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«Il duca d'Oragua!... Il
deputato, il patriotta!... Dov'è? Dov'è?... Eccolo lì!... È ingrassato!… Manca
da quasi tre anni!... Viene da Torino?... Signor duca!... Eccellenza!...» E qui
saluti ed inchini a destra e a sinistra, certuni che si tiravan da canto una
decina di passi prima d'incontrarlo, e si scoprivano come al passaggio del
Santissimo Sacramento: tutti che si voltavano a seguirlo un pezzo con gli occhi
quand'era già passato. Pochi godevano il privilegio di poterlo accostare, di
stringergli la mano, di chiedergli le sue notizie; pochissimi, gli eletti,
potevano onorarsi d'accompagnarlo, di scortarlo, di mescolarsi al codazzo degli
intimi ammiratori ed amici che lo seguivano su e giù, alla prefettura, al
municipio, ai circoli. Ed egli teneva il centro della strada, quasi ne fosse il
padrone, ascoltato devotamente da quanti gli stavano a fianco, aspettato da
tutta una corte intenta a tessere e a ritessere le sue lodi quando, per un
piccolo bisogno imperioso, egli s'accostava a un cantone. Al palazzo, lo stesso
andirivieni d'un tempo: elettori, sollecitatori, delegazioni di società
politiche che tornavano a ringraziarlo a voce, dopo averlo ringraziato per
iscritto, del bene che aveva fatto al paese ed ai concittadini: grazie a lui,
la prima ferrovia a cui s'era messo mano in Sicilia era quella da Catania a
Messina, e il porto aveva numerosi approdi di piroscafi, e la città era stata
dotata di numerose scuole, d'una ispezione forestale, d'un deposito di
stalloni; e un istituto di credito, la Banca Meridionale, stava per sorgere; e
il governo prometteva d'intraprendere una quantità d'opere pubbliche, di
aiutare il municipio e la provincia; e i buoni liberali, i figli della
rivoluzione, ottenevano a poco a poco quel che chiedevano: un posto, un
sussidio, una croce.
La sua popolarità toccava
l'apice. Alcuni, è vero, gli rimproveravano l'assenza durante i fatti del '62,
addebitandola alla paura, e tiravano in ballo le storie del Quarantotto, lo
accusavano d'essersi finalmente rammentato del collegio adesso che, sciolta la
Camera, voleva gli riconfermassero il mandato; ma questi mormoratori erano gli
eterni malcontenti, i pochi repubblicani, qualche garibaldino sfegatato, tutta
gente che non poteva perdonargli la sua iscrizione al partito conservatore.
Nelle conversazioni politiche egli difendeva infatti a spada tratta la politica
moderata, «ora che abbiamo fatto la rivoluzione e raggiunto lo scopo»; e
celebrava l'azione prudente del governo, deplorava le intemperanze di
Garibaldi, biasimava il malcontento contro la Convenzione di settembre,
affermava che la lega dei buoni era necessaria per salvar la nazione dai nemici
esterni ed interni. Più che nei primi tempi della deputazione, faceva colpo
mentovando i suoi grandi amici politici: «Quando andai da Minghetti... Rattazzi
mi disse... In casa del ministro...» Però non citava più il barone Palmi; se
gli parlavano delle gesta del nipote Raimondo, faceva con le spalle e col capo
un breve moto che poteva dir tutto, secondo l'umore dell'interrogato:
approvazione, compatimento, biasimo. Ma oramai la situazione di Raimondo e di
donna Isabella era legittima, e tutti i parenti, dopo l'esempio del principe,
li trattavano come marito e moglie. In meno di sei mesi, la Corte vescovile,
riconosciuto che il matrimonio era stato contratto per forza e con la paura,
aveva liberato la Fersa.
Per quello di Raimondo con la
Palmi c'era stato un poco più da fare. Da principio, aspettavano che il barone
si decidesse anche lui a chiedere l'annullamento del matrimonio della figlia,
asserendo di averla forzata a contrarlo; ma il barone, «testa di villan
cocciuto», spiegava Pasqualino, aveva e avrebbe detto di no, fino al momento di
tirar le cuoia, quantunque sua figlia — felice memoria — si fosse finalmente
posto il cuore in pace, specialmente apprendendo che il primo matrimonio non
esisteva più e che il conte aveva un figlio da legittimare. La signora donna
Matilde — giustizia innanzi tutto! — nonostante le sue stravaganze era ragionevole
in fondo, e sapendosi del resto malata, comprendendo che un po' prima un po'
dopo il conte sarebbe rimasto libero, s'era persuasa di pregare il padre che
consentisse allo scioglimento del matrimonio civile. Del religioso, no, perché
aveva certi suoi scrupoli un po' curiosi sulla santità del sacramento; ma
basta! suo marito si sarebbe contentato dello scioglimento civile. I conti eran
però fatti senza la mulaggine del barone villano, il quale giurava di voler
prima morta la figliuola che consentire alla liberazione del genero!... Ah, no?
E allora il contino aveva chiesto lui d'essere sciolto, adducendo che la madre
lo aveva costretto a prendersi quella moglie!
Sapevano tutti che donna era
stata la principessa, con quanta prepotenza s'era imposta ai figli. Non aveva
violentato la volontà di Chiara, per darle il marchese di Villardita? Così
aveva violentato quella di Raimondo per dargli la Palmi! Decine, centinaia di
testimoni affermavano che il contino mai e poi mai aveva voluto prender moglie:
prima di tutti la parentela, il principe, le sorelle, i cognati, gli zii, le
cugine; poi gli amici, poi la servitù, poi tutta la città. Ma per ottenere lo
scioglimento del matrimonio bisognava dimostrare che all'atto di pronunziare il
sì che lo legava per sempre don Raimondo avesse provato un timor grave: e
allora il cavaliere don Eugenio era venuto innanzi al magistrato per
testimoniare che la principessa sua cognata aveva fatto accompagnare il
figliuolo alla parrocchia da due campieri armati, i quali, se egli
avesse risposto no, dovevano legarlo, buttarlo in fondo a una carrozza
che stava ad aspettare vicino alla chiesa e portarlo in campagna per usargli le
maggiori sevizie. Dai feudi di Mirabella erano venuti due campai a confermare
la testimonianza, e il cocchiere l'avea suffragata per suo conto, e il
sagrestano pure. Così il tribunale aveva fatto giustizia.
E certa gente — Pasqualino non se
ne dava pace! — pretendeva che quelle testimonianze fossero false, che i campai
fossero stati pagati, che don Raimondo avesse dato una bevuta di
trecent'onze allo zio don Eugenio! Quasi che don Eugenio Uzeda di Francalanza,
Gentiluomo di Camera di Sua Maestà Ferdinando ii
(senza esercizio perché Ferdinando non era più di questo mondo e i suoi
discendenti avevano ricevuto il benservito) fosse capace di un'azione di questa
fatta! Quasi che i giudici fossero gente da accettare deposizioni non vere!
Altri volevano dare a intendere che, come uomo, il contino non poteva
spaventarsi delle minacce, e che non s'era mai dato il caso d'un annullamento
di matrimonio per costrizione della volontà dello sposo. Non s'era ancor dato,
e adesso si dava: oh bella, che ci trovavano da ridire? Non ci aveva trovato da
ridire neppure il barone Palmi, che non aveva preso parte alla causa! Le male
lingue rincaravano che il barone aveva lasciato correre per amore della figlia,
la quale era in fin di vita; ma Pasqualino, com'è vero Dio, certe cose neppur
intendeva come potessero capire in mente umana! Che c'entrava la malattia della
signora donna Matilde col silenzio del barone? Forse che a saper dissolto il
matrimonio, la signora Matilde sarebbe guarita dalla contentezza? Era morta,
invece — salut'a noi! — qualche mese dopo le giuste nozze del conte e di donna
Isabella! Dunque il barone era rimasto zitto perché sapeva che il genero diceva
la verità!
Subito dopo la pace col principe,
Raimondo e donna Isabella s'erano riconciliati con una gran parte degli antichi
oppositori; la cugina Graziella, specialmente, s'era messa a difenderli con
maggior calore dello stesso Pasqualino, dimostrando che la passione è «cieca»,
che gli uomini «sono fatti di carne» e le donne pure, e che la colpa di tutto
quel che si succedeva andava attribuita tutta alla leggerezza, «per non dir
altro», della Palmi. Tuttavia, buona parte della nobiltà restava a fare il viso
dell'arme a Raimondo ed all'amica; ma la cugina assicurava che a poco a poco
tutti si sarebbero addomesticati, specialmente quando i tribunali avessero
fatto giustizia, accordando i divorzi; e non contenta di dare assicurazioni,
faceva propaganda, persuadeva i tentennanti, teneva fronte ai borbottoni.
Frattanto, ringraziato Ferdinando
dell'ospitalità che gli aveva accordata, Raimondo s'era preso in affitto un
quartiere nel palazzo Roccasciano e v'era andato a stare insieme con la futura
moglie. Giacomo, il Priore, il duca avevano veramente consigliato loro di non
farne nulla, di restar piuttosto alla Pietra dell'Ovo fino al giorno della loro
legittima unione e poi andar via, a Napoli, a Milano, a Torino, in mezzo a
gente nuova. Ma donna Isabella, a cui le schifiltose avevano fatto troppi
affronti, voleva prendere la rivincita ed assaporare il trionfo. Raimondo,
impegnato a spuntarla contro tutti e tutto, faceva ancora, suo malgrado, ciò
che ella voleva. Fermo proposito di lui era d'andar via al più presto, non già
per le ragioni di prudenza suggerite dai parenti, ma perché non ammetteva di
poter vivere due giorni di seguito, senza una estrema necessità, nel paese
nativo; poche parole dell'amica bastarono a dissuaderlo. I suoi parenti non
consigliavano forse quel partito perché, nonostante la pace, avevano mediocre
piacere di trattarla e preferivano saperla lontana? Non c'erano tuttavia tante
persone che la salutavano freddamente, che evitavano di parlarle?... Ed egli
cominciò a far spese pazze per metter su una casa, volle che il matrimonio si
celebrasse con la massima pompa, quasi sfidando chi prima aveva sostenuto
impossibile la riuscita della sua impresa. Fu una festa sontuosa alla quale
molti di quelli che si erano ostinati nel biasimo sollecitarono il grande onore
di poter assistere, e così donna Isabella assaporò la voluttà di vederseli ai
piedi. Peccato che la cugina Graziella, la quale aveva tanto contribuito a
quest'effetto, non potesse goderne anche lei, poiché suo marito, pochi giorni
prima, aveva preso un raffreddore che pareva all'inizio una cosa da nulla, ma
che giusto la notte degli sponsali degenerò in polmonite e tre giorni dopo lo
ammazzò.
Tutti gli Uzeda furono da lei in
quella dolorosa circostanza; il principe, specialmente, nonostante l'abituale
freddezza, mostrò di prendere molta parte al dolore della cugina. Ella pareva
veramente inconsolabile, raccontava a tutti piangendo la gran bontà del povero
marito suo, il grande amore che gli aveva portato, l'irreparabile sciagura che
quella morte era per lei. Soltanto la vista dei suoi «cari cugini», i conforti
della «famiglia», lenivano il suo cordoglio: i «cugini», gli «zii» erano ormai
i soli che le restavano. Ella mise per ogni dove i segni del corrotto, per poco
non si tinse di nero la faccia, e durante un buon numero di mesi rifiutò
ostinatamente di prender aria, neanche in carrozza chiusa, di sera. Ma la sua
prima visita fu al palazzo del principe dove, a poco a poco, riprese
l'abitudine di venire spesso a confortarsi. Si prendeva in braccio Teresina ed
esclamava, con voce rotta: «Figlia mia! Figlia mia!... Se il Signore mi avesse
concesso una figlia come te, non sarei rimasta sola al mondo!... Il Signore ti
conservi sempre all'affetto di tua madre... Figlia! Figlia mia!...» tanto che
la principessa Margherita, molto impressionabile, si metteva a piangere anche
lei. Col tempo, nondimeno, quel grande dolore si calmò, divenne più composto,
tale da consentirle di occuparsi delle cose mondane. Suo marito l'aveva lasciata
erede universale d'una discreta sostanza, talché ella non aveva da inquietarsi
per l'avvenire; piuttosto, non sapendo come disbrigare gli affari dell'eredità,
rivolgevasi al cugino principe, il quale glieli metteva in piano. Pertanto ella
veniva adesso tutti i giorni al palazzo, certi giorni più d'una volta; ma,
quantunque non avesse affari, andava pure spesso da Lucrezia, dalla «zia»
Ferdinanda e dalla «cugina» Isabella. In casa di costei tuttavia, a causa del
lutto, non compariva il lunedì, giorno nel quale la contessa «riceveva».
Quest'uso di ricevere in un
giorno determinato era una gran novità della quale si discorreva molto. Donna
Isabella, che non s'appagava del trionfo d'una sola sera e voleva piegare le
ultime ostinate oppositrici, l'aveva introdotto, riuscendo così a dare al suo
salotto un tono speciale, un'importanza straordinaria, tale che le più restie
brigavano finalmente l'onore di esservi ammesse. Talché, dopo appena tre anni
che era venuta in una volgare camera d'albergo, moglie della mano manca,
osteggiata da tutti, ella troneggiava in quell'inverno del '65, autentica
contessa di Lumera, fra una corte di ammiratori.
«Grazie! Grazie!...» diceva a
Raimondo, gettandogli le braccia al collo e stringendolo a sé. «Tu l'hai voluto
e ottenuto!... Grazie! Grazie!...»
Egli restava di marmo sotto
quelle carezze. Vinta la partita, cessata la febbre che lo aveva animato contro
le difficoltà, i contrasti e le opposizioni d'ogni genere, faceva il conto di
quanto gli costava quel risultato. Confusamente, sordamente, poiché non poteva
convenire di esser stato tanto cieco, sentiva d'aver lavorato a ribadirsi al
collo una nuova e più pesante ed infrangibile catena, quando invece la sua
personale aspirazione, il suo unico ardente desiderio sarebbe stato quello di
liberarsi del tutto. Scontento, irrequieto, nervoso, frenavasi dinanzi alla
gente; ma in casa, coi familiari, trovava nelle circostanze più futili un
motivo di sfogarsi, di gridare, di maltrattare qualcuno; Pasqualino riceveva
sulle spalle il fitto della gragnuola; donna Isabella sentiva la tempesta
minacciare anche lei, ma la stornava a furia di sommessione, secondando sempre
e comunque l'umore del marito.
Adesso, l'incosciente rancore di
cui Raimondo era animato contro di sé rovesciavasi sui parenti; egli sapeva che
in modo diverso, per diverse ragioni, incoraggiandolo o contraddicendolo,
avevano contribuito al suo danno e, non potendo accusare se stesso, se la
prendeva con quelli. Sua moglie, per evitare che egli pensasse ad altro, gli
parlava male di tutti gli Uzeda. E la materia era inesauribile. Chiara, per
esempio, che aveva fatto la scrupolosa quand'essi non erano uniti
legittimamente, adesso dava da parlare a tutta la città per le cose vergognose
che tollerava in casa sua. Con l'utero fradicio dopo l'estirpazione della
ciste, non poteva più essere toccata dal marito, e di che si lagnava quella
pazza? Forse della condizione in cui era ridotta? Del male che la minacciava
sordamente? Nossignore: il suo gran dolore era di non poter servire a Federico!
E comprendendo che questi, il quale non aveva niente di fradicio, anzi era
sanissimo come una lasca, non poteva far quaresima tutto l'anno, che aveva
pensato? Di scegliergli lei stessa certe fiorenti cameriere, una più bella
dell'altra, e gliele metteva nel letto, e le trattava a zuccherini, quasi le
serviva lei stessa invece di farsene servire!... «Son cose vergognose!... È
pazza!...» esclamava donna Isabella, rammentando a Raimondo la storia del
matrimonio di Chiara con quel marchese aborrito, la violenza che la principessa
madre aveva dovuto farle. «E gli altri? E le altre?» Infatti, dove metter
Lucrezia? La pazzia di costei era andata tutt'al rovescio: dopo aver fatto cose
dell'altro mondo per sposare Giulente, adesso, a poco a poco, era arrivata
quasi a disprezzarlo, gli dava dell'asino a tutto pasto, non poteva soffrire la
sua politica che prima l'aveva accesa, gli diceva sul muso: «Ha pur da tornare
Francesco ii che vi legherà tutti
quanti!...» E le speculazioni di don Eugenio? Costui, facendo pagare un occhio
del capo al principe di Roccasciano cocci ed imbratti, li riprendeva per due
baiocchi dalla moglie che, invasata dal demonio del giuoco, li sottraeva dagli
scaffali... E la metamorfosi di Ferdinando? Pareva che la passione per le
Ghiande non potesse finirgli mai: un bel giorno le aveva piantate, aveva
lasciato in asso tutti gli esperimenti agricoli e meccanici e se n'era venuto a
stare in città. Non mancava ai lunedì della cognata, andava tutte le sere al
teatro, frequentava le donne e, per non metter più piede nel podere che gli era
stato tanto a cuore, lasciava che il suo fattore gli rubasse gli occhi. «È
pazzo?... Son pazzi?...» Donna Isabella non parlava d'altro, sapendo d'appagare
il rancore di Raimondo. Egli l'aveva, sì, con tutti, ma il suo astio più grande
era serbato al principe.
Giacomo non aveva prodotto solo
un danno morale al fratello, gli aveva anche fatto pagar salato il suo
appoggio. Nei momenti in cui era impegnato a spuntarla contro tutti, a
trionfare degli immensi ostacoli di cui era irta l'impresa dello scioglimento
dei matrimoni, Raimondo non aveva neppur calcolato quel che gli costava la pace
col fratello maggiore; era tanto, allora, il suo impegno, che egli avrebbe
forse consentito a cedere tutto quanto possedeva. Adesso che faceva il conto e
tirava le somme, vedeva che Giacomo gli aveva preso un buon terzo del suo. Come
a Lucrezia, aveva presentato a lui la nota dell'ospitalità accordatagli, una
nota molto lunga perché comprendeva le spese fatte per la Palmi e le bambine;
poi aveva tirato fuori le solite cambiali apparse dopo la morte della madre,
addebitandogliene la metà; e nei conti della procura aveva dimostrato d'esser
rimasto creditore di parecchie migliaia d'onze, per gl'interessi accumulati
degli anticipi: così s'era preso i due fondi di Burgio e Burgitello. Ma la
magagna più grossa era stata operata nella divisione, perché egli aveva messo,
secondo gli conveniva, i prezzi alle terre, e tenuto per sé le migliori e le
più vicine. In cambio di altre proprietà gli aveva ceduto rendite fradice, di
difficile ed incerta riscossione, e non contento di tutto ciò gli aveva anche
imposto di rinunziare all'uso del quartiere nel palazzo avito, a quella
clausola del testamento materno che gli stava come un bruscolo negli occhi...
Passata pertanto la foga della lotta, Raimondo era animato da un sordo astio
contro di lui; ma donna Isabella, parlandogli male del fratello, non rammentava
già queste cose, comprendendo che l'argomento era a due tagli e si poteva
ritorcere contro di lei. Invece criticava il carattere prepotente del cognato,
la sua severità verso la moglie, il suo disamore per tutti, la sua doppiezza
con gli zii. Curiosa per indole, vigile per interesse, ella veniva scoprendo,
adesso, in casa di lui, qualche cosa di nuovo che le dava buono in mano. «Hai
visto?... Hai visto?...» diceva al marito tutte le volte che tornavano a casa
dopo essere stati al palazzo. «E faceva il moralista anche lui! Bisognava
sentirlo, quando predicava!... E quella stupida di Margherita che non s'accorge
di nulla!...»
La principessa, infatti, non
pareva notasse che da un pezzo la vedova cugina veniva a consolarsi «in
famiglia» tutte le sante mattine che il Signore mandava e tutte le sante sere.
Il principe s'occupava di metterle in ordine l'eredità, e perciò, avendo
bisogno di parlarle, l'andava spesso a trovare per suo conto; certe volte la
riconduceva con sé al palazzo. La sera ella restava fino all'ultimo nella Sala
Gialla, dove la solita società si riuniva. Nessuno degli Uzeda, pel momento, vi
mancava: il matrimonio di Raimondo pareva avesse ricondotto la pace in tutti
gli animi. Il duca pontificava, aggiustava l'Europa in quattro e quattr'otto,
le finanze italiane in men che non si dica, e Giulente stava a udirlo come il
Messia, lasciandosi rimorchiare sempre più, disertando il suo partito per
corteggiare lo zio, aspettando di prenderne il posto. Il duca, infatti, gli
aveva detto: «Quando sarò stanco, lascerò a te il collegio»; e questa era la
secreta brama di Benedetto: esser deputato, mettersi nella grande politica. Per
dargli pazienza, il duca lo aveva fatto eleggere consigliere comunale, e
discorreva con lui anche delle cose del Municipio, delle riforme da introdurvi.
Quantunque il Parlamento fosse in piena sessione, egli non parlava d'andar via,
occupato a sbrigare i suoi affari. Il patriottismo gli era costato: per
sussidiare i perseguitati, per comperar fucili e cartucce, per offrire
rinfreschi alla Guardia nazionale, aveva fatto qualche debituccio, ipotecata la
sua magra proprietà: ora la rimetteva in ordine. Dove trovava i quattrini?
Dicevano che spartisse negli appalti fatti accordare a Giulente zio; ma quei
guadagni, quantunque grossi, non potevano bastare alle grandi operazioni che
disegnava. Fondata la Banca Meridionale di Credito e di Depositi, aveva
sottoscritto per cento azioni di mille lire l'una; è vero che non aveva versato
se non un quarto; ma nello stesso tempo egli parlava d'una grande compagnia di
navigazione a vapore, d'una società per la lavorazione degli zolfi, di un'altra
pel taglio dei boschi etnei. Don Blasco e donna Ferdinanda, ciascuno per conto
proprio, s'ingegnavano con ogni mezzo di appurare come facesse; fu il marchese
Federico quello che li mise sulla buona strada.
Con le economie del suo largo
reddito, il marchese faceva ogni anno qualche acquisto; ultimamente aveva
comperato una villa al Belvedere, per stare a casa propria durante la
villeggiatura, e gli era rimasta tuttavia una sommetta della quale non sapeva
che fare. Era troppo esigua per comprare una proprietà; darla a mutuo non
voleva; che cosa bisognava farne? «Acquistane rendita pubblica!» gli aveva
consigliato il duca, spiegandogli i vantaggi dell'impiego, offrendogli di farla
venire da Torino. «Vostra Eccellenza ne ha dunque comprata?» gli domandò il
marchese. «Ne ho comprata, ne ho venduta... secondo i corsi... capisci bene...»
poi, quasi pentito d'avergli fatto comprendere che ci aveva speculato su
durante i cinque anni passati a Torino, col comodo delle notizie appurate nelle
anticamere dei ministeri, aveva mutato discorso. Il marchese titubò un pezzo,
un po' per fedeltà al principio borbonico, molto più per paura di perdere i
suoi quattrini, frutto e capitale, con l'idea che l'Italia fosse sempre sul
punto non che di fallire, ma di andare a rotoli; finalmente un giorno,
incontrato il duca che veniva a riscuotere le cedole del semestre scaduto,
vistolo venir via con un bel rotolo di biglietti, si decise. E la sera che
annunziò al palazzo l'acquisto, bisognò sentir don Blasco!
«Ah pezzo di pagliaccio! Anche
tu? Con l'Italia anche tu? Sei impazzito anche tu?»
«Perché?» tentò rispondere il
marchese. «Al Sessantasei, il capitale frutta il sette e mezzo per cento... Le
cedole sono pagate puntualmente alla scadenza...»
Il monaco stava a sentirlo,
spalancando tanto d'occhi, come aspettando di vedere fin dove sarebbero
arrivate le enormità che quel bestione eruttava: alla fine scoppiò:
«Te ne netterai il fondamento,
delle tue cedole!... Andrai a riscuoterle al lungo comodo, pezzo d'asino!...» E
rivolto a Chiara, con le mani in capo: «Fallo interdire!... Ti vuol
rovinare!... L'impiego al sette per cento!... Se non ne vogliono neppure in
elemosina?...» Girando poi uno sguardo tutt'intorno, con amara ironia: «Impiego
sicuro, signori miei!... Quando la rendita napoletana era al cento e dieci!...
Un altro poco e scenderà al cinque la cartaccia sporca!... Allora con cinque
lire di capitale, avremo cinque lire l'anno! Arricchiremo tutti quanti! Viva la
cuccagna! Viva il gran Vittorio!»
Il duca, che stava in un angolo
con Benedetto spiegandogli le proprie idee sull'avviamento della Banca
Meridionale, che sotto la direzione di don Lorenzo Giulente doveva «venire
all'aiuto dell'incremento industriale e commerciale» e «cooperare l'opera
protettrice del governo», sorrise impercettibilmente, scrollando le spalle,
alla sfuriata del fratello; Chiara, preso in disparte suo marito, gli disse:
«Non dar retta a quel pazzo!...
Tu hai fatto benissimo: comprane dell'altra.» E dopo un poco lo condusse via,
prima che la società si sciogliesse, come faceva da un pezzo, senza che si
sapesse la ragione della sua gran fretta di tornare a casa.
La ragione era questa: che Rosa
Schirano, la nuova cameriera da lei presa a Federico, un bel pezzo di ragazza
della Piana, bianca e rossa al pari d'una mela, era incinta per opera del
marchese; e invece di cacciarla via, ella non capiva in sé dal contento. Questa
era anzi la secreta speranza che l'aveva indotta a metter tante fresche ragazze
a fianco del marito; poiché voleva un figlio di lui e non era buona a farlo,
s'accontentava di quello di un'altra, le pareva naturalissimo circondare di
cure quest'altra che Federico aveva fecondata, e ne invidiava la sorte. Ella
stessa le aveva strappato la confessione dell'errore, e la ragazza, impaurita e
tremante, era rimasta, poiché la padrona, invece di buttarla giù dalle scale,
le aveva detto: «Non t'inquietare; penserò io a tuo figlio!...» Da quel giorno
Chiara non aveva avuto pensieri se non per la cameriera. Un certo senso di
rispetto umano le aveva impedito di continuare a tenerla nelle proprie camere
col ventre sempre più gonfio; ma giù nel cortile, nelle stanze che la moglie
del cocchiere era stata costretta a cederle, la visitava tre o quattro volte il
giorno, le mandava i migliori bocconi della sua tavola, la teneva nella
bambagia.
Quando la cosa si riseppe, tutti
i parenti, specialmente i fiutoni, don Blasco e donna Ferdinanda, cominciarono
a fare un diavolìo, gridandole che dovesse cacciare a pedate quella ciarpa; ma
Chiara, fingendo che Rosa avesse la tresca fuori di casa, la scusava, e
dichiarava di non poterla veder soffrire. «Le tentazioni, per queste povere
ragazze, sono tante!... Speriamo che la sposerà, chi è stato... Io so che cosa
vuol dire gravidanza... Non ho il coraggio di buttarla in mezzo a una
strada...» Ma il più bello era che il marchese si seccava e si vergognava anche
un poco di quella paternità clandestina. Col marito, Chiara non aveva tenuto
nessun discorso in proposito; ma quando la cugina Graziella si mise anche lei
della partita, venendo a dirle di mandar via quella sgualdrina, ella si fece
rossa, non sapendo lì per lì che rispondere; ma appena l'altra se ne andò,
proruppe, rivolta a Federico:
«Sentila, adesso!... Io faccio
quel che mi pare e piace, e tu solo hai il diritto di comandare, qui dentro!...
Fa la scrupolosa, adesso, questa non so che cosa! Dopo che ruba Giacomo a sua
moglie! Ci vuole la sciocchezza di mia cognata, per non accorgersi di
nulla!...»
Veramente, più d'uno ne
cominciava ora a mormorare, e tra la servitù delle due case correvano già certe
occhiate d'intelligenza, si scambiavano certi commenti che facevano inghiottire
a Baldassarre botti di veleno. Il signor principe non poteva dunque fare un
atto di carità, sorvegliando l'amministrazione intricata della cugina, che già
le lingue di vipera ci trovavano a ridire? Forse perché s'era parlato di
matrimonio tanti anni addietro? Ma il padrone aveva fatto la volontà della
principessa, sant'anima, e adesso pensava ai suoi figli, rispettava la moglie,
aveva tutt'altro pel capo che le galanterie! Se avesse voluto andar dietro alla
cugina, ne avrebbe avuto tanto tempo, senza aspettar la morte del marito,
perché proprio quel buon diavolaccio del cavalier Carvano non era tipo da
metter paura! Non vedevano del resto la principessa? Era la più interessata di
tutti a sapere la verità; e se quelle ciarle maligne avessero avuto fondamento,
se ne sarebbe rimasta così tranquilla?...
La principessa era più tranquilla
che mai, sempre piena di obbedienza verso il marito, sempre aspettando gli
ordini che egli le impartiva spesso con una sola guardata. La cugina a poco per
volta quasi domiciliavasi a palazzo, dava ordini alle persone di servizio come
le pagasse lei, esprimeva su tutti gli affari della casa la propria opinione,
della quale il principe teneva più conto che non di quella della moglie; ma
donna Margherita, invece di dolersene, respirava più liberamente perché Giacomo
la lasciava quieta, non pretendeva ch'ella gli desse ragione in tutto e per
tutto, e non la rimproverava se le cose non riuscivano poi com'ei voleva.
Pertanto, se qualche giorno la vedova non veniva, ella la mandava a chiamare
prima che il principe notasse l'assenza, e la tratteneva tutto il giorno in
casa, le affidava Teresina, la trattava come una sorella. Quell'intrinsichezza
le procurava un altro vantaggio grande, impagabile, risparmiandole l'orrore di
toccar le chiavi, i mobili, gli oggetti. Quando bisognava metter fuori
biancherie, o frugare negli armadi, o riporre qualche cosa nelle casse, la
cugina faceva tutto lei, andava e veniva con le chiavi alla cintola per la
casa, la metteva sossopra, al punto che in sua assenza non si trovava più nulla
e bisognava mandare qualcuno a chiamarla.
«Almeno, levassero via la
bambina!» diceva donna Isabella, scandalizzata, a Raimondo. «La fanno assistere
a un bello spettacolo!...»
E don Blasco e donna Ferdinanda
già cominciavano a fare anch'essi i loro commenti; ma quando Rosa Schirano
partorì al marchese un bel figlio maschio, bianco e rosso, grosso e grasso, la
nuova guerra tra gli Uzeda divenne generale.
Chiara, fuori dei panni dal
piacere, riprese vicino a sé la cameriera, le cercò una balia, diede al
piccolino tutto il corredo preparato un tempo pei suoi propri figli. Lo teneva
mattina e sera in braccio, lo dava a baciare al marito dicendogli: «Guarda
com'è bello!... Ti somiglia, eh?...» ma quand'era sola, faceva calare dall'alto
dell'armadio la boccia polverosa col mostricciattolo partorito da lei,
abbracciava con un solo sguardo l'orribile aborto giallo come il sego e il
bambino paffuto che tirava pugni, e due lacrime le spuntavano sulle ciglia.
«Sia fatta la volontà di Dio!...» Riposta la boccia, tutte le sue cure e tutti
i suoi pensieri si rivolgevano al figlio di Rosa, al quale aveva persino messo
il nome di Federico... Ma Giacomo diede della pazza alla sorella; Chiara,
sentendosi pungere, si mise a cantare contro il fratello che teneva la ganza in
casa e le affidava la figlia; Lucrezia, che aveva già fatto pace con Giacomo al
tempo del matrimonio di Raimondo, voltò nuovamente casacca e accusò Giacomo,
unicamente perché Benedetto consentiva con lui nel biasimare le stramberie
della marchesa; donna Isabella, per distrarre Raimondo, che aveva un umore
sempre più nero, rincarò la dose contro il principe, contro Chiara, contro
Lucrezia; don Blasco e donna Ferdinanda soffiavano nel fuoco ciascuno per suo
conto, ora formando leghe contro Chiara, ora contro Giacomo, ora contro la
contessa; e tutti e tutte, giovani e vecchi, fratelli e sorelle, zii e nipoti,
ricominciavano a buttarsi addosso, volta per volta, l'accusa di stravaganza, di
ossessione e di pazzia. In mezzo ad essi, il Priore portava la sua serena
indifferenza per tutte le cose di questo mondo, dopo aver fatto la corte a
Monsignore e brigato col coadiutore, col Vicario e coi canonici; Ferdinando,
elegantissimo, non parlava più d'altro che di abiti e di sarti forestieri; il
duca, udendo tutti senza rispondere a nessuno, scambiava telegrammi coi sensali
che giocavano in Borsa per conto suo, e badava a ordinare le sue banche e
società; il cavaliere don Eugenio, lasciata in asso l'Accademia dei quattro
poeti, si occupava unicamente d'un certo negozio di zolfi che pareva molto
lucrativo — con le trecent'onze della falsa testimonianza, dicevano le male
lingue — e la principessa era felice di tener per aria le mani bianche e
lucide, preservandole da ogni contatto, adoperandole soltanto per abbracciare i
suoi figli.
Teresa, adesso vicina ai dodici
anni, formava il suo orgoglio, per la bellezza della persona e la bontà
dell'animo. Mai un dispiacere da quella bambina; lo stesso principe, che a
giorni pareva cercasse col lanternino i pretesti per andare in collera, non la
coglieva mai in fallo. Bastava che le dicessero una volta: «Teresina, ciò
dispiace a tuo padre», oppure: «Tuo padre vuole così», perché ella chinasse il
capo senza fiatare. Per l'obbedienza esemplare, per la dolcezza del cuore, ella
raccoglieva dovunque lodi e premi. Cresciuta negli anni, non la mettevano più
nella ruota per farla passare tra le monache, a San Placido, ma la conducevano
spesso al parlatorio della badìa. Ella che aveva frenato, piccolina, la paura
di restar chiusa nello spessore del muro, e il terrore del crocifisso nero,
preferiva anche ora, in cuor suo, le belle passeggiate all'aria aperta; ma poiché
ai parenti faceva piacere che andasse dalla zia monaca, ella stessa sollecitava
quelle visite dietro le grate. Ella passava per prove ancora più forti. La
vigilia dei Defunti, tutti gli anni, la famiglia recavasi nelle catacombe dei
Cappuccini, a visitare gli avanzi della principessa Teresa, per ordine del
principe, il quale da canto suo restava in casa temendo che la vista dei morti
gli portasse iettatura. La bambina tremava da capo a piedi. Che spavento, tutti
quei morti pendenti dalle pareti, chiusi nelle casse, vestiti come in vita, con
le scarpe ai piedi e i guanti alle mani; certuni con la bocca contorta come se
urlassero dallo spasimo, altri che ridevano d'un riso sgangherato; la nonna,
tutta nera in viso, nella bara di vetro, vestita da monaca, con la testa sopra
una tegola e le mani aggrappate disperatamente a un crocifisso d'avorio!...
Tremava tutta, la bambina, dallo spavento, dall'orrore, e la notte sognava
tutti quei morti che le danzavano intorno; ma nascondeva il proprio spavento
poiché il confessore le aveva detto che i poveri morti non possono far male,
che è dovere visitarli, che bisogna continuamente pensare ad essi perché un
giorno anche noi moriremo e andremo dinanzi al Giudice eterno. Quasi in tutte
le chiese, del resto, ella aveva un senso di fredda paura; alla Madonna delle
Grazie c'era una parete piena di doni votivi: gambe, teste, braccia, mammelle
di cera sulle quali erano dipinte orribili piaghe paonazze; ai Cappuccini,
nella cappella della Beata Ximena, vedevasi la bara dove custodivano il suo
corpo. Dicevano che si conservasse così fresca, dopo secoli, come se fosse
spirata da un'ora; ad ogni centenario della beatificazione scoperchiavano il
feretro; ella pensava con terrore che fra dodici anni, nel 1876, sarebbe
capitato il terzo centenario. Ma poiché faceva sempre forza a se stessa e
niente traspariva delle sue paure, e la vedevano stare lunghe ore in quelle
chiese, inginocchiata, pregante, tutti lodavano la sua pietà; alcuni dicevano
perfino: «Cresce come la Beata; santa come lei!» E queste lodi, sì,
l'inorgoglivano; per guadagnarsele sopportava tutto in pace. Anch'ella, come
tutte le altre sue amichette, desiderava le belle vesti nuove, dai colori gai,
dalle ricche guarnizioni, o le prime buccole, un anellino; ma suo padre diceva
che queste cose guastano le ragazze; e invece di piangere e di gridare, come
facevan tante, ella chinava il capo, confortata dalla sua mamma che le
prometteva all'orecchio: «Vedrai, amorino mio, quando sarai grande!...»
Consalvo non aveva lo stesso
carattere della sorella; tutt'al contrario; ma la principessa, scusandolo, lo
esortava ad essere buono. Le esortazioni della mamma non davano molto frutto.
Sperato invano di tornare a casa pei torbidi del Sessantadue, egli aveva visto
passare gli anni uno dopo l'altro senza che il padre mantenesse la promessa di
toglierlo dal Noviziato. Tutte le volte che era venuto al palazzo, il ragazzo
l'aveva rammentata al principe; ma questi rispondeva invariabilmente: «Più
tardi... in primavera... in autunno... non tocca a te pensarci!...» Così rodeva
il freno, aspettando la primavera e l'autunno che lo ritrovavano ancora in
quella prigione, smaniante, irrequieto, buttato a un tratto col partito dei
liberali, nella speranza della soppressione dei conventi. Giovannino Radalì,
che, durando la madre nel proposito di fargli pronunziare i voti, nutriva anche
lui quest'unica speranza per tornare al secolo, lo aveva convertito; ma
l'annunzio della soppressione somigliava alle promesse del principe: ripetute
sempre, non si trovavano mai confermate dai fatti. Perciò, continuamente
irritato dall'ostinazione del padre, pieno di invidia per quei compagni che ad
uno ad uno se ne tornavano in famiglia a godersi la bella libertà, egli
diventava il tormento dei maestri, dei fratelli, dei camerieri, di tutto il
convento, e rifiutava anche di andare a casa, o, se vi andava, non salutava
nessuno, non parlava, stava tutto il tempo della visita con tanto di muso. Ora
che al palazzo non si rimoveva una seggiola senza il beneplacito della cugina, costei
prestava mano forte al principe, giudicava che il ragazzo, pel momento, stava
bene dov'era; gli diceva, con tono d'affetto materno, mentr'egli fremeva d'odio
contro quest'altra: «Non dubitare; verrai via a suo tempo; per ora bisogna
studiare... Vedi la mia figlioccia'! Anche lei va messa in collegio...»
La signorina Teresina in
collegio?... Nella corte, tra la parentela, la notizia, appena risaputa, fu
commentata in mille modi: «E perché?... Non sta bene in casa?... Il duca ha
voluto così... E che c'entrava il duca?... No, è stato il principe... No, la
cugina... La principessa piange da mattina a sera...» Ciascuno diceva la sua,
qualcuno soffiava che forse la decisione era stata presa perché un giorno la
signorina, entrata inavvertitamente nella Sala Rossa, aveva trovato il principe
e la madrina in troppo intimo colloquio... Ma Baldassarre, col suo tono
d'autorità che troncava tutte le chiacchiere, dava la versione schietta e
genuina: tutte le grandi famiglie di Palermo e di Napoli, al giorno d'oggi, stillano
di mettere le signorine in collegio, nei collegi a chic, dove imparano
la lingua italiana e anche la francesa: il barone Cùrcuma ci aveva messo
la sua ragazza, dunque la figlia del principe di Francalanza doveva andare
anche lei in uno di quei collegi. Il signor duca conosceva che quello
dell'Annunziata, a Firenze, era il più a chic di tutti, perché infatti
costava più caro; e anche il signor don Raimondo e la contessa donna Isabella,
che a Firenze c'erano stati di casa, dicevano altrettanto e approvavano che la
principessina ricevesse l'educazione conveniente!...
Egli non diceva che donna
Ferdinanda, alla notizia della decisione presa a sua insaputa, s'era scagliata
con più violenza contro il principe e aveva perdonato a Chiara l'allevamento
del bastardo per andare a sfogarsi con lei contro queste stupide novità dei
collegi fiorentini, quando ai suoi tempi le ragazze nobili imparavano in
famiglia a filar seta e non s'impinzavano di sciocchezze italiane e forestiere;
non diceva che don Blasco girava per le case dei nipoti predicando la crociata
contro le porcherie che si commettevano al palazzo... Pel Baldassarre, il
principe era Dio, e tutto ciò che il padrone faceva era ben fatto. Rispettava
anche gli altri parenti e perciò le voci di quelle guerre in famiglia lo
contristavano positivamente; voleva che tutti andassero d'accordo per il buon
nome, per il prestigio della casata. E negava i piccoli dissidi, scemava
importanza ai grandi, imponeva silenzio al basso personale sempre con
l'orecchie tese per acchiappare a volo qualche notizia piccante, attribuiva
all'invidia delle altre case meno nobili e ricche le voci maligne che
circolavano tra i servi. Esse non dovevano a nessun costo arrivare al padrone;
se costui domandava perché il tale o tal altro guattero era stato congedato,
egli trovava un buon pretesto, oppure diceva che era stato il signor Marco.
Stimava pertanto l'amministratore, che era come lui geloso del buon nome della
casa e pieno di rispetto verso il principe e di giusta severità verso i dipendenti.
Del resto, alla lunga,
gl'invidiosi si stancavano di sparlare. Prima di tutto, alcuni dei parenti
andarono via e perciò i motivi di lite scemarono. Il contino Raimondo un bel
giorno, senza aver detto niente a nessuno, fece i bauli e se ne partì con la
moglie per Palermo, lasciando a Pasqualino l'incarico di vendere la mobilia
comperata un anno prima. Poi partì il duca diretto a Firenze e conducendo via
anche la principessina Teresa, per metterla al collegio, com'erasi stabilito.
La bambina, nel congedarsi, piangeva dirottamente dal dolore di lasciar la sua
casa, di entrare nel collegio di Firenze, tanto lontano, dove neppure la
domenica, neppur dietro a una grata, come a San Placido, avrebbe potuto vedere
la sua cara mamma. La comare però le diceva:
«Non piangere così; non vedi che
fai male a tua madre?...» e allora ella inghiottiva le sue lacrime, si
ricomponeva. Il giorno della partenza, la principessa ebbe una convulsione di
pianto, abbracciando furiosamente la figlia; e la stessa cugina aveva gli occhi
rossi, ma faceva coraggio a tutti: «Teresina tornerà fra qualche anno; e poi
ogni autunno l'andremo a trovare, è vero, Giacomo?... Verrò anch'io; sei
contenta così?... Vedrai poi, quando tornerai istruita ed educata come si
conviene, quanto tutte t'invidieranno!... Vedrai anche tu, Margherita, quanto
sarai orgogliosa della mia figlioccia!...» La bambina allora chinò il capo,
s'asciugò gli occhi, e disse alla sua mamma, seria e composta com'era sempre
stata: «Non t'angustiare, mamma mia bella; ci scriveremo ogni giorno, ci
rivedremo presto... Vedi che sono ragionevole?..» Un amore di figliuola, quella
lì; vera razza dei Viceré!
Poi partì anche il cavaliere don
Eugenio per Palermo. La ragione di questa partenza qui non si seppe molto bene.
Il cavaliere aveva detto che certe grandi case palermitane lo avevano chiamato
per associarlo in grandi e nuove speculazioni dove c'era da arricchire in poco
tempo; ma le male lingue, che non tacciono mai, volevano dare a intendere che
egli era scappato perché, mangiatisi i quattrini degli zolfi presi a credenza,
contro cambiali che non poteva più pagare, correva rischio di prendersi qualche
soma di sante legnate... Comunque andasse la cosa, fatto sta che, partite tutte
queste persone, la pace tornò a regnare in famiglia. La cugina,
affezionatissima, veniva giorno, sera e notte a tenere compagnia e a dare una
mano alla principessa, che le era gratissima di tante attenzioni; venivano
anche gli altri parenti, non più inviperiti come un tempo; gridavano, è vero,
ogni tanto: don Blasco, per esempio, a motivo della soppressione dei conventi
annunziata nel programma della nuova legislatura, o la signora donna Lucrezia
contro il marito e i liberali; ma niente di positivo. Il principe, da canto
suo, badava agli affari dell'amministrazione, ma senza più affaticarsi troppo,
senza più tenere le interminabili sedute d'un tempo col signor Marco.
Ora un giorno, che fu giusto il
31 dicembre 1865, Baldassarre corse ad una chiamata del padrone il quale era
nel proprio scrittoio in compagnia del notaio.
«Accompagna il notaio dal signor
Marco e consegnagli questo biglietto,» gli disse il padrone.
«Eccellenza,» rispose
Baldassarre, «è andato fuori mezz'ora addietro...»
«Va bene; metterai dunque il
biglietto sul suo tavolino. E voi, notaio, mi farete il piacere d'aspettare un
poco... Tu va' a prendere un cartellino col si loca, di quelli delle
botteghe; ce ne deve essere, nel magazzino... E attaccalo al balcone della sala
del signor Marco.» Baldassarre, nonostante la sua abituale passività nell'obbedienza,
restò un momento a guardar per aria. «Il si loca nel balcone della sala:
hai capito?» ripeté il padrone che non amava dire due volte le cose.
«Subito, Eccellenza.»
Corso a prendere il cartellino,
il maestro di casa salì a quattro a quattro le scale dell'amministrazione,
entrò nel quartierino del signor Marco e, lasciato il biglietto sulla tavola,
aperse la vetrata e si mise ad attaccar l'appigionasi. Non capiva bene che cosa
significasse quell'ordine né quel che stesse per succedere; ma sentivasi inquieto.
Giusto mentre finiva di legare la tavoletta, apparve, giù nella via, il signor
Marco. Si fermò un istante a guardare in alto, poi cominciò a gesticolare,
domandando al maestro di casa che diamine facesse, e Baldassarre gli rispondeva
additando le finestre del padrone, per fargli intendere che obbediva ad un suo
ordine. A un tratto il signor Marco si mise quasi a correre, e dopo pochi
minuti gli arrivò dinanzi pallido e col fiato ai denti.
«Che fai? Perché il si loca?
Chi diavolo t'ha detto?»
«Il principe, il signor
principe.. c'è anzi una lettera... lì, sulla tavola...»
Leggendo il biglietto, le mani e
le labbra tremavano al signor Marco, come se gli stesse per prendere un
accidente; e Baldassarre, impaurito, si tirava un poco indietro, pronto a chiamare
soccorso; quando, strappato malamente il foglio, l'altro gridò, con voce rotta:
«A me?... Il congedo?... Come a
un guattero? L'ultimo del mese? Ladro schifoso! Principe porco!»
«Don Marco!...» balbettò
Baldassarre, atterrito.
«A me il congedo?... E il notaio
per la consegna?... Credeva forse che gli volessi portar via i suoi denari?...
Quelli che ha rubati ai fratelli e alle sorelle?... O le sue carte? Le prove
delle sue ruberie? Delle sue falsità? Ladro, ladro, ladrone! E più porco io che
gli tenni mano!... Mi manda via perché non ha più da spogliare nessuno?...»
Con le mani in capo, Baldassarre
scongiurava: «Don Marco!... Signor Marco!... per carità!... possono udirvi!...»
ma l'altro, fuori della grazia di Dio, tremando dall'ira, buttava fuori quel
che aveva in corpo contro il padrone e tutta la sua razza:
«Dieci anni! Dieci anni di studio
per rubare i suoi parenti! quegli altri pazzi e furbi, scemi e birbanti!... E
non mangiava, non beveva, non dormiva, studiando il modo di accalappiarli,
facendo il moralista, fingendo l'affezione, il rispetto alle volontà di sua
madre; pezzo di Gesuita più di quell'altro Sant'Ignazio del Priore, pezzo di
porco più di quell'altro maiale di don Blasco! Ah, crede che la gente non
sappia quant'è porco, con la ganza in casa, adesso che non ha più nessuno da
rubare, con la ganza sotto gli occhi di sua moglie, sotto gli occhi di sua
figlia, fino all'altr'ieri?...»
«Don Marco!» gridò Baldassarre,
minaccioso finalmente anche lui, per tentar d'arrestare quella fiumana di male
parole che i gesti disperati di preghiera e di paura non erano valsi a frenare.
E il signor Marco lo guardò stralunato, quasi accorgendosi in quel punto della
sua presenza.
«Mi meraviglio!» continuava il
maestro di casa, fermo e contegnoso. «La volete finire, una buona volta?...»
Allora l'altro gli tirò sul muso
un'amara sghignazzata.
«Zitto, tu! Prendi le parti di
tuo fratello, bastardo?»
Giusto in quel momento comparve
il notaio che saliva dal quartiere del principe:
«Signor Marco...» ma l'altro non
lasciò dire:
«Venite per la consegna, eh?»
riprese a tonare. «Che cosa volete che vi consegni? le carte false del vostro
padrone? gli atti carpiti? le transazioni strozzate?... Ecco qui, prendete!...»
E cominciò a buttare all'aria tutto ciò che si trovava sulla scrivania, sugli
scaffali. «Temete che io li porti via? Non ne ho bisogno. Lo sanno tutti che
razza d'imbroglione, di ladro e di falsario è il vostro principe! Voi lo
sapete, che ha rubato la sorella monaca e la badia col cavillo
dell'approvazione regia, e quell'altra pazza per consentire al suo matrimonio,
e il Babbeo perché è babbeo e il contino per dargli mano a quelle altre
vergogne!... Voi le sapete meglio di me tutte le trame che ha ordite, le
cambiali vecchie pagate dalla madre, fatte ripagare due volte, prima ai
legatari, poi al coerede; e i debiti supposti, la procura carpita...»
«Di grazia, signor Marco... un
po' di misura...»
«Misura? Sono misuratissimo,
sono! O credete che mi dolga del posto perduto?... Ne troverò un altro, non
dubitate!... E da per tutto sarò trattato meglio che tra questi arlecchini
finti principi... Forse temevano che io li rubassi, eh? Che io m'arricchissi a
spese loro?... Lo disse una volta, quel maiale del monaco: vi pare che non l'abbia
risaputo?... Io che ci ho rimesso di sacca mia? perché se trovavano un
centesimo mancante gridavano un mese durante!... Casa munifica, in verità, da
poterci fare il nido!...» E spalancando gli armadi e le cassette riprendeva:
«Qui!... Prendete, vi consegno ogni cosa!... Venite a guardare sotto il letto,
se c'è il cantero!... Frugatemi addosso, se gli porto via qualche cosa... A
voi, chiappate: sono le chiavi delle casse e degli armadi; ditegli che se
le...» E le lasciò correre per terra. A un tratto, vide, nell'armadio
spalancato, appesa a un uncino di rame dorato, quella della bara della
principessa, l'unico regalo fattogli dalla defunta oltre le vecchie
tabacchiere, dopo quasi trent'anni di servizi. Afferrarla e scaraventarla
contro il muro, fu tutt'uno.
«E questa con l'altre...» gridò,
con una mala parola da far arrossire la morta, laggiù, nelle catacombe dei
Cappuccini.
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