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Per la via polverosa, sotto il
cielo di fuoco, un'interminabile fila di carri colmi di masserizie: stridevano
le ruote, tintinnavano i sonagli, e i carrettieri seduti sulle stanghe o
appollaiati in cima al carico voltavano tratto tratto il capo, se uno scalpitar
più frequente e un più vivace scampanellìo di sonagliere annunziavano il
passaggio di qualche carrozza. Allora la fila dei carri serravasi sulla destra
della via, e il legno passava, tra una nugola di polvere e lo schioccar delle
fruste, mentre le facce spaventate dei fuggenti apparivano agli sportelli.
«Il castigo di Dio!... Tutta
colpa dei nostri peccati!... Eran più di dieci anni che vivevamo tranquilli!
Assassini del governo!...» La povera gente seguiva a piedi i carrettelli
carichi di due magri sacconi e di quattro seggiole sciancate; e nelle brevi
soste fatte per riprender fiato, per asciugar il sudore grondante dalle fronti
terrose, scambiava commenti sulle notizie del colera, sull'origine della
pestilenza, sulla fuga universale che spopolava la città. I più credevano al
malefizio, al veleno sparso per ordine delle autorità; e si scagliavano contro
gl'«italiani», untori quanto i borboni. Al Sessanta, i patriotti avevano dato a
intendere che non ci sarebbe stato più colera, perché Vittorio non era nemico
dei popoli come Ferdinando; e adesso, invece, si tornava da capo! Allora,
perché s'era fatta la rivoluzione? Per veder circolare pezzi di carta sporca,
invece delle belle monete d'oro e d'argento che almeno ricreavano la vista e
l'udito, sotto l'altro governo? O per pagar la ricchezza mobile e la tassa di
successione, inaudite invenzioni diaboliche dei nuovi ladri del Parlamento?
Senza contare la leva, la più bella gioventù strappata alle famiglie, perita
nella guerra, quando la Sicilia era stata sempre esente, per antico privilegio,
dal tributo militare? Eran questi tutti i vantaggi dell'Italia una?... E i più
scontenti, i più furiosi, esclamavano: «Bene han fatto i palermitani, a
prendere i fucili!...» Ma la rivolta di Palermo era stata vinta, anzi la
pestilenza, secondo i pochi che non credevano al veleno, veniva di lì,
importata dai soldati accorsi a sedare l'insorta città... E sui monticelli di
breccia disposti lungo la via, al filo d'ombra proiettata dai muri, dalla cui
cresta sporgevano le pale spinose dei fichi d'India, i fuggenti sedevano un
poco, discutendo di queste cose, mentre continuava la sfilata delle carrozze,
dei carri e dei pedoni non ancora stanchi. Alcuni tra questi, i più poveri,
avevano caricato tutta la loro roba sopra un asinello, e uomini, donne e
bambini seguivano a piedi, con fagotti di cenci in capo, o sotto il braccio, o infilati
ad un bastone, la bestia lenta e paziente. I conoscenti si fermavano, notizie e
commenti erano scambiati anche tra sconosciuti, con la solidarietà del pericolo
nella comune miseria. Le donne ripetevano ciò che avevano udito dire dai preti:
il colera era la pena dei tempi peccaminosi: gli scomunicati non avevano fatto
la guerra al Papa? La Chiesa non era perseguitata? E adesso, per colmar lo
staio, c'era la legge che spogliava i conventi! La fine del mondo! L'anno
calamitoso! Chi avrebbe creduto una cosa simile! Tanti poveri monaci buttati in
mezzo a una via? I luoghi santi sconsacrati? Non c'è più dove arrivare!...
Queste erano sciocchezze, giudicavano invece gli uomini. I monaci avevano assai
scialato senza far nulla! Mangiavano a ufo! E i muri dei conventi, se avessero
potuto parlare, ne avrebbero dette di belle. Era tempo che finisse la cuccagna!
L'unica cosa fatta bene dal governo!... Però, tanti santi Padri, che ce
n'erano, costretti a vivere con una lira al giorno! I Benedettini, per esempio,
avevano di che scialare con una lira il giorno, dopo aver fatto la vita di
tanti Re! «E i quattrini che si sono divisi?»
La notizia circolava da un pezzo,
e certuni ne davano i particolari come se fossero stati presenti: le economie
fatte negli ultimi anni, nella previsione della legge, erano state distribuite
a tanto per uno: ogni monaco aveva preso nientemeno che quattromila onze di
monete d'oro e d'argento. Poi s'eran spartita l'argenteria da tavola, tutta la
roba di valore, e avvicinandosi il momento del congedo avevano venduto una gran
quantità delle provviste accatastate nei magazzini: grandi botti di vino,
grandi giare d'olio, gran sacchi di frumento e di legumi; altrettanti quattrini
intascati — e nondimeno i magazzini parevano ancora colmi! «Han fatto bene!
Dovevano forse lasciare anche la cassa ai ladri del governo?...» E le piccole
carovane si rimettevano in marcia con le teste riscaldate all'idea dei milioni
di milioni d'onze che avrebbe intascato Vittorio Emanuele vendendo i beni di
San Nicola e di tutte le altre comunità... Molti mendicanti, profittando del
gran passaggio di gente, tendevano la mano dal mucchio di sassi dove stavano
sdraiati; i cenciosi bambini che li accompagnavano correvano dietro alle
carrozze se da qualcuna di esse cadeva un soldino nella polvere dello stradale.
E i pedoni riconoscevano i signori fuggenti, se ne ripetevano il nome,
spaventati all'idea del vuoto della città: «il principe di Roccasciano!... La
duchessa Radalì!... I Cùrcuma!... I Grazzeri!... Non resterà dunque nessuno?...»
Verso sera, quando l'ardore della
giornata si temperò, tre carrozze padronali scappanti una dietro all'altra
sollevarono una gran nuvola di polvere dalla città al Belvedere. Nella prima
c'era il principe di Francalanza, donna Ferdinanda e la cugina Graziella,
invitata alla villa perché non poteva andar sola alla Zafferana, e il
principino Consalvo a cassetta, che brandiva trionfalmente la frusta,
quantunque portasse ancora la tonaca benedettina perché suo padre s'era deciso
a riprenderlo in casa proprio all'ultimo momento, quando i monaci s'eran
dispersi e don Blasco e il Priore avevano anch'essi chiesto ospitalità al
palazzo. Nella seconda carrozza stava la principessa, senza nessuno a fianco né
dirimpetto e solo la cameriera nell'angolo opposto. Il contatto d'una spalla
l'avrebbe fatta cadere in convulsione, perciò s'era dichiarata contentissima
che il principe accompagnasse la cugina. L'altra carrozza era invece stipata:
c'erano il marchese e Chiara, Rosa col bambino e finalmente don Blasco. Questi
aveva rifiutato per la campagna l'ospitalità del principe e accettata quella
del marchese, allo scopo d'evitare la sorella Ferdinanda; l'avversione non
cedeva neppure dinanzi al pericolo del colera, gli faceva preferire la
compagnia del bastardello. Il Priore, invece, era rimasto in città, al
Vescovato, dove Monsignore lo aveva accolto a braccia aperte: tutte le
preghiere e gli inviti dei parenti non erano valsi a farlo fuggire; il suo
posto, diceva, era al capezzale degli infermi, accanto a Monsignore. Le
maggiori insistenze gli erano venute dal principe, il quale sosteneva, come
sempre, che in tutte le circostanze gravi e solenni la famiglia doveva tenersi
unita; perciò gl'incresceva di lasciare in mezzo al pericolo qualcuno dei suoi.
Che cosa si sarebbe detto? Che egli pensava solamente a se stesso?... Ma, come
non era riuscito a rimuovere il Priore, così aveva fatto fiasco con Ferdinando,
il quale, preso gusto alla vita cittadina, non voleva sentir parlare neppure di
rifugiarsi alle Ghiande. Lucrezia era già partita nella mattina pel
Belvedere col marito, il suocero e la suocera. Quanto allo zio duca, era a
Firenze, vicino alla nipote Teresina, e poiché il colera non infieriva e non
metteva tanto spavento quanto in Sicilia, così egli era e voleva che sua moglie
fosse tranquilla. Al cavaliere don Eugenio, che se ne stava ancora a Palermo,
nessuno pensava.
Ricominciò al Belvedere la vita
allegra della villeggiatura, tanto più che l'allarme destato dalle prime
notizie della pestilenza si dimostrò presto ingiustificato: in città c'era
appena qualche caso sospetto di tanto in tanto. Il principino, lasciata
finalmente la tonaca per gli abiti di tutti gli altri cristiani, cominciò a
prendersi quegli spassi che aveva sognati. Prima di tutto, con uno schioppo vero,
se ne andava a caccia sui monti dell'Elce o dell'Urna, a sterminare conigli,
lepri, pernici ed anche passeri, se non trovava altro; poi faceva attaccare
ogni giorno per imparare a guidare, e il suo calessino divenne in breve il
terrore di chi girava per le vie di campagna: sempre addosso ai carri ed alle
carrozze, lanciato a tutta corsa per lasciare indietro ogni altro veicolo a
costo di ribaltare, di fracassarsi, d'ammazzare qualcuno. Quando non guidava,
se ne stava nella scuderia a veder governare le bestie, a imparare il
linguaggio speciale dei cocchieri, dei cozzoni e dei maniscalchi, a criticare
gli animali degli altri signori rifugiati al Belvedere o nei dintorni, gli
acquisti recenti di Tizio, gli equipaggi di Filano, e donna Ferdinanda, udendolo
parlare con sempre maggior competenza intorno a tali nobili argomenti,
s'inorgogliva ammirando: «Queste son le cose che devi imparare!...» Anche la
principessa, sebbene piangesse ancora per la lontananza di Teresina, si
mostrava orgogliosa dei progressi del figliuolo, ma più la cugina, che
prodigava al giovanotto continue carezze, benché Consalvo non solamente non le
rispondesse con eguale effusione, ma si studiasse anche di evitarla. Non
l'aveva perdonata d'essersi opposta al suo più pronto ritorno nella casa
paterna; e adesso, vedendola domiciliata lì come una persona della famiglia,
prendere il posto della sua mamma, la sua antipatia cresceva. Donna Graziella,
in verità, più che da ospite si diportava da padrona: bisognava vederla la
sera, quando veniva gente, come faceva gli onori di casa, specialmente se la
principessa sentivasi indisposta E questo accadeva spesso; senza soffrire
precisamente di nulla, donna Margherita, dopo la partenza della figliuoletta,
accusava un sordo malessere, dolori di capo, una certa difficoltà di
digestione. E felice di poter evitare la folla, le vicinanze infette, le
strette di mano contagiose, se ne andava a letto, mentre nel salone la gente
conversava animatamente, giocava, scioglieva sciarade. Lucrezia, lasciando la
villa Giulente, partecipava con la cugina alla direzione delle faccende
domestiche. Lei che in casa propria non metteva un dito all'acqua fresca,
veniva a darsi un gran da fare per la vanagloria di riprendere il proprio posto
nella casa del fratello principe. Chiara tirava su a zuccherini il bastardello,
lo vezzeggiava molto più del marchese, il quale provava sempre un certo disagio
e una certa vergogna a riconoscere pubblicamente quella paternità, mentre sua
moglie quasi se ne gloriava. Se la principessa, o donna Ferdinanda, o qualche
altro parente non faceva buon viso al piccolino, ella mostravasi offesa ed era
capace di non metter piede per una settimana alla villa, se le passava pel capo
che qualcuno incominciasse a criticare quella specie di adozione. Viceversa,
era adesso tutt'una cosa con lo zio Blasco, il quale, stando con lei, la
approvava implicitamente.
Il monaco, alla notizia della
legge che sopprimeva i conventi, durante gli ultimi tempi della vita claustrale
e nei primi passati a casa del nipote, aveva fatto cose, cose dell'altro mondo:
era parso veramente uno scatenato diavolone dell'Inferno. Le male parole di
nuovo conio, le imprecazioni, le bestemmie eruttate contro il governo, a San
Nicola, al palazzo, dalla Sigaraia, nelle farmacie borboniche e anche sulla
pubblica via, non si poterono neppur noverare; i vituperi evacuati contro il
fratello deputato, che aveva dato il suo voto alla legge, si lasciarono mille
miglia lontano tutto quello che di più violento gli era mai uscito di bocca. Ma
quasi la mostruosità compitasi fosse troppo grande, troppo stordente, egli si
ridusse tosto ad un silenzio grave ed incagnato, dal quale non lo toglievano se
non le voci, ripetute in sua presenza,
della spartizione delle economie, delle quattromila onze toccate a ciascun
Padre. Allora ricominciava a tonare: «Spartite sette paia di corna! Toccate
quattromila teste di cavolo!… C'era un cavolo da spartire!… E se pure ci fosse
stato qualcosa, nessuno avrebbe toccato niente! Per rendersi complici dei
ladroni, ah? del rifiuto delle galere? del sublimato della briganteria?…» Egli
parlava così dinanzi agli estranei, alla gente di poco affare, alle persone di
servizio; in famiglia, tra gli intimi, confessava la spartizione, ma riduceva
la sua quota a poche centinaia di onze, a due posate, a un paio di lenzuola,
tanto da non restar sulla paglia. Da San Nicola era venuto via con due casse,
delle quali non lasciava mai le chiavi; e il principe, in città, le aveva
covate con gli occhi, quasi pesandole e fiutandole, con nuovo rispetto per
quello zio che adesso possedeva qualcosa; ma tutto il suo studio per trovare il
destro di guardar dentro alle casse era stato inutile, giacché il monaco si
sprangava in camera, ogni qualvolta aveva da frugarvi.
Adesso, al Belvedere, anche
Chiara e Federico parlavano spesso tra loro di questi famosi quattrini che
doveva possedere don Blasco. Il marchese, temendo che li sciupasse con la
Sigaraia, avrebbe voluto proporgli di metterli al sicuro, di comperarne
altrettanta rendita se il monaco fosse stato un altro, se ogni semestre,
avvicinandosi la scadenza delle cedole, don Blasco non l'avesse vessato,
punzecchiato, tormentato, profetandogli il subisso di quel titolo. Il corso
forzoso, la guerra, il colera, tutte le pubbliche calamità erano stati altrettanti
argomenti di giubilo pel monaco, il quale si fregava ogni volta le mani,
gridando al nipote: «Addio, la carta sporca! È fritto, il tuo governo! Tu non
mi hai voluto ascoltare, ben ti sta!…» Ma il marchese incassava sempre la sua
rendita il giorno stabilito, fino all'ultimo centesimo. Cessato del tutto il
pericolo del colera, un giorno egli scese in città per qualche affare e per
riscuotere il semestre; tornato al Belvedere e passeggiando, dopo pranzo, sulla
terrazza, mentre Chiara giocava col bastardello, egli riferì allo zio l'impiego
della sua giornata.
«Ho anche preso i quattrini delle
cedole... adesso le pagano anticipatamente, per l'affare dell'aggio… A mandarle
a Parigi si prenderebbero altrettanti pezzi di napoleoni. Io ho ordinato
un'altra partita di cartelle... le divideremo con parecchi amici... perché oggi
non c'è come impiegare il denaro…»
Voleva insistere a dimostrar la
bontà dell'affare, ma tacque, perché don Blasco, fermatosi di botto, gli piantò
gli occhi addosso, come sul punto di scoppiare.
«Potresti cedermene diecimila
lire?»
Il marchese, sulle prime, credé
d'aver udito male.
«Cederne?... Come?... A Vostra
Eccellenza?...»
«Dico se puoi vendermi diecimila
lire di cartelle, capisci o non capisci?»
«Ma credo... certo... Diecimila
lire di capitale, s'intende?... Eccellenza sì; posso scrivere subito un'altra
lettera, per maggior sicurezza, se Vostra Eccellenza le vuole...»
«Quando scriverai?»
«Domani stesso.»
«E verranno subito?»
«In un giro di posta.»
Il monaco gli voltò le spalle e
s'allontanò un poco; poi tornato indietro, ripiantatoglisi dinanzi, riprese:
«Senti, giacché ci sei, fanne
venire per ventimila lire.»
«Eccellenza sì; quanto vuole
Vostra Eccellenza...»
E appena solo, il marchese corse
dalla moglie, le disse col respiro rotto dallo sbalordimento:
«Non sai?... Non sai?... Lo zio
vuol comprare della rendita! Ventimila lire di cartelle!... M'ha dato la
commissione!... Non mi par vero! Mi par di sognare!...»
Chiara rispose, tranquillamente,
con una scrollatina di spalle:
«Di che ti stupisci? Non sai che
i miei parenti sono tutti pazzi?...»
Sottovoce, l'uno all'orecchio
dell'altro, gli Uzeda riprendevano a darsi del matto. Non era matta Chiara che
trattava la cameriera come una sorella e il bastardo di lei come un figlio suo
proprio? Non era matta Lucrezia che maltrattava quel povero diavolo di
Benedetto in tutti i modi? Che cos'era donna Ferdinanda, la quale, senza che
gliene venisse nulla, si impacciava di tutti gli affari della parentela? E che dire
del principe, il quale, dopo aver dimenticato per tanti anni la cugina, adesso
si metteva con lei, sotto gli occhi del figlio?...
Qui consisteva forse il motivo
che rendeva la Graziella sempre più antipatica a Consalvo: egli la
contraddiceva in tutto e per tutto, dinanzi alle persone; evitava poi di restar
solo in sua compagnia, affettava di trattarla come una intrusa quando le
persone di servizio gli parlavano di lei. Questo era però l'unico sentimento
che egli manifestava; del resto, stava in casa il meno possibile, montava a
cavallo quando non usciva in carrozza, inforcava tutti gli asini dei contadini,
teneva conversazione con tutti i carrettieri; il cuoco, dalla finestra della
cucina, da cui si scorgeva il podere fino alla chiusa degli olivi, lo vedeva
rincorrere le donne che venivano a cercare i fasci dei sarmenti vecchi. Con la
moglie di massaro Rosario Farsatore, il fattore lo colse quasi sul fatto, un
pomeriggio, nel pagliaio: egli non si mostrò per nulla turbato, e la cosa,
venuta all'orecchio di donna Ferdinanda, lo rialzò nella stima della zitellona.
Il principe finse di non saper nulla: pareva si fosse proposto di lasciarlo
sbizzarrire, quasi a compensarlo degli ultimi anni che lo aveva tenuto a San
Nicola.
«E fra' Carmelo?» domandavano di
tanto in tanto donna Ferdinanda, la principessa, Lucrezia. «Che n'è di fra'
Carmelo?...» ma il principino non sapeva né curavasi di sapere che fosse
avvenuto del suo antico protettore. A San Nicola, quando aveva roso il freno,
aspettando la legge di soppressione come l'unica via di salvezza, egli s'era
divertito a tormentare il fratello predicendogli lo sbando dei monaci, la
chiusura del convento; ma l'altro, scrollando il capo, sorrideva d'incredulità,
non comprendeva come gli stessi Padri potessero credere a una cosa simile.
Mandarli via? Vendere le proprietà? Parole, chiacchiere, queste d'ora come
quelle d'un tempo! Chi avrebbe avuto tanto ardire? E la scomunica del Papa? la
guerra delle potenze cattoliche? la rivoluzione di tutta la cristianità?... E
nulla era riuscito a scuotere la sua sicurezza, né le notizie dei giornali, né
i preparativi dello sgombero, né la partenza dei novizi. Dopo, Consalvo non
aveva più avuto notizie di lui.
Una mattina, al Belvedere, mentre
la famiglia si levava di tavola dopo colazione, Baldassarre venne ad
annunziare:
«Eccellenza, c'è fra' Carmelo.»
«Fra' Carmelo!»
Nessuno riconobbe il fratello dal
faccione bianco e roseo, dalla ciera gioviale, dal pancione arrotondato sotto
la tonaca, nel personaggio che s'avanzò verso il principe, con le braccia
levate:
«Me n'hanno cacciato!... Me
n'hanno cacciato!...»
In qualche mese era dimagrato
della metà, e sul viso giallo e floscio gli occhi un tempo ridenti avevano una
strana espressione di inquietudine quasi paurosa.
«Eccellenza, me n'hanno
cacciato!... Eccellenza, me n'hanno cacciato!...» e guardava tutti i signori,
tutte le signore, quasi a provocare la dimostrazione del loro sdegno contro
quella mostruosità. «Dunque era vero?... Ma che non s'ha da far nulla?...
Voialtri che siete ascoltati?... Lascerete che quei scellerati rubino San
Nicola, San Benedetto, tutti i santi del Paradiso?...»
«Che possiamo farci!...» esclamò
Consalvo fregandosi le mani; e donna Ferdinanda aggiunse:
«Avete voluto il governo
liberale? Godetene i frutti!»
«Io?... Io, Eccellenza?... Sapevo
molto, io, di liberali e non liberali!... Io badavo agli affari miei!...
Sessant'anni che c'ero dentro!... Nessuno aveva osato toccarlo, in tante
rivoluzioni che ho viste: il Trentasette, il Quarantotto, il Sessanta...»
«Bel terno!...» fece il
principino; e come Baldassarre venne a dirgli che il calesse era attaccato, si
alzò, esclamando sotto il naso del fratello:
«Adesso c'è la legge, caro
mio!...»
«Ma è giusta legge questa?... I
beni della Chiesa?... Allora io me ne vengo in casa delle Vostre Eccellenze e
mi piglio ogni cosa?... Si può fare una legge così?...» E raccontò confusamente
ciò che era avvenuto all'atto dello spogliamento: «Quel delegato, per la
consegna... L'Abate non volle esser presente, ed ha ben fatto: una simile
vergogna!... E s'è coricato nel letto di Sua Paternità, lo straccione: cose da
non credersi... Venne il Priore, e gli ha dato tutte le chiavi, Eccellenza:
della chiesa, della sacrestia, dei magazzini, del museo, della biblioteca... E
tutto venduto, sulla pubblica piazza: le tavole, le seggiole, i servizi, la
lana, il vino, i letti, quasi fossero di nessuno!... E i candelieri del coro,
quel ladro, credendoli d'oro, di notte non li portò via?... Lo legarono, gli
altri ladri più di lui!... E non c'è più niente!... I soli muri!... Me n'hanno
cacciato!... Me n'hanno cacciato!...»
La principessa cercava di
confortarlo, con belle parole; il principe gli offrì da bere; ma egli rifiutò,
riprese a narrare le stesse storie imbrogliandosi più di prima; poi se ne andò
alla villa del marchese, da don Blasco, ricominciando:
«Ce n'hanno cacciato!... E Vostra
Paternità non fa nulla?.. Il Priore suo nipote?... Monsignor Vescovo?... Perché
non scrivono a Roma?... Ha da finir così?...»
Don Blasco, al quale il giorno
prima era arrivata la rendita, tonò:
«Come vuoi che finisca?... Quando
io gridavo a quei ruffiani: "Badate ai fatti vostri? Non scherzate col
fuoco! Ci rimetterete il pane!..." mi davano del pazzo, è vero? E si
confortavano con gli aglietti, le bestie, dicendo che il governo non li avrebbe
toccati, che avrebbe passato loro una lauta pensione, se mai!... E i tuoi
compagni che facevano anch'essi i sanculotti, quel porco di fra' Cola che
distribuiva bollettini ai novizi? Quell'altro collotorto di mio nipote che
faceva salamelecchi a Bixio e a Garibaldi? Quell'asino con diciotto piedi
dell'Abate che si grattava la tigna, e pareva un pulcino nella stoppa?...
Adesso che volete? Se siete stati i vostri propri nemici?... Il governo è
ladro, e doveva fare il suo mestiere di ladro: che meraviglia? La colpa è di
quelle testacce di cavolo che lo aiutarono, che gli proposero: "Venite a
rubarmi!..." e gli aprirono anzi le porte!... Non mi dissero, una volta,
che volevano godersi un po' di libertà? Se la godano tutta, adesso!... Nessuno
gliela contrasta!...»
«E ce n'hanno cacciato!... Ce
n'hanno cacciato!...»
Quando gli Uzeda tornarono in
città, al principio dell'anno nuovo, una lettera del duca a Benedetto annunziò
che la Camera sarebbe stata sciolta fra poco. Egli non si dava questa volta
neppur la pena di venire, incaricava i suoi amici di lavorare per lui. Gli
affari non gli consentivano di lasciar Firenze, e questi affari, in fin dei
conti, erano più quelli degli elettori che i suoi propri. I suffragi dovevano
quindi andare a lui, come al naturale, al legittimo rappresentante del paese;
era assurdo supporre che qualcuno pensasse a contrastarglieli. Quanto a render
conto del modo col quale aveva esercitato l'ufficio ed a spiegare le proprie
convinzioni politiche ed a studiare i bisogni o ad ascoltare i voti del
collegio, uno scambio di lettere con Giulente zio e nipote, con qualcuno dei
pezzi grossi, bastò. I soliti malcontenti tornavano a fargli stupide accuse,
tentavano un'altra volta di rivangare le vecchie storie; i repubblicani, i sinistri,
gli rimproveravano il suo servilismo verso il governo, tentavano contrapporgli
qualcuno dei loro; ma incontravano da per tutto forte resistenza, erano
costretti a battere in ritirata. Un giornaletto satirico settimanale, il Ficcanaso,
faceva ridere la gente, dicendo che l'onorevole d'Oragua aveva fatto alla
Camera quanto Carlo in Francia senza neppure aprir bocca; ma il Pensiero
italiano, successo all'Italia risorta, dichiarava che il
Paese non sapeva che farsi dei chiacchieroni, e preferiva i cittadini
intemerati che votavano senza ascoltare altra voce se non quella della propria
coscienza. Esso non nominava mai il duca senza chiamarlo l'eminente patriotta,
l'insigne patrizio, l'illustre deputato; e all'annunzio dello scioglimento
della Camera ne cominciò il panegirico. Fra i tanti meriti del «cospicuo
Cittadino» quello d'aver contribuito precipuamente all'istituzione della Banca
Meridionale di Credito non era certo il più piccolo; e don Lorenzo Giulente,
nel suo gabinetto di direttore, raccomandava alla gente che veniva a prender
quattrini l'elezione del duca. «C'è bisogno di rammentarcelo?...» Ma,
considerando la velleità d'opposizione, gli amici del deputato volevano
ottenere una vittoria strepitosa; infatti gli misero insieme quasi trecento
voti. Il duca, riconoscente, fece cadere sul collegio una nuova strabocchevole
pioggia di croci di San Maurizio e Lazzaro; Benedetto ne ebbe una tra i primi,
e la cosa non gli fece certo dispiacere, quantunque egli si stimasse cavaliere
per nascita; ma dal giorno di quell'annunzio sua moglie non gli dette più
requie: «Cavaliere!... Senti, cavaliere!... Che fai, cavaliere?... Cavaliere,
vogliamo andar fuori?...» gli diceva a quattr'occhi e in presenza d'estranei, a
proposito e a sproposito. E se c'erano altre persone, aggiungeva
invariabilmente: «Perché adesso, non sapete? mio marito è cavaliere,
sissignori: senza cavallo...»
La vera, la prima origine della
durezza con la quale ella lo trattava da un pezzo era la persuasione finalmente
radicatasi nel suo cervello che egli non fosse abbastanza nobile per lei. A
poco a poco, giorno per giorno, aveva riconosciuto che i suoi parenti dicevano
giusto quando denigravano i Giulente; e, dimenticate le accuse rivolte al principe,
aveva fatto la pace, cedendo per la prima, affinché non si dicesse che gli
Uzeda sdegnavano di trattarla. E quanto più Benedetto le stava dinanzi
sommesso, tanto più ella riconosceva di avergli accordato una grazia speciale,
sposandolo. Le opinioni liberali di lui, un tempo ammirate, adesso
l'esasperavano come una prova di volgarità. I puri erano tutti
borbonici; lo zio duca e qualche altro facevano i liberali perché ci
speculavano su. Se il patriottismo avesse fruttato qualche cosa a suo marito,
un grande onore o molti quattrini, meno male; ma quei principi da straccione
professati senza costrutto dimostravano insieme la bassa origine e la
sciocchezza di Benedetto. Adesso, per vantarsi di quel ciondolo, di quel titolo
di cavaliere toccato agli ultimi scalzacani, bisognava sapersi discendenti da
mastri notari! Benedetto ci rideva un poco, ma a malincuore, e una volta, anzi,
da solo a sola, le disse:
«Potresti smetterlo, questo
scherzo.»
«Scherzo? Che scherzo? T'hanno
fatto cavaliere, sì o no? È verità o è menzogna?»
E per farsi un vanto del suo
rigorismo, non contenta d'aver messo in ridicolo quella nomina, andava a dire
dinanzi a donna Ferdinanda o a don Blasco:
«Del resto, egli non ha bisogno
della croce! È già cavaliere di natura...»
Ma il più bello era che donna
Ferdinanda, adesso, non le dava più retta, anzi parteggiava a viso aperto per
Benedetto, il quale la serviva in quella stagione, per via della famosa legge
sul corso forzoso. Con gli anni, quanto più il suo peculio era cresciuto, tanto
più cupida ella era divenuta: adesso dava i danari al trenta, al quaranta per
cento, gridando poi al ladro se qualche povero diavolo ritardava di qualche
giorno il pagamento. Ora, della «carta sporca», come chiamava i biglietti di
banca, ella non voleva sapere, non riconosceva altra moneta dai colonnati e dai
dodici tarì in fuori; se i suoi debitori, alle scadenze, venivano a pagarle
gl'interessi in tanti stracci, ella rifiutava di rinnovare il prestito,
pretendeva sotto il colpo la restituzione del capitale, si faceva suggerire dal
nipote avvocato il modo d'eludere la legge e d'obbligare la gente a
pagare in argento sonante... Quanto a don Blasco, anch'egli aveva altre cose
pel capo, e i Giulente cominciavano a entrare nelle sue grazie. Tornato dalla
villeggiatura, s'era preso in affitto un quartierino verso la Trinità, per
esser libero e restar vicino alla Sigaraia, come quand'era a San Nicola; ma gli
bisognava frattanto ammobiliar la casetta. E vomitando maledizioni contro i
«piemontesi» che lo avevano buttato in mezzo ad una via, con l'elemosina d'una
lira e mezza il giorno, chiedeva qualcosa a ciascuno dei parenti: un divano al
principe, un paio di poltrone al marchese, un armadio a Benedetto. Comprata un
po' di biancheria, la distribuì alle parenti perché gliela facessero cucire;
cucita che fu, chiese qualche piccolo ricamo per giunta; e tutti si facevano un
dovere di contentarlo, rivaleggiavano anzi nel rendergli quei servizi, se lo
ingraziavano, adesso che aveva anch'egli il suo gruzzolo. Quanto avesse non si sapeva
con precisione; ma alla scadenza del primo semestre della sua rendita, visto
che le cedole eran pagate puntualmente — in carta, è vero, ma la carta correva
come moneta — egli disse al marchese di fargli comperare altre diecimila lire
di cartelle. E gridando contro il governo ladro teneva sotto il guanciale i
suoi titoli.
Al principio dell'estate, benché
la Camera fosse ancora aperta, arrivò il duca. Ricominciarono le solite
dimostrazioni degli amici e degli ammiratori; egli saliva in cattedra con maggior
sicumera di prima e commentava l'opera del Parlamento. La soppressione delle
società religiose era il gran fatto dei tempi moderni; egli ne enumerava e
dimostrava gli immensi vantaggi. Prima d'ogni cosa, i latifondi tolti alla
manomorta avrebbero raddoppiato e migliorato i loro prodotti «a vantaggio
dell'agricoltura, industria e commercio, sorgente precipua di ricchezza
sociale»; in secondo luogo tutti, anche coloro che non avevano capitali,
potevano diventar proprietari aggiudicandosi piccoli lotti da riscattare con lo
stesso frutto della terra; finalmente il governo, con l'utile della vendita,
avrebbe scemato le tasse «a sollievo della finanza pubblica e privata». Era
come un'altra «legge agraria»: egli citava i romani, Servio Tullio; e la gente
che non capiva batteva egualmente le mani, in attesa della cuccagna.
Egli frattanto si preparava a
comperar qualche lotto — dicevano anzi che fosse venuto proprio per questo — e
consigliava al principe, a Benedetto, al marchese di fare altrettanto. Quando
don Blasco ne ebbe sentore, fece cose da pazzo:
«I beni della Chiesa, razza di
miscredenti e di dannati? Volete dunque tenere il sacco ai ladri, ah? Non avete
paura per l'altra vita? Che faccia una cosa simile quel farabutto», ormai non
chiamava altrimenti il fratello deputato, «non è meraviglia, dopo che ha votato
la ladreria. Nel più c'è il meno, e neppure Domineddio può cavarlo dal fuoco
eterno! Ma voialtri! Guai a tutti! Fuoco dall'aria sui vostri capi! Arse
l'anime!...»
Donna Ferdinanda, da canto suo,
era contrarissima, per scrupolo religioso; e minacciava anche lei le pene
infernali ai compratori dei beni della Chiesa; la principessa, che stava peggio
in salute, appoggiava la zia; e un giorno venne il Priore al palazzo, a posta
per distogliere i parenti dall'acquisto col linguaggio della persuasione
evangelica.
«Non vi lasciate indurre in
tentazione. Vi diranno che l'occasione è propizia per fare qualche guadagno
materiale; ma la salute dell'anima è il sommo dei beni. Il Signore vi
compenserà in altro modo, vi darà da un altro canto quello che ora
rinunzierete...»
Il principe stava a sentire le
due campane senza esprimere la propria opinione; il marchese però giudicava
eccessivi gli scrupoli; e Chiara, per seguire il marito, non dava ascolto alle
ammonizioni del confessore. Lucrezia, da canto suo, spingeva Benedetto a
comprare, ad arricchirsi, poiché adesso lo credeva non solo ignobile, ma anche
miserabile; uno che non possedeva neppure uno straccio di feudo, mentre in casa
Francalanza ce n'erano sedici!...
Frattanto il Parlamento discuteva
un'altra legge «a vantaggio dell'incremento pubblico e privato», come spiegava
il duca, sebbene non andasse alla capitale: quella, cioè, relativa allo
svincolo delle cappellanie e dei benefici laicali; e il principe, zitto zitto,
cominciava a tener conferenze col notaro e col procuratore legale, preparava i
suoi titoli per ottenere i beni di tutte le fondazioni degli antenati,
specialmente della cappellania del Sacro Lume; quando un bel giorno don Blasco,
che da un certo tempo non metteva piede al palazzo, vi piovve inaspettato.
«Badiamo, ohi! Se si svincola la
cappellania, la roba va divisa fra tutti i consanguinei!»
«Vostra Eccellenza s'inganna,»
rispose il principe. «I beni rientrano nel fedecommesso.»
«Che fedecommesso d'Egitto? Dov'è
il fedecommesso? Sono quarant'anni che è finito, e i titoli li ho letti
anch'io!»
«Ma il diritto di patronato è
stato in mano mia.»
«Patronato? Quasi che si
trattasse di un ente autonomo!» Don Blasco parlava adesso come un trattato di
giurisprudenza. «È una semplice eredità cum onere missarum: hai da
spiegarmi il latino? O torniamo coi cavilli che facesti alla badìa per non
pagare il legato?... Alle corte, qui bisogna intendersi: se no comincio con un
dichiaratorio, e poi ce la vedremo in tribunale!»
Il principe, vistosi scoperto, in
un momento che la bile gli tornava a gola, esclamò:
«O Vostra Eccellenza non aveva
vietato di toccare i beni della Chiesa?»
«Evviva la bestia!» proruppe il
monaco. «Qui la Chiesa che ha da vedere? Le messe si faranno celebrare come
prima, anzi meglio di prima! Tu volevi forse intascare le rendite senz'altro?»
Ma non ci fu tempo di
approfondire la quistione e di concretar nulla, che una sera d'agosto, mentre
al palazzo una folla d'invitati assisteva alla processione del carro di
Sant'Agata, arrivò il duca giallo come un morto, annunziando:
«Il colera! il colera!...
Un'altra volta!...»
Quello buono, adesso; la dose
giusta finalmente trovata dagli untori; perché, Dio ne scampi, non erano
passate ventiquattr'ore che già il morbo si dilatava. E che spavento per le vie
di campagna, nuovamente percorse, giorno e notte, da torme di fuggiaschi; e che
terrore, infinitamente più contagioso della peste, vinceva i più coraggiosi
all'annunzio del rapido progredire del male, e li cacciava su, verso la
montagna, nei paesi del Bosco, dove, con la consueta fiducia nell'immunità,
l'affitto d'una casupola costava un occhio del capo!
Gli Uzeda erano arrivati al
Belvedere poche ore dopo la notizia portata dal duca, e questi aveva preso
posto nella prima carrozza, tanta tremarella aveva in corpo. La cugina
Graziella era ancora una volta coi cugini: la sua presenza adesso diveniva
tanto più necessaria quanto che la povera principessa andava peggio, e, o fosse
la paura del colera o il disagio della fuga improvvisa, appena arrivata alla
villa si mise a letto. Un po' per questo, un po' per la tristezza generale
prodotta dal sapere le stragi che faceva in città la pestilenza, non più ricevimenti,
non più giuochi, non più veglie. Il giorno passeggiavano nel podere; Consalvo,
Benedetto e qualche altro s'arrischiavano per le vie, ma all'ave il principe
voleva che tutti fossero in casa e faceva sprangare tutte le porte e tutti i
cancelli; don Blasco, alla villa del marchese, si teneva prudentemente nella
propria camera, e non andava neppure a litigare con Giacomo, anche per evitare
la compagnia di quel «farabutto» del duca. Ma improvvisamente un brutto giorno
la costernazione crebbe fuor di misura: la pestilenza era scoppiata al
Belvedere; la serva di certa gente venuta tre giorni prima dalla città
agonizzava; s'udiva la campanella del Viatico per le vie deserte come quelle
d'un paese morto.
«Bisogna scappare!... Scappiamo!
Subito!... Alla Viagrande, alla Zafferana...»
Lucrezia coi Giulente partì
subito per Mascalucia. Il duca, più morto che vivo, avrebbe voluto andarsene
sul pizzo d'Etna, per mettersi bene al sicuro; ma prevalse pel momento il
partito del marchese, che diceva d'andare alla Viagrande, dov'erano quasi
sicuri di trovare una casa capace di tutta la parentela. Bisognava però che
qualcuno passasse innanzi per cercarla; e il duca s'offerse d'accompagnare il
principe, non parendogli vero di battersela immediatamente. Giacomo disse alla
moglie:
«Vuoi venire anche tu?»
La principessa, da alcuni giorni,
aveva lo stomaco rovinato, non digeriva più, si trascinava penosamente dal
letto alla poltrona; e appunto perciò tutti convennero che bisognava metterla
in salvo prima degli altri. Marito e moglie partirono dunque subito con lo zio
e Baldassarre; gli altri restarono a preparare i carri della roba, giacché
questa volta, non andando in casa propria, bisognava portare letti, biancheria,
tutte le cose d'uso giornaliero. Nella notte tornò il maestro di casa per
avvertire che l'alloggio era trovato, e il domani all'alba tutti scapparono dal
Belvedere dove il colera già divampava. La casa, alla Viagrande, s'era trovata
grazie alle relazioni e ai quattrini del principe di Francalanza: nondimeno, era
una catapecchia consistente in tre cameracce e due stanzini a pian terreno,
povera abitazione d'un bottaio, dove i «Viceré» furono molto contenti di
potersi ficcare. Grazie al nome di Uzeda, l'entrata in paese fu loro
consentita, quantunque venissero da un luogo infetto; ma, una volta dentro, il
principe, il duca, don Blasco cominciarono a gridare che non bisognava lasciar
passare nessun altro, se non si voleva la rovina della Viagrande. Infatti
l'epidemia decimava non solamente la popolazione rimasta in città, dove si
contavano fino a trecento morti il giorno e non c'era più consorzio civile,
nessuna autorità, né deputati, né consiglieri, né niente, ma diffondevasi per
la prima volta con violenza straordinaria nel Bosco scampato a tutte le altre
invasioni coleriche: era al Belvedere, a San Gregorio, a Gravina, alla Punta,
guadagnava le case sparse, non risparmiava i casolari perduti in mezzo alle
campagne; e non soltanto i poveri diavoli morivano, ma le persone facoltose, i
signori che s'avevano ogni sorta di riguardi; talché la gente atterrita fuggiva
da un paesuccio all'altro, come poteva, sui carri, a cavallo, a piedi; ma chi
portava addosso il germe del male cadeva lungo gli stradali, si torceva nella
polvere e moriva come un cane: i cadaveri insepolti, cotti dal torrido sole
estivo, esalavano pestiferi miasmi, mettevano il colmo all'orrore; e i
fuggiaschi che arrivavano sani e salvi ai luoghi ancora immuni erano accolti a
schioppettate dai terrazzani atterriti; o, se riuscivano a trovare un rifugio,
comunicavano ai sani la pestilenza. La siccità aggiungevasi a render disperate
quelle tristi condizioni; tutte le cisterne erano asciutte, non si poteva far
pulizia, c'era appena di che dissetarsi. Il principe, alla Viagrande, pagava
una lira ogni brocca d'acqua; e la principessa pareva diventata un pozzo, tanta
ne sciupava, tra per lavarsi ogni ora, in quelle stanze dai pavimenti e dai
muri unti e dagli usci luridi, la cui sola vista le metteva i brividi, tra per
la sete che la divorava. I dolori intestinali non la lasciavano più; a momenti
pareva che avesse già i crampi del colera; tanto che il duca, atterrito,
pensava di scapparsene più lontano; ma la paura di lui era fuor di luogo: quei
dolori, quelle disposizioni al vomito, la principessa li soffriva da più di un
anno, non con l'intensità di adesso, è vero, ma con lo stesso carattere. Il
principe, assicurando lo zio, gli manifestava altri timori:
«Margherita non ha voluto mai
chiamare un dottore... ma io ho una gran paura... m'hanno detto che forse ha un
cancro allo stomaco...»
Ma il duca non gli dava retta;
per adesso, aveva da pensare alla propria pelle, perché il colera poteva
scoppiare da un momento all'altro alla Viagrande, anzi qualche allarme c'era
già stato.
«Andiamo via!...» insisteva;
«andiamo più lontano, al Milo, a Cassone, sulla montagna...» e quando
finalmente il primo caso fu accertato in paese, mentre tutti ripetevano:
«Andiamo via... scappiamo più lontano» egli aveva la cacaiola, dalla paura.
Questa volta le difficoltà per
trovare una casa erano ancora più grandi. Il duca andò a cercarla dalle parti
del Milo. Il principe si preparò a partire per Cassone.
«Vuoi venire anche tu?» ripeté
alla moglie.
Ella aveva passato una notte
orribile, senza sonno, tormentata dalla nausea e dal vomito; s'era levata a
stento, pallida e disfatta così, che Chiara disse:
«No, lasciala... verrà quando
avrai trovato la casa...»
Le stesse cameriere dissero che
non era prudente esporla al disagio della ricerca, che meglio le conveniva
partire quando si sapeva dove condurla; ma la cugina Graziella fu di contrario
parere, udendo che i casi si moltiplicavano rapidamente nel villaggio.
«Io direi invece di allontanarla
subito... nelle sue condizioni può opporre meno resistenza al contagio... una
casa qualunque Giacomo ha pure da trovarla...»
Donna Ferdinanda era anche lei di
questa opinione; ma Consalvo, stretto alla mamma, le diceva, piano:
«No, non andare per ora... è
meglio qui... andremo poi tutti...»
Ella carezzava il giovanetto con
la mano scarna e fredda, e guardava timidamente il marito, aspettando che egli
stesso decidesse.
«Vuoi o non vuoi venire?» le
domandò egli, con voce breve, col tono che prendeva quando le decisioni
cominciavano a seccarlo; e la domanda, che aveva il suo senso letterale per
tutti, ne acquistava un altro per la principessa che comprendeva le intenzioni
e i gesti, che intuiva i sottintesi.
«No, t'accompagno...»
Sul punto di vederla andar via,
il principino insisté:
«Mamma, resta... o prendimi con
te,» e il giovanetto, ordinariamente allegro e spensierato, dimostrava adesso
una specie d'inquietudine quasi paurosa.
«Non c'è posto per tutti!»
rispose il principe, brusco; e la principessa abbracciò forte il figliuolo
dicendogli:
«Resta... resta... domani saremo
insieme...»
Si mise in carrozza accanto a suo
marito tenendo un pezzo di canfora alle nari; Baldassarre montò in serpa e la
carrozza partì.
Fino a sera, non s'ebbe più
notizia di loro. A un'ora di notte arrivò un espresso mandato dal duca dal
Milo, il quale avvertiva d'aver trovato uno stambugio dove c'era posto appena
per lui; li lasciava quindi liberi di raggiungere Giacomo.
Alla Viagrande frattanto
smaniavano, perché il panico cresceva contagiosamente. Già accusavano Giacomo
d'essersi scordato di loro come quell'egoista del duca; già don Blasco parlava
di mettersi a cavallo a un asino e di andarsene non importava dove, quando,
all'alba del domani, arrivò Baldassarre, pallido, stravolto e tremante.
«Eccellenza!... Eccellenza!... La
padrona, la signora principessa!... Attaccata di colera!... Spirata in tre
ore!...»
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