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Ogni sera, al capezzale della
bambina, tenendola per la manuccia fredda e bianca come di cera, senza fare
alcun moto col braccio irrigidito per non destare la piccola dormiente, la
contessa vegliava fino a tardi. A notte alta serravano i portoni e nella casa
addormentata non s'udiva più alcun rumore; solo dallo stanzino attiguo veniva
il lieve russare della balia accanto al letticciuolo di Teresina. Raimondo non
rientrava. Sul comodino stavano schierate le bottiglie dei medicamenti, i
vasetti di pomata, tutta la farmacia prescritta dal dottore per la povera
malatuccia. Era erpete quell'infermità, dicevano; cattivo umore che si sfogava
con eruzioni cutanee, con ingorghi di glandole: tutti sintomi rassicuranti,
poiché volevan dire che l'organismo espelleva il principio morboso.
Ella s'era votata alla Madonna
delle Grazie, le aveva promesso di vestire il suo abito fino alla guarigione di
Lauretta; in cuor suo aveva chiesto un'altra grazia alla Madonna: di illuminare
Raimondo, di ridestare il suo affetto di marito e di padre.
Fin da quando erano andati a
Milazzo, secondo la promessa fattale al Belvedere dopo il colera, egli aveva
ricominciato a smaniare, a mostrarsi infastidito e crucciato, a dichiarare che
non poteva restare a lungo lontano da casa sua per gli affari della divisione.
Ed ella s'era appena sgravata, stava ancora tra vita e morte dopo un parto
difficilissimo, quando, addotta una chiamata del fratello, egli se ne partì.
Rimase lontano pochi giorni, ma era la prima volta che l'abbandonava giusto nel
momento che la compagnia e l'assistenza di lui le erano più necessarie. La nuova
tristezza non giovò certamente a darle forza per vincer presto il male; ma un
dolore più grande l'aspettava e i suoi presagi dovevano tutti avverarsi, poiché
la creatura che ella aveva portata in grembo mentre il suo cuore agonizzava era
venuta al mondo così debole e stremata e cagionevole che pareva da un momento
all'altro dovesse mancare. Lunghi e lunghi mesi erano così passati, quasi un
anno intero, senza che ella potesse lasciar la casa paterna e il capezzale
della bambina: durante quell'anno Raimondo era andato e venuto, partito e
ritornato parecchie volte, ed ella aveva a poco a poco fatta l'abitudine a
quelle assenze, non potendo seguirlo né opporsi alle ragioni d'affari che le
adduceva. Quando i medici ordinarono il mutamento di aria alla creatura convalescente,
egli volle condurre tutti a Catania. Anche il barone lasciava Milazzo, andava a
Palermo con l'altra figlia Carlotta; perciò Teresina, non potendo restar sola,
venne col babbo. Non era parso vero a Matilde di vedere Raimondo premuroso per
le figlie, ed ella aveva quasi benedetto le sue sofferenze, se per esse godeva
di quella tregua; ma appena arrivata in casa degli Uzeda, aveva visto ricadere
la sua figliuolina e Raimondo trascurarla, lasciarla sola in mezzo a quei
«parenti» che la guardavano come prima di traverso e, cosa più dura al suo
cuore di madre, la ferivano nelle sue bambine. Della più piccola deridevano le
sofferenze e predicevano la morte; ma le maggiori ostilità erano contro
Teresina. La bambina, vivace, curiosa, inquieta, commetteva spesso qualche
monelleria, guastava qualche cosa nei suoi giuochi, gridava allegramente
correndo per le stanze; allora la rimproveravano, la mandavano via; il principe
diceva d'aver messo Consalvo ai Benedettini giusto per star tranquillo in casa,
e invece gli disordinavano tutto, gli toccava udire strilli peggio di prima...
Egli era più indulgente per la propria figlia, l'altra Teresina, e tutta la
famiglia e gli stessi servi trattavano diversamente le due cuginette, dando il
primo posto alla principessina. La stessa principessa Margherita, sola buona e
dolce, non poteva nascondere la preferenza per la figliuola; e Matilde, benché
riconoscesse che avevano ragione, soffriva di questa disparità di trattamento.
Teresina sua, a sei anni, era
vana come una donnina: si guardava a lungo allo specchio, assisteva
all'acconciarsi della mamma sgranando tanto d'occhi, andava matta pei nastri,
per gli spilloni, per le pezze vecchie; e la zitellona se la prendeva con la
civetteria di sua madre, scoteva la testa predicendo male dell'avvenire, faceva
piangere la contessa a quella specie di malìa operata contro l'innocente.
Incrudelivano su lei per un'altra ragione, adesso; perché il viaggio del barone
a Palermo aveva lo scopo di combinare il matrimonio dell'altra figlia Carlotta.
Pretendevano che questa non si maritasse, che ella s'opponesse ai disegni del
padre, alla felicità della sorella, affinché tutta la sostanza paterna restasse
un giorno a lei! E poiché simili calcoli non capivano nella sua mente, la
guardavano in cagnesco, la martoriavano nelle sue bambine, quasi ella avesse
loro portato via qualcosa...
Raimondo, in verità, non
mostravasi per nulla crucciato dei disegni di matrimonio; ma ricominciava a
trascurarla, scappava via subito dopo colazione, tornava al finire del desinare
per andar fuori un'altra volta fino a notte tarda. A veder maltrattare le sue
figlie, Matilde sentiva le lacrime salirle agli occhi; si chiudeva in camera
con Teresina, la scongiurava di star buona, si studiava di trattenerla quanto
più a lungo era possibile perché non tornasse di là; né quando Raimondo
rincasava ella accusava i parenti di lui, per evitargli un dispiacere, perché
non dicessero che veniva a seminar zizzania in famiglia: lo pregava soltanto di
non lasciarla sempre sola... L'ostilità degli Uzeda verso di lei, i rimproveri
e gli scherni rivolti alle sue creaturine, tutto le sarebbe parso nulla, se la
gelosia non fosse tornata a roderla. Egli aveva ripreso a corteggiare la Fersa,
andava a trovarla in casa, tutte le domeniche in chiesa s'incontravano alla
stessa messa: ed ella non poteva più pregare, vedendosi dinanzi costei,
comprendendo che egli non l'aveva dimenticata, che era di nuovo sedotto dalla
sua eleganza, dalla languidezza dei suoi atteggiamenti, dai gesti studiatamente
graziosi coi quali portavasi il fazzoletto profumato alle labbra, o agitava il
ventaglio di piume, guardandosi attorno, o chinava il capo sul libro delle
preghiere senza voltarne mai una pagina!... In chiesa! Nella casa di Dio!...
Ella non poteva comprendere quella commedia, le pareva un continuo, enorme
sacrilegio. E a San Nicola, per le cerimonie della Passione, era venuta con
abiti di gala, come ad un allegro spettacolo, facendo voltar la gente con la
sconvenienza del suo contegno!... Perché dunque Raimondo doveva metterle vicino
costei, far notare anche lui alla gente un'assiduità che già dava argomento a
mormorazioni?... Il giorno di Pasqua, piangendo di dolore e di tenerezza, ella
s'era confessata con suo marito, al capezzale di quell'innocente: «Per questo
giorno solenne, per amore di questa innocente, giurami che non mi farai più
soffrire...» Ed egli le aveva domandato: «Che ti faccio? Di che mi accusi?...»
«Mi lasci, trascuri le tue figlie, non pensi a noi, non ci vuoi più bene...»
Scrollando il capo, Raimondo aveva esclamato: «Le tue solite fissazioni, le tue
solite fantasie!... Ti trascuro? Come ti trascuro? Quando, perché, per chi ti
dovrei trascurare?...» Per chi?... Per chi?... E con più calore egli aveva
ripreso: «Sicuro, per chi? Ricominci, colla tua sciocca gelosia? Ti sei messa
qualche altra fisima in testa?... Per donn'Isabella, eh?...» L'aveva nominata
lui! «Ho capito! Perché le ho ceduto la mia sedia, perché l'ho invitata con
noi!... Ma queste, cara mia, sono regole di buona creanza. Bisognava venire in
questa bicocca miserabile per sentirsi rimproverare una cosa simile!...»
E in quell'estate del '57 fu
visto più assiduo coi Fersa; al teatro, dove andava tutte le sere, nella
barcaccia, saliva spesso nel loro palco quand'era la loro volta d'abbonamento;
li incontrava anche dalla zia Ferdinanda, dalla quale donna Isabella andava
spessissimo; al Casino dei Nobili giocava quasi sempre col marito, dal quale si
lasciava vincere ogni giorno. Quantunque potesse servirsi della carrozza del
fratello, aveva comperato una magnifica pariglia di purosangue e un phaeton
nuovo fiammante col quale andava dietro alla carrozza dei Fersa: alla Marina,
quando c'era musica, scendeva, lasciando le redini al cocchiere, per mettersi
al loro sportello e chiacchierare con donna Isabella, con la suocera e col
marito. Vestiva con maggiore ricercatezza del solito, non stava mai in casa se
non, come per una coincidenza tutta fortuita, quando essi venivano a far visita
alla principessa. Il tema del suo discorso era continuamente Firenze, la vita
delle grandi città, l'eleganza e la ricchezza degli altri paesi; egli si
metteva vicino a donna Isabella, esclamando: «Voi sola mi capite!» quando se la
prendeva con la sorte che l'aveva fatto nascere in quella bicocca e ve
l'inchiodava, mentre non avrebbe voluto metterci i piedi, mai più: «Ma che
proprio ho da lasciar qui l'ossa? Non credo! Non è possibile!...» E udendolo
parlare a quel modo, Matilde chiedeva a se stessa perché, dunque, egli non
andava via e non manteneva l'altra parte della promessa fattale un anno e mezzo
addietro, quella di tornare alla loro casa fiorentina. Per gli affari, forse?
Ma quantunque Raimondo non le tenesse discorso di queste cose, ella sapeva che
della divisione non si parlava ancora e non si sarebbe parlato per un pezzo.
Prima il colera, poi lo strascico
d'inquietudini che la pestilenza aveva lasciato, poi la partenza del fratello,
erano state ragioni per le quali il principe non aveva parlato della divisione.
Adesso quel nuovo lusso costava a Raimondo; egli chiedeva continuamente a
Giacomo somministrazioni in denaro, e questi non gli faceva ripetere le
richieste, dimostrando tuttavia che era ormai tempo di procedere alla
sistemazione definitiva dell'eredità; ma a Raimondo tornava comodo prendere i
quattrini senza stare a far conti, a citare i pagatori morosi, o ad impacciarsi
in tutte le noie grosse e piccole dell'amministrazione. Quando il fratello gli
esponeva un dubbio, o chiedeva il suo parere intorno alla proroga d'un affitto,
alla conclusione d'una vendita, egli rispondeva: «Fa' tu, fa' come credi...»
L'importante, per lui, era aver denari; alle volte, richiedendone con troppa
frequenza, il principe gli diceva: «Veramente, i fattori non hanno ancora
pagato; abbiamo avuto molte spese: però, se vuoi, posso anticiparti quel che ti
bisogna...» ed egli prendeva i quattrini a titolo d'anticipo o di prestito. Non
s'occupava insomma di nulla fuorché di spendere, con una cieca fiducia nel
fratello, la quale faceva andare in bestia don Blasco. Già il monaco, saputo
l'affare delle cambiali, aveva gettato fuoco e fiamme contro il principe,
dichiarandolo capace di aver falsificato la firma della madre, perché «quella
bestia di mia cognata era una testa di cavolo, sì, ma non al punto di piantar
debiti da una parte e di serbar quattrini dall'altra». E aveva ricominciato ad
aizzare gli altri nipoti contro «quell'imbroglione», spingendoli ad impugnare
la validità di quegli effetti che chiamava «cavalli di ritorno» perché, se non
erano falsi del tutto, dovevano essere vecchie cambiali ritirate dalla
principessa, trovate da Giacomo tra le carte e rimesse a nuovo per la
circostanza! Ma poiché quell'altre bestie di Chiara, del marchese, di
Ferdinando, di Lucrezia facevano orecchio da mercante — come non si trattasse
dei loro propri interessi! —, il monaco quasi quasi era stato sul punto di
dimenticare l'antica avversione per Raimondo e di andare a svelargli le magagne
del coerede e fratello, a gridargli: «Apri gli occhi, se no ti metterà nel
sacco e ti mangerà!...» Vedendo ora che erano tutt'una cosa, si rodeva il
fegato notte e giorno, e un ultimo fatto l'aveva inviperito e indotto a
strepitare contro quei «pazzi e birbanti» al convento, nelle farmacie, anche
per le pubbliche strade con la prima persona capitata. Alla zolfara dell'Oleastro
gli Uzeda, scavando scavando, avevano oltrepassato, sotterra, il confine della
proprietà superficiale: i proprietari limitrofi iniziavano quindi una lite.
Raimondo, a cui l'apposizione d'una semplice firma in coda alle ricevute ed ai
contratti già pesava, mostrò in quell'occasione al signor Marco, che veniva per
fargli leggere gli atti della lite, il proprio fastidio per tutte quelle
continue «seccature»; allora il signor Marco gli propose: «Vostra Eccellenza
perché non fa una procura al signor principe? Così risparmierà tante noie e le
cose anderanno anche più spedite, fin a quando, pagate le sorelle di Vostra
Eccellenza, si procederà alla divisione...» Raimondo non se lo fece dire due
volte e firmò subito l'atto col quale il principe ebbe mandato d'amministrare
l'eredità in nome anche del coerede.
Ora Matilde, conosciuto
l'accordo, aveva domandato a se stessa perché mai Raimondo restava ancora in
Sicilia? Se non s'occupava più degli affari, qual altro interesse ve lo
tratteneva? Ed ella ricominciava a struggersi di gelosia, vedendolo ancora una
volta accanto a quella donna, non potendo soffrire di vederla trattare da amica
mentre una voce interiore l'avvertiva di non fidarsene. Ammalata di cuore e
d'imaginazione, con la sensibilità eccitata dai dolori continui, ella adesso
credeva ai funesti presentimenti, temeva e sospettava di tutto. Nella felice
ingenuità di altri tempi, avrebbe mai accolto il sospetto che il principe
lasciasse libero Raimondo di fare quel che più gli piaceva e quasi secondasse i
suoi vizi, e lo incitasse a giocare e gli procurasse le occasioni di veder
quella donna, per distorglierlo dagli affari ed averne solo il maneggio? Un
sospetto così tristo non le sarebbe neppure passato pel capo quando ella
credeva tutti buoni e sinceri; adesso, spaventata degli altri e di se stessa,
non riusciva a combatterlo... Come respingerlo, se il principe pareva mettere
ogni impegno perché quella donna Isabella venisse al palazzo Francalanza,
mentre la suocera di lei, donna Mara Fersa, cominciava a mostrare una specie di
diffidenza per quelle relazioni divenute troppo intime?...
Donna Mara Fersa aveva tollerato
molte cose alla nuora palermitana; la rivoluzione mèssale in casa, il mal
nascosto compatimento col quale la trattava, i gusti costosi e le opinioni
ardite; ma chiusi tutt'e due gli occhi quando ne soffriva lei stessa, non
intendeva chiuderne neppure uno se era in giuoco suo figlio. L'amicizia degli
Uzeda, sissignore, stava benissimo e le faceva anche tanto piacere: ma che
Raimondo stesse sempre alle costole dell'Isabella, in casa propria o in quella
di lei, in chiesa, in teatro ed al passeggio, forse usava a Firenze ed era una
cosa elegante, di quelle che lei, educata al vecchio modo, non comprendeva; ma
non le piaceva nient'affatto e non intendeva che continuasse. Senza addurne la
ragione per non mettere il carro avanti ai buoi, aveva fatto capire al figlio
ed alla nuora che, trattando da buoni amici gli Uzeda, non c'era poi bisogno
che si spartissero il sonno. Ella predicava ai turchi: Mario Fersa era più che
mai infatuato del principe e del conte, donna Isabella sempre insieme con la
principessa, con Lucrezia e con donna Ferdinanda. Allora, vedendo inutili le
proprie esortazioni, poco sofferente di sapersi disobbedita e inascoltata in
una cosa che la nuora doveva intendere alla prima, donna Mara s'era mostrata,
incapace di nascondere quel che aveva in corpo, inusitatamente acre ed ironica
verso di lei, e nello stesso tempo aveva dichiarato al figliuolo il motivo
delle proprie inquietudini. Tuttavia, per non precisar troppo, s'era mantenuta
sulle generali, dicendo che quella vita in comune era pericolosa, che in casa
Uzeda, oltre ai tanti uomini che vi bazzicavano, si trovavano due giovani come
il principe e il conte accanto ai quali non istava bene che l'Isabella si
lasciasse vedere continuamente... Suo figlio, però, non l'aveva lasciata
finire: «Il principe? Raimondo? I miei migliori amici?...» E dall'indignazione
passando al riso: «Sospettar di loro? Di due buoni padri di famiglia?...» Né le
ragionate insistenze della madre ebbero altra risposta. Frattanto donna
Isabella, al piglio severo, ai modi bruschi solitamente adottati dalla suocera,
se prima aveva mostrato di stare in quella casa con una specie di prudente ma
dolorosa rassegnazione, prendeva adesso decisamente l'attitudine d'una vera
vittima. Con Raimondo, quando costui le diceva la noia, l'infelicità della vita
di provincia, ella scrollava il capo, approvava, ma soggiungendo che si poteva
star bene anche in una campagna o in un deserto, a patto di sentirsi circondati
di premure e d'affetto... di vedersi intorno persone care... capaci di
comprendervi e d'apprezzarvi... E donna Mara gonfiava, gonfiava, vedendo che
niente riusciva, cercando un mezzo più energico per metter fine a quella «commedia».
Fersa, per conto suo, continuava a non accorgersi di nulla, perché avrebbe
negato la luce del giorno prima di sospettar della moglie e di Raimondo, col
quale faceva vita insieme e stava tutto il giorno e tutte le sere a
chiacchierare o a giocare al casino o nella barcaccia del Comunale. Egli era
più che mai orgoglioso dell'amicizia che gli dimostrava il principe, dei lunghi
discorsi che questi gli teneva, mentre Raimondo e donna Isabella discorrevano
in un angolo; e cascava poi dalle nuvole quando la madre gli veniva a dire,
bruscamente: «Andiamo via, che è tardi!...»
Ora un bel giorno Raimondo,
andato a far visita in casa Fersa, e dopo aver visto donna Isabella dietro le
vetrate, s'udì rispondere dalla cameriera che non c'era nessuno. Lì per lì, egli
rimase; a un tratto fu per dare uno spintone alla porta ed entrare a viva
forza; ma riuscito a stento a contenersi, scese le scale ed uscì nella via
rosso in viso come per un colpo di sole. Subito aveva capito donde veniva la
botta, essendosi già accorto della freddezza di donna Mara; e all'idea della
contrarietà e dell'ostacolo, il sangue gli ribolliva nelle vene, gli saliva
alla testa, gli faceva veder fosco... Fin a quel momento, egli aveva cercato la
compagnia di donna Isabella perché gli pareva una delle poche signore con le
quali poter discorrere, perché gli rammentava la società di fuori via, perché
gli piaceva di persona, anche, ma non molto, non tanto da voltar l'animo alla
sua conquista. Non l'idea di cagionare la rovina di lei, non l'amicizia del
marito lo avevano distolto da questo proponimento; Fersa anzi, con la sua
adorazione per la moglie e la cieca fiducia che dimostrava a lei ed a lui, gli
pareva destinato alla solita disgrazia; e donna Isabella, con quel suo contegno
da vittima, con l'istinto della civetteria che la dominava, con i suoi eterni
discorsi sulle anime fatte per comprendersi, doveva provare troppa voglia
d'esser compresa. Egli aveva sempre riso dell'amore, della passione, ed appunto
perciò sua moglie lo seccava, perciò non aveva perseguito mai altro che il
piacere comodo, pronto e sicuro; perciò la previsione delle noie che
l'avventura con la Fersa avrebbe potuto cagionargli l'aveva indotto a non
spingere troppo avanti le cose. Al Belvedere, pel colera, dove donna Isabella doveva
venire e non era poi venuta, egli s'era quasi rallegrato del mancato ritrovo,
divertendosi con l'Agatina Galano, quasi interamente dimenticando la lontana.
Rivedutala, la tentazione era risorta, e allora i piagnistei di sua moglie
l'avevano resa più forte; poi l'opposizione di donna Mara aveva messo nuova
esca al fuoco. Era così fatto, che gli ostacoli lo eccitavano, lo rendevano
smanioso e restìo come un puledro che senta il morso. Tuttavia s'era contenuto
ancora, pensando all'avvenire, ai fastidi sicuri, ai pericoli possibili; ora,
di repente, la consegna che gli vietava il passo in casa di lei gli metteva
addosso una gran voglia di sfondare quell'uscio e di portar via quella donna.
L'istinto sanguinario dei vecchi Uzeda predoni l'arrovellava; se avesse potuto,
avrebbe fatto un eccesso come quell'avo che s'era buttato coi cavalli addosso
al capitan di giustizia. Adesso, non tanto i tempi quanto le circostanze erano
diverse; egli non poteva fare uno scandalo, gli conveniva piuttosto
dissimulare, ricorrere alla politica ed all'astuzia... Appena arrivato a casa,
scrisse all'amica per dirle che aveva compreso «gl'ingiusti sospetti» dei suoi
parenti, per lagnarsi che «in quell'odioso paese» non fosse possibile stringere
e mantenere «le relazioni d'amicizia». La lettera fu recapitata per mezzo di
Pasqualino Riso, cocchiere del principe, il quale la diede al cocchiere di
donna Isabella, che gli era compare. Donna Isabella rispose immediatamente, per
la stessa via, querelandosi della «schiavitù» in cui era tenuta, della
sospettosa «cattiveria» esercitata su lei, ringraziandolo frattanto dei suoi
«delicati» sentimenti, dell'«amicizia» di cui le dava prova e che ella
ricambiava «di tutto cuore»; scongiurandolo però di «rinunziare a rivederla»
per non urtare la suscettibilità di «certe persone». Era lo stesso che dirgli:
«Fate di tutto per trionfare della loro opposizione...» I due cocchieri compari
tornarono a vedersi tutti i giorni, a riferire ambasciate verbali: Pasqualino,
di piantone all'angolo di casa Fersa, correva al Casino dei Nobili ad avvertire
il padrone, che aveva messo lì il suo quartier generale, delle uscite di donna
Isabella: così egli la seguiva egualmente da per tutto. Del resto, l'avvicinava
ancora alla carrozza e le faceva visita al teatro le rare volte che non c'era
la suocera; perché, sordo agli ammonimenti materni, dolente degli ingiusti
sospetti, il marito era con lui come prima, anzi gli faceva maggiori
dimostrazioni di amicizia, quasi a scusarsi della condotta della madre, e
veniva assiduamente al palazzo. Tutti gli Uzeda pareva si fossero data la voce
per proteggere e secondare quei due. Mentre essi parlavano fra loro, in un
angolo, il principe o donna Ferdinanda stavano a chiacchierare con Fersa, lo
conducevano in un'altra stanza; la zitellona andava attorno con donna Isabella
e quando incontrava il nipote si fermava per dargli l'agio di stare con
l'amica; meglio, la invitava più spesso a casa e Raimondo non tardava a
sopravvenire. Si vedevano anche dagli altri parenti dei Francalanza, dalla duchessa
Radalì, dai Grazzeri, più spesso dalla cugina Graziella che era divenuta grande
amica di donna Isabella. Tutti poi cospiravano per non lasciare accorgere di
nulla la contessa; però, avvertita da una specie di senso divinatore, Matilde
comprendeva che suo marito le sfuggiva; e dal dolore si struggeva in pianto.
Ora che la sua bambina stava meglio, che ella avrebbe potuto respirare
tranquilla, quel pensiero non le dava più pace. Ella sapeva che, a
contrariarlo, Raimondo s'incaponiva peggio nei suoi capricci; che, se v'era un
mezzo di ridurlo, questo consisteva nel lasciarlo fare di suo capo, ma come
rassegnarsi a saperlo pieno di un'altra, a sentirsi un'altra volta guardata con
occhio tra curioso e compassionevole da Lucrezia, dalla marchesa, dagli estranei,
dai servi? E gli si stringeva al fianco timida e supplice, gli diceva la sua
gelosia, lo scongiurava di non farla soffrire se era vero che non pensava a
quella donna.
«Maledetto paese!» esclamava con
voce concitata suo marito. «Chi è che inventa simili infamie? Sei stata tu
stessa? Hai messo in piazza i tuoi sciocchi sospetti, di' la verità?»
«Io?... Io?...»
«Vuoi rovinarla, vuoi farmi
ammazzare da suo marito?»
E allora un altro terrore l'aveva
agghiacciata: se anche Fersa si fosse accorto di qualche cosa? Se avesse voluto
vendicarsi?... A un tratto, ella vedeva suo marito freddato in mezzo a una
strada, con una palla in fronte, con un colpo di pugnale al fianco: tutte le
volte che egli tardava a rincasare, giungeva le mani, si premeva il cuore,
quasi udendo le grida delle persone di servizio atterrite all'improvviso arrivo
del corpo esanime; e accarezzando le sue bambine piangeva come se già fossero
orfanelle. Le coceva sopra ogni cosa di non potersi sfogare con nessuno, di non
aver qualcuno che la confortasse almeno di una buona parola. Al padre non
poteva dir nulla, e gli Uzeda tenevano il sacco a quell'altra; chi non spingeva
fino a tanto il rancore contro l'intrusa, restava neutrale, non
s'accorgeva neppure di lei.
Don Eugenio aveva già finito e
spedito a Napoli la memoria su Massa Annunziata. Portava per titolo: «Intorno
la convenienza — di essere intrapreso il discavo — della Sicola Pompei —
ossivero Massa Annunziata —, vetusta terra mongibellese — sepolta nell'anno di
grazia 1669 — dalle ignivome lave di quell'incendio vulcanico — con tutte le
sue ricchezze che conteneva — memoria sommessa al Real Governo delle Due
Sicilie — da don Eugenio Uzeda di Francalanza e Mirabella — Gentiluomo di
Camera di Sua Maestà (con esercizio).» La sera, egli leggeva alla società
la sua prosa, sulla brutta copia. C'erano espressioni di questo genere:
«Quandocchesia nel 1669 tra le più terribili eruzioni la nostra vi cadendo
annoverata... Dopoché appiacevolirono alquanto i tremuoti... A quale opera tuttosì
in Pompei intentando si viene... Non mi s'impunti in superbia alle conghietture
azzardarmi...» Erano il frutto di riforme grammaticali da lui studiate. Perché
apostrofare soltanto gli articoli, i pronomi e le particelle? Egli scriveva:
«Il flagell' accuorav' i naturali... La lav' avanzavas' incontr' a quel
borgo...» Per dar più scioltezza al discorso diceva: «ne continuando» invece di
«continuandone» ed anche «gli proporre» invece di «proporgli...» Don Cono
soltanto gli dava retta, discutendo se solenne dovesse scriversi con una
o con due elle; tutti gli altri voltavano le spalle a quella bestia che,
dopo aver perduto per la sua bestialità due impieghi, aspettava d'esser
nominato direttore degli scavi! Don Blasco e donna Ferdinanda, fra gli altri,
ma ciascuno per suo conto, glielo spiattellavano sul muso, senza riguardi:
cantavano ai sordi però, ché il cavaliere era sicuro questa volta d'aver
afferrato la fortuna pel ciuffo. Il marchese e Chiara, venendo tutti i giorni al
palazzo, era preciso come se non ci fossero; perché, mentre la gente parlava
d'una cosa e d'un'altra, essi ad altro non pensavano che alla prole. Ogni mese,
in un certo periodo, Chiara pareva proprio nelle nuvole: non rispondeva alle
domande che le facevano, o rispondeva a vanvera; poi traeva in disparte tutte
le signore, una dopo l'altra, e sottoponeva loro all'orecchio certi suoi
quesiti. Pertanto, quando don Blasco andava a casa di lei, aizzandola
nuovamente contro il principe e Raimondo, non gli dava retta, con la testa
scombussolata dalla continua ed intensa aspettazione. Ferdinando, da canto suo,
lasciava più che mai cantare lo zio monaco. Felice d'essere assoluto padrone
delle Ghiande, vi s'era sbizzarrito a modo suo; a poco a poco però il podere era
caduto in rovina, ed egli se n'era accorto. Tutte le cose lette nei libri
d'agricoltura aveva voluto provare: appurato, per esempio, che in ogni albero i
rami possono fare da radici e le radici da rami, aveva preso a sperimentar la
verità, schiantando gli aranci alti e rigogliosi per ripiantarli capovolti: ad
uno ad uno tutti gli alberi erano morti. Nondimeno egli non si sarebbe deciso a
smettere quelle sue speculazioni, se non ne avesse pensate altre di diverso
genere. Fra i molti libri che comprava glien'erano capitati alle mani alcuni di
meccanica; allora, rammentati gli antichi amori con l'orologiaio, aveva preso
un fattore per lasciargli in balia il podere, e s'era messo a fabbricare ruote
ed ingranaggi. Perché mai l'acqua nelle pompe aspiranti non andava mai più su
di cinque canne? Per la pressione atmosferica. Non c'era mezzo di
controbilanciarla? Ed aveva costruito un suo trabiccolo dove, per lavorar di
manubrio, l'acqua, non che a cinque canne, non saliva neppure ad un pollice. La
colpa fu tutta degli operai che non avevano capito i suoi ordini: egli si mise
intorno ad un problema molto più vasto: il moto perpetuo... Di quel che
avveniva in casa, in quel che operavano gli altri non s'impacciava, diradava
sempre più le sue visite al palazzo; se non fosse stato per Lucrezia, non ci
sarebbe andato mai. Sua sorella, però, se era occupata a far segnali a
Benedetto Giulente, non scendeva giù in sala. L'amoreggiamento continuava più
forte di prima, in ogni sua lettera il giovane le diceva che il tempo della domanda
si veniva sempre approssimando, che fra un anno il loro voto si sarebbe
compiuto. Lucrezia, quantunque non ci fosse più quel diavolo di Consalvo, pure,
perché non le frugassero in mezzo alle sue cose, chiudeva a chiave la sua
camera quando scendeva al piano di sotto, né il principe diceva nulla pel
disordine che ne derivava.
Così, nessuno dei legatari
s'occupava della divisione; e quanto a Raimondo, egli era più che mai intento
alla bella vita e ad inseguire donna Isabella in terra, in cielo e in ogni
luogo. Pasqualino Riso non faceva quasi più servizio, occupato com'era a spiar
le mosse della signora, a portar lettere ed ambasciate. Gli altri servi ne
erano perfino gelosi: il sottococchiere, specialmente, a cui toccava tutta la
fatica, e Matteo il cameriere. Essi parlavano a denti stretti della fortuna
capitata al compagno, non capivano come il principe continuasse a pagarlo
precisamente come prima, lasciandolo a disposizione del fratello; e dal
dispiacere quasi voltavano casacca, perché, mentre prima erano contrari alla
contessa, adesso la compiangevano, dicevano che non meritava quel tradimento e
quel trattamento...
L'acredine degli Uzeda contro la
Palmi diveniva veramente troppo viva, esercitavasi specialmente sulle figlie,
perché i mali tratti usati ad esse addoloravano la contessa più che quelli
diretti personalmente a lei. V'erano giorni terribili, quando donna Ferdinanda
alzava la mano su Teresina, che ella passava a piangere come una bambina, a
bere le sue lacrime perché non cadessero sulle lettere che scriveva al padre
per nascondergli il proprio dolore, per dargli a intendere che era felice...
Ai primi di settembre,
avvicinandosi la villeggiatura, il barone giunse da Milazzo per vedere le
nipotine e condurre tutti con sé nelle sue campagne, dov'era venuto anche il
promesso di Carlotta: il matrimonio si sarebbe celebrato fra un anno. Il
principe lo volle ospite al palazzo, anche gli altri che erano tanto duri per
la figlia lo accolsero con un certo garbo, quasi per non lasciargli sospettare
la mala grazia usata con lei... Né egli le lesse in viso i lunghi patimenti:
superbo di quella parentela, della nobiltà di quella casa, s'affermava
nell'idea d'aver assicurato la felicità di Matilde. Questa, all'arrivo del
padre, all'annunzio che egli veniva per condurli via tutti, ricominciò a
tremare per un'altra ragione: per l'antica paura che tra il padre e il marito
scoppiasse la guerra. Raimondo non si sarebbe rifiutato di seguire il
suocero?... Invece, improvvisamente, un raggio di sole brillò nella sua lunga
tristezza: all'invito del barone Raimondo rispose ordinando i preparativi del
viaggio. Era niente, quel consenso; non poteva rassicurarla, giacché in città
nessuno sarebbe rimasto, in quella stagione, e la Fersa andava come gli altri
anni a Leonforte; pure, nell'angustia a cui era ridotta, l'idea di andar via
dalla casa degli Uzeda, di tornar da suo padre, per consenso e in compagnia di
Raimondo, le faceva trarre liberamente il respiro.
Il principe invitò tutti al
Belvedere. Lì però le cose non andavano molto lisce, e i primi a provocare i
dissidi furono Chiara e il marchese Federico. Cominciando a perdere la speranza
di quel figlio tanto aspettato, quasi vergognosi di aver annunziato ogni
momento una gravidanza che non si confermava mai, marito e moglie erano ormai
pieni d'una malinconia che a poco a poco diventava una specie d'irritabilità,
d'izza latente e senza oggetto determinato. La marchesa, per suo conto
particolare, non poteva rassegnarsi alla mancata maternità, se n'accusava come
d'una colpa, e per farsi perdonare dal marito, se prima aspettava ogni sua
parola come quella d'un oracolo, adesso preveniva i suoi giudizi, intuiva le
sue volontà. Egli non aveva il tempo di voltarsi, per esempio, al soffio
molesto spirante da una finestra aperta, che Chiara già gridava alle persone di
servizio di chiudere ogni cosa, minacciando di cacciar via tutti al rinnovarsi
della trascuraggine; in conversazione, quando qualcuno raccontava un fatto o
manifestava un'idea, ella leggeva negli occhi al marito se la cosa non gli
andava a verso, e allora ribatteva vivacemente prima che egli avesse ancora
aperto bocca. Federico, per non esser da meno, si mostrava dello stesso umore
di lei, e così tutte le liti che evitavano tra loro le attaccavano invece con
gli altri. Ora l'inizio della guerra col principe, del quale erano ospiti, fu
l'affare del legato alla badìa di San Placido. Ostinandosi Giacomo a
considerarlo nullo per la mancanza dell'approvazione regia, la Madre Badessa
aveva chiamato gli avvocati del monastero, i quali ad una voce dichiararono che
le ragioni del principe non valevano un fico secco; che la principessa,
buon'anima, non aveva niente affatto istituito un benefizio, ma lasciata
un'eredità cum onere missarum; quindi che mancava assolutamente la
necessità dell'approvazione regia, quindi che il principe doveva metter fuori
le duemila onze; questi invece si incaponiva nell'altra interpretazione, e la
povera Suor Crocifissa piangeva sera e mattina. In un momento di malumore,
viste inutili le trattative amichevoli, la Badessa aveva confidato al marchese
ed a Chiara un'altra birbonata del principe: donna Teresa, felice memoria,
prima di partire pel Belvedere, donde non doveva più tornare, le aveva
affidato, perché la custodisse nel tesoro della badìa e la consegnasse al
signor Marco, il quale doveva poi darla a Raimondo, una cassetta piena di
monete d'oro e d'oggetti preziosi: appena spirata la madre, Giacomo s'era
presentato per ritirare il deposito; e poiché ella aveva opposto qualche
difficoltà, era tornato col signor Marco, al quale non aveva potuto
rifiutarlo...
Marito e moglie restarono un poco
scandalizzati, ma non si sarebbero smossi, se la Badessa, per tirarli dalla
sua, non avesse loro detto che il glorioso San Francesco di Paola non aveva più
reso fecondo il loro matrimonio e che la prima gravidanza era andata in fumo
perché essi lasciavano consumare il sacrilegio in danno della badìa. Con questa
pulce nell'orecchio, si rivoltarono tutt'e due contro il principe, ma
specialmente Chiara persuadeva il marito delle birbonate del fratello. Il
marchese chinava il capo alle ragioni della moglie, e a poco a poco dalla
fondazione delle messe e dal carpito deposito venivano alle altre quistioni
dell'eredità: alla divisione arbitraria, al numerario sottratto, ai conti
rifiutati, alla pretesa che la finta epoca dell'assegno facesse fede
dell'avvenuto pagamento, a tutte le ragioni di don Blasco, il quale scendeva
apposta da Nicolosi per soffiar nel bossolo. Fra sette mesi si sarebbero
compiuti i tre anni dalla morte della madre dopo i quali le donne dovevano
riscuotere la loro parte, che il principe, quantunque avesse promesso di pagare
anticipatamente, teneva ancora per sé; bisognava dunque mettere presto in
chiaro tutte quelle cose, stabilire ciò che veramente toccava loro. Ma
reciprocamente persuasi che, se non reclamavano, Giacomo li avrebbe messi in
mezzo, né la moglie né il marito osavano lagnarsi direttamente col fratello e
cognato, tanto era forte l'istinto del rispetto verso il capo della casa.
Chiara però volendo dimostrare il proprio zelo, si mise ad istigare Lucrezia,
perché poi questa cercasse di trarre dalla sua anche Ferdinando: ella si
chiudeva in camera con la sorella, o la tirava in un angolo, per dirle tutte le
ragioni dello zio monaco, aggiungendo che lei, Lucrezia, era la più sacrificata
di tutti, poiché, continuando la politica della madre, Giacomo non l'avrebbe
maritata, o l'avrebbe maritata il più tardi possibile, per restar padrone
d'amministrar la dote. Lucrezia, non comprendendo nulla degli affari, la
lasciava dire, rispondeva: «La vedremo!... Ho da dire anch'io la mia!...» Non
confidava alla sorella di voler bene a Benedetto Giulente, né avrebbe dato
retta alle istigazioni di lei, come non ne aveva dato a quelle dello zio
monaco, se il principe, accortosi di quei secreti conciliaboli, di quei
tentativi di congiura fatti nella sua propria casa, mentre godevano della sua
ospitalità, non avesse trattato più freddamente le sorelle e tolto il saluto a
Giulente. Lucrezia, risaputolo e consultatasi con la cameriera, la quale disse
che era tempo di farsi sentire se il principe si portava male anche col
«signorino», aprì l'orecchio alle ragioni di Chiara. La sorda ostilità tra
fratello e sorelle s'inasprì al ritorno dal Belvedere, quando Lucrezia cominciò
a lagnarsi con Ferdinando, per farlo entrare nella lega. Allora entrò in scena
Padre Camillo, il confessore.
Tornato da Roma dopo la morte
della principessa, il Domenicano era rimasto, con stupore di tutti, confessore
del principe come ai tempi della madre. Giacomo non solamente s'accostava al
sacramento, ma chiamava in casa il padre spirituale, prendeva consiglio da lui
come aveva fatto donna Teresa, e don Blasco fiottava contro «questo collotorto
Gesuita» che, dopo aver fatto da spia alla madre, faceva da spia al figliuolo,
ragione per cui «quel ladro» di Giacomo non lo aveva preso «a calci nel
preterito». Ma Padre Camillo, tutto Gesù e Madonna, neppure udiva le diatribe
del Cassinese; e presa un giorno a parte Lucrezia, le cominciò un lungo
discorso per dirle che dichiararsi malcontenta del testamento materno era un
peccato eguale a quello di disobbedire alla madre morta. La principessa, da
madre saggia e giusta, aveva ripartita la sua sostanza «con la bilancia»,
perché al cuore di una madre tutti i figli dovevano essere «egualmente cari».
Certo il principe e il conte avevano ottenuto una parte privilegiata; ma erano
appunto il principe, cioè il capo della casa, l'erede del titolo, e il conte,
cioè quell'altro dei figli maschi che aveva una famiglia da mantenere con
lustro. Per gli altri, la sant'anima aveva fatto le parti eguali «fino
all'ultimo baiocco». Le davano a intendere che avrebbe potuto aver terre,
invece di moneta? Egli citò l'antichità, i testamenti dei defunti principi di
Francalanza, l'istituzione fedecommissaria e la legge salica, portando ad
esempio quel che era avvenuto nella generazione precedente. Donna Ferdinanda
aveva forse avuto beni stabili? Adesso, sì, ne possedeva, ma perché, dotata di
quello spirito di accorta prudenza che era tradizionale nella famiglia, aveva
moltiplicato il capitale lasciatole dal padre, investendolo successivamente in
case e poderi. C'era anzi di più: chi aveva preso moglie, fra tutti quei figli?
Nessuno! Don Blasco, con vocazione «esemplare», aveva rinunziato agli adescamenti
del mondo per professarsi. La primogenita si era chiusa a San Placido, né il
duca e don Eugenio avevano preso moglie, né donna Ferdinanda marito. Perché?
Perché essi si consideravano come semplici depositari della loro parte di
sostanza! Nella presente generazione, la regola aveva avuto due eccezioni: il
conte che aveva sposato donna Matilde, Chiara che era diventata marchesa di
Villardita. Ma qui rifulgeva lo zelante amor materno della principessa. Non
tutte le persone son fatte ad un modo, ciò che ad uno pare soverchio od inutile
è ad altri conveniente; chi si contenta di uno stato e chi ne soffre. La
buon'anima aveva compreso che per la felicità di Raimondo il matrimonio era
necessario, quindi gli aveva dato moglie, senza badare a sacrifizi. Per Chiara,
una propizia occasione erasi presentata, ed a fine d'assicurare la felicità di
quella figlia la principessa le aveva perfino forzato la mano: adesso il tempo
dimostrava da qual parte fosse stata la ragionevolezza! Quanto a lei, Lucrezia,
Dio aveva permesso che sua madre morisse prima del tempo in cui avrebbe dovuto
pensare all'avvenire di lei; ma, se questa era stata una gran disgrazia, non
voleva poi dire che l'avvenire di lei non stesse a cuore al fratello maggiore.
Era strano parlare a una ragazza di certe cose, ma la necessità lo stringeva.
Certo il desiderio della santa memoria, desiderio ragionatissimo, fondato sopra
argomenti positivi e non sopra capricci, era che ella restasse in casa, ma se,
tutt'al contrario, ella avesse creduto pel proprio meglio di fare altrimenti,
le davano forse a intendere che, volendo ella maritarsi, il principe le si
sarebbe opposto? Quando si fosse presentata l'occasione di accasarla bene, col
decoro conveniente al suo nome, il principe non l'avrebbe lasciata sfuggire. Ma
bisognava aver fiducia in lui, esser sicura che egli non poteva desiderare
altro che il bene della sorella, considerandosi investito d'una specie di
tutela morale. E non dare l'esempio d'un dissidio funesto, che sarebbe stato di
scandalo in questo mondo, e d'infinita amarezza alla sant'anima nel mondo di
là.
Mentre il confessore teneva
questo discorso a Lucrezia, il principe ne teneva un altro un poco diverso a
donna Ferdinanda. La zitellona, pure vituperando i Giulente, s'era col tempo
rassicurata sulle loro pretese; quella bestia del duca non essendo più lì a
secondarle, ella credeva che l'amoreggiamento fosse finito del tutto. Invece un
giorno che si parlava della responsabilità dei capi di famiglia quando in casa
vi sono ragazze da marito, Giacomo disse alla zia che anche Lucrezia avrebbe
dovuto un giorno o l'altro accasarsi, che da parte sua l'avrebbe lasciata
libera di prendersi chi meglio le piaceva, tanto più che una scelta ella doveva
averla già fatta... La zitellona si rivoltò come un aspide:
«Ha scelto? Ha scelto? E chi è
che ha scelto?»
«Chi? Il solito Giulente...»
Ella diventò rossa in viso quasi
fosse sul punto di soffocare.
«Ah sì... Ancora?... E tu l'hai
lasciata fare?»
«Vostra Eccellenza sa bene come
siamo tutti di casa,» rispose il principe, sorridendo. «Quando ci mettiamo
qualcosa in capo, è difficile ridurci a mutar sentimento...»
«Ah, è difficile? Le farò veder
io se è difficile o è facile!...»
Da quel momento la zitellona
diventò una vipera con la nipote: le sgridate, per una ragione o per un
pretesto qualunque, s'udivano fin giù nelle scuderie; le allusioni ironiche ai
romanzetti fioccavano acri e pungenti, gl'insulti contro i Giulente si
seguivano e non si rassomigliavano. Diceva cose enormi dei vicini, li accusava
d'ogni porcheria e perfino di crimini. Non si contentava più di dire che erano
ignobili, affermava che il nonno del vecchio Giulente aveva accumulato i primi
quattrini facendo il bottinaio a Siracusa, suo figlio aveva rubato il
Municipio, suo nipote il governo, tutte le donne erano state altrettante
baldracche... Lucrezia la lasciava dire. Non capivano che più s'accanivano
contro Giulente più ella pensava a lui, che ogni discorso diretto a
distoglierla dal suo proposito glielo ribadiva in capo più saldo. «Sposerò
Benedetto, o nessuno,» diceva alla cameriera, dopo quelle sfuriate. «Hanno
voglia di gridare; quando sarà l'ora, lo sposerò.» Il principe intanto, dopo
averle sciolto contro quel cane, la trattava meno duramente. Un giorno che la
donna portava una lettera di Giulente alla padroncina, egli le tolse la carta
di mano, ne lesse l'indirizzo, e gliela restituì. Donna Vanna corse dalla
signorina per dirle, ansante: «Vostra Eccellenza stia di buon animo! Vuol dire
che ci ha piacere, che finalmente s'è persuaso...» Egli aveva anche raggiunto
lo scopo di rompere la lega tramata contro di lui, perché il marchese Federico,
fanatico della nobiltà quanto gli Uzeda, udendo che la cognatina incaponivasi
nel voler sposare Giulente, aveva dimostrato il proprio dispiacere per quel partito;
allora sua moglie s'era schierata con la zia contro la sorella, dandole della
stravagante, accusandola di pazzia. Lucrezia invece, sfogandosi con Vanna,
rammentava le smanie, i pianti, gli svenimenti di Chiara quando l'avevano
costretta a sposare il marchese: «E adesso si mette con quelli che vogliono
costringere me! Non m'importa della sua opposizione! Una pazza di quella fatta!
Una bandiera al vento! Ora è tutt'una cosa col marito che prima non poteva
sentir nominare; domani cambierà un'altra volta: vedrai!...»
In mezzo a quella guerra, tornò
Raimondo da Milazzo, senza la famiglia. Non s'occupò neppure un quarto d'ora
della casa e dei parenti; appena arrivato si chiuse con Pasqualino, il domani
fu visto seguire in chiesa la Fersa; le mormorazioni dei servi, dei curiosi,
degli scioperati del Casino dei Nobili ricominciarono. Aveva detto a sua moglie
che sarebbe rimasto lontano una settimana, per affari, ma dopo due mesi non le
annunziava ancora il ritorno. Alle lettere di lei rispondeva chiedendo tempo, o
non rispondeva affatto; in carnevale, Matilde lo raggiunse, accompagnata dal
padre. Egli l'accolse con tre parole, pronunziate freddissimamente:
«Perché sei venuta?»
Aveva combinato una serie di
divertimenti con gli amici che gli davano mano; il giovedì grasso, in un carro
rappresentante un vascello dove tutti erano mascherati da marinai, passò e
ripassò sotto la casa di donna Isabella, scagliando fiori e confetti per un
quarto d'ora ogni volta contro i suoi balconi; il sabato, a una festa a contribuzione
nelle sale del Palazzo Comunale ballò tutta la sera con lei; il lunedì
ricominciò, al veglione del Comunale. E Matilde, lasciata sola dal padre che
era andato a raggiungere le bambine, ripeteva tra sé quella domanda, le sole
parole che egli aveva trovato per rispondere alla premura di lei: «Perché sono
venuta?» Per assistere a questo!... Egli dunque continuava a fingere, a
mentire, ad ingannarla; anzi, neppure se n'era data la pena! Appena arrivato a
Milazzo, aveva smaniato come un pazzo contro la vita di quella spelonca,
l'aveva torturata con lagnanze, con rimproveri, con un malcontento quotidiano,
con un malumore di tutti i momenti, finché non era riuscito a scappare. Ma
ingiustizie, sgarbi, violenze, gli avrebbe perdonato ogni cosa, tanto gli voleva
ancora bene; gli perdonava perfino l'indifferenza con la quale trattava le sue
figlie, le innocenti creature che erano sangue suo! Ma vederselo sfuggire, ma
saperlo tutto d'un'altra, ma ritrovare sulla persona di lui il profumo degli
abiti, delle mani, dei capelli di quell'altra; questo no, ella non poteva
soffrirlo!
«Ah, ricominci? Sei dunque venuta
per rompermi di nuovo la testa?» rispondeva egli ai suoi tentativi di
rimostranze, ai suoi timidi rimproveri. «Perché non te ne sei rimasta con tuo
padre, dunque?»
«Perché io debbo stare con te,
perché il mio posto è al tuo fianco, e perché nemmeno tu devi lasciarmi!»
«E chi ti lascia? Se volessi
lasciarti, ti pare che sarebbe troppo difficile? A quest'ora avrei già fatto
fagotto, e me ne sarei andato a Firenze, a Parigi, o a casa del...»
«Andiamo via insieme! Perché non
torniamo a Firenze? Abbiamo là la nostra casa...»
«Perché in questo momento ho qui
da fare!»
«Se hai dato la procura a tuo
fratello...»
«Ho dato la procura per gli
affari ordinari dell'amministrazione; ora bisogna venire alla divisione e
pagare le mie sorelle, perché compiscono tre anni dall'aperta successione: hai
capito? O vuoi fatto il conto? Mia madre è morta nel maggio del '55 e siamo nel
marzo del '58... Sono tre anni, sì o no? Vuoi saper altro?»
«Perché mi parli così? Che t'ho
detto di male?»
«Nulla! Nulla! Nulla! Soltanto,
ti pare che sia un bel gusto sentirsi rotto il capo ad ogni poco con questi
sospetti continui?»
«No, no; non lo farò più... non
ti dirò più niente...»
Sarebbe stato capace di porre in
atto la sua minaccia, di abbandonarla, di abbandonar le sue figlie!... Gli
nascondeva quindi il proprio dolore, vedendo che egli continuava peggio di
prima, come se ogni rimostranza fosse stata invece un incitamento. Adesso
dicevasi che anche Fersa aveva finalmente dato ascolto alla madre, aprendo gli
occhi, facendo capire al conte che quelle assiduità non gli piacevano; e
infatti non conduceva più sua moglie dagli Uzeda, né si vedeva più Raimondo
avvicinare donna Isabella in pubblico; viceversa egli seguiva la carrozza dei
Fersa con la propria da per tutto, quasi inseguendoli; e in chiesa, al teatro,
le si piantava dirimpetto, senza più lasciarla con gli occhi.
Un giorno la cugina Graziella,
venuta al palazzo a chieder del principe, si chiuse con lui per dirgli:
«Cugino, debbo tenervi un
discorso molto grave...» Da molti anni, da quando Giacomo aveva preso moglie,
si davano del voi. «Donna Mara Fersa mi ha fatto parlare da un'amica... per
questa storia di Raimondo!»
«Quale storia?» domandò il
principe, quasi non comprendendo.
«Non sapete quel che si dice?...
Raimondo s'è messo in testa d'inquietare donna Isabella... e se ne accorge
ognuno, per dire il fatto della verità...»
«Io non mi sono accorto di
niente.»
«Non importa, cugino; ve lo dico
io!... Ed è una cosa che non sta bene e che mi dispiace... Un tempo,
s'incontravano spesso in casa mia, ed io li ricevevo a braccia aperte. Potevo
sospettar niente di male? Altrimenti non mi sarei prestata ad una cosa simile!
Raimondo è padre di famiglia, donna Isabella ha marito anche lei: che vogliono
fare?... In casa Fersa c'è guerra scatenata tra suocera e nuora: bisognerebbe
persuadere il cugino a farla finita, una buona volta.»
«E perché lo dite a me?» rispose
Giacomo, stringendosi nelle spalle.
«Perché? Perché io non ho molta
confidenza con Raimondo... e poi, sarebbe meglio che gli parlaste voi, che
siete il capo della casa, e potete...»
«Sbagliate. Io non posso nulla:
qui ciascuno fa a modo suo. Altro che capo! Persuadetevi che per poco non sono
la coda!...»
La cugina tornava a invocare
l'autorità del cugino, il principe a lagnarsi della mancanza d'accordo che
c'era in quella famiglia, mentr'egli invece avrebbe voluto che tutti fossero
uniti, affezionati l'uno con l'altro, disposti ad aiutarsi, a consigliarsi
vicendevolmente.
«Volete che io parli a mio
fratello? È capace di rispondermi: "Di che cosa ti mescoli?" E non
sarebbe la prima risposta di questo genere... Cara cugina, voi sapete che teste
quadre sono le nostre!... No, no, credete a me: sarebbe inutile, se non
peggio.»
La cugina, a cui non pareva vero
di poter mettere le mani in pasta, ricominciò quel discorso con la principessa.
«Dici davvero?...» esclamò donna
Margherita, la quale non si era avvista mai di niente.
«Povera Matilde!... Non meritava
questo trattamento!»
«È quel che dico io! Con una
moglie tanto graziosa, non si capisce perché Raimondo cerchi distrazioni fuori
casa... Ma la testa degli uomini: chi sa leggere in questo libro?... Mi
dispiace quanto l'anima! Due famiglie disturbate, mentre avrebbero potuto
vivere in pace ed armonia!... Basta, il cugino dovrebbe adesso persuadersi di
lasciar quieta donna Isabella. Per me, non avrei difficoltà di dirglielo a viso
aperto: non ho già paura che mi mangi! Ma sai bene: è vero che siamo cugini; ma
che si potrebbe dire, che io cerco di mettere il naso negli affari altrui? che
cerco di seminar zizzania? mentre sa Dio se mi dispiace, quanto l'anima!...»
La principessa scrollava il capo,
sinceramente addolorata, tanto più che non poteva far nulla. Suo marito non le
aveva ingiunto di badare ai casi propri, sotto pena di averla a far con lui?...
E la cugina Graziella cominciò ad armeggiare intorno a Matilde, deliberata di
dire ogni cosa a lei stessa. Non era la moglie? Chi più di lei poteva aver
diritto di parlare a Raimondo e interesse a distoglierlo da quella tresca?...
Riuscita una sera a capitarla sola nella Sala Rossa, cominciò a chiederle
notizie del barone, e del matrimonio della sorella, e della salute delle
bambine.
«Verranno qui, o andrete voi a
raggiungerle?»
«Non so,» rispose Matilde,
imbarazzata. «Non so che deciderà Raimondo.»
«Capisco!» rispose la cugina,
sospirando. «Gli uomini vogliono far di loro capo... oggi una cosa, domani
un'altra... Voi, naturalmente, vorreste andare al paese vostro, insieme con
vostro padre. S'ha un bel dire, la famiglia del marito, sì, sì, sì, ma la
propria non si dimentica mai! Anche il cugino dovrebbe persuadersi ad andar via
di qui... sarebbe molto meglio... anche per lui...»
Matilde chinava il capo, evitando
di guardarla, stringendo una mano con l'altra. La cugina continuò:
«Anche per lui... si leverebbe
dalle tentazioni... penserebbe soltanto alla sua famiglia!... Avete ragione
d'essere inquieta, capisco, poveretta... Non meritavate un simile trattamento...
Ma voi dovreste dirglielo!.. Siete sua moglie, insomma, la madre dei suoi
figli... Potete parlar alto... obbligarlo a finirla, una buona volta!...»
Con tutto il sangue alla fronte,
la contessa aveva chiuso gli occhi; poi s'era sentita agghiacciare; a un tratto
portò le mani al viso e ruppe in singhiozzi.
«Oh Signore!... Cugina!... Che
avete?... Santo Dio!... Cugina, non fate così!…»
«Io!... Io!...» balbettava
Matilde, con le labbra amaramente contorte dall'ambascia. «Io che piango da due
anni... Io che non ho più figlie... Io che l'ho pregato come si prega Gesù!...»
«Bontà divina!... Avete
ragione!... Ma zitta, non piangete così... Cugina mia, fatevi animo... Solo
alla morte non c'è rimedio!... Del resto io non credo che ci sia stato nulla di
male!... Chiacchiere della mala gente!... Raimondo è un po' scapato; ma,
questo? Non posso credere! La colpa, com'è vero Dio, è di quell'altra... Le
piace farsi corteggiare un poco, ma dal conte di Lumera, figuriamoci! Pura
vanità, statene certa e sicura! Ma non piangete!... Queste cose, santo Dio, mi
fanno male... Una famiglia così bella, dove avrebbe potuto esserci la pace
degli angeli, con due veri angioletti che sembrano scesi dal Paradiso!... Ma
vostro marito deve saperlo; vedrete che capirà... Perché non chiamate vostro
padre? Tocca a lui aiutarvi...»
Il barone, invece, le scriveva
rimproverandole l'abbandono delle figlie, accusandola di voler più bene al
marito che a quelle creature, chiamandola a casa per assistere al matrimonio
della sorella. Ella tentò ancora nascondergli la tempesta scatenatasi su lei,
la tortura a cui la poneva con quelle accuse; ma nell'autunno egli venne a
trovarla, improvvisamente, solo.
«Che cosa succede? Sei ammalata?
Che cos'ha tuo marito? Perché non m'hai scritto? Perché non sei venuta?»
Ella protestò che non accadeva
nulla, che s'era sentita poco bene, che appunto per questo non aveva potuto
andar da lui. L'imminenza d'una spiegazione tra suo padre e Raimondo
l'atterriva; conoscendo il carattere prepotente, i modi sprezzanti di suo
marito, e gli scatti d'ira di cui suo padre era capace, ella viveva con l'animo
sospeso, dimenticava i suoi dolori per evitare uno scoppio, tanto più che il
barone pareva non aver creduto alle sue proteste, mostrava un viso accigliato
in quella casa che prima era stato superbo d'abitare. Adesso stava molto fuori,
tornava con ciera più rannuvolata, non rivolgeva la parola a Raimondo. Una sera
si chiuse in camera con lei e le disse:
«Mi vuoi dire finalmente quando
la smetterai? Non negare, è inutile; so tutto...»
Ella tremava in tutta la persona,
balbettando:
«Che sai? Io non capisco... non
so nulla...»
«So che tuo marito fa una bella
vita, ti dimostra un grande amore,» esclamò il barone con voce gravida di sorde
minacce. «Ho ricevuto una lettera anonima; sono venuto per questo... La buona
gente non manca!... Ma poiché tu non parli... poiché non ti confidi a tuo
padre!... Adesso bisogna mettere le carte in tavola, hai capito?» e picchiò
forte con una mano contro l'altra.
«Sì, sì, non t'inquietare...»
Non sapeva adesso donde le
venisse quella calma sovrumana, quella forza di negare la cagione del suo lungo
cordoglio:
«Non t'inquietare, babbo mio
caro... non vedi come sono tranquilla?... Te lo giuro, non so nulla... Saranno
calunnie... c'è tanta cattiva gente!... Un anonimo!... Prendi sul serio quel
che scrive un anonimo?»
Il barone passeggiava per la
camera facendo scoppiare l'indice contro il pollice, volgendo intorno
accigliando gli sguardi.
«Tanto meglio!... Tanto
meglio!... Ma qui bisogna finirla con questo andirivieni continuo! Bisogna
decidersi a stare in un posto qualunque, ma stabilmente, a casa propria, coi
figli, come tutti gli altri cristiani...»
«È quello che diciamo anche
noi... Credi forse che non ne siamo persuasi?... Raimondo vuol tornare a
Firenze; ci saremmo già se non fossero gli affari della divisione, il pagamento
delle mie cognate...» E sorridendo soggiunse: «Ti pesano forse, le bambine?»
«Non far la stupida. Con me, sai,
non ci riesci.»
Ella sentiva in ogni parola del
padre, in quell'impeto a stento frenato, che egli aveva acquistato la certezza
del tradimento di Raimondo, di qualche cosa di più grave ancora; e il cuore le
si chiudeva, le si chiudeva, come in una morsa, e le forze l'abbandonavano, e
un brivido ricominciava a correrle per tutta la persona. Trasalì a un tratto
udendo Raimondo che picchiava all'uscio, chiamandoli.
«Che fate?» domandò loro
entrando, guardandoli curiosamente.
«Nulla...»
«Nulla,» ripeté il barone. «Si
parlava della decisione che dovete prendere... Vuoi continuare a star senza
casa, a pagar quella di Firenze per tenerla chiusa?»
«Io?» rispose Raimondo, con tono
stupito, come cascando dalle nuvole. «Io, se potessi,» proruppe, «a quest'ora
sarei scappato anche a piedi da questo fetido paese. Ah, vi pare forse che ci
stia per mio gusto, in mezzo a questi sciocchi, presuntuosi, ignoranti,
pezzenti, invidiosi, maleducati?...»
Nessuno lo teneva, mai s'era
scagliato con tanta violenza contro i propri concittadini; gestendo
vivacemente, quasi gli contraddicessero, sfilava la litania delle
recriminazioni, comprendeva nel proprio disgusto tutta la Sicilia, tutto il
Napolitano, l'intera razza meridionale.
«Allora, quando hai deciso di
partire?» interruppe secco il barone.
«Quando?...» ripeté Raimondo,
guardandolo un momento. «Non sapete che sono incatenato dagli affari?»
«Gli affari, volendo, si sbrigano
in otto giorni.»
Raimondo tacque un poco; poi
esclamò, stringendosi nelle spalle: «Sbrigateli voi, se potete.»
Il barone fece per replicare, ma
la parola vivace gli rimase in gola. Raimondo, magro, grazioso, elegante,
dominava con gli sguardi sprezzanti, con l'espressione sottilmente ironica del
viso bianco e delicato, la persona forte e vigorosa del suocero, dalle spalle quadrate,
dai polsi nodosi, dalla faccia abbronzata. Si guardarono un istante, mentre
Matilde, impallidita, batteva i denti, come per febbre; poi il barone guardò
sua figlia, vide lo sguardo smarrito che gli volgeva, e allora chinato il capo,
mormorò:
«Va bene... va bene... Procura
soltanto di far presto... Fra giorni si marita mia figlia; vi aspetto...»
Ripartì il domani. Sul punto di
andar via, disse a Matilde di tenersi pronta, risoluto com'era a condurla con
sé, anche sola, per costringere il genero a raggiungerla. Ella chinò il capo,
consentendo, gettandogli le braccia al collo dalla gratitudine, poiché
comprendeva che s'era padroneggiato per amore di lei per risparmiarle il dolore
d'una triste scena. Ma il barone era appena partito che Raimondo le disse:
«Sai che è curioso, tuo padre?
Crede forse che tutti debbano fare a modo suo? O che io abbia sposato lui?...
Agli affari di casa mia voglio pensare da me, capisci; e andare dove mi pare e
piace, quando mi pare e piace!...»
Ella gli diede ragione, soggiogata
come sempre dalla volontà di lui, allegando appena come scusa dell'assente il
bene che voleva ad entrambi.
Andarono a Milazzo pel matrimonio
di Carlotta; poi, partiti gli sposi e il barone per Palermo, tornarono a
Catania, anzi al Belvedere, dov'erano tutti gli Uzeda. Lì ella ebbe qualche
mese di tregua: i Fersa non c'erano, gli Uzeda parevano di nuovo rabboniti. Suo
padre scriveva un po' da Palermo, un po' da Milazzo, un po' da Messina; andò
poi anche a Napoli; finalmente tornò nell'aprile, insieme col duca d'Oragua.
Questi diceva d'esser venuto per affari, d'aver affrettata la partenza per
viaggiare insieme col barone, ma parlava molto degli avvenimenti pubblici,
della guerra di Lombardia, della malattia di Ferdinando ii. Il barone pareva un altro, in compagnia del duca;
l'intimità che s'era stretta fra loro due durante il viaggio l'aveva placato.
Nondimeno ripeté alla figlia l'offerta di condurla via con sé; ma poiché
Raimondo le aveva dichiarato che non poteva muoversi ancora, ella rispose:
«No, babbo... verremo tutti...
presto, fra giorni.»
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