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Giovanni Faldella
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      • 5 - Sull'organo
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5 - Sull'organo

 

Al maestro Giuseppe Coggiola, mio compagno di infanzia e compaesano di elezione, autore di buoni sillabari e primi libri di lettura, ragionatore e fedele credente.

 

Era tornato nel villaggio Teodoro Mandibola, basso cantante spedato, spallato e strappato, insomma con tutti i participii passivi dei verbi che indicano miseria e sfinitezza. La stessa mano, che avea tenuto la verga di Mosè al teatro Apollo a Roma e a Buenos-Ayres, aveva intimato ad Attila flagellum Dei pigliasse l'ambulo dall'Italia, ora girava e frullava il mestone nel paiuolo, acciocché la polenta restasse senza brugnoccoli. Fortunatamente due persone pensarono a lui, e furono: persona prima, Tadeo Zuccati, priore dei Battuti di San Rocco, colui, che, quando fa da ramarro nella processione, grida sempre alle devote frascheggiose e sbrancate: «Avanti, ciuche, non vedete che Sant'Elisabetta è già a casa del Diavolo, e voi siete ancora qui!» Persona seconda: Cristina delle Fragole detta la Madre della Madonna, perché usa vestire il fantoccio di Maria Vergine che si venera in chiesa, e si porta in trono nelle letane.

Or bene, il priore dei Battuti e la Madre della Madonna fecero una colletta spillando due lire al parroco, due lire al sindaco ed una lira e cinquanta centesimi al segretario comunale, e con codeste cinque lire e cinquanta centesimi accomodarono Teodoro Mandibola, perché nei tre giorni della festa del paese cantasse il Qui tollis alla messa grande e il Tantum ergo a vespro in chiesa. Il Qui tollis, per sentito dire, fece furore, tanto che saltò a me nella fantasia di andare a udire il Tantum ergo, il quale non doveva riuscire da meno.

Sull'acciottolato della via cosparso di petali di rose, di papaveri, di belliuomini e di foglie di insalata, e a quando a quando rinfrescato da zampilli d'acqua improvvisati per , tremolavano due allegri filari di lumicini, ed erano gli angioli della Compagnia di San Luigi e poi le angiole della Compagnia di Sant'Orsola. Io ero imbrancato con gli eretici del paese: il medico veterinario, materialista obbligato, come il fa diesis in tono di sol, il notaio che non va più in chiesa dopo che il prevosto si dimenticò di invitarlo al famoso pranzo della Cresima, e il vecchio speziale Robespierre ateo e internazionale per giunta, forse per dispetto che Iddio ed i governi non siano droghe da pestare nel mortaio.

Robespierre, nella sua qualità di capoccia dei paterini, non voleva trovarsi fra l'uscio e il muro o di fare una scappellata alle croci e agli stendardi, ciò che lo avrebbe disonorato, o di sentire il parroco, che è di sangue rosso, a grugnire: «Giù il cappello!» Onde ci fece ridurre in un cortile, da cui osservammo sfilare la processione, senza essere osservati. vedemmo i Battuti di San Rocco procedere intronizzati con la testa che si rovesciava supina sulle spalle, come quella del baco che si sveglia dalla quarta dormita, buttando una gamba qua e un'altra per degnazione a mezzi iccassi ambulanti, e alzando le braccia al maximum del livello tragicomico. A quello spettacolo Robespierre torceva il grifo e faceva certe narici animalesche, poi si metteva a ragghiare per contraffare la cantata di quei poveri Battuti, che si reputavano pontefici, dicendo per soprassello cose de populo barbaro contro le processioni, che manomettevano per tal modo la libertà dei cittadini, impacciandone il passaggio per le vie.

Io proposi asciutto asciutto si andasse a sentire il Tantum ergo di Teodoro Mandibola. Si accettò il mio partito, ed entrammo in chiesa da una porticina laterale. Rari nantes in gurgite vasto, che vuol dire: radi pesci rossi in una peschiera larga; si trovavano qua e inginocchiate sulle panche alcune donnicciuole, di quelle che amano parlare con il Signore a quattr'occhi allorché non c'è più udienza all'altare.

Le poverette, quando videro comparire Robespierre con tutto il collegio dei paterini, si fecero mentalmente il segno della croce, ed ebbero paura che sotto le nostre pedate si bucasse il pavimento e le sprofondasse con noi nello sprofondo dell'inferno. Noi, scambio di fermarci sulla soglia della chiesa o nella bussola d'entrata, come usano i così detti protestanti del paese, montammo addirittura sull'organo.

Cominciò a penetrare in chiesa la processione. Le giovinette entravano con quel trionfale abbandono di testa e di braccia, che non hanno nemmeno le dame, quando rientrano nel loro camerino da letto dopo essersi stancate in conquiste in una festa da ballo; spegnevano i ceri, posavano le croci, gli stendardi, e con le croci e gli stendardi pareva deponessero i loro cantari taglienti. I Battuti ed i monelli travestiti da accoliti entrando rompevano le righe, e si slacciavano i camici e gli amitti, rassomigliando a magistrati o ad uscieri che deponessero la toga.

Davide l'organista fa tirare i mantici, Davide che sa suonare soltanto i vecchi organi, in cui sono neri i tasti delle note naturali e bianchi quelli dei diesis, e che non è mai riuscito ad azzeccare un accordo sugli organi nuovi, in cui sono neri i tasti dei diesis, e bianchi quelli delle note naturali. Teodoro Mandibola entra dall'usciolo, che mette per un corridoio nella casa parrocchiale: ha la capigliatura liscia, ammollita, quasi direi, frusta per le manteche; inforca un paio di occhiali sul suo naso di re smesso, e intuona il Tantum ergo pensando allo stupendo salame di testa mangiato alla tavola del parroco. La platea della chiesa era un solo bianco di pani di zuccaro formato dalle pezzuole delle contadine, su cui tremolava qualche spillo d'argento; un po' che l'occhiaia dilatandosi avesse unito dentro la pupilla quei pani acuminati, li avresti detti una sola morbida neve distesa sui disuguali saliscendi dei solchi e dei terricci di un campo. Al fondo nel Sancta sanctorum triangoli e guglie di lumi, arcobaleni minuscoli, ma d'una bellezza superlativa partendosi dai finestroni di vetro colorato frastagliavano l'aria, i ceri, le schiene indorate dei sacerdoti fino al pavimento. Nessun Consiglio di generali o di ministri, nessuna Corte di giustizia o di re, nessuna Camera, nessun Senato, nessun Concilio, nessun coro d'opera, nessuna scena dell'Africana e della Semiramide tappezzata di magi o di inquisitori, agguagliano la solennità del vespro d'un paesello. Teodoro Mandibola, che fra le quinte dei teatri si è marcito il cuore, come i capelli, non sente più nulla di nulla; egli pensa al tacchino arrosto che il parroco voleva si scalcasse a tavola; ed una smorfiosa signora nabissò per farlo ritornare in cucina! Pur manda fuori dall'ugola il fiato di un vocione, che fa fremere gli assiti dell'organo, i vetri colorati e le relative falde di arcobaleno... E quel fiato di vocione, che parte da un'anima putrida, penetra nelle orecchiette dei cuori vergini delle fanciulle quale bufera salutare, che spazza i vapori torpidi, e solleva una vita, una burrasca.

Fra i pani di zucchero, fra i saliscendi della neve, con quelle curve e quelle ombre delle pezzuole bianche si agitano ora frettolosi ora lenti i ventagli a seconda della musica di quel Tantum ergo da organino.

Siamo al genitori genitoque e Teodoro dice fra sé: il tacchino lo taglieremo, e lo mangeremo domani; e a tale pensiero si allegra, si sbriglia e si sublima la sua voce; e i ventagli brulicano fra quei bianchi come farfalle appena uscite dai candidi bozzoli.

A quelle anime vergini che cosa non canta una voce fatturata? I minuzzoli di genio perduti fra i meandri di quei cervelli rusticali vengono a fiore di testa; formicolano dentro il cuore soavi e delicati umori come nel germe sotterrato, che sente la vampa del sole dentro la scorza e anela svilupparsi. Alla fanciulla, alla nuora rincresce avere usato uno sgarbo all'amica, avere disobbedito alla suocera o alla mamma; ma c'è la Madonna, la bella, la buona Madonna, che perdona tutti, la Madonna, che ha fatto tornare sano e salvo il nonno dalle guerre di Napoleone, che ha salvato la casa dal fulmine, che para dalla culla la fantasima bianca e guarirà il bambino dal vaiuolo nero.

Fra le semplici fanciulle v'è la ragazza ribelle ai puri costumi contadineschi; vi è l'anima dissoluta della cortigiana in zoccoli che concesse abbracci serpentini ai ricchi del villaggio; e all'alto vociare del signor Mandibola essa si insogna i tappeti morbidi, per cui parvero fatti i suoi piedi e si arrabbia delle sue vestimenta disadatte, e vede a suo modo il carname che ostentano le ballerine nude nei teatri e le contesse discinte nei balli, e tutta si conia dentro il suo cervello una vita elegante, falsa e bella, come è falso e bello il Paradiso architettato dall'Alighieri.

Ma al calare della voce del Mandibola si risvegliano, e s'ingrossano nella cortigiana in percallo i rimorsi già scivolati nel cavo della sua anima dalla grattugia arabescata del confessionale. Allora essa più non osa volgersi attorno a guardare il viso delle compagne, i ceri fiammanti ed olenti del Sancta sanctorum, i dorsi dei sacerdoti lucenti come libellule.

Mandibola giunto all'ultimo versetto del Compar sit laudatio dimentica le fette spesse di salame, che ha diluviato, ed il tacchino che non ha potuto manicare, e rinviene nei fondacci della sua animucciaccia un resticciuolo di artista. E canta con terribile potenza.

E la cortigiana sanculotta si rimpicciolisce vieppiù dentro sé stessa, e giura alla Madonna ed all'Angelo Custode di non spargere la cenere del disonore sulla testa bianca della madre e sul petto grigio e irsuto del padre.

Teodoro Mandibola ha finito di cantare e con il fazzoletto si forbisce la bocca. Tutte le teste si volgono ammirate verso lui quasi in tacito consenso ed applauso. Intanto si ode il mistico tintinnare del campanello che annunzia la benedizione... Si ricurva il tempio nei devoti, nelle devote, e pare quasi si facciano proni i candelabri, e i ceri e gli arcobaleni.

Davide l'organista annulla le trombe, i timpani, tiene i piedi immobili, e fa guizzare soltanto le note del flauto e dell'ottavino che ora appaiono con allegri spruzzi, e ora scompaiono facendo civetta, simili alle pietruzze piatte schizzate da un destro monello che saltabecchino a fiore d'acqua. Se potessi brancicare quelle pezzuole e scoperchiare tutte quelle teste bionde, rosse, nere e castane! Che sentieri di luce in cervelli oscuri! Pare a ciascuna di quelle ragazze che i suoi capelli bisunti e raggruppati barbaramente si allarghino in ondeggiamenti pomposi e nuotino in un bagno di profumi. Pensano cose che dantescamente tacere è bello, perché impossibili a significarsi; si apparigliano ciascuna da sé con l'anima gemella, a cui hanno giurato di volere bene per tutta la vita; e poi così accompagnate si mettono dentro il sentiero di luce, che ne riga il cervello. Non si sa per loro se camminino, volino, navighino fino a che giungono, dove mette foce il sentiero, in un mare non di acqua, ma di profondo, odoroso, luccicante... il Circolo delle esistenze, il Dio dell'Abisso e dell'Infinito interroga quegli oscuri genietti amabili, che cosa fanno sulla terra; ed essi a due a due guatandosi gaietti rispondono: Siamo genii che viaggiamo incogniti.

Robespierre, che avevo vicino, ruppe il filo delle mie fantasticherie dicendo con una smorfia ladra: Che tanfo di fagiuoli cotti nel forno!

Per Dio! Io credetti di urlare al mio onorevole vicino: Siete pure i capirotti della malora. Voi che intendete dare uno spintone alla terra e beneficare il popolo, e poi non siete capaci di intenerirvi alle sue gioie più immacolate, e non capite tutta questa distesa di gente inchinata alla raggiera del Santissimo. Essi sono i contadini che credono nel Paradiso, e si inginocchiano davanti al loro Signore Gesù Cristo. O che i contadini non sono popolo? Essi, i poveri mangiatori di fagiuoli cotti nel forno, ne sono anzi la parte migliore, più utile dei sapienti e degli eroi. Costituiscono la classica villa, la grande, l'immensa campagna che non ci fornisce solo il mosto ed il capretto, il pane ed il companatico, come scriveva allegrandosene Agnolo Pandolfini, ma ci il poeta, l'artista ed il soldato, il genio e la virtù, la camicia pulita ed i sani umori contro le mussole, le scrofole, le lui fisiche e morali ed i berretti flaccidi dei borsaiuoli cittadini. E che cosa conferisce il mondo ai contadini in paga di tutto questo? Niuno dei piaceri artifiziati, in cui si annegano i parassiti sibaritici della società, non i coltroni soffici, né le sedie a dondolo, né i baci miniati, né le costolette alla finanziera. I contadini hanno per unici ristori gli scherzi del sole e della luna, le rappresentazioni grottesche che danno le nuvole sull'orizzonte ed i preti in chiesa, i pastorali dei Battuti, le schiene indorate dei diaconi e dei suddiaconi, gli arcobaleni dei ceri, i Qui tollis e i Tantum ergo di Teodoro Mandibola.

Ora con l'alito di Satana smorzate anche quei ceri, scopate quegli arcobaleni, ardete quelle panche e poi ditemi: i vecchi, le donne, i tribolati campagnuoli, quando avranno giù nel cuore un dolore muto, ascoso e profondo, di quelli che non si osano palesare fuorché nelle orazioni, dove andranno a piangere e a sfogarsi, come potranno vivere e lavorare, dopo che voi avrete loro diroccato la Chiesa, ed essi saranno senza il nome e senza l'immagine di Maria?

Ciò volli urlare e non dissi buccicata al mio vicino Robespierre.

Intanto si sperperava l'odore di incenso per le navate e per l'aria sudata, e poi la sforacchiava il vagito di un bambino che, al pari di Robespierre, non aveva inteso la benedizione.

Allora l'organista Davide tocca tutti i nove registri del suo organo, si adopera con le mani e con i piedi per servire il Signore, fa rullare il tamburo, scuote la gran cassa, fa dindindare i campanelli come se giungesse l'asino del mulino. La sua allegra barcarola di finale allieta e quasi rintegra gli animi; ed escono dalla chiesa ottocento coscienze linde, scariche e pulite, delle quali non si trovano nemmeno venticinque all'anno, che passeggino sul lastrico delle città.

Le ragazze allo svolto della via sentono avanzarsi la fragorosa banda musicale delle trombe e dei violini del ballo pubblico, che caccia loro dalle orecchie gli strascichi dolci dell'organo, e trottano arzille a casa loro a deporre la pezzuola nel cassettone, per correre a far dodici spensierate monferrine sul piazzale del villaggio.





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