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Sulla spianata, dinanzi alla
chiesa, il cocchiere che aspettava il ritorno degli sposi, fumando, spense il
sigaro e lo intascò, vedendo uscire la comitiva, la moglie a braccio del
marito, i due testimonî ai due lati della coppia; e cavatosi il cappello, già
apriva lo sportello della carrozza perché tutti vi rimontassero, quando la
signora gli disse:
- No, non ancora: aspettate...
Sentite Bertini, - soggiunse rivolta allo scultore, - mio marito ed io saremmo
lieti di salutare un momento i vostri parenti...
- Saranno essi lietissimi...
Per il sentiero serpeggiante sul
dorso della montagna, chiuso tra bassi muricciuoli dai quali sporgevano le
siepi di vitalba, si avviarono tutti alla casa. Il cielo si era ancora più
schiarito, le ultime volute dei vapori si diffondevano come chiome disciolte e
ondeggianti al vento, canute nella bassa conca del lago, bionde nel sole delle
altitudini.
- Vi fermate a lungo? - domandò
ella a Perez, col quale procedeva ora avanti.
- Non tanto quanto vorrei. Debbo
purtroppo tornare alla scuola.
- Tenete compagnia al vostro
amico, - soggiunse; poi, dopo una breve pausa, con voce più bassa ma con più
calore d’accento: - Ne ha bisogno.
In fondo al sentiero, tra le
sbarre di un cancelletto di legno, si vide una testolina affacciarsi, poi ad un
tratto sparire con un breve grido di sorpresa.
- La vostra nipotina? - domandò
ella, voltandosi verso Bertini.
- E la mia, del cuore! - rispose
Perez.
Ora il cancello si schiudeva, e
la bimba, precedendo il babbo, la mamma ed i fratelli, si avanzava con le
manine incrociate sul seno per reggere un enorme fascio di fiori e di fronde,
una messe tanto copiosa che la vestiva tutta e quasi le nascondeva il visino.
Giunta dinanzi alla sposa si fermò, la guardò con gli occhi color di cielo, e
disse:
- Signora, la mamma ed io...
Ma già ella si chinava su di lei,
quasi in ginocchio, tenendole le braccia, attirandola a sé:
- Cara, cara, bimba mia cara...
Fu una cosa difficile raccogliere
quei fiori, ricomporli, staccare i gambi delle rose impigliati nelle pieghe
della vesticciuola della donatrice. La signora Laura vi diede mano, dicendo in
tono d’amabile rimprovero:
- Ma bisognava ripulirli e
legarli... Non si offrono i fiori a questo modo...
- Lasci, lasci!... Sono anzi più
belli!
Scambiarono così le prime parole
prima della presentazione: poi, quando lo scultore ebbe pronunziato: «Mia
sorella...» la signora Laura stese la mano alla visitatrice dicendo con un
sorriso di grande gentilezza e di profonda bontà:
- Sia la benvenuta fra noi. Mi
permetta di esprimerle i nostri auguri più sinceri...
- La ringrazio, signora. Creda
che sono fra i più graditi.
Compita la presentazione,
scambiati gli inchini e le strette di mano, i padroni di casa lasciarono il
passo agli ospiti.
- Rita!... - chiamò la straniera,
volgendosi alla bambina. - Ti chiami Rita, lo so!... Dammi la tua manina.
La fanciulletta parve tutta
orgogliosa di tornare a casa stringendo la destra della sposa, che reggeva con
l’altra mano i fiori offerti da lei. Traversata la terrazza, dato uno sguardo
al panorama, tutti entrarono nel salotto.
- Bertini, io interpreto il
desiderio di mio marito ed esprimo il mio direttamente, chiedendovi di farci
vedere il vostro studio.
- Sì, signora! - rispose pronta
la minuscola donnina. - Lo zio non vi lavora più dacché è a Firenze, ma vi sono
dentro tante belle cose... C’è anche la mia statua, di quando ero piccina...
- Ah, sì? - rispose ella
sorridendo. - Rappresenterà un angioletto!... Andiamo a vederla.
Lo studio, vastissimo, tutto
illuminato da un largo lucernario, ingombro nel mezzo da una forte impalcatura,
pieno di gessi, di cere, di crete, con le pareti nascoste da pezzi di scultura
antica, da modelli anatomici, da quadri, da bozzetti, da stampe, da stoffe, da
armi, aveva un solo angolo ospitale, dietro un paravento: un largo divano
basso, qualche sgabello, un tavolino a due palchetti sovraccarico di albi e di
libri d’arte. Ma gli ospiti non vi si fermarono; guidati dalle due donne,
girarono per lo stanzone, esaminando le opere che vi erano disseminate.
- Questo è il bozzetto
dell’acquasantaio?... Questo è il gesso del «Fiore della memoria»?... Il busto
del «Leopardi»...
L’amica dell’artista riconosceva
ad una ad una tutte le sue opere e le additava al marito, che le considerava da
vicino per esaminarne la fattura, e poi se ne discostava per coglierne
l’effetto totale.
- E questa statua di quando eri
piccina?
- Eccola, signora: venga con me.
In un angolo, sopra un tripode,
la statuina di bronzo, alta poco più di un palmo, rappresentava la piccoletta,
ritta in piedi, con la testolina piegata, le braccine protese, le manine
dischiuse, nell’atto di offrirsi ad una persona diletta.
- Che mossa!... Che vita!... -
esclamò Perez. - Se non par che si muova!
- è la vita fermata nel metallo - confermò il colonnello.
Ella disse soltanto:
- È molto bella.
- Mi permettete di offrirvela?
- E come, Bertini!... Sono
permessi che si accordano molto volentieri... Ma non vorrei privare i vostri
cari...
- No, signora, - soggiunse la
sorella, - noi abbiamo la nostra copia, in sala da pranzo.
Il dottore colse l’occasione per
proporre:
- Se vogliono gradire una tazza
di cioccolata...
- Grazie, dottore; ma abbiamo i
minuti contati, e vorremmo ancora vedere tutte queste altre cose belle.
- Prendono il battello delle 10 e
15?
- No, scendiamo a Gozzana,
prendiamo il treno delle 11.
- Ma si potrebbe anche fare
un’altra cosa, - soggiunse la signora Laura: - far servire qui stesso la
cioccolata...
Mentre ella andava a dare gli
ordini, la visita continuò. Gli ospiti passarono dinanzi a tutto ciò che
restava degli antichi lavori dello scultore, copie od abbozzi. Non vi era
frammento che l’amica non riconoscesse
- Questo è uno studio per la
«Giovanna d’Arco»?... La prima idea dell’«Amerigo Vespucci»... Aveste ragione
di modificare quelle figure di selvaggi: rammentavano troppo i mori del
monumento mediceo di Livorno.
Si aggirò per ogni angolo, vide
ogni cosa, rimosse tutti i cavalletti girevoli, lesse tutte le firme dei
bozzetti pittorici, tutti i titoli dei libri sul tavolino. Vedendo sopra una
mensoletta un calice da fiori, vuoto, disse alla piccola Rita:
- Ma come? Tu lasci senza fiori
lo studio dello zio, e ne dài tanti agli estranei?
E mentre la piccina balbettava
qualche confusa parola di scusa, ella stessa scelse tre rose dal fascio, una
bianca, una gialla ed una rossa, e le dispose nel calice.
- Ricordati che sono senz’acqua,
pensa a dar loro nuova vita.
Quando il servizio fu pronto sul
tavolino sbarazzato dai libri, la conversazione, divenuta generale, sfiorò
molti argomenti: la floricoltura del dottore, il movimento dei forestieri sul
lago, le bellezze della natura e dell’arte italiana.
- Ora, - ella disse, levandosi,
dando il segno dell’addio, - non bisogna dormire sugli allori, Bertini!
- Glielo dica lei, signora! -
soggiunse la sorella. - Forse le sue raccomandazioni riusciranno più efficaci
delle nostre.
- Di questo gruppo sacro, sulla
cima Antalba, guardate che vogliamo avere presto notizia! Non è possibile che
quassù, dinanzi a questo sublime spettacolo, non troviate motivi d’ispirazione.
Erano di nuovo usciti sulla
terrazza; dopo una breve sosta, ridiscesero tutti, ospiti e padroni di casa,
verso la chiesa. Tutte le nebbie erano ormai disciolte, nel trionfo del sole;
solo un ultimo fiocco ne restava, sull’Antalba, piegato dal vento in modo da
simulare il fumo d’un vulcano. Pareva veramente che, per un’improvvisa
eruzione, dalle viscere del monte esalasse un ardente fiato.
- Meraviglioso! Divino!... -
mormorò ella ancora, girando lo sguardo per la conca lacustre, quasi a
raccogliere e imprimersi nella mente tutti i particolari di quella visione,
come aveva fatto di ogni angolo e di ogni opera dello studio. Poi, rivolta alla
padrona di casa: - Signora... - disse, stendendole la mano.
Si tennero un momento per mano,
guardandosi; poi, con moto concorde, si accostarono, si baciarono sulle due
guance. Chinatasi sulla piccina, la straniera le prese la testolina fra le
mani, la baciò sulla fronte.
- Rammenta tu allo zio che
vogliamo vedere altre statue. Digli che ti scolpisca lassù!...
Strinse la mano a lui da ultimo,
dopo aver preso congedo da tutti gli altri.
- Fate contenti i vostri cari e i
vostri amici!... Avete un dovere, se non dinanzi ad essi, dinanzi all’Arte che
aspetta grandi cose da voi.
Egli non poté rispondere; chinò
soltanto il capo, per nascondere l’ultima contrazione del viso.
Quando fu in carrozza, dopo che
la frusta schioccò e i cavalli si mossero, ella salutò ancora, con la mano, col
capo; lanciò ancora un’ultima esortazione:
- Siamo intesi, Bertini!... Al
lavoro!... Buon lavoro!...
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