|
Al maestro
Giuseppe Coggiola, mio compagno di infanzia e compaesano di elezione, autore di
buoni sillabari e primi libri di lettura, ragionatore e fedele credente.
Era tornato nel villaggio Teodoro
Mandibola, basso cantante spedato, spallato e strappato, insomma con tutti i
participii passivi dei verbi che indicano miseria e sfinitezza. La stessa mano,
che avea tenuto la verga di Mosè al teatro Apollo a Roma e a Buenos-Ayres,
aveva intimato ad Attila flagellum Dei pigliasse l'ambulo dall'Italia, ora
girava e frullava il mestone nel paiuolo, acciocché la polenta restasse senza
brugnoccoli. Fortunatamente due persone pensarono a lui, e furono: persona
prima, Tadeo Zuccati, priore dei Battuti di San Rocco, colui, che, quando fa da
ramarro nella processione, grida sempre alle devote frascheggiose e sbrancate:
«Avanti, ciuche, non vedete che Sant'Elisabetta è già a casa del Diavolo, e voi
siete ancora qui!» Persona seconda: Cristina delle Fragole detta la Madre della
Madonna, perché usa vestire il fantoccio di Maria Vergine che si venera in
chiesa, e si porta in trono nelle letane.
Or bene, il priore dei Battuti e
la Madre della Madonna fecero una colletta spillando due lire al parroco, due
lire al sindaco ed una lira e cinquanta centesimi al segretario comunale, e con
codeste cinque lire e cinquanta centesimi accomodarono Teodoro Mandibola,
perché nei tre giorni della festa del paese cantasse il Qui tollis alla messa
grande e il Tantum ergo a vespro in chiesa. Il Qui tollis, per sentito dire,
fece furore, tanto che saltò a me nella fantasia di andare a udire il Tantum
ergo, il quale non doveva riuscire da meno.
Sull'acciottolato della via
cosparso di petali di rose, di papaveri, di belliuomini e di foglie di
insalata, e a quando a quando rinfrescato da zampilli d'acqua improvvisati lì
per lì, tremolavano due allegri filari di lumicini, ed erano gli angioli della
Compagnia di San Luigi e poi le angiole della Compagnia di Sant'Orsola. Io ero
imbrancato con gli eretici del paese: il medico veterinario, materialista
obbligato, come il fa diesis in tono di sol, il notaio che non va più in chiesa
dopo che il prevosto si dimenticò di invitarlo al famoso pranzo della Cresima,
e il vecchio speziale Robespierre ateo e internazionale per giunta, forse per
dispetto che Iddio ed i governi non siano droghe da pestare nel mortaio.
Robespierre, nella sua qualità di
capoccia dei paterini, non voleva trovarsi fra l'uscio e il muro o di fare una
scappellata alle croci e agli stendardi, ciò che lo avrebbe disonorato, o di
sentire il parroco, che è di sangue rosso, a grugnire: «Giù il cappello!» Onde
ci fece ridurre in un cortile, da cui osservammo sfilare la processione, senza essere
osservati. Lì vedemmo i Battuti di San Rocco procedere intronizzati con la
testa che si rovesciava supina sulle spalle, come quella del baco che si
sveglia dalla quarta dormita, buttando una gamba qua e un'altra là per
degnazione a mezzi iccassi ambulanti, e alzando le braccia al maximum del
livello tragicomico. A quello spettacolo Robespierre torceva il grifo e faceva
certe narici animalesche, poi si metteva a ragghiare per contraffare la cantata
di quei poveri Battuti, che si reputavano pontefici, dicendo per soprassello
cose de populo barbaro contro le processioni, che manomettevano per tal modo la
libertà dei cittadini, impacciandone il passaggio per le vie.
Io proposi asciutto asciutto si
andasse a sentire il Tantum ergo di Teodoro Mandibola. Si accettò il mio
partito, ed entrammo in chiesa da una porticina laterale. Rari nantes in
gurgite vasto, che vuol dire: radi pesci rossi in una peschiera larga; si
trovavano qua e là inginocchiate sulle panche alcune donnicciuole, di quelle
che amano parlare con il Signore a quattr'occhi allorché non c'è più udienza
all'altare.
Le poverette, quando videro
comparire Robespierre con tutto il collegio dei paterini, si fecero mentalmente
il segno della croce, ed ebbero paura che sotto le nostre pedate si bucasse il
pavimento e le sprofondasse con noi nello sprofondo dell'inferno. Noi, scambio
di fermarci sulla soglia della chiesa o nella bussola d'entrata, come usano i
così detti protestanti del paese, montammo addirittura sull'organo.
Cominciò a penetrare in chiesa la
processione. Le giovinette entravano con quel trionfale abbandono di testa e di
braccia, che non hanno nemmeno le dame, quando rientrano nel loro camerino da
letto dopo essersi stancate in conquiste in una festa da ballo; spegnevano i
ceri, posavano le croci, gli stendardi, e con le croci e gli stendardi pareva
deponessero i loro cantari taglienti. I Battuti ed i monelli travestiti da
accoliti entrando rompevano le righe, e si slacciavano i camici e gli amitti,
rassomigliando a magistrati o ad uscieri che deponessero la toga.
Davide l'organista fa tirare i
mantici, Davide che sa suonare soltanto i vecchi organi, in cui sono neri i
tasti delle note naturali e bianchi quelli dei diesis, e che non è mai riuscito
ad azzeccare un accordo sugli organi nuovi, in cui sono neri i tasti dei
diesis, e bianchi quelli delle note naturali. Teodoro Mandibola entra
dall'usciolo, che mette per un corridoio nella casa parrocchiale: ha la
capigliatura liscia, ammollita, quasi direi, frusta per le manteche; inforca un
paio di occhiali sul suo naso di re smesso, e intuona il Tantum ergo pensando
allo stupendo salame di testa mangiato alla tavola del parroco. La platea della
chiesa era un solo bianco di pani di zuccaro formato dalle pezzuole delle
contadine, su cui tremolava qualche spillo d'argento; un po' che l'occhiaia
dilatandosi avesse unito dentro la pupilla quei pani acuminati, li avresti
detti una sola morbida neve distesa sui disuguali saliscendi dei solchi e dei
terricci di un campo. Al fondo nel Sancta sanctorum triangoli e guglie di lumi,
arcobaleni minuscoli, ma d'una bellezza superlativa partendosi dai finestroni
di vetro colorato frastagliavano l'aria, i ceri, le schiene indorate dei
sacerdoti fino al pavimento. Nessun Consiglio di generali o di ministri,
nessuna Corte di giustizia o di re, nessuna Camera, nessun Senato, nessun
Concilio, nessun coro d'opera, nessuna scena dell'Africana e della Semiramide
tappezzata di magi o di inquisitori, agguagliano la solennità del vespro d'un
paesello. Teodoro Mandibola, che fra le quinte dei teatri si è marcito il
cuore, come i capelli, non sente più nulla di nulla; egli pensa al tacchino
arrosto che il parroco voleva si scalcasse a tavola; ed una smorfiosa signora
nabissò per farlo ritornare in cucina! Pur manda fuori dall'ugola il fiato di
un vocione, che fa fremere gli assiti dell'organo, i vetri colorati e le
relative falde di arcobaleno... E quel fiato di vocione, che parte da un'anima
putrida, penetra nelle orecchiette dei cuori vergini delle fanciulle quale
bufera salutare, che spazza i vapori torpidi, e solleva una vita, una burrasca.
Fra i pani di zucchero, fra i
saliscendi della neve, con quelle curve e quelle ombre delle pezzuole bianche
si agitano ora frettolosi ora lenti i ventagli a seconda della musica di quel
Tantum ergo da organino.
Siamo al genitori genitoque e
Teodoro dice fra sé: il tacchino lo taglieremo, e lo mangeremo domani; e a tale
pensiero si allegra, si sbriglia e si sublima la sua voce; e i ventagli
brulicano fra quei bianchi come farfalle appena uscite dai candidi bozzoli.
A quelle anime vergini che cosa
non canta una voce fatturata? I minuzzoli di genio perduti fra i meandri di
quei cervelli rusticali vengono a fiore di testa; formicolano dentro il cuore
soavi e delicati umori come nel germe sotterrato, che sente la vampa del sole
dentro la scorza e anela svilupparsi. Alla fanciulla, alla nuora rincresce
avere usato uno sgarbo all'amica, avere disobbedito alla suocera o alla mamma;
ma c'è la Madonna, la bella, la buona Madonna, che perdona tutti, la Madonna,
che ha fatto tornare sano e salvo il nonno dalle guerre di Napoleone, che ha
salvato la casa dal fulmine, che para dalla culla la fantasima bianca e guarirà
il bambino dal vaiuolo nero.
Fra le semplici fanciulle v'è la
ragazza ribelle ai puri costumi contadineschi; vi è l'anima dissoluta della
cortigiana in zoccoli che concesse abbracci serpentini ai ricchi del villaggio;
e all'alto vociare del signor Mandibola essa si insogna i tappeti morbidi, per
cui parvero fatti i suoi piedi e si arrabbia delle sue vestimenta disadatte, e
vede a suo modo il carname che ostentano le ballerine nude nei teatri e le
contesse discinte nei balli, e tutta si conia dentro il suo cervello una vita
elegante, falsa e bella, come è falso e bello il Paradiso architettato dall'Alighieri.
Ma al calare della voce del
Mandibola si risvegliano, e s'ingrossano nella cortigiana in percallo i rimorsi
già scivolati nel cavo della sua anima dalla grattugia arabescata del
confessionale. Allora essa più non osa volgersi attorno a guardare il viso
delle compagne, i ceri fiammanti ed olenti del Sancta sanctorum, i dorsi dei
sacerdoti lucenti come libellule.
Mandibola giunto all'ultimo
versetto del Compar sit laudatio dimentica le fette spesse di salame, che ha
diluviato, ed il tacchino che non ha potuto manicare, e rinviene nei fondacci
della sua animucciaccia un resticciuolo di artista. E canta con terribile
potenza.
E la cortigiana sanculotta si
rimpicciolisce vieppiù dentro sé stessa, e giura alla Madonna ed all'Angelo
Custode di non spargere la cenere del disonore sulla testa bianca della madre e
sul petto grigio e irsuto del padre.
Teodoro Mandibola ha finito di
cantare e con il fazzoletto si forbisce la bocca. Tutte le teste si volgono
ammirate verso lui quasi in tacito consenso ed applauso. Intanto si ode il
mistico tintinnare del campanello che annunzia la benedizione... Si ricurva il
tempio nei devoti, nelle devote, e pare quasi si facciano proni i candelabri, e
i ceri e gli arcobaleni.
Davide l'organista annulla le
trombe, i timpani, tiene i piedi immobili, e fa guizzare soltanto le note del
flauto e dell'ottavino che ora appaiono con allegri spruzzi, e ora scompaiono
facendo civetta, simili alle pietruzze piatte schizzate da un destro monello
che saltabecchino a fiore d'acqua. Se potessi brancicare quelle pezzuole e
scoperchiare tutte quelle teste bionde, rosse, nere e castane! Che sentieri di
luce in cervelli oscuri! Pare a ciascuna di quelle ragazze che i suoi capelli
bisunti e raggruppati barbaramente si allarghino in ondeggiamenti pomposi e
nuotino in un bagno di profumi. Pensano cose che dantescamente tacere è bello,
perché impossibili a significarsi; si apparigliano ciascuna da sé con l'anima
gemella, a cui hanno giurato di volere bene per tutta la vita; e poi così
accompagnate si mettono dentro il sentiero di luce, che ne riga il cervello.
Non si sa per loro se camminino, volino, navighino fino a che giungono, dove
mette foce il sentiero, in un mare non di acqua, ma di profondo, odoroso,
luccicante... Là il Circolo delle esistenze, il Dio dell'Abisso e dell'Infinito
interroga quegli oscuri genietti amabili, che cosa fanno sulla terra; ed essi a
due a due guatandosi gaietti rispondono: Siamo genii che viaggiamo incogniti.
Robespierre, che avevo vicino,
ruppe il filo delle mie fantasticherie dicendo con una smorfia ladra: Che tanfo
di fagiuoli cotti nel forno!
Per Dio! Io credetti di urlare al
mio onorevole vicino: Siete pure i capirotti della malora. Voi che intendete
dare uno spintone alla terra e beneficare il popolo, e poi non siete capaci di
intenerirvi alle sue gioie più immacolate, e non capite tutta questa distesa di
gente inchinata alla raggiera del Santissimo. Essi sono i contadini che credono
nel Paradiso, e si inginocchiano davanti al loro Signore Gesù Cristo. O che i
contadini non sono popolo? Essi, i poveri mangiatori di fagiuoli cotti nel
forno, ne sono anzi la parte migliore, più utile dei sapienti e degli eroi.
Costituiscono la classica villa, la grande, l'immensa campagna che non ci
fornisce solo il mosto ed il capretto, il pane ed il companatico, come scriveva
allegrandosene Agnolo Pandolfini, ma ci dà il poeta, l'artista ed il soldato,
il genio e la virtù, la camicia pulita ed i sani umori contro le mussole, le
scrofole, le lui fisiche e morali ed i berretti flaccidi dei borsaiuoli
cittadini. E che cosa conferisce il mondo ai contadini in paga di tutto questo?
Niuno dei piaceri artifiziati, in cui si annegano i parassiti sibaritici della
società, non i coltroni soffici, né le sedie a dondolo, né i baci miniati, né
le costolette alla finanziera. I contadini hanno per unici ristori gli scherzi
del sole e della luna, le rappresentazioni grottesche che danno le nuvole
sull'orizzonte ed i preti in chiesa, i pastorali dei Battuti, le schiene
indorate dei diaconi e dei suddiaconi, gli arcobaleni dei ceri, i Qui tollis e
i Tantum ergo di Teodoro Mandibola.
Ora con l'alito di Satana
smorzate anche quei ceri, scopate quegli arcobaleni, ardete quelle panche e poi
ditemi: i vecchi, le donne, i tribolati campagnuoli, quando avranno giù nel
cuore un dolore muto, ascoso e profondo, di quelli che non si osano palesare
fuorché nelle orazioni, dove andranno a piangere e a sfogarsi, come potranno
vivere e lavorare, dopo che voi avrete loro diroccato la Chiesa, ed essi
saranno senza il nome e senza l'immagine di Maria?
Ciò volli urlare e non dissi
buccicata al mio vicino Robespierre.
Intanto si sperperava l'odore di
incenso per le navate e per l'aria sudata, e poi la sforacchiava il vagito di
un bambino che, al pari di Robespierre, non aveva inteso la benedizione.
Allora l'organista Davide tocca
tutti i nove registri del suo organo, si adopera con le mani e con i piedi per
servire il Signore, fa rullare il tamburo, scuote la gran cassa, fa dindindare
i campanelli come se giungesse l'asino del mulino. La sua allegra barcarola di
finale allieta e quasi rintegra gli animi; ed escono dalla chiesa ottocento
coscienze linde, scariche e pulite, delle quali non si trovano nemmeno
venticinque all'anno, che passeggino sul lastrico delle città.
Le ragazze allo svolto della via
sentono avanzarsi la fragorosa banda musicale delle trombe e dei violini del
ballo pubblico, che caccia loro dalle orecchie gli strascichi dolci
dell'organo, e trottano arzille a casa loro a deporre la pezzuola nel
cassettone, per correre a far dodici spensierate monferrine sul piazzale del
villaggio.
|