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La situazione del collegio era
questa: smantellata la rocca affaristico-conservatrice che
per vent'anni aveva sostenuto il duca d'Oragua, sbaragliata l'Associazione
Costituzionale, in dissoluzione la stessa Progressista, floride e battagliere
le società operaie che trovavano finalmente, nel voto, l'arma con la quale
poter scendere in lizza. Mentre, tra la classe borghese, gli antichi moderati,
gli ammiratori di Lanza e di Sella erano costretti a nascondersi, le nuove
falangi di elettori parlavano di più grandi libertà, di più radicali riforme,
di repubblica e di socialismo. Ma queste parole, spaventando i progressisti
timorati, potevano spingerli tra le file dei conservatori, dar nuova vita al
boccheggiante moderatismo. Il posto più vantaggioso era dunque tra i
progressisti e i radicali. Consalvo di Francalanza lo prese immediatamente. La
sua iscrizione al partito di sinistra, la sua rottura con lo zio dopo la
«rivoluzione parlamentare» del 1876, legittimavano il programma
ultra-liberale che egli veniva annunziando.
Appena andato via dal Municipio,
aveva cominciato il lavorìo fuori città, nelle sezioni rurali. Popolani e
contadini si svegliavano laggiù alla politica; c'erano società operaie, circoli
agricoli, casini democratici ordinati e disciplinati, coi quali bisognava
venire a patti. I nobili, i borghesi, i facoltosi furono conquistati subito.
Accompagnato da amici e ammiratori spontaneamente offertisi, egli cominciò il
giro del collegio. Il sindaco, il signore più ricco, o la persona più influente
dava un pranzo o un ricevimento in suo onore, invitando gli altri maggiorenti.
Non si parlava delle elezioni, ma il principe, affabile con tutti, s'informava
dei bisogni del paese, ascoltava i reclami di tutti, prendeva note sopra un
taccuino, e lasciava la gente ammaliata dai suoi modi cortesi, sbalordita dalla
sua eloquenza e soddisfatta come se egli avesse scritto il decreto per la
costruzione della ferrovia, per la riparazione delle strade, per il
traslocamento del pretore. Ma, dopo il banchetto o la refezione, dopo la visita
ai capoccia, Consalvo andava alla sede delle società popolari. Lì, in quelle
piccole stanze con mobili sospetti, affollate da povera gente dalle mani
callose, cominciava il suo tormento. Egli stringeva quelle mani, senza guanti;
si mescolava a quegli umili, sedeva tra loro, accettava i rinfreschi che gli
offrivano, e non un moto dei suoi muscoli rivelava lo spasimo che quelle
vicinanze e quei contatti gli facevano soffrire. Istruito in precedenza, teneva
lunghi discorsi sui bisogni del paese, sulla crisi dei vini o degli agrumi,
sulla gravezza delle imposte, e prometteva leggi intese a proteggere l'agricoltura,
assicurava lenimenti di tasse, premi, agevolezze di ogni genere. La sua teoria
era quella del progresso, «del progresso che mai non s'arresta...» ma, se
vedeva pender dalle pareti i ritratti di Garibaldi e di Mazzini, insisteva
sull'urgenza di «più ampie libertà richieste dallo spirito dei tempi»; se
vedeva quelli della famiglia reale, riconosceva la necessità di andare «coi
calzari di piombo». Quasi sempre egli trovava qualcuno che gli faceva da guida,
ma talvolta non c'era nessuno che potesse presentarlo nei circoli più
intransigenti: allora egli si presentava da sé, chiedeva del «signor
presidente», annunziava che trovandosi di passaggio aveva desiderio di visitare
«questo sodalizio tanto benemerito del paese».
Quasi da per tutto si guadagnava
simpatie e accaparrava voti. Il solo fatto che don Consalvo Uzeda principe di
Francalanza faceva loro una visita, disponeva quegli umili in favor suo. Le
strette di mano, i discorsi famigliari, le grandi frasi e le promesse
convertivano i più restii. Molti però recalcitravano; egli otteneva tuttavia
l'effetto di metter la scissura dove prima era l'accordo. Una dozzina di
società lo elessero, seduta stante, presidente onorario; egli ringraziò per
«l'insigne onore di cui sarei indegno se non avessi da far valere l'immenso
affetto per gli operai, i cui miglioramenti, il cui benessere, la cui felicità
sono stati e saranno sempre lo scopo della mia vita». Dopo i discorsi ufficiali
egli soggiungeva: «Quando avrete bisogno di me, quando verrete in città,
rammentatevi che la mia casa è la vostra...»
E ancora non si parlava
dell'elezione. Esaurito quel primo punto del suo programma, egli passò al
secondo, cioè all'accordo con gli altri candidati. Per tre seggi, c'era una
dozzina d'aspiranti; ma tolte le pretensioni ridicole, come quella di Giulente,
restavano, oltre alla sua, quattro candidature serie: l'avvocato Vazza, che
aveva un'estesissima clientela e si presentava con programma «liberale» senza
indicazione di partito parlamentare; il professor Lisi, già presidente della
Progressista, e perciò con idee di sinistra; Giardona e Marcenò, radicali.
Consalvo si mise in relazione col primo di questi due, che era il più
temperato, per un'azione comune. Dal radicalismo annacquato di costui al
liberalismo avanzato suo proprio c'era tanta distanza da non potersi intendere?
Nondimeno, i fautori di Giardona vollero dichiarazioni esplicite: egli
s'impegnò a dare il suo voto a tutte le riforme chieste dal partito e sopra
tutte alle riforme sociali. Andò a dire in mezzo a loro: «Io sono socialista.
Dopo che ho studiato Proudhon, mi sono convinto che la proprietà è un furto. Se
i miei antenati non avessero rubato, io dovrei guadagnarmi la vita col sudore
della fronte.» Tuttavia quelle dichiarazioni non soddisfacevano interamente. I
radicali più avanzati che sostenevano Marcenò gli si voltarono contro. Venne
poi fuori un giornaletto, La lima, che lo prese di mira, chiamandolo il
«nobile principe, il sire di Francalanza», alludendo ai suoi parenti borbonici,
affermando che un aristocratico suo pari, discendente dai Viceré, non poteva
esser sincero quando sfoggiava tanta fede democratica. Allora anch'egli fece
pubblicare un foglio, Il nuovo elettore. Tutti i numeri, dal principio
alla fine, erano pieni di lui, delle sue gesta al Municipio, dei suoi titoli
alla gratitudine del paese. I giornali quotidiani anch'essi avevano articoli
esaltanti «il giovane patrizio democratico a fatti, non a parole».
Stretto il patto con Giardona,
restava da scegliere tra il Lisi e il Vazza per formare la triade. Egli voleva
mettersi con quest'ultimo, perché era il più forte; ma Giardona minacciò di
mandare tutto a monte, perché il Vazza, proclamandosi ambiguamente «liberale»,
era il più moderato di tutti e ben visto perfino dalla Curia. Invece,
l'alleanza con Lisi, che s'avvicinava più alle loro idee, era la sola naturale.
Egli riconobbe questa convenienza. Fu stabilito l'accordo, ma ciascuno si mise
all'opera per proprio conto.
La legge della riforma era ancora
dinanzi al Senato che già ogni sera riunivasi gente in casa del principe:
nobili parenti, impiegati comunali, maestri elementari, avvocati, sensali,
appaltatori: un veglione. Il quartiere di gala era aperto al pubblico; egli non
relegava gli elettori nelle stanzette buie dell'amministrazione, come aveva fatto
suo zio; spalancava le nobili Sale Gialla e Rossa, il Salone degli specchi, la
Galleria dei ritratti. Tutti erano animati dal più vivo entusiasmo; la gente
minuta che veniva la prima volta al palazzo, che sedeva sulle poltrone di raso
sotto gli sguardi immobili dei Viceré, si sarebbe fatta tagliare a pezzi per
quel candidato che prometteva mari e monti, il bene generale e quello
particolare d'ogni singolo votante. Un perito agrimensore compose un opuscolo
intitolato: Consalvo Uzeda principe di Francalanza, brevi cenni biografici,
e glielo presentò. Egli lo fece stampare a migliaia di copie e diffondere per
tutto il collegio. Il ridicolo di quella pubblicazione, la goffaggine degli
elogi di cui era piena non gli davano ombra, sicuro com'era che per un elettore
che ne avrebbe riso, cento avrebbero creduto a tutto come ad articoli di fede.
Un infinito disprezzo di quel gregge lo animava, e un rancore violento contro
chi tentava sbarrargli la via. Perché, infatti, come l'agitazione cresceva, gli
attacchi della Lima divenivano più acri, e una quantità di fogli,
foglietti e bollettini elettorali, sorti per sostenere questa o quella
candidatura, o per speculare sulla curiosità che induceva la gente a buttar via
i soldini in carta sporca, lo aggredivano mattina e sera, gliene dicevano di
cotte e di crude. Dinanzi alle persone ne rideva, dentro s'arrovellava:
potendo, avrebbe messo il bavaglio a quei libellisti, li avrebbe banditi,
imprigionati. Ma l'accusa che più lo feriva, che lo faceva veramente
sanguinare, era quella che cominciavano a lanciare: «Elettori, il candidato che
noi vi presentiamo non ha feudi né blasoni, non oro da corrompere le coscienze;
ma voi, cittadini, dimostrerete che la vostra coscienza è un tesoro troppo
grande perché un pugno di monete possa comprarla.» Era una menzogna, giacché
egli non spendeva altri quattrini se non quelli della stampa, della posta,
delle carrozze; ma poteva trovar credito più delle altre, ed egli voleva esser
eletto per l'attitudine alla vita pubblica di cui aveva dato prova, per la
cultura che s'era affannato ad acquistare. Poi, rammentando l'impegno preso con
se stesso di restar calmo, di lasciar dire, scrollava le spalle, dominava gli
impeti di sdegno, i moti di cruccio; diceva: «Mi eleggano pel blasone e pei
feudi, che m'importa? Purché mi eleggano!» E agli intimi che s'arrabbiavano per
lui vedendolo aggredito a quel modo:
«Hanno ragione!» rispondeva,
sorridendo. «il mio più grande titolo all'elezione è quello di principe!»
Ciò che egli esprimeva con la
facezia era la verità. «Principe di Francalanza»: queste parole erano il
passaporto, il talismano che operava il miracolo di aprirgli tutte le vie. Egli
sapeva che le dichiarazioni di democrazia non gli potevano nuocere presso gli
elettori della sua casta, poiché costoro non lo credevano sincero ed erano
sicuri di averlo, al momento buono, dalla loro; dall'altro canto sentiva che le
accuse di aristocrazia non lo pregiudicavano molto presso la gran maggioranza
di un popolo educato da secoli al rispetto ed all'ammirazione dei signori,
quasi orgoglioso del loro fasto e della loro potenza. Per lui, il buon popolo
che si lasciava taglieggiare dai Viceré era stato pervertito da false dottrine,
da sciocche lusinghe: egli era sicuro che prendendo a quattr'occhi uno di
quelli che più vociavano «libertà ed eguaglianza» e dicendogli: «Se foste al
mio posto, gridereste così?» il fiero repubblicano sarebbe rimasto in un
bell'impiccio. La quistione, dicevano alcuni, era che questi posti eminenti,
queste situazioni privilegiate non dovevano più esistere: ma allora Consalvo
sorrideva di pietà. Quasiché, ammessa pure la possibilità d'abolire con un
tratto di penna tutte le disuguaglianze sociali, esse non si sarebbero di nuovo
formate il domani, essendo gli uomini naturalmente diversi, e il furbo dovendo
sempre, in ogni tempo, sotto qualunque regime, mettere in mezzo il semplice, e
l'audace prevenire il timido, e il forte soggiogare il debole! Nondimeno
piegavasi, concedeva tutto, a parole, allo spirito dei nuovi tempi. I
giornaletti arrabbiati lo mordevano tenacemente con l'accusa di muffosità
«spagnolesca», di orgoglio «organico»; egli diceva agli elettori che gli davano
del «signor principe» a tutto spiano: «Io non mi chiamo signor principe, mi
chiamo Consalvo Uzeda...» Metteva adesso una specie di zelo nello spogliarsi di
tutto ciò che poteva offendere il sentimento dell'uguaglianza umana, non
parlava più dei «miei viaggi» e dei
«miei feudi», pareva volersi scusare del suo titolo e delle sue ricchezze,
quasi vergognoso del grande stemma infisso sull'arco del portone, della
rastrelliera del vestibolo, dei ritratti degli avi, d'altrettante macchie,
d'altrettanti attestati d'indegnità. Ma egli faceva così a tempo e luogo,
dinanzi ai radicali sinceri, ai repubblicani puri; la più gran parte del tempo
sapeva d'avere intorno persone che chiamandolo «principe», mostrandosi in sua
compagnia, credevano di partecipare in qualche modo al suo lustro.
Lavorava come un cane a far
visite, a scriver lettere, a dirigere i suoi galoppini, a presiedere le adunanze
del comitato. La notte stentava a prender sonno, con la mano scottata dal
contatto di tante mani sudice, sudate, ruvide, incallite, infette; con la mente
infiammata dall'ansietà della riuscita. Sarebbe riuscito? A momenti ne aveva
l'intima e salda certezza; il governo era per lui; Mazzarini, arrivato al
potere, ministro dei lavori pubblici, gli aveva trascritto da Roma tutte le
lettere con le quali lo raccomandava al prefetto. Ma non si contentava di
riuscire, voleva stravincere, essere il primo degli eletti, assicurarsi
stabilmente il collegio con una votazione unanime, plebiscitaria. L'accordo col
Giardona gli giovava certamente, ma quello col Lisi era stato forse un errore.
La situazione di Vazza era invece fortissima, molti assicuravano che sarebbe
riuscito il primo: raccoglieva adesioni dovunque e i clericali specialmente,
senza sostenerne in pubblico la causa, lavoravano per lui, sott'acqua, ma con
efficacia grandissima. Era stato un vero sbaglio rinunziare a quest'alleanza e
preferir Lisi; per tentar di riparare, per giovarsi del lavorìo delle
sacrestie, egli pensò di rivolgersi alla sorella. Non la vedeva da un pezzo, ma
sapeva che la sua vita severa, austera quasi, la rinunzia totale, dopo i lutti,
alle occupazioni ed ai piaceri mondani, l'edificante pietà l'avevano messa
ancora più in grazia dei Monsignori. Andò dunque da lei. Sul punto d'entrare
nel suo salotto udì una voce squillante che diceva:
«L'ho cantato a tutti, non mi
stancherò di ripeterlo! Cada Sansone con tutti i filistei!»
Era la zia Lucrezia. Egli si
fermò ad ascoltare.
«Vostra Eccellenza mi perdoni,»
rispondeva dolcemente Teresa, «ma parlare così contro suo nipote...»
«Mio nipote?... Che nipote?...»
vociferava l'altra. «A lui dunque fu permesso trattare così mio marito? Pan per
focaccia, dice il proverbio! Benedetto non risulterà, ma neppur lui: la
vedremo! Piuttosto mi meraviglio di quella bestia di Monsignore...»
«Zia!»
«Di quel bestione di Monsignore,
che non vuole appoggiare mio marito. Invece di fare il giuoco di Vazza,
dovrebbe sostener Benedetto, che è stato sempre moderato e perciò più vicino ai
clericali! E mi meraviglio più di te, che non vuoi spendere una parola per tuo
zio!... Ma gli parlerò io! Ho lingua, e posso parlar da me! Se tutti
abbandonano Benedetto, ci sono qua io! Io non l'abbandonerò! Ho lui solo al
mondo!... Capisci che gli hanno procurato una malattia di fegato? Tirano a
ucciderlo, cotesti assassini! Ma riderà bene chi riderà l'ultimo!»
Contenendo le risa, Consalvo
entrò. Appena lo vide, Lucrezia levossi.
«Ti saluto, ho da fare,» disse
alla nipote; e senza guardarlo, quasi non l'avesse scorto, ma calcando la voce
e passandogli dinanzi gonfia e impettita, ripeté: «Riderà bene chi riderà
l'ultimo!»
Consalvo si mise a ridere.
«Quella pazza l'ha con me!... Che
diavolo pretendeva? Che le hanno fatto?»
«Poveretta, non ne dir male,»
rispose Teresa con pietosa indulgenza.
«È già una fortuna che tu non le
dia ragione! Voleva che pei begli occhi di suo marito io rinunziassi
all'avvenire? E adesso, tutt'a un tratto, arde d'affetto per cotesto marito
prima vilipeso?...» Teresa non rispose; fece solo un gesto di grande
compatimento. «E che voleva da te? Ti parlava dell'elezione?»
«Sì.»
«Voleva il tuo voto, ah! ah!»
«No, credeva che io potessi
giovarle.»
«E che le hai risposto?»
«Che non posso nulla.»
«E per me?» soggiunse rapidamente
Consalvo.
«Per nessuno, fratello mio!... Io
non mi occupo di queste cose.»
«Ma i tuoi Monsignori?» esclamò
egli sorridendo.
«Né io né essi parliamo di queste
cose.»
«Di che parlate allora, spiegami
un po'?»
Al tono leggermente canzonatorio
di Consalvo, la duchessa chiuse gli occhi un momento, quasi ad attinger forza
per affrontare le contraddizioni, quasi a pregare pel miscredente.
«Parliamo, in questi giorni, d'un
gran miracolo che il Signore ha permesso. Non hai sentito discorrere della
Serva di Dio?»
Egli sapeva qualcosa, così in
aria, d'un preteso prodigio avveratosi in persona d'una contadina di Belpasso;
ma Teresa, senza aspettare la sua risposta:
«È un'umile contadinella,»
proseguì, «che vive in una casupola, col padre e la madre, nelle campagne di
Belpasso. È stata sempre religiosissima, ma da qualche tempo si manifestano in
lei i segni della Grazia. Tutti i venerdì, dopo esser rimasta tre ore in
ginocchio, le appariscono sul corpo le stimmate di Nostro Signore; ella esala
un odore d'incenso soavissimo e dalle sue labbra...»
«Questi li chiami segni della
Grazia? Sono fenomeni isterici!»
Teresa tacque un poco, con la
stessa espressione dell'indulgenza che s'accorda ai poveri ignoranti. «Se
fossero fenomeni isterici, i dottori l'avrebbero curata. Invece, nessuno di
quanti l'hanno vista ha saputo spiegare queste manifestazioni; tutti i loro
pretesi rimedi sono rimasti inefficaci.»
«Vuol dire che hanno chiamato
dottori asini...»
«No, i più riputati!... Sulla
fronte le appare una macchia rossa in forma di croce, sul costato la figura del
giglio...» A voce più bassa aggiunse: «Monsignore andrà a visitarla.»
«Vedrà anche il costato?»
Ella si trasse indietro, i suoi
sguardi espressero uno sdegnato biasimo.
«Consalvo! Sai che mi duole
udirti parlare così...»
«Andiamo! Non si può
scherzare?... Ma tu credi sul serio?...»
«Credo,» rispose brevemente.
Egli la considerò un poco. Voleva
dire: «A chi la dài a intendere?... Sei ammattita come tutti i nostri?...» Ma
non era venuto per questo.
«Delle elezioni, dunque, non
parlate?»
«No. Sono quistioni che io non
capisco; e poi, la Chiesa non partecipa a queste lotte.»
«Né eletti né elettori, eh? Eppure
i tuoi Padri spirituali si dànno un gran da fare per un certo avvocato...»
«Il Santo Padre ha ordinato che i
cattolici non vadano alle urne come partito...»
«Ah!... Dunque sai che c'è
distinzione fra partito ordinato e cittadini spiccioli?»
«Non è difficile intenderlo.»
«Va bene, va bene!... E come
singoli cittadini, i cattolici che fanno?»
«Appoggiano, talvolta, chi più
s'accosta a loro.»
«Cioè?»
«Chi crede.»
Le due parole significavano: «Tu
non sei fra questi; ecco perché io non posso fare nulla per te.» Ma Consalvo,
che faceva l'ingenuo, replicò:
«Chi crede a che cosa?»
«Prima di tutto agli eterni
princìpi di verità.»
«E poi?»
«Al trionfo della Chiesa!»
«Anche tu?...» cominciò Consalvo,
sul punto di protestare, di dire il fatto suo a quell'altra sciocca. Ma si
contenne ancora una volta. Che gl'importava di quelle sciocchezze? L'importante
era sapere se bisognava assolutamente rinunziare all'intromissione di lei. «Ah,
va benissimo!...» riprese, con tono diverso. «Il trionfo della Chiesa!... Ma su
chi deve trionfare, sentiamo?»
«Sopra i suoi nemici e i suoi
persecutori.»
«Chi sono? Dove sono? In Italia?
In Francia? Sentiamo un po': che bisogna fare? Restituire Roma al Papa, eh?
Dargli tutta l'Italia, tutto il mondo? Sentiamo, spieghiamoci una buona volta,
per saperci regolare, per vedere fino a qual punto potremo intenderci...»
Ella disse, seriamente:
«È inutile che tu la prenda su
questo tono. Presto o tardi il diritto legittimo trionferà.»
«Come? Quando? Dove?»
Ella alzò il capo e socchiuse gli
occhi, quasi ispirandosi.
«Nascerà,» disse, «un gran
monarca, dalla diretta progenitura di San Luigi di Francia, e si chiamerà
Carlo. Egli farà dell'Europa sette regni, e rimetterà il Santo Padre sulla
cattedra di Pietro...»
Questa volta Consalvo non riuscì
a frenare le risa.
«Ah! Ah! Ah!... S'ha da chiamare
proprio Carlo? E perché non Filippo, Ignazio, Epaminonda?... Ma dove diavolo
peschi simili fandonie?»
«Che t'importa, se sono
fandonie?... Mi duole che tu ne rida... Ti ho detto mille volte che ciascuno ha
le proprie convinzioni...»
«Sì! Sì!... Ma donde t'è venuta
questa qui? Dove hai saputo che accadranno tutte queste belle cose?»
Ella stese il braccio verso una
scansietta piena di libri e vi prese un volumetto legato con pelle nera e
dorato sui tagli. Consalvo lesse sul frontespizio: L'Europa liberata ovvero
Trionfo della Chiesa di G.C. su tutte le usurpazioni e tutte le eresie. Eco dei
Profeti e dei SS. Padri... A un tratto volse il capo, udendo il cameriere
che annunziava dalla soglia, scostando la tenda:
«Padre Gentile, Eccellenza.»
Entrò un prete alto, asciutto,
con forti occhiali sul naso adunco come un rostro.
«Il principe di Francalanza, mio
fratello,» presentò Teresa. «Padre Antonio Gentile...»
Il prete inchinossi profondamente.
Consalvo lo squadrava da capo a piedi. Un altro, adesso! Quella casa diventava
una sacrestia!
«Il Padre,» aggiunse Teresa,
rivolta al fratello, «ha la bontà di dirigere l'educazione dei miei bambini...»
«Io sono ben lieto,» rispose
l'ecclesiastico, «di poter servire la signora duchessa...»
«Non è siciliano?» gli domandò
Consalvo, per dire qualcosa, perché non paresse che andava via subito, ma
impaziente di svignarsela poiché s'accorgeva d'aver già perduto troppo tempo.
«Signor no, sono romano» rispose
il Padre.
«È da un pezzo fra noi?»
«Da qualche mese appena.»
«Tanto piacere...» fece il
principe, alzandosi.
Il prete s'alzò e s'inchinò una
seconda volta. Teresa gli chiese permesso e accompagnò il fratello.
«Dunque?» insisté Consalvo. «Che
bisogna fare per ottenere l'appoggio della signora duchessa?»
«Ma io non valgo a nulla!...»
protestò Teresa, con un discreto sorriso.
«Bisogna giurare fedeltà a Carlo,
al Gran Monarca?... Non c'è altro scampo?... Ma se ancora ha da venire?...
Basta, arrivederci!... E quest'altro, dove l'hai pescato? Chi è?...»
«Uno dei Padri più colti della
Compagnia di Gesù!...»
«Tempo perduto! Tempo
perduto!...» Non c'era da cavar nulla da quegli Uzeda! I migliori, quelli che
parevano i più saggi, a un tratto si rivelavano pazzi, come gli altri. Questa
qui, adesso, si chiamava in casa i Gesuiti, credeva alle balorde profezie, ai
pretesi miracoli, diventava cieco strumento in mano dei preti! Dov'era la
fanciulla d'una volta, graziosa, gentile, poetica, pietosa ma non bigotta, credente
ma non accecata? Anche al fisico, aveva perduta l'eleganza del portamento,
ingrassava, era irriconoscibile. La pazzia soggiogava anche lei, prendeva la
forma religiosa, diventava misticismo isterico! Tutti a un modo, tutti!... Egli
solo si stimava savio, forte, prudente, immune dal vizio ereditario, padrone e
giudice di se stesso e degli altri... E, apparso sulla Gazzetta ufficiale
il decreto che chiudeva la sessione, egli si buttò a capo fitto nella lotta.
Giorno e notte la sua casa
trasformata in una piazza, in un pubblico mercato, dove i delegati discesi
dalle sezioni rurali e gli elettori cittadini andavano e venivano, discutendo,
contrattando, gridando, col cappello in testa, con le mazze in mano. Più gente
veniva, più egli ne invitava: i galoppini, per suo ordine, rimorchiavano lassù,
adescati dal marsala e dai sigari, dalla curiosità di entrare nel palazzo dei
Viceré, gonfi dell'importanza a cui erano assunti d'un tratto, individui di
tutte le classi, bottegai, scrivani, uscieri, trattori, barbieri, gente più
umile ancora, servi, guatteri, tutte le infime persone che per aver messo una
firma dinanzi al notaro tenevano nelle loro mani una frazione della sovranità.
Egli stringeva tutte quelle mani, accoglieva tutta quella gente con un «grazie
dell'adesione!», dava del lei sopra e sotto; essi andavano via incantati,
accesi d'entusiasmo, protestando: «E lo dicevano superbo! Un signore tanto alla
mano!...»
Una sera, facendo il giro delle
sale, Consalvo vide una faccia nuova, che rassomigliava tuttavia... a chi?... A
Baldassarre, il suo antico maestro di casa! Ma i favoriti erano scomparsi, e
invece sulle labbra già sbarbate dell'ex servitore cresceva un grosso paio di
mustacchi tinti come stivali.
«Grazie dell'adesione,» gli disse
Consalvo, stringendogli la mano.
«Niente!... Dovere!...» balbettò
Baldassarre.
Uscito dalla casa del principe,
il maggiordomo s'era buttato alla politica, aveva abbracciato la fede
democratica, presiedeva ora una società operaia di mutuo soccorso. Giacché il
principino — Baldassarre adoperava ancora il diminutivo per designare l'antico
padroncino — si presentava con programma democratico, egli aveva indotto i
consoci ad appoggiarlo; così rientrava nel palazzo lasciato da servo con
l'importanza di uno che portava un bel gruzzolo di voti. Seduto sopra una di
quelle poltrone di raso che prima aveva avanzato ai signori, egli si guardava
intorno ed ascoltava con la gravità dell'antico maestro di casa, era più serio
e decorativo di tanti altri; un sindaco di provincia che gli stava a fianco gli
disse:
«Da noi la riuscita è assicurata.
E qui, professore, come vanno le cose?»
«Eccellente!» fece Baldassarre,
scrollando il capo.
I membri del comitato, quella
sera, riferivano i nomi degli elettori amici che avevano fatto iscrivere nelle
liste. L'antico servo s'avvicinò a Consalvo.
«Signor principe,» non gli dava
più, per democrazia, dell'Eccellenza, «la nostra società ha fatto iscrivere una
cinquantina di elettori. Sono tutti nostri!»
«La ringrazio; non so come
ringraziarla.»
«Si figuri, per carità: dovere!
Vinceremo certamente! La vittoria è nostra!»
«Accetto di cuore l'augurio
cortese.»
E Baldassarre, dimenticato il
torto che gli aveva fatto il principe defunto, si fece in quattro per
assicurare il trionfo del principino, divenne in breve uno dei suoi
luogotenenti. Egli faceva i suoi rapporti a Consalvo, ne riceveva le
istruzioni, gli dava a sua volta consigli; e il padrone e il servo erano
scomparsi, sedevano a fianco alla stessa tavola, il principe passava la carta e
la penna all'antico creato, si davano del lei come due diplomatici stipulanti
un trattato.
La lotta diveniva frattanto più
aspra. Consalvo aveva fatto fare certe aperture ai capi clericali, ma costoro
avevano risposto che la sua alleanza con Lisi e Giardona rendeva impossibile
qualunque accordo. Giulente boccheggiava. Per salvare il Municipio aveva dovuto
imporre nuove tasse, aggravare le antiche, congedare impiegati, lasciare in
asso tutte le opere non finite, ridurre tutte le spese; e la sollevazione era
unanime contro di lui per l'odiosità delle imposte, la gretteria eretta a
sistema. La sua lunga aspirazione all'eredità politica dello zio, la stessa
malattia di fegato erano un po' ridicole: sua moglie finiva di rovinarlo,
vantando il suo patriottismo dopo averlo deriso: «Al Volturno stava per
lasciare una gamba!...» domandando a tutte le persone, ai commessi di negozio,
ai venditori ambulanti: «Non siete elettore?... Allora andate a farvi
iscrivere...» Ed ella gli aveva finalmente consegnato i conti
dell'amministrazione, dove c'era un baratro peggio che al comune.
Gli altri candidati, però, non si
davano vinti, i più pericolanti si ostinavano peggio, ricorrevano a tutti i
mezzi, contrattavano i voti, lanciavano accuse violente ai rivali fortunati,
specialmente al principe. «Noi non abbiamo nipoti educati dai Gesuiti, né zii
Cardinali di Santa Chiesa, né parenti reazionari; non ci appoggiamo su tutti i
partiti, dalla nobiltà alla canaglia!...» Consalvo lasciava dire, correva in
provincia, tornava in città, allargava la cerchia dei propri aderenti. I messi
di Baldassarre, dal canto loro, predicavano nelle osterie la democrazia del
principe, pagavano da bere a quanti gli promettevano il voto. Una sera, però,
la discussione si fece brutta fra quelli che stavano dalla sua e gli oppositori
che davano al principe del Rabagas, del Gesuita e del traditore. Dalle parole
vennero ai fatti, volarono sedie e bottiglie, luccicarono i coltelli, gravi
minacce furono pronunziate. Allora Consalvo si rivolse agli antichi compagni di
bagordo, alla gente con la quale aveva fatto vita, un tempo, nelle taverne e
nelle case di tolleranza: ceffi spaventosi, pallidi bertoni con la faccia
tagliata da cicatrici fecero la guardia al suo palazzo, alla sua persona; si
disseminarono nei luoghi equivoci, minacciando, intimorendo... «Il candidato di
Francesco ii ha sguinzagliato la
mafia per tutto il collegio allo scopo di spaventare gli onesti cittadini,»
denunziarono i fogli avversari; ma nella violenza della battaglia le più feroci
accuse avevano perduto ogni efficacia, erano naturalmente attribuite all'odio
di parte, al rancore di chi sentiva mancarsi il terreno sotto i piedi. Il nome
di Francalanza era su tutte le bocche, nessuno dubitava oramai dell'elezione
del principe. Egli preparava il discorso elettorale.
Grandi cartelloni multicolori
incollati per tutta la città annunziarono l'avvenimento: «meeting elettorale. Cittadini:
Domenica, 8 ottobre 1882, alle ore 12 meridiane, nella Palestra Ginnastica (ex
convento dei PP. Benedettini) il Principe di Francalanza esporrà il suo
programma politico agli elettori del 1° Collegio.» Seguivano le firme del
comitato: un presidente, vecchio magistrato a riposo, ben visto da tutti i
partiti e perciò messo a quel posto da Consalvo; poi sei vicepresidenti, più di
cinquecento membri, otto segretari, ventiquattro vicesegretari.
Era una novità, questa dei
discorsi-programmi. Le elezioni non si potevano più fare
alla chetichella, in famiglia, come al tempo del duca d'Oragua: ciascun
candidato doveva presentarsi agli elettori, render loro conto delle proprie
idee, discutere le quistioni del giorno. «Almeno è certo che andranno al
Parlamento solo quelli che sanno parlare!...» Ma udire il principe di
Francalanza discorrere in piazza come un cavadenti... lo spettacolo era
veramente straordinario. Gli altri candidati tenevano i loro discorsi nei
teatri, ma per quello di Consalvo c'era tanta aspettazione, piovevano tante
richieste di posti, arrivavano tante rappresentanze dalla provincia, che nessun
teatro parve sufficiente. La palestra ginnastica, che era il secondo chiostro
del convento di San Nicola, grande quanto una piazza, aveva, con i suoi archi,
le colonne e le terrazze, una cert'aria di anfiteatro; era l'ambiente più
vasto, più nobile, più adatto alla grandezza dell'avvenimento. E poi Consalvo,
da cui veniva la scelta, aveva una sua idea.
Egli andò a dirigere
personalmente l'addobbo. Ma intanto che i tappezzieri lavoravano a disporre
trofei di bandiere e festoni d'ellera e tende e ritratti, il principe si
guardava intorno con un senso di stupore, sorpreso a un tratto dalle memorie
della fanciullezza. L'enorme e nobile monastero, la signorile dimora dei Padri
gaudenti, l'aristocratico collegio della gioventù era irriconoscibile.
Scomparsi i corridoi che s'allungavano a perdita d'occhio, chiusi da muri e da
cancelli, convertiti in sale e gabinetti scolastici; il refettorio trasformato
in salone di disegno dell'Istituto Tecnico, ingombro di cavalletti, ornato di
stampe e di gessi; il Coro di notte pieno d'attrezzi nautici; al posto dei
grandi quadri, sugli usci delle camere, cartelli con l'iscrizione: prima classe, direzione, presidenza.
Giù, nel cortile, i magazzini trasformati in caserme. Le generazioni di soldati
e di studenti succedutesi dal Sessantasei avevano devastato i chiostri, rotto i
sedili, infranto le balaustrate; i muri erano pieni di figure e di motti
osceni, e i calamai lanciati come fionde pel corruccio delle bocciature o per
la gioia delle promozioni avevano stampato da per tutto larghe chiazze
d'inchiostro.
Dinanzi a quella devastazione,
Consalvo pensava adesso con un senso di rammarico alla morte del mondo
monastico, che egli aveva vista con vivo tripudio. Ma allora — rammentava! —
aveva quindici anni, era impaziente di prendere il posto che lo aspettava in
società. Se gli avessero detto, allora, che egli sarebbe tornato un giorno a
San Nicola per discorrervi dell'eguaglianza sociale e del pensiero laico!...
No, egli non poteva assuefarsi a quest'ideale democratico contro il quale
protestavano la sua educazione e il suo stesso sangue. Lì, a San Nicola, forse
più che a casa propria, egli era stato imbevuto di superbia signorile, era
stato avvezzo a considerarsi d'una pasta diversa dalla comune... Dove era la
sua camera? Egli la cercava, al Noviziato, e non la trovava. Forse dove stava
scritto gabinetto di fisica. Un
custode, facendogli da guida, narrava le magnificenze del convento, le feste
sontuose, l'abbondanza dei conviti, la nobiltà dei Padri, e rammaricavasi mostrando
le rovine presenti. «Qui stavano i novizi, tutti figli dei primi baroni: bei
tempi! Adesso ci vengono i figli dei ciabattini!» Il prestigio della nobiltà e
della ricchezza era dunque veramente imperituro, se quel povero diavolo parlava
così d'una riforma che giovava ai suoi pari... Consalvo voleva rispondere:
«Avete ragione...» ma il rumore di martellate che veniva dalla palestra gli
rammentava la necessità di nascondere i propri sentimenti, di rappresentare la
parte che s'era assunta. Lì, fra quelle mura, egli s'era messo col partito dei sorci,
ai quali fra' Cola voleva tagliar la coda; qualcuno non gli avrebbe fatto una
colpa di quel remotissimo passato?... Bah! Chi si rammentava delle monellate
d'un ragazzo! Giovannino era morto, non poteva tornar dall'altro mondo a
contraddirlo! E quand'anche?...
Frattanto i preparativi si
venivano compiendo; la domenica del comizio tutto fu pronto. L'aspetto della
palestra era grandioso. Duemila seggiole erano disposte in bell'ordine
nell'arena, e restava tuttavia spazio libero per gli spettatori in piedi. Il
lato meridionale del portico, riservato alla presidenza ed alle associazioni,
conteneva una gran tavola circondata di poltrone e fiancheggiata da tavolini
per la stampa e gli stenografi. Gli altri tre lati erano per gl'invitati:
autorità, signore, rappresentanze varie. Tutta la terrazza, come l'arena,
restava agli spettatori minuti: per difendere le teste dal sole erano state
distese grandi tende di mussolina tricolore. Trofei di bandiere abbracciavano
le colonne, ed in mezzo a ciascun trofeo spiccava un ritratto: a destra e a
sinistra della balaustrata da cui avrebbe parlato il candidato, Umberto e
Garibaldi; poi Mazzini e Vittorio Emanuele; poi Margherita e Cairoli; e così
tutto in giro Amedeo, Bixio, Cavour, Crispi, Lamarmora, Rattazzi, Bertani,
Cialdini, la famiglia sabauda e la garibaldina, la monarchia e la repubblica,
la destra e la sinistra.
Fin dalle dieci, la folla
cominciò a far ressa, ma le porte erano custodite da buon nerbo di membri del
comitato, riconoscibili a una gran coccarda tricolore appuntata al petto. Giù,
nel cortile esterno, si riunivano le società attorno alle bandiere e ai labari,
per ricevere il candidato e accompagnarlo alla palestra. Tre bande arrivarono
una dopo l'altra, coi sodalizi più numerosi, tirandosi dietro una folla di
curiosi; e il brusìo saliva al cielo; torrenti di gente s'ingolfavano dallo
spalancato portone della scala reale. Gli strumenti dei sonatori specchiavano
al gaio sole autunnale; pennacchi e bandiere ondeggiavano al vento; i
cartelloni multicolori vestivano a festa i muri del monastero.
Baldassarre, in redingote
e cappello alto, con una coccarda grande come una ruota di mulino, andava e
veniva, sudato, sbuffante, come ventotto anni addietro, quando ordinava l'aristocratico
cerimoniale dei funerali della vecchia principessa. Ma allora egli era servo
stipendiato, e adesso libero cittadino che interveniva a un metingo
democratico, e che prestava il suo appoggio al principe non per quattrini ma
per un'idea. Alla folla che voleva entrare ad ogni costo diceva alzando le
mani: «Signori miei, un po' di pazienza; c'è tempo... ci vuole un'ora...» Era
possibile lasciar entrare la ciurmaglia prima degli invitati?... Ma alle undici
e mezzo la resistenza fu impossibile: dato ordine ai suoi dipendenti di
difendere almeno i posti riservati, lasciò aprire la terrazza e l'arena. In un
attimo l'onda umana vi si rovesciò. Era ancora la folla anonima, il popolo
minuto; ma a poco per volta cominciavano a venire le persone di riguardo, signori
e signore eleganti, dinanzi alle cui carrozze s'apriva l'altra folla rimasta
nel cortile esterno. Baldassarre, nella palestra, additando alle dame i loro
posti, si voltava tratto tratto verso i compagni: «Dite che le bande vengano
qui, che prendano posto!... Non ci sarà la musica all'arrivo del candidato!...»
Quelle bestie non ne azzeccavano una! Impossibile aver le bande, neanche dopo
essersi sgolato un'ora; tanto che dové correre egli stesso a chiamarle: «Che
fate qui? Non è il vostro posto! Venite dentro!...» Egli non era più
maggiordomo, ma le cose malfatte non poteva tollerarle. Uno del comitato non
disse che bisognava sonare al primo arrivo del principe? Egli si guastò: «Il
ricevimento si fa nella palestra, non nel cortile! Volete darmi lezioni?...» E
mise le bande al posto opportuno, ordinando: «Marcia reale ed Inno di
Garibaldi...»
Ora la palestra offriva uno
spettacolo veramente straordinario: l'arena era un mare di teste, serrate le
file delle sedie, stretti come acciughe gli spettatori in piedi; nella terrazza
una folla variopinta, sulla quale fiorivano gli ombrellini delle molte signore
che non avevano trovato posto giù. Ma l'aspetto più sontuoso era quello dei
portici: tutta la migliore società vi si era riunita, le dame nelle prime file,
gli uomini dietro, ed un ronzio come d'alveare si levava tutt'intorno:
chiacchiere eleganti, profezie sull'esito delle elezioni, battibecchi politici,
ma specialmente esclamazioni d'impazienza, tentativi d'applausi di chiamata,
come al teatro, che facevano voltare il capo a tutti e cavare gli orologi.
Scoccava già mezzogiorno, il campanone di San Nicola dava i primi tocchi,
quando venne da lontano un sordo clamore. «È qui, è qui... Arriva... ci
siamo!...» S'udivano adesso distintamente le grida: «Viva Francalanza... Viva
il nostro deputato!...» e scoppi d'applausi il cui fragore cresceva, rimbombava
nei corridoi, faceva tremare i vetri, destava tutti gli echi sopiti del
monastero. Dalla palestra la folla s'era levata in piedi, i colli erano tesi,
gli sguardi fissi sull'arco d'ingresso. Squillarono a un tratto, intonate dalle
tre musiche, le prime note della Marcia reale mentre apparivano le prime
bandiere, e un urlo formidabile, un vero uragano d'applausi, di evviva, di
grida confuse scoppiò nel vasto recinto, riecheggiò tempestosamente tra l'altra
folla che circondava il candidato.
Consalvo avanzavasi,
pallidissimo, ringraziando appena con un cenno del capo, assordato, abbacinato,
sgomentato dallo spettacolo. Dietro di lui, nuovi torrenti si riversavano nelle
terrazze, nei portici, nell'arena, vincendo la resistenza dei primi occupanti;
ma tuttavia migliaia di mani applaudivano, sventolavano fazzoletti e cappelli;
le signore, in piedi sulle seggiole, salutavano coi ventagli e gli ombrellini,
formavano gruppi pittoreschi sul fondo scuro della gran folla mascolina; e la
ovazione si prolungava, le grida salivano ad acuti stridenti alle riprese della
marcia, i battimani scrosciavano come una violenta grandinata sulle tegole. Qua
e là piccoli gruppi di avversari o d'indifferenti restavano silenziosi, ma
dall'alto sembrava che tutta quella moltitudine avesse una sola bocca per
urlare, due sole braccia per applaudire. «Uno... due... due e mezzo... tre
minuti...» alcuni contavano, con gli orologi in mano, e si vedeva gente con le
lacrime agli occhi, dalla commozione; molti perdevano la voce: stanchi di
sventolare i fazzoletti, se li legavano ai colli rossi e sudati. «Basta...
basta...» diceva Consalvo, a bassa voce, con un senso di vera paura dinanzi a
quel mare urlante e Baldassarre, da lontano, non potendo attraversare il muro
vivente che lo serrava tutt'intorno, faceva segni disperati alla musica; e
finalmente i sonatori compresero, la musica finì, gli applausi e le grida si
spensero; ma, ad un tratto, mentre il presidente del comitato si faceva alla
balaustrata presentando il candidato, squillarono le note dell'inno
garibaldino, un nuovo fremito corse per la folla, il delirio ricominciò... Ora
Consalvo, vinta la paura del primo istante, ringraziava più francamente a destra
e a manca, e sorrideva, sicuro di sé, gonfio il cuore di fiducia superba. La
musica cessò nuovamente, la folla si chetò, le bandiere appoggiate alle colonne
del portico formarono una nuova decorazione: l'ufficio di presidenza, i
giornalisti, gli stenografi presero posto alle loro tavole e i segretari
tirarono fuori dalle cartelle i loro fogli. Uno di essi sorse in piedi, e in
mezzo a un silenzio solenne cominciò con voce stridula la litania delle
adesioni. Ma la gente stancavasi, le parole si perdevano in un sordo mormorìo.
In un gruppo di studenti motteggiatori discutevasi animatamente se il candidato
avrebbe cominciato con l'aristocratico Signori o il repubblicano Cittadini.
Uno affermò: «Scommettiamo che dirà Signori cittadini?» Ma gli
entusiasti lanciavano sguardi severi agli scettici, intimavano il silenzio.
Finalmente la litania finì. Consalvo, con una mano sul velluto della
balaustrata, voltato di fianco, aspettava. Ad un cenno del presidente, si volse
alla folla:
«Concittadini!... Se la
benevolenza dei miei amici vi ha indotto a credere che io possegga le doti
dell'oratore, e vi ha qui adunati con la promessa che udrete un vero e proprio
discorso, io sono dolente di dovervi disingannare...» La voce nitida, ferma,
sicura, giungeva da per tutto, debole ma chiara anche negli angoli più remoti.
«Io vi dichiaro, concittadini, che non posso, che non so parlare; tale è il
tumulto di impressioni, di sentimenti, d'affetti che sconvolge in questo
momento l'animo mio. (Gli stenografi notarono: Benissimo!) Io sento che
fino ai miei giorni più tardi non si potrà più cancellare il ricordo di questo
momento indescrivibile, di questa immensa corrente di simpatia che mi circonda,
che m'incoraggia, che mi riscalda, che infiamma il mio cuore, che ritorna a voi
altrettanto viva e gagliarda e sincera quale viene dai vostri cuori a me. (Applausi
prolungati.) Ma questa restituzione è troppo poca cosa e non vale a
sdebitarmi: tutta la mia vita dedicata al vostro servigio sarà bastevole
appena. (Applausi.) Concittadini!... Voi chiedete un programma a chi
sollecita l'onore dei vostri suffragi; il mio programma, in mancanza d'altri
meriti, avrà quello della brevità; esso compendiasi in tre sole parole:
libertà, progresso, democrazia... (Battimani fragorosi ed entusiastici.)
Un superstizioso contento occupa l'animo mio, nell'udir voi, liberi cittadini,
coronare d'applausi non me, ma queste sacre parole, qui, tra questi vecchi muri
che furono un tempo cittadella dell'ignavia, del privilegio, dell'oscurantismo
teologico... (Scoppio unanime di approvazioni clamorose), qui, tra
queste mura, già covo dell'ignoranza, oggi vivido faro da cui radia la luce del
vittorioso pensiero! (Nuovo scoppio di frenetici battimani, la voce
dell'oratore è soffocata per alcuni minuti.) Concittadini, la mia fede in
questi grandi ideali umani non è nuova, non data da questi giorni, in cui tutti
la sfoggiano, come i galanti vantano le grazie della donna desiderata... (Ilarità),
protestando di non volerne i favori... (Nuova ilarità) ma di star paghi
a sospirarla da lungi... (Risa generali.) La mia fede data dall'alba
della mia vita, quando i pregiudizi di casta che io conobbi, ma che non mi
duole di aver conosciuti, perché ora sono meglio in grado di combatterli... (Benissimo!)
mi vollero chiuso qui, tra questi muri. Permettetemi ch'io vi narri un aneddoto
di quei giorni lontani. Erano i tempi in cui Garibaldi il Liberatore correva
trionfalmente da un capo all'altro del feudo borbonico per farne una libera
provincia della libera patria italiana... (Bravo, bene!) Io ero allora
fanciullo, e alla mia mente inesperta ed ignara il nome di Garibaldi sonava
come quello di un guerriero formidabile che altre leggi non conoscesse fuorché
le dure, le violente leggi di guerra. Un giorno corse una voce: Garibaldi era
alle porte della nostra città; i Padri Benedettini si disponevano ad
ospitarlo... non potendo subissarlo coi suoi diavoli rossi... (Si ride.)
Ed io quasi temetti di guardare in viso quel fulmine di guerra, come se col
solo sguardo dovesse incenerirmi. Ed un giorno i miei compagni m'additarono
l'Eroe dei due mondi. Allora io vidi quel biondo arcangelo della libertà
intento... sapete voi a qual opera? A coltivare le rose del nostro giardino! Da
quel giorno la rivelazione di quel cuore vasto e generoso, dove la forza leonina
s'accoppiava alla gentilezza soave... (Scroscio di applausi), di
quell'uomo che, conquistato un Regno, doveva, come Cincinnato, ridursi a
coltivare il sacro scoglio, dove oggi aleggia il magnanimo spirito di Lui, che
fu a ragione chiamato "il Cavaliere dell'umanità"...»
Gli stenografi smisero di
scrivere, tale uragano d'applausi e di grida si scatenò. Urlavano: «Viva
Francalanza!... Viva Garibaldi!... Viva il nostro deputato!...» e le parole del
principe si perdevano nel clamore universale, vedevasi solamente la bocca che
s'apriva e chiudeva come masticando, il braccio che gestiva rotondamente per
finire l'aneddoto: la confusione tra Menotti Garibaldi e il padre, la
sostituzione di se stesso al morto cugino... «Silenzio!... Parla ancora!...
Viva Garibaldi!... Viva il principino!...» Tratto di tasca il fazzoletto, egli
lo sventolò gridando: «Viva Garibaldi! Viva l'Eroe dei due mondi!...» Poi,
aspettando il silenzio, si terse la fronte imperlata di sudore.
«Concittadini,» riprese quando fu
ristabilita la calma, «io sono giovane d'anni, e la vita potrà apprendermi
molte cose e dimostrarmi la fallacia di molte altre, e darmi quell'esperienza,
quel senno maturo che ancora forse non ho; ma quali che sieno le vicende e le
prove che l'avvenire mi serba, una cosa posso affermare fin da questo momento,
sicuro che per volger d'anni o per mutar di fortuna non potrà venir meno: la
mia fede nella democrazia!... (Salva d'applausi entusiastici.) Questa
fede mi è cara com'è cara al capitano la bandiera conquistata nella battaglia...
(Scoppio di battimani.) All'alpigiano che passa tutti i suoi giorni tra
le cime dei monti, il grandioso spettacolo nulla dice, o ben poco;
all'alpinista che è partito dalla pianura, che ha conquistato a grado a grado
l'ardua vetta sublime, il cuore s'allarga di gioia, si gonfia di giusta
superbia nel contemplare il meritato orizzonte. (Ovazione generale e
prolungata.) Cittadini! Io non voglio turbare la solennità di questa
adunanza portando dinanzi a voi le piccole gare in cui si affannano le anime
piccole; ma voi sapete che un'accusa mi fu lanciata; voi sapete che mi
dissero... aristocratico...» Gli stenografi non seppero se notare impressione o
silenzio o movimenti diversi; ma già l'oratore incalzava: «Quest'accusa è
fondata sui miei natali. Io non sono responsabile della mia nascita... (No!
no!) né voi della vostra, né alcuno della propria, visto e considerato che
quando veniamo al mondo non ci chiedono il nostro parere... (Ilarità
fragorosa.) Io sono responsabile della mia vita; e la mia vita è stata
tutta spesa in un'opera di redenzione: redenzione dai pregiudizi sociali e
politici, redenzione morale e intellettuale; e nulla è valso ad arrestar
quest'opera; né le facili seduzioni, né le derisioni ironiche, né i sospetti
ingiuriosi; né, più gravi al mio cuore, le opposizioni incontrate nello stesso
focolare domestico... (Bene! Bravo! Applausi.) Voi vedete che io non
posso più rinunziare a questa fede; essa mi è tanto più cara e preziosa, quanto
più mi costa... (Scoppio di battimani fragorosi e prolungati. Grida di: Viva
Francalanza... Viva la democrazia!... Viva la libertà... L'oratore è costretto
a tacere per qualche minuto.)»
Il piacere, l'ammirazione erano
in ogni animo: negli amici che vedevano assicurato il trionfo, negli avversari
che riconoscevano la sua abilità, nella stessa gente minuta che non
comprendeva, ma esclamava: «Ma che avvocato! Non ci sono avvocati capaci di
parlare così», e le signore, animatissime, godevano come allo spettacolo,
scambiando osservazioni sull'arte e sulla persona del principe quasi fosse un
primo attore recitante la sua parte.
«Ma voi, concittadini,» riprese
egli, «giudicherete forse che se questa fede compendia tutto un programma, è
mestieri che un legislatore si tracci una precisa linea di condotta in tutte le
particolari quistioni riflettenti l'orientamento politico, l'ordinamento delle
amministrazioni pubbliche, il regime economico e via dicendo. Permettetemi
dunque di dirvi le mie idee in proposito. Disciolte le antiche parti
parlamentari, non ancora si delineano le nuove. Io auguro pertanto la
formazione, e seguirò le sorti di quel partito che ci darà la libertà con
l'ordine all'interno e la pace col rispetto all'estero (Benissimo, applausi),
di quel partito che realizzerà tutte le riforme legittime conservando tutte le
tradizioni (Bravo! bene!), di quel partito che restringerà le spese
folli e largheggerà nelle produttive (Vivissimi applausi), di quel
partito che non presumerà colmare le casse dello Stato vuotando le tasche dei
singoli cittadini (Ilarità generale, applausi), di quel partito
che proteggerà la Chiesa in quanto potere spirituale, e la infrenerà in quanto
elemento di civili discordie (Approvazioni), di quel partito, insomma,
che assicurerà nel modo più equo, per la via più diritta, nel tempo più breve,
la prosperità, la grandezza, la forza della gran patria comune (Applausi
generali.)»
Veramente gli applausi non furono
generali a questo passo, e anzi qualche colpo di tosse partito da un angolo
fece voltare molte teste.
«Voi mi direte,» proseguiva però
l'oratore, «che questo programma è troppo vasto ed eclettico; perché, secondo
un proverbio, è impossibile avere ad un tempo la botte piena e la moglie
ubriaca (Ilarità). La botte piena, senza poterne spillare l'inebbriante
liquore, rappresenterebbe una ricchezza inutile, e tanto varrebbe che
contenesse acqua o un altro fluido qualunque; ma quanto ad avere anche la
moglie ubriaca, sarebbe in verità troppa grazia: me ne appello a tutti i
mariti. (Scoppio d'ilarità clamorosa, battimani vivi e replicati.)
Bisogna attingere dalla botte quel tanto di vino che basti a saziar la sete, a
letificare lo spirito. Dicono i francesi: Si jeunesse savait! Si
vieillesse pouvait! Questo che è impossibile nella vita di un sol uomo, non
solo è possibile, ma necessario nella vita collettiva dei popoli. Il
legislatore deve possedere le audacie della gioventù accoppiate al senno della
vecchiaia; la legge deve tener conto di tutti gli interessi, di tutte le credenze,
di tutte le aspirazioni per fonderle e armonizzarle: essa è necessariamente
regolata sull'esperienza del passato, ma non deve né può tarpar l'ali
all'avvenire! (Ovazione.) Pertanto, invidiabili e invidiate sono le
nostre istituzioni, che mediante un prudente equilibrio tra i due rami del
Parlamento e il potere esecutivo permettono che ci s'avvicini alla suprema
conciliazione. Ma, come tutte le cose umane, queste istituzioni non sono
perfette, bensì perfettibili e a tal opera di continuo miglioramento io
dedicherò tutte le mie forze, scevro come sono e di paure e di feticismi. Lo
Statuto può e deve essere migliorato. Questa necessità è intesa da tutti: dal
popolo che reclama intera la sua sovranità, al Re che riconosce la sua dal
popolo. (Approvazioni.) Per nostra fortuna, popolo e Re sono oggi in
Italia tutt'uno (Applausi) e la monarchia democratica di Casa Savoia
spiega e legittima i sentimenti democraticamente monarchici degli italiani (Benissimo!)
Fin quando sederanno sul trono principi leali e Re galantuomini, il dissidio
sarà impossibile, la nostra fortuna sicura! (Scroscio di applausi
prolungati, grida di: Viva il Re!... Viva l'Italia!... La voce dell'oratore è
coperta dai battimani.) Ma poiché l'aspetto della sovranità popolare e il
benessere delle classi laboriose debbono essere scopo precipuo dei legislatori,
sarà impossibile raggiungerlo se non verranno a sedere alla Camera i più
legittimi, i più diretti rappresentanti del popolo. Lasciatemi quindi augurare
che molti candidati operai riescano eletti. Molti combattono le candidature
operaie, forti d'un motto inglese che suona: the right man in the right
place. Ma essi dimenticano che questa citazione è una spada a due tagli, e
che allorquando il Parlamento dovesse occuparsi di quistioni operaie, the
right men in the right places sarebbero appunto i cittadini operai (Bene!
bravo!) Una volta un parrucchiere s'impancò a critico, e il celebre
Voltaire, seccato da tanta presunzione, gli disse: "Mastro Andrea, fate
piuttosto parrucche." (Ilarità.) Ma se si fosse trattato di dover
fare parrucche, e Voltaire avesse voluto dire la sua, mastro Andrea avrebbe
potuto rispondere al celebre poeta: "Signor Voltaire, fate tragedie
piuttosto." (Ilarità fragorosa, applausi prolungati.)
Concittadini, la quistione sociale, bisogna riconoscerlo francamente, preme in
questo momento più che tutte le altre. È essa nuova? No, certo. Facciamone un
poco la storia...»
«Ci siamo! Adesso stiamo
freschi!...» mormorarono qua e là gli avversari, gli studenti; ma voci
crucciate ingiunsero: «Silenzio!» mentre l'oratore, prese le mosse da Adamo ed
Eva e da Caino ed Abele, galoppava per la Babilonia, l'Egitto, la Grecia e
Roma, saltava a piè pari il Medioevo, piombava nell'Ottantanove, si arrestava
al principe di Bismarck ed al socialismo della cattedra. L'attenzione del
pubblico cominciava a diminuire; tuttavia molti si sforzavano di seguirlo in
quella corsa pazza. «Lo Stato dovrà dunque essere l'incarnazione della divina
Provvidenza? (Ilarità.)» No, dove lo Stato non può arrivare, deve supplire
l'iniziativa individuale: quindi Trade-unions,
probiviri, cooperative, libertà di sciopero. Era così sciolta la quistione
sociale? «No, ci vuol altro!»
Qualche signora sbadigliava
dietro il ventaglio, la gente che desinava all'una se la svignava. Ma,
finalmente, dichiarato che i problemi sociali «sono nodi gordiani che nessuna
spada deve tagliare, ma che l'amoroso studio e l'industre pazienza possono
sciogliere», l'oratore passava alla politica estera. «L'assetto dell'Europa, sarebbe
vano celarlo, risente ancora delle preoccupazioni della Santa Alleanza.»
L'unità germanica doveva soddisfare gl'italiani, ma forse il panslavismo era un
fenomeno non scevro di pericoli. «Io credo che s'apponesse il principe di
Metternich quando diceva... Non sfuggì tuttavia all'acuto sguardo del conte di
Cavour... È certo che il concetto del celebre Pitt...» Sfilavano tutti gli
uomini di Stato passati e presenti, entravano in ballo Machiavelli, Gladstone,
Campanella, Macaulay, Bacone da Verulamio; l'oratore chiedeva a se stesso:
«Qual è la missione storica dell'Inghilterra?... Però la Spagna, se udisse la
voce del sangue?...» Tutto questo, pel tradimento di Tunisi! «No, non è stata
la Francia di Magenta e Solferino; è stata la Francia di Brenno e di Carlo viii!...» L'uditorio si scosse un poco;
gli stenografi annotarono: grandi applausi. Ma gli antagonismi di razza
si sarebbero un giorno composti; allora, sarebbero sorti gli Stati Uniti
d'Europa. «Però, come ottimamente disse Camillo Benso,» la pace andava cercata
nelle fide alleanze e nei forti battaglioni (Benissimo). «Ferve la lotta
tra i sostenitori delle grandi navi e delle piccole: io credo che le une e le
altre siano necessarie all'odierna guerra marittima. Caio Duilio distrusse la
flotta cartaginese mutando la battaglia navale in terrestre.» (Bravo!
applausi.) Così, un «giorno non lontano, rivendicati i nostri naturali
confini (Applausi vivissimi), riunita in un sol fascio la gente che
parla la lingua di Dante (Scoppio di applausi), stabilite le nostre
colonie in Africa e forse anche in Oceania (Benissimo!), noi
ricostituiremo l'Impero romano!» (Ovazione.)
Subito dopo passò alla quistione
delle finanze.
«Quivi sospiri, pianti ed alti
guai...» (Ilarità.) Ma i guai non erano senza riparo. «Non facciamo per
carità di patria confronti con gli Stati Uniti d'America...» Prima di tutto
occorreva riformare il sistema tributario. «Paul Leroy Beaulieu dice... Secondo
l'opinione dell'illustre Smith...» Citazioni e cifre si accavallavano. Pochi lo
seguivano ormai in quelle elucubrazioni, altra gente andava via, le signore
sbadigliavano francamente. «Passiamo adesso ai trattati di commercio...
Consideriamo l'ufficio dei comizi agrari...» Ad ogni annunzio di nuovo
argomento, piccoli gruppi di spettatori seccati se ne andavano: «Bellissimo
discorso, ma dura troppo...» Gli uscenti costringevano la folla a tirarsi da
canto, i fedeli ingiungevano: «Silenzio!» e Baldassarre non si dava pace,
vedendo l'ineducazione del pubblico. «Amministrazione della giustizia...
Giustizia nell'amministrazione. Discentrare accentrando, accentrare
discentrando...» Quanto alla marina mercantile, il sistema dei premi non era
scevro d'inconvenienti. Poi, «riforma postale e telegrafica, legislazione dei
telefoni; non bisogna neppure dimenticare l'idra della burocrazia...»
Adesso si vedevano larghi vuoti
nell'arena e nei portici, specialmente nelle terrazze dove il sole arrostiva i
crani. «Ma questo non è un programma elettorale, è un discorso da ministro!...»
sogghignavano alcuni; l'uditorio era schiacciato dal peso di quell'erudizione,
di quelle nomenclature monotone; la luce troppo chiara, il silenzio del
monastero ipnotizzava la gente; il presidente del comizio abbassava lentamente
la testa, vinto dal sonno; ma, ad uno scoppio di voce del candidato, la
rialzava rapidamente, guardando attonito attorno; i musicanti sbadigliavano,
morendo di fame. Baldassarre dava di tanto in tanto il segnale di applausi,
incorava i fedeli anch'essi accasciati e vinti; si disperava vedendo passare
inosservate le bellissime cose dette dall'oratore. Questi parlava da un'ora e
mezza, era tutto in sudore, la sua voce s'arrochiva, il braccio destro infranto
dal continuo gestire si rifiutava oramai al suo ufficio. Egli continuava tuttavia,
deciso ad andare sino in fondo, nonostante la stanchezza propria e del
pubblico, perché si dicesse che aveva parlato due ore difilato. A un tratto
alcune seggiole rovesciate dalla gente che scappava fecero un gran fracasso.
Tutti si voltarono, temendo un incidente spiacevole, una rissa; l'oratore fu
costretto a tacere un momento. Riprendendo a parlare, la voce gli uscì rauca e
fioca dalla strozza; non ne poteva più, ma era alla perorazione.
«Queste ed altre riforme io
vagheggio; non credo tuttavia di dover abusare della vostra pazienza.» Sospiri
di sollievo uscirono dai petti oppressi. «Concittadini! Se voi mi manderete
alla Camera, io dedicherò tutto me stesso all'attuazione di questo programma. (Bene!
Bravo!) Io non presumo di essere infallibile, perché non sono né profeta né
figlio di profeta (Si ride): accoglierò pertanto con lieto animo, anzi
sollecito fin da ora i miei concittadini a suggerirmi quelle idee, quelle
proposte, quelle iniziative che credono giuste e feconde (Benissimo). Il
nostro motto sia: Fiat lux! (Applausi). Luce di scienza, di
civiltà, di progresso costante (Scoppio di applausi). Il pensiero della
patria stia in cima ai nostri cuori (Approvazioni). La patria nostra è
quest'Italia che il pensiero di Dante divinò, e che i nostri padri ci diedero a
costo di sangue (Vivissimi applausi). La nostra patria è anche
quest'isola benedetta dal sole, dov'ebbe culla il dolce stil novo e donde
partirono le più gloriose iniziative (Nuovi applausi). La nostra patria
è finalmente questa cara e bella città dove noi tutti formiamo come una sola
famiglia (Acclamazioni). Dicesi che i deputati rappresentino la nazione
e non i singoli collegi. Ma in che consistono gl'interessi nazionali se non
nella somma degli interessi locali? (Benissimo, applausi.) Io, quindi,
se volgerò la mente allo studio dei grandi problemi della politica generale,
credo di potervi promettere che avrò a cuore come i miei propri gli affari più
specialmente riguardanti la Sicilia, questo collegio, la mia città natale e
tutti i singoli miei concittadini (Grande acclamazione). Grato a tutti
voi dell'indulgenza con la quale m'avete ascoltato, io finisco invitandovi a
sciogliere un triplice evviva. Viva l'Italia (Scroscio d'applausi grida
di: Viva l'Italia.) Viva il Re! (Generali e fragorosi battimani.)
Viva la libertà! (Tutto il pubblico in piedi applaude e acclama. Si
sventolano i fazzoletti, si grida: Viva Francalanza! Viva il nostro deputato!
Il presidente abbraccia l'oratore. Commozione generale, entusiasmo
indescrivibile.)»
Consalvo non ne poteva più,
sfiancato, rotto, esausto da una fatica da istrione: parlava da due ore, da due
ore faceva ridere il pubblico come un brillante, lo commoveva come un attor
tragico, si sgolava come un ciarlatano per vendere la sua pomata. E mentre la
marcia, intonata per ordine di Baldassarre, spronava l'entusiasmo del pubblico,
nel gruppo degli studenti canzonatori domandavano:
«Adesso che ha parlato, mi sapete
ripetere che ha detto?»
Negli ultimi giorni, l'ansietà di
Consalvo divenne febbre scottante.
La riuscita non poteva mancare,
ma egli voleva essere il primo. Il suo comitato oramai era tutta la città,
tutto il collegio, elettori e non elettori. I cartelloni con la scritta: votate pel principe di francalanza. eleggete
consalvo uzeda di francalanza. è candidato al primo collegio il principe
consalvo di francalanza crescevano di dimensioni, erano lenzuoli di
carta con lettere d'una spanna: sembrava che gli stessi muri gridassero il suo
nome... Il primo! Il primo! Egli voleva essere il primo!...
La sera della vigilia c'era al
palazzo un vero pandemonio: tutti domandavano: «Il principe?... Dov'è il
principe?...» ma la gente di casa rispondeva che egli era presso lo zio duca,
il quale stava poco bene. Nondimeno il lavoro progrediva alacremente, come se
egli ci fosse. Erano venuti i rappresentanti di Giardona e Lisi, per concretare
la lista degli uffici elettorali; frattanto si preparavano a partire coloro cui
toccava andar a vigilare nelle sezioni rurali. A mezzanotte arrivò il principe.
L'adunanza si protrasse fino alle due, quando partirono le prime carrozze per
le sezioni lontane.
E il domani, costituiti gli
uffici, cominciata la votazione, insieme con la notizia della vittoria del
principe — perché gli elettori dichiaratisi per lui erano migliaia, venivano apposta
dalle villeggiature, si facevano trascinare alle urne sopra le seggiole se non
potevano andare coi loro piedi — una voce si sparse, dapprima sorda, poi sempre
più alta fra i seguaci di Lisi: «Tradimento, tradimento!...» Il principe,
affermavano, si era messo d'accordo, nelle ultime ore della sera innanzi, con
Vazza; alcuni precisavano: «L'abbiamo visto noi entrare in casa dell'avvocato,
verso le undici...» e sostenevano che lì si fosse complottato il tradimento,
l'accordo coi clericali, l'abbandono di Lisi, fors'anche quello di Giardona.
«Come, quando? Che diavolo infinocchiate? Il principe è stato in casa del duca,
non si è mosso di lì!...» rispondevano i suoi fautori nel tripudio della
vittoria già assicurata.
Al palazzo, verso il tramonto,
arrivarono i primi telegrammi delle sezioni di provincia; ma quei risultati non
erano tutti egualmente favorevoli: i candidati locali avevano forti
maggioranze; il posto del principe, nelle prime somme, oscillava fra il secondo
ed il terzo. Consalvo, pallidissimo, aveva la febbre. Ma, come venivano i
risultati delle sezioni urbane, la sua posizione si consolidava; del terzo
posto non si parlava più; egli stava con Vazza tra il primo e il secondo.
Quando arrivarono gli ultimi telegrammi e gli ultimi messi con le cifre
definitive, non vi fu più dubbio: egli era il primo con 6043 voti; veniva dopo
Vazza con 5989; poi Giardona con 4914; il radicale Marcenò restava fuori con
3309; Lisi precipitava con meno di 3000 voti; gli altri erano tutti a distanza
di migliaia di voti, con 2000, con 1000 appena. Giulente non ne aveva più di
700!
Era notte alta, ma il palazzo
Francalanza, illuminato a giorno, risplendeva da tutte le finestre. Una folla
sterminata traeva a congratularsi «col primo eletto del popolo»; per le scale
era un brusìo incessante; nelle sale non si respirava. Consalvo, raggiante,
circolava a stento in mezzo alla folla compatta, afferrava tutte le mani, si
stringeva addosso a tutte le persone, guarito interamente, come per incanto,
dalla manìa dell'isolamento e dei contagi, nella pazza gioia del magnifico
trionfo. E quando una grande fiaccolata, un'immensa dimostrazione con musiche e
bandiere, venne ad acclamarlo freneticamente, egli si fece al balcone, arringò
la folla, si diede nuovamente in pascolo alla sua curiosità, come un tribuno.
Per tre giorni la città fu in un
continuo fermento: ogni sera la dimostrazione si rinnovava, l'entusiasmo invece
di raffreddarsi cresceva. Fra il basso popolo una canzonetta, sull'aria del
Mastro Raffaele, furoreggiava:
Evviva il principino
Che paga a tutti
il vino;
Evviva
Francalanza
Che a tutti
empie la panza.
Gruppi di ubriachi gridavano:
«Viva Vittorio Emanuele! Viva la rivoluzione! Viva Sua Santità!...» cose ancora
più pazze. Per tre giorni il palazzo restò ancora invaso dalla gente che veniva
a congratularsi: una processione incessante dalle dieci del mattino a
mezzanotte, con appena due ore di sosta per la colazione ed il pranzo.
Modestamente, egli tentava parlare dei risultati generali, dell'«ottimo
esperimento» che aveva fatto la nuova legge, del senno di cui avevano dato
prova gl'italiani; ma non lo lasciavano dire, gli parlavano soltanto di lui,
della sua clamorosa, meritata vittoria.
Il quarto giorno uscì nelle vie.
Si spezzò il braccio, dalle tante scappellate, dalle tante strette di mano. La
gioia gli si leggeva in viso, traspariva da tutti i suoi atti e da tutte le sue
parole, nonostante lo studio per contenerla. Stanco di veder gente, per
assaporare altrimenti il proprio trionfo pensò di far visita ai parenti.
Cominciò dal duca, che veramente stava male, con gli ottanta anni di maneggi e
d'intrighi sulle spalle.
«È contenta Vostra Eccellenza dei
risultati?» gli domandò Consalvo.
Ma il vecchio, quantunque avesse
raccomandato a tutti il nipote perché il potere restasse in famiglia, pure non
sapeva difendersi da un senso d'invidia gelosa pel nuovo astro che sorgeva,
mentre egli non solo era tramontato politicamente, ma sentiva di aver poco da
vivere.
«Ho sentito... va bene...»
borbottò seccamente.
«Ha visto pure che nel resto
d'Italia tutto è andato benissimo? Pareva dovesse cascare il mondo, e i
radicali sono appena qualche dozzina. Anche la destra ha guadagnato...»
Egli piaggiava un poco lo zio,
del quale aspettava adesso l'eredità. A Roma avrebbe avuto bisogno di denari, di
molti denari; quanto più ricco sarebbe stato, tanto più presto avrebbe
conquistato il suo posto nella capitale. E la specie di freddezza che gli
dimostrava il duca non lo inquietava: a chi avrebbe dovuto lasciare la sua
sostanza, se non all'erede del nome degli Uzeda? Ai figli di Teresa, forse?
Lasciata la casa dello zio, egli
andò dalla sorella. Se doveva esser grato a costei per la generosità con la
quale s'era visto trattato al tempo della morte del padre, non le aveva
tuttavia perdonato il rifiuto di aiutarlo durante la lotta: voleva ora farle
vedere che anche da solo aveva saputo trionfare. Ma Teresa non c'era. Il
portinaio gli disse che la duchessa nuora era uscita con la carrozza di
campagna, insieme con Monsignor Vicario. Egli salì tuttavia, e trovò la vecchia
duchessa con Padre Gentile.
«Teresa è andata a Belpasso a
visitare la Serva di Dio... sai bene, quella contadinella dei miracoli...
Monsignor Vescovo non ha permesso a nessuno questo genere di visite; ha fatto
un'eccezione solo per tua sorella...»
«La santità della duchessa,»
disse compuntamente il Padre Gesuita, «spiega e legittima questa eccezione.»
Consalvo credé di dover chinare
un poco il capo, in atto di ringraziamento, come per una cortesia detta a lui
stesso.
«E quando tornerà?»
«Stasera, certo.»
«Monsignore,» continuava a
spiegare il Padre, «ha provvidamente impedito che questo spettacolo alimentasse
la malsana curiosità della folla; ma i sentimenti cristiani che animano la
giovane signora e la distinguono fra tutte...»
La conversazione, sempre sullo
stesso soggetto, continuava fra il Gesuita e la duchessa. Consalvo, visto sul
tavolino da lavoro accanto al quale era seduto un foglietto stampato, lo
scorreva con la coda dell'occhio: «formule
du serment. En
présence de la Très Sainte Trinité, de la Sainte Vierge Marie et de tous les
Saints qui sont nés ou qui ont vécu sur le sol de... au nom des pays de... ici
représentés, et devant notre vénéré pasteur père et chef spirituel, moi,
délégué à cet effet, je déclare formée la province chrétienne du... sous le
patronage spécial de Saint... Au nom de cette nouvelle province je reconnais
librement et solennellement le Christ Jésus, fils de Dieu vivant, vrai Dieu et
vrai homme, dans l'hostie sainte exposée sur cet autel, comme notre Seigneur et
maître et comme le Chef suprème du... Au pied du Christ Jésus nous jetons nos
biens, nos familles, nos personnes, notre vie, notre honneur, en un mot tout ce
qui tient le plus au cœur de l'homme... » Contenendo a fatica il sorriso, Consalvo sorse in
piedi.
«Non sai che Ferdinanda sta
male?» gli disse la duchessa.
«Che ha?»
«Un'infreddatura. Ma alla sua età
tutto può esser grave... Perché non vai a trovarla?»
Egli ascoltò il consiglio. Anche
da quella parte poteva venirgli qualcosa, un mezzo milioncino. Se fosse stato
più accorto, avrebbe preso con le buone la vecchia, senza rinunziare,
beninteso, a nessuna delle proprie ambizioni. L'ostinazione, la durezza di cui
aveva dato prova anche con lei erano sciocche, degne d'un Uzeda stravagante,
non dell'onorevole di Francalanza, dell'uomo nuovo che egli voleva essere. E
arrivando in casa della vecchia, in quella casa dov'era venuto tante volte
bambino, a veder gli stemmi, a udire le storie dei Viceré, ad abbeverarsi
d'albagia aristocratica, un muto sorriso gli spuntò sulle labbra. Se gli
elettori avessero saputo?
«Come sta la zia?» chiese alla
cameriera, una faccia nuova.
«Così così...» rispose la donna,
guardando curiosamente quel signore sconosciuto.
«Ditele che il principe suo
nipote vorrebbe vederla.»
La vecchia era capace di non
riceverlo; egli aspettava la risposta con una certa ansietà. Donna Ferdinanda,
udendo che c'era di là Consalvo, rispose alla cameriera, con voce arrochita dal
raffreddore: «Lascialo entrare.» Ella aveva saputo gli ultimi vituperi commessi
dal nipote, la parlata in pubblico come un cavadenti, i princìpi di casta
sconfessati, l'inno alla libertà e alla democrazia, il palazzo Francalanza
invaso dalla folla dei mascalzoni, Baldassarre ammesso alla tavola del principe
che prima aveva servito: Lucrezia le aveva narrato ogni cosa, per vendicarsi,
per rovinare Consalvo, per portargli via l'eredità. E donna Ferdinanda aveva
sentito rimescolarsi il vecchio sangue degli Uzeda, dallo sdegno, dall'ira; ma
adesso era ammalata, l'egoismo della vecchiaia e dell'infermità temperava i
suoi bollori. E Consalvo veniva a trovarla; dunque s'umiliava, le dava questa
soddisfazione negatale per tanto tempo. Poi, nonostante le apostasie e i
vituperi, egli era tuttavia il principe di Francalanza... Il capo della casa,
il suo protetto d'una volta... «Lascialo entrare...»
Egli le andò incontro
premurosamente, si chinò sul lettuccio di ferro, quello di tant'anni addietro,
e domandò:
«Zia, come sta?»
Ella fece solo un gesto ambiguo
col capo.
«Ha febbre? Mi lasci sentire il
polso... No, soltanto un po' di calore. Che cosa ha preso? Ha chiamato un
dottore?»
«I dottori sono altrettanti
asini,» gli rispose brevemente, voltandosi con la faccia contro il muro.
«Vostra Eccellenza ha ragione...
sanno ben poco... ma qualcosa più di noi sanno pure... Perché non curarsi in
principio?»
La vecchia rispose con uno
scoppio di tosse cavernosa che finì con uno scaracchio giallastro.
«Ha la tosse e non prende nulla!
Le porterò io certe pastiglie che sono davvero miracolose. Mi promette di
prenderle?»
Donna Ferdinanda fece il solito
cenno col capo.
«Io non sapevo nulla, altrimenti
sarei venuto prima. M'hanno detto che Vostra Eccellenza stava poco bene a
momenti, in casa Radalì... Sa che mia sorella è andata oggi a vedere la Serva
di Dio, quella di cui si narrano tante cose? È andata col Vicario, lei
solamente ha avuto il permesso. Pare che sia un favore insigne... Vostra
Eccellenza crede a tutto ciò che si narra?»
Non ebbe risposta. Pur continuò a
parlare, comprendendo che alla vecchia doveva far piacere udir chiacchiere e
notizie, vedersi qualcuno vicino.
«Io, col rispetto dovuto, non ne
credo niente. È forse peccato? Lo stesso San Tommaso volle vedere e toccare,
prima di credere... ed era santo!... Ma francamente, certe storie!... Teresa adesso
è infatuata... Basta, ciascuno ha da vedersela con la propria coscienza... E la
zia Lucrezia che l'ha con me? Che cosa voleva che io facessi?... Mi va
sparlando per ogni dove, quasi fossi l'ultimo degli uomini...»
La vecchia non fiatava, gli
voltava le spalle.
«Tutto pel grande amore del
marito improvvisamente divampatole in petto!... Prima dichiarava ridicoli gli
atteggiamenti di Giulente,» non lo chiamava zio sapendo di farle piacere,
«adesso sono tutti infami coloro che non l'hanno sostenuto!»
Un nuovo scoppio di tosse fece
soffiare la vecchia come un mantice. Quando calmossi, ella disse con voce
affannata, ma con accento di amaro disprezzo:
«Tempi obbrobriosi!... Razza
degenere!»
La botta era diretta anche a lui.
Consalvo tacque un poco, a capo chino, ma con un sorriso di beffa sulle labbra,
poiché la vecchia non poteva vederlo. Poi, fiocamente, con tono d'umiltà,
riprese:
«Forse Vostra Eccellenza l'ha
anche con me... Se ho fatto qualcosa che le è dispiaciuta, gliene chiedo
perdono... Ma la mia coscienza non mi rimprovera nulla... Vostra Eccellenza non
può dolersi che uno del suo nome sia di nuovo tra i primi del paese... Forse le
duole il mezzo col quale questo risultato s'è raggiunto... Creda che duole a me
prima che a lei... Ma noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo; lo
troviamo com'è, e com'è dobbiamo accettarlo. Del resto, se è vero che oggi non
si sta molto bene, forse che prima si stava d'incanto?»
Non una sillaba di risposta.
«Vostra Eccellenza giudica
obbrobriosa l'età nostra, né io le dirò che tutto vada per il meglio; ma è
certo che il passato par molte volte bello solo perché è passato...
L'importante è non lasciarsi sopraffare... Io mi rammento che nel Sessantuno,
quando lo zio duca fu eletto la prima volta deputato, mio padre mi disse:
"Vedi? Quando c'erano i Viceré, gli Uzeda erano Viceré; ora che abbiamo i
deputati, lo zio siede in Parlamento." Vostra Eccellenza sa che io non
andai molto d'accordo con la felice memoria; ma egli disse allora una cosa che
m'è parsa e mi pare molto giusta... Un tempo la potenza della nostra famiglia
veniva dai Re; ora viene dal popolo... La differenza è più di nome che di
fatto... Certo, dipendere dalla canaglia non è piacevole; ma neppure molti di
quei sovrani erano stinchi di santo. E un uomo solo che tiene nelle proprie
mani le redini del mondo e si considera investito d'un potere divino e d'ogni
suo capriccio fa legge è più difficile da guadagnare e da serbar propizio che non
il gregge umano, numeroso ma per natura servile... E poi, e poi il mutamento è
più apparente che reale. Anche i Viceré d'un tempo dovevano propiziarsi la
folla; se no, erano ambasciatori che andavano a reclamare a Madrid, che ne
ottenevano dalla Corte il richiamo... o anche la testa!... Le avranno forse
detto che un'elezione adesso costa quattrini; ma si rammenti quel che dice il
Mugnòs del Viceré Lopez Ximenes, che dovette offrire trentamila scudi al Re
Ferdinando per restare al proprio posto... e ci rimise i quattrini! In verità,
aveva ragione Salomone quando diceva che non c'è niente di nuovo sotto il sole!
Tutti si lagnano della corruzione presente e negano fiducia al sistema
elettorale, perché i voti si comprano. Ma sa Vostra Eccellenza che cosa narra
Svetonio, celebre scrittore dell'antichità? Narra che Augusto, nei giorni dei
comizi, distribuiva mille sesterzi a testa alle tribù di cui faceva parte,
perché non prendessero nulla dai candidati!...»
Egli diceva queste cose anche per
se stesso, per affermarsi nella giustezza delle proprie vedute; ma, poiché la
vecchia non si muoveva, pensò che forse s'era assopita e che egli parlava al
muro. S'alzò, quindi, per vedere: donna Ferdinanda aveva gli occhi spalancati.
Egli continuò, passeggiando per la camera:
«La storia è una monotona
ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le
condizioni esteriori mutano; certo, tra la Sicilia di prima del Sessanta,
ancora quasi feudale, e questa d'oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è
tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio quasi universale non è né un
popolano, né un borghese, né un democratico: sono io, perché mi chiamo principe
di Francalanza. Il prestigio della nobiltà non è e non può essere spento. Ora
che tutti parlano di democrazia, sa qual è il libro più cercato alla biblioteca
dell'Università, dove io mi reco qualche volta per i miei studi? L'Araldo
sicolo dello zio don Eugenio, felice memoria. Dal tanto maneggiarlo, ne
hanno sciupato tre volte la legatura! E consideri un poco: prima, ad esser
nobile, uno godeva grandi prerogative, privilegi, immunità, esenzioni di molta
importanza. Adesso, se tutto ciò è finito, se la nobiltà è una cosa puramente
ideale e nondimeno tutti la cercano, non vuol forse dire che il suo valore e il
suo prestigio sono cresciuti?... In politica, Vostra Eccellenza ha serbato fede
ai Borboni, e questo suo sentimento è certo rispettabilissimo, considerandoli
come i sovrani legittimi... Ma la legittimità loro da che dipende? Dal fatto
che sono stati sul trono per più di cento anni... Di qui a ottant'anni Vostra
Eccellenza riconoscerebbe dunque come legittimi anche i Savoia... Certo, la
monarchia assoluta tutelava meglio gl'interessi della nostra casta; ma una
forza superiore, una corrente irresistibile l'ha travolta... Dobbiamo farci
mettere il piede sul collo anche noi? il nostro dovere, invece di sprezzare le
nuove leggi, mi pare quello di servircene!...»
Travolto dalla foga oratoria, nel
tripudio del recente trionfo, col bisogno di giustificarsi agli occhi propri,
di rimettersi nelle buone grazie della vecchia, egli improvvisava un altro
discorso, il vero, la confutazione di quello tenuto dinanzi alla canaglia, e la
vecchia stava ad ascoltarlo, senza più tossire, soggiogata all'eloquenza del
nipote, divertita e quasi cullata da quella recitazione enfatica e teatrale.
«Si rammenta Vostra Eccellenza le
letture del Mugnòs?...» continuava Consalvo. «Orbene, imaginiamo che quello
storico sia ancora in vita e voglia mettere a giorno il suo Teatro
genologico al capitolo: Della famiglia Uzeda. Che cosa direbbe?
Direbbe press'a poco: "Don Gafpare Vzeda",» egli pronunziò f
la s e v la u, «"fu promosso ai maggiori carichi, in
quel travolgimento del nostro Regno che passò dal Re don Francesco ii di Borbone al Re don Vittorio
Emanuele ii di Savoia. Fu egli
deputato al Nazional Parlamento di Torino, Fiorenza e Roma, et ultimamente dal
Re don Umberto have stato sublimato con singolar dispaccio al carico di
senatore. Don Consalvo de Uzeda, viii
prencipe di Francalanza, tenne poter di sindaco della sua città nativa, indi
deputato al Parlamento di Roma et in prosieguo..."» Tacque un poco,
chiudendo gli occhi: si vedeva già al banco dei ministri, a Montecitorio; poi
riprese: «Questo direbbe il Mugnòs redivivo; questo diranno con altre parole i
futuri storici della nostra casa. Gli antichi Uzeda erano commendatori di San
Giacomo, ora hanno la commenda della Corona d'Italia. È una cosa diversa, ma
non per colpa loro! E Vostra Eccellenza li giudica degeneri! Scusi, perché?»
La vecchia non rispose.
«Fisicamente, sì; il nostro
sangue è impoverito; eppure ciò non impedisce a molti dei nostri di arrivare
sani e vegeti all'invidiabile età di Vostra Eccellenza!... Al morale, essi sono
spesso cocciuti, stravaganti, bislacchi, talvolta...» voleva aggiungere «pazzi»
ma passò oltre. «Non stanno in pace tra loro, si dilaniano continuamente. Ma
Vostra Eccellenza pensi al passato! Si rammenti quel Blasco Uzeda,
"cognominato nella lingua siciliana Sciarra, che nel tosco idioma Rissa
diremmo"; si rammenti di quell'altro Artale Uzeda, cognominato Sconza,
cioè Guasta!... Io e mio padre non siamo andati d'accordo, ed egli mi diseredò;
ma il Viceré Ximenes imprigionò suo figlio, lo fece condannare a morte...
Vostra Eccellenza vede che sotto qualche aspetto è bene che i tempi siano
mutati!... E rammenti la fellonia dei figli di Artale ; rammenti tutte le liti
tra parenti, pei beni confiscati, per le doti delle femmine... Con questo, non
intendo giustificare ciò che accade ora. Noi siamo troppo volubili e troppo
cocciuti ad un tempo. Guardiamo la zia Chiara, prima capace di morire piuttosto
che di sposare il marchese, poi un'anima in due corpi con lui, poi in guerra ad
oltranza. Guardiamo la zia Lucrezia che, viceversa, fece pazzie per sposare
Giulente, poi lo disprezzò come un servo, e adesso è tutta una cosa con lui,
fino al punto di far la guerra a me e di spingerlo al ridicolo del fiasco
elettorale! Guardiamo, in un altro senso, la stessa Teresa. Per obbedienza
filiale, per farsi dar della santa, sposò chi non amava, affrettò la pazzia ed
il suicidio del povero Giovannino; e adesso va ad inginocchiarsi tutti i giorni
nella cappella della Beata Ximena, dove arde la lampada accesa per la salute
del povero cugino! E la Beata Ximena che cosa fu se non una divina cocciuta? Io
stesso, il giorno che mi proposi di mutar vita, non vissi se non per prepararmi
alla nuova. Ma la storia della nostra famiglia è piena di simili conversioni
repentine, di simili ostinazioni nel bene e nel male... Io farei veramente divertire
Vostra Eccellenza, scrivendole tutta la cronaca contemporanea con lo stile
degli antichi autori: Vostra Eccellenza riconoscerebbe subito che il suo
giudizio non è esatto. No, la nostra razza non è degenerata: è sempre la
stessa.»
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