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Il principe Giacomo tardò molto a
riaversi interamente dal colpo che l'ultima spiegazione col figlio gli aveva
procurato. Con la minaccia d'una congestione cerebrale, si condannò da se
stesso, pel terrore di morire di subito, a una dieta magra che gli impoverì il
sangue. Debole, irritabile, divenne più di prima il terrore della casa e,
attribuendo più che mai il proprio male al pestifero influsso del figliuolo,
non soffriva più d'udirlo nominare. Nei primi tempi, se Baldassarre o qualcuno
dei lavapiatti o della servitù alludeva al principino, egli esclamava, afferrando
l'ignobile amuleto, tenendolo stretto come in procinto di naufragare: «Salute a
noi!... Salute a noi!...» e ingiungeva alle persone di tacere, di smettere
immediatamente, rosso in viso come se davvero fosse per morir soffocato. La
gente si faceva il segno della croce udendo parlare di quella paura inumana, di
quell'avversione contro natura: Teresa ne soffriva più di tutti. Poiché suo
fratello non poteva più venire al palazzo, ella stessa andava a trovarlo, in
compagnia della principessa, per la quale Consalvo era tornato
d'un'indifferenza quasi serena ed urbana, poco lontana dall'affabilità. La
madrigna, di nascosto dal principe, mandava al giovanotto buona parte della
roba che i fattori portavano dalla campagna e, quantunque ella stessa
disponesse di pochi quattrini, pure metteva a disposizione del figliastro la
propria borsa. Consalvo, ringraziandola, non accettava nulla: suo padre gli
aveva fatto un assegno, e Baldassarre gli portava ogni primo del mese i
quattrini. Erano pochi, ma egli s'ingegnava di farli bastare, soffocava i suoi
bisogni costosi, mortificava i suoi desideri di lusso, e non ne soffriva, o ne
soffriva come d'una cura dolorosa, necessaria al riacquisto della salute.
Quanto al principe, era come se egli non avesse più quel figliuolo: costretto a
parlare di lui, non lo chiamava più «mio figlio», né «Consalvo», né
«principino», ma «Salut'a noi!...» Diceva, per esempio, a Baldassarre: «Porta
la mesata a Salut'a noi...» oppure domandava alla principessa, in qualche raro
momento di buon umore: «Che dice quella bestia di Salut'a noi?...»
E Teresa non pensava più a
Giuliano, dimenticava il proprio dolore, atterrita da quell'odio scellerato.
Ella non leggeva più, non sedeva più al pianoforte, col triste pensiero sempre
nella mente. L'esilio del fratello era grave al suo cuore; ma perché aveva egli
suscitato l'ira del padre? Come aveva osato incolparlo?... Se pure egli avesse
avuto ragione? Se era vero?... Allora si nascondeva il viso tra le mani, come
nel pauroso momento della rivelazione, per non pensare, per non rammentare. Non
rammentava ella la madrigna far da padrona in casa della sua povera mamma? Non
rammentava il dolore provato all'annunzio che suo padre sposava quell'altra
qualche mese dopo la morte della sua santa mamma?... Ma no! Ma no! Per
discacciare i suoi ricordi, per vincere l'orribile pensiero, si segnava,
pregava, e usciva fortificata dall'orazione. Era colpa dimorare in quei
pensieri, continuar quell'indagine: ella unicamente doveva al padre rispetto,
obbedienza ed amore. E credendo suo debito compensarlo della ribellione di
Consalvo, lo ubbidiva ciecamente, lo serviva con umiltà. Il principe non le
sapeva grado di quella sua inesauribile bontà. Se talvolta, essendo triste,
provando il bisogno di sollevare un istante lo spirito oppresso, ella si
metteva al pianoforte, i suoni lo irritavano, le ingiungeva che smettesse.
Sempre più interessato, litigava sulle spese per le sue vesti; Teresa si
contentava di tutto. Ma per solo capriccio di criticare, di esercitare comunque
la propria autorità, ed anche per una specie d'invidia che, goffo com'era
sempre stato, gli destava l'abilità con la quale ella faceva figurare come un
abito di lusso la più modesta vesticciuola, la punzecchiava assiduamente a
proposito della sarta o del figurino di mode.
Un giorno però, contro il solito,
s'occupò dell'abbigliamento della figliuola non per rimproverarne l'eleganza,
ma per giudicarlo troppo modesto.
«Non hai un abito più grazioso da
mettere oggi?»
Era una domenica d'estate, e come
di consueto la principessa e Teresa andavano fuori in carrozza per prendere il
gelato e fermarsi poi dinanzi al cancello del giardino pubblico, a veder la
folla pedestre che v'entrava borghesemente durante il concerto. Ma, usciti
appena dal portone, donna Graziella, che s'abbottonava ancora i guanti, disse a
Teresa:
«Andiamo a fare una visita alla
zia Radalì. Oggi è il suo onomastico.»
Da un pezzo non la conducevano
più lì; ma la principessa e la duchessa si salutarono come se si fossero
lasciate il giorno innanzi. C'erano i due figliuoli, il duca e il barone, e
altri parenti; furono serviti i rinfreschi, la
società si sciolse molto tardi.
La duchessa restituì la visita
coi figliuoli, e le relazioni furono riprese con più intrinsichezza di prima.
Il duca Michele, mezzo calvo, grasso, asmatico, trascurato nel vestire, stava
male e mal volentieri in società; Giovannino invece vi figurava moltissimo.
Salutando la cugina, mettendosi vicino a lei, parlandole, egli faceva mostra di
molta grazia, d'una viva premura; il primogenito, più grossolano, più
ignorante, apriva di rado la bocca, non parlava se non di quaglie e di conigli,
del Biviere e del Pantano, di cani e di doppiette. Teresa, cortese ed amabile
con tutt'e due, sentiva risorgere e a poco a poco farsi più forte l'ammirazione
per la bellezza del cugino. Ella aveva dimenticato Biancavilla, ma c'era un
vuoto nel suo cuore: il pensiero di Giovannino lo colmava. Dopo una lunga
mortificazione, l'anima sua schiudevasi ancora una volta all'amore; il canto le
fioriva sulle labbra, il pianoforte ridiventava il suo confidente, i libri di
poesia i suoi ispiratori.
Tra le due famiglie l'intimità si
venne stringendo sempre più; c'era un continuo scambio di regali, la voce del
matrimonio di Teresa con uno dei cugini tornava ad acquistar nuovo credito; ma
né il principe né la principessa si spiegavano con nessuno. Baldassarre però
trionfava: il partito che egli aveva destinato alla padroncina era quello che i
padroni preferivano! E con un piacere immenso, con una gioia indicibile, vedeva
che tra la signorina e il barone la simpatia cresceva ogni giorno. Il duca
Michele regalava gran quantità di cacciagione agli Uzeda, ma Giovannino, che si
occupava con amore di fioricoltura, mandava enormi mazzi, i quali finivano
tutti nella cameretta di Teresa, o piante rare e delicate che ella educava
amorosamente. Amante della buona tavola, il primogenito era sempre un po'
intorpidito dal cibo e dalle libazioni; se si facevano quattro salti, egli restava
sopra una poltrona a sonnecchiare; Giovannino ballava con Teresa. Una delle
cose che più facevano piacere alla principessina era l'udir parlare del
fratello in quella casa dove non si poteva più nominarlo: farne le lodi,
vantarne l'intelligenza, la serietà della conversazione, era il miglior mezzo
per guadagnarsi il cuore della sorella. E Giovannino, rammentando i tempi nel
Noviziato e le monellate commesse a San Nicola, profetava a Consalvo il più
lieto avvenire, andava apposta a fargli visita per riferire a Teresa d'averlo
trovato intento allo studio.
«Sapete, cugina,» le disse una
sera, «Consalvo...»
«Sst...!» esclamò piano Teresa,
giungendo le mani. «Il babbo...» Infatti il principe passava in quel momento
vicino ad essi, dirigendosi verso la duchessa.
«Vogliono Consalvo,» rispose
Giovannino all'orecchio della cugina, «consigliere comunale. Vedrete che
risulterà dei primi...»
Benedetto Giulente, come aveva
promesso, fu il padrino del candidato. Egli non sospettava di preparare il
terreno ad un rivale. Gli pareva che un posto nella rappresentanza civica
bastasse all'attività e all'ambizione del nipote; tutt'al più Consalvo avrebbe
potuto prender parte, più tardi, all'amministrazione municipale, essere eletto
assessore e, chi sa, un giorno, nominato anche sindaco. Che aspirasse al
Parlamento, né sospettava, né credeva possibile. Prima di tutto, lo zio duca
gli aveva garantito tante volte che, ritirandosi dalla politica militante,
avrebbe ceduto a lui, Benedetto, il proprio posto; e questo ritiro, attesa
l'età dell'onorevole, poteva tardare ancora di poco; forse il seggio sarebbe
rimasto libero alla prossima legislatura, quando Consalvo non avrebbe neppure
compiuti gli anni di legge. Del resto gli mancavano tante altre cose,
l'esperienza della vita pubblica, principalmente, e segnatamente il
patriottismo. Agli occhi di Benedetto, che si struggeva da tanti anni dal
desiderio d'essere mandato alla Camera, aver preso parte alle battaglie
dell'indipendenza e dell'unità, aver pagato un tributo di sangue, era il
massimo titolo per aspirare alle pubbliche cariche. Ora Consalvo non solo era
bambino quand'egli si batteva sul Volturno, ma fino a due anni addietro non
aveva nascosto a nessuno l'affezione e il rimpianto per l'antico regime.
Giulente credeva che la conversione del nipote fosse in gran parte merito
proprio, e ne andava naturalmente altero, e si credeva destinato a guidare
ancora per lungo tempo l'erede degli Uzeda nella vita pubblica; L'atteggiamento
ossequiente del giovanotto lo confermava in questa fiducia.
Ad aprirgli gli occhi non valse
l'esito delle elezioni amministrative. Egli stesso era tra i candidati, avendo
finito il suo quinquennio, e Consalvo si presentava la prima volta; Consalvo fu
eletto il secondo, subito dopo lo zio duca, sempre primo; Giulente ebbe il
decimo posto... Alla prima riunione del Consiglio riconvocato, il principino
venne severamente vestito d'una redingote tagliata all'inglese, con cravatta
scura e cappello alto: mentre già tutti erano ai loro posti, egli s'aggirava
per l'angusta sala delle riunioni, salutando i conoscenti, chiacchierando col
sindaco, interrogando il segretario e volgendosi di tanto in tanto alla mezza
dozzina di curiosi che stavano vicino all'uscio. Sedutosi finalmente in un
angolo, per evitar vicinanze, cominciò a sfogliare, con mani inguantate, il
volume del bilancio e a prendere appunti, facendo correre l'usciere per spedir
biglietti a destra e a manca, come aveva visto che usava a Montecitorio. Appena
si presentò l'occasione di parlare, l'acchiappò a volo. Trattavasi
dell'inaffiamento stradale che facevano con un metodo troppo primitivo: egli
chiese di parlare e spiegò quello che aveva visto all'estero. Raccomandò il
sistema di Londra e suggerì al sindaco l'idea di scrivere al Lord Mayor «che è
il primo magistrato civico della capitale inglese». Mentre c'era, aggiunse che
il Municipio avrebbe dovuto pensare anche ad ordinare un corpo di pompieri.
«Nei miei viaggi, non vidi mai città, per piccola che fosse, la quale non
avesse simile istituzione, la cui necessità non ho bisogno di far notare agli
onorevoli del Consiglio.» Nondimeno, per dimostrare la convenienza di quel
servizio, enumerò quante case s'incendiavano a Costantinopoli, in media, ogni
anno. «È vero che non siamo in Turchia...» e fece una breve pausa per dar tempo
ai colleghi di ridere della facezia, «ma pensate un poco, onorevoli del
Consiglio, ai grandi magazzini di zolfo che si trovano ad ogni pié sospinto
dentro le mura della nostra città.» Allora spiegò che lo zolfo «è una sostanza
eminentemente combustibile, come quella che entra nella composizione della
stessa polvere pirica; e se le sue lente combinazioni con l'ossigeno, preparate
nelle officine, sono di tanta applicazione nell'industria e nel commercio col
nome di acido solforico, una combinazione troppo rapida manderebbe in fiamme la
nostra città...»
Il discorso ebbe un bel successo:
pochi osservarono che quel giovanotto di primo pelo aveva l'aria di far la
lezione; quasi tutti ammirarono la facilità della sua parola e giudicarono che
il principino di Mirabella era davvero un giovane «istruito». Egli continuò a
parlare ogni giorno; per la discussione del bilancio pronunziò una trentina di
concioni una più sbalorditiva dell'altra, sulla quistione della dote al
Comunale tirò in ballo Sofocle ed Euripide, gli odei della Grecia e i circhi
romani; parlando dell'ospedale fece un piccolo corso di clinica distinguendo
tutte le malattie per le quali bisognava poter disporre di altrettante sale; a
proposito della pescheria citò Darwin e l'Origine della specie, «giacché
il pesceluna che s'imbandisce nelle nostre mense e le sardine che alimentano il
popolo discendono dagli stessi protozoi». Sul capitolo del camposanto arrischiò
questa idea: «Io veramente non sarei
alieno dal concetto storicamente più estetico e scientificamente più razionale
della cremazione...» ma le unanimi, vivaci proteste di una dozzina di
consiglieri clericali lo fecero accorto che sbagliava strada.
Lì dentro, e nel paese, i
clericali erano una forza con la quale bisognava patteggiare. Già essi avevano
notato che il principino, imbandierando e illuminando la sua casa per tutte le
feste costituzionali e democratiche, pareva non accorgersi delle solennità
religiose, della festa di Sant'Agata specialmente. La celebravano, come sempre,
due volte all'anno: in febbraio e in agosto; ma la nuova Giunta
libera-pensatrice, giudicato che una sola gazzarra
bastasse, aveva soppresso dal bilancio l'assegno per la festa estiva. Questo fu
il segnale di una specie di guerra civile. Dal pulpito, nei confessionali,
nelle sacrestie i preti incitavano i fedeli alla riscossa; i liberali si
ostinavano nel loro proposito, gl'indifferenti erano costretti a prendere un
partito, e le cose minacciavano di guastarsi. Il consiglio fu chiamato a decidere.
Una folla straordinaria assisté alle tempestose sedute: sagrestani, scaccini,
appaltatori e mercantucci interessati alla festa pel guadagno che ne speravano;
giornalisti improvvisati badavano a stendere precise relazioni del dibattimento
per divulgarle. I campioni liberali facevano grandi sfoggi di eloquenza, ma
erano fischiati di santa ragione; i clericali, quasi tutti poveri oratori,
erano invece portati alle stelle. Il duca d'Oragua non parlava, come non aveva
mai parlato, ma si sapeva che avrebbe votato a favore; Giulente, in cuor suo,
era contrario, ma per far la corte allo zio avrebbe votato come lui. Con chi si
sarebbe messo il principino? C'era una grande curiosità di saperlo; pertanto,
il giorno che egli parlò, una folla tripla del consueto si stipava nella
piccola sala e tendeva le orecchie dalle contigue. Egli cominciò a parlare in
mezzo a un silenzio profondo. L'esordio accrebbe la curiosità, consistendo al
solito nella ripetizione laudativa di tutto ciò che avevano detto «gli egregi
preopinanti». Poi: «Ma, signori del Consiglio, consentitemi di lasciare per un
momento la quistione che sta sul tappeto e di rivolgere a me stesso una
domanda, che parrebbe non avere, ma invece ha diretto rapporto con quella (i
cronisti notarono: segni d'attenzione). La domanda è questa: i
rappresentanti del paese vengono a sedere nell'aula consiliare per sostenere le
idee che passano loro pel capo, e siano pure provvide e giuste, o non piuttosto
per eseguire il mandato che ripetono dal popolo sovrano?... Certamente per
tutelare gl'interessi, per soddisfare i bisogni del popolo che rappresentano.
Ora, di fronte alla quistione che ci occupa, il paese ha una volontà? Se sì,
qual è dessa?... Signori del Consiglio, sarebbe vano nasconderlo: il paese, o
per lo meno la più gran parte di esso, vuole la festa!» Il silenzio religioso
mantenuto fino a quel punto fu rotto da un urlo d'approvazioni: uragano
d'applausi, notarono i cronisti clericali, mentre i consiglieri
liberi-pensatori scrollavano il capo, facevano atto di
protesta, chiedevano di parlare. Calmo in mezzo alla tempesta, data un'occhiata
alle cartelle che teneva dinanzi, egli riprese, dominando il tumulto con la
voce squillante: «Consideriamo per un momento accertato che la volontà del paese
è per la festa: noi, suoi delegati, qual altro obbligo avremo se non quello di
tradurla in atto? E mi scusino i miei colleghi che siedono a quei posti
(additando i liberali più avanzati). Io comprenderei che a questo concetto si
ribellassero tutti gli altri, non mai essi, i quali fanno consistere
nell'imperativo categorico uno dei punti più salienti del loro programma!...»
Nel silenzio che tornò a regnare tutt'intorno, egli cominciò allora una lezione
sul libero arbitrio, citando il «celebre Aristotele», l'«illustre scuola
scozzese», e nominando un grande uomo tedesco, inglese o francese ogni mezzo
minuto. Il peso di quel discorso schiacciava l'uditorio; ma egli s'era già
guadagnato il cuore della folla, e la sua erudizione non poteva se non farlo
ammirare di più. Tuttavia, per non dispiacere ai rappresentanti delle idee
radicali, quando finì la sua lezione, riappiccò: «Né la persona rivestita d'una
procura abdica ai propri princìpi per il fatto che esegue la volontà del
mandante. Ho sentito lanciare in quest'aula l'accusa di clericalismo contro
tutti coloro che voteranno la festa; ma, signori del Consiglio, chi può essere
così ardito da leggere nelle coscienze? Vogliamo forse tornare ai tempi
infausti del Torquemada? Voi sapete che qui seggono uomini d'un patriottismo
superiore ad ogni discussione» — la piaggeria andava allo zio duca — «i quali,
votando la festa, non intendono per nulla cancellare tutto un passato che la
storia ha scritto a lettere d'oro nei suoi annali imperituri!... Anch'io voterò
la festa (Formidabile scoppio d'applausi), ma il mio voto non pregiudica
i miei princìpi (Nuovi applausi). Dei miei princìpi sono responsabile
dinanzi alla mia coscienza, e con la mia coscienza io non transigo! (Benissimo!)
Né io consiglierei mai agli egregi oppositori di transigere con la loro; ma, o
signori del Consiglio, in quest'aula vi possono essere clericali, cattolici,
atei, protestanti... ebrei, turchi, se volete (Ilarità), e siete proprio
sicuri che io non segua la dottrina di Maometto? (Nuova ilarità) Ho
letto il Corano, che è il Vangelo degli islamiti, e se davvero esiste il
paradiso delle Urì, forse più d'uno fra voi si convertirebbe alla fede
ottomana! (Scoppio di risa generali) Ma anche un turco, siatene sicuri,
se venisse in quest'aula mandato dal nostro popolo che vuole la festa, la
voterebbe!... Se io ordino al procuratore che amministra i miei feudi di
eseguire un certo lavoro, sarebbe per lo meno curioso che il mio procuratore si
rifiutasse, perché ostano i suoi princìpi! (Ilarità, applausi) Se
costui si rifiuta, sapete che cosa succede? Io lo mando via! E se noi
rifiuteremo la festa, che farà il paese? Eleggerà altri consiglieri che
ristabiliranno l'assegno!»
Oramai ad ogni periodo gli
applausi scrosciavano come gragnuola, e quando egli cominciò a dimostrare per
quali interessi «legittimi, rispettabili, onesti» tutte le classi della
popolazione volevano la festa, l'ovazione si mutò in trionfo: i festaiuoli per
poco non lo portarono a braccia per le vie; gli stessi oppositori dovettero
riconoscere la sua abilità. Per la festa i suoi balconi furono illuminati a
giorno; e poiché la processione della Santa passava sotto casa sua, egli fece
dar fuoco a un considerevole numero di bombe e mortaretti.
Il Consiglio, il giorno prima, lo
aveva eletto assessore.
Giusto per l'occasione ci fu
grande ricevimento, in casa del principe.
La duchessa coi figliuoli arrivò
tra i primi, e Giovannino, presa a parte Teresa, le diede la notizia della
nomina del fratello. Ella non potè gustarla, perché il principe era di umor
nero da far spavento. Nella mattina, il tribunale aveva pubblicato la sentenza
relativa al testamento di don Blasco; la quale, sulla fede del risultato della
perizia, dichiarava false le ultime volontà del Cassinese, buon'anima sua. Quel
disastro, coincidente con l'assunzione di Consalvo all'assessorato, era parso
al principe una nuova prova del potere iettatorio di «Salut'a noi», e tutto il
giorno egli aveva smaniato come un pazzo. Ora, perché non si dicesse che era
troppo dolente della cosa, sforzavasi di mostrarsi indifferente, di discorrere
del più e del meno. Gira e rigira, ogni discorso però finiva con una sfuriata
contro i preti corrotti e i giudici birbanti. «Li hanno pagati apposta, per far
dire bianco al nero. Se avessi voluto pagarli anch'io, a quest'ora la sentenza
direbbe tutto il rovescio...»
Teresa aiutava la madre a servire
gl'invitati; il duca Radalì non si faceva pregare, sempre pronto a bere ed a
mangiare; ma Giovannino aspettava che Teresa avesse finito per servirla egli
stesso. Ella assaggiò appena il gelato che il giovane le offrì. Il malumore del
padre non le dava cuore di divertirsi, di goder della festa, della compagnia di
Giovannino. Questi non la lasciava cogli occhi, pareva cercar l'occasione di
restarle vicino un momento.
«Che avete, cugina?... Non siete
contenta?...» le disse, mentre la folla degl'invitati affacciavasi per veder
passare la processione.
«No, non ho nulla... Perché?»
«Avete una cert'aria... Non per
colpa mia, spero?»
«Che dite mai!... Venite a veder
la Santa.»
Ella troncava così ogni volta i
colloqui che minacciavano di prendere una piega pericolosa. Era dover suo fare
così; non già che le parole tenere, gli sguardi innamorati del cugino le
dispiacessero. L'altro fratello, meno riguardoso, senza dirle nulla di gentile,
era capace di metterle le mani addosso, di brancicarla, di abbracciarla,
voltando poi la cosa in ischerzo, facendo ridere tutti, togliendo a lei il modo
di dolersene; ma i tentativi timidi e secreti di Giovannino la turbavano, come
qualcosa di proibito, un vero peccato.
Al balcone, dove c'era ressa di
signore, ella poté appena sporgere il capo per veder la processione: Giovannino
le si pose accanto, fingendo anch'egli di guardare.
Saliva dalla via un rumore come
d'alveare, tanta era la folla, e il campanone del Duomo coi suoi rintocchi
lenti e gravi pareva batter la solfa alle campane della badia, della Collegiata
e dei Minoriti: «Viva Sant'Agata!...» Tutte le signore s'inginocchiarono;
Teresa, prostrata, col capo basso, gli occhi fissi alla Santa, si fece il segno
della croce. Cominciava lo sparo dei fuochi d'artificio pagati dal principe; in
mezzo al fumo che pareva quello d'una battaglia lampeggiavano i colpi rapidi e
frequenti come le scariche di un reggimento; le grida di viva si
perdevano in mezzo al fragore degli scoppi e solo vedevansi sul mar delle teste
sventolare i fazzoletti come sciami di colombe impazzate. Teresa piangeva a
calde lacrime, dalla commozione, pregando la Martire gloriosa di ricondurre la
pace in famiglia, di comporre tutti i dissensi, di far felici il padre, il
fratello, la madrigna, le zie, tutti, tutti... E a un tratto sentì prendersi,
premersi, stringersi forte la destra: era Giovannino, inginocchiato al suo
fianco. Ella non ebbe cuore di svincolarsi da quella stretta: le pareva che la
Santa benedicesse quell'unione, che le promettesse tutto il suo aiuto. E il
crepitìo delle bombe e dei mortaretti, il clamore delle campane e delle grida
umane divenivan più assordanti; e in mezzo a quel frastuono le parve d'udire
parole soavi, la voce sua che mormorava: «Teresa... Teresa, mi vuoi bene?»
I fuochi cessarono a un tratto, e
l'urlo degli evviva salì al cielo. Allora, dolcemente, lentamente, dopo aver
risposto alla stretta di Giovannino, ella liberò la propria mano... E nel
silenzio rifattosi a poco a poco, s'udì una voce che gridava:
«Ma siete insorditi?»
Era il cavaliere don Eugenio,
arrivato allora allora. Egli pareva più morto di fame di quando era partito.
L'abito, tutto macchiato e rattoppato, gli piangeva addosso; le scarpe non
dovevano veder cerotto chi sa da quanto, la cravatta pareva un pezzo di corda.
Il viso del principe, alla vista dello zio, se era già scuro, si fece buio
pesto. Dopo la sentenza contraria, ci mancava quest'altro affamato! Ed appunto
don Eugenio aveva fatto il viaggio da Palermo per chiedere nuovi quattrini:
«Ho un'idea: siccome l'Araldo...»
«Volete ancora soldi?...» gli
gridò sul muso il principe, mettendo da banda l'Eccellenza. «State
fresco! Non vi bastano tutti quelli che vi siete presi? Invece di restituire,
chiedete dell'altro?»
«Io non ho da restituire nulla;
puoi pretendere solo le copie!»
«Sicuro che le voglio!»
«Dopo che ho rinunziato alla
causa?»
«Grazie tanto della rinunzia!
Dice che il testamento è falso: avete capito? Andate a riscuotere la vostra
parte, andate!...»
I danari arraffati con l'Araldo
sicolo non avevan fatto pro al cavaliere. Prima di tutto, la gente da lui
mandata attorno ad incassare il prezzo dei fascicoli si tratteneva, di riffe o
di raffe, una buona metà: certuni poi se l'eran battuta col valsente. Provato a
far da sé, i guadagni se n'eran andati a spese di viaggio. Il cartaio,
l'incisore e il tipografo avevano riscosso da parte loro solo qualche acconto;
quindi s'erano accordati per sequestrar le copie dell'opera e non liberarle se
non dopo pagamento, talché don Eugenio, se ne volle vendere, dové pagarle
quanto costavano e contentarsi di guadagnarci qualche lira. I premi versati dai
«branchi» delle «blasonate famiglie» gli eran serviti a fare qualche giorno di
buona vita, e adesso egli precipitava di nuovo nella miseria. Per sollevarsi,
tentava un altro colpo: il Nuovo Araldo, ossivero Supplimento all'opera
storico-nobiliare. Con meno pudore e più fame di
prima, egli voleva metterci non solo le famiglie dimenticate, ma anche i nuovi
nobili, quelli che non si trovavano nel Mugnòs e nel Villabianca, la gente che
si faceva dare del cavaliere senza avere titoli autentici, che sfoggiava stemmi
più o meno fantastici. Ma per far questo gli bisognavano altri quattrini...
Visto di non poter sperare nulla dal principe, andò da Consalvo, che nella sua
qualità di assessore poteva dargli aiuto; ma il principino adesso aveva fatto
un altro passo avanti nelle idee politiche. Il 16 marzo di quell'anno 1876,
dopo sedici anni, il partito di destra era finalmente capitombolato con grande
stupore del moderatume paesano e gioia infinita dei progressisti. In quel
frangente i nemici del duca profetarono che il grande patriotta, seguendo la
solita tattica, si sarebbe voltato contro gli antichi amici, a favore dei nuovi
trionfatori; ma la profezia non s'avverò. Il duca, che non andava più da tanto
tempo alla capitale, e non sapeva perciò le ragioni e l'importanza della
rivoluzione parlamentare, non credette alla riuscita e alla durata di essa, e
si mostrò più che mai saldo nelle proprie idee. Questa fu la sua salvezza;
perché i progressisti trionfanti non avevano ancora voce in capitolo, mentre
quasi tutta la classe dirigente del paese era contro la strombazzata novità.
Sciolta la Camera, un certo avvocato Molara ardì presentarsi contro il duca,
facendo un programma quasi rivoluzionario in cui si parlava del «più che
trilustre sgoverno», di diritti «conculcati», di rivendicazioni «imminenti»,
non che di redde rationem. I fautori del duca si strinsero intorno a lui
sentendosi con lui minacciati. Per rispondere alla «sfida» del Molara, l'Oragua
mise fuori, dopo cinque legislature, una «Lettera ai miei elettori». Benedetto
Giulente, che aspettava ancora di poter fare un programma per proprio conto, la
scrisse. Essa enumerava i titoli della destra alla gratitudine dell'Italia, la
cui unificazione era tutta opera di quel partito: se errori erano stati
commessi, questi avevano la loro origine nelle circostanze e non nelle intenzioni.
Don Gaspare fu così rieletto con duecento e più voti; Molara poté raggruzzarne
appena un centinaio. Uno dei ministri della Riparazione, passando da Catania,
fu accolto a fischiate.
Ma intanto che il duca
s'ubriacava del nuovo trionfo, Consalvo fiutava il vento, si rendeva conto del
mutamento operatosi in tutta Italia, dell'imminenza delle riforme liberali.
Pertanto, senza prender parte all'agitazione elettorale, dichiarò che la destra
era morta e sepolta. Tenendo la gente a distanza, per non contagiarsi, cominciò
a dichiarare d'esser «democratico». E lo zio don Eugenio veniva appunto in quel
frangente a proporgli l'affare del Nuovo Araldo!... Egli lasciò che
quello straccione facesse anticamera un bel pezzo; poi, udita la sua domanda,
alzò le spalle.
«Ma che araldo e trombettiere!
Queste cose hanno fatto il loro tempo! Il comune non può spendere i denari dei
contribuenti per incoraggiare pubblicazioni ispirate alla divisione delle
classi sociali. Ce n'è una sola: quella dei liberi cittadini!»
E la risposta, udita dagli
impiegati, ripetuta in tutti gli uffici, gli valse il plauso dei buoni
democratici. Il cavaliere andò subito a riferirla al principe, per farsi un
merito mettendogli in peggior vista il figliuolo. Ma né la denunzia né le
insistenti preghiere gli valsero un soldo: Giacomo anzi pretendeva i quattrini
anticipati, e l'accusava di sciocchezza, per soprammercato, a causa del
sequestro che s'era lasciato porre dallo stampatore.
Il cavaliere tentò un nuovo passo
presso la sorella Ferdinanda. Presentatosi in casa sua, gli chiusero l'uscio
sul muso. Nondimeno egli fece parlare alla zitellona per ottenere un piccolo
prestito che a lei non sarebbe costato nulla ed a lui avrebbe assicurato un
pane: la vecchia rispose che neppure a vederlo crepar di fame gli avrebbe dato
un soldo per stampare quelle «schifezze».
Chiusa quest'altra via, don
Eugenio andò dalla nipote Chiara. Trovò il marchese solo: sua moglie, la quale
da un certo tempo non gli dava più requie, aveva un bel giorno fatto attaccare
di nascosto e se n'era andata al Belvedere col bastardello per non tornarci
più. Il cavaliere tentava di esporre i suoi guai al nipote; ma questi non
finiva più di narrare i propri, tutto ciò che quella matta gli aveva fatto
soffrire; talché il povero Gentiluomo di Camera se ne andò via ancora una volta
a mani vuote.
Allora, non sapendo più a qual
santo votarsi, si rivolse a Giovannino Radalì. Col fiuto d'un bracco affamato,
s'era accorto dell'amoretto fra i due cugini, specialmente dai discorsi di
Baldassarre. Il maestro di casa era più che mai contento e soddisfatto della
piega che prendevano le cose. L'intimità cresciuta tra le due famiglie era
indizio che il principe approvava il matrimonio — giacché Sua Eccellenza non
faceva nulla senza un secondo fine — e il bene che i due giovani si volevano
assicurava la loro unione. Se ancora non se ne parlava, la ragione andava
cercata nei dispiaceri che il principe aveva patiti per via del testamento:
siccome il padrone trattava gli affari ad uno per volta, bisognava naturalmente
aspettare che la lite finisse del tutto perché egli si decidesse a maritar la
figliuola. Sciogliendo il riserbo che manteneva scrupolosamente su tutte le
faccende dei padroni, Baldassarre dava quindi agli intimi l'assicurazione che,
composta la lite, il matrimonio si sarebbe certamente combinato.
Il cavaliere pertanto cominciò a
strizzar l'occhio a Giovannino, a parlar bene di lui dinanzi a Teresa, la quale
si faceva di mille colori. «Quasi non si sapesse che sarà tuo marito!...»
sussurrava alla nipote; e al giovane: «Quasi non si sapesse che sarà tua
moglie!...» Egli li incoraggiava, dava all'uno notizie dell'altra, riferiva
saluti e ambasciate, finché chiese a Giovannino un piccolo prestito di mille
lire. Il giovane le diede subito, e allora don Eugenio prese il volo.
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