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Una notte, mentre al palazzo
tutti dormivano, tranne Consalvo curvo sui volumi di Spencer, fu picchiato con
grande fracasso al portone: Garino, il marito della Sigaraia, chiamava il
principe a rotta di collo perché a don Blasco era venuto un accidente.
Il monaco, floscio come un otre
sgonfiato, rantolava. La vigilia aveva fatto una solenne scorpacciata e
cioncato largamente: spogliato e messo a letto da donna Lucia, s'era
addormentato di botto; ma, nel mezzo della notte, un sordo tonfo aveva fatto
accorrere tutti quanti, e allora s'era visto il Cassinese disteso, quant'era
lungo, in terra, senza più sentimento. La Sigaraia, le figliuole, la serva non
la finivano di raccontar la disgrazia; ma Garino, che, lasciata l'ambasciata al
principe e chiamato un dottore, era tornato di corsa a casa, aveva la ciera
rannuvolata e non diceva verbo. Mentre il medico dichiarava di non poter fare
nulla, perché il colpo era fulminante, e le donne ricominciavano a
contristarsi, e ad invocare la Bella Madre Maria e tutti i santi del Paradiso,
Garino prese per un braccio il principe appena arrivato e lo trascinò in una
stanza remota.
«Eccellenza, siamo rovinati! Ho
frugato da per tutto, e non c'è niente! Rovinata Vostra Eccellenza e rovinati
noi! Dopo tanti anni che l'abbiamo servito! E quelle creature anch'esse! Sua
Paternità non doveva farci un simile tradimento!»
«Avete cercato bene?»
«La casa sottosopra, Eccellenza;
che appena successe la disgrazia presi le chiavi e frugai da per tutto...
nell'interesse di Vostra Eccellenza.. Ma potevo credere a una cosa simile? Dopo
che Sua Paternità aveva promesso dodici tarì al giorno alle ragazze? È un
tradimento! Sono rovinato! E Vostra Eccellenza pure... Io credevo che il
testamento fosse scritto da anni, dall'altra volta che gli prese il capogiro...
«L'avrà forse dato al notaro?»
«Ma che notaro! Sua Paternità non
voleva sentirne, e anzi quando il notaro Marco gli parlò in proposito... per
amicizia a noi... gli rispose brusco che il testamento l'avrebbe fatto da sé e
chiuso nella sua cassa!... Ma non c'è niente in tutta la casa... Se avessi
saputo una cosa simile!...» E tacque, guardando il principe.
«Che avreste fatto?»
«Avrei scritto io il testamento,
secondo le sue intenzioni... per darglielo a firmare... La firma ce l'avrebbe
messa in mezzo minuto... Potevo anche...»
Ma in quel punto chiamarono di
là. Il dottore, tanto per contentare «la famiglia», aveva ordinato che si
cavasse sangue al fulminato e gli s'attaccasse qualche mignatta alle tempie;
Garino scappò per eseguire gli ordini del dottore, e il principe si mise a
girare per la casa.
Faceva giorno quando venne il
salassatore. L'operazione non giovò quasi a nulla; solo gli occhi del moribondo
s'aprirono un momento; ma né un muscolo si scosse, né una parola uscì dalla
bocca serrata. Col giorno venne la principessa. Gli altri parenti non sapevano
ancora nulla, e cominciarono ad arrivare più tardi, uno dopo l'altro; entravano
un momento nella camera dell'agonizzante e poi passavano nella stanza attigua,
girellonando, cercando il momento di prendere a parte il principe, per dirgli
in un orecchio:
«C'è testamento?»
«Non so... non credo...»
rispondeva il principe. «Chi pensa a queste cose per ora?»
Invece non pensavano ad altro,
divorati dalla curiosità, dalla cupidigia dei quattrini del monaco. Dopo la
vecchia principessa, don Blasco era il primo Uzeda danaroso che se ne andava;
Ferdinando non era contato: aveva poca roba e quella poca era stata carpita dal
principe. Il Cassinese, invece, tra i due poderi, la casa e i risparmi lasciava
quasi trecentomila lire, e tutti speravano di rasparne qualcosa. Se non c'era
testamento i due fratelli Gaspare ed Eugenio e la sorella Ferdinanda avrebbero
ereditato; e la zitellona, dopo una vita d'inimicizia, aspettava d'arraffar la
sua parte. Tutti gli altri, al contrario, aspettavano un testamento che li
nominasse. Il principe dichiarava piano all'orecchio dello zio duca che non
sperava nulla per sé, ma qualcosa per Consalvo, e di mezz'ora in mezz'ora
spediva al palazzo qualcuno dei camerieri della parentela, accorsi coi padroni,
perché chiamassero suo figlio. Ma il principino dapprima aveva risposto che era
a letto, poi che dovevano dargli il tempo di vestirsi, poi che stava per
venire, e finalmente gli ultimi messi non lo trovarono più. Se n'era andato al
Circolo Nazionale per assistere all'adunanza d'una commissione incaricata di
studiare il piano regolatore della città. Arrivò finalmente quando attaccavano
le mignatte all'agonizzante. Il principe non gli rivolse neppure la parola e
prese invece in disparte Garino che in quel momento tornava per la quarta o la
quinta volta. Poi il marito della Sigaraia entrò nella camera del moribondo,
che sua moglie e le ragazze non lasciavano un momento. Invece di giovare, le
sanguisughe affrettarono la catastrofe; Garino affacciossi sull'uscio,
annunziando:
«Il Signore l'ha chiamato con
sé!»
Tutti entrarono nella camera del
morto. Era immobile, stecchito, con gli occhi chiusi, con le tempie butterate
dai morsi delle mignatte. L'odore nauseante del sangue appestava la camera,
come una beccheria; e c'era per terra e sui mobili una confusione
straordinaria: panni disseminati qua e là, catinelle piene d'acqua, caraffe di
aceto. La Sigaraia, dischiusa immediatamente la finestra perché l'anima del
Cassinese potesse volarsene difilata in Paradiso, disponeva, singhiozzando, due
candele sul comodino. Le ragazze piangevano come due fontane e Lucrezia pareva
avesse perduto il suo secondo padre; ma i pianti e le preci a poco a poco
cessarono; e allora, asciugatisi gli occhi, Lucrezia disse, molto
tranquillamente:
«Adesso che lo zio è in Paradiso
potremmo vedere se c'è testamento.»
Nel silenzio di tutti, il
principe, come capo della casa, fece un gesto di consenso. Ma donna Lucia, che
finiva d'accendere le candele, si voltò e disse:
«C'è testamento, Eccellenza. La
sant'anima, per sua bontà, me lo diede a serbare. Vado a prenderlo subito.»
Si potevano udir volare le mosche
mentre la donna consegnava al principe una busta aperta, e questi, per
deferenza, la passava allo zio duca. Il duca diede un'occhiata al foglio dove
c'erano poche righe di scritto, e senza leggere, annunziando il contenuto dei
brevi periodi a mano a mano che li scorreva, disse:
«Erede universale Giacomo...
esecutore testamentario... un legato di duecent'onze l'anno a don Matteo
Garino...»
«Nient'altro?... E
nient'altro?...» domandarono tutt'intorno.
«Non c'è altro.»
Donna Ferdinanda s'alzò e si mise
a leggere il foglio prendendolo dalle mani del principe a cui il duca l'aveva
passato; ma Lucrezia, venendo a metterlesi a fianco, le disse:
«Vostra Eccellenza mi lasci
vedere.» Il principe pareva del tutto disinteressato. Le due donne che stavano
chine sul documento scambiarono sottovoce qualche parola; poi Lucrezia
annunziò, forte: «Questo testamento è falso.»
Tutti si voltarono. Il principe,
con estremo stupore, esclamò:
«Come falso?»
«Falso?» saltò su Garino, che se
ne stava nel vano d'un uscio.
«Ho detto che è falso,» ripeté
Lucrezia, dando uno spintone a suo marito che voleva leggere anche lui il
foglio. «Questa non è scrittura dello zio; la scrittura dello zio la conosco.»
«Lasciami vedere!...» e Giacomo
considerò attentamente i caratteri, mentre tutti gli altri gli s'affollavano
intorno, esaminandoli anch'essi.
«T'inganni,» disse il principe
freddamente; «è scrittura dello zio.»
Degli altri nessuno espresse
un'opinione. Con tono di fine ironia, Lucrezia replicò:
«Allora, vorrei sapere quando
l'ha scritto. Stanotte? C'è ancora la sabbia attaccata!»
La Sigaraia intervenne:
«Eccellenza, Sua Paternità
scrisse il testamento ieri l'altro, perché, poveretto, il cuore gli parlava e
gli diceva che la sua fine era prossima...»
«E perché non ne avete detto
nulla?» domandò allora donna Ferdinanda.
«Eccellenza...»
«Io ne fui avvertito,» affermò il
principe.
«Ma a noi dicesti che non credevi
ci fosse testamento...»
«Avresti potuto farcelo sapere,»
ribatté donna Ferdinanda.
«Ma che!» riprese Lucrezia, dando
un altro spintone a Benedetto, il quale le faceva qualche osservazione prudente
all'orecchio. «È un testamento falso, si vede dalla freschezza della scrittura
e anche dalla firma. Lo zio firmava "Blasco Placido Uzeda", col
secondo nome preso in religione...»
Garino allora credette di dover
dire la sua:
«Eccellenza, allora Vostra
Eccellenza crede...»
«Voi state zitto!» esclamò
Lucrezia, sprezzantemente, superba di fare atto d'autorità dinanzi a tutta la
parentela.
«Vostra Eccellenza è la
padrona...» continuava nondimeno il Sigaraio, con aria dignitosa, «ma non può
offendere un galantuomo. Allora l'ho fatto io, il testamento falso?»
E a un tratto la Sigaraia scoppiò
in pianto:
«Quest'affronto!... Maria
Santissima!...»
Il duca, il marchese, Benedetto
intervennero tutti insieme:
«Chi ha detto questo?... State
zitta, in un momento simile... Silenzio, vi dico: che è questo modo?»
«Tu accetti il testamento?»
insisteva Lucrezia, rivolta al fratello.
«Sicuro che l'accetto!»
«Allora ce la vedremo in
tribunale! Intanto chiamate l'autorità per mettere i suggelli...»
E la Sigaraia che si strappava i
capelli, di là, inginocchiata dinanzi al morto:
«Parlate voi!... Ditelo voi se è
vero!... Una simile ingiuria!... Dopo tant'anni che v'abbiamo servito!...
Parlate voi dal Paradiso, con la bocca della verità!...»
E la lite scoppiò, più feroce di
tutte le precedenti. Donna Ferdinanda non scherzava, all'idea che le avevano
tolto la sua parte della successione; ma Lucrezia era implacabile per la
rivincita da prendere su Graziella che l'aveva trattata male e anche un po'
perché sperava sull'eredità dello zio come un mezzo di mettere in piano
l'amministrazione della propria casa: dacché la teneva lei, non c'erano
quattrini che bastassero. Il marchese, bonaccione, voleva evitare lo scandalo;
ma Chiara, per fare il contrario di ciò che egli voleva, si schierò contro
Giacomo con la zia. A poco a poco tutto l'amor suo pel marito s'era rivolto al
bastardo; e poiché Federico era sempre vergognoso della paternità clandestina e
non voleva riconoscerla, l'odio antico per il marito che le avevano imposto
s'era venuto ridestando in lei. La sua testa di Uzeda sterile aveva concepito e
maturato un disegno: lasciare Federico, adottare il bastardello e portarselo
via; avendo bisogno di quattrini, sperava nella sua parte dell'eredità di don
Blasco. Ella, Lucrezia e donna Ferdinanda si nettavano quindi la bocca contro
quel falsario di Giacomo, contro quel ladro che voleva la roba del monaco come
aveva carpito le Ghiande alla felice memoria di Ferdinando: contro quello
sbirro di Garino, anche, che aveva proposto ed eseguito il colpo, ché al tempo
in cui esercitava l'onorato mestiere di spia s'era provato ad imitare le
scritture dei galantuomini, per rovinarli dinanzi alla polizia. Ma il più bello
che era? Che un ladro aveva rubato l'altro; giacché Garino, il quale doveva
farsi lasciare dodici tarì al giorno, soltanto, aveva calcato la mano, mentre
c'era, portando il legato a duecento onze l'anno! Né il principe poteva
fiatare, perché altrimenti si sarebbe dato la zappa sui piedi!...
Garino e la Sigaraia giuravano e
spergiuravano che era tutta un'infamia inventata dalla parentela, la quale non
aveva mai potuto andare d'accordo. A chi volevano dunque che la buon'anima
lasciasse? Alla sorella ed ai fratelli, che aveva amato come il cane i gatti?
L'erede naturale era il principe, il capo della casa! Quanto ad essi, niente di
più naturale che la sant'anima si fosse disobbligata dei loro buoni servigi;
anzi, per dire la verità, chi si sarebbe aspettata quella miseria di duecento
onze, dopo quanto avevano fatto per lui?...
O fatto o non fatto, donna
Ferdinanda spedì la prima carta bollata in cui impugnava il testamento e
domandava una perizia al tribunale. Il principe si strinse nelle spalle,
ricevendola. Per lui, niente era più «doloroso» delle liti in famiglia; e a
tutte le persone che incontrava esprimeva il suo profondo rammarico per la
condotta della zia e delle sorelle. Ma che poteva farci? Poteva rinunziare
all'eredità? Eran esse le ostinate, le prepotenti e le pazze!... In casa, però,
egli era divenuto più irascibile di prima. Contegnoso in presenza di estranei,
sfogava dinanzi alla moglie, ai figli ed ai servi la contrarietà e l'acredine.
Teresa, veramente, non gli dava nessun appiglio, sempre docile e obbediente; la
principessa anche lei chinava il capo al soffio della bufera; ma egli se la
prendeva tutti i momenti col figliuolo, attribuendo all'apostasia politica di
costui l'inasprimento di donna Ferdinanda.
«S'è messo in urto con sua zia
che gli voleva tanto bene, cotesto imbecille, cotesto buffone! Perderà
l'eredità, per andare a dir buffonate al circolo e al quadrato! E mi fa piovere
una lite sulle spalle! Io domando e dico se mi poteva capitare maggior
disgrazia d'avere un figlio così bestia e birbante!...»
Ma, oltre quella, egli aveva
tante altre ragioni di cruccio. Più che mai infervorato nelle sue nuove idee,
deciso colla cocciutaggine di famiglia a percorrere la strada prefissa,
Consalvo spendeva adesso a libri un occhio del capo. Ne faceva venire ogni
giorno, intorno ad ogni soggetto, dietro una semplice indicazione del libraio,
senz'altro criterio fuorché quello della quantità, con la stessa smania di sfoggiare
e di far le cose in grande che, prima, quando l'eleganza degli abiti era il suo
unico pensiero, gli faceva comperare i bastoni a dozzine e le cravatte a casse.
Era umanamente impossibile, non che studiare, ma neppur leggere tutta quella
carta stampata che pioveva al palazzo, le opere in associazione, le voluminose
enciclopedie, i dizionari universali; e ad ogni nuovo arrivo il principe
montava peggio in bestia.
«Vedi?...» rispondeva Consalvo a
Teresa, quando la sorella andava a parlargli il linguaggio della pace e
dell'amore. «Vedi? S'è proprio messo in capo di contrariarmi in tutto e per
tutto. Che faccio di male? C'è cosa che più raccomandano, oggi: lo studio? il
sapere? No: neppur questo!...»
E quando il principe se la
pigliava direttamente con lui, e gli rimproverava il dissidio con la zia e lo
sciupio dei quattrini:
«Io penso con la mia testa,»
rispondeva freddamente il figlio. «Ciascuno è libero di pensarla come crede.
Mia zia non può impormi le sue idee... e se spendo qualche cosa a libri,
domando altro?...»
Ogni domenica c'era un'altra lite
per la messa. Consalvo si seccava di andare a sentirla, sorrideva d'un ambiguo
sorriso allo zelo religioso del padre: costretto a confessarsi, recitava al
vecchio Domenicano una filastrocca di bislacchi peccati. Punzecchiava anche la
sorella pel fervore che ella metteva nelle devozioni; voltava le spalle alle
tonache nere che bazzicavano per la casa. Il principe aveva fatto costruire,
nel camposanto del Milo, un monumento di marmo e bronzo sulla sepoltura della
prima moglie: negli anniversari della morte andava lassù con la principessa e
Teresa, faceva dire molte messe pel riposo dell'anima della defunta, portava
grandi corone di fiori sulla tomba. Consalvo non andava mai insieme con la
famiglia: o un giorno prima, o un giorno dopo. Ad ogni pretesto addotto dal
figlio, il principe lo guardava fisso; poi si lasciava condurre via dalla
moglie, la quale lavorava a mettere pace, ad evitar liti. E adesso l'urto era
più tra figlio e padre che tra figliastro e madrigna; Consalvo si piegava
piuttosto ad una buona parola della principessa che alle ingiunzioni del
principe.
Un giorno annunziò che aveva
preso un professore di tedesco e d'inglese. Il padre, dopo averlo guardato bene
in viso, gli domandò:
«Mi spiegherai una volta che
diamine vuoi fare?»
Consalvo, dopo averlo guardato
anche lui:
«Quel che mi pare,» rispose.
A un tratto il principe diventò
rosso come un gambero e, levatosi da sedere, quasi una molla lo avesse spinto,
si precipitò contro il figliuolo, gridando:
«Così rispondi, facchino?»
Se la principessa e Teresa non si
fossero slanciate a trattenerlo, e se Consalvo non fosse andato subito via,
sarebbe finita male. Da quel momento la rottura fu totale. Per ordine del
principe, il giovanotto non venne più a prender i pasti con la famiglia: cosa
che, se dispiacque alla principessa e più alla sorella, fece a lui grandissimo
piacere. Egli vide il padre un momento ogni giorno, per dargli il buon giorno o
la buona sera; né costui lagnossi più del mutismo e della solitudine in cui si
chiudeva il figliuolo, anzi evitò egli stesso d'incontrarlo. Prima del famoso
viaggio, quando i vizi e i debiti del giovanotto procuravano al principe
stravasi di bile, moti nervosi e vere malattie, un dubbio era sorto nella testa
di quest'ultimo: suo figlio era forse iettatore? E il dubbio adesso facevasi
strada, quantunque egli non osasse manifestarlo. Ma perché, dunque, tutte le
volte che egli affrontava una discussione col figliuolo, gli veniva il mal di capo
o gli si guastava lo stomaco? Perché, durante la lunga assenza di Consalvo,
egli era stato benissimo? In un altro ordine d'idee, quella conversione
politica che aveva acceso il furore di donna Ferdinanda e coonestata
l'impugnazione del testamento, non era un'altra prova di malefico influsso?
Rivangando nella propria memoria, il principe trovava altre ragioni di credere
a quel funesto potere: una vendita andatagli male quando il figliuolo aveva
detto: «Sarà difficile ottenere buoni prezzi»; una scossa di terremoto
prodottasi dopo che il giovanotto aveva osservato: «L'Etna fuma!...» Pertanto
egli era adesso contento di non averlo più vicino; se lo incontrava per le
scale, o traversando le stanze, rispondeva con un cenno del capo al suo saluto
e tirava via; se c'era una necessità qualunque di stargli da presso, in
salotto, quando venivano visite, gli parlava il meno possibile, scappava appena
poteva.
L'unico mezzo di rimetter la pace
in famiglia era che il giovane prendesse moglie e andasse a far casa da sé.
Tanto e tanto, aveva ventitrè anni, e tra gli Uzeda gli eredi del principato
s'ammogliavano presto. I lavapiatti, i pettegoli, i curiosi, tutti coloro che
s'occupavano dei fatti dei Francalanza come se fossero i propri, aspettavano
con impazienza il matrimonio di lui e di Teresa, discutevano i partiti
possibili. Per Consalvo c'era l'imbarazzo della scelta: il barone Currera, il
barone Requense, il marchese Corvitini, i Cùrcuma, tanti altri avevano
figliuole straricche in età d'andare a marito; per Teresa la cosa era più
difficile. Giovani a un tempo ricchi e nobili tanto da poterla sposare, non
c'erano altri che i due figli della duchessa Radalì. La duchessa, sacrificati i
suoi più begli anni per amor del primogenito, gelosa di lui, non gli aveva
ancora dato moglie, non trovando buono nessun partito e se lo teneva cucito
alle gonne, quasi potessero rubarglielo; invece lasciava libero Giovannino,
perché al giovane non venisse voglia d'ammogliarsi. L'eredità dello zio lo
aveva fatto ricco quanto il fratello maggiore, ma tra loro due c'erano
differenze che andavano considerate. Michele non era di fisico molto
vantaggioso, a ventisei anni aveva pochi capelli ed una corporatura troppo
pingue; ma era il primogenito, possedeva tutti i titoli della casa; il secondo,
che godeva solo di quello non trasmissibile di barone, era fra i giovani più
graziosi ed eleganti. Quantunque andassero poco dagli Uzeda dacché c'era una
ragazza da marito — anzi a causa di ciò
— , le voci d'un possibile matrimonio trovavano credito; ma il principe, se gli
domandavano che cosa ci fosse di vero, dichiarava che prima doveva ammogliarsi
Consalvo, e la principessa si guastava addirittura. «Queste ciarle mi
dispiacciono, non per niente, ma perché potrebbero venire all'orecchio di
Teresina, e io sono molto gelosa: il mio sistema è che le ragazze non debbano
saper certe cose né udire certi discorsi!...»
Teresa pareva non udire né questi
né altri discorsi, e sognare tuttodì ad occhi aperti. Divorava i pochi libri di
versi e i romanzi che la principessa le consentiva di leggere, dipingeva
quadretti dove si vedevano castelli merlati sorgenti in mezzo a laghi di
cobalto, trovatori con la chitarra ad armacollo, o più spesso castellane
inginocchiate ed oranti, Madonne col divino Figliuolo tra le braccia. Le
composizioni austere e più le sacre erano le preferite dalla principessa; e la
figliuola lasciava perciò da canto i soggetti futili. Questa costante
remissione ai voleri altrui, questo senso di doverosa obbedienza erano sempre
vivi in lei; più Consalvo dava motivi di cruccio in famiglia, più ella credeva
suo obbligo di evitare ai parenti ogni più piccolo dispiacere. Le finzioni
poetiche dei libri le accendevano la fantasia e le facevano battere il cuore,
ma se la principessa giudicava troppo lungo il tempo da lei dedicato alle
letture frivole, le smetteva addirittura. Spesso udiva lodare un romanzo, un
dramma, un volume di versi, e si struggeva di leggerli, immaginando quanto
dovevano esser belli, che piacere le avrebbero procurato; non ci pensava più se
la madrigna le diceva: «No, Teresina, non sono per te.» Certe volte quei libri
erano posseduti da Consalvo, il quale, benché s'occupasse solo di studi
positivi, pure comprava anche la roba amena per far vedere che era a giorno di
tutto; e allora sarebbe bastato a Teresa farsi prestare il volume dal fratello
per leggerlo di nascosto; ma quest'idea non le passava neppure pel capo, per la
stessa ragione che, in collegio, aveva rifiutato di leggere i libri che qualche
sua compagna era riuscita a procurarsi, e non aveva dato ascolto ai discorsi
proibiti delle amiche sventate. Il confessore, la direttrice le avevano detto
che non bisognava neppur parlare di certe cose, ed ella se ne asteneva,
rigorosamente. Come quando era bambina, l'idea delle lodi e del premio da
ottenere, l'ambizione di vedersi additata come esempio alle altre, vincevano le
tentazioni della curiosità, non le facevano sentire le privazioni che
s'infliggeva.
Adesso la conducevano spesso al
teatro: d'estate alla commedia, d'inverno al melodramma; ed ella non sapeva
veramente dire quale dei due spettacoli le piacesse di più. Ella stessa
componeva di tanto in tanto un valzer, una mazurca, oppure notturni, sinfonie,
fantasie senza parole che portavano per titolo: Vorrei!, Incanti,
Storia mesta, Ognor..., e conoscenze, parenti, amici, tutti
andavano in visibilio udendole; lo stesso maestro, un vecchietto scelto apposta
dalla principessa per non mettere «l'esca accanto al fuoco», prodigava grandi
lodi: don Cono, il vecchio lavapiatti, le dava del «Bellini in gonne» ed anzi
una volta esclamò: «Opino che al concerto bellico convenga appararle onde
eseguirle in pubblico!» Il concerto bellico era la musica militare, che godeva
la fama d'essere una delle migliori d'Italia. Teresa si schermì; la
principessa, tra il piacere di far conoscere a tutti il talento di «mia figlia»
e la repulsione per la pubblicità, non sapeva risolversi; il principe, poiché
non ne andavan quattrini di mezzo, era del tutto indifferente; ma don Cono,
incaponito nella sua idea, venne un giorno a dire che aveva già parlato al
capobanda.
Il maestro venne al palazzo, in
compagnia del lavapiatti; era un giovane così bello che pareva San Michele
Arcangelo: bruno di capelli, biondo di baffi, roseo di carnagione. La
principessa, appena lo vide, cominciò a torcere il muso e a far segni a don
Cono per dirgli che non s'aspettava da lui quella parte: condurle in casa un
tipo simile?... Intanto il maestro eseguiva al pianoforte le composizioni della
signorina, con un colorito, un'espressione, un'anima da renderle
irriconoscibili alla stessa autrice; e ad ogni pezzo le esprimeva una crescente
ammirazione, e quando non ce ne furono più, disse che non sceglieva perché
erano uno più bello dell'altro: non potendoli prender tutti, lasciava che la
stessa «principessa» scegliesse. Teresa gli diede Storia mesta; ma
quando, finito di cavar la partitura, una settimana dopo, il maestro si
presentò al portone del palazzo, per far vedere il suo lavoro, il portiere
disse che i padroni non ricevevano.
«Condurmi in casa quel tipo? Non
m'aspettavo un simile tiro da voi! Si vede bene che non avete figliuole!» aveva
detto donna Graziella al vecchio lavapiatti, non riuscendo a darsi pace; ma
ella esagerava, come in ogni cosa: la principessina di Francalanza poteva forse
gettare gli occhi sopra un capobanda?
Storia mesta fu eseguita una domenica, alla Marina,
dalla musica del reggimento: il concerto era veramente uno dei migliori, e la
composizione di Teresa parve un vero pezzo d'opera, con certi cantabili
affidati ad un corno inglese dolce come una voce umana, e certi effetti
d'organo da far credere alla gente d'essere a San Nicola, dinanzi allo
strumento di Donato del Piano. Teresa, in carrozza chiusa, sotto i platani,
stava a udire, col cuore che le batteva come se volesse schiantarsi, con un
nodo di pianto alla gola e pallida in viso come una rosa bianca, e poi a un
tratto di porpora quando, al finire del pezzo, s'udì uno scroscio d'applausi...
La musica sua, quella degli altri, i drammi, la poesia l'inebbriavano, la
rapivano, la sollevavano in alto, in cielo, nell'etere azzurro, dove ella non
sentiva più il suo corpo, dove aspirava e beveva, anche tra le lacrime, la pura
felicità. Ma niente delle commozioni ora dolci, ora ardenti, or tristi, or
soavi, or disparate, ineffabili sempre, che gonfiavano il suo cuore di gioia o
lo serravano dall'angoscia, era noto al mondo. Ella non si tradiva: mentre
l'anima sua era più turbata, al pensiero dell'amore, nell'attesa dell'amore,
dinanzi agli uomini, ai giovani belli come il cugino Giovannino Radalì; mentre
la fantasia le rappresentava con maggior evidenza il proprio avvenire, piaceri
e dolori, fortune e sciagure, ella rimaneva tranquilla e composta e serena. Non
le costava farsi forza, disperdere quelle fantasie per attendere alle minute o
ingrate bisogne reali.
La conoscenza del maestro del
reggimento, le sue lodi, l'esecuzione della musica avevano scatenato una
tempesta in lei; ma quando il giovane, per divieto della principessa, non tornò
più al palazzo, ella non pensò più a lui. Don Cono, incaponito nella sua idea,
incoraggiato dal lieto successo, parlò un giorno all'assessore dei pubblici
spettacoli, perché desse ordine al direttore della musica cittadina di
concertare anche lui le composizioni della principessina. Questo assessore degli
spettacoli era Giuliano Biancavilla, figliuolo di don Antonio e della Bivona,
un giovanotto sulla trentina, bruno di carnagione e nero di capelli come un
arabo, ma fine, elegante e con gli occhi dolcissimi. Appena udì la proposta di
don Cono, diede immediatamente gli ordini opportuni, e la principessa
acconsentì che la figliuola avesse tutte le conferenze occorrenti col maestro,
che era sulla sessantina. Ma quando il diavolo ha da ficcarci la coda! Donna
Graziella, con tutte le sue precauzioni, non poté impedire che il giovane
assessore mettesse, da lontano, gli occhi addosso a Teresa! Al teatro la
guardava fisso, senza lasciarla un istante; al passeggio, la sua carrozza
seguiva sempre quella degli Uzeda; perfino in chiesa si faceva trovare sul loro
passaggio. Appena accortasi di quella commedia, la principessa riferì ogni cosa
al principe, il quale lasciò cadere tre sole parole:
«È pazzo, poveretto.»
E la lingua della moglie cominciò
a lavorare. Un Biancavilla pretendere alla principessina di Francalanza? Forse
perché una Uzeda aveva sposato un Giulente? Poveretto, credeva d'avere a fare
con un'altra Lucrezia, quell'assessore!... Nobili, sissignori: i Biancavilla
erano nobili, ricchi anche; ma la loro ricchezza e la loro nobiltà non li
faceva eguali ai Viceré. «Guardate frattanto che ardimento e che petulanza! Far
ciarlare la gente intorno alla mia figliuola!...» E con tutti i suoi discorsi,
non s'accorgeva di diffondere più rapidamente la nuova.
In breve non si parlò d'altro in
città. «Gliela daranno?... Non gliela daranno?...» Ma tutti riconoscevano che
Biancavilla aveva posto gli occhi troppo in alto. Baldassarre, specialmente,
non sapeva darsi pace. Egli voleva naturalmente che la principessina sposasse
uno fatto per lei, un barone, a dir poco, ricco da mantenerla come una Regina;
e, pure aspettando che il principe facesse la sua scelta, in cuor suo aveva
destinato alla padroncina il cugino don Giovannino. Questo frattanto era per
lui certo: che la signorina non si sarebbe neppure accorta dell'esistenza di
Biancavilla.
Invece, alla lunga, gli sguardi
del giovane avevano attirato quelli di lei quasi per virtù magnetica, e le
facevano adesso affrettare e mancare tutt'in una volta il respiro. Anch'ella lo
guardava, di tanto in tanto, senza vederlo bene, dal turbamento; ma tornava a
casa felice e ridente quando lo aveva scorto anche da lontano, e si metteva a
improvvisare al pianoforte, tremando da capo a piedi, come se egli potesse
udire tutti i segreti pensieri d'amore confidati allo strumento, le divine speranze
d'eterna felicità... In collegio, ella aveva composto talvolta qualche verso,
per le feste delle maestre, per gli onomastici delle amiche: voleva adesso
scriverne per lui, metterli in musica unicamente per lui...
Se fossi il
pallido
raggio di luna
che a notte
bruna
ti posa in
fronte;
se fossi il
zeffiro,
la lieve brezza
che
t'accarezza...
Non riuscì ad andare più innanzi,
ma si pose a comporre una romanza su quel tema, intitolato Se!…
piangendo di dolcezza quando non la vedevano, mentre le note appassionate
s'involavano dal pianoforte.
In inverno, il barone Cùrcuma
diede alcuni balli. Donna Graziella non aveva ancora condotto Teresa in
società; prima di tutto perché non intendeva che i giovanotti avvicinassero sua
«figlia», e poi anche perché non aveva giudicato nessuna casa degna d'esser
frequentata dalla principessina. Quella dei Cùrcuma, veramente, poteva passare;
e poi il principe volle che tutta la famiglia vi andasse. Ma il cuore le
parlava, a donna Graziella: giusto la prima sera, chi ci trovò? Giuliano
Biancavilla!... Se quel petulante avesse conosciuto un poco il mondo, sarebbe
rimasto quieto al suo posto; invece pensò di farsi presentare e di ballare con
la sua Teresa!... Costei tremava, nelle sue braccia; egli non le disse altro
che qualche parola: «È stanca?... Grazie!...» ma pareva a lei d'essere in
cielo, mentre la principessa stava sulle spine e faceva segni al marito per
dargli segno del pericolo. Ma il principe era in istretto colloquio col padrone
di casa; e a un tratto quel petulante si ripresentò per chiedere alla signorina
una mazurca. Allora donna Graziella intervenne:
«Scusate, cavaliere; mia figlia è
stanca.»
Con una gran stretta al cuore
Teresa s'accorse dell'opposizione della madre. Infiammato per averla tenuta un
momento fra le braccia, Biancavilla cominciò a seguirla per le vie, come
l'ombra: la principessa gonfiava, smaniava, soffiava: una volta, sulla porta
della chiesa dei Minoriti, passandogli innanzi, esclamò piano, ma in modo che i
vicini potessero udirla: «Che seccatore!...»
Teresa pianse a lungo,
nascondendo le proprie lacrime, prevedendo che tutte le sue speranze si
sarebbero infrante, se i suoi non volevano. Anche i Biancavilla sapevano che
gli Uzeda non avrebbero mai consentito a quel matrimonio; ma il giovane, che
era proprio cotto, insisteva giorno e notte presso la madre e il padre perché
facessero la richiesta; tanto che un giorno Biancavilla padre prese il suo
coraggio a due mani e andò a parlare col duca. Questi, con grande consumo di
«molto onorati» e di «figuratevi con quanto piacere, per me!» gli rispose che
ne avrebbe parlato al principe; Giacomo ripetè allo zio le stesse tre parole
dette alla moglie, con una piccola variante: «Sono pazzi, poveretti!» Quindi il
duca rispose a don Antonio, con molte belle parole, che non se ne poteva far
niente, «perché il principe voleva prima accasare Consalvo».
Non era un pretesto. Il principe
aveva iniziato pratiche coi Cùrcuma ed era andato in casa loro per combinare il
matrimonio della baronessina col figlio. Il partito era stato accettato a occhi
chiusi, e l'assiduità di Consalvo ai balli del barone fu appresa come l'inizio
della sua corte alla signorina. Ma egli non sapeva niente di quanto aveva
ordito suo padre, e andava ora in società per parlare di politica e di
filosofia. Tutto l'oro del mondo non lo avrebbe piegato a fare un giro di
valzer: teneva cattedra nel cerchio degli uomini, e se avvicinava le signore o
le signorine, le metteva a parte del bilancio comunale, del regolamento
scolastico e del gettito dei dazi consumo, con molte citazioni statistiche e
proverbi latini. Ripetuta di bocca in bocca, la notizia del suo matrimonio
arrivò anche a lui; e allora egli scoppiò in una risata cordiale, dicendo, più
laconico del padre:
«Sono pazzi!»
Prender moglie, sposare una
bambola carica d'oro come quella baronessina, legarsi ancora più strettamente a
quel paese dal quale voleva andar via, crearsi gli avvincenti doveri della
famiglia, quando aveva bisogno d'essere libero come l'aria, di dedicare tutte
le proprie energie al conseguimento dello scopo prefissosi? Matti, davvero! E
la cosa gli parve sì buffa, che neppur volle smettere le visite al barone.
Giusto in quel torno, perduta
ogni speranza, Giuliano Biancavilla partì. Chi diceva che sarebbe andato a Roma,
chi a Parigi, chi aggiungeva che non sarebbe mai più tornato a casa, senza
riguardo al dolore dei suoi. Il duca, per incarico del principe che aveva paura
di parlare direttamente col figliuolo, annunziò a Consalvo che era tempo di
prender moglie e che tutta la famiglia era d'accordo per dargli la baronessina.
«Benissimo, Eccellenza,» rispose
il giovane. «C'è però una difficoltà.»
«Cioè?»
«Che io non la voglio!»
«E perché non la vuoi?»
«Perché no! Si tratta di me o di
Vostra Eccellenza? Si tratta di me! Dunque tocca a me manifestare la mia
volontà. Io non la voglio.»
Quando il duca riferì al principe
questa risposta, Giacomo era già fuori della grazia di Dio, per aver saputo che
il perito, incaricato dal tribunale di esaminare il testamento del fu don Blasco,
s'era pronunziato contro l'autenticità della scrittura. Udendo il decisivo
rifiuto del figlio, egli scoppiò, gridando con voce rauca:
«Ah, iettatore! Lo fa apposta!
Per farmi crepare! Ma voglio far crepare lui, prima! Ditegli dunque che si
scelga chi diavolo vuole: sposi, sposi la prima sgualdrina che gli piace, una
di quelle ciarpe con le quali andava bagordando quando ancora non s'era fitto
in capo di divenire letterato! Sposi chi gli piace e vada al diavolo, perché io
non voglio più trovarmelo fra i piedi, cotesto iettatore!»
«Eccellenza,» rispose il
principino allo zio che gli riferiva la seconda ambasciata, «io non voglio
sposare né la Cùrcuma, né nessun'altra. Sono ancora giovane e ci sarà sempre
tempo di mettermi la catena al collo. La cosa certa è che per ora non bisogna
parlarmi di matrimonio. Non sono una donna come la zia Chiara, che la nonna
fece sposare per forza...»
E la nuova tempesta si veniva
addensando sordamente; i lampi guizzavano negli sguardi irosi del principe, i
tuoni rumoreggiavano nella sua voce cupa.
«Santo Dio d'amore!...» diceva la
principessa a Teresa. «Che dispiacere, questa guerra; che scandalo! E chi sa
come e quando finirà... Ma tu!... Tu no, non hai dato a nessuno il minimo
motivo di dolore!... Benedetta!... Sempre santa così!..»
Teresa si lasciava abbracciare e
baciare dalla madrigna, assaporando la lode, dolendosi della guerra tra il
padre e il fratello, votandosi alla Madonna affinché la facesse cessare. Che
cosa poteva offrire alla Vergine, per ottenere tanta grazia? L'amor suo per
Giuliano?... No, era troppo, era la cosa che più le stava a cuore... Ella non
vedeva più il giovane, non aveva notizia della richiesta e del rifiuto; sapeva
nondimeno che i suoi non vedevano bene quel partito; ma la speranza era in lei
viva ancora: un giorno o l'altro il padre e la madrigna avrebbero potuto
ricredersi, consentire alla sua felicità...
Un giorno, invece, scoppiò la
tempesta fra il padre e il fratello. Questi aveva ordinato, di suo capo, senza
dirne niente a nessuno, quattro grandi scaffali per disporvi i suoi libri;
quando il principe vide arrivare quei mobili, fece chiamare Consalvo e gli
domandò concitato:
«Chi t'ha permesso d'ordinar
nulla, in casa mia?»
Il giovane rispose con la
studiata freddezza che faceva imbestialire suo padre:
«Avevo bisogno di questi mobili.»
«Qui comando io, t'ho detto molte
volte,» ribatté l'altro, facendo sforzi violenti per contenersi. «Non s'ha da
piantare un chiodo senza mio permesso! Se vuoi far da padrone, vattene via!
Nessuno ti trattiene!... Prendi moglie e rompiti il collo.»
«Ho già detto,» rispose Consalvo
più freddo che mai, «ho già detto allo zio che non voglio ammogliarmi...»
«Ah, non vuoi?... Non vuoi?... Ed
io ti butterò via a pedate, bestione, facchino, animale!...»
«Tanto meglio,» soggiunse il
principino freddo come la neve. «Mi farete piacere...»
A un tratto il principe impallidì
come se stesse per svenire, poi diventò paonazzo come per un colpo apoplettico,
e finalmente proruppe, abbaiando come un cane:
«Fuori di qui!... Fuori di casa
mia!... Ora, all'istante, cacciatelo fuori!...»
Accorsero, pallidi ed impauriti,
la principessa, Teresa e Baldassarre: con la bava alla bocca, il principe fu
trascinato via dalla moglie e dal servo.
Teresa, giunte le mani tremanti
dinanzi al fratello, esclamò con voce d'angosciosa rampogna:
«Consalvo!... Consalvo!... Come
puoi fare così?»
«Tu lo difendi?» rispose il
giovane, sempre calmo, ma con voce un po' stridula. «Difendilo, difendili, gli
assassini di nostra madre.»
«Ah!»
Ella nascose la faccia tra le
mani. Quando si guardò intorno, era sola. Un andirivieni di servi, per la casa:
chiamavano un dottore, applicavano vesciche di ghiaccio alla fronte del
principe. Ella andò a cadere dinanzi all'immagine di Maria Santissima. Un
rimorso, dopo la scena disgustosa, dopo le terribili parole del fratello, le
serrava il cuore, per non aver voluto offrire in olocausto l'amor suo, le sue
speranze di gioia, pur di evitare la lite violenta e la tremenda accusa. Ella
chiedeva perdono alla Vergine di tanto egoismo, le chiedeva conforto ed aiuto,
tremante di paura, malferma come se il suolo oscillasse sotto le sue ginocchia.
Ed era ancora in ginocchio, quando fu sorpresa dalla principessa che la
chiamava al capezzale del padre.
«Figlia mia! Figlia mia!... Che
cuore di figlia!... Sì, prega la Madonna Santa che torni la pace: Ella sola
oramai può fare questo miracolo... Tuo padre non vuole più vederlo, non lo
vuole più in casa; ed egli non cede!... Tu no! Tu no!...»
E tra i baci e le lacrime, le
parlò di qualcuno, di lui, dandole la notizia che era partito:
«Era il meglio che potesse fare.
Tu forse lo guardavi con simpatia: non te ne incolpo: siamo tutte state ragazze
e so come vanno queste cose. Ma non avresti potuto esser felice con lui, e tuo
padre, il cui unico scopo è la tua felicità, non voleva... Non ti avrei parlato
di tutto ciò senza i dolori che soffriamo, e se non sapessi che tu sei tanto
buona, tanto giudiziosa da comprendere che tuo padre non può voler altro che il
tuo bene. È vero, figlia mia?...»
La prima volta, dopo quella
scena, che il principe udì nominare il figliuolo, gridò:
«Non parlate più di cotesto
iettatore! Non lo nominate più! O mando via tutti...»
La rottura fu definitiva. Il
duca, messo a giorno dell'accaduto, venne a prendersi Consalvo e lo condusse
per alcune settimane in campagna. Di ritorno, fu deciso che il principino
sarebbe andato ad abitare la casa che il padre possedeva alla Marina. Il
giovane non chiedeva di meglio. Arredò il quartiere a modo suo, e passò a starci
contento come una pasqua. Faceva adesso da padrone, non andava più alla messa,
riceveva chi voleva, invitava a casa sua i pezzi grossi del circolo, ai quali
mostrava due stanzoni tutti pieni di carta stampata. I vantaggi erano infiniti.
Al palazzo, non aveva ancora potuto significar bene i suoi sentimenti liberali,
mettendo fuori lumi e bandiere per le feste patriottiche; qui il 14 marzo e il
giorno dello Statuto inalberava un bandierone grande quanto una tenda, e
disponeva ai balconi una fila di lampioncini che splendevano malinconicamente
nelle tenebre del quartiere deserto. Poi, restava nel suo studio quanto voleva,
e prendeva i suoi pasti nelle ore più stravaganti. Studiava l'Enciclopedia
popolare, ne mandava a memoria gli articoli riguardanti le quistioni del
giorno, e poi sbalordiva l'assemblea con la propria erudizione, dicendo: «Su
questa materia hanno scritto Tizio, Caio, Sempronio, Martino, etc., etc.» Come
un tempo aveva gettato sulla folla il suo tiro a quattro, così la schiacciava
con tutto il peso della sua dottrina, e la gente che si tirava da canto, un
tempo, per non restar sotto i suoi cavalli, esclamando tuttavia: «Che
bell'equipaggio!» adesso lo stava a udire, intronata della sua loquela,
dicendo: «Quante cose sa!» La nativa spagnolesca albagia della razza ignorante
e prepotente, e la necessità d'adattarsi ai tempi democratici si contemperavano
così in lui, a sua insaputa. Pur di arrivare all'intento, niente lo arrestava,
le imprese più ardue non lo sgomentavano; leggeva i libri più grevi come se
fossero romanzi; come un romanzo avrebbe letto un trattato di calcolo sublime.
Cavava da quello studio il mediocre profitto che era solo possibile: acquistava
una infarinatura di tutto, immagazzinava cognizioni disparate, idee
contraddittorie, una scienza farraginosa e indigesta. Ma, in mezzo alla massa
ignorante della nobiltà paesana, si guadagnava la riputazione di «istruito», e
quando la gente minuta udiva nominare il principino di Mirabella, tutti
dicevano: «Quello che ora fa il letterato?»
Una bella mattina, tra le stampe
che la posta gli portava a cataste, ricevette da Palermo il primo fascicolo
dell'Araldo sicolo, operaistorico-nobiliare
del cavaliere don Eugenio Uzeda di Francalanza e Mirabella. Come lui, tutti
i parenti, i sottoscrittori, i circoli ne ebbero un esemplare. L'opera
storico-nobiliare cominciava con Brevi cenni amplificati
sulle dinastie che avevano regnato nell'isola: Real Casa Normanna, Real Casa
Sveva, Real Casa d'Angiò e così via discorrendo fino alla Real Casa Sabauda:
ché il cavaliere aveva riconosciuto la nuova monarchia per vender copie del
libro alle biblioteche dello Stato. I brevi appunti amplificati fecero ridere
Consalvo, la Real Casa Sabauda fece imbestialire donna Ferdinanda, benché del
resto la vecchia adesso fosse in un immutabile stato di furore per via della
lite ancora indecisa. Ma la sua collera contro la famiglia del principe
s'accrebbe naturalmente, poiché la stampa di quelle «porcherie» era stata
possibile per l'anticipazione fatta dal principe a don Eugenio!...
Dopo aver promesso duemila lire,
il principe però non ne aveva date più di cinquecento, per le quali lo zio
aveva dovuto rilasciargli una cambiale con la data in bianco; ma, dopo la morte
di don Blasco, i rapporti finanziari tra zio e nipote avevano preso una piega
pericolosa. Don Eugenio, dapprima con le buone, poi con le minacce, scriveva al
nipote chiedendo altri quattrini, perché, in caso contrario, egli avrebbe fatto
lega con Ferdinanda per impugnare il testamento del fratello; il principe, da
canto suo, con la cambiale in mano, pretendeva tenere in riga lo zio. Avviata
la stampa dell'opera, il cavaliere piovve un giorno da Palermo: era più sordido
di prima, aveva l'aria più affamata che mai. Dopo una lunga serie di
trattative, il principe sborsò altre duemila lire, mediante le quali don
Eugenio rinunziò con apposito atto a tutto quel che avrebbe potuto
eventualmente toccargli nella spartizione dell'eredità del monaco, e riconobbe
il nipote proprietario di mille esemplari dell'opera.
Il principe aveva capito che
l'impresa di quella pubblicazione non era poi l'affare sballato che tutti
credevano. I fascicoli successivi, dove s'iniziava la storia delle singole
famiglie, andavano a ruba. Don Eugenio, in verità, si restringeva a trascrivere
il Mugnòs e il Villabianca, infiorandoli di locuzioni di sua particolare
fattura; ma, da una parte, quei libri erano introvabili, o costavano caro e si
prestavano poco alla lettura, coi loro vecchi tipi, con la loro carta secca,
gialla e polverosa, mentre l'edizione di don Eugenio era veramente bella, e i
fascicoli degli stemmi colorati fiammeggiavano dal tanto minio e dal tanto oro;
da un altro canto, poi, il compilatore usava l'innocente artifizio di
sopprimere le indicazioni troppo precise, talché tre, quattro, cinque famiglie
che portavano per caso lo stesso nome senza nessuna relazione di parentado
potevano credere che la storia della sola autenticamente nobile fosse anche la
propria. A Palermo, a Messina, in tutta la Sicilia, egli trovava così una
quantità di «gentilesche genti» e quindi di associati. Certuni volevano dire
che prendesse altri quattrini per aggiungere qua e là: «Una branca di cotanto
blasonata famiglia fiorisce tuttosì nella vetusta città di Caropepe...» Donna
Ferdinanda, pertanto, diventava paonazza dall'indignazione; e anche Consalvo
nutriva un profondo disprezzo per quel parente che non solo prostituiva in tal
modo se stesso, ma discreditava tutta la casata. Il principino però, al
contrario della zia, teneva per sé i propri sentimenti, e manifestava solo
quelli che gli giovavano. Sentiva di dover fare in politica come aveva visto
fare a suo padre, in casa, quando si teneva bene con tutti e assecondava le
pazzie di tutti quanti, salvo a dare un calcio a chi non poteva più nuocergli.
Adesso adoperava anch'egli quel metodo, piaggiando tutti i partiti. Quello
dello zio duca aveva sempre il mestolo in mano. Veramente nei quattro anni
passati dallo scioglimento della questione romana, il favor popolare aveva a poco
a poco ricominciato ad abbandonare il deputato, poiché questi, dimentico del
pericolo corso, persuaso d'aver consolidato stabilmente la propria posizione,
non temendo più sommosse e rivolgimenti, aveva ripreso a mostrarsi partigiano,
a badare agli affari propri e degli amici piuttosto che a quelli del paese, a
trattare il collegio come un feudo; ma, se la gente spicciola incominciava a
mormorare, i pezzi grossi, invece, i capi della camarilla si lasciavano
ammazzare per l'onorevole, non giuravano per altro che per lui, per i suoi sani
princìpi di moderazione: nel novembre di quell'anno Settantaquattro, egli fu
rieletto, senza dimostrazioni, ma senza opposizioni: alla unanimità. Così
Consalvo dinanzi allo zio ed ai suoi amici celebrava la saldezza della loro
fede, l'eccellenza del principio conservatore «da cui dipende la salute
dell'Italia»; ma, trovandosi dinanzi a qualcuno degli avversari, affermava la
necessità del progresso, la convenienza che anche la sinistra facesse la prova
del governo, perché «come dice il celebre Tal dei Tali, i partiti debbono
alternarsi al potere».
E se gli stavano di fronte due
che la pensavano in modo contrario, taceva o dava ragione ad entrambi e torto a
nessuno. Tranne che nel grande principio aristocratico, nel profondo sentimento
di sprezzo verso la ciurmaglia, nella ferma opinione d'esser fatto veramente
d'un'altra pasta, nell'ardente bisogno di comandare al gregge umano come
avevano comandato i suoi maggiori, egli era disposto a concedere tutto. Non
aveva neppure scrupolo di sostenere a parole il contrario di quel che pensava,
se era necessario nascondere il proprio pensiero ed esprimerne un altro. Le
parole «repubblica» e «rivoluzione» gli facevano passare brividi di paura per
la schiena; ma, per secondare la corrente democratica, per farsi perdonare la
sua nascita, s'ingraziava il partito estremo. Al Circolo Nazionale buona parte
dei soci, pure accettando le istituzioni, onoravano, sopra tutti gli uomini del
Risorgimento, Mazzini e Garibaldi; altre società, specialmente le popolari,
festeggiavano il 19 marzo, giorno di San Giuseppe, in loro onore; egli ripeté
l'esposizione del bandierone e dei lumi anche in quell'occasione, cercò apposta
i più noti repubblicani per dir loro: «Io non capisco l'esclusivismo di
certuni: senza Mazzini il fuoco sacro si sarebbe spento; e senza Garibaldi, chi
sa, Francesco ii sarebbe ancora a
Napoli.»
Né credeva alla sincerità della
fede altrui. Monarchia o repubblica, religione o ateismo, tutto era per lui
quistione di tornaconto materiale o morale, immediato o avvenire. Al Noviziato
aveva avuto l'esempio della sfrenata licenza dei monaci che avevano fatto voto
dinanzi al loro Dio di rinunziare a tutto; in casa, nel mondo, aveva visto che
ciascuno tirava a fare il proprio comodo sopra ogni cosa. Non c'era dunque
nient'altro fuorché l'interesse individuale; per soddisfare il suo amor proprio
egli era disposto a giovarsi di tutto. Del resto, il sentimento ereditario
della propria superiorità non gli permetteva di riconoscere il male di questo
scettico egoismo: gli Uzeda potevano fare ciò che loro piaceva. Il conte
Raimondo aveva distrutto due famiglie; il duca d'Oragua s'era arricchito a
spese del pubblico, il principe Giacomo spogliando i propri parenti; le donne
avevano fatto stravaganze che confinavano con la pazzia: se egli dunque
s'accorgeva talvolta d'essere in fallo, secondo la morale dei più, pensava che
in fin dei conti faceva meno male di tutti costoro.
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