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Nell'aja non si vedono né si
odono le galline rincantucciate sotto una stia sdruscita, dove aprono il becco
di tanto in tanto ad esalare il caldo delle interiora, mentre il gallo
baciucchia le piume del loro collo ammazzandovi i pollini, àcari esapodi.
I piccioni sono appollaiati sulla
colombaia taciturni, immobili, interiti sopra una sola gamba. Quali hanno la
testa ingrognata e rincagnata nel petto, e quali appaiono addirittura in vista
mozzi del capo senza la fettuccia sanguigna del loro boia ossia del cuoco.
Solo uno di essi, più baldanzoso,
il protagonista di quel muto spettacolo, si spruzza in una conca, scotendo le
ali e spingendovi a più riprese la testa e il collo di un cangiante iridato con
l'arditezza timida e subitanea dell'uomo, che smoccola per la prima volta una
candela accesa.
Altalenano sul muricciuolo le
vette dei coreggiati, che trebbiano il grano nel cortile dappresso; e se ne ode
la cadenza del picchio monotona, pesante, matematica, fatale, come quella con
cui si muove l'asta del pendolo.
Che dicono i capegli impeciati
dei battitori ai loro crani roventi?
Che dicono le camicie ruvide
delle battitrici, busti di gesso dalle pieghe lunghe e larghe, nidiate di
polvere, di pagliuzze e di festuche, o che dicono ai loro seni d'arancio
bolliti a bagnomaria?
* * *
Nella fioca campagna dorme
bocconi, morsellando l'erba, un cacciatore, che si era slungato all'ombra d'un
gelso. Ma la terra girando lo trasportò corbello a farsi essiccare alla stufa
del Sollione.
Una biscia nera e lucente come
piombo tagliato o sfregacciato, valica lo schioppo, che lo guarda d'accosto, o
si sdruscia nel suo carniere a manicargli il pane e il cacio della merenda.
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