|
PARTE
TERZA
-1-
«Signore onorandissimo,
«L'origini nommenché l'istoria
della patria nobiltà sapere, tornar'in mente non dev'a ciascuni, specie in ta'
tempi che la vengon stimando da sezzo, in quella vece che tuttosì dagli esteri
ammirando si viene. Da ricapo narrarla, dopocché il Mugnos, il Villabianca ed
altri famosi a sé recarono immortalità sbrancandone quel denso velo, chiarirsi
potrebbe un fuor'opera; se quei valentuomini, per legge di natura, arrestati
non fossers' ai tempi che vissero. Ma, senzaché il proseguiment'insin'a nostri
ultimi giorni, un altr'oggetto ne rischiara la convenienza; vogliam dir la
rarezza di quell'oper'insigni, cui non a tutt'è dat'acquistare. Quind'è perciò,
all'oggettocché tra le mani dell'universale una nuov'opera messa in giornata ne
gisse, abbiam divisato dettarla. E attalché non ci s'imputi in superbia a
tant'impres'azzardarci, non vogliamo far senza di porre qui bocca sulla scienza
che dell'araldiche discipline noi succhiammo una col latte, sì come quelle ch'a
discendente di non ultima, tra le sicole blasonate famiglie, famiglia, più
convenissero. Lusingarci da indi possiamo che, la mercé d'uno studio indefesso,
nommenché la paziente compulsione d'archivi importanti e zeppati di documenti
solo noi dato esaminare, saracci dato fornire l'assunto come disse il Poeta,
senza infamia sicuro, forse con lode.
«Comecché cultore
d'istoric'istudii ed amante delle patrie glorie, Vostra Signoria Onorandissima,
echeggiando al nostro proposito, negar non vorrane il suo ambito concorso;
laonde viviamo fidenti della sua firma nella scheda dove le soscrizioni si
ammozzolano. Bassa idea di guadagno non spronaci, laddiomercé not'essendo non
averne poi uopo; nonperoddimanco onde coprire in parte le pure semplici spese,
abbisognamo il suo appoggio. Delché dormiam'in guanciali.
scheda
di soscrizione all'opera
del cavaliere don Eugenio Uzeda
dei principi di Francalanza e Mirabella, duchi d'Oragua, conti della Lumera,
etc., etc.; già Gentiluomo di Camera (con esercizio) di Sua Maestà il Re
Ferdinando II; medagliato
dell'ordine ottomano del Nisciam-Ifitkar da Sua Altezza il
Bey di Tunisi, membro di varie Accademie, etc., etc., intitolata:
l'araldo
sicolo
consistente nell'istoria
documentata dell'origini, sort'e vicende delle Nobili Famiglie Siciliane da'
tempi più oscuri infino al giorno d'oggi: ben tre volumi, di cui il primo
testo, il secondo alberi genealogici, il terzo stemmi. Usciranno una dispensa
ogni mese. Prezzo d'ogni dispensa: lire due. Associazione all'opera completa,
lire cinquanta. — N.B. Chi procura sei soscrizioni avrà diritto a pubblicare il
proprio albero genealogico. Chi ne procura dodici avrà tuttosì lo stemma
colorato.»
Questa circolare, diffusa a
centinaia e centinaia di copie, provò ai concittadini del cavaliere don Eugenio
che egli era ancora tra i vivi. Nessuna notizia di lui arrivava più da anni;
sulle prime aveva scritto ai parenti chiedendo quattrini in prestito per grandi
e sicure speculazioni; ma poiché gli rispondevano picche, aveva finalmente smesso.
Che cosa avesse fatto tanto tempo, dove fosse stato, non seppe nessuno. Nessuno
di quelli che andavano a Palermo lo vide mai, nessuno udì parlare di lui, e
insomma l'ignoranza dei fatti suoi fu così grande, che molti avevano supposto
fosse passato zitto zitto al mondo di là. La posta non aveva finito di
distribuire il manifesto dell'Araldo sicolo, che arrivò l'autore in
persona.
Mancava da tanti anni, ed era
naturalmente invecchiato, toccando ormai la sessantina; ma stranamente
imbruttito, anche, e quasi irriconoscibile. Sul viso dimagrito ed emaciato il
naso sembrava essersi allungato, come una tromba, una proboscide, un'appendice
flessibile atta a frugare in mezzo al letame; la caduta dei denti, affossando
la bocca, aveva contribuito anch'essa a quell'apparente crescenza che dava a
tutto il viso un aspetto basso, ignobile e quasi animalesco. Indosso, la
sordidezza della camicia e dell'abito a coda, troppo lungo e troppo largo, con
un panciotto che era stato bianco e l'untume del cappello che pareva sudasse
dal troppo caldo, lo facevano prendere per un servitore di trattoria o per un
bigliardiere di bisca; la gotta che gli tormentava i piedi lo costringeva ad
un'andatura storta e strisciante. Prese alloggio in un albergo d'infimo ordine;
ma alle prime persone alle quali si diede a conoscere — giacché nessuno lo
riconosceva — egli disse che non aveva trovato camere disponibili al Grand
Hotel e che, partito improvvisamente da Palermo, non aveva potuto portare con
sé i bauli... i bàuli, come pronunziava.
La sua prima visita fu pel capo
della famiglia; ma, giunto dinanzi al portone del palazzo, vide con stupore che
era chiuso, col solo sportello aperto. Datosi a conoscere come zio del padrone
al nuovo portinaio che lo squadrava da capo a piedi, sentì rispondersi che non
c'era nessuno: né il principe, né la principessa, né Consalvo: partiti tutti:
il signorino in viaggio da quasi un anno, i padroni per togliere dal collegio
la signorina e farle vedere un po' di mondo. Non bene persuaso, come uno
avvezzo ad esser mandato via, il cavaliere alzava gli occhi alle finestre,
pareva voler guardare a traverso i muri, quando s'udì salutare:
«Eccellenza?... Vostra Eccellenza
qui?»
Era Pasqualino Riso, il
cocchiere. Anche lui era andato giù, non sfoggiava gli abiti eleganti, gli
anelli e le catene d'oro d'un tempo.
«Tutti partiti, Eccellenza... La
casa è vuota!»
«Quando torneranno?»
«Non sappiamo, Eccellenza; forse
per le vendemmie, i padroni...» «E il principino?»
«Ah, il principino non per
ora...»
Don Eugenio, i cui occhietti
luccicavano di curiosità sul viso affamato, s'accomodò sulla seggiola senza
spalliera che il portinaio teneva dinanzi all'uscio del suo stanzino,
domandando:
«Perché? Che c'è di nuovo?»
E a poco a poco, Pasqualino
rivelò la verità. Il signorino non poteva più stare in casa, almeno per un
certo tempo, a cagione dell'urto continuo col padre. Dai tanti dispiaceri, il
signor principe era caduto ammalato. Quanto a don Consalvo, non si poteva dire
che s'affliggesse tanto da farne una malattia, ma neanche lui doveva ingrassare
a furia di dissapori e di diverbi; il meglio perciò era che se ne stesse un
pezzo lontano... Così il principe avrebbe trovato tempo di placarsi, di
persuadersi che, in fin dei conti, il figliuolo non aveva ammazzato nessuno!
L'accusavano di non interessarsi alle faccende dell'amministrazione, di trattar
male la madrigna? «Ma Vostra Eccellenza sa com'è fatto il signor principe:
piuttosto che dare ad altri i registri dei conti o le chiavi della cassa, si
lascerebbe tagliare tutt'e due le mani!... Alla principessa il signorino non
vuol bene come una madre, questo è vero: madre però ce n'è una sola: dico bene,
cavaliere? La madrigna basta che la rispetti; e rispettarla, la rispetta...» La
ragione vera del dissenso era pertanto un'altra: che il signor principe non
voleva metter fuori quattrini, e il principino invece spendeva da signore...
Perciò il signorino aveva firmato qualche cambialetta; e ogni volta che i
creditori ne presentavano una al signor principe, pareva, Dio ne scampi e
liberi tutti quanti, che gli pigliasse un accidente secco. E voleva perfino
farlo arrestare, come se una cosa simile potesse dirsi per puro semplice
scherzo, in casa Francalanza!
Fatto un gesto d'indignazione,
Pasqualino prese un'altra seggiola nel bugigattolo, e sedette accanto al
cavaliere, il quale, scrollando gravemente il capo, trasse di tasca mezzo
sigaro spento e chiese un cerino al cocchiere. «Allora, Vostra Eccellenza
permette?...» E accesa la sua pipa riprese il filo del discorso. Per chi dunque
aveva ammassato tante ricchezze, il signor principe? Per se stesso, no; giacché
non ne godeva; per la figlia, neppure; perché, una volta maritata, la signorina
Teresa avrebbe preso la sua dote e buona notte; dunque, pel figlio. Allora,
perché tenerlo a corto di quattrini? Un giovanotto come il principino di
Mirabella aveva bisogno di tante cose; doveva, per necessità, far tante
spese!... Il padrone non lo capiva, lui che, giovane, era vissuto da monaco.
«Ma siamo tutti fatti ad un modo?» E poi, i tempi erano mutati: i signori
dovevano spendere, se volevano essere considerati; se no, il primo ciabattino
arricchito si reputava da più di loro!... E nel rammarico di non poter più
guadagnare come un tempo sulle spese intime del padroncino, Pasqualino
qualificava arditamente di porcherie le lesinerie del principe: diceva che per
una lira colui avrebbe rinnegato il figliuolo; lasciava intendere, per trarre
dalla sua il cavaliere, che il capo della casa, se fosse stato un altro,
avrebbe dovuto aiutare i parenti che non erano ricchi quanto lui... Don
Eugenio, fumando e sputando, con le gambe magre da don Chisciotte accavalciate,
chinava il capo, dava ragione al cocchiere, si dava ragione da sé: «Io l'avevo
detto... così non poteva durare... mio nipote ha un certo modo!...»
Al fresco del vestibolo la
conversazione si prolungava: padrone e servo discorrevano intimamente, da pari
a pari, mescolando il fumo della pipa e del sigaro; anzi, quantunque Pasqualino
non fosse elegante come un tempo, pure sembrava il padrone, e don Eugenio il creato.
Il guardaportone, tra scandalizzato ed invidioso della confidenza che il
cavaliere accordava al cocchiere, spasseggiava dignitosamente dinanzi
all'entrata, con le mani sul dorso del soprabitone gallonato.
«Chi è quel pezzo di straccione?»
gli domandavano i commessi dell'amministrazione, uscendo dopo il lavoro.
«Uno zio del signor principe,
dice!»
E, tutto sommato, fu la miglior
accoglienza che ebbe il povero don Eugenio. Il domani egli cominciò il giro dei
parenti che erano in città: andò prima di tutti dal fratello don Blasco.
Il monaco pareva sul punto di
scoppiare: il pancione gli s'era imbottito di lardo e la testa ingrossata; il
mento si confondeva con la massa gelatinosa del collo. Non poteva muoversi, per
l'enormezza della persona, per la fiacchezza delle gambe; e accanto a lui donna
Lucia, la moglie di Garino, sembrava svelta e leggiera.
«Perché sei tornato?» disse al
fratello, appena lo vide entrare ed a modo di saluto. Aveva infatti ricevuto la
circolare dell'Araldo sicolo, e comprendendo da quella che l'autore
doveva aver l'acqua alla gola metteva le mani avanti, per evitare richieste di
sussidi.
«Sono venuto per poco,» rispose
don Eugenio; «prima di tutto per rivedervi, e poi per fare associati all'opera
di cui ti ho mandato il manifesto...»
E cominciò a enumerare gl'insigni
sottoscrittori: Sua Altezza il Bey di Tunisi, i vizir della reggenza, i più
gran signori palermitani; il principe d'Alì, il marchese di Lojacomo, il duca
tale e il conte tal altro.
«E?...» fece il monaco, quasi per
dire: «Perché vieni a contarmi queste storie?» senza neppur domandare al
fratello: «Sei stato a Tunisi? Che sei stato a farci?»
«Ho pure le firme di venti
municipi, di trenta società, di otto biblioteche. L'affare è magnifico. A conti
fatti, dedotte le spese di stampa, carta, posta, etc. con le sole soscrizioni
sinora raccolte il guadagno è assicurato. Ma debbo ancora girare mezza Sicilia
per fare associati. Se arriveremo a trecento, resteranno diecimila lire nette.»
«E?...»
«Io ti vorrei proporre di
stampare insieme il libro.»
Il monaco lo guardò fisso nel
bianco degli occhi.
«Sei pazzo?»
«Perché? O non credi forse che ci
sia da guadagnare? Ti faccio i conti in quattro e quattr'otto, ti faccio vedere
le firme raccolte...»
«Non voglio veder niente! Credo
benissimo e ti ringrazio tanto. Tieni per te le diecimila lire.»
Il cavaliere ebbe un
bell'insistere, col tono persuasivo e insinuante d'un sensale o d'un mezzano, e
un bello sgolarsi per dimostrare a luce meridiana l'eccellenza della sua
proposta; don Blasco continuava a rifiutare, dapprima seccamente, poi alzando
la voce, poi gridando perché quel seccatore gli si togliesse dai piedi.
«Allora... se non vuoi correre i
rischi dell'affare... fammi un favore… I soscrittori non pagano
anticipatamente; m'occorre una somma per cominciare la stampa. Prestami un
migliaio di lire...»
«Non le ho.»
«Ti cederò le firme più sicure,
le sceglierai tu stesso...»
«Non le ho.»
Il cavaliere non si scoraggiava
neppure adesso. Ridusse la domanda da mille a ottocento e poi a cinquecento
lire; poiché il monaco continuava a rispondere, cantilenando dall'impazienza:
«Non le ho, non-ho-de-na-ri... come debbo dirtelo?...» don
Eugenio concluse, pacatamente:
«Allora aspetterò finché sarai
comodo... Non ho fretta: prima debbo compire la soscrizione... poi ti porterò a
veder le schede, le domande, i manifesti...»
Sperando di riuscir meglio con la
sorella, il cavaliere andò a rinnovare il tentativo con donna Ferdinanda.
Asciutta e verde come un aglio, la zitellona pareva sfidare il tempo, gli anni
le passavano addosso senza mutarla: ne aveva oramai sessantadue e non ne
mostrava più di cinquanta. Solo le mani le si coprivano di rughe e si
spolpavano e s'irruvidivano a contar denari, come a lavorare il ferro od a
zappar la terra. Anche lei aveva ricevuto la circolare dell'Araldo sicolo:
ma, vedendo il fratello, cominciò a chiedergli notizie della sua salute, di
Palermo, delle persone che conosceva in quella città; ascoltando con interesse
i discorsi interminabili del cavaliere che, incoraggiato da quelle buone
disposizioni, nominava un mondo di persone colle quali era come «fratello», ne
narrava i casi con tanto interesse come se fossero occorsi a lui in persona:
«la separazione del duca Proti, tanto amico mio... quella pazza della baronessa
non mi volle dar retta... io al principe l'avevo detto: caro Emanuele, pensaci
bene...» Le chiacchiere tiravano in lungo, perché donna Ferdinanda gli dava la
corda, ed il cavaliere non ne aveva neppur bisogno, felice di mentovare le sue
grandi relazioni palermitane.
«E non sai la più bella notizia?
La figlia della Palmi è sposa!»
«Sì? E con chi?»
«Col mio amico Memmo Duffredi,
Duffredi di Casàura, il nipote di Ciccio Lojacomo: la prima nobiltà di Palermo
e parecchi milioncini di proprietà...»
«Ma davvero?»
«Una gran fortuna per la ragazza!
Quell'intrigante del barone ha combinato ogni cosa ed ha preso Memmo in
trappola... Naturalmente, come parente, non potevo dir questo, altrimenti sarei
andato da Ciccio per avvertirlo: "Tuo figlio può trovare un partito
migliore..." E poi, quella ragazza ha un certo fare... Basta; io non ho
parlato, tanto più che giusto quando si combinava la cosa, ero a Tunisi...»
«Ah, sei stato a Tunisi? E per
fare che cosa?»
«Che cosa?... Niente!... Per
diporto...» egli tossicchiava un poco, tuttavia, imbarazzato, quasi confuso. E
poiché donna Ferdinanda continuava a fargli domande, per sapere se Tunisi era
una bella città, quanto tempo c'era stato e via discorrendo, il cavaliere,
quasi risolvendosi, disse finalmente:
«Ci fui anche per raccogliere
soscrizioni alla mia opera, sai...»
«Opera?» fece la zitellona, con
atto di meraviglia. «Qual opera?»
«Come, non hai ricevuto il
manifesto?»
«Io non ho ricevuto niente...»
«L'Araldo sicolo?... la storia
della nobiltà?...»
«Tu?... Tu stampi un'opera?...
Ah! ah! ah!...»
E scoppiò in una di quelle sue
rare risate che pungevano nel vivo. Don Eugenio, che aveva sostenuto
imperterrito tutti i rifiuti del monaco, si sconcertò all'ilarità della
sorella.
«Perché?» domandò, tentando di
rialzare la propria dignità di cui donna Ferdinanda faceva ludibrio con quelle
rise indecenti. «Non sono forse buono a scriverla, come tanti altri?...»
«Ah! ah! ah!..»
E la risata non finiva. Quando il
vecchio spiegò che libro aveva scritto, essa divenne più fine, più ironica, più
tagliente. Una storia della nobiltà dopo il Mugnòs e, il Villabianca? Per
ficcarci dentro gli arricchiti che si facevano dare del cavaliere e del
marchese? La nobiltà autentica era tutta scritta nei libri antichi!... E il
cavaliere tentava almeno di dimostrare la bontà della speculazione: ma la
zitellona non gli dava quartiere: guadagnare con la carta sporca? Per chi mai
la carta sporca ha avuto valore, fuorché pei pizzicagnoli? E chi avrebbe
comprato un libro di lui? Si sarebbero messi a ridere, come rideva lei! Le
firme? Le avevano date per levarselo di torno! Bisognava vedere quanti
avrebbero poi pagato!...
«Almeno, mi presti qualche
centinaio di lire?»
«No, perché non me le
restituiresti.»
E ogni altra insistenza fu
inutile.
Andato a ripetere il tentativo
dalla nipote Chiara, don Eugenio non poté neppure vederla: la cameriera gli
disse che il marchese era fuori e la marchesa chiusa in camera col dolor di
capo.
«Dille che c'è suo zio.»
«Vostra Eccellenza scusi; ma
quando ha il dolor di capo, nessuno può parlare alla signora marchesa.»
E facendo il cavaliere un atto
d'impazienza, la donna mormorò, guardandosi attorno:
«Eccellenza, c'è guai!»
«Che guai?»
«La marchesa... ma signor
cavaliere, per carità, non mi faccia perdere il pane!... Pazza pel marito, è
vero, Eccellenza? Tutt'una cosa; quello che voleva il signor marchese era legge
per lei... Né il padrone ne abusava: d'amore e d'accordo in tutto e per
tutto... Adesso? Adesso non c'è più pace, per quel figlio di... chi so io! Un
diavolo dell'Inferno, Eccellenza; e la padrona, che non ci vede dagli occhi,
dal tanto bene che gli vuole, lo lascia fare, lo difende contro il padrone...
Litigano tutti i giorni, perché il signor marchese vorrebbe correggerlo,
insegnargli l'educazione, obbligarlo a studiare; e invece la nipote di Vostra
Eccellenza se la prende col padrone perché le maltratta il ragazzo... Ieri
vennero alle grosse; non si parlano da ventiquattr'ore... Il signor marchese è
uscito di casa all'alba... chi sa se torna!»
E, per quanto insistesse, don
Eugenio non poté persuadere la cameriera ad affrontare il malumore della
padrona portandole l'ambasciata.
Allora egli andò a battere alla
porta dei Giulente. Arrivò da loro sull'annottare, dopo una giornata di corse.
Benedetto non c'era e Lucrezia non si riconosceva più, tanto s'era trasformata
ed imbruttita. Il corpo era diventato un sacco di carne, dove non si
distinguevano piu né seno, né vita, né fianchi; il viso, dalla continua
acrimonia che la animava, dall'inguaribile scontento della propria condizione,
era divenuto duro, arcigno, inaspettatamente rassomigliante a quello del
principe. E il primo discorso che tenne allo zio, rivedendolo dopo tanti anni,
fu giusto contro Benedetto.
«Non c'è; non sta mai in casa.
Adesso che non è più sindaco, s'è fatto nominare presidente del Consiglio
provinciale. Per amor della patria, Vostra Eccellenza mi capisce!... Più
invecchia, e più bestia diventa. È un pazzo! Ma la disgrazia è che fa impazzire
anche me. Dopo vent'anni,» ella calcolava il tempo a modo suo, «un altro che
non fosse tanto bestia avrebbe capito l'inutilità di fare il servitore a questo
e a quello. Invece, pare l'uovo al fuoco: più sta e più indurisce! Vuol essere
deputato; per che cosa, domando io? Dopo che sarà deputato. che cosa avrà
buscato? A fare il sindaco ha guadagnato questo: che nessuno lo può vedere,
neppur quelli ai quali ebbe la stupidaggine di rendere servizio! Bene gli
sta!...»
Verso la propria famiglia ella
aveva ancora quel misto d'astio, di invidia e di premura, secondo che il vanto
di farne parte, il dolore d'averla lasciata o il sospetto d'esserne ripudiata
predominavano nel suo cervello. Anche ora, parlando del viaggio del principe,
ella ripeteva con insistenza che il fratello e la cognata le scrivevano ogni
due giorni, e riferiva il contenuto delle loro lettere, annunziava il loro
ritorno per l'autunno; poi cominciava a criticare ed a malignare:
«Hanno fatto bene a prender essi
stessi Teresina dal collegio, e a farla viaggiare... Mia cognata è un'altra
madre per questa figliastra!... Dal tanto amore, l'ha tenuta due anni più del
bisogno in collegio, per farne una letterata. Graziella s'intende molto di
letteratura!...»
Però, subito dopo soggiunse:
«Vostra Eccellenza non ha visto
l'ultimo ritratto di Teresina?.. No?... Aspetti... vedrà che bellezza; me
l'hanno mandato due mesi addietro... Di Consalvo però,» riprese dopo che ebbe
mostrato il ritratto allo zio, «né nuova né vecchia... come se non fosse loro
figlio anche lui... Senza le lettere che scrive alla zia, non sapremmo se è
vivo o se è morto... Adesso dice che è a Parigi. È stato a Berlino, a Londra, a
Vienna...»
Il cavaliere non l'udiva,
rimuginando il discorso da tenerle. Appena la nipote fece una pausa, egli
espose la speculazione ideata, che riuniva l'immancabile riuscita finanziaria
alla nobiltà dello scopo. Ma Lucrezia:
«Storia della nobiltà?» replicò.
«Dov'è più la nobiltà? Che storia vuole scrivere Vostra Eccellenza? Adesso sono
in favore i lustrascarpe, non i nobili! Per esser considerati, bisogna venire
dal niente! Scriva piuttosto la storia dei villani e dei mastri notari; in
quella sì che c'è da guadagnare!...»
Imperturbabile, don Eugenio
ricominciò il giorno seguente. Dai Radalì-Uzeda trovò il
duca Michele e il barone Giovannino; la duchessa era fuori di casa. Michele, a
venticinque anni, perdeva i capelli e pareva vecchio del doppio; Giovannino era
invece più grazioso di prima, fine, elegante. Udita la richiesta del parente,
entrambi risposero che solo la madre gli avrebbe potuto dare risposta. Il
giorno dopo il cavaliere tornò a parlare con la duchessa, e questa cadde dalle
nuvole:
«Io stampar libri? E come mai vi
viene in testa una cosa simile? So molto di queste cose, io!»
E don Eugenio ci rimise le
pedate.
Ma egli non si perdette d'animo.
Dai lontani parenti passò agli amici, ai semplici conoscenti, alle persone che
incontrava per istrada e che fermava col pretesto di rivederle e salutarle.
Cominciava a riferire, come se le avesse avute direttamente, le notizie del
principe e di Consalvo apprese da Lucrezia, s'addolorava per la lite fra padre
e figliuolo, annunciava il ritorno della principessina, che diceva d'aver visto
a Firenze: «una bellezza da sbalordire!...», e poi parlava del suo soggiorno di
Palermo, descriveva l'appartamento di dieci stanze che aveva abitato sul
Cassaro, drappeggiandosi maestosamente nell'abito lercio e sdrucito che diceva
la miseria, la fame, le ignobili promiscuità; riferiva ancora il viaggio di
Tunisi, l'onorificenza beilicale ma senza spiegare a qual titolo l'avesse
ottenuta, che cosa avesse precisamente fatto alla corte di Sua Altezza; e
quando aveva bene intontito la gente con tutti quei discorsi, domandava a
bruciapelo:
«Avete ricevuto il mio
manifesto?»
E riesponeva il concetto
dell'opera, enumerava le adesioni ricevute: ogni volta, queste crescevano di
numero: le firme dei privati salivano da duecento a trecento, a quattro, a
cinquecento; quelle dei municipi sommavano a cinquanta, a settanta, a novanta;
le biblioteche si moltiplicavano da un momento all'altro. Mille sottoscrittori
erano già sicuri, un altro migliaio non potevano mancare. E offriva la
compartecipazione, si restringeva all'anticipo, da ultimo dichiarava di
contentarsi di dodici firme, di sei, anche di una. Per levarselo di torno la
gente prometteva ambiguamente; ma egli prendeva nota dei nomi in un suo
portafogli unto e squarciato, unicamente imbottito di circolari e di schede,
delle quali faceva nuove distribuzioni, ficcandole in tasca a chi rifiutava col
gesto, raccomandando di diffonderle, di riempirle al più presto... Dopo una
giornata di lavoro, nel momento che stava per rientrare nell'albergo, incontrò
Benedetto che ne usciva.
«Eccellenza!... Come sta?... Ero
venuto a trovarla; mi dispiacque tanto, ieri, di non essere in casa...»
Un poco imbarazzato, don Eugenio
lo invitò a salir su in camera. Una camera col pavimento affossato, due strisce
di tela bianca a guisa di tendine dinanzi alla finestra, una catinella sopra
una seggiola e una brocca per terra.
«Ho dovuto venir qui perché al
Grand Hôtel era tutto pieno. Come si sta male in questa città! A Palermo avevo
un appartamento di dodici stanze... bisognava vedere che scale!...»
E, nonostante il rifiuto
oppostogli da Lucrezia, egli cavò di tasca le circolari ed entrò subito in
materia.
«Tua moglie non t'ha detto?...
Sono venuto per stampare la mia opera... Per ventimila lire non la cederei a
nessuno... Ma non ho quattrini da cominciare la stampa. Vogliamo farla insieme?
Spartiremo i guadagni, da buoni parenti ed amici.»
Giulente esitò un poco, poi
domandò:
«Che ha detto Lucrezia?»
«Tua moglie? Ha detto di sì, solo
che tu ti persuada della convenienza della cosa. Guarda un po'...» E non capendo
nei panni dalla gioia d'aver trovato finalmente uno che non rifiutava, gli
sciorinò dinanzi alcune schede con qualche firma.
«Va bene, va bene, giacché
Lucrezia approva...»
«Se anche mutasse parere, in fin
dei conti, potremmo fare a meno del suo consenso!...»
Benedetto esitò un poco, poi
disse:
«Nossignore, è necessario...
perché adesso i denari li tiene lei...»
«Come! I denari? Tu non puoi
disporre di qualche migliaio di lire?»
«Eccellenza no... Gli affari
pubblici mi portavano via molto tempo... Ho ceduto a lei l'amministrazione...»
|