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A destra un canale d'acqua grigia
tra il colore del caffè e latte e quello delle tortore domestiche: a sinistra
un declivio di rovi, che arieggia il torrone, sotto cui una riga metallica, la
Stura: in mezzo tra una fitta di populi striscia una bianca callaietta.
Da principio il fogliame degli
alberi appiccicato al cielo d'occidente somiglia un ricamo di lana verde sopra
un fondo di seta gialla: poi si rinfocola quel giallo tanto, che diresti un
grande incendio strida al di là: si restringe in fine e vieppiù arrossa
raffigurando un peperone grossissimo di quelli che tagliano la lingua posato
sulla cresta frastagliata delle Alpi.
A dritta un azzurrognolo e un
verdognolo orizzonte, di quelli che piacevano a Dante, sereno come un canto del
Purgatorio: a manca il peperone delle Alpi specchiandosi nella Stura diventa un
tizzo ardente, che fa friggere e sugge le acque.
Fra i nocchi bassi di due abeti,
che sembrano teste immani di Cesari conficcate là dal tempo a que' tronchi,
vedo la Gegia, una chioma nera sopra un corsaletto porporino.
Disdegno essere satiro, o fauno.
Solo cerco attortigliare la vita
alla Gegia col mio braccio destro, e le mordo con il mento la spalla mancina.
Così, mentre bruciano le gote ad ambidue, io bevo con gli occhi tutta la scena,
e prego in silenzio il Signore del Cielo e della Terra, che annulli il mondo
restante, e me inchiodi lì statua di carne sempiterna.
Le Gegia si svincola borbottando:
«Che asino!»
Io ritorno a casa ubbriaco di
quel tramonto.
Ciò incontrerà eziandio a Cencio
il vaccaro e ad Anna Maria, che conduce le oche all'erba. Ma essi si sposeranno
nel carnevale prossimo.
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