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A San Nicola, dopo la
sistemazione del governo italiano, si faceva la stessa vita di prima, come al
tempo dei napolitani; anzi era questo uno degli argomenti sfoderati dai
liberali contro i sorci, durante le discussioni politiche che
s'impegnavano continuamente all'ombra dei chiostri.
«Avete visto? A darvi ascolto
doveva succedere il finimondo, dovevano mandare all'aria il convento, e invece
è sempre ritto...»
Pel momento i monaci seguitavano
a far l'arte del Michelasso. Il principino, crescendo, indiavolava. Prepotente
coi fratelli, incuteva adesso un vero terrore ai camerieri, dai quali
pretendeva le cose più proibite: coltelli arrotati per lavorar canne delle
quali faceva, cerchiandole di fil di ferro, schioppi e pistole; polvere da
sparo per caricare queste armi che gli potevano scoppiare, Dio liberi, tra le
mani e accecarlo di tutt'e due gli occhi; razzi e tric-trac
e altri fuochi artifiziati per cavarne la polvere, oppure zolfo, salnitro e
carbone per farla da sé. Aveva una inclinazione istintiva e invincibile per la
caccia: nel giardino, durante la ricreazione, non potendo far altro, tirava
sassate agli uccelli, a costo di spaccar la testa a qualche compagno, o
s'arrampicava sui muri per distruggere i nidi dei passeri a rischio di
fiaccarsi il collo egli stesso. E quando i camerieri non lo contentavano, non gli
procuravano le reti, il vischio, la polvere, li strapazzava, li denunziava al
maestro per colpe inventate di pianta, li metteva a più dure prove buttando
all'aria ogni cosa nella propria camera dopo che essi l'avevano rifatta... La
smania di fumare non gli era neppure passata. Attribuendo alla cattiva
preparazione del tabacco l'ubriacatura presa al tempo della rivoluzione, volle
fumare sigari per davvero, e prese un'ubriacatura più terribile della prima.
Scoperto anche questa volta, il maestro si decise a dargli un gran castigo,
vietandogli di uscire per una settimana; ma poi la settimana fu ridotta a tre
giorni, grazie all'avvicinarsi del Natale.
Ogni anno, per questa ricorrenza,
ciascuno dei novizi doveva recitare una predica, e riceveva in premio un'onza
di quattrini, quasi tredici lire della nuova moneta, più una scatola di
cioccolata e due galletti vivi. La predica di Natale toccava quell'anno '61 a
Consalvo Uzeda: l'aveva scritta il Padre bibliotecario, che era letterato,
perciò invece che nelle poche paginette degli altri anni, consisteva in un bel
quadernetto. Egli che aveva una memoria di ferro e una faccia tosta a tutta
prova aspettava la cerimonia con una tranquillità e una sicurezza ignote ai
compagni, ai quali i regali costavano quindici giorni d'ansia e uno di vera
paura. Il giorno della funzione, il Capitolo dove i monaci avevano già preso
posto nei loro stalli fu invaso dalla consueta folla dei parenti maschi: le
donne, per via della clausura, restavano accanto, nella sacrestia, della quale lasciavansi
spalancate le porte. Tutti esclamarono piano: «Che bel ragazzo! Com'è franco e
sicuro!» quando il principino, vestito della candida cotta piegolinata, salì
sul pulpito, guardò tranquillamente la folla degli spettatori e spinse uno
sguardo alla sacrestia rigirandosi tra le mani il rotoletto del manoscritto e
tossicchiando un poco, prima di cominciare. Sotto lo stallo dell'Abate, in
mezzo al principe, al duca d'Oragua, a Benedetto Giulente, don Eugenio diceva:
«Guardate che padronanza! Se non pare un predicatore consumato!» Ma la
stupefazione crebbe a dismisura quando il ragazzo, aperto il fascicolo e datavi
un'occhiata, lo abbassò, recitando a memoria: «Reverendi Padri e fratelli
dilettissimi, era una notte del più rigido verno, allorquando in una stalla di
Nazaret...» e tirando poi via sino in fondo senza guardare neppure una volta lo
scartafaccio, gestendo, facendo pause, cambiando il tono della voce come un
oratore provetto, come un vecchio attore sul palcoscenico. Finito che ebbe,
risceso che fu, per miracolo non lo soffocarono dagli abbracci, dai baci; la
principessa aveva le lacrime agli occhi, donna Ferdinanda anche lei era
commossa; ma, quantunque muta, l'ammirazione del deputato, al quale la sola
idea della folla serrava la gola e annebbiava la vista, non era la meno
profonda. «Che presenza di spirito! Che franchezza!...» e tutte le signore lo
attiravano, l'abbracciavano, lo baciavano in viso: egli lasciava fare,
restituiva i baci sulle guance fresche e profumate, torceva il muso dinanzi alle
flosce e grinzose; e oltre ai regali del convento intascava le lire che gli
davano gli zii. Il più contento, con tutto questo, era fra' Carmelo: gli pareva
d'essere l'autore di quel trionfo, d'aver diritto ad una parte degli applausi,
delle congratulazioni, dei baci delle signore. Non aveva covato con gli occhi
quel ragazzo nei cinque anni del noviziato? Non aveva vantato il suo ingegno,
predetto la sua riuscita? I maestri si lagnavano perché non amava lo studio:
doveva dunque fare il medico o l'avvocato o il teologo? Ai Benedettini ci stava
per ricevere l'educazione conveniente alla sua nascita; poi sarebbe andato a
casa sua a fare il principe di Francalanza!
E questo era il giorno che
Consalvo aspettava; per l'impazienza di non vederlo arrivare, per farsi mandar
via, egli sfrenavasi sempre più, metteva con le spalle al muro non più i
fratelli e i camerieri, ma lo stesso maestro. Durante la rivoluzione e subito
dopo, i Tignosi avevano tolto dal convento Michelino, i Cùrcuma
Gasparino, i Cugnò Luigi; né altri novizi erano entrati, fuorché Camillo
Giulente, giacché dicevasi che il governo avrebbe soppresso i conventi.
Restavano soltanto coloro che le famiglie destinavano a professarsi, Giovannino
Radalì, fra gli altri, il «figlio del pazzo». Morto suo padre, la duchessa, per
amore del primogenito, destinava il secondo a farsi monaco. Ma Consalvo, che
non doveva professarsi, voleva andar via, al più presto, subito; e invece suo
padre, ogni volta che egli gli domandava: «Quando tornerò a casa?» rispondeva
col solito suo fare secco e freddo che non ammetteva replica: «Ho da pensarci
io!» E non ci pensava mai, e il ragazzo sentiva crescere l'avversione che quel
padre rigido, del quale non rammentava una buona parola, gli aveva ispirata.
Quando andava a casa in permesso, egli stava un momento con la mamma, poi se ne
scendeva giù nella corte, passava in rivista i cavalli e le carrozze, domandava
il nome di tutti gli arnesi delle scuderie; e la tonaca gli pesava, perché non
gli permetteva di salire a cassetta e d'imparare a guidare. Aveva tempo di
spassarsi, gli diceva Orazio, il nuovo cocchiere, poiché Pasqualino era partito
per Firenze al servizio dello zio Raimondo; ma egli voleva spassarsi subito,
sottrarsi alla tutela dei monaci, fare quel che gli piaceva. E all'idea di
dover tornare nella prigione del convento, invidiava perfino le persone di
servizio, il figlio di donna Vanna, Salvatore, che era entrato in casa Uzeda
come mozzo di stalla, e passava tutto il santo giorno a cassetta, scarrozzando
per la città. Consalvo lo invidiava e lo ammirava per le tante cose che sapeva,
per le male parole che diceva liberamente; e fra' Carmelo, sonata l'ora di
ricondurlo al convento, doveva sgolarsi un bel pezzo prima di stanarlo dalla
stalla o dalla scuderia.
«Che hai fatto?» gli domandavano
la mamma e la zia.
«Nulla,» rispondeva, un po' rosso
in viso.
Era stato ad ascoltare i discorsi
di Salvatore, che gli narrava le gesta di tanti Padri Benedettini:
«La notte se n'escono per andare
a trovar le amiche, e certe volte le conducono con loro, nello stesso convento,
avvolte nei ferraioli: il portinaio finge di capire che son uomini!... Vostra
Eccellenza che c'è dentro non le ha mai viste?...»
Non aveva visto nulla, lui; e
tutte quelle cose apprese in una volta lo stupivano e lo turbavano.
«Ma non è peccato?...»
«Eh!...» faceva il famiglio. «Se
avessero cominciato essi! Hanno fatto sempre così, i monaci! I fratelli non
sono quasi tutti figli dei vecchi Padri?»
«Anche fra' Carmelo?»
«Fra' Carmelo?... Fra' Carmelo è
un'altra cosa... È bastardo del bisnonno di Vostra Eccellenza, fratello spurio
di don Blasco...»
«Perciò mio zio?»
«E Baldassarre anche lui...
fratello bastardo del signor principe... Si sono spassati i signori Uzeda!...
Poi, quando sarà grande, si divertirà anche Vostra Eccellenza!...»
Ah, come aspettava di crescere!
Con quanta impazienza, con qual rancore verso il padre vedeva scorrere i
giorni, le settimane, i mesi e gli anni, in quella prigione! Con qual animo
udiva adesso le prediche severe dei monaci, dopo aver saputo la loro vita!
Spesso discorreva di queste cose secrete con Giovannino, gli diceva quel che
avrebbe fatto appena fuori del convento; e Giovannino stava a sentire con aria
stralunata, quasi non capisse. Era così quel ragazzo, alle volte furioso come
un diavolo, alle volte inerte come uno scemo. Voleva anche lui andar via dal
convento, e dava, a giorni, in ismanie terribili; ma poi si persuadeva dei
ragionamenti della duchessa sua madre, che i quattrini di casa erano tutti del
fratello Michele, che a San Nicola sarebbe stato da signore, fra tanti altri
signori, e si chetava, non pensava più a scapparsene, non invidiava la futura
libertà di Consalvo.
Finita l'agitazione politica, era
venuta meno una gran causa di risse al Noviziato e tra i Padri; ma questi
avevano trovato un'altra ragione di battagliare. Le voci relative alla prossima
soppressione dei conventi erano state confermate da Roma; non poteva passar
molto che il governo degli usurpatori avrebbe messo le mani sui beni della
Chiesa. Don Blasco s'era nettata la bocca contro i liberali, i fedifraghi,
nemici di Dio e di loro stessi, che non avevano voluto dargli retta. Adesso
però, più che gridare, bisognava prendere un partito in previsione di
quell'avvenimento. A San Nicola s'era sempre speso allegramente tutta la
rendita del convento, nella certezza che la cuccagna sarebbe durata sino alla
fine dei secoli; ma col mondo sottosopra, col pericolo che il governo abolisse
dabbero le corporazioni religiose, non era più conveniente moderare le spese,
perché il più corto non rimanesse poi da piede? L'Abate, come sempre, aveva
preso consiglio prima di tutto dal Priore. Padre don Lodovico, modestamente,
non aveva voluto pronunziarsi: «Che posso dire a Vostra Paternità? L'avvenire è
nelle mani di Dio. Dalla nequizia dei tempi c'è tutto da aspettarsi. I nemici
della Chiesa son capaci di questo e d'altro. Non mi stupirei se ricominciassero
le persecuzioni dell'infernale Ottantanove.» Egli era sincero nel suo livore
contro il nuovo ordine di cose, che da principio aveva appoggiato per politica,
per tenersi bene con la nuova potestà temporale. Ma la soppressione dei
conventi distruggeva tutti i suoi sogni di rivincita, di predominio, d'onori.
Che cosa gl'importava ora mai del bilancio di San Nicola, mentre pericolava
tutto il proprio avvenire, il frutto di quindici anni di politica, mentre egli
doveva pensare a una nuova via da battere, a un altro scopo verso il quale
dirigere la propria attività? E quel poveromo dell'Abate insisteva per avere la
sua opinione sulle miserie della spesa quotidiana! «Dimmi tu come debbo
regolarmi! Che cosa faresti al mio posto?...» Un momento, don Lodovico provò la
tentazione di levarselo dai piedi; ma, chinato il capo, con maggiore umiltà di
prima, rispose: «Vostra Paternità è troppo buona! Le economie mi sembrano
sempre lodevoli. Se il Signore non permetterà che i suoi servi siano messi alla
prova, avremo qualche cosa di più da destinare alle opere buone...» Così
l'Abate s'era pronunziato pel risparmio, d'accordo col Capitolo; ma i monaci
non furono tutti d'un sentimento. Tra quelli che non credevano possibile la
soppressione, tra gli altri che temevano di dover rinunziare al lusso di cui
avevano sempre goduto, il partito delle economie trovava molti oppositori. In
mezzo ai due campi don Blasco non voleva né tenere né scorticare,
scaraventandosi a un tempo contro gli uni e gli altri. Combattere il sistema
delle economie con la speranza che il governo non commetterebbe la
spogliazione, egli oramai non poteva più, se questa spogliazione aveva prevista
e rinfacciata ai traditori liberali; e del resto le economie destinate ad
essere spartite tra i monaci in caso di scioglimento erano nel suo modo di
vedere, poiché egli avrebbe avuto la propria parte, uscendo dal convento; però
non voleva rinunziare allo scialo cui era avvezzo, e poi lo stesso fatto che
questo partito era capitanato dall'Abate e dal nipote Priore e da tutti quelli
del Capitolo faceva che egli si scagliasse contro di loro, chiamandoli «lerci
straccioni», gridando: «Vadano a fare i locandieri o i bottegai! Si mettano a
vender l'olio, il vino e il caciocavallo! A questo son buoni! Per questo
mestiere sono nati!...» Udendo dall'altro canto i patriotti cullarsi
nella certezza che il governo, in ogni caso, avrebbe pensato a loro, s'evacuava:
«il governo vi butterà fuori a pedate e vi porgerà il sedere da baciare! Giuda
vendé Cristo, ma n'ebbe almeno trenta denari. A voialtri toccheranno calci nel
preterito per giunta!...»
In fondo, all'idea della
spartizione dei quattrini, di possedere finalmente qualcosa di suo, era per le
economie, pure combattendole. Del resto a San Nicola la spesa era grande non
tanto per il valore delle cose acquistate, quanto pel modo regale di sperperare
i quattrini, di compensare il più piccolo lavoro, di far godere ai primi venuti
il ben di Dio accatastato nei sotterranei del convento. Con un certo ordine,
lasciando che i cuochi rubassero un po' meno di prima, che i fratelli destinati
al governo dei feudi s'arricchissero in un tempo un poco più lungo del consueto,
c'era da riporre, ogni anno, una somma che avrebbe fatto l'agiatezza di
parecchie famiglie. Ma le case regalate ai protetti dei monaci, per esempio,
non bisognava toccarle: don Blasco avrebbe voluto veder proprio questo, che
avessero tolta la bottega e il quartierino alla Sigaraia! E né lui né gli altri
volevano rinunziare ai loro diritti: spesato ed alloggiato, ciascun Padre aveva
tre rotoli d'olio al mese, una soma di carbone, una salma di vino, tutta roba
che andava a finire dalle amiche. Ora i risparmi stavano bene; ma ciascuno
pretendeva il suo.
L'Abate, o di buona o di mala
voglia, doveva lasciarli fare. Egli del resto chiudeva adesso un occhio, perché
aveva da propiziarseli. Camillo Giulente, compiti vent'anni ed espressa la
ferma decisione di pronunziare i voti, era passato al Noviziato formale. C'era
stato bisogno di una votazione, per questo, e l'opposizione contro l'intruso,
scatenatasi più violenta, aveva gridato e minacciato alto per impedire la
sanzione dello scandalo. Ma l'Abate aveva insistito personalmente presso tutti
i Padri, raccomandando quel ragazzo, facendo rilevare le sue eccellenti
qualità, il profitto ricavato negli studi, la sua triste situazione di orfano
povero. Ai capoccia aveva fatto parlare dal Vescovo e scrivere dai parenti,
dalle persone che potevano esercitare qualche influenza sull'animo loro: così
qualcuno s'era piegato, altri aveva dato una promessa in aria, e insomma
nonostante le grida e i complotti, Giulente era stato ammesso, ma per pochi
voti. La notizia aveva fatto chiasso: i nobili improvvisati, di fresca data, se
ne erano rallegrati come di una fortuna loro propria, riconoscendo l'influsso
dei nuovi tempi, l'azione spregiudicata dei Padri liberali; ma, tra i puri, lo
scandalo durava ancora.
Adesso, passato l'anno di prova,
innanzi che il novizio potesse pronunziare i voti, bisognava che il Capitolo
rinnovasse lo scrutinio. L'Abate, quantunque sicuro del fatto suo, pure
trattava tutti con le molle d'oro, s'affidava a don Lodovico, gli esponeva le
nuove ragioni che dovevano indurre i monaci a dire di sì. Dopo un primo voto
favorevole era mai possibile darne uno contrario, se durante tutto questo tempo
il giovanotto era stato il vivente esempio del rispetto, dell'umiltà, dello
zelo religioso? Del resto, se quel che si temeva dovesse realmente accadere, se
il governo avesse soppresso i conventi, che fastidio poteva dare il nuovo
monaco agli antichi? Era bene, anzi, nelle tristizie dei tempi, far vedere ai
persecutori della Chiesa che lo stato monastico rispondeva a un vero bisogno
sociale, se, col pericolo di non goderne più i vantaggi, i giovani chiedevano
egualmente di sopportarne i pesi...
E l'Abate, assicurato da don
Lodovico che tutto sarebbe andato a seconda, dormiva tra due guanciali.
Arrivato il giorno della votazione e posta ai Padri la quistione se volevano
fra loro il Giulente, trenta sopra trentadue votanti risposero no, e due soli
consentirono.
«Per una volta che si ragiona!»
esclamò don Blasco quasi sotto il naso di Sua Paternità.
Il complotto era stato preparato
sottomano da un pezzo. Alla prima votazione una metà dei votanti s'eran
lasciati piegare sapendo bene che quel voto non pregiudicava nulla, che
bisognava poi tornar da capo; ma dovendo ora dir sul serio, nessuno aveva più
esitato: borbonici e liberali, fautori e avversari dell'Abate, il partito delle
economie e quello dello scialo, s'erano tutti accordati nell'opporsi
all'ammissione tra i discendenti dei conquistatori del regno e dei Viceré di un
pronipote di mastri notari come Giulente. Non importava loro della prossima o
lontana fine della cuccagna, né dell'esempio da dare nell'interesse della
religione; c'era innanzi tutto il principio di tener alto, «il bestiame da non
confondere», come diceva don Blasco; se il giovane era orfano e povero, gli si
sarebbe dato da dormire e da mangiare, come a uno di quei tanti parassiti che
vivevano sul convento; ma permettere che rivestisse la nobile tonaca
benedettina? Che gli si dicesse Vostra Paternità? Che sedesse alla loro
mensa?...
E per tutta la clientela del
convento corse un lungo sussurro di approvazione: così andava fatto, sin dal
principio! Era una bella lezione data all'Abate!... Il giovanotto, dal
dispiacere, dalla vergogna, restò un mese senza farsi vedere. Quando riapparve,
pallido e con gli occhi rossi, non si seppe che cosa farne. Se i Padri non
l'avevano voluto, non era più possibile rimandarlo tra i novizi, alla sua età e
dopo quello scandalo, specialmente, che attirava sul povero diavolo le beffe e
gli insulti del principino e dei suoi compagni. Così l'Abate dovette
assegnargli una camera fuori mano, in fondo a un corridoio deserto; e Giulente,
lasciato l'abito di San Benedetto per l'umile veste del prete, se ne stava
tutto il giorno a studiare sui libri che il suo protettore gli faceva mandare
dalla biblioteca. Al refettorio, né i Padri né i novizi volendolo con loro,
egli mangiava alla seconda tavola, in compagnia dei fratelli di servizio... Don
Lodovico esprimeva il proprio dolore all'Abate per questa persecuzione. Egli si
era guardato bene dal far la propaganda della quale Sua Paternità l'aveva
pregato, prima di tutto perché il suo proposito di neutralità glielo vietava,
poi perché neppur lui voleva Giulente al convento. Nondimeno era stato il solo
a votare il sì, per dimostrare al superiore la propria fedeltà, sicuro
frattanto dell'unanime opposizione dei monaci. Dopo l'esito dello scrutinio,
gettava la colpa sulla doppiezza dei Padri, che dopo tante promesse, all'ultimo
momento, per uno «stupido» pregiudizio, s'eran disdetti... E così la baracca
andava avanti, col solito armeggio dei partiti, con le solite discussioni più o
meno burrascose, quando un bel giorno tutta la frateria fu messa a rumore da un
avvenimento straordinario, come al tempo della rivoluzione.
Garibaldi era già in Sicilia a
far gente, non si sapeva perché o, meglio, si sapeva benissimo: per andar
contro il Papa. Al suo avanzarsi un mal represso fremito si levava
tutt'intorno, per le città e le campagne, mentre le autorità si barcamenavano
non sapendo a qual santo votarsi, e un po' fingevano d'osteggiarlo, un po' gli
cedevano il passo. Quando egli si presentò dinanzi a Catania, la guarnigione
che doveva arrestarlo aveva già sgomberato la città, e il prefetto scese al
porto per imbarcarsi sopra un legno di guerra. E il Generale entrò coi suoi
volontari tra due siepi vive di popolazione che applaudiva e gridava
freneticamente, in mezzo a un delirio d'entusiasmo dinanzi al quale le stesse
dimostrazioni del Sessanta parevano tiepide e scolorite. Da un balcone del
circolo degli operai, dominando il corso gonfio di popolo come una fiumana,
egli spiegava lo scopo della nuova impresa, gettava con la voce dolce il grido
della nuova guerra: «O Roma, o morte!...» Poi, dove andò egli a porre il suo
quartier generale? A San Nicola!
Le grida, il trambusto che ci
furono lassù tra i monaci si lasciarono anch'essi molto indietro le
dimostrazioni del Quarantotto e del Sessanta. Don Blasco divenne un energumeno;
disse cose dei «piemontesi» che non fucilavano Garibaldi e di Garibaldi che non
spazzava via i «piemontesi», da far turare le orecchie a un saracino. E la sua
più viva speranza, la fede che lo sorreggeva, era quest'ultima: che i due
partiti si sterminassero reciprocamente, che i briganti della Basilicata
dessero l'ultimo crollo alla baracca, che succedesse così un cataclisma, il
diluvio universale non più d'acqua ma di ferro e di fuoco perché il mondo
risorgesse purificato dalle proprie ceneri. E i monaci liberaloni, «quei pezzi
di scannapagnotte», osavano ancora batter le mani mentre la rivoluzione ordiva
la finale rovina dell'ultimo rappresentante delle legittimità, del più augusto,
del più sacro: il Santo Padre! Battevano le mani come gli arruffoni, come gli
affamati in busca di un'offa, come i galeotti evasi di cui si componevano le
nuove bande! E dimenavano i fianchi ingrassati a spese di San Nicola, e si
fregavano le mani che la beata cuccagna permetteva loro di mantener bianche e
lisce come quelle delle dame!
«Manetta di mangia a ufo che
siete, avete forse vinto un terno al lotto? Non capite che più presto l'eresia
trionferà, più presto vi butteranno in mezzo a una strada? Di che vi
rallegrate, traditori più di Giuda? Non volete capire che avete tutto da
perdere e niente da guadagnare?»
«E con questo?»
«Come con questo?»
«Ci piglieremo anche noi un po'
di libertà...»
Quando gli dettero quella
risposta, il monaco impallidì poi tutto il sangue gli montò alla testa e gli
occhi parvero sul punto di schizzare dalle orbite.
«Ah, sì; ve ne manca?»
articolava. «Vi manca la libertà...? Siete chiusi in fondo a un carcere, poveri
disgraziati?... Che libertà vi manca, d'ubriacarvi come tanti otri? di crepare
dalla sazietà? di mantenere le vostre ciarpe?... Non lo sapete, no, come vi
chiama la gente?...» E spiattellò loro in faccia l'epiteto popolare col quale
erano designati da tutta la città: «Porci di Cristo!...»
In mezzo al baccano delle
discussioni che minacciavano di finire a cinghiate, il povero Abate pareva un
pulcino nella stoppa, non sapendo come fare, non volendo dar mano ad affrettar
lo scempio dei buoni princìpi, ma non potendosi opporre alla venuta dei
garibaldini. Pertanto s'afferrava al Priore, si metteva nelle sue mani, non lo
lasciava più. Don Lodovico, lagnandosi delle tristizie dei tempi, invocando dal
Signore la cessazione di quelle dure prove, prese le redini del convento e
preparò il ricevimento di Garibaldi: ordinò che dessero aria al quartiere
reale, che approntassero pagliericci e foraggi, che vuotassero le cantine e i
riposti. Quando arrivò il Generale, gli andò incontro fino a piè dello scalone,
accompagnò ai loro alloggi gli aiutanti e presiedé il pranzo delle camicie
rosse, scusando l'Abate che una piccola indisposizione costringeva a letto.
Don Blasco, giallo come un
limone, non potendo più gridare all'arrivo dei garibaldini, s'era tappato una
seconda volta al Noviziato. Quasi tutti i ragazzi non c'erano più, ripresi
dalle rispettive famiglie, che per paura dei torbidi si mettevano in salvo.
Solo il principino, Giovannino Radalì e due o tre altri erano rimasti, mentre
gli Uzeda erano scappati al Belvedere, tranne Ferdinando, chiuso come sempre
alle Ghiande, e Lucrezia con Benedetto, il quale riprendeva il suo posto di
combattimento in quei giorni agitati, tra le poche autorità e i rari notabili
rimasti. Egli si sarebbe anzi arrolato, per far la nuova campagna con gli
antichi commilitoni, senza il dovere di non abbandonar la moglie. Salito su al
convento, il domani dell'arrivo di Garibaldi, andò ad ossequiare il Generale,
che lo riconobbe subito, gli strinse la mano, e lo intrattenne un pezzo
nonostante l'andirivieni delle commissioni, delle rappresentanze di ogni genere
accorrenti incontro all'antico Dittatore. La incertezza e l'inquietudine, le
speranze e i timori intorno a quel che sarebbe seguito erano universali. Quali
disegni aveva Garibaldi? Quali ordini i rappresentanti dell'autorità? il
conflitto, se mai, sarebbe scoppiato a Catania? Che cosa avrebbe fatto la
Guardia nazionale?... Non si sapeva nulla; certuni dicevano che il governo
fosse secretamente d'accordo con Garibaldi, che facesse finta d'osteggiarlo per
l'occhio dei potentati. Benedetto, ripresa la pubblicazione dell'Italia
risorta, sosteneva questa opinione, e il silenzio del duca d'Oragua, al
quale aveva scritto lettere su lettere pregandolo di tornare in Sicilia, poiché
la presenza di lui poteva divenire necessaria, lo induceva a confermarvisi.
Aveva pertanto assicurato al Dittatore l'unanime consenso di tutto il paese.
Congedandosi e sul punto di riscendere in città, si udì chiamare:
«Eccellenza!... Eccellenza!...»
Era fra' Carmelo che gli veniva dietro. All'orecchio, e con aria di mistero,
quando l'ebbe raggiunto: «Suo zio don Blasco,» gli disse, «ha da parlarle...»
Rintanato nell'ultima stanza
dell'ultimo corridoio del Noviziato, don Blasco volle sentire due volte la voce
del nipote prima d'aprire. Serrato l'uscio sul muso del fratello:
«Sei dunque impazzito anche tu,
pezzo di bestione?» disse a Benedetto.
Questi aveva appena domandato un
perché timido e sommesso, che il monaco ricominciò, con nuova violenza:
«Come, perché? Hai il viso di
domandarlo? Con la guerra civile che state per far scoppiare? La città
bombardata? Le strade insanguinate? I galantuomini perseguitati?... E mi
domandi perché?...»
«Non è colpa...»
«Non è colpa tua? Di chi, dunque?
Mia, forse? Sicuro! Li ho scatenati io in persona! Conosco il solito giuoco!
Gl'istigatori sono i galantuomini colpevoli di non transigere con la propria
coscienza! Mi meraviglio che non son venuti ad arrestarmi!... Vengano, vengano
pure!...» e pareva un leone, con gli occhi sfavillanti.
«Vostra Eccellenza si calmi...»
balbettava Giulente.
«Ho da calmarmi, anche? Mentre il
mio paese è minacciato dell'ultima rovina? Quando vedo una bestia della tua
cubatura batter le mani con gli altri, invece di evitare quest'inferno?...»
«Ma in qual modo?»
«In qual modo? Facendoli andar
via! Si scannino in campagna, sul mare, dove piace loro, non dentro una città
come la nostra, dove i danni sarebbero incalcolabili, dove ne andrebber di
mezzo le donne, i vecchi, i bambini, i galant... Vadano via a scannarsi dove
gli piace; il mondo è grande!... Ecco in qual modo!...»
Giulente rimaneva perplesso, non
osando contraddire allo zio, ma non volendo neppure disdirsi dopo mezz'ora.
«Ma come fare? Tutto il paese è
pel Generale...»
«Tutto il paese? Prima di tutto,
sei una bestia! Quale paese? I pazzi come te? E poi, quand'anche, ragione di
più! Se il paese è per lui, se c'è entrato da trionfatore, che resta a farci?
Fosse una piazzaforte, capirei; ma una città aperta ai quattro venti? Se ha da
attaccar battaglia, vada altrove! Si porti chi vuole e ciò che vuole, e buon
viaggio!...»
Il monaco, a poco a poco, s'era
venuto placando, e aveva detto le ultime parole quasi col tono di ogni altro
cristiano; ma appena Benedetto osservò:
«E chi lo persuaderà?»
«Ah, sangue di Maometto!» riprese
col vocione di prima e un gesto furioso. «Parlo con una bestia o con un essere
ragionevole? Chi l'ha da persuadere? Voialtri che gli state attorno! C'è una
Guardia nazionale? C'è un'autorità qualunque? Tu, che cavolo sei? Capitano,
buon cittadino, il diavolo che ti porta via? Tocca a voialtri parlar chiaro e
tondo, dopo che i tuoi conigli piemontesi se la sono battuta, lasciandoci nel
ballo! O credi forse che voglia impicciarmi con cotesti assassini, briganti,
galeotti, ru...»
Al rumore di un passo risonante
pel corridoio, don Blasco ammutolì come per incanto. Si gargarizzò quasi la
gola gli prudesse, fece due passi per la camera, si fermò un momento a tender
l'orecchio; poi, cessato il rumore, dichiarò:
«Se vuoi capirla, tanto meglio;
se no, mettiti bene in testa che a me, come a me, importa un solennissimo
cavolo di te, di Garibaldi, di Vittorio Emanuele, e di quanti siete...»
Giulente tornò a casa sua
impensierito ed inquieto. Appena entrato in camera di sua moglie, vide Lucrezia
seduta in un angolo, con gli sguardi a terra e gli occhi rossi.
«Che hai?... Che è stato?...»
«Nulla. Non ho nulla.»
«Ma tu hai pianto, Lucrezia!
Parla! Dimmi che cos'hai!...»
Ella negava, senza guardarlo in
faccia, con la bocca ostinatamente cucita, e se non era Vanna che sopravveniva,
Benedetto non sarebbe riuscito a saper niente.
«La padrona non vuol restare in
città,» dichiarò la cameriera. «Tutti i suoi parenti se ne sono andati, anche
la povera gente si mette al sicuro, e lei sola ha da restare al pericolo?»
«Che pericolo?... Lucrezia, è per
questo? Ma se non c'è pericolo di niente? Che temi? Non sono qua io? A me non
faranno nulla, in nessun caso! Se ci fosse un pericolo anche lontano, ti
lascerei qui? Andremo via se le cose si guastano; ho bisogno di
promettertelo?...»
Dopo che ebbe parlato un quarto
d'ora, ella articolò:
«Voglio andarmene dai miei
parenti.»
«Ma santo Dio, perché? Stamattina
eri così tranquilla! Che cosa è mai successo?»
Era successo questo: che la
moglie di Orazio, il cocchiere del principe, aveva fatto una visita all'antica
padroncina per annunziarle, col fiato ai denti, che scappava anche lei al
Belvedere. «Eccellenza, qui non si può più stare. Oggi non sa che cosa è
successo? I soldati piemontesi rimasti all'infermeria se ne andavano a
raggiungere la truppa. Al Fortino, i garibaldini li vogliono fare prigionieri.
Allora, Gesù e Maria, il tenente ordina baionetta in canna! E io che passavo
con le creature!... Dallo spavento sto ancora tremando! Ho fatto un fagotto di
quei quattro cenci, e stasera me ne vado...» Allora, se la moglie del cocchiere
andava via, lei, la sorella del principe era da meno della moglie del
cocchiere?... Quest'idea non era sorta improvvisamente nella sua testa.
Lottando per sposare Giulente, ella aveva giurato di non aver più che fare con
gli Uzeda; tutte le ragioni da loro addotte per denigrare Benedetto e la
famiglia di lui l'avevano invece sempre più confermata nel suo proposito. Ma,
trionfando delle opposizioni, ella aveva cominciato a rimuginare, nelle lunghe
ore d'ozio e d'inerzia, gli antichi argomenti della zia Ferdinanda, di Giacomo,
del confessore; la persuasione d'essere discesa, sposando Benedetto, aveva
cozzato un pezzo con l'ostinazione antica; in rotta col fratello, il cruccio di
non poter più entrare nella casa dei Viceré, di sentirsi quasi posta al bando
dai parenti, l'aveva occupata a poco a poco, mentre ella continuava a
prendersela con loro. Al principio delle inquietudini pubbliche, la fuga
generale dei nobili e dei ricchi aveva colmato la misura, ed ora ella
dimenticava ciò che aveva detto contro Giacomo, la freddezza sorta tra loro
due, il fermo proposito di non piegarsi: voleva andare al Belvedere, se perfino
la moglie del cocchiere c'era andata...
Giulente stava ancora cercando di
persuaderla, quando arrivò la posta; in mezzo ai giornali c'era finalmente una
lettera del duca. Il duca diceva di non aver più ricevuto sue lettere, in quei
momenti di agitazione, che gliele facevano aspettare con impazienza. Le notizie
di Sicilia gli avevano messo la febbre addosso, tanto che egli voleva subito
far le valige; ma disgraziatamente era impedito da molte e gravi faccende,
«tutte d'interesse del collegio e del paese». Del resto, se voleva trovarsi fra
i propri concittadini, ciò era per avvertirli di non lasciarsi trascinare da
Garibaldi. «Lo dico dunque a te che puoi farlo capire alle teste riscaldate,
dove più insistente si cammina a nome del principio utopista, si corre sicuro
al naufragio. Altronde il governo è deciso opporsi in tutti modi a simile
aberrato. Ed io credo che fa benissimo anzi che ha perduto troppo tempo.
Garibaldi dev'essere arrestato a forza; non si può permettere che una nazione
di ventisette milioni sia messa in orgasmo da un uomo che ha meriti distinti,
ma pare aver giurato di farli dimenticare con una condotta che...» e qui due
facciate contro Garibaldi. «Perché poi, voltiamo la pagina, neppure il governo
è libero, e non bisogna lusingarsi col non intervento; c'è la Francia che fa un
caso del diavolo, Napoleone ha detto... l'Austria aspetta un pretesto... tutta
l'Europa invigila...» e un altro foglietto di gravi considerazioni sulla
politica internazionale. «Quindi ti raccomando di far comprendere queste verità
agli amici, ed anche, anzi soprattutto, agli avversari. Bisogna evitare un
serio disastro al nostro paese, e tutti bisognano persuadersi del pericolo
della situazione. Pregoti di parlare e occorrendo scrivere in questo senso;
anzi sono sicuro che nella tua accortezza ti sarai già messo all'attuazione.»
Per la terza volta in tre ore,
qualcuno dei suoi parenti lo spingeva così nella via da cui egli ripugnava. Il
duca scriveva, escandescenze a parte, come don Blasco parlava; il monaco
borbonico era, in fondo, d'accordo col deputato liberale; e sua moglie, chiusa
in camera, gli teneva il broncio, complottava con la cameriera per indurlo ad
abbandonare il suo posto.
La sera, ad una tempestosa
riunione del Circolo Nazionale, dove il partito garibaldino e il governativo
erano venuti quasi alle mani, egli s'alzò per parlare. Nell'imbarazzo da cui
era vinto, l'argomento suggerito da don Blasco gli parve il più opportuno.
Nessuno poteva mettere in dubbio, disse, la sua devozione al Generale, né la
coscienza gli permetteva di dare ragione a quelli che volevano schierarsi
contro il liberatore della Sicilia; ma bisognava piuttosto dimostrargli, col
dovuto rispetto, il pericolo a cui era esposta la città. Delle due l'una: o
agiva d'accordo col governo, e allora non aveva nessun interesse di restare a
Catania; o il governo gli si opponeva, e allora bisognava chiedere al suo cuore
di evitare gli orrori della guerra civile ad una città popolosa e fiorente. E
questo era proprio il caso, poiché il governo aveva deciso di opporglisi...
Quel discorso scandalizzò i suoi antichi amici; ma, prendendoli a parte uno
dopo l'altro quando l'assemblea fu sciolta senza nulla deliberare, egli li
esortò a piegarsi, esponendo la verità nuda e cruda, le notizie dategli dal
duca. «Perché non viene egli stesso, allora?» domandavano. «Che cosa sta a fare
a Torino, mentre qui si balla?» Ed egli lo giustificava, annunziando che si
sarebbe messo in viaggio al più presto possibile, ma che intanto bisognava
mandare una commissione al Generale per indurlo a sgomberare...
La sua propaganda ottenne
l'effetto desiderato. Sul partito ostile a Garibaldi s'erano accumulati molti
sospetti, poiché i borbonici, i paurosi senza nessuna fede erano con esso; ora
che un liberale provato consigliava non la resistenza, ma la rispettosa
esposizione del pericolo, questo consiglio si faceva strada. Benedetto non ebbe
tuttavia il coraggio di andare in persona dal Generale ad esporgli la sua nuova
opinione; lasciò che andassero gli altri. Costretto a condurre sua moglie al
Belvedere, se ne tornò solo in città, aspettando gli avvenimenti, scrivendo e
telegrafando al duca per invitarlo a venire. Passarono alcuni giorni senza che
la situazione mutasse. Garibaldi, dall'alto della cupola di San Nicola,
scrutava spesso la linea dell'orizzonte, col cannocchiale spianato; o, curvo
sulle carte, studiava i suoi piani, o riceveva la gente e le commissioni che
venivano a trovarlo. Finalmente s'imbarcò con tutti i volontari, non si sapeva
dove diretto, se in Grecia o in Albania; ma dopo la partenza, un lievito di
scontento restò nella città, una sorda agitazione che le persone influenti e la
stessa Guardia nazionale non riuscivano a sedare. Il movimento era adesso
contro i signori, contro i ricchi; Giulente aveva arringato i tumultuanti, ma
nessuno lo ascoltava più; e il duca gli scriveva ancora che non poteva venire,
che stava poco bene, che i grandi calori gli avevano rovinato lo stomaco...
Un pomeriggio che don Blasco
aveva arrischiato, per la prima volta, una visita alla Sigaraia, dove,
ridiventato un energumeno, augurava il reciproco sterminio dei garibaldini e
dei piemontesi, arrivò Garino, giallo come un morto:
«La rivoluzione!... La
rivoluzione!... Bruciano il Casino dei Nobili...»
Infatti la dimostrazione era
diventata sommossa, le fiamme consumavano il circolo dell'aristocrazia. Il
monaco, manco a dirlo, tornò a sbarrarsi al convento, e non lo lasciò più se
non quando la truppa regolare rioccupò la città. Ma l'eccitazione degli animi
prodotta dall'avvenimento d'Aspromonte, le paure, i pericoli non parevano
cessati, e il principe non si moveva dal Belvedere, e Giulente tornava a
pregare il duca di farsi vivo, di venire a metter la pace nel paese. Il duca
non venne; rispose ancora che i medici gli avevano vietato di tornare in
Sicilia. «Sono disperato, non posso trovarmi fra voi come dovrei e vorrei, non
solamente per tutto ciò che mi dici di Catania, ma anche per ciò che è avvenuto
a Firenze...»
Benedetto non sapeva a che cosa
alludesse; lì per lì non pensò neppure che Raimondo era in Toscana. Seppe
qualche giorno dopo di che si trattava, quando arrivarono, insieme, il conte e
donna Isabella Fersa, e scesero all'albergo, sempre insieme, come fossero
marito e moglie.
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