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«Abbas!... Abbas!...»
disse il fratello portinaio, inchinandosi.
«Che significa?» domandò, allo
zio Priore, Consalvo che il padre conduceva per mano.
«Vuol dire che l'Abate è in
convento,» spiegò Sua Paternità.
Su per lo scalone reale, tutto di
marmo, il ragazzo guardava le pareti decorate di grandi quadri a mezzo rilievo
di stucco bianco sopra fondo azzurrognolo: San Nicola da Bari, il martirio di
San Placido, il battesimo del Redentore, con sciami d'angeli in giro, corone,
festoni e rami di palme sulla vòlta. Lo scalone sbucava nel corridoio di
levante, dinanzi alla grande finestra che metteva nella terrazza del primo
chiostro.
«È là,» disse il Priore,
inchinandosi verso un'ombra nera che passava dietro i vetri.
L'Abate, dall'esterno, attaccò il
viso al finestrone e riconosciuti i visitatori esclamò, gestendo:
«Apri, apri, Ludovì...»
Il Priore fece girare la
spagnoletta e presa la mano del superiore la baciò rispettosamente; il principe
e il principino seguirono l'esempio.
«Benedetti, figliuoli,
benedetti!... Questo è dunque il nostro monachino? Oh, che bel monachino ne
vogliamo fare!... Consalvo, eh?» domandò rivolto al principe; poi, al ragazzo:
«Consalvo, tu sei contento di stare con noi, che?...»
«Rispondi!... Rispondi a Sua
Paternità...»
Il ragazzo disse, guardandolo in
viso:
«Sì.»
«Bravo!... Che bel ragazzo!...
Che occhi!... Tu starai qui con lo zio, crescerai buono e santo come lui,
che?...» e mise affabilmente una mano sulla spalla del Priore, il quale
mormorò, arrossendo:
«Padre Abate!...»
Questi s'avviò, appoggiandosi al
bastone. Il Priore gli stava alla destra, il principe alla sinistra: Consalvo
era andato ad affacciarsi all'inferriata, guardava giù nel chiostro contornato
da un portico che reggeva la terrazza superiore, pieno di statue, di vasche
dove l'acqua cantava, di sedili distribuiti fra le aiuole simmetriche, con un
padiglione in centro, di stile gotico, a quattro archi, la cui vòlta di lastre
lucide faceva specchietto al sole. Il ragazzo curiosava ancora quando suo padre
lo chiamò: la comitiva dirigevasi al quartiere dell'Abate, posto accanto a
quello del Re, nel corridoio di mezzogiorno, dove ogni uscio era sormontato da
grandi quadri rappresentanti le vite dei santi. Giunto dinanzi alla sua porta,
l'Abate diede qualche ordine al cameriere, poi tutti si diressero al Noviziato,
pel corridoio dell'Orologio lungo più di cento canne, il cui finestrone di
fondo pareva piccolo, dall'opposta estremità, come un occhio di bue. Passarono
dapprima accanto al secondo chiostro, il quale aveva il portico al primo piano
e la terrazza al piano superiore come l'altro; anch'esso coltivato: tutt'un
boschetto di aranci e di cedri dal fogliame scuro che i frutti d'oro
punteggiavano. Poi si lasciarono dietro il Coro di notte dove sbucava un'altra
scala, poi l'orologio; né il corridoio finiva ancora. L'Abate, tra il principe
e il Priore, chiacchierava con una volubilità straordinaria, seminando il
discorso di «che?...» aspirati ai quali non lasciava dare risposta. I fratelli
che incontravano lungo il loro cammino si fermavano tre passi innanzi alla
comitiva, chinavano il capo giungendo le mani sul petto al passaggio dei
superiori. E sulla porta del Noviziato stava fra' Carmelo, che scorto il
ragazzo gli aprì le braccia con aria festosa, esclamando:
«C'è venuto!... C'è venuto!...»
Padre Raffaele Cùrcuma, il
maestro dei novizi, venne incontro all'Abate, e gli fece strada fino alla sala
delle lezioni dov'erano riuniti tutti i fanciulli, Giovannino Radalì fra gli
altri, da sei mesi a San Nicola.
«Questo è il nostro nuovo
monachino,» spiegava Sua Paternità. «Abbraccia il cuginetto!... La tua camera è
pronta, or ora ci andremo. Adesso tu lascerai il tuo nome; ti chiamerai
Serafino. Il tuo cuginetto si chiama Angelico, che?... Questo qui è Placido,
questo Luigi...»
Erano frattanto arrivati due
camerieri con vassoi pieni di dolci, ai quali i novizi facevano festa.
«Vedrai che è bello, qui,» diceva
il maestro al nuovo arrivato, accarezzandolo. «Ti divertirai, con tanti
compagni...»
Consalvo chinava il capo,
lasciava che dicessero. La curiosità del primo momento gli era passata, sentiva
adesso una gran voglia di piangere; nondimeno guardava tutti in viso, quasi in
atto di sfida, per non darla vinta a suo padre che aveva per forza voluto
ficcarlo lì dentro. E fra' Carmelo era stupito della sua franchezza: tutti gli
altri ragazzi, il primo giorno, avevano gli occhi rossi, dicevano che non
volevano starci, piangevano immancabilmente quando il barbiere recideva le loro
chiome, quando lasciavano gli abiti secolari per vestire la nera tonacella.
Invece il principino, andato via suo padre dopo l'ultimo predicozzo, li
lasciava fare, vedeva cadere i capelli sotto le cesoie senza dir nulla,
indossava il saio come se l'avesse portato fin dalla nascita.
«Bravo!... Sempre così contento
ha da starci!... Vedrà poi quanti giuochi, quanti spassi...»
Il ragazzo rispose, duramente:
«Io sono il principe di
Francalanza; non sempre ci starò.»
«Sempre?... Chi l'ha detto?... Ci
starà qualche anno, finché imparerà... Sempre ci stanno i suoi zii... Adesso,
adesso andremo da Padre don Blasco...»
E presolo per mano, gli fece
rifare la via tenuta al venire, fino alla camera del Decano, che era nel corridoio
di mezzogiorno, col quadro di San Giovanni Boccadoro sull'uscio.
«Deo gratias?...»
«Chi è?» rispose il vocione del
monaco.
L'uscio s'aperse un poco, ed egli
comparve, in pantaloni e maniche di camicia, con la pipa in bocca, in mezzo
alla camera sottosopra come un campo lavorato.
«Qui c'è il nipotino di Vostra
Paternità, che viene a baciar la mano alla Paternità Vostra.»
«Ah, sei qui?» esclamò il monaco,
nettandosi le labbra col rovescio d'una mano. «Va bene, tanto piacere!»
aggiunse senza fargli neppure una carezza; poi, rivolgendosi al fratello:
«Conducetelo a spasso nella Flora.»
Dopo tante grida contro
l'ignoranza e la mala educazione del pronipote, il monaco era montato in bestia
quando il principe aveva deciso di metterlo a San Nicola. Ce lo mettevano per
educazione? Voleva dire che non erano buoni di educarlo in casa! Allora aveva
ragione lui quando diceva che davano al ragazzo di begli esempi? Ma Giacomo
voleva mettere il figlio a San Nicola anche per gli studi: come se gli Uzeda
avessero mai saputo fare di più della loro firma! E poi ci voleva molto a
dargli qualche maestro, se avevano la fregola di farne un letterato? I maestri,
però, poco o molto, bisognava pagarli, e questo era il solo e vero motivo della
deliberazione: risparmiare i baiocchi; perché ai Benedettini non solamente non
si pagava nulla, ma le stesse famiglie degli scolari ci guadagnavano
qualcosa!...
Le camere del Noviziato aprivano
tutte in un giardino destinato unicamente al diporto dei ragazzi; non c'erano
soltanto fiori, ma alberi fruttiferi, aranci, limoni, mandarini, albicocchi,
nespoli del Giappone, e la mattina un pigolìo assordante di passeri svegliava i
novizi prima ancora che fra' Carmelo venisse a chiamarli per le divozioni che
andavano a dire nella cappella. Finito di pregare tornavano tutti nelle loro
camere, facevano una colazione frugale perché il pranzo era a mezzogiorno, e
ripassavano le lezioni per trovarsi pronti all'arrivo dei lettori che
insegnavan loro l'italiano, il latino e l'aritmetica, più la calligrafia e il
canto corale, le domeniche. A terza, dopo le lezioni, c'era la messa, che
scendevano ad ascoltare in chiesa; la più grande di Sicilia, tutta marmo e
stucco, bianca e luminosa, con la cupola che sfondava il cielo e l'organo di
Donato del Piano costato tredici anni di lavoro e diecimila onze di denari.
Subito dopo la messa, i novizi andavano al refettorio, certe volte in quello
grande insieme coi Padri, certe altre da soli, nel piccolo, secondo prescriveva
la Regola; ma lo spasso cominciava più tardi, dopo il desinare, quando si
sparpagliavano per il giardino, dove si mettevano a giocare a rimpiattino, alle
bocce, ai castelletti, oppure zappavano o coltivavano ciascuno i propri alberi,
oppure mandavano per aria aquilotti e palloni. Oltre il muro di cinta distendevasi
un terreno incolto, tutto lava e sterpi, fino alla Flora — il giardino grande
destinato al diporto dei monaci, dove i ragazzi andavano di tanto in tanto, a
rincorrersi pei grandi viali — e il principino che aveva subito preso le
abitudini del convento ed era il più diavolo di tutti, spesso arrampicavasi su
quel muro, tentava di scavalcarlo e andarsene nella sciara; ma allora il Padre
maestro e fra' Carmelo ammonivano: «Di là non si passa!... Non t'arrischiare da
quella parte che ci bazzicano gli spiriti: se t'afferrano ti portano via con
loro...»
«Li hai visti tu, cotesti
spiriti?» domandò una volta Consalvo a Giovannino Radalì.
«Io, no; ci vanno la notte,
dicono.»
E la notte non potevano guardarci
perché, dopo la passeggiata vespertina che facevano giù in città, e dopo la
cena, rientravano per lo studio e per le preghiere della sera.
Fra' Carmelo teneva loro
compagnia, badava che non mancassero di nulla, e quando non c'era da fare, li
svagava parlando dei novizi d'un tempo, che adesso erano monaci o alle case
loro, narrando le storie antiche, il famoso furto della cera nella notte del
Santo Chiodo; la rivoluzione del Quarantotto, quando San Nicola era servito di
quartier generale a Mieroslawski; la venuta di Re Ferdinando e della Regina nel
1834; ma diffondendosi più che altro intorno alle vicende del monastero.
Nel primo principio non si sapeva
bene chi lo avesse fondato, ma il 1136 certi santi Padri Benedettini s'eran
ritirati, per meditare e far penitenza, nei boschi dell'Etna, e lì, coll'aiuto del
conte Errico, avevano eretto il primo convento di San Leo. San Leo era uno dei
tanti crateri spenti del Mongibello, tutto coperto di boschi e sei mesi
dell'anno ammantato dalla neve; una vera solitudine adatta al santo scopo. In
inverno la tramontana turbinava intorno al povero e rustico fabbricato,
tagliava la faccia, scottava le mani, gelava ogni cosa: tanto che molti dei
monaci s'eran buscate gravi malattie, non resistendo all'intemperie. Pertanto
avevano ottenuto di poter mandare gl'infermi più giù, in un ospizio fabbricato
nel bosco di San Nicola; e lì, come ci si stava meno a disagio, cominciarono ad
andare anche parte dei monaci sani. A San Leo, intanto, oltre il freddo c'era
un altro spavento, quando la montagna s'apriva, vomitando fuoco e cenere
ardente: i terremoti sconquassavano la fabbrica, la lava distruggeva gli alberi
e disseccava le cisterne, la cenere infocata bruciava ogni verdura. «Potevano
sopportare tanti guai, i poveri Padri?» La meditazione stava bene, ma se il
suolo mettevasi a ballar la tarantella, chi poteva più riconcentrarsi e
pregare? La penitenza stava ancora meglio; ma bisognava pure evitare che, a
furia di mortificazioni, i penitenti non se ne andassero difilato all'altro
mondo prima d'aver purgato i loro falli. Per conseguenza, impetrarono ed
ottennero di stabilirsi definitivamente a San Nicola, intorno al quale venne
crescendo un paesetto che, dal Santo, si chiamò Nicolosi per l'appunto. Lì, il
convento fu costruito con qualche comodo, più grande dell'antico, e i monaci vi
restarono molti anni; però Nicolosi non scherzava neppur esso: la neve, se non
per sei mesi, vi cadeva copiosa in inverno, e il freddo era ancora troppo
pizzicante; tanto che gli ammalati bisognò mandarli in un altro ospizio
fabbricato apposta più giù, alle porte di Catania; senza dire che i ladri
infestavano quelle campagne. Veramente i monaci, che avevano fatto voto di
povertà, non avrebbero dovuto temerli; perché «cento ladri», come dice il
proverbio, «non possono spogliare un nudo»; ma Re, Regine, Viceré e baroni
avevano cominciato a donar roba al convento; e a furia di raccoglier legati i
Padri si trovavano possessori di un gran patrimonio. Ora, chi doveva godersi
quelle ricchezze? i topi? Perciò nel 1550, i Benedettini pensarono di venirsene
definitivamente in città, mettendo la prima pietra d'un magnifico edifizio alla
presenza del Viceré Medinaceli. Certuni volevan dire che San Benedetto fosse
crucciato perché i suoi figli avevano lasciato i boschi e s'erano accasati da
signori in città: menzogna patente, poiché, finito che fu il convento, il
glorioso fondatore dell'Ordine lo preservò dal fuoco del vulcano: la lava dei
Monti Rossi, discesa fino a Catania, preciso in direzione del convento, giunta
dinanzi ad esso girò dalla parte di ponente e andò a gettarsi in mare senza
fargli alcun danno. È vero che nel 1693 il terremoto rovinò l'edificio dalle
fondamenta; però il castigo, se mai, non fu inflitto ai soli Padri, ma a mezza
Sicilia che se ne cascò come un castello di carte. E allora finalmente cominciarono
la costruzione che adesso ammiravasi sopra un piano tanto grandioso che non si
poté eseguir tutto: per portarne a compimento una metà, i lavori durarono fino
al 1735. La ricchezza dei Padri era pervenuta al sommo: settantamila onze
l'anno, e certi feudi erano così vasti, che nessuno ne aveva fatto il giro!
Quando parlava di queste cose,
fra' Carmelo non ismetteva più, perché egli aveva passato più di cinquant'anni
fra quelle mura, e voleva bene a' Padri, ai novizi, alle immagini della chiesa
ed agli alberi della Flora, come se tutti fossero parte della sua famiglia.
Conosceva i feudi, le tenute e i poderi meglio di tutti i Cellerari di
campagna, ciascuno dei quali era preposto al governo d'una sola proprietà; e
quando bisognava rammentar qualcosa, la data d'un avvenimento molto lontano, la
misura d'un antico raccolto, tutti ricorrevano a lui.
Il principino era adesso la sua
più grande affezione: egli se lo teneva vicino più che poteva, gli regalava
dolci e balocchi, lo vantava all'Abate, al maestro dei novizi, agli zii ed a
tutti. Il ragazzo, veramente, era troppo vivace, faceva il prepotente,
attaccava lite coi compagni; fra' Carmelo, paziente ed indulgente, sapeva
scusarlo presso il maestro, se commetteva qualche monellata, e raccomandava
prudenza agli altri fratelli se di queste monellate essi scontavan la pena.
«Bisogna lasciarli fare, i
ragazzi; e poi sono signori, e a noi tocca obbedirli.»
I fratelli, infatti, erano
addetti alle grosse bisogne, servivano i Padri al refettorio, mangiavano alla
seconda tavola; e quando i monaci dicevano l'uffizio in Coro, essi recitavano
in un cantone il solo rosario. Per entrar novizi e diventar monaci bisognava
esser nobili, e fra' Carmelo, fanatico di quelle cose quanto donna Ferdinanda,
celebrava la nobiltà riunita a San Nicola. Vi si trovavano infatti i
rappresentanti delle prime famiglie, non solo della Val di Noto, ma di tutta la
Sicilia, perché in tutta la Sicilia c'era solo un altro convento di Cassinesi,
a Palermo, e così inferiore in grandezza, ricchezza ed importanza, che
mandavano lì da Catania i monaci stravaganti, per punizione. L'Abate era un
gran signore napolitano, il secondogenito del duca di Cosenzano; da Monte
Cassino era venuto anche il Padre Borgia, romano, di quella famiglia che aveva
dato un Papa alla cristianità; e poi c'erano gli isolani, i Gerbini, che
discendevano da Re Manfredi per via di donne; i Salvo, venuti in Sicilia con
gli Svevi; i Toledo, i Requense, i Melina, i Currera spagnoli come gli Uzeda, i
Cùrcuma e i Sagonti, di nobiltà longobarda; i Grazzeri, discesi di Germania; i
Corvitini, fiamminghi; i Carvano, i Costante, francesi; gli Emanuele,
appartenenti ad un ramo de' Paleologhi, imperatori d'Oriente.
«Basta essere ai Benedettini, o
monaco o novizio, per significare che uno è signore,» spiegava fra' Carmelo al
principino. «Qui entrano soltanto quelli delle prime case, come Vostra
Paternità.»
Ai ragazzi toccava il «Vostro
Paternità» e il «don» come ai monaci, e tutte le volte che un Padre o un
novizio passava dinanzi ai fratelli questi dovevano inchinarsi, piegandosi in
due, incrociando le braccia sul petto; e se erano seduti, alzarsi in piedi per
salutare. C'era uno di questi fratelli, fra' Liberato, vecchissimo, quasi
centenario, non più buono a nulla, il quale usciva dalla sua camera per tremare
al sole sopra una sedia a bracciuoli; un giorno il principino gli passò dinanzi
e il vecchio non s'alzò. Allora il ragazzo riferì la cosa al maestro, il quale
fece al fratello una lavata di capo coi fiocchi.
«È istolidito, poveretto,» disse
fra' Carmelo, scusandolo. «Quando ci facciamo vecchi, torniamo peggio di
quand'eravamo bambini!»
Consalvo riceveva così le stesse
lezioni che gli aveva fatte donna Ferdinanda, le digeriva meglio che non
l'altre del latino e dell'aritmetica. Esse gli davano un'idea straordinaria di
quel che valeva, ma gli procuravano anche di solenni scapaccioni dai compagni,
specialmente dai maggiori d'età, pel disprezzo col quale li trattava. Michele
Rocca si gloriava d'avere anche lui un Viceré tra gli antenati; ma Consalvo correggeva:
«Viceré? Presidente del Regno!...» E l'altro: «No, Viceré...» E Consalvo: «No,
Presidente...» finché Michelino, infuriato, gli si slanciava addosso. Allora,
piuttosto che venire alle mani, egli gridava al soccorso e a fra' Carmelo
toccava comporre la lite. Ma ricominciava con gli altri, attaccava brighe sopra
brighe.
Quasi tutte quelle famiglie
baronali avevano un nomignolo spesso ingiurioso o avvilitivo, col quale erano
conosciute in città più che col vero nome. I Fiammona si chiamavano i Caratelli,
perché corpacciuti come mezze botti; i San Bernardo Piange le fave,
allusione alla miseria in cui erano ridotti; i Currera Tignosi perché
tutti con le teste calve come palle da bigliardo; i Salvo Mangia Saliva,
altri peggio ancora. Il principino, a corto di argomenti, gridava ai compagni:
«Oh, dei Pancia-di-crusca!... Oh, dei Cute-di-porco!...»
e quelli, non potendogli rendere pane per focaccia, giacché il nomignolo degli
Uzeda, i Viceré, diceva la loro antica potenza, se lo mettevano sotto,
quando riuscivano ad agguantarlo, e lo pestavano bene. Fra' Carmelo accorreva,
con le mani in testa, per liberare il suo protetto e predicar la pace, l'amore
reciproco, l'attenzione allo studio.
Durante le lezioni, quando si dava
la pena di stare attento, Consalvo capiva tutto e raccoglieva lodi e premi; ma
del resto non c'erano castighi, ché i maestri lettori, tutti preti di bassa
estrazione, non osavano neppure dar dell'asino agli scolari. Il Priore, in
segno di soddisfazione pei buoni rapporti del maestro, veniva a trovare qualche
volta il nipote al Noviziato, portandogli regali di dolci e di libri sacri; don
Blasco, al refettorio, gli dava qualche scappellotto, a modo di carezze; ma la
prima volta che fra' Carmelo lo condusse al palazzo, in permesso, per mezza
giornata, tutta la famiglia, riunita per la circostanza, gli fece gran festa.
«Che bel monachino!... Che bel
monachino!...»
La principessa, dolente di non
averlo più con sé, ma rassegnata come sempre ai voleri del marito, se lo
mangiava dai baci, l'abbracciava stretto stretto con tanta maggior forza quanto
maggiore repulsione le ispiravano gli altri; donna Ferdinanda anche lei, venuta
apposta al palazzo, gli prodigò molte carezze; Lucrezia, placatasi ormai che
non correva più pericolo di vederselo in camera, gli diede confetti e biscotti;
il principe, senza smettere l'abituale severità, lodò i figli obbedienti. Don
Eugenio fece una predica intorno ai benefizi dell'istruzione; perfino lo zio
Ferdinando scese dalle Ghiande per assistere a quella visita. Mancavano però la
zia Chiara e il marchese: sicuri d'avere il tanto aspettato e desiderato
figliuolo, un triste giorno la gravidanza era andata in fumo; essi portavano da
quel momento il lutto della speranza perduta. C'era invece una bambina di sei
anni che guardava il monachino con grandi occhi curiosi e una balia che teneva
in braccio un lattante.
«Le tue cugine, figlie dello zio
Raimondo,» spiegò la principessa.
«E la zia Matilde?»
«Sta poco bene...»
Ma donna Ferdinanda troncò quegli
stupidi discorsi, e prese a interrogare il nipotino intorno ai compagni, alla
vita del monastero, all'impiego della giornata, intanto che fra' Carmelo
tesseva l'elogio del ragazzo alla madre.
«Ti faresti monaco?» gli domandò
il principe, per chiasso. «Ci staresti sempre, al convento?»
«Sì,» rispose egli, per non
dargliela vinta. «È bello stare a San Nicola!...»
I monaci infatti facevano l'arte
di Michelasso: mangiare, bere e andare a spasso. Levatisi, la mattina,
scendevano a dire ciascuno la sua messa, giù nella chiesa, spesso a porte
chiuse, per non esser disturbati dai fedeli; poi se ne andavano in camera, a
prendere qualcosa, in attesa del pranzo, a cui lavoravano, nelle cucine
spaziose come una caserma, non meno di otto cuochi, oltre gli sguatteri. Ogni
giorno i cuochi ricevevano da Nicolosi quattro carichi di carbone di quercia,
per tenere i fornelli sempre accesi, e solo per la frittura il Cellerario di
cucina consegnava loro, ogni giorno, quattro vesciche di strutto, di due rotoli
ciascuna, e due cafissi d'olio: roba che in casa del principe bastava per sei
mesi. I calderoni e le graticole erano tanto grandi che ci si poteva bollire
tutta una coscia di vitella e arrostire un pesce spada sano sano; sulla
grattugia, due sguatteri, agguantata ciascuno mezza ruota di formaggio, stavano
un'ora a spiallarvela; il ceppo era un tronco di quercia che due uomini non
arrivavano ad abbracciare, ed ogni settimana un falegname, che riceveva quattro
tarì e mezzo barile di vino per questo servizio, doveva segarne due dita,
perché si riduceva inservibile, dal tanto trituzzare. In città, la cucina dei
Benedettini era passata in proverbio; il timballo di maccheroni con la crosta
di pasta frolla, le arancine di riso grosse ciascuna come un mellone, le olive
imbottite, i crespelli melati erano piatti che nessun altro cuoco sapeva
lavorare; e pei gelati, per lo spumone, per la cassata gelata, i Padri avevano
chiamato apposta da Napoli don Tino, il giovane del caffè di Benvenuto. Di
tutta quella roba se ne faceva poi tanta, che ne mandavano in regalo alle
famiglie dei Padri e dei novizi, e i camerieri, rivendendo gli avanzi, ci
ripigliavano giornalmente quando quattro e quando sei tarì ciascuno.
Essi rifacevano le camere ai
monaci, portavano le loro ambasciate in città, li accompagnavano al Coro
reggendo loro le cocolle, e li servivano in camera se le LL. PP. si sentivano
male, o si seccavano di scendere al refettorio. Lì il servizio toccava ai
fratelli: a mezzogiorno, quando tutti erano raccolti nell'immenso salone dalla
vòlta dipinta a fresco, rischiarato da ventiquattro finestre grandi come
portoni, il Lettore settimanario saliva sul pulpito e alla prima forchettata di
maccheroni, dopo il Benedicite, si metteva a biascicare. Il giro della
lettura cominciava dai più piccoli novizi fino ai monaci più vecchi, per ordine
d'età; ma una volta arrivato ai Padri di fresca nomina, ricominciava per
evitare quel fastidio ai grandi, i quali se ne stavano comodamente seduti
dinanzi alle tavole disposte lungo i muri, sopra una specie di largo
marciapiedi; l'Abate, nel centro del gran ferro di cavallo, aveva una tavola
per sé. I fratelli portavano intanto attorno i piatti, a otto per volta, sopra
un'asse chiamata «portiera» che reggevano a spalla. Distinguevansi i pranzi e i
pranzetti, questi composti di cinque portate, quelli di sette, nelle solennità;
e mentre dalle mense levavasi un confuso rumore fatto dell'acciottolio delle
stoviglie e del gorgoglio delle bevande mesciute e del tintinnio delle
argenterie, il Lettore biascicava, dall'alto del pulpito, la Regola di San
Benedetto: «... 34° comandamento: non esser superbo; 35°: non dedito al vino;
36°: non gran mangiatore; 37°: non dormiglione; 38°: non pigro...»
La Regola, veramente, andava
letta in latino; ma al principino e agli altri novizi, aspettando che la
potessero comprendere in quella lingua, la spiegavano nella traduzione
italiana, una volta il mese. San Benedetto, al capitolo della Misura dei
cibi, aveva ordinato che per la refezione d'ogni giorno dovessero bastare
due vivande cotte e una libbra di pane; «se hanno poi da cenare, il Cellerario
serbi la terza parte di detta libbra per darla loro a cena»; ma questa era una
delle tante «antichità» — come le chiamava fra' Carmelo — della Regola.
Potevano forse le Loro Paternità mangiare pane duro? E la sera il pane era
della seconda infornata, caldo fumante come quello della mattina. La Regola
diceva pure: «Ognuno poi s'astenga dal mangiare carne d'animali quadrupedi,
eccetto gli deboli et infermi»; ma tutti i giorni compravano mezza vitella,
oltre il pollame, le salsicce, i salami e il resto; e in quelli di magro il
capo cuoco incettava, appena sbarcato, e prima ancora che arrivasse alla
pescheria, il miglior pesce. Molte altre «antichità» c'erano veramente nella
Regola: San Benedetto non distingueva Padri nobili e fratelli plebei, voleva
che tutti facessero qualche lavoro manuale, comminava penitenze, scomuniche ed
anche battiture ai monaci ed ai novizi che non adempissero il dover loro,
diceva insomma un'altra quantità di coglionerie, come le chiamava più
precisamente don Blasco. Articolo vino, il fondatore dell'Ordine prescriveva
che un'emina al giorno dovesse bastare; «ma quelli ai quali Iddio dà la grazia
di astenersene, sappiano d'averne a ricevere propria e particolare mercede». Le
cantine di San Nicola erano però ben provvedute e meglio reputate, e se i
monaci trincavano largamente, avevano ragione, perché il vino delle vigne del
Cavaliere, di Bordonaro, della tenuta di San Basile, era capace di risuscitare
i morti. Padre Currera, segnatamente, una delle più valenti forchette, si
levava di tavola ogni giorno mezzo cotto, e quando tornava in camera, dimenando
il pancione gravido, con gli occhietti lucenti dietro gli occhiali d'oro posati
sul naso fiorito, dava altri baci al fiasco che teneva giorno e notte sotto il
letto, al posto del pitale. Gli altri monaci, subito dopo tavola, se ne
uscivano dal convento, si sparpagliavano pel quartiere popolato di famiglie,
ciascuna delle quali aveva il suo Padre protettore. Padre Gerbini, la cui
camera era piena di ventagli e d'ombrellini che le signore gli davano ad
accomodare, cominciava il giro delle sue visite; Padre Galvagno se ne andava
dalla baronessa Lisi, Padre Broggi dalla Caldara, altri da altre signore ed amiche.
Tornavano all'ave, per entrare in chiesa, ma quelli che venivano un poco più
tardi, o a cui doleva il capo, se ne salivano direttamente in camera; e non già
per dormire, ché la sera, fino a tre ore di notte, quando si serravano i
portoni, c'erano visite di parenti e d'amici, si teneva conversazione, molti
Padri facevano la loro partita. Un tempo, anzi, per colpa di Padre Agatino
Renda, giocatore indiavolato, c'era stato un giuoco d'inferno: in una sola sera
Raimondo Uzeda aveva perduto cinquecent'onze, e più d'un padre di famiglia
s'era rovinato; tanto che i superiori dell'Ordine, dopo aver chiuso un occhio
su molte marachelle, avevano dovuto finalmente prendere qualche provvedimento.
Era appunto allora venuto da Monte Cassino, in qualità di Abate, Padre
Francesco Cosenzano, e per un po' di tempo, con l'autorità della fresca nomina,
aiutato dai buoni monaci, che non ne mancavano, quel bravo vecchietto era
riuscito a infrenare i peggiori; ma, poi, coll'andare del tempo, zitti zitti, a
poco a poco, questi erano tornati alle abitudini di prima: giuoco, gozzoviglie,
il quartiere popolato di ganze, i bastardi ficcati nel convento in qualità di
fratelli — dei Padri — nuovo genere di parentela! E i timidi tentativi di
resistenza dell'Abate gli avevano scatenato contro un'opposizione violenta. Don
Blasco fu dei più terribili. Egli aveva tre ganze, nel quartiere di San Nicola:
donna Concetta, donna Rosa e donna Lucia la Sigaraia, con una mezza dozzina di
figliuoli: e l'Abate lasciava correre, sebbene fosse uno scandalo che tutte
quelle mogli e quei figliuoli della mano manca, anzi di nessuna mano, venissero
a udir la santa messa recitata dallo stesso monaco. Poi, tutte le mattine, egli
scendeva in cucina, ordinando che mandassero i migliori bocconi alle sue amiche,
e i giorni di magro si metteva sul portone per aspettar l'arrivo dei cuochi col
pesce, in mezzo al quale faceva la sua scelta, ordinando: «Taglia un rotolo di
questa cernia e portalo a donna Lucia!» E l'Abate lasciava correre. Ma un
giorno finalmente i nodi vennero al pettine, per causa di costei. Il convento
possedeva una buona metà del quartiere in mezzo al quale sorgeva: i tre
palazzotti della piazza semicircolare dinanzi alla chiesa e una quantità di
case terrene tutt'intorno alle mura. Da queste fabbriche ricavava una magra
rendita, perché parte erano affittate a prezzi di favore a vecchi fornitori o
sagrestani ritirati, parte erano addirittura concesse come elemosina a povera
gente, a famiglie nobili cadute in bassa fortuna. Ora don Blasco, con una particolare
affezione per donna Lucia Garino, la Sigaraia, le aveva fatto concedere un bel
quartierino di abitazione nel palazzotto di mezzogiorno e una bottega
sottoposta dove suo marito teneva il negozio dei tabacchi. L'Abate, visto che
questa donna Lucia non era né indigente né nobile decaduta e che non vantava
altro titolo, per godersi la casa, fuorché l'amicizia scandalosa di don Blasco,
mentre poi tanti e tanti poveri diavoli non sapevano dove dar del capo, pensò
di ordinarle che o pagasse regolarmente l'affitto del quartiere e della
bottega, oppure che sgomberasse. Don Blasco, a cui già il fare da moralista del
nuovo Abate aveva dato ai nervi, tanto che non aspettava se non l'occasione per
aprire il fuoco, a questa intimazione riferitagli dall'amica piangente diventò
una bestia, salvo il santo battesimo, e fece cose dell'altro mondo, gridando
pei corridoi del convento, sotto il muso dei Decani e dietro l'uscio
dell'Abate, che se qualcuno avesse osato dar lo sfratto o pretendere un baiocco
dalla Sigaraia, l'avrebbe avuto a far con lui. E disciplinata l'opposizione
ancora incerta e tentennante, raccolto intorno a sé la schiuma del convento, i
monaci che non potevano digerire le austere ammonizioni del superiore e la fine
del giuoco e di tutti gli scandali, se prima era stato lo spavento del
Capitolo, da quel giorno divenne un diavolo scatenato. Per amor della pace, il
povero Abate dové rimangiarsi il suo provvedimento, ma l'Uzeda senior
non si placò per questo, ché dove poté trovare argomento da suscitare mormorazioni
e liti, non diede tregua al suo «nemico». Giusto, l'Abate, ammirato dei severi
costumi e della scienza di don Lodovico, s'era messo a proteggerlo, fino a
sostenerne poi l'elezione al priorato; perciò don Blasco, il quale voleva aver
egli quel posto, accomunò il nipote e il superiore nell'odio feroce e
inestinguibile.
C'erano stati sempre numerosi
partiti, a San Nicola; perché, trattandosi d'amministrare un patrimonio
grandissimo, e di maneggiare grossi sacchi di denaro, e di distribuire larghe elemosine,
e di dar lavoro a tanta gente, e d'accordar case gratuite e posti non meno
gratuiti al Noviziato, e d'esercitare insomma una notevole influenza in città e
nei feudi, ciascuno ingegnavasi di tirar l'acqua al suo mulino; ma, al tempo
dell'ammissione del principino, i contrasti erano quotidiani e violenti.
L'Abate aveva, prima di tutto, i suoi partigiani; ma non tutti i buoni monaci
erano per lui, non garbando a qualcuno che il supremo potere fosse in mano d'un
forestiere. Don Blasco col suo codazzo cercava d'attirar costoro,
gridando che bisognava mandare a casa sua quel «napolitano mangiamaccheroni»;
ma, benché d'accordo su ciò, l'opposizione si divideva poi novamente, quando
aveva da scegliere il successore. Non mancava il partito di quelli che dichiaravano
non aver partito; e don Lodovico, modello del genere, tenendosi da parte,
navigando sott'acqua, era riuscito ad agguantare il priorato. Parecchi
sostenevano anzi che, in fin dei conti, egli era il solo meritevole d'aspirare
alla dignità abaziale; ma allora suo zio, per evitare che quel «gianfottere» si
ponesse in capo la mitra, quasi sosteneva l'Abate Cosenzano. Né lo stesso don
Lodovico ammetteva che gli parlassero della promozione: se qualcuno gliela
prediceva, protestava:
«L'Abate per ora è Sua Paternità
ed a me tocca obbedirlo prima d'ogni altro.»
L'Abate in persona, stanco di
quella galera, gli confidava di volersi ritirare per cedergli il posto: quando
pure non avesse pensato a mettersi da canto, presto o tardi la morte non ci
avrebbe pensato per lui? E il Priore:
«Vostra Paternità non parli di
queste cose!... Sono cose che contristano il cuore d'un figlio devoto, Padre
Reverendissimo.»
Il vecchio lo prendeva allora a
suo confidente, si lagnava del poco rispetto dei monaci, dello scandalo che molti
continuavano a dare con la loro vita libertina. Il Priore scrollava il capo, in
atto dolente:
«Il glorioso nostro fondatore,
Padre dei monaci, ci insegna qual è il rimedio contro gli errori dei traviati:
l'orazione dei buoni, acciocché il Signore, che tutto può, dia salute agli
infermi fratelli...»
Pertanto egli non riprendeva
nessuno, non dava corso ai richiami che spesso venivano a fargli, lasciava che
ognuno cocesse nel proprio brodo. Fra quella trentina di cristiani non c'era
mai un momento di pace e di accordo. Se la quistione delle persone divideva il
convento in un certo modo, i partiti erano poi scompigliati dalla politica che
raggruppava i Padri in ordine tutto diverso. V'erano i liberali, quelli che al
Quarantotto avevano parteggiato pel governo provvisorio e ospitato la
rivoluzione in persona dei suoi soldati; e v'erano i borbonici, che i liberali
chiamavano sorci. Don Blasco capitanava questi ultimi, in mezzo ai quali
stavano molti amici del Priore; i liberali, che nelle quistioni d'ordine interno
erano quasi tutti con l'Abate effettivo, borbonicissimo, obbedivano
politicamente all'Abate onorario Ramira, quello del Quarantotto. Quindi, se
spesso s'udivano le voci dei Padri che dicevano male parole ai fratelli e
mandavano a quel paese i camerieri, gli strepiti salivano al cielo appena
cominciavano le discussioni sugli avvenimenti pubblici, all'ombra dei portici o
dinanzi al portone: liberali e borbonici quasi venivano alle mani, a proposito
della fine della guerra di Crimea, del Congresso di Parigi, della parte che vi
sosteneva il Piemonte. Don Blasco era violento contro quel «piemontese
mangiapolenta» di Cavour e lo colmava d'improperi, rammentando la storia della
rana e del bue, profetando che sarebbe scoppiato a furia di gonfiarsi come una vescica.
Era più terribile ancora contro il sistema costituzionale di cui i liberali
avevano l'uzzolo: esclamava che il miglior atto compiuto da Ferdinando ii era stato il 15 maggio, quando aveva
fatto prendere a baionettate «i buffoni e i ruffiani» di palazzo Gravina. E se
i liberali dicevano che avrebbero dato il ben servito al Re un'altra volta,
gridava:
«Lo manderete via voi altri, se
mai; ché ve ne basta l'animo, con quei pancioni!»
E quando sentiva esaltare la
bontà del giovane Re di Sardegna, alzava le braccia sul capo, scotendo le mani
come alacce di pipistrello, con un gesto d'orrore disperato: «Passa Savoia!...
Passa Savoia!...» Nel 1713 quando Vittorio Amedeo, assunto al trono di
Sicilia, era venuto nell'isola, in pompa, traversandola da un capo all'altro,
il passaggio del nuovo sovrano era stato seguito da una mala annata come da un
pezzo non si rammentava l'eguale; e nelle popolazioni spaventate ed ammiserite
era rimasto in proverbio quel detto: «Passa Savoia! Passa Savoia!...»
come il sintomo d'una sciagura, d'un castigo di Dio.
«E volevano un altro dei loro, al
Quarantotto, come se non fosse bastato il primo! Ci volevano ridurre peggio di
quel Piemonte morto di fame che spoglia i conventi!...»
Anche tra i novizi v'erano
partiti politici: i liberali, rivoluzionari, piemontesi; e i borbonici,
napolitani, sorci; ma se fra i monaci i due campi disponevano di forze
quasi eguali, qui i liberali erano in maggioranza.
«Sono tutti i morti di fame,»
spiegava don Blasco al principino; «quelli che a casa loro non hanno di che
mangiare, e qui disprezzano il ben di Dio e le lasagne che gli piovono in bocca
bell'e condite!»
Questo non era vero del tutto,
perché capitanava i novizi liberali Giovannino Radalì Uzeda, il quale
apparteneva ad una famiglia che per nobiltà e ricchezza veniva subito dopo gli
Uzeda del ramo diritto: quantunque secondogenito, se fosse rimasto al secolo
gli sarebbe toccato il titolo vitalizio di barone. Ma il principino seguiva
egualmente le opinioni degli zii don Blasco e donna Ferdinanda: amico e
compagno di giuoco del cugino, era suo avversario in politica; e quando i
rivoluzionari parlavano fra di loro, quando complottavano per sollevare il
convento e scendere in piazza con una bandiera di carta tricolore, egli stava
alle vedette e interrogava i più ingenui, e poi andava a ripetere le notizie
allo zio, perché li denunziasse all'Abate; tanto che don Blasco ebbe presto in
tutt'altra considerazione il pronipote.
«Questo gianfottere non è poi
tanto minchione quanto pare... Sì, sì,» approvava, lodando lo spionaggio di
Consalvo; «ascolta quel che dicono e poi vieni a riferirmelo.»
Anche tra i fratelli la politica
metteva dissidi e nimistà; i più furbi, veramente, non s'impicciavano né di
Cavour né di Del Carretto, e badavano a ingrassare le loro famiglie con le
racimolature del monastero, ma parecchi parteggiavano o pel governo o per la
rivoluzione. Uno specialmente, fra' Cola, capo rivoluzionario, parlava sempre
di ricominciar la giocata del Quarantotto; i novizi liberali gli facevano
raccontare la storia di quel tempo; e quando egli li serviva, a tavola, quando
versava in giro l'acqua od il vino dal gran boccale di cristallo che reggeva
con la destra, faceva di nascosto, con l'indice e il medio della sinistra, il
segno d'una forbice che taglia. Il principino domandò un giorno a Giovannino
Radalì che volesse dire; il cugino rispose:
«Vuol dire che ai sorci
bisogna tagliargli le code.»
Consalvo riferì la cosa allo zio,
e fra' Cola, in punizione, fu mandato alla casa di Licodia, in mezzo alla
malaria. Fra' Carmelo, pertanto, non s'occupava mai di politica e quando gli
domandavano se era liberale o borbonico, faceva il segno della santa croce:
«Vi scongiuro per parte di Dio!
So molto di queste cose! Queste sono opere del Nemico!»
Per lui non c'era altro mondo
fuori di San Nicola, né altra potestà fuor di quella dell'Abate, del Priore e
dei Decani. Bisognava sentirlo, quando enumerava tutti i diciotto titoli
dell'Abate, quando nominava i Re, le Regine, i Principi reali, i Viceré, i
baroni che avevano dotato il convento. Ogni domenica, in Capitolo, l'Abate
leggeva la litania di quei reali o principeschi donatori, in suffragio delle
cui anime andavano dette altrettante messe quotidiane; ma spesso ne recitavano
una sola all'intenzione di tutti quanti: il ristoro dei morti era lo stesso, e
i vivi non stavano a perdere tanto tempo.
In generale, i Padri avevano
fretta di sbrigarsi, e intendevano fare il comodo loro. Per non scendere giù in
chiesa, a mattutino, quando faceva freschetto, essi avevano ordinato, molti
anni addietro, la costruzione di un altro Coro, chiamato Coro di notte, in
mezzo al convento; ed anzi era costato parecchie migliaia d'onze, tutto di noce
scolpito; ma adesso i Padri non si levavano neppur per andar lì, a due passi;
restavano a covar le lenzuola fin a giorno chiaro, e il mattutino lo facevano
recitare per loro conto ai Cappuccini, dietro pagamento. Viceversa poi, nelle
grandi solennità religiose, a Natale, a Pasqua, per la festa del Santo Chiodo,
tutti prendevano parte alle cerimonie la cui magnificenza sbalordiva la città.
Le prime a cui assistette il
principino furono quelle della Settimana Santa. Durante un mese la chiesa fu
sossopra, per la costruzione del Sepolcro, in fondo alla navata di sinistra:
chiusa da un grande impalcato, con le finestre sbarrate, tutta adorna di
candelabri di cristallo splendenti come blocchi di diamanti, e di vasi col
grano lasciato crescere al buio perché non prendesse colore, e popolata di statue
rappresentanti la Sacra Famiglia e gli Apostoli, era veramente irriconoscibile.
Il giovedì, a terza, tutto il monastero scese in chiesa, pel Pontificale, con
l'Abate alla testa, a cui i novizi portavano il bacolo, la mitra e l'anello e i
caudatari reggevano lo strascico. L'apparato era quello della Regina Bianca,
tutto di drappo rosso ricamato d'oro, e sull'organo maestoso di Donato del
Piano, tenori, bassi e baritoni scritturati a posta cantavano il Passio che la
folla pigiata stava a sentire come al teatro. Dirimpetto al soglio dell'Abate,
nei posti migliori, c'erano tutti gli Uzeda: il principe e il conte con le
mogli, donna Ferdinanda, Lucrezia, Chiara col marito; i quali, scorto Consalvo,
gli facevano segno col capo, sua madre e la zitellona specialmente, ammirando
la sua cotta candida e insaldata a mille piegoline, lavoro speciale delle Suore
di San Giuliano. S'udiva per tutta la chiesa, quando la voce potente
dell'organo taceva, un ronzìo come d'alveare, un urtarsi di seggiole, lo
stropiccìo dei passi; luccicavano i fucili e le sciabole dei soldati disposti
dinanzi alle tre porte e lungo le navate per aprire il varco alla processione,
più tardi. Intanto dodici poveri, rappresentanti i dodici Apostoli, erano
entrati nel Coro; l'Abate, inginocchiato, lavava loro i piedi — seconda
lavatura; essendo la prima già fatta in sagrestia affinché Sua Paternità per
lavar quei piedi non s'insudiciasse le mani.
Un mormorìo venne in quel momento
dal fondo della chiesa; Consalvo, dall'altare maggiore, si voltò e vide che lo
zio Raimondo, lasciato il suo posto, si faceva largo tra la folla dirigendosi
verso una signora. Era donna Isabella Fersa. Come tutte le altre dame, per la
tristezza della Passione, vestiva di nero; ma il suo abito era così ricco,
tanto guarnito di gale e di merletti, da parere un abito da ballo. Arrivata
tardi, non trovava un buon posto; Raimondo, raggiuntala, le diede il braccio e
la condusse, in mezzo a una doppia ala di curiosi, alla propria seggiola,
accanto a quella di sua moglie. La contessa Matilde, che usciva quel giorno la
prima volta dopo l'infermità, era tutta bianca in viso, e l'abito di lana nera
contribuiva a farla parere ancora più pallida. Poi, giusto in quel punto Gesù
moriva: la chiesa oscuravasi repentinamente, i fratelli rovesciavano i
candelieri sugli altari, toglievan via le tovaglie bianche e le sostituivano
con quelle violacee, avvolgevano d'un velo la croce; e i monaci anch'essi,
lasciati i paramenti di festa, indossavano quelli del corrotto. Nella penombra,
i ceri risplendevano con fiamma più viva, e il Santo Sepolcro era una raggiera,
dalle tante torce, dalle tante lampade, dai tanti riflessi dei cristalli e
degli ori. Donna Isabella guardava con l'occhialetto lo spettacolo, mentre il
conte, chino su lei, le nominava ad uno ad uno i monaci e i novizi.
«Quello lì non è il vostro
nipotino?... Che bel chierichetto, contessa!...»
Matilde fece col capo un gesto
ambiguo. L'organo intonava il Miserere, e il canto doloroso era pieno di
sospiri profondi, di lunghi lamenti che facevano echeggiare ogni angolo della
chiesa scura, di schianti terribili per cui l'aria tremava, di gemiti lunghi
come quelli del vento invernale. Pareva che il mondo dovesse finire, che non vi
fosse speranza più per nessuno; Gesù era morto, era morto il Salvatore del
mondo; e i monaci, a due a due, con l'Abate a capo, scendevano dall'abside,
giravano per l'immensa chiesa tra due file di soldati che contenevano la folla
e presentavano le armi capovolte; poi l'Abate deponeva l'Ostia al Sepolcro.
Inginocchiata col capo sulla seggiola e il viso nascosto dal fazzoletto, la
contessa singhiozzava pianamente; donna Isabella esclamava:
«Che effetto produce questa
funzione!...»
Aveva anch'ella gli occhi un po'
arrossati, ma quando il conte le ridiede il braccio per condurla in sagrestia
s'appoggiò a lui languidamente.
«Per legge, non potrei venire...»
protestava. «Sono ammesse le sole famiglie...»
«Ma che!... Siete con noi! Diremo
che siamo cugini...»
Nella sagrestia ai parenti dei
monaci e dei novizi era offerto un lauto rinfresco: giravano i vassoi con le
tazze di cioccolata fumante, con le gramolate e i dolci e il pan di Spagna.
Consalvo, in mezzo alla mamma e a donna Isabella, riceveva carezze e
complimenti pel modo esemplare col quale aveva preso parte alle funzioni; Padre
Gerbini, senza avere ancora lasciato i paramenti mortuari, salutava le signore,
le invitava per la cerimonia del domani.
E il venerdì gli Uzeda arrivarono
coi Fersa; il conte dava il braccio a donna Isabella, che portava un altro
abito nero, più galante del primo. I sagrestani avevano serbato loro gli stessi
posti, facendovi la guardia in mezzo alla folla burrascosa. Ma i soldati la
frenavano e quando l'organo accompagnava il canto lugubre delle Tre Ore
d'agonia, il silenzio era profondo; solo Raimondo, seduto accanto a donna
Isabella, le diceva all'orecchio cose che la facevano sorridere. Intanto
l'Abate eseguiva la cerimonia della Deposizione della Croce: preso il
Crocifisso velato, lo deponeva per terra, sopra uno dei gradini dell'altare,
dove un cuscino di velluto, tutto trapunto d'oro, era preparato apposta. I
monaci se ne andavano via, il Sepolcro restava un momento vuoto; a un tratto,
mentre l'organo riprendeva più triste le sue lamentazioni, tutti riuscivano
dalla sagrestia, in processione, a due a due, col Superiore alla testa; erano
senza scarpe, coi piedi nelle calze di seta nera, per l'Adorazione della Croce.
Inginocchiandosi a ogni passo, in mezzo alla siepe dei soldati, scendevano fino
alla porta maggiore, risalivano fino all'altare, lì ad uno ad uno si buttavano
per terra dinanzi al cuscino del Cristo morto e lo baciavano. La folla saliva
sulle seggiole, per godersi meglio tutta la vista, donna Isabella e Raimondo si
passavano il cannocchiale, intanto che la contessa, genuflessa, pregava piangendo.
Alla fine della cerimonia, altro rinfresco in sagrestia; il principino,
vezzeggiato da tutti, fece servire prima i suoi parenti: don Eugenio beveva
cioccolata come fosse acqua, si ficcava in tasca i dolci che non poteva
mangiare; ma la zia Matilde non prese nulla.
Il Sabato Santo, per la funzione
della Resurrezione, Consalvo non la vide; lo zio Raimondo dava sempre il
braccio alla signora Fersa.
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