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Il secondo figliuolo di Teresa,
un altro maschio, nacque un anno dopo il primo, tanto che tutti dicevano agli
sposi: «Si vede che non perdete tempo!» Se al primo parto la duchessa non aveva
sofferto, di quest'altro quasi non s'accorse: degno premio della purezza dei
suoi costumi. La cerimonia del battesimo, questa volta, fu modesta, un po'
perché era nato un cadetto, il baroncino, un po' per un'altra ragione
incresciosa. Grattandosi un giorno sotto la nuca, in mezzo alle spalle, per un
forte prurito, il principe aveva calcato le unghie sino a farsi un po' di
sangue. Lì per lì non ci aveva badato, ma dopo qualche tempo gli si formò, nel
punto maltrattato, una specie di bottone che crebbe fino a impacciarlo nei
movimenti e ad impedirgli di star supino nel letto. Tutti attribuirono il fatto
all'eccessivo grattamento; nondimeno, siccome l'incomodo non andava via, fu
necessità chiamare un chirurgo. Il dottore confermò che era una cosa da nulla,
ma disse che senza una piccola incisione non sarebbe guarita. Il principe
all'annunzio dell'operazione impallidì, rifiutando di sottoporvisi; ma giusto,
dopo il parto di Teresa, quel tumoretto era cresciuto ancora, dandogli tanto
fastidio che egli aveva consentito a lasciarselo tagliare. L'operazioncella
durò più che non si credesse e il principe dové restare molti giorni in casa;
pertanto il battesimo del baroncino di Filici fu celebrato senza pompa. Il sindaco
Consalvo fece da compare; da Augusta venne per assistere alla cerimonia
Giovannino. Durante l'anno, egli aveva fatto, secondo la promessa, due o tre
visite al figlioccio: visite brevi d'uno o due giorni. Dicevano che egli avesse
ad Augusta, e propriamente nelle terre di Costantina, la figliuola d'un
fattore, una bella contadina bianca, rossa e prosperosa, per via della quale
rifiutava di stare a lungo a Catania. La duchessa madre ne era contentissima,
come della più sicura garanzia contro il matrimonio. Il duca godeva nel sentire
che suo fratello si divertiva; e quanto a Teresa, nonostante che l'onestà le
impedisse d'approvar quel legame, pure dimostrava al cognato un affetto
fraterno, e gli faceva molta festa; se da Augusta egli mandava qualche commissione
alla madre, spesso l'eseguiva ella stessa. Chiedeva ordinariamente biancheria,
oggetti d'uso domestico, ma di tanto in tanto anche tagli d'abiti da donna,
busti, fazzoletti di seta... Servivano per la figlia del fattore?
Tutte le volte che veniva alla
casa materna, egli aveva il viso più cotto, con la barba più ispida, la pelle
delle mani più dura. Su quella faccia da arabo del deserto il bianco degli
occhi era però dolcissimo. Teresa ringraziava il Signore della saggezza che gli
aveva ispirata, della salute che gli accordava; però, in cuor suo, ella
domandava come mai quel giovane tanto elegante, così avido di piaceri, delle
cose belle e ricche, aveva potuto rassegnarsi a far la dura vita di campagna, a
vivere con una contadina, in mezzo a contadini... Non era però lei stessa la
causa di quella trasformazione? E subito, quasi a scagionarsi ai propri occhi,
ella pensava: «Sono trasformata anch'io!...» Dov'erano più, infatti, le sue
ispirazioni poetiche, le sue alate fantasie? Aveva preso marito da due anni, e
già cominciava la terza gravidanza. Quand'ella sognava di Giuliano Biancavilla,
di Giovannino, pensava forse di divenire una macchina da far figliuoli?... Ora
dava guerra a quei pensieri che lo spirito della tentazione doveva certo
suggerirle... Biancavilla, tornato dal suo viaggio, dimenticava anche lui,
prendeva moglie: un giorno ella lo incontrò a faccia a faccia; trasalì un
momento, ma un'ora dopo l'incontro se ne dimenticò. Giovannino era suo cognato;
più nulla restava così dei sogni antichi. Se ne doleva forse? No! Pensava: «Che
cosa mi manca per esser felice? Sono giovane, bella e ricca, tutti mi vogliono
bene, tutti mi lodano, ho due angioletti di figli: di che mi lagno?» E nella
misura delle proprie forze aveva fatto il bene: la sua mamma di lassù non
doveva benedirla? La Beata non poteva esser contenta di quella lontana
discendente?
Lo spirito della tentazione si
serviva di arti molto sottili per turbarla in quella serenità. Forse erano i
libri, le poesie, i romanzi, quelli che, certe volte, quando si sentiva più
tranquilla e sicura e sorrideva di maggior beatitudine, facevano sorgere a un
tratto una specie di nebbia che offuscava il suo bel cielo, e le davano un
senso di oscuro sgomento, e il rancore d'un bene perduto prima ancora che ella
avesse potuto raggiungerlo. Era peccato leggere quei libri, seguire quelle
visioni? Il confessore, i preti che la circondavano dicevano sì, che erano
pericolosi; ma non riconoscevano forse nello stesso tempo che il pericolo, per
lei, era molto più lontano, giacché ella aveva un'anima retta e una mente sana
e una coscienza purissima?... E poi, e poi, e poi, ella aveva rinunziato a
tante cose; se avesse rinunziato anche a vivere con la fantasia, che le sarebbe
rimasto?
Anche Giovannino leggeva molto:
tutte le volte che veniva da Augusta le domandava: «Cognata, avete libri da
prestarmi?» e ne portava via a casse, in mezzo alla roba di cui veniva a
rifornirsi. In qual modo ammazzare il tempo quando non c'era da vegliare ai
lavori della terra: la vendemmia, le seminagioni, i raccolti?... Un'altra cosa
di cui si provvedeva, venendo in città, era il solfato di chinino. A
Costantina, nei poderi della Balata e della Favarotta regnava la malaria; egli,
veramente, nella stagione del pericolo se ne andava a Melilli, sui colli Iblei,
dove l'aria era balsamica; ma, ad ogni buon fine, per sé come pei lavoratori,
era bene che il sovrano rimedio non mancasse mai.
Una bella sera d'estate, Teresa e
la duchessa madre, lasciato a casa, in custodia della cameriera, il duchino, e
presa in carrozza la balia col figliuolo più piccolo, facevano la consueta
passeggiata. Il baroncino lattante, cullato dal moto dolce del legno, dormiva
in mezzo a una nube di garza sulle ginocchia della nutrice. Teresa portava per
la prima volta un abito molto ricco arrivatole da qualche giorno da Torino;
ella vedeva che tutte le signore le cui carrozze incrociavansi con la sua si
voltavano, esaminandola, ammirandola. La carrozza salì fino alla Madonna delle
Grazie; le padrone e la balia scesero, entrarono nell'angusta cappella e
s'inginocchiarono dinanzi all'altare. Teresa aveva chinato gli sguardi per
evitare la vista del muro pieno di ex voto orribili, del carnaio che la
disgustava ora come l'inorridiva bambina; ma, fissando l'immagine della
Vergine, le diceva tutta la sua gratitudine per le grazie di cui la colmava.
Sentivasi tanto calma, da un certo tempo; quasi felice! Da un pezzo nulla più
la turbava; nessun soccorso aveva da chiedere alla Madonna. Sì, la salute
sempre malferma di suo padre, l'umor tetro che lo rodeva dopo l'operazione
chirurgica. Chiuso, cupo, cruccioso, con più bisogno di prima di prendersela
con qualcuno, egli era tornato a rimuginar l'idea di dar moglie a Consalvo.
Quantunque non parlasse e paresse non occuparsi di quel iettatore, rodevasi al
pensiero della fine della propria razza, se quel iettatore non prendeva moglie.
E gli aveva cercato un nuovo partito, a Palermo, un partito che tutti
assicuravano straordinario; ma Consalvo aveva detto ancora di no, e il principe
aveva rotto un'altra volta più violentemente con lui...
Teresa pregò più a lungo,
pertanto; poi si segnò e sorse in piedi. La suocera era già alzata; la balia,
l'umile contadina che reggeva in braccio il frutto delle sue viscere, finiva di
pregare; il bambino, destato dallo scalpiccio dei passi, dal borbottare dei
ciechi questuanti, guardava la fiamma dell'altare tra ridente ed attonito. Ella
distribuì tutto quel che aveva in tasca ai poveri e risalì in carrozza. La
duchessa madre ordinò al cocchiere di andare a fermarsi al Caffè di Sicilia.
Lì, il cameriere non aveva ancora
portato i gelati, che una voce alterata esclamò dietro la carrozza:
«Teresa... Mamma...»
Era il duca, irriconoscibile, con
la camicia disfatta dal sudore, pallido come un morto. Rivolto al cocchiere,
mentre esse domandavano sgomente:
«Che c'è?... Michele!... Che
hai?...»
«Torna a casa!» ordinava egli.
«Torna subito...»
E aprì lo sportello, salì, si
gettò a sedere accanto alla balia.
«Mio padre?... Il bambino?»
esclamava già Teresa, afferrandogli una mano; ma egli:
«No, no...»
E mentre i cavalli, sferzati,
partivano traendo scintille dal lastricato, spiegò finalmente:
«Giovannino... Un telegramma del
fattore... La perniciosa!... Sono corso dal dottore, poi alla stazione... Vi ho
cercato da per tutto... Partirò stanotte, con un treno straordinario...»
Nel primo momento, Teresa provò
quasi un senso di sollievo. Smarrita alla vista del marito, atterrita dalle sue
oscure parole, aveva creduto alle più terribili catastrofi: la morte del padre,
un'improvvisa minaccia per l'altro suo figlio. Assicurata che nessuno dei suoi
era in pericolo, ella non attribuì molta gravità alla malattia del cognato.
Poiché Michele perdeva la testa, e la suocera, improvvisamente intenerita per
quel figliuolo che aveva tanto trascurato, smaniava adesso e parlava di
partire, di correre a chiamare altri dottori, ella sentiva che toccava a lei
ragionare. Letto il telegramma del fattore, la sua fiducia s'affermò. Il telegramma
diceva: «Fratello Vostra Eccellenza trovasi a letto con febbre alta,
somministrato subito chinino temendo trattisi perniciosa; venga qualcuno
famiglia insieme dottore.» Il duca non aveva posto attenzione alla forma
dubitativa dell'annunzio; ella diede coraggio a tutti, s'offerse di
accompagnarli; ma la duchessa che esclamava ogni due minuti: «Figlio mio!...
Figlio mio!...» volle che restasse. Allora ella preparò le valige pel marito e
per la suocera, non dimenticando nulla, raccomandando loro di non lasciarla
senza notizie, assicurandoli che anche della perniciosa il chinino già
somministrato e le cure del dottore di Catania avrebbero sicuramente trionfato.
All'una della notte Michele e la
duchessa partirono. Restata sola in casa, la sua fiducia cominciò a mancare. Se
non si fosse trattato d'una cosa grave, il dispaccio, la richiesta d'un altro
dottore, la chiamata dei parenti non sarebbero stati necessari. E perché non
aveva firmato egli stesso il telegramma?... Stringendosi al petto i bambini ella
pregava in cuor suo: «Signore, Madonna delle Grazie, fate che non succeda una
disgrazia!...»
E perché col giorno, quando
Michele e la duchessa dovevano esser giunti al capezzale di lui, non veniva
nessuna notizia?... Ella diceva tra sé, per darsi coraggio: «Nessuna nuova,
buona nuova!...» e tentava raffigurarsi i volti ilari del marito e della
suocera nel vedere il fratello e il figlio sorrider loro, rassicurarli...
Perché dunque non rassicuravano lei stessa? Non sapevano che anche lei era
inquieta?... Come si rimproverava, adesso, il crudele egoismo che l'aveva quasi
fatta gioire udendo che in pericolo versava il cognato! Non le era quasi
fratello? Non l'amava ella di fraterno amore?... Come si perdeva adesso, come
si cancellava la memoria di quell'altro amore che aveva nutrito per lui! Adesso
restava solo l'amico, il parente, colui che aveva tenuto al fonte della
redenzione la creaturina sua!...
E le notizie mancavano ancora.
Veniva gente a chiederne, parenti, amici: ed ella non poteva darne. Il marchese
Federico, scotendo il capo, riferì d'aver sentito dire che l'imprudente
giovanotto era stato a dormire parecchie notti nelle terre della Balata, nel
fitto della malaria: «Ho paura che sia di quella buona: sarebbe peggio d'una
schioppettata.» La principessa Graziella protestava: «Ma che! Le male nuove le
porta il vento!... Se gli hanno dato il chinino a tempo, non c'è pericolo!»
Fino a mezzogiorno non venne
nulla. Ella stessa voleva fare un dispaccio per sollecitar la risposta; ma,
comunicata l'idea alla madrigna, costei rispose che non le pareva il caso, che
era meglio aspettare.
Nel pomeriggio restò di nuovo
sola. I tristi pensieri tornarono ad assalirla. Per combatterli, per
discacciarli, si mise in orazione. Pregando, pensò alla Beata, alle lampade
votive ardenti nella sua cappella. Con la veste che indossava, buttatosi
soltanto uno scialle sulle spalle, accompagnata dalla cameriera, si fece
portare in carrozza chiusa ai Cappuccini. Sotto l'altare stava sempre la
secolare cassa mortuaria, l'oggetto dei suoi terrori. Ella ne sostenne la
vista, giunse le mani, invocò dalla santa parente la salute del poveretto, e
ordinò al sagrestano d'accendere una lampada perpetua. Tornata a casa, non
trovò nulla, ma uno squillo di campanello la fece trasalire: forse era il dispaccio.
Era invece un usciere municipale mandato da Consalvo, il quale voleva sapere le
novità... Ella schiuse una finestra, avendo bisogno d'aria. Tornando in camera
sua, cadde sopra una seggiola, col viso nascosto tra le mani. Lo vide morto.
Michele non le dava la notizia funesta per riguardo del suo stato. E a un
tratto, il passato le tornò tutto alla memoria: ella lo rivide come lo aveva
conosciuto, come lo aveva amato: udì la sua voce dolce quando le aveva
domandato: «Teresa, Teresa, mi vuoi bene?...» e con gli occhi aridi, con voce
strozzata, ella riconobbe: «Sì, l'ho ucciso io!... Per me ha mutato vita... è
andato a seppellirsi laggiù... ha trovato la morte!...»
Sorse in piedi. Se qualcuno
l'avesse udita?... Le creature dormivano; ella era sola. E i dolorosi, i
malvagi pensieri tornarono ad assalirla. Non era stata soltanto lei, erano
stati anche, e più, tutti quegli altri! La sua madrigna, suo padre, la madre di
lui, tutta quella gente dura, spietata, inesorabile, tutti quelli che avevano
impedito d'esser felice a lui ed a lei stessa. Perché ella non era stata
felice, no, mai! E le davan lode per l'amore che portava al marito! Se non
l'aveva amato neppure un momento! Se le ispirava quasi disgusto! Se disprezzava
la sua ignoranza, la sua volgarità! E l'avevano sacrificata pei loro puntigli,
pei loro capricci, per la superstizione dei titoli, per l'idolatria delle vane
parole! Pazzi e maligni: aveva ragione Consalvo. Egli aveva ben fatto, che
s'era ribellato. La sciocchezza era stata tutta sua, nell'obbedir ciecamente.
Colpa sua! Anche sua! Per obbedire, per rispettare, per contentare: chi? «Gli
assassini di nostra madre!...»
Con gli occhi spalancati, ella
trattenne il respiro. Il bambino l'aveva udita?... La guardava, coi chiari
occhi sereni, lucenti come celesti spiracoli nella penombra della sera... Non
corse a lui. Nella penombra, anche l'argento del Crocifisso, il vetro del
quadro della Madonna lucevano. Perché dunque Essi permettevano queste cose? Non
le sapevano? Non le vedevano? Non potevano impedirle?
La porta si schiuse: la cameriera
entrò esclamando:
«Eccellenza, il telegramma!»
Ella lesse: «Dottori assicurano
superato ultimo accesso. Riprende conoscenza. Siamo più tranquilli.»
Allora ruppe in pianto.
Il duca tornò dopo una settimana.
Suo fratello era entrato in convalescenza, ma quel giorno dell'arrivo lo
avevano trovato boccheggiante: in un accesso di delirio aveva tentato di
buttarsi giù dal balcone; quattro uomini a stento erano riusciti a trattenerlo.
Un vero miracolo l'aveva salvato. Appena in grado di viaggiare, lo avrebbero
riportato a casa per assicurare la guarigione col cambiamento d'aria.
Infatti, pochi giorni dopo, la
duchessa madre, restata al suo capezzale, scrisse chiamando il duca per
aiutarla a trasportare il sofferente. Quando Teresa lo vide arrivare, curvo,
dimagrito, con la barba ispida sul viso giallo, quasi non lo riconobbe. La pace
era tornata adesso nell'anima di lei. Aveva un istante disperato del soccorso
divino, e giusto mentr'ella dubitava, mentre quasi accusava il Signore d'averla
dimenticata, un miracolo aveva salvato il poveretto. Ella vi riconosceva
l'intercessione della Beata: innalzava quindi al cielo le più fervide azioni di
grazie. La lampada ardeva ora notte e giorno nella cappella, la voce del
prodigioso soccorso accresceva la fama della Santa.
Nessuna traccia della tempesta
restò più in lei. Dinanzi al cognato, debole, scarno e tremante, ella non
provava null'altro che una grande pietà, non faceva altri voti che per la sua
guarigione. Mentre gli prodigava tutte le sue cure, come una suora, pensava:
«Com'è imbruttito! Non si riconosce più!...» Egli lasciavasi curare come un
bambino, senza forza, senza volontà, senza memoria. Il terribile colpo l'aveva
stordito, la fibra si rinsanguava a poco a poco, ma le facoltà della mente
erano più tarde a ripristinarsi. Le fortissime dosi di chinino gli avevano
quasi tolto l'udito; spesso, egli credeva d'essere ancora ad Augusta, chiamava
la gente che aveva intorno laggiù. La parola era rara sulle sue labbra; lo
sguardo stanco, fisso, a momenti pareva cieco.
Dopo un mese, i dottori
consigliarono di portarlo in montagna. Sua madre lo accompagnò alla Tardarìa.
Durante la loro assenza, che durò tre mesi, Teresa partorì un altro maschietto.
In novembre, il freddo non permettendo più di stare in mezzo ai boschi, la
duchessa e il convalescente tornarono: Giovannino era adesso guarito del tutto,
i colori della salute gli fiorivano in viso; la mente però era debole ancora.
La sua lieve sordità lo rendeva inquieto, irritabile, nervoso. Ora smaniava per
andar fuori, per veder gente; ora si chiudeva in camera, evitando tutti.
Spesso, ad una lieve contraddizione, a un'osservazione senza importanza della
madre o del fratello, si spazientiva, rispondeva sgarbatamente; alle volte
gridava con le mani in testa: «Volete dunque farmi impazzire?...» Solo Teresa
pareva esercitare un'influenza pacificatrice sul suo spirito ammalato. Come per
virtù d'un senso più fine, perfetto, egli intendeva sempre tutto ciò che diceva
Teresa, quasi leggesse le sue parole negli sguardi, nello stesso movimento
delle labbra. Ed a poco a poco, per quel benefico influsso, egli migliorò,
guarì, riprese le abitudini d'un tempo, ricominciò a vestirsi con cura, a
prendere interesse alle cose che vedeva e udiva. Un giorno si fece radere la
barba: fu una specie di trasformazione come quelle che si vedono al teatro:
ringiovanì in un momento, il bel ragazzo di un tempo riapparve.
«Così va bene!» gli disse
Consalvo, che veniva spesso a trovarlo, quando le sue occupazioni sindacali lo
lasciavano libero
Egli era adesso all'apogeo della
popolarità: non si sentiva parlare d'altro che della sua intelligenza, della
sua accortezza, del gran bene che faceva al paese: il governo l'aveva nominato
commendatore della Corona d'Italia. Spesso, tuttavia, s'impegnavano discussioni
tra lui e Giovannino, poiché quest'ultimo osservava che col sistema di buttar
via allegramente i quattrini in opere più o meno utili le finanze del comune,
già floridissime, correvano rischio di dare un crollo.
«Chi ne ha ne spende!» rispondeva
Consalvo. «Après moi le déluge...»
«Dovranno far debiti, se
continuerai di questo passo...»
«Qualcuno li pagherà. Mio caro,
ho da farmi popolare; mi servo dei mezzi che trovo. Credi tu che questo gregge
m'apprezzi per quel che valgo? S'ha da buttargli la polvere agli occhi!»
Teresa e Giovannino, nei loro
discorsi, parlavano sempre di lui, s'accordavano interamente nel giudicarlo.
Quel suo disprezzo di tutto e di tutti li addolorava: certo, era un segno di
forza; ma alla lunga non avrebbe potuto nuocergli? Teresa, specialmente,
credeva che la forza vera fosse più modesta, più riguardosa, più timida; il
cognato consentiva nei suoi giudizi; però scagionava Consalvo, attribuiva quel
che c'era di men bello in lui al sistema politico. Doleva sopra ogni cosa a lei
che il fratello non avesse una fede salda e desse ragione a tutti e si ridesse
di tutto. Egli non praticava più, e ciò la crucciava infinitamente; ma avrebbe
piuttosto preferito una franca negazione ai sotterfugi ch'egli poneva in opera.
Per Sant'Agata, alla testa della Giunta, con l'abito nero e le decorazioni,
egli assisteva alla messa pontificale dinanzi a migliaia di persone stipate
nella cattedrale; poi dichiarava: «La mascherata è finita!»
«Perché ci vai, allora?» gli
domandava la sorella. «È meglio restare a casa, se credi che sia una
mascherata.»
«È meglio...» confermava
Giovannino.
«Se resto a casa, perdo
l'appoggio dei sagrestani e dei baciapile!»
«Ma i liberi pensatori che ti
vedono in chiesa,» soggiungeva il cugino, mentre Teresa approvava col capo,
«che dicono?»
«Dicono, come me: "Costa, il
favore popolare!..."»
No, no, ella non voleva che suo
fratello fosse così. E sosteneva con lui discussioni vivaci durante le quali le
dava della pinzochera, della clericale, per finire con una raccomandazione:
«Non m'inimicare i tuoi Monsignori!»
Ma i prelati che venivano a
trovare la giovane duchessa le facevano anch'essi molti elogi del fratello.
Scrollavano un poco il capo, veramente, a motivo dello scetticismo di lui, ma
riconoscevano le sue buone qualità; e «quando il fondo è buono, non bisogna
disperare». La frequentazione di quegli ecclesiastici, l'ascolto che prestava
loro non facevano rinunziare Teresa alle sue idee, in fatto di politica
religiosa. Devota credente, ma non bigotta, ella non poteva condannare, per
esempio, la soppressione delle fraterie, udendo narrare — adesso che era
maritata — gli scandali dei Benedettini. E perché mai il Papa ostinavasi a
pretendere il dominio temporale, se Gesù aveva detto: «Il mio regno non è di
questo mondo»?... Ma simili opinioni, che avrebbero fatto scomunicare ogni
altra, erano in lei tollerate dai suoi confidenti spirituali, i quali del resto
le stavano attorno, tiravano partito della sua pietà, dell'influenza che
esercitava sul fratello sindaco. Se volevano far entrare certi ragazzi
all'Ospizio di beneficenza o certi vecchi a quello di mendicità o certi
ammalati agli ospedali; se bisognava sostenere le Suore di carità che gli atei
volevano mandar via, oppure ottenere a prezzo di favore il terreno per gli
asili cattolici; se sorgevano contestazioni tra il Municipio e la curia, Teresa
serviva da intermediaria, otteneva spesso da Consalvo quanto gli chiedeva. Ma
gli scherzi, i motteggi, le scettiche dichiarazioni del fratello, che diceva di
concedere quelle cose per ottenerne il ricambio a suo tempo, le facevano male.
Una volta che ella gli rimproverò la mancanza di carattere, le rispose
sorridendo: «Mia cara, non sai la storia di quello che vedeva una festuca negli
occhi altrui e non la trave nei propri? Pensa un po' a ciò che hai fatto tu
stessa!»
Erano soli. Ella chinò il capo.
«Volevi sposar Giovannino, ed hai
preso Michele che non volevi: è vero, sì o no? Ed era un atto gravissimo, il
più grave di tutta la vita, quello che decide dell'esistenza... Hai fatto così
per mancanza di carattere, potrei dirti per seguire il tuo esempio. Io dirò
invece che l'hai fatto perché t'è convenuto! Il carattere, tienlo bene a mente,
è ciò che torna conto...»
Ella continuò a tacere. Era la
prima volta che il fratello le parlava di quelle cose intime. Ma, quasi per
correggere ciò che vi poteva esser d'urtante nelle sue parole, Consalvo
riprese:
«Del resto, non te ne faccio
colpa. Può darsi che sia stato meglio per te. Il povero Giovannino, dopo la
malattia, non ha più la testa a posto...»
«Perché?...» domandò ella. «Come
puoi dirlo? A me non pare...»
«Non parrà a te, pare a tutti
quelli che gli parlano. Non vedi com'è sempre nelle nuvole? Guardalo quando
cammina solo per le strade: urta i passanti, non vede le carrozze, tal e quale
come suo padre...»
«Dici davvero?»
«L'altro giorno, se non erano le
guardie di città, restava sotto un carro. Certe volte non ragiona, mi fa
ripetere due o tre volte le cose prima che capisca... Parlane a tuo marito,
fatelo curare, state attenti prima che succeda una disgrazia.»
Ella rimase profondamente
turbata. Le pareva che il cognato fosse ristabilito del tutto; nulla le faceva
più sospettare che lo squilibrio della sua mente durasse. Ora, aspettando
ch'egli rincasasse, provava quasi un senso di paura, come se veramente un pazzo
stesse per venirle dinanzi. Ma vedendolo rientrare sereno, sorridente, con un
cartoccio di dolci pei bambini, con una quantità di notiziole per lei, ella fu
certa che Consalvo s'ingannava, o almeno che esagerava sicuramente.
«Sai,» gli disse la prima volta
che restò sola con lui, «i tuoi timori sono ingiustificati; Giovannino non ha
nulla...»
Consalvo scosse il capo; ma come
Teresa insisteva dimostrandogli che in casa il giovane non dava alcun sospetto,
che con lei ragionava benissimo, egli si lasciò scappare, con aria di
galanteria:
«Credo che stia bene... con te.»
A quelle parole, repentinamente,
prima ancora che ne avesse considerata la significazione, una vampa le salì al
viso. Voleva rispondergli, dirgli che lo scherzo era sconveniente e indegno,
che quelle parole contenevano un sospetto ingiurioso ed infame, chiedergli di
spiegarle meglio, costringerlo a disdirle... ma tutte quelle idee passavano
ratte come lampi per la sua mente, ed ella restava muta, soffocata, avvampante,
non udendo più nulla dei discorsi del fratello... Quando si trovò sola provò a
ragionare. Che aveva voluto dire Consalvo? Era possibile che sospettasse di
lei? E se anche avesse accolto un sospetto di quel genere, sarebbe venuto ad
esprimerlo dinanzi a lei?... No, era uno scherzo, un'allusione sconsiderata ma
innocente a quel che c'era stato un tempo... Ma perché non aveva ella risposto
subito, dichiarando che quelle parole erano fuori di luogo? Perché era rimasta
così turbata, perché la sua inquietudine durava ancora, adesso che ella si
prendeva la testa fra le mani e si rivolgeva tutte quelle domande?... Aveva
taciuto perché era stata colta in fallo?... Suo cognato, dunque, era inquieto
lontano da lei e non ragionava, per causa di lei? E allora per qual virtù,
quando le stava dinanzi, era sorridente e sereno?... Ed ella, che cosa aveva
fatto perché ciò fosse possibile? Lo aveva curato, gli aveva dimostrato il bene
fraterno che gli voleva, s'era valsa dell'ascendente che esercitava su lui per
guarirlo... E poi? Nient'altro!... Nient'altro!... Il Signore le era
testimonio!... Nulla, come suo fratello!... Perché dunque le parole del
fratello suo?... Forse perché c'era stato qualcosa fra loro, un tempo, tanto
tempo prima? Perché Giovannino non le era fratello di sangue?... E un dubbio
atroce le passò per la mente: «Se quello che ha detto Consalvo è ripetuto dagli
altri?...»
Lo stupore dominava quella
tempesta di dubbi, di paure, di proteste. Come mai, se ella era innocente non
solo di atti ma anche di pensieri, Consalvo aveva potuto pensare al male o
solamente rammentare il passato ch'ella credeva morto e sepolto? Come mai?...
Perché?... E vedendo rincasar Giovannino, udendolo discorrere seduto accanto a
lei alla tavola comune, ella comprese: perché vivevano adesso sotto lo stesso
tetto, perché erano tutto il giorno insieme, perché uscivano insieme in
carrozza, perché ella lo ritrovava in casa del padre, delle zie, da per tutto
dove andava... No, non s'era accorta ancora che la loro intimità fosse giunta a
tal segno, o piuttosto non aveva compreso che quell'intimità potesse far
nascere un sospetto orribile; ma ecco che la sua mente cominciava a
rischiararsi: sì, non le era fratello, era un estraneo, un uomo che ella aveva
amato altra volta... Bisognava dunque che egli andasse via, che se ne stesse
lontano, come nei primi anni del matrimonio, come prima della malattia... Sì,
andarsene via... E ad un tratto ella comprese una cosa più terribile di tutte:
che ciò era impossibile, perché ella lo amava. All'idea di non vederlo più, al
pensiero di rompere quella cara e dolce comunione di anime, ella sentì
lacerarsi il cuore. E poiché non più lampi interrotti, ma una luce cruda
illuminava adesso il suo pensiero, ella riconobbe che non lo amava soltanto per
la compagnia spirituale, ma tutto, anima e corpo, come prima, come sempre...
Suo marito s'era fatto più grasso
e più goffo, aveva perduto gli ultimi capelli: il suo cranio lucido le faceva
ribrezzo. All'idea di passar la mano sulla chioma folta e odorosa di Giovannino
ella tremava... perché s'accordavano nei giudizi, nei gusti, nelle opinioni?
Perché si amavano!... Perché ella sola, nel tempo che egli soffriva, era stata
buona a sedare lo spirito inquieto? Perché si amavano!... S'amavano, voleva
dire che erano infami! Tanto più degni d'eterna dannazione, quanto più sacri
erano i vincoli che avrebbero dovuto rispettare!... Lei, la santa!... la
santa!...
Ed alla sua mente atterrita parve
che il peccato fosse commesso, senza più scampo. Tutte le volte che Giovannino
le stava vicino, ella tremava come dinanzi al testimonio ed al complice della
propria colpa. Lo evitava, non lo guardava più in viso, smaniava quand'egli
teneva in braccio i nipotini, baciandoli lungamente, avidamente, quasi baciasse
lei stessa, una parte della sua carne... «Che avete, Teresa?» le domandava
egli; e l'imbarazzo, la freddezza di lei divenivano più grandi, poiché non le
diceva più cognata, ma la chiamava per nome, ed ella stessa lo chiamava
per nome, tanto la loro intimità s'era stretta. Michele, la suocera
cominciavano a notare anch'essi il mutato umore di lei e non sapevano a che
attribuirlo, o lo mettevano in conto di un malessere indefinibile di cui ella
lagnavasi. Se avessero saputo!... Se avessero scoperto!...
Quando giunse al parossismo, il
suo terrore si risolse, come una febbre. Che potevano scoprire? Quali atti,
quali parole, quali sguardi d'intelligenza? Era mai accaduto nulla fra di loro,
un giorno, un'ora, un minuto, che li avesse costretti ad arrossire? Dov'era la
colpa, fuorché nel pensiero? Ed era ella proprio sicura che egli nutrisse come
lei il pensiero peccaminoso? Che prova diretta ne aveva? Quel suo spavento, al
contrario, la repulsione che ora gli dimostrava, non potevano essere gli unici
indizi denunziatori? E a poco a poco, sforzandosi a ragionare, quetossi. Egli
sarebbe andato via, il tempo avrebbe ancor una volta spento il fuoco divampante
a tratti nel suo cuore, come gl'incendi vulcanici...
Un improvviso peggioramento del
padre la aiutò a dimenticare. Il tumore, scomparso da un pezzo nel punto
dov'era passato il ferro del chirurgo, riappariva nuovamente più a destra,
verso l'ascella. L'infermo, appena accortosi della nuova formazione maligna,
ebbe un così formidabile accesso di furore impotente, che lo spavento gelò le
anime dei suoi. Ella accorse, passò intere giornate al capezzale del disperato,
sopportò pazientemente tutti gli scoppi del suo livore, alleviò le pene della
madrigna. I dottori, al momento opportuno, s'apprestavano a tagliare, a
bruciare; anche questa volta l'infermo urlò che non voleva. «Vogliono
ammazzarmi! Non sono dottori, sono macellai!.. Li pagate per ammazzarmi, per
liberarvi di me!...» E nel delirio, buttava via a un tratto la maschera dello
zelante cattolico timorato di Dio, orribili, sconce bestemmie gli uscivano
dalle labbra. La principessa si turava le orecchie, Teresa alzava gli occhi al
cielo; i Monsignori però affermavano: «Non è lui quello che parla, è il male…
Egli non sa ciò che dice...» Ma, scorgendo le vesti nere, l'infermo gridava: «E
voialtri corvacci, che volete?... Fiutate la carne umana, corvacci?... Via di
qua!... Via di qua!...» La crisi finì con un pianto dirotto. Egli promise Messe
alle anime del Purgatorio, ceri e lampade a tutte le Madonne e a tutti i
Crocifissi, chiese perdono ai suoi, scongiurando che non lo abbandonassero.
Teresa, inginocchiata al suo capezzale, lo indusse a lasciarsi operare un'altra
volta.
«Fate... fate come volete... Ma
non mi lasciate!... Per carità, per l'anima di tua madre! non mi lasciare...»
Ella assisté al macello.
Dapprima, la vista del padre che per l'azione del cloroformio, sotto la
maschera di feltro, s'agitò, rise, disse parole incomprensibili, poi si quetò,
impallidì, parve morto, le gelò il sangue nelle vene; ma ella fece forza a se
stessa per non essere di impaccio ai dottori; e con straordinaria tensione
della volontà vinse i propri nervi. Ma alla vista dei ferri, alle zaffate
dell'acido fenico che si mescolavano alle esalazioni dell'anestetico, un senso
di freddo le salì al cuore, un moto di nausea le passò per la gola, e a un
tratto le parve che tutte le cose girassero.
«Vada via! Vada via!...» le
diceva il chirurgo quando tornò in sensi; ma ella scosse il capo: aveva
promesso, restò.
Non vedeva la piaga, ma il gesto
circolare che l'operatore faceva col braccio, il sangue che sprizzò sui
grembiali del chirurgo e degli assistenti, che macchiò il letto e il pavimento,
che fece più disgustoso l'odore dell'aria. Quanto sangue! Quanto sangue! Se ne
colmavano le catinelle; vuotate, si ricolmavano... Ella stava dall'altro lato
del letto, tenendo una mano del padre, fredda come quella d'un cadavere. Non
poteva né pregare né pensare, vinta dall'orrore: una sola idea occupava il suo
spirito: «Quando finiranno?... Non finiranno più?...»
Non finivano mai. Come un
artefice alle prese con la materia inerte da ridurre alla forma prestabilita,
il chirurgo tagliava ancora, recideva, raschiava; lasciava uno strumento e ne
pigliava un altro, poi riprendeva il primo, calmo, freddo, attentissimo. Ed un
incidente prolungò l'attesa, ritardò l'operazione. Una goccia del putrido
sangue cadde sulla mano scalfita dell'assistente; perché quell'uomo non fosse
avvelenato accesero il termocauterio, il platino rovente fu passato sulla sua
mano; s'udì il frizzo della carne bruciata, l'aria divenne mefitica.
Dopo un'ora, tutto finì. Lavate
le macchie, fasciata la piaga, riposti gli strumenti nelle custodie, il
principe fu destato. Il primo sguardo del padre, cieco ancora, ancora morto,
accrebbe il terrore di Teresa. Nondimeno, ella attese il ritorno della vita;
disse al padre, sorridendogli, stringendogli la mano:
«È fatto... tutto è andato
benissimo... Non è vero, dottore?...»
Ma ad un tratto ogni forza
l'abbandonò. Suo marito, entrato con la principessa e gli altri parenti, la
portò via, in una sala lontana. Il dottore venne a dire, con tono d'autorità:
«Volete sì o no andarvene a casa,
adesso?... Andate a riposarvi: qui non c'è più nulla da fare...»
Non ebbe la forza di rientrare
neppure un istante nella camera dell'infermo; volle però che Michele restasse,
per recargliene più tardi le nuove. Scese le scale barcollando, appoggiata al
braccio del dottore, e si lasciò cadere sul sedile della carrozza. E mentre i
cavalli correvano, e l'aria smossa le vivificava il petto, anche lo spirito
liberavasi finalmente dalla lunga oppressione. Ella pensava: «Quanti dolori!
quante miserie!» Che valevano al padre le ricchezze, l'impero ai quali aveva
tanto tenuto? Non avrebbe dato tutto per la salute?... Ed era condannato!
Quell'operazione era quasi inutile: l'ascesso sarebbe riapparso altrove... E
contro quella povera vita ròsa dal male, un giorno, un momento, in cuor suo —
non a parole, Signore, col solo pensiero; ma con un pensiero egualmente
colpevole — contro quella povera vita ella s'era ribellata... Perché?... Come
era stato possibile?... Se egli aveva torti, adesso li pagava, con un supplizio
atroce. E se aveva torti, toccava a lei giudicarlo? Egli non aveva posto opera
a farla felice: poteva giudicarlo per ciò?... E dov'era la felicità? Sarebbe
ella stata felice altrimenti? Chi sa quali altri dolori! Quante miserie!... E
sempre il gesto del chirurgo che incideva la viva carne le stava dinanzi agli
occhi... Pensava suo padre a queste cose? Riconosceva d'essersi ingannato?...
Ella non doveva giudicarlo; ma perché dunque le tornavano a mente tutte le
accuse che aveva udito ripeter contro di lui: che era stato duro, falso,
violento; che aveva spogliato le sorelle e i fratelli, e falsificato il
testamento del monaco, e lasciato morire accattando lo zio, e amareggiato la
vita e affrettato la morte della moglie, della madre di lei?.. Erano vere
queste cose? Era egli così tristo?... Se l'invidia, la malignità lo avevano
calunniato, quanto più tristo era il mondo? Che tristo e orribile mondo, quello
dove l'odio tra padre e figlio poteva allignare!... Egli non voleva veder
Consalvo; il sacrifizio di lei era stato dunque inutile! Sarebbe morto senza vederlo,
bestemmiando e piangendo... Che mondo di tristezza, che mondo di miseria!...
Allora, rapidamente, quasi i cavalli che la trascinavano la trasportassero
indietro nel tempo, ella pensò alla badìa, dove, fanciulla, s'era sentita
opprimere, come ad un sicuro rifugio, a un porto riparato dalle tempeste.
Beata, sì, la zia monaca che passava i suoi giorni, tutti eguali, tra le
preghiere e le semplici cure della santa casa, fuor della vista del male, al
sicuro dalle tentazioni, dagli errori e dalle colpe. Ella pensava: «Perché ho
avuto paura del monastero?... Così vi fossi entrata per sempre!...»
L'imaginazione dolente riconosceva adesso che la verità era lì, in quel
silenzio, in quella solitudine, in quella rinunzia. «Vi entrerei ora?» chiedeva
a se stessa; e rispondeva: «Ora, all'istante!» Che era la vita se non
l'aspettazione della morte? Perché avrebbe provato repugnanza per la
solitudine, la rinunzia, il silenzio della vita claustrale, se ella sentivasi
sola, spaventosamente sola, se aveva rinunziato a tante cose che le erano state
a cuore, se le voci del mondo erano tristi e dolorose? «Se io non fossi
nata?...»
Un brivido di freddo l'assalì
quando la carrozza arrestossi nel cortile di casa sua. E i suoi figli? Aveva
dimenticato i suoi figli? Quando li ebbe stretti al petto, la lunga agitazione
del suo spirito si risolse in pianto. Ed in quel punto ella udì una voce, una
voce viva, dolce e pietosa:
«Teresa, che avete?... Com'è
andata?... Sta male?...» Non poté rispondere; il pianto la strozzava.
«Teresa!... Per l'amor di Dio,
non v'angustiate così! Voi che siete tanto forte!... L'operazione non è
riuscita? Sì?... E allora?... Andiamo, Teresa, siate ragionevole!... Guarirà,
vedrete... Poveretta!... Ha ragione... Ma ora basta! Basta, Teresa...
Sentitemi... ditemi... Michele non è venuto con voi?...»
Ella rispondeva a cenni col capo.
Voleva dirgli di tacere perché quella voce dolce, quelle parole buone
accrescevano la tempesta del pianto, perché quella soave pietà le rivelava la
propria miseria. No, ella non era forte; era debole, timida, fragile; non
poteva dare aiuto agli altri; aveva ella stessa bisogno d'appoggio e di
soccorso.
E la caritatevole voce diceva
ancora:
«Poveretta! Poveretta!... Fatevi
animo... Sono qui i vostri figli; guardateli, guardate come sono belli...
Fatelo per amore di questi angioletti, non v'ammalate anche voi... E la mamma
che non c'è!... Volete vostro fratello? Volete che lo mandi a chiamare?... Dite
che cosa volete; son qua io...»
Ed il suo braccio la cinse, la
sua tempia sfiorò la tempia di lei. Ella piangeva ancora, ma di tenerezza, non
di dolore: dopo l'orrore che aveva visto, dopo le tristezze che aveva pensate,
l'anima sua aveva bisogno di conforti, e le confortanti parole le scendevano
soavi all'anima come un balsamo. Avendo pensato d'esser sola al mondo, di non
aver nessuno che l'intendesse, abbandonavasi ora, con la trepida voluttà della
debolezza, a quella forza, a quella simpatia. Egli le asciugava gli occhi, le
divideva sulla fronte i capelli scomposti. La sua mano tremava.
«Così...» mormorava, «basta
così...»
Le passò nuovamente il braccio
attorno alla vita, le prese una mano. I singhiozzi che le sollevavano il seno
ambasciato facevano più stretto l'abbraccio. La baciò in fronte.
Ella si liberò dalla stretta e
levossi. La duchessa sopravveniva.
Da quel momento, entrambi lessero
il pensiero della colpa nei loro sguardi. Evitavano di guardarsi, ma il
pensiero persisteva, come se qualcuno, le stesse mute cose lo esprimessero. Se
la mano, se l'abito dell'una sfiorava quello dell'altro, le fronti arrossivano,
le menti si turbavano. Ella non pensava più a suo padre che se ne moriva, non
ai suoi figli. Alla tentazione, soltanto, sempre. Andò a gettarsi dinanzi alla
Beata: la lampada votiva ardeva perennemente, come la fiamma che struggeva il
suo cuore. Non valsero le preghiere: nessuno le udiva. Nulla valeva. Ella
pensava: «Sarà oggi... sarà domani...»
Suo marito le disse una volta:
«Giovannino m'inquieta... torna
ad esser turbato come dopo la malattia, hai visto?»
Ella non aveva visto nulla:
stupivasi come non si fossero accorti ancora dello smarrimento suo proprio.
«Non parla, non ride, pare che
ricominci a tormentarlo qualche fissazione... Che possiamo fare?»
Che potevano fare?
Un giorno, a tavola, Giovannino
annunziò:
«Parto per Augusta.»
Era la salvezza, ella pensava che
era la salvezza, mentre la duchessa e Michele esclamavano:
«Un'altra volta? Per prendere una
recidiva? In questa stagione?... Di qui non ti lasceremo partire!»
Ella pensava che era la salvezza;
e come Michele le domandò:
«È vero che non può partire?»
«È un'imprudenza...» rispose.
Egli alzò lo sguardo su lei. Non
si guardavano negli occhi da tanto tempo. Allora ella ebbe paura: quegli occhi
spalancati, fiammanti, terribili, gli occhi del folle, ripetevano a lei:
«Volete dunque farmi impazzire?»
E rimase. Ma divenne un
selvaggio. Ella s'accorse subito della pazzia, perché era rivolta contro di
lei. La evitava, non le rivolgeva la parola. Quando gli presentavano i bambini
li respingeva, quasi toccasse lei stessa nel toccar la carne della sua carne.
Una terribile misantropia lo assalì, non andò più fuori: un giorno, costretto
ad uscire, non rincasò. Tornò il domani: non si seppe dov'era stato.
Quel giorno ella fu chiamata,
all'alba, dalla principessa. Il principe Giacomo era agli estremi; il sangue
avvelenato incancreniva a poco a poco tutto il suo corpo. La mattina prima, con
grande stupore di tutti, egli aveva mandato a chiamare Consalvo. Voleva fare un
ultimo tentativo per indurlo a prender moglie; la paura della iettatura cedeva
dinanzi alla suprema necessità di assicurare la discendenza. Nella mente
superstiziosa, indebolita ancor più dal male, il matrimonio del figlio era
d'altronde l'unico mezzo di togliergli quel funesto potere. Ammogliato,
stabilito in una casa propria, padrone d'un assegno e della dote della moglie,
non avrebbe avuto ragione di augurare corta vita al padre.
Consalvo venne subito, s'informò
premurosamente della sua salute, sedette al suo capezzale. Il principe spiegò
«T'ho fatto chiamare per dirti
una cosa.. È tempo che tu prenda moglie.»
«Pensi Vostra Eccellenza a
guarire!» esclamò Consalvo. «Poi si parlerà di questi negozi.»
«No,» insisté il principe. «Devi
prender moglie ora...» Non aggiunse: «Perché io sto per morire...»
Consalvo frenò un moto di
fastidio
«Ma che teme Vostra
Eccellenza?... Che la nostra razza si spenga?... Non dubiti... prenderò moglie,
glielo prometto... Mi lasci però un po' di tempo... Vuole che io ne prenda
l'impegno in iscritto?» aggiunse sorridendo. «Sono pronto!... È contenta?...»
L'infermo tacque un poco; poi
riprese con voce breve:
«Voglio che tu non perda tempo...
Ha da esser ora.»
«Oggi, subito, all'istante?...»
continuò Consalvo con lo stesso tono di scherzo.
«Ora... o te ne pentirai!»
Egli nascose più difficilmente un
moto di ribellione.
«Ma, santo Dio, che fretta ha mai
Vostra Eccellenza... Neanche s'io fossi una ragazza che invecchiando corresse
il rischio di non trovar più partiti! Ho appena ventinove anni; posso aspettare
ancora, fare una buona scelta. Ai tempi di Vostra Eccellenza davano moglie ai
ragazzi di diciott'anni; ora le idee sono altre. Non dico che col sistema
antico riuscissero cattivi mariti e padri... ma, come si pensa oggi, come penso
io, bisogna aver acquistato una larga esperienza, essere nella pienezza della
vita prima di dar la vita ad altri. Forse sbaglierò; ma a prender moglie ora,
le assicuro che farei infelice la mia compagna e sarei infelice io stesso. Mi
pentirei se ascoltassi Vostra Eccellenza. Vorrei farla contenta, se
l'obbedienza al suo desiderio non portasse conseguenze troppo gravi a me e ad
altri...»
Finché il figlio parlò,
sfoggiando la sua eloquenza, il principe non disse una parola. Quando Consalvo
andò via, egli s'afferrò al campanello e sonò disperatamente; e la principessa,
le persone accorse lo trovarono in uno stato da fare spavento. Pallido come
fosse già morto, con le mascelle contratte, con le coltri strettamente
afferrate tra le mani adunche:
«Il notaio! Il notaio! Il notaio!»
mugolava.
Ad ogni parola dei familiari che
gli domandavano che avesse, che tentavano calmarlo, mugolava, come un cane
arrabbiato:
«Il notaio!... Il notaio!... Il
notaio!...»
Teresa lo trovò in quello stato.
Non si chetò se non prima venne il notaro. E allora diseredò il figlio.
Solamente nell'impeto dell'ira, per vendicarsi, aveva potuto indursi a dettare
le sue ultime volontà. E, arrestando con rauche grida le osservazioni del
vecchio notaro che non credeva alle proprie orecchie e cercava richiamarlo alla
ragione e impedire quella mostruosità, dettò:
«Nomino erede universale di tutto
il mio patrimonio, di tutto il mio patrimonio, mia figlia Teresa Uzeda duchessa
di Radalì... con l'obbligo che faccia precedere il cognome dei suoi figli dal
mio casato, chiamandoli Uzeda Radalì di Francalanza... e così per tutta la
discendenza, sino alla fine...»
«Eccellenza...»
«Scrivete!... Lascio a mia moglie
Graziella principessa di Francalanza il mio palazzo avito... con l'obbligo
espresso, espresso, scrivete: espresso, che vi dimori essa sola, vita natural
durante...»
«Signor principe!...»
«Scrivete!...» E continuò a
dettare i legati alle persone di servizio, ai parenti per il corrotto, alle
chiese per le messe, ai preti per le elemosine; e non una sola parola, non un accenno
a quel figlio. Ordinò che i funerali fossero celebrati col decoro competente al
suo nome, che il suo corpo fosse imbalsamato; ma a mano a mano che esprimeva
queste intenzioni, la sua voce s'arrochiva, gli spiriti vitali lo
abbandonavano: quando finì, parve al notaio che l'ultimo momento fosse giunto
davvero. Ma allora l'infermo si rianimò, prese il foglio, lo rilesse parola per
parola e lo firmò. Quando le ultime formalità furono compite, quando il
testamento fu chiuso, quella violenta eccitazione venne meno a un tratto. Egli
aveva parlato della propria morte! Aveva dettato le ultime volontà! Aveva
provveduto ai funerali! Egli era iettatore di se stesso! Non gli restava più
che morire! Nessuno gli cavò più una parola: immobile, tetro, serrò gli occhi,
aspettando.
Il notaio era già corso dal duca:
«Il principino diseredato! Messo
fuori di casa! Erede universale la figlia! Il palazzo alla madrigna!... E
quando mai s'è vista una cosa simile?... La casa Francalanza è proprio
finita?... Pensateci voi!... Riparate lo scandalo!... Persuadete quel
pazzo!...»
Il duca, in quei giorni, aveva da
fare: la tredicesima legislatura era stata chiusa, i comizi convocati per il 26
maggio. Deciso a ritirarsi se lo avessero nominato senatore, egli
ripresentavasi ancora una volta perché la nomina non voleva venire. E tra la
devozione dei vecchi amici, tra l'indifferenza sfiduciata di quanti speravano
nella promessa riforma elettorale per sbarazzarsi di lui, la sua candidatura
non andava peggio delle altre volte: Giulente, credutosi sul punto di ottenere
il posto, tornava a battersi per lo zio. Nonostante le sue occupazioni, udite
le notizie portategli dal notaio, il duca accorse al palazzo; ma il principe
aveva dato ordine di non lasciar entrare anima viva. Andò allora in cerca di
Consalvo. Questi era al Municipio, dove presiedeva, nella sala della Giunta,
una riunione d'ingegneri per una nuova opera che aveva divisata: la costruzione
di grandi acquedotti destinati a dotar d'acqua la città. Udendo che suo zio lo
chiamava, chiese permesso agli astanti e andò a riceverlo nel suo gabinetto.
«Non sai che succede?» esclamò
piano il duca, ma con aria grave ed inquieta; e gli riferì ogni cosa.
«Ebbene?» rispose Consalvo,
arricciandosi i baffi.
«Come, ebbene?... Ma va' a
gettarti ai suoi piedi!... Chiedigli perdono!... Arrenditi una buona volta...»
«Io?... Perché?...» E con un
sorriso ambiguo, soggiunse: «Può togliermi quel che mi dà la legge? No?...
Faccia del resto ciò che gli pare!»
Lo zio restò a guardarlo,
interdetto, non comprendendo. Era dunque vero? Quell'Uzeda non somigliava a
tutti gli altri? Quando gli altri litigavano, s'azzuffavano, passavano sopra a
tutti gli scrupoli e a tutte le leggi pur di far quattrini, quello lì restava
indifferente, sorrideva udendo che era diseredato?
«Ma tu non pensi a ciò che
perdi!... Il palazzo lasciato a sua moglie per cacciartene via?... Non capisci
questa cosa?... Non te ne duole?...»
Consalvo lasciò che lo zio
dicesse; poi rispose:
«Vostra Eccellenza ha finito?...
Sappia che la legittima, cioè un quarto del patrimonio, mi basta, anzi mi
soverchia. Quanto al palazzo...» egli tacque un poco, perché questo veramente
gli coceva: il principe aveva saputo portare il colpo, «quanto al palazzo, case
non ne mancano, e coi quattrini se ne fanno di più belle della nostra... Adesso
Vostra Eccellenza permetta: la commissione m'aspetta.»
E la notizia si diffuse per la
città. Ad una voce, in alto e in basso, il principe fu biasimato. Antipatia e
odio contro il figliuolo, sia pure; ma fino a questo punto?... L'anima a Dio e
la roba a chi spetta!... Non si rammentava egli dunque che anche la vecchia
principessa sua madre lo aveva odiato, ma che, nondimeno, lo aveva trattato
come il prediletto?.. La cosa era solo possibile in quella gabbia di matti.
Pazzo il padre e pazzo il figlio! Ma i fautori del principino esclamarono:
«Vedete il suo disinteresse?... Per esser uomo di carattere, per non
transigere, perde un patrimonio, e non gliene importa niente!»
Ma se tutti, universalmente,
biasimavano il principe, tra la servitù, tra i familiari, tra i lavapiatti
regnava una vera costernazione. La casa Francalanza finita! Le ricchezze alla
femmina! Il palazzo alla moglie! Era venuta dunque la fine del mondo?... E una
sola persona durava fatica a nascondere la propria gioia: la duchessa Radalì
madre. La sostanza che si riuniva nelle mani del suo primogenito era dunque
immensa! Il duchino non avrebbe potuto contare le proprie rendite. Se
Giovannino non si fosse ammogliato — e lei c'era per questo! — la ricchezza del
futuro duca avrebbe dato le vertigini!... Ella quasi le provava, non
comprendeva come Michele restasse indifferente a quell'annunzio, come le
dicesse:
«Mamma, non penso a questo...
Penso a Giovannino... Non lo vedete? Cupo, taciturno, certi giorni mi fa
spavento...»
Ella non vedeva nulla, era
persuasa che Michele esagerasse; la soddisfazione le si leggeva negli occhi, si
manifestava ad ogni atto, ad ogni parola. E Teresa la guardava, non
comprendendo. Sola fra tutti, ella non sapeva del testamento del padre. Non
udiva i borbottii dei parenti, non comprendeva le allusioni della gente. Aveva
un fuoco ardente nel petto, un chiuso fuoco che la consumava a poco a poco...
Perché non lo aveva lasciato andar via? Perché non aveva stornato la
tentazione? E gli occhi di lui dicevano sempre: «Volete dunque farmi
impazzire?...»
Ella non poteva né udire né
comprendere nulla, sotto il peso della tragica fatalità che sentiva aggravarsi
tutt'intorno. A momenti pregava che l'agonia del padre durasse, perché solo
quell'agonia, quello spavento di morte la distoglieva dal pensiero cocente. Che
sarebbe avvenuto dopo la morte del padre?... Poi, vedendo l'atroce supplizio
del principe, s'incolpava di quella preghiera inumana...
Il principe moriva a pezzo a
pezzo, tra bestemmie e preghiere, scoppi di furore e di pianto. Ora aveva paura
di restar solo, ora la vista della gente sana lo rendeva furibondo. Nominata
erede la figlia, respingeva anche lei, poiché, dovendo ereditare, anche lei
doveva affrettar coi voti la sua morte. Nessuno gli parlava né del testamento,
né di null'altro: bisognava, per accontentarlo, che egli stesso avviasse un
discorso. Più spesso, la sua porta era chiusa: nessuno poteva penetrare fino a
lui.
E una notte un servo corse in
casa Radalì: il principe era agli estremi. La notizia fu comunicata al barone
Giovanni, perché avvertisse il fratello che dormiva con la moglie.
«E come si fa?... Come si fa?...»
balbettava egli, in preda a una confusione straordinaria.
Andò finalmente a chiamare la
madre. La duchessa corse nella camera maritale; all'improvvisa apparizione
Teresa, che non dormiva più da tanto tempo, sentì un gran freddo serpeggiarle
pel corpo. «Mio padre?...» e, cacciato un grido, cadde riversa sul letto. La
duchessa scosse il duca Michele per destarlo dal sonno greve, e corse a cercare
un cordiale. La cameriera e la balia accorsero anch'esse.
Nella stanza attigua il barone
pareva istupidito. Suo fratello lo chiamava, le persone di servizio gli
dicevano, passando e ripassando in fretta: «La povera duchessina!... Venga
anche Vostra Eccellenza...» ma egli guardava la soglia della camera nuziale con
occhio fisso, dilatato, come se ci vedesse qualche cosa di orribile.
«Giovannino!» gridò a un tratto
il duca.
Egli entrò. Era distesa sul
letto, con le braccia nude, il seno nudo, i capelli d'oro diffusi sul
guanciale, le labbra dischiuse, gli occhi rovesciati.
«Aiutami a sollevarla...»
Era rigida come una morta. Egli
la sollevò per le ascelle. Come se le mani gli scottassero, si mise a
scuoterle. Tremava. Tremavano tutti, perché la notte era glaciale.
«Riprende i sensi,» annunziò la
duchessa.
Allora egli s'allontanò, andò a
mettersi dietro la finestra dell'altra stanza. Mezz'ora dopo uscirono tutti e
tre: la suocera e il marito reggevano Teresa; Michele disse al fratello:
«Tu va' a letto... Fa freddo...
Tornerò appena potrò.»
In casa del principe c'era tutta
la parentela. Consalvo stava nella Sala Gialla con gli zii; al capezzale del
morente c'eran solo la principessa e lo zio duca. Teresa andò a mettersi
accanto alla madrigna.
«È meglio che finisca,» dicevano
nella Sala Gialla, «soffre troppo...»
Consalvo non diceva nulla.
Pensava impaurito a quel male terribile che un giorno avrebbe potuto rodere,
distruggere il suo proprio corpo in quel momento pieno di vita. Era il sangue
impoverito della vecchia razza che faceva, dopo Ferdinando, un'altra vittima
precoce, poiché suo padre aveva appena cinquantacinque anni. Sarebbe anch'egli
morto prima del tempo, prima di conseguire il trionfo, ucciso da quei mali
terribili che ammazzavano gli Uzeda giovani ancora? Suo padre avrebbe dato
tutte le proprie ricchezze per vivere un anno, un mese, un giorno di più. Che
avrebbe dato egli stesso, perché nelle proprie vene scorresse il sangue vivido
e sano di un popolano?... «Niente!...» Il sangue povero e corrotto della
vecchia razza lo faceva quel che era: Consalvo Uzeda, principino di Mirabella
oggi, domani principe di Francalanza. A quello storico nome, a quei titoli
sonori egli sentiva di dovere il posto guadagnato nel mondo, la facilità con
cui le vie maestre gli s'aprivano innanzi. «Tutto si paga!...» pensava; ma
piuttosto che dare qualcosa per vivere la vita lunga e forte d'un oscuro plebeo,
egli avrebbe dato tutto per un solo giorno di gloria suprema, a costo d'ogni
male... «Anche a costo della ragione?» Solo quest'altro oscuro pericolo che
pesava su tutta la gente della sua razza lo atterriva; ma poi, considerando la
lucidità del suo spirito, la giustezza dei suoi criteri, l'acutezza della sua
vista, rassicuravasi; quei poveri di spirito, quei monomaniaci che s'eran
chiamati Ferdinando ed Eugenio Uzeda avevano potuto perdere la ragione: non
egli era minacciato... Ed in quel momento, sotto l'influenza di quei pensieri,
di quel senso di paura, si giudicava quasi severamente per la lunga lotta
sostenuta contro il padre. L'ostinazione, l'irremovibile durezza di cui aveva
fatto mostra non era un sintomo inquietante, la prova che anch'egli poteva un
giorno smarrirsi, come quegli altri? Anche resistendo alle imposizioni del
padre, anche giudicandolo come meritava, non avrebbe egli potuto conservare una
certa misura, rispettare le forme, salvar le apparenze? Perché quello scandalo?
Non poteva fargli anzi torto?... E adesso sentivasi quasi disposto a chieder
perdono al morente, a mutar politica...
Recitavano le preghiere degli
agonizzanti, nella camera dell'infermo; il principe rantolava. Dinanzi allo
spettacolo della morte, il senso di paura agghiacciava nuovamente il cuore di
Consalvo. Egli aveva pietà del padre, di tutti i suoi. Stravaganti, duri,
prepotenti, maniaci: erano forse responsabili delle loro brutte qualità? «Tutto
si paga!...» e anch'essi pagavano il gran nome, la vita fastosa, le più
invidiate fortune!... Ma quel viso affilato del padre, quello sguardo cieco,
quel rantolo affannoso!... Il giovane piegava i ginocchi, intuiva cose che
aveva negate. Egli che s'era fatto beffe della religiosità della sorella,
accusandola di bigotteria, comprendeva ora che la preghiera e la fede erano per
lei un rifugio. Inginocchiata, con le mani giunte, immobile come una figura
sepolcrale, ella non vedeva, non udiva. Consalvo quasi invidiava l'immancabile
conforto cui ella poteva ricorrere nella tristezza...
Il sacerdote che vegliava
l'agonizzante alzò ad un tratto le braccia al cielo. S'udì lo scoppio di pianto
della principessa, i gemiti delle donne di servizio, i sospiri della marchesa e
di Lucrezia.
Solo Teresa non piangeva; neppure
la duchessa Radalì e donna Ferdinanda, in verità. Tutti sfilarono dinanzi al
cadavere, baciandone le mani. Le donne si lasciarono condur via, tranne la
figlia e la moglie. Nella Sala Rossa, la duchessa ripeteva che era meglio fosse
morto, quel poveretto; non era vivere, il suo. Il duca col maestro di casa e
Benedetto Giulente davano disposizioni per la circostanza, mentre i servi
sbarravano tutte le finestre, tutti i portoni. Michele, fattosi vicino a
Consalvo, gli stringeva la mano, mormorando: «Coraggio!...» Egli stava per rispondere
qualcosa, quando udì una voce:
«Eccellenza...»
Era il portinaio che gli faceva
cenno di dovergli parlare.
«Permetti...» disse al cugino, e
avvicinossi al servo, credendo gli chiedesse qualche ordine.
«Eccellenza... venga qui...»
mormorava l'altro, trascinandolo nella stanza attigua con aria di mistero, che
Consalvo, nonostante la tristezza del momento, giudicava un poco buffa.
«Eccellenza!» esclamò a un tratto, quando furono soli, con voce di terrore che
diede un senso di raccapriccio al giovane. «Che disgrazia, Eccellenza!... Suo
cugino il barone... Il cognato della duchessa...»
«Giovannino?» esclamò egli, non
comprendendolo.
«S'è ammazzato, è morto!... Or
ora; è venuto or ora il cameriere della duchessa... L'ho lasciato abbasso...
Morto, con una pistolettata... Per avvertir prima Vostra Eccellenza... Bisogna
mandare qualcuno...»
Un sospiro di terrore e
d'ambascia sfuggì dal petto a Consalvo. Il «figlio del pazzo», la pazzia, la
morte violenta!... Ad un tratto si scosse, strinse il braccio al servo:
«Non una parola a nessuno,
capisci?... Andrò io stesso... Aspetta il mio ritorno... Non dire che sono
andato fuori...»
Sentiva di dover fare qualcosa. E
quel sentimento, la nettezza della percezione, la rapidità della risoluzione
gli procuravano un vero senso di sollievo, di fiducia, come se uscendo da un
sogno penoso s'accorgesse in quel punto d'esser desto e al sicuro... Alla
pazzia, al suicidio del cugino non era estranea Teresa: egli non sapeva in qual
misura, ma era certo che non la sola eredità, non la sola malattia avevano
sconvolto il cervello del giovane. Bisognava dunque nascondere il suicidio per
Teresa, per la famiglia, per la gente... E appena giunto in casa dei Radalì,
appena entrato nella camera dove il cadavere giaceva per terra, ai piedi di un
divano, sotto un trofeo d'armi, esclamò dinanzi alla servitù costernata:
«Ah, quest'armi maledette!...
Credeva che la rivoltella fosse scarica... Povero Giovannino!... Che
disgrazia!...»
Nessuno osò rispondere. Prima che
sopraggiungesse la giustizia, egli tolse l'arma che il morto stringeva nel
pugno, ne cavò le cinque cartucce rimaste, e la ripose in mano al cadavere. E
al pretore, che saputa la morte del principe Giacomo, gli diceva con aria
dolente:
«Signor principe!... Che
disgrazie!... Due in una volta!... Non pare credibile!...»
«Non pare davvero...» confermò
egli, con chiara voce, interamente rassicurato.
Quel «signor principe» che il
magistrato gli dava prima d'ogni altro gli rammentava che una nuova èra
s'apriva per lui. La fermezza di cui aveva dato prova, la prontezza con cui
aveva visto quel che doveva fare lo rassicuravano: egli non aveva paura di
cadere nelle pazzie degli Uzeda; dei suoi aveva soltanto la ricchezza e la
potenza. E l'inganno in cui trascinava la giustizia non era l'ultimo motivo del
suo compiacimento; egli diceva al pretore:
«Il mio povero cugino era solo in
casa... aveva la passione delle armi... Credette che questa rivoltella fosse
scarica... Invece, guardi, c'era una sola cartuccia dimenticata...»
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