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Ferdinando deperiva da un anno.
Nel viso emaciato, negli occhi gialli, nelle labbra bianche, gli si leggeva da
un pezzo un malessere secreto, un'intima sofferenza; ma, come s'era creduto
affetto da tutti i mali quando stava benissimo, così adesso che qualcosa si
disfaceva nel suo organismo, se gli domandavano che avesse, rispondeva,
seccato:
«Nulla! Che ho da avere? Volete
che m'ammali apposta?»
E rispose una mala parola al
principe il giorno che questi gli consigliò d'andarsene un poco alle Ghiande a
respirare l'aria sana della campagna. Non voleva più sentire neppur nominare la
sua terra. I libri che gli erano costati tanti quattrini s'impolveravano e
tarmavano negli scaffali, gli strumenti s'arrugginivano e si rompevano; solo il
podere prosperava, adesso che egli non sperimentava più novità. Incaponitosi a
negare le sue sofferenze, i dolori di stomaco, i disturbi viscerali, li
attribuiva a cause fantastiche: alla poca cottura del pane, allo spirare dello
scirocco, al fresco della sera; ma egli cadeva in una tristezza lugubre, in una
funebre ipocondria. Per lunghe e lunghe giornate non diceva una parola, non
vedeva anima viva: chiuso nella sua camera, buttato sul letto, se ne stava
immobile a seguire il volo delle mosche; quando la crisi passava, faceva grandi
scorpacciate di roba indigeribile. Una notte d'estate, il cameriere spaventato
da un vomito nerastro e da una diarrea sanguinolenta, mandò il figliuolo al
palazzo, per avvertire la famiglia.
All'arrivo del principe e alla
proposta di mandare a chiamare un medico, l'infermo gridò che non voleva
nessuno, che s'era rimesso interamente. Ma adesso tutti comprendevano che il
caso era grave. Lucrezia, la compagna della sua fanciullezza, ebbe un
bell'insistere per dimostrargli la convenienza di una visita medica; egli
minacciò di chiudersi in camera e di non ricevere più nessuno. Ma il suo polso
scottava dalla febbre. Per vincere quell'ostinazione dovettero ricorrere a un
artifizio, come con un fanciullo o con un pazzo: finsero che un ingegnere
dovesse rilevar la pianta della casa e introdussero così un dottore in camera sua.
Il dottore scrollò il capo: la condizione dell'ammalato era molto più grave che
non credessero. A trentanove anni egli se ne moriva: il sangue vecchio e
impoverito dei Viceré si corrompeva, non nutriva più le flaccide fibre. Per
tentar di combattere la discrasi, una cura e una dieta severissima erano
necessarie; ma il maniaco non ascoltava nessuno, tanto meno i parenti. Se essi
insistevano, egli gridava: «Non la volete finire?» Fittosi in capo che stava
benissimo, se coloro pretendevano per forza che fosse ammalato voleva dire che
desideravano, che aspettavano la sua morte. Perché? Per raccogliere l'eredità!
Egli confidava la cosa al cameriere; gli diceva, quando gli Uzeda andavano via:
«Credi che costoro vengano qui
per amor mio? Vengono per la roba! Un'altra volta dirai loro che non ci sono.»
Ma la sua roba era già bell'e
andata. Dapprima per le speculazioni stravaganti che avevano rovinato la terra,
poi per le spese matte di libri e d'ordegni, più tardi per le ruberie del
fattore; quand'egli non aveva voluto veder le Ghiande neppure da lontano, s'era
messo a fare qualche debituccio. Senza stupirsene, senza indagarne la ragione,
si vedeva attorno gente che gli offriva denaro, dentro una certa misura,
beninteso. Ed egli firmava cambialine, e le cambialine andavano a finire in
mano del principe, il quale, adocchiando le Ghiande e comprendendo che quel
matto non avrebbe fatto testamento, se le accaparrava a quel modo. Il maniaco,
incapace di calcolare a qual tasso prendeva quei quattrini, credendosi ancora padrone
della roba, era persuaso che i parenti gli stessero attorno aspettando la sua
morte: appena li vedeva apparire, pertanto, voltava loro le spalle tranne che
al nipote Consalvo.
Il debito di costui era stato
finalmente pagato, e tutti attribuivano a donna Ferdinanda la largizione. Ma la
zitellona non aveva dato un soldo. Sarebbe crepata d'accidente se avesse dovuto
metter fuori non seimila lire, ma seicento, ma sessanta!... I quattrini erano
stati realmente sborsati dal principe, al quale, con una generosità che edificò
tutti, la principessa Graziella persuase di perdonare il figliastro. Era mai
possibile che la firma del principino di Mirabella fosse protestata? Lei
vivente, questo non sarebbe accaduto; piuttosto, se Giacomo si fosse ostinato a
dir di no, avrebbe pagato lei del suo! Per Consalvo, come anche per Teresina,
ella sentiva l'affezione d'una vera madre, quantunque non lo avesse portato in
grembo e il figliastro la ripagasse così male. «Ma che ci posso fare? Non si
comanda al cuore! Basta, un giorno o l'altro egli s'accorgerà che non merito
simile trattamento...» Così ella aveva indotto il principe a pagar la cambiale,
ma aveva pure trovato l'espediente di far credere alla generosità della
zitellona, perché Consalvo non facesse assegnamento in avvenire sulla debolezza
paterna. Tra padre e figlio l'avversione era cresciuta frattanto di giorno in
giorno; Consalvo, per sfuggire la compagnia del principe e per darsi
contemporaneamente l'aria di un sacrificato, disertava la casa paterna; ma
invece di andarsene con gli amici al caffè, al club, andava dallo zio, al quale
portava i giornali e leggeva le notizie politiche. L'infermo s'appassionava
moltissimo alla guerra minacciata, era quello anzi l'unico tema che avesse la
virtù di sciogliergli la lingua. Don Blasco, venuto finalmente a visitare il
nipote, discuteva anche lui con passione intorno a quel soggetto, ripetendo gli
argomenti del professore; ma il duca assicurava che si trattava d'un falso
allarme e che guerra non ci sarebbe stata, con un'aria così convinta come se
Napoleone gliel'avesse confidato in gran secreto.
Scoppiò finalmente la notizia
della dichiarazione, e il grand'uomo esclamò allora che Bismarck e Guglielmo
dovevano aver perduto la testa. O scherzavano? Attaccar Napoleone? L'esercito
francese, il primo del mondo, avrebbe sbaragliato, tritato, polverizzato il
prussiano, e preso Berlino fra due settimane al più tardi!... Invece,
arrivarono i telegrammi annunzianti le vittorie tedesche; e allora gli
avversari del deputato ripresero a sbertarlo con maggior lena. Quella bestia
con la prosopopea d'un Cavour redivivo non era neppur buono di capire le cose
più evidenti; smentito dai fatti, ostinavasi nella sua sciocchezza, annunziava
i nuovi piani dei francesi, la loro imminente rivincita, l'intervento delle
potenze!... Ferdinando, dal fondo della poltrona che adesso non lasciava più
perché le gambe non lo reggevano, stava a udire quei discorsi con tanta ansietà
quasi ne dipendesse la sua salute. Tremante dalla febbre, con la fronte in
fiamme, una nuova fissazione sconvolgeva il suo cervello esangue: quella delle
vittorie napoleoniche che egli voleva a qualunque costo. Comprata una carta del
Reno, passava le sue giornate a piantar spilloni in tutti i posti francesi e
spille piccole nei prussiani: col bollettino della guerra alla mano, studiava
le operazioni dei due eserciti, mutava di posto i segni secondo i mutamenti
reali, e a misura che le spille s'avanzavano e gli spilloni retrocedevano, la
sua malattia s'inaspriva. Con voce rauca, cavernosa, spiegava quel che i
francesi avrebbero dovuto fare per riottenere le posizioni perdute:
improvvisava piani strategici, disegnava ogni giorno parecchi teatri della
guerra, disponeva a modo suo delle divisioni e dei reggimenti, esclamando:
«Questo di qua va là, quello di là va qua...» finché, stanco, abbattuto, con le
mani penzoloni e la testa rovesciata, chiudeva gli occhi e schiudeva la bocca
quasi fosse sul punto di spirare.
Frattanto il duca, sentendo
crescere l'opposizione e venirgli meno il terreno sotto i piedi, comprendendo
la necessità di far qualche cosa per rialzare il proprio prestigio, preparava
un colpo di mano. Le inquietudini della guerra accrescevano il malcontento
comune, gli avversari del governo se ne giovavano per gridare e minacciare più
forte. L'opposizione, che nei diversi partiti e nei diversi ordini sociali
procedeva da diversi motivi e tendeva ad opposti scopi, s'accordava pel momento
nel chiedere a una voce Roma. Come più la fortuna della Francia precipitava, le
accuse di fiacchezza e di vigliaccheria al governo fioccavano da ogni parte; le
minacce di prendergli la mano parevano dovessero tradursi in atto da un momento
all'altro. Ora, mentre quasi tutti i soddisfatti tenevano a bada i malcontenti
e consigliavano la prudenza e navigavano tra due acque, una sera il duca, che
se n'era stato nelle sue terre, si recò al Circolo Nazionale dove battagliavasi
giorno e notte, ed espresse senza esitazioni il suo pensiero: era venuto il
momento d'agire! Se il governo si lasciava scappare quest'occasione, non
avrebbe più avuto nessuna scusa agli occhi della nazione! Egli aveva sempre
combattuto le impazienze del partito avanzato, perché, se erano generose,
potevano far male al paese. Oggi però i tempi erano maturi, qualunque indugio
sarebbe stato una colpa inescusabile. Se a Firenze non facevano il loro dovere,
egli minacciava «di scendere in piazza con le carabine, come nel Sessanta».
«Ah, buffone!... Ah, vecchia
volpe!...» esclamavano nel campo avversario; ma, a dispetto dei suoi
denigratori, quelle opinioni francamente professate e ripetute ogni giorno a
chi voleva e a chi non voleva udirle sostenevano il pericolante credito del
duca. Benedetto Giulente era rimasto, udendole; poiché, prevedendo che lo zio
avrebbe seguito fino all'ultimo la politica dei temporeggiatori, si era messo
con quelli. Rimase ancora peggio quando il duca venne a trovarlo, dicendogli
che bisognava ricominciare a pubblicare l'Italia risorta, per spingere
il governo sulla via di Roma: i tempi erano maturi e a non secondare la corrente
si rischiava d'esserne travolti.
Benedetto, quantunque spendesse
tutto il suo tempo al Municipio, mise insieme una redazione d'impiegati
comunali e di maestri elementari, e pubblicò il foglio. Lucrezia fece cose
dell'altro mondo contro quella bestia che voleva Roma, ora, «quasi potesse
mettersela in tasca o portarla a vendere alla fiera!» Ma gli infiammati
articoli di Benedetto, il quale diceva che il duca era col popolo, pronto a
partire per Firenze se i governanti non volevan udire la voce del paese,
procuravano all'onorevole nuova aura di popolarità.
Il giorno che arrivò la notizia
della lettera di Vittorio Emanuele al Papa, arrivò pure da Roma, inaspettato
ospite, don Lodovico. Egli aveva dato appena una volta l'anno notizie di sé
alla famiglia, tutto intento ai doveri del suo ufficio, alla preparazione della
sua fortuna che oramai era avviata. In poco più di tre anni era già segretario
a Propaganda ed Arcivescovo di Nicea; Pio ix
aveva molta stima di lui. Al principe, che nel primo momento lo guardò come uno
piovuto dalla luna, egli disse, con tono di dolce rimprovero:
«Ferdinando è in fin di vita, e
mi scrivete appena che sta poco bene? Se non fosse stato per Monsignor Vescovo,
non avrei saputo la verità!»
E andò a mettersi al capezzale
del fratello infermo. Questi non lasciava più il letto; quando chiudeva gli
occhi, il suo viso verde e affilato pareva d'un morto; ma rifiutava i rimedi
con più ostinazione di prima. Come più il suo corpo si disfaceva, gli ultimi
barlumi dell'offuscata ragione si spegnevano: adesso mandava a comprare ogni
giorno dozzine e dozzine di scatoline di spilloni e risme di carta e pacchi di
matite. Quella roba avrebbe dovuto servirgli per tracciar piani di campagna,
per infigger segnali di piazzeforti, di accampamenti e di quartieri generali;
ma egli dimenticava lo scopo degli acquisti e ne ordinava sempre nuovi e
gridava e smaniava se non l'obbedivano. Con evangelica pazienza, con zelo
indefesso, con ammirabile abnegazione, don Lodovico vegliava l'infermo,
secondava le sue manie; e frattanto — Baldassarre ne era disperato — le male
lingue andavano spargendo che egli era tornato in Sicilia non per amore del
Babbeo, al quale non aveva mai pensato, ma per evitare di trovarsi a Roma in quei
momenti critici, per poi prender consiglio dagli avvenimenti!...
Gli avvenimenti incalzavano. I
soldati italiani avevano ricevuto l'ordine d'avanzarsi nello Stato romano.
L'attesa delle notizie era febbrile; il duca, domiciliato alla prefettura,
apriva i telegrammi del prefetto e andava poi a diffonderli, quasi li avesse
ricevuti direttamente da Lanza.
«È arrivata la fine del mondo!»
gridava la zitellona da Ferdinando presso al quale la famiglia adesso si
riuniva, in una stanza lontana da quella del moribondo, che non voleva attorno
nessuno. E il principe scrollava il capo, e la principessa Graziella si faceva
il segno della croce, intanto che Monsignor don Lodovico mormorava, con gli
occhi a terra:
«Bisogna perdonar loro, perché
non sanno quel si fanno...»
Lucrezia pareva una vipera contro
il marito, e nessuno parlava del duca, la cui condotta era una vergogna; ma
donna Ferdinanda, incrollabile nella sua fede, si scagliava peggio che mai
contro don Blasco, il quale andava anche lui predicando per le farmacie:
«Io l'ho sempre detto, Pio ix,» non gli dava più del Santo Padre,
«doveva pensarci a tempo e a luogo, quando era l'arbitro della situazione.
Adesso che vuole? Chi è causa del suo mal pianga se stesso!...»
E, fattosi socio del Gabinetto di
lettura, ci andava tutti i giorni col professore per saper le notizie e
assicurarsi contro il timore di dover restituire la roba di San Nicola;
pertanto vociava contro i tiepidi, sosteneva a spada tratta il fratello,
leggeva ad alta voce gli articoli di fuoco di Giulente, approvandoli,
ammirandoli:
«Eh? Come scrive mio nipote!
Questo si chiama scrivere!»
Ma la recente apostasia di don
Blasco, l'antico tradimento del duca, non toglievano al resto degli Uzeda la
stima dei puri; presso la Curia, specialmente, la loro condotta, la fedeltà
prestata ai sani principi, la costante devozione alla buona causa li facevan
considerare come figli prediletti. Un giorno, nonostante la tristizia dei
tempi, Monsignor Vescovo si recò da Ferdinando per restituire la visita
fattagli da don Lodovico, per avere notizie dell'infermo e consolare l'afflitta
famiglia. Tutti andarono intorno al prelato e gli baciarono la mano; la
principessa dalla commozione aveva le lagrime agli occhi.
«Che notizie del nostro caro
ammalato?»
«Non va bene, Monsignore,»
rispose Lodovico, sospirando di tristezza. «Abbiamo persino dovuto dispacciare
a nostro fratello Raimondo...»
«Ma non ci ha da esser proprio
rimedio?»
«Abbiamo provato tutto: l'acqua
di Lourdes, le medaglie di Loreto...»
«Bene, bene... ma avete chiamato
un dottore? Che farmaci gli avete dato?»
«Oramai!...» parve voler dire
Lodovico, aprendo le braccia. «La vita del nostro povero fratello non è più
nelle mani degli uomini...»
Egli non disse che Ferdinando era
impazzito del tutto. La sorda diffidenza destatasi in lui contro i fratelli, il
secreto sospetto che non gli aveva consentito di attribuire all'affezione le
loro premure fastidiose, erano cresciuti di giorno in giorno e avevan invaso
talmente il suo cervello, che non capiva più nessun'altra idea. Egli che per
trentanove anni aveva dato prova di tanto disinteresse da meritar dalla madre
il nome di Babbeo, da lasciarsi rubar da tutti, si rivelava a un tratto dei
Viceré con quel sospetto buffo e pazzo, adesso che non aveva più nulla da
lasciare. Come la sua fibra si infiacchiva e il suo cervello si scombuiava, il
sospetto cresceva, finché diventò furiosa certezza all'arrivo del fratello
Raimondo.
Il conte arrivò insieme con la
moglie ed il figliuolo. Invecchiata di trent'anni, la povera donna Isabella; irriconoscibile
come un giorno era stata irriconoscibile la Palmi. In quei cinque anni che
erano stati fuori, a Palermo, a Milano, a Parigi, come il capriccio del marito
aveva voluto, certe voci di tanto in tanto arrivate in Sicilia dicevano che
ella pagasse amaramente il male fatto alla prima contessa; che Raimondo, stufo
finalmente di quella donna, l'acquisto della quale gli costava assai caro, non
potendo pensare ad infrangere la seconda catena scioccamente postasi al collo,
avesse ricominciato a correre la cavallina molto peggio di prima, a portar le
ganze fresche nel mutato letto coniugale, a maltrattare in ogni modo la nuova
moglie, cui non giovava mostrar prudenza, pazienza, sommessione ed umiltà per
schivar l'astio, il rancore, quasi l'odio del marito. Ma quantunque le voci non
fossero incredibili, dato il carattere di Raimondo, non avevano trovato
tuttavia molto credito, potendo esser messe in giro dagli invidiosi di donna
Isabella, dai nemici del conte, dalle eterne male lingue. All'arrivo di Raimondo
non fu possibile persistere nel dubbio. Egli scese all'albergo, come sette anni
innanzi, quando aveva definitivamente abbandonata la prima famiglia; ma questa
volta accompagnato da quattro o cinque tra governanti, bonnes e
cameriere: giovani tutte, una più bella dell'altra, svizzere, lombarde,
inglesi, un vero harem internazionale. Aveva una camera separata da quella
della moglie, e quando i parenti andarono a fargli visita, udirono che dava a
costei del voi, lessero in viso a donna Isabella le sofferenze
espiatorie. Ella era mutata oltre che nelle fattezze anche nei modi: parlava
adagio, evitava di guardare il marito, pareva timorosa di spiacergli perfino
con la sola presenza. E Raimondo non nascondeva i propri sentimenti verso di
lei: quel voi era già molto eloquente, ma egli affettava di non
rivolgerle la parola, di non udire quel che ella diceva: quando andò a vedere
il fratello infermo le disse, in presenza dei parenti:
«Non occorre che veniate anche
voi.»
Ora il Babbeo, che non ragionava
più, alla vista del fratello ebbe un assalto di manìa furiosa. Con gli occhi
stravolti, coi capelli arruffati sul viso scarno e pauroso, si mise a gridare:
«Assassini! Assassini!... I
prussiani!... Vogliono avvelenarmi!...»
Gridò così tutta la notte,
delirante; ma, cessata la crisi, l'idea rimase fissa, incrollabile. E per paura
del veleno, colla manìa della persecuzione, non schiuse più bocca: tutte le
volte che gli si appressavano per dargli del cibo stringeva i denti, urlava,
trovava nelle braccia, spaventosamente magre, la forza di respingere i
tentativi di fargli ingoiare un sorso di brodo o di latte.
«Aiuto!... Bismarck!
Assassino!...»
Lucrezia gli si metteva accanto,
lo prendeva per mano, gli domandava:
«Ma di chi hai paura? Non ci
riconosci?... Credi che ti voglia avvelenare io? O Giacomo? O Raimondo?...»
Il pazzo sorrideva d'incredulità,
ma quando ritentavano di fargli prendere un boccone, per prolungargli di
qualche giorno la vita, perché non morisse di fame, ricominciava a urlare:
«Assassino!... Aiuto!... Assassino!...»
Una sera, mentre don Blasco stava
per uscir di casa insieme col professore, il cocchiere del principe venne a
dirgli, col fiato ai denti:
«Eccellenza, l'aspettano dal
Cavaliere... Sono tutti lì... Portano il viatico al signorino Ferdinando...»
Il monaco aveva una gran fretta
di andare al Gabinetto per sapere che c'era di nuovo. Le ultime notizie
dicevano che le truppe italiane erano dinanzi a Roma; e se la curiosità
universale era vivamente eccitata, don Blasco smaniava addirittura. Nondimeno,
a quell'annunzio di morte, stava per rispondere che sarebbe subito andato,
quando arrivò a precipizio un altro messo da parte del duca.
«Sua Eccellenza l'aspetta subito
a casa... È affare urgentissimo...»
«Vengo.»
Il professore, declamando contro
il tribunale del Sant'Uffizio, lo accompagnò fino alla nuova casa del duca,
dove questi s'era domiciliato dal primo del mese. Giunto dinanzi al portone, il
monaco chiese permesso al compagno, il quale restò ad aspettarlo passeggiando
su e giù. Dopo due o tre minuti riapparve don Blasco, pallido in viso, correndo
e agitando un pezzo di carta:
«È nostra!... È nostra!...»
«Chi?... Che cosa?...»
«Venite!...» esclamava il
Cassinese allungando il passo e ansimando. «Al Gabinetto! Roma è nostra! La
breccia è aperta!...»
«Come?... Aspettate!... Fatemi
vedere...»
«Avanti!... Avanti!... Mio
fratello ha ricevuto il dispaccio... Le truppe sono entrate... Andiamo al
Gabinetto!...»
Piovve lì, tra la gente seduta
sul marciapiede al fresco, come una bomba:
«È nostra! È nostra! È nostra!...
Roma è nostra!...»
Tutti s'alzarono, circondandolo,
parlando insieme, levando le braccia. Egli spiegava il pezzo di carta dove il
duca aveva riadattato il telegramma ricevuto dal prefetto per togliergli il
carattere ufficiale, mutando l'indirizzo per far credere che fosse venuto a
lui; e la gente accorreva dal fondo delle sale, i passanti si fermavano, la
folla ingrossava da un momento all'altro. Tutti volevano leggere la notizia, ma
don Blasco non dava a nessuno il dispaccio che nella ressa correva pericolo
d'essere stracciato in mille pezzi.
«Leggete!... Leggete!... Vogliamo
sentirlo!...»
Salito allora sopra una seggiola,
il monaco lesse col suo vocione: «Firenze, ore 5 pomeridiane: Onorevole
d'Oragua, Catania. Oggi alle ore dieci antimeridiane, dopo cinque ore di
cannoneggiamento, truppe nazionali aprirono breccia cinta di Porta Pia...
Bandiera bianca alzata su Castel Sant'Angelo segnò fine ostilità... Nostre
perdite venti morti, circa cento feriti...»
E un urlo si levò tutt'intorno.
Ma don Blasco, dominando le urla, gridò:
«All'Ospizio... per la musica...
Fermi!... Le bandiere...»
In un attimo tutte le bandiere
del Gabinetto furono recate dai camerieri storditi dalle grida. Don Blasco ne
agguantò una, s'aprì un varco tra la folla e vociò nuovamente:
«All'Ospizio!... All'Ospizio!...»
Per via, le grida di Viva
l'Italia! Viva Roma! echeggiavano d'ogni intorno, la dimostrazione
s'ingrossava; quelli che ignoravano ancora di che si trattasse gridavano per
sapere che cos'era successo, e tutti rispondevano:
«La truppa ha preso Roma!... È
venuto il dispaccio al deputato, al duca d'Oragua!...»
Quando la banda dell'Ospizio,
riunita in fretta e in furia, cominciò sonare, il clamore divenne assordante. E
mentre i sonatori e il capo musica domandavano:
«Da che parte?... Dove si va?...»
«Dal deputato...» risposero
dieci, cento voci; «dal duca...»
Tutte le finestre illuminate, in
casa dell'onorevole; una bandiera che pareva una vela di bastimento sventolante
al balcone di mezzo, il deputato che in persona rispondeva salutando col
fazzoletto alle grida di:
«Viva Roma capitale!... Viva
Oragua!... Viva il deputato...»
A un tratto, mentre alcuni
gridavano per ottener silenzio, aspettando un discorso d'occasione, il duca
scomparve. Per evitare il pericolo di dover parlare, poiché Giulente non lo
poteva aiutare essendo con la moglie al letto dell'agonizzante Ferdinando, egli
scendeva incontro ai dimostranti, veniva a mescolarsi tra la folla.
«Evviva!... Evviva!... Alla
prefettura!...»
E la marcia ricominciò. Don
Blasco, con la bandiera a spall'arme, la tuba un poco di traverso, il colletto
monacale madido di sudore, andava in mezzo alla dimostrazione a braccio del
professore che lo aveva ripescato e non lo lasciava più.
«Fuori i lumi!...» gridavano i
suoi seguaci a ogni passo, e applausi e fischi s'alternavano secondo che le
finestre illuminavansi o restavano serrate e buie com'erano. Dinanzi a una
bottega di merciaio, la fiumana dei manifestanti s'arrestò un momento: «Le
torce!... Le torce a vento!...» E tutte quelle che si trovarono furono
distribuite e accese immediatamente. La luce fosca, fumosa si rifletteva contro
le case, illuminandole, strappando vivi bagliori ai vetri delle finestre; sul
mare delle teste fazzoletti e cappelli s'agitavano; la banda eccitava
l'entusiasmo sonando a tutto andare la marcia reale e l'inno di Garibaldi; e le
grida echeggiavano più forte, più alte, più spesse intorno all'onorevole:
«Viva Roma!... Viva l'Italia!...
Viva Oragua!...»
A un tratto la dimostrazione
s'arrestò nuovamente come se qualcuno le contrastasse il passo, e un vario
vocìo si levò:
«Ancora!... Avanti!...
Abbasso!... Morte!... Chi è?... Che c'è?...»
Da un vicolo era sbucato un
frate: alla vista della tonaca i dimostranti che andavano innanzi s'erano
fermati e gridavano sul muso al malcapitato:
«Abbasso i preti!... Abbasso le
tonache! Viva Roma nostra!...»
Il frate, livido in volto, con
gli occhi spalancati, guardò un momento la folla minacciosa e urlante; di
repente, alzò le braccia, gridando anche lui, scompostamente:
«Eh!... Eh!...»
«È il matto... lasciatelo
andare!...» esclamarono alcuni; ma pochi udirono l'avvertimento, e la folla si
mise in moto gridando:
«Morte ai preti!... Abbasso il
temporale!... Abbasso!... Morte!...»
Don Blasco, allungato il collo,
riconobbe fra' Carmelo, un altro degli Uzeda ammattito, il bastardo che a
dispetto della fede di battesimo si rivelava anch'egli della famiglia. E il
professore, alla vista della tonaca, se era un energumeno, inferocì come un
torello al rosso:
«Morte ai corvi!... Giù i
tricorni: viva il pensiero laico!... Abbasso l'ultramontanismo!...»
Il pazzo, alla luce fantastica
delle torce, continuava a gestire scompostamente, a gridare: «Eh!... Eh!...»
senza riconoscere l'ex paternità di don Blasco, il quale, per non esser da meno
del professore che gl'intronava le orecchie, vociava anche lui:
«Abbasso!... Morte!... Abbasso!»
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