaziente di uscire da quella situazione
pericolosa; ma a bordo, compiute le operazioni di ormeggio, abbassati i
pontili, i viaggiatori che tentavano di scendere erano trattenuti dai marinai
di guardia alle scale, per lasciar libero il passo ai facchini. I bagagli
avevano la precedenza su gli uomini, e fremiti d’impazienza e sospiri d’ansia
passavano tra i circostanti, mentre sfilavano i bauli di tutte le fogge e
grandezze, le casse, le valigie, le scatole, i cesti, le cappelliere. Le
creature umane anelanti di riabbracciarsi dopo separazioni lunghe e crudeli
erano ancora costrette a guardarsi da lontano, a farsi cenno con la mano, a
soffocare l’impeto degli affetti; né tutte le anime erano in festa; si vedevano
molti con gli occhi arrossati al pensiero di dover partecipare o ricevere le
nuove delle sciagure sopravvenute, dei disinganni patiti nel tempo della
solitudine. Un gruppo di donne, anziane, giovani e adolescenti, tutte
egualmente vestite di lutto greve, piangevano silenziosamente, evitando di
guardarsi, senza guardar neppure verso la nave: certo, essa non recava loro la
persona diletta, perduta lontano, di là dai mari, ma fredde e inerti reliquie.
A bordo i viaggiatori, affratellati dalla convivenza, si salutavano commossi
sul punto di disperdersi per il vasto mondo senza probabilità di mai più
rivedersi, e l’enorme casa galleggiante continuava a vuotarsi delle sue
masserizie, pareva destinata a spopolarsi, come un luogo infausto, colpito
dalla sciagura. Un baule stretto e lungo come un feretro era tratto fuori da
due uomini che lo reggevano dai due capi, e Perez sentiva il contagio di quella
tristezza diffusa tutt’intorno, del dramma che martoriava il cuore dell’amico
suo, che doveva certamente turbare quello della donna; quando a un tratto i
suoni fragorosi e giocondi d’una fanfara squillarono: la musica del
«Braunschweig», nel punto che l’enorme nave stava per salpare, intonava una
marcia militare, quasi a stordire le altre anime più afflitte degli espatrianti
che trascinava verso l’ignoto, forse verso la morte, strappandoli ai congiunti
lacrimosi sulla riva materna.
- Quando finiranno? - esclamò lo
scrittore, irritato da quei suoni, smanioso ormai di andar via; ma Lodovico non
rispose. Non rompeva il silenzio dal momento che aveva riconosciuto il marito,
e i suoi sguardi non lasciavano la figura di quell’uomo, sempre immobile
accanto al figlio, se non per rivolgersi verso il punto dove la fiamma
dell’ombrellino rivelava la presenza della donna accanto all’altra creaturina.
Ma egli non si esponeva più come prima, si ritraeva anzi, studiava di
nascondersi dietro gli altri spettatori; e non già per la prudenza consigliata
da Perez, bensì per un improvviso impaccio, per un senso di timidezza e quasi
d’umiliazione sorto dapprima confusamente nell’anima sua, poi cresciuto e
divenuto insopportabile. Tutti i diritti poc’anzi vantati nel narrare la sua
storia, tutte le ragioni addotte per dimostrare all’amico ed a se stesso che
quella donna gli apparteneva, si rivelavano ora arbitrarî e sofistici, si
disperdevano dinanzi ad una verità lampante e crudele: egli era un estraneo, un
intruso, tra quei coniugi che si ritrovavano, tra quei figli e quei genitori che
ricostituivano l’unità della famiglia. Tanto tempo e tanto spazio li avevano
divisi, ed ecco: si tendevano le braccia; un istante ancora, ed avrebbero
tornato a formare un vivente complesso dal quale egli era escluso. Che stava a
far lì? Quella donna non era sua, se ora egli non poteva avanzarsi verso di lei
e portarsela via; quell’uomo non era un ladro che gliela involava, se veniva a
prendersela alla luce del sole, dinanzi alla folla; il ladro era lui stesso,
che doveva trarsi in disparte e farsi piccolo per non lasciarsi scorgere. Egli
era un intruso, una spia, un frodolento. Nella mortificazione e
nell’avvilimento che occupavano il suo cuore, la stessa memoria del possesso
esercitato fino al giorno innanzi si ritraeva in un passato lontano, si annebbiava
e attenuava come quella d’una finzione. Il passato, remoto o prossimo, era
passato; solo l’ora presente esisteva, e in quell’ora il suo possesso era
distrutto.
- Andiamo via!... - suggerì
Perez, smanioso. - Fermiamoci alla dogana, fammi il piacere!
- No! - gli rispose con voce
dura, che non ammetteva insistenze.
Voleva restare, doveva vedere.
Una forza superiore a quella della ragione, una specie di fascino lo inchiodava
lì, dietro la siepe degli aspettanti, sollevato sulla punta dei piedi, coi
muscoli del collo irrigiditi, tutti i nervi tesi. Più forte del dolore, più
forte dell’umiliazione era l’avidità di vedere, la necessità di non perdere un
solo particolare di quella scena. Un ferro aguzzo e tagliente gli ricercava le
carni, recideva le vive fibre del legame che aveva fatto di lui e di quella
donna un corpo solo, un essere solo; ma sul punto di sentirsi mutilato non
voleva perdere la coscienza di sé, resisteva alle esortazioni dell’amico come
avrebbe respinto un torpente sopra un letto operatorio, per assistere allo
scempio.
E già, finito lo sbarco dei
bagagli, le guardie lasciavano i loro posti, i primi viaggiatori si affollavano
verso le scale non più vietate. Egli vide il marito avanzarsi, ma senza fretta,
dando una mano al giovinetto, dividendosi con l’altra la barba sul petto.
L’ombrellino rosso si mosse anch’esso, ed egli stesso fece un passo; ma allora,
col coraggio della paura, Perez esclamò a voce bassa e concitata:
- Lodovico, ti prego!... Non
commettere imprudenze!... Resta lì: siamo già troppo vicini. La governante e il
bambino possono riconoscerti.
Obbedì, si fermò, vide a poco a
poco diminuire la distanza che separava i due gruppi: la donna col figlio e la
familiare avanzarsi in prima linea, sull’orlo della banchina, il padre e
l’altro figlio scendere i gradini della scala di bordo e porre il piede a
terra. Oltre il gruppo delle donne piangenti, dietro un carro carico di bauli,
avvenne finalmente l’incontro. Egli trattenne il respiro, e lo stesso moto del
suo cuore parve arrestarsi un istante; ma il sangue gli rifluì rapidamente per
tutte le arterie e il petto gli si gonfiò al soffio dell’aria, in un improvviso
senso di sollievo, quasi di gioia, di timida e incredula gioia, vedendo che
quell’uomo non si stringeva con impeto alla donna sua ritrovata dopo tanto
corso di tempo, non l’abbracciava con tutta la forza delle sue braccia
nerborute, non restava a guardarla negli occhi per riconoscerne e possederne
l’anima; ma le dava due baci sulle due guance, due baci calmi, appena fraterni,
quasi distratti, e subito dopo si volgeva, prima ancora di abbracciare il
figliuoletto, a cercare i bagagli. Per un momento, a quella vista che aveva
temuta atroce e insostenibile, tutta l’oppressura, tutta la mortificazione
dell’anima si disperse, tutta la coscienza della sua forza e del suo diritto
tornò ad assicurarlo. Quella donna era sua per quel che gli costava di fremiti,
di spasimi, di estasi, di pianti; gliel’aveva guadagnata, gliel’aveva meritata
il fuoco divampato nel suo cuore, la fiamma dell’estro accesa nel suo pensiero
e nella sua fantasia. Ella gli si era accordata perché si era sentita
necessaria a lui, perché quegli ardori, quelle febbri si erano comunicati a
lei, rivelandole tutto un mondo, tutta una vita dei quali non aveva sospettato
l’esistenza accanto a quell’uomo freddo e misurato. Un moto d’orgoglio, un
senso di trionfo lo animò; ma fu un lampo. Già ella si stringeva all’altro
figlio, già i figli si stringevano ai genitori formando un cerchio dal quale la
stessa domestica si teneva lontana. Era lì, sotto i suoi occhi, la famiglia
riunita, il nucleo umano primordiale, il cardine d’ogni consorzio; e nessuno, e
tanto meno lui, poteva penetrare in quella intimità fondata sulla perpetuazione
della carne e del sangue... Allora, mentre Perez non faceva e non diceva più
nulla per porre termine a quello spettacolo, egli stesso, afferrato bruscamente
un braccio dell’amico e stringendolo forte, esclamò con voce arrochita:
- Via!... Andiamo via!...
Si allontanarono, infatti,
facendosi strada tra la folla, schivando i carri, passando accanto a quello
dove il marito riconosceva la sua roba, mentre dava ai facchini l’indirizzo
dell’albergo di Francia. Quando furono nello spazio libero affrettarono il
passo; ma usciti fuori della cancellata e giunti presso la dogana, Lodovico si
fermò voltandosi a guardare indietro.
- Che fai lì? - domandò Perez,
irritato; - non ne hai abbastanza?
- No: taci; aspetta.
I coniugi, distaccatisi dalla
folla, preceduti dal facchino coi bauli, seguiti dalla governante coi figli, si
avanzavano: il marito non si appendeva al braccio della moglie, non le dava il
braccio; le andava accanto, parlando senza gesti; ella era invece tutta
animata, diceva qualcosa con espressione vivace. Vedendoli avvicinarsi, Perez
sentì rinascere, con la paura, un senso di ribellione contro l’audace che
sfidava il pericolo d’essere riconosciuto e quasi si compiaceva dell’ambascia
propria e di quella che infliggeva; e quando la coppia fu giunta al loro
fianco, tremò vedendo il marito fermare lo sguardo su Lodovico, quasi
leggendogli in faccia il suo secreto, mentre la compagna passava senza neppure
guardarli, come non accorgendosi di loro. Per buona sorte il figlio più
piccolo, intento a narrare qualche cosa al fratello, non levò gli occhi,
distrasse anche l’attenzione della governante rivolgendole una domanda; e solo
dopo che la comitiva si fu allontanata avviandosi alla dogana, il trepidante
trasse liberamente il respiro.
- Io domando se questa è una cosa
ragionevole!... Che gusto tormentarsi così!... Vogliamo ora andar via una buona
volta, in nome di Dio?
- No. Aspetta.
Volle ancora indugiarsi,
ostinato, inflessibile, sordo; aspettò sinché la famiglia non riuscì dalla
dogana e non ebbe preso posto nell’omnibus dell’albergo, sinché il pesante
carrozzone non si scosse, non si mosse verso la città, non fu scomparso dietro
una fila di carri di merci allungati sul binario. Allora soltanto Perez poté
finalmente trascinarlo presso una carrozza e spingerlo a prendervi posto.
- Vieni a casa mia.
- Alla stazione! Alla stazione!...
- Ma sì... Non ti trattengo!...
Te ne andrai appena ti sarai rimesso... Per ora vieni con me... Sei troppo
agitato... Aspetta di calmarti... Vieni un istante! - soggiunse, accostando le
mani in atto di preghiera.
- Alla stazione! Alla stazione!
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