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Ai miei soci
della Società Artigiana di Saluggia — Restituzione del loro Presidente
Onorario.
Un cartellone di carta azzurra
impiastrato a un muricciuolo di costa alla rivendita di sale e tabacchi diceva
a caratteri rossi così: Questa sera Ballo di Beneficenza alla Società Operaia
nel Salone dei matrimonî. — Comincierà alle ore otto e terminerà due ore dopo
la mezzanotte. — Prezzo di entrata: ottanta centesimi per i maschi e cinquanta
per le femmine.
Il macellaio osservò, dopo il
vespro in piazza, che se bastava avere un sesso per andare al ballo vi ci
avrebbero potuto entrare anche i montoni per ottanta centesimi e le giovenche
per cinquanta. E il giardiniere del conte, che pizzica di botanico, aggiunse,
consertando le braccia alla Sant'Elena, che ci avrebbero avuto introibo anche
le piante ermafrodite e le unisessuali, escluse le crittogame.
La sera alle otto le vie del
villaggio erano stupendamente piene di luna e di neve, uno spettacolo dolce e
sereno. Delle forosette linde, lavate, strofinate e rasciutte tagliavano l'aria
e il silenzio delle vie, e provavano la voluttà serica di pestare la neve. Facevano
scoccare e sonare i loro zoccoli contro le calcagna con quel secco schioppettìo
che fa la lingua percotendo nel palato. Le impronte che stampavano sul suolo
bianco erano quelle disegnate dal Firenzuola nella sua Bellezza delle Donne.
Per me, io voglio meglio a quelle contadine dagli zoccoli che ai globi di trine
e di mussole chiamate banchiere, contesse e marchese, che trinciano svolazzando
l'aria infocata di un salone.
Sulla piazza vi erano dei cerchi
e degli archi trionfali; e sopra essi dei lumicini rossi, gialli e blu, quali
vivissimi, quali spenti, quali semispenti, e formavano delle parole rosicchiate
e tarlate, ma delle parole grosse, di quelle che gonfiano non la testa ma il
cuore: Viva la Fratellanza! Viva la Beneficenza! Viva l'Unione Artigiana! Al
fondo dei cerchi fiammanti il castello feudale con i cigli e gli orlicci del
suo portone e con i davanzali delle sue finestre ancor essi brulicanti di
lumicini.
Per terra, sui comignoli, sui
tetti, sui campanili, neve, strati, cimase, cappucci di neve, anzi di bambagia
di una candidezza viva per la vicinanza. Su in cielo le nubi formavano altri
batuffoli di cotone appiccicati alla vôlta, quasi ad imballarla, questi un po'
abbrunati dalla lontananza, e fra alcune screpolature lasciavasi vedere la luna
con i raggi tosati, che diffondeva per l'etere una luce ineffabile, anzi una
chiaritade da trecentista.
Come se la dicevan bene la luna,
la neve, gli archi ed il castello!
Su quel balcone, sopra quei
veroni, per secoli e secoli non si erano mai posati né un battito di cuore
felice, né una speranza popolana.
Solo qualche contessa o marchesa
alta, bianca, strimizzita nella sua veste, con la capigliatura ravvolta in una
rete a mo' di fegatello, una di quelle contesse o marchese, che non cessano
ancora dal romperci le tavernelle nelle novellaie dei poeti, — ai raggi della
luna o allo stellato del cielo, nei tempi andati, avrà scoccato di là baci
misteriosi al ricapito di un lontano menestrello; — da quella finestra ai primi
bianchi antelucani sarà sbucato quatto, si sarà aggrappato al marmo sporgente
del davanzale, e poi, sgambettando per mettersi in bilico, si sarà lasciato
docciare giù, come piombìno in una scanellatura, un fagotto di carne umana, un
drudo... Forse tutto al più, per somma grazia fra gli spintoni dei bravi e
l'abbaiare dei molossi, strillando sarà stata trascinata colassù per i capelli
lunghi e castani qualche artigiana, la bella mugnaina... Sarà passata sul ponte
levatoio, sarà penetrata nell'oscuro androne, e poi in quelle stanze si sarà avvoltolata
e accoccolata sui tappeti del pavimento, scene da Lucia, da Don Rodrigo e da
Innominato. Sempre conti e marchese che godettero là dentro nei secoli
addietro, sempre popolani che si strapazzarono là dentro!
Ed ora avanti folate di
contadine, di tessandole e di stiratore! Avanti pastorelle, guardiane dei
paperi! Ora il castello feudale è a voi per cinquanta centesimi! Passate sicure
sul ponte che era già levatojo, chinate contadinescamente la testa, fissate i
vostri occhioni nella fossa che circonda il castello: non abbiate paura: le
ossa dei cani, che azzannavano le calcagna dei vostri bisnonni, ora ingrassano
i cavoli dell'inserviente comunale. Avanti anche voi, zerbinotti, moscardini
del paese, fattorini dell'oste e dello speziale, falegnami, muratori, magnani,
calderai, che avete tuffato la testa nell'orciolo dell'olio, per ottenervi in
mezzo una scriminatura, che sembri una strada ferrata, dirizzatura che vi è
costata il lavoro di un giorno, la rottura di un pettine e l'aiuto della madre,
delle sorelle e della vicina di casa!
Avanti voi pure, contadinotti
vispi, con la giacchetta di velluto foderata di lana rossa e con le tasche
orlate parimenti di scarlatto; voi che avete sul volto i raggi di sole, che vi
affoca la testa per intere stagioni! Ed avanti anche voi, bifolchi brutti,
lerci, guerci, che avete sudato per accartocciarvi il gozzo, che strabuzzate
gli occhi a sinistra, quando volete sbirciare a destra, che radunate sulla
fronte di mezzo dito tutti i solchi dei vostri campi, ma che pure tenete sotto
i vostri capelli mollicci e giallastri come le barbe del granturco delle
lepidezze da Bertoldo, di migliore lega che quelle di certi giornali riderecci!
C'è del posto per tutti; non vi sono bravi o alabarde; si paga solo ottanta
centesimi ai poveri ammalati.
* * *
Sotto l'atrio del castello si
sente un fruscìo, un arramaccìo, un percotimento di piedi. Sono le ballerine
che si tolgono gli zoccoli nevicati per adattarvi le scarpette lustre di
marocchino.
Sul ripiano dello scalone siedono
a banco con una coccarda tricolore all'occhiello i sopracciò della Società
Operaia, che ritirano il prezzo e vi consegnano la bolletta d'entrata pari a
quella che il gabellotto dà per l'uccisione legale dei suini.
Lo scalone è fiancheggiato da una
balaustrata di pietra, brutta copia di quella del Palazzo Madama di Torino.
Sulla vôlta c'è pitturato un Giove da Offembach, il quale fulmina Fetonte.
Questi cimbottola con il cocchio e con i cavalli sulla testa di coloro che
salgono, mentre i padroni di casa assistono tranquilli alla caduta dal
cornicione della vôlta, dove si fecero dipingere (i machioni!) in un quissimile
di galleria, quasi a indicare che Fetonte tombola per loro commissione e senza
loro pericolo.
Fatto lo scalone si entra in un
corridoio che mette nella sala dei matrimoni promessa dal cartellone. Là dentro
c'è un barbaglio di luce, di ventole, di specchi e di bandiere. In mezzo pende
dal soffitto uno strano lampadario impiastricciato di frastagli di carta dorata
e inargentata, che vende lo speziale; su e giù un intrico di pendagli, di
catene e di prosciutti di altra carta verde, rossa e bianca. Un subbisso di
bandiere incrociate sulle pareti, tengono imprigionato ogni due un ritratto del
re... Uno, due, tre, quattro Vittorio Emanuele... Che abuso!... Ho capito. Sono
i Vittorio Emanuele che il regolamento Mamiani obbliga siano appiccati alle
muraglie delle scuole elementari insieme con i Cristi crocifissi. Bravo! Ci sei
anche tu Giuseppe Garibaldi con il fazzoletto al collo, e sempre di conserva
con il tuo amico politico Camillo Cavour.
Rialzando e spiegando la tela
affaldellata delle bandiere, si scoprono delle parole: Viva i coscritti! — Viva
l'Italia! — Viva noi!... In un'altra: Viva il ferragosto! — Viva la libertà! in
un'altra ancora: Viva maggio! Che accozzi!
* * *
Ci sono dei cappelli e dei
fazzoletti che vagabondano in confusione e in quel buglione non si vedono le
gambe dei ballerini né le sottane delle danzatrici. Entra di mezzo il capoccia,
l'abate della festa, lo scuotimano o picchiamano, come chiamano colui che
dirige il ballo. Era un pizzicagnolo grasso e unto con due baffi da topo
acquatico, vicepriore di una confraternita, e per di più suonatore di
bombardone, istromento che eragli così familiare, anzi indispensabile, che
pareva lo avesse alle labbra anche quando non ce l'aveva.
Alla cò, alla cù, grida egli
chioccando le mani e scimiottando ciò che aveva udito vociare in un ballo di
gala, dove era andato a suonare il suo bombardone.
Uno studente di medicheria
misericordioso della lingua francese pregò quell'abate della festa lasciasse la
cò e la cù, e dicesse semplicemente: in riga! o in processione! L'abate accettò
volentieri il correttivo dello studente, e sbraitò con accompagnatura di mani:
in processione! in processione! Poi, vedendo che non si cessava dal ballare
alla rinfusa, andò a fermare due o tre coppie con il garbo di un carabiniere, e
poscia me le cacciò tutte, come un branco di pecore, nel corridoio, e di lì,
fattemele passare nella stanza del cadastro, me le faceva ritornare ordinatamente
nella sala da ballo. Che satira! Passare per la trafila del catasto prima di
venire a danzare nella sala dei matrimoni!
Le coppie in processione,
aspettando di ballare, avanzavano lemme lemme a passi di formica, come quando
si va a riscuotere le cartelle alla Direzione del Debito Pubblico.
Man mano che si staccava una
quintina di coppie, le altre scalpitavano impazienti: le ballerine dondolavano
la testa sfiorando le spalle dei ballerini: questi, avendole a braccetto, le
tenevano strette, attanagliate. Correvano dei mottetti, dei piccoli risi, dei
chiacchiericci sani, freschi come lasche.
Quando l'abate picchiava le mani,
scappavano di riga almeno due coppie di più del giusto. E l'abate a tentare di
arrestarle per le gonne e per le cacciatore. Ma non c'è santi. La polca le ha
già avvolte nei suoi zighizzaghi pari a quelli del lampo.
La polca! A darvene
l'espressione, avrei bisogno di avere qui davanti un pianoforte per sonarvela;
avrei bisogno che sotto le finestre me la venisse a strimpellare un organino
così molesto, quando dormi e quando fai delle cifre, ma così gaio, quando ti
coglie annoiato o malinconico. L'organino, fosse anche soltanto lacchè,
portinaio, guardaportone, è certo che qualche volta l'organino ti riconduce nel
tempio dell'Arte e dell'Armonia.
La polca è una corsa, una
gaiezza, una spensieratezza: son due bambini che ruzzano, due amanti che si
pizzicano, delle pannocchie che si crosciano nella schiena. Non c'è malizia,
non c'entra Mefistofele nella polca.
Due per quattro è il tempo della
polca: son due numeri paralleli che vanno sempre e non si combaciano mai.
La polca è fatta per Azzurra, la
più bella ragazza del villaggio. Si chiama così per la sua celeste vesticciuola
senza pieghe, senza rughe, come il suo corpo. Azzurra è di quelle creature che
pare non abbiano materia, non abbiano spirito: hanno soltanto forma. Loro manca
quel bocconcino di carne, quel filetto di nervo in più, che basta a rendere una
donna e ad accendere desiderii femminili negli uomini. Azzurra è restata
madonna. Ha una voce d'usignuolo nel cantare le lodi in chiesa e nel cantar
Martina alle porte delle stalle.
Essa è fidanzata di Tognino, uno
snello stipettaio, che il dì della festa guizza sopra un velocipede fabbricato
da lui, che guadagna sempre la coppia di capponi e arriva sempre il salame di
premio alla corsa nel sacco e nella salita sull'albero della cuccagna.
Oramai si sa: Azzurra è cosa sua:
non ci si disputa più; gli altri zerbini del villaggio hanno messo il cuore in
pace. Tognino e Azzurra ballano mancomale insieme, e balleranno insieme per
tutta la sera. Ora sono ravvolti nei rabesti della polca. Gli occhi di Azzurra
appaiono e scompaiono, sprazzano scintille, lasciano per l'aria delle righe
d'argento. Agli svolazzi della sua cotta si aggricciano, si gonfiano e poi si
appianano le bandiere tricolori; bulicano le sante parole che vi sono stampate;
la Libertà, la Fratellanza, l'Italia tremolano per Azzurra; tutte le cose sono
incline alla sua bellezza. Persino Garibaldi ride da bonomo dentro la sua
barba, Cavour ride maliziosamente sotto gli occhiali, e si frega sotto la
cornice le mani che il litografo non gli diede.
Si staccano dalle muraglie vedove
degli antichi arazzi, si spiccano dai larghi cornicioni, in cui sono pitturate gualdane
e giostre, discendono dai solai colorati le immagini dei Vitichindi, degli
Alberighi, degli Arnolfi, gli antichi castellani, e fanno delle curve, degli
inchini proprii dell'ordine dei vassalli alla popolana Azzurra forse pronipote
di quei contadini, che essi facevano morsicare dai loro cani, forse pronipote
di quelle mugnaie a cui eglino stracciavano i capegli trassinandole sul
pavimento. E che cosa pensa Azzurra, a cui sono attirati sì grandi omaggi? Essa
pensa a nulla: essa è la bellezza oggettiva, che si felicita di sé stessa, è
come la divinità teologica senza tempo e senza modo, tutto e niente, principio
e fine a sé medesima.
Finita la polca, facciamo anche
noi come i ballerini e le ballerine; penetriamo nella sala del buffet; dove
havvi una ghirlanda di ragazze intorno ad una tavola, che succiano dell'acqua
gazosa e si insaponano le labbra di panna montata. Un monello vicino si mette a
zufolare, come quando aiuta le sue bestie bovine a bere: lepidezza da buttero!
Ci sono dei tavolacci di assi sconnesse, su cui si trovano distesi dei tappeti
lustri e frusti, di quelli che vengono di Fiandra, dal fondo verde con fiorami
rossi e linee nere. Là si gioca a tarocchi. C'è il terribile Saccorotto, quegli
che guadagna sempre, e che, quando gli è mangiato appena un cavallo, schizza,
razza, nabissa, fa il diavolo a quattro. E questa sera, Dio mio! gli hanno
preso Bagatto, — caso da Alabama, da guerra
europeo-americana. Che cosa farà mai Saccorotto?
Eppure è tranquillo con una ciera
da canonico e ghigna come un cor-contento di gesso. Ne
sapete il perché? — Si è perché poco prima il vecchio sindaco, passandogli
vicino, gli aveva messo le mani sulle spalle e gli aveva detto: Avete una bella
ragazza; e come balla bene! — Diamine! Saccorotto è il babbo di Azzurra.
* * *
Incomincia la mazurca soave, in
tre tempi, che sono tre pensieri, uno per il ganzo, l'altro per la ganza e il
terzo in cui si congiungono tutti e due.
Andiamo a veder girare dolcemente
quelle teste zeppe di capelli, che descrivono dei bellissimi cerchi, delle
carissime parabole ed ellissi orizzontali.
Chi l'avrebbe detto: Ernestino
così leggiadro, così screziato, così dipinto, essere figlio di suo padre? suo
padre, il vecchio maestro del villaggio, con le falde della giubba bislacche e
lunghe, che toccavano terra, che avrebbe creduto peccato mortale il non
rabbuffare i peli del suo vecchio cappello a tuba, il portare solini di cotone
inamidati e staccati dalla camicia invece delle antiche e immense gorgiere floscie
di tela di lino...? Eppure le movenze, il colore dei capegli, quella ruga, quel
canaletto sotto l'occipite sono di suo padre, ma ingentiliti, ammorbiditi,
infiorati dalla civiltà dei nuovi tempi. Ora come accivetta bene il collo
Ernestino, il figlio del lurido e sciamannato maestro del villaggio! Come torce
il suo busto! Come inclina con grazia da Satana il suo capettino verso
l'orecchia della sua danzatrice! Chi sa che cosa le dice? Chi sa, se ciò che
egli le susurra lo hanno detto o lo hanno immaginato i più appassionati
scrittori d'amore, Longo Sofista che ne scrisse con tanta semplicità, Dante che
scrisse con tanto intelletto, Balzac che scrisse con tanta vigoria e consumo di
muscoli? Forse Ernestino bisbiglierà delle cose chete e piane, forse dirà, che
quando egli ha dei crucci non fa altro che passare avanti la bottega di lei
(che è merciaiuola) ed i suoi crucci svaniscono.
La danzatrice merciaiuola ride
con due sole linee una al di qua, l'altra al di là delle labbra.... Ride male,
ride malinconicamente. Io la battezzerei Pensiero o Malinconia quella
danzatrice. Con quale abbandono trascina la sua bellezza sull'ammattonato
polveroso della sala dei matrimoni! È una malinconia che ride, un pensiero che
balla per forza la mazurca.
* * *
Il topo acquatico che
sopraintende al ballo ha fatto chioccare le mani con maggiore serietà del
solito.
Ernesto e Malinconia sono già
rientrati in processione. Ora viene la tua volta, Bergamino.
Fai male tu a ballare la mazurca;
non la balli bene. La mazurca vuole essere smussata, rotonda, e tu la fai
ispida, aguzza, a triangoli scaleni. Forse balleranno poi bene i tuoi
figliuoli; ma tu non sei più a tempo per essere corretto. E poi perché quella
casacca larga e quadra, quei calzoni che capirebbero due emine di fagiuoli? Non
sei passato al tornio del secolo, Bergamino.
Ma che è? Anche Bergamino
stavolta e dalli e raschia, azzecca qualche passo con garbo... Via, aggiusta
anch'egli i suoi colpetti di grazia; e dagli occhi e dalla punta del naso gli
raggia un lume di contentezza e di orgoglio. Non ha più il suo cappellaccio
inchiodato sul capo...
Ma che vuol dire ciò? Non c'è più
proprio nessuno che tenga villanamente il suo cappello in testa. Chi ha potuto
dare e far eseguire questi comandi?... Non c'è più nessuno che fumi... nessuno
più ruba l'anzianità ballando; regna un ordine che è una galanteria, pare che
ognuno sospenda il respiro, i giovinotti si tastano i polsini e la cravatta, si
ravviano la dirizzatura dei capegli; le giovinette si rassettano la vestitina,
si tirano a segno il grembiale, si mettono in dirittura il cordoncino sviato
della crocetta; ognuno si racconcia nell'arme...
Le mamme e le brutte che fanno da
tappezzeria pare vogliano impiastricciarsi alle pareti per far posto; coloro
che sono seduti si alzano, coloro che sono alzati contadinescamente rinculano
in segno di onoranza. Perché tutto questo?
Una testa d'oro si è sprigionata
dalle righe delle coppie danzanti. Come gira, come spicca, come brilla quella
testa diamante fra tutte quelle teste artigiane e rusticane!
* * *
È la marchesina di Rena Bella. Su
quell'accozzo grottesco di lampadari bisbetici, di lumiere rassegate, di sedie
scompagnate e di acconciature sbagliate, essa sola diffonde tutto lo splendore
dei doppieri e delle gemme proprio ai balli dell'alta vita. Essa in un attimo,
nella sua vesticciuola succinta (sembra abbia scelto quella di una cameriera
per non dare soggezione) essa fa indovinare e imparare la eleganza, che non
istà nella roba, ma nel taglio e nel gusto, insegna la gentilezza dei modi...
Oh, nessuno oserà più disordinare in presenza della marchesina di Rena Bella!
Il carnevale dell'altr'anno
passato essa aveva formato la gioia delle serate della capitale. Le sue
acconciature gialle, verdi, ponsò, specialmente quella ponsò, erano state
divulgate per tutta Italia dalle gazzette del buon genere nei corrieri della
High Life. Gli stessi giornali ammodo avevano annunziato, nelle loro importanti
informazioni, sapere di buona fonte il prossimo matrimonio della nobile
donzella Eufrosina Y, con il baroncino Teack, capitano di artiglieria, autore
di un proverbio in versi martelliani, quegli che era stato levato alle stelle
non solo dai diarî moderati ma dagli stessi organi di più fiera opposizione,
per avere con senno e bravura diretto il cotillon al ballo dell'ambasciatore di
Turchia. Chi sa quale gentile e sovrano concetto l'anima pura della nobile
damigella si era formato di quel giusto, avveduto e solenne direttore di
cotillon? Ma qualche giorno prima del fermato sposalizio ella seppe di Lui una
di quelle cose brutte, profondamente e riflessivamente brutte che ributtano ad
essere dette... Il baroncino Teack aveva... non so... per paga... un
quissimile... aveva insomma venduto la sua anima ad una squarquoia.
La nobile donzella Eufrosina
cascò dal suo terzo cielo di speranze e di amori. In altri tempi in contingenze
simili le nobili zitelle si facevano monache; ora fanno qualche cosa di meglio;
sposano un marchese terragno, un marchese di Rena Bella prataiuolo, risaiuolo,
viticultore, bachicultore, apicultore, gelsicultore, pescicultore, allevatore
di conigli, inventore di un aratro a denti perfezionati, georgofilo fin sulla
punta dei capelli.
Il marchese di Rena, che oltre le
anzidette qualità e oltre le molte medaglie buscate dai Comizî agrarî e nelle
fiere dei vini, possedeva anche molto buon senso, non aveva preteso che la sua
sposa stesse seppellita tutto l'inverno in contado; aveva cercato di
restituirla al Carnevale di Roma, ché egli si sarebbe asciugata la noia mortale
di un soggiorno cittadinesco per lei. Ma la marchesina rifiutò, ed ora eccola
lì quella testolina benedetta, per raffigurare la quale non c'è fiore, non c'è
oro e non c'è perla che bastino, eccola lì a disseminare fra i popolani la
bontà e la cortesia, a insegnare più che un libro educativo di Cantù e di
Tommaseo, a ingentilire più che una scuola dì Belle Arti. Essa vale molto
meglio di un congresso pedagogico e di un congresso operaio, anzi serve a
correggerne una dozzina.
* * *
C'era Pippo il maniscalco cotto
come tegolo, saturo di vino e gonfio come una sanguisuga imbottita di sangue,
tanto che a pannargli la pelle con uno spillo avresti detto che ne sarebbe
spicciato vino e non sangue. Pippo che ha, come si dice, il vino cattivo, aveva
già incominciato ad attaccare qualche bottone al Direttore del Ballo, perché si
suonavano troppe mazurche e troppo poche monferine; aveva già risicato con un
urtone di trabalzare una coppia di ballerini... Di lì a un quarto d'ora si
prevedeva che non avrebbe più soltanto attaccato dei bottoni, ma avrebbe
attaccato dei moccoli, e che moccoli! Avrebbe detto cose da popolo barbaro
contro la Direzione della Società operaia, contro il Sindaco, contro
l'illuminazione e contro il Ministero, e avrebbe finito col menare dei pugni.
Ed ora dove è Pippo! Non lo si
vede più. Venite: ve lo mostro io. Se l'è svignata stentatamente e alla
chetichella, appena ebbe visto la marchesina, ha capito, che dove c'era
quell'angelo... (no, gli angeli sono stati già troppo sfruttati)... dove si
trovava quella creatura di Dio, non c'era più luogo alla sua ubbriachezza... Ed
ora eccolo che rasenta grondon grondoni la muraglia della scala... ogni po'
barcolla... ma egli si attacca alla muraglia e l'abbraccia.... Ci metterà
mezz'ora, tre quarti d'ora prima di giungere sulla soglia della sua casa:
tentennerà, brancicherà un'altra mezz'ora nel buio.... nell'aria.... negli
spigoli, negli arpioni prima di indovinare il buco della serratura.... Pure lo
indovinerà e per quella notte non farà più disordini e l'indomani non gli
toccherà una lavata di testa dal Sindaco.
* * *
Walzer…! Ho letto Walzer,
inspirazione di Giuseppe La Farina, quando non era ancora deputato. In sul
principio di quella fantasia ci sono subito dei silfi, delle gazzelle, dei profumi
di mandragora e di cinnamomo, dove non è ancora tempo, come vedremo.
Il valzer è ancor esso di tre
quarti al pari della mazurca; ma è più concitato; è, quasi dissi, il parossismo
della mazurca.
Però da principio le coppie del
valzer sono soltanto trottole che frullano.
Il marchese mi piglia Tognino e
gli dice:
«Sai che non voglio essere
condannato a ballare tutta la notte con mia moglie?» E poi voltandosi alla
moglie: «Ti ho trovato e ti presento un ballerino.»
Intanto egli abbranca Azzurra.
Tognino, che è dei primi
ballerini del paese e che è capace di abburattare anche quelle immense
ballerine che si domandano guardarobe o mortai, per le quali ci vorrebbero
delle gru meccaniche a cacciarle innanzi, ora Tognino, il grande Tognino si
trova con il corto da piede, si trova un pulcino nella stoppa davanti la
marchesina. Comincia a chiudere gli occhi e a fare un inchino; non è egli che
piglia la marchesa, è la marchesa che piglia lui. Egli non sa dove tener la
mano, se sulle spalle o sotto le ascelle o sui fianchi, o più giù o più in
su... Gli manca il respiro; vorrebbe avere in bocca una pastiglia di menta. Fa
qualche passo, e s'accorge che va bene; comincia a riavere una parte di sé
stesso. Ma la marchesina, che è quasi staccata da lui e trova incomoda la
positura, gli si aggrappa di meglio... Che visibilio per Tognino! Per mettere
le mani a posto tasta involontariamente tutta la curva che discende dalle
spalle alle anche della marchesa... nessuna ragazza del villaggio ha quella
curva così artistica... Ed egli si ringalluzza e se ne diletta senza malizia,
senza dimenticare Azzurra.
La quale ha incominciato a
ballare con il marchese. Anch'essa credeva di esserne incapace: e sentì una
trepidazione, un ticche tacche nel cuoricino, proprio come quando recitò la
poesia alla distribuzione dei premi. Ratteneva il fiato, quasi ciò contribuisse
a renderla leggiera di più. E si trovò leggiera, si trovò che girava, come
fosse con Tognino. Era contentona di scoprirsi sufficiente a danzare con il
marchese così ricco, così buono, così degno per tutte le parti. Riprovava la
dolcezza degli applausi, che scoppiarono, quando terminò di recitare la poesia
alla distribuzione dei premi.
Che gioie pure, oneste, limate,
delle quali non si trova respice nei sollazzi troppo ebeti o troppo sensuali
dei circoli e dei ridotti cittadini!
* * *
Ma il valzer bisogna gustarlo e
ammirarlo in quella coppia che è partita adesso.
Sono Cencio e Zolfina; Cencio, un
garzone pettinaio, lustro, attillato, snodato; Zolfina, la piccola cucitrice,
una testa ghiribizzosa da modista, un collo da libellula, un fianco da vespa,
una divincolazione elastica da serpente.
La coppia comincia a ciondolare
lemme lemme i suoi passi di scuola in una altalena tagliata con precisione come
se cavalcassero una capra di legno. Poi un rabesto, un frullone, e la coppia si
slancia attorno nella sala; fa quasi una sosta nel bel mezzo e forma di quattro
tegole il teatro dei suoi movimenti. Si vede fra la testa e i piedi dei
danzanti un vuoto in forma di asta, di raggio, di asse o come altrimenti lo
chiamino i matematici, intorno a cui girano fittissimamente due persone, che
paiono una persona sola confondendo, e quasi direi, sopravanzando per velocità
la luce: — dintornate di quella nebbia, che è prodotta dalle sporgenze e dai
frastagli di ogni cosa che giri intorno a sé stessa. Le teste sono immobili e i
piedi trinciano leziosamente e ricamano dei merletti sul pavimento.
Fin qui non c'entra ancora la
poesia: c'è soltanto l'arte. Infine la coppia si ricaccia nel vortice largo del
ballo, che li mena di su e di giù; e Cencio e Zolfina, per necessità di
ripigliare vigoria, si stringono e si abbarbicano. Allora viene l'amore con la
poesia, vengono i profumi di mandragora e di cinnamomo, i silfi e le
ispirazioni del fu commendatore La Farina.
Spariscono gli angoli della sala;
le pareti si curvano in circoli e in conche; si rompono le persone degli
astanti, come bastoni tuffati nell'acqua; guizzano per l'aria delle iridi
vaghe; nel solaio ci sono delle nubi; nei piedi vi sono degli sfolgorii.... e
cionondimeno non si sente più la stanchezza; perché le piante paiono spinte in
su da bòtte elastiche. Allora ogni svolazzo di capelli, ogni toccatina di mani,
ogni dileticamento risveglia una delle più larghe ebbrezze che dormano nella
carcassa umana.
* * *
Di fuori nevicava; ed era bello
vedere dalla sala calda del ballo il formicolìo di quei pizzichi bianchi che
spruzzava il nero azzurro dell'aria quasi virgole di gesso che si movessero
sopra una lavagna. Ma quei pizzichi di neve giungono infesti sulla faccia arsa
e sudata di cinque moscioni cacciati allora dall'ultima osteria, con l'anima
mescolata di mangiamoccoli e di brigante. La neve candida li noia e li
stizzisce, come la fanghiglia del trivio....
«Accidenti!» dice uno di essi.
«Stanotte il cielo è infreddato come un asino, e vuole sputarci addosso il suo
fegato...»
E lì una grossa bestemmia al
Padre Eterno, ai Santi del Paradiso e ai Padri della Chiesa.
Giunti in piazza, la vista del
Castello illuminato e il suono dell'organino li offendono ancora di più.
«Perrr... dicoli... Chi sa perché
quei tamburi hanno da ballare e da divertirsi?... Ah, ah! Perché avevano sedici
soldi da buttar via... E noi che non li abbiamo avremo a star qui alla
misericordia di Dio e della Madonna Santissima?... Non c'è sedici soldi che
tengano! Noi vogliamo ballare grrratis... perché abbiamo le gambe noi, come gli
altri, noi.» Eccoli lì in piazza, sotto la neve, di notte pullulano per
generazione spontanea il Comunismo, l'Internazionale, le teorie di Proudhon e
di Karl Marx.
Eppure persino i paracarri che
circondano la piazza lo sanno che, se i gaudenti del villaggio danzano là
dentro per cinquanta o per ottanta centesimi, si è perché eglino o i loro padri
li hanno sparagnati lavorando; e anch'essi, i beoni, li avrebbero, se non li
avessero arrandellati all'osteria.
Ma quei cinque avvinati ne sanno
meno dei paracarri, e si avanzano violenti verso la porta del Castello.
Un canucciaccio presso il suo
pagliaio, un amministratore di una società operaia alla custodia della sua
società valgono due tanti più degli altri cani e degli altri uomini. Quindi
quelli che stavano alla guardia del Castello — terribili per essere in funzione
— ributtarono egregiamente l'assalto degli ubbriaconi, e poi sprangarono la porta.
Ma questi cominciarono a sfiondarvi delle pietre contro. Ton! e Toun! Che
rompimento! Ai guardiani scappò la pazienza: uscirono per acciuffare i
guastafeste: ma, mentre si riapre la porta, cotestoro fanno impeto, e si
intrudono dentro. Succede un parapiglia, un rincantucciarsi e un aggrapparsi di
panni e di membra umane; un urlare, un bestemmiare... e poi dei gemiti
compressi come sotto un cuscino... Si sentono e si vedono cascare dei tavoli,
rompersi dei vetri, schiacciarsi delle lucerne, spandersi dei lumi per le
terre... Il valzer di sopra si scompiglia: i ballerini e le ballerine, le mamme
e i giocatori di tarocchi sono già tutti sul ripiano della scala; e gridano e
piangono e alzano le mani.
Discende snello la scala Tognino
in aiuto dei suoi superiori bullettinai e guardaportoni. — E uno di quei
briachi gli dice: Voglio ballare con quella somara della tua amorosa...
Tognino si tocca in testa, perché
non gli scoppi il cervello che rigurgita di sangue: poi fruga nel taschino del
panciotto... non lo trova... fruga dentro le saccocce dei calzoni... lo ha
trovato... Si sforza, si slenta per aprirlo con le unghie... non può. Ah, lo
morde con i denti... lo ha aperto: e già scintilla nell'aria l'osceno bagliore
della lama di un coltello...
Raddoppiano le grida, i
singhiozzi sulla galleria gremita del ripiano, come sull'orlo di un fiume
quando altri si annega; ma su quelle grida si leva un no! così possente e così dolce, come fosse stato musicato da
Beethoven, un no da madre, a cui i carabinieri o il tifo vogliano portar via il
figliuolo...
È la marchesina di Rena Bella,
che discende le scale e dalle sue movenze, dai suoi passi, si sviluppa una
santa, una divinità.
Fammi il piacere, Publio Virgilio
Marone: prestami il quos ego del tuo Nettuno, che abbonazza il mare arruffato:
Ac, veluti magno
in populo quum sæpe coorta est
Seditio,
sævitque animis ignobile volgus;
Jamque faces et
saxa volant...
No: racchetati, Virgilio Marone!
Tutti i tuoi versi non valgono il no della marchesina di Rena Bella.
A quel no gli ubbriaconi
domandano subito scusa a tutto il mondo, scuse incomode, perché mandano in
faccia delle zaffate calde di odore vinaticcio. Fortunatamente sopraggiunge il
signor Sindaco, che in quel mezzo tempo aveva dato una scappata a casa sua per
verificare le serrature degli usci; ed ora finisce egli per spedirmeli
definitivamente alla cuccia spinte e sponte quei rompiscatole.
* * *
Cessato il tramestio, i popoli
ritornano al ballo; hanno il cuore che salta nel petto. Gran mercé che arriva
la monferina aspettata dalle mamme, dalle brutte e dai contadini, i diseredati
del secolo, che non nacquero a tempo per imparare la polca!
Finalmente! A due, a tre, a
quattro, a dozzine sono tutti in giro, che diguazzano le gambe,
ringalluzziscono la testa, passeggiano superbi, interiti, a braccetto: poi
turbinano in un cerchio; poi balzellano una ninna nanna, un bilancione a fronte
a fronte...
Si divertono tutti: anche la
marchesa, anche Azzurra la ballano la monferina; e come ne guadagna la
monferina-instituzione!
Persino il fattorino del buffet
con il suo grembiule allacciato davanti è trascinato a ballare la monferina...
Ci sono dei contadinotti che nella monferina arrischiano dei passi di polca; a
un altro ballo imbroccheranno la polca intera.
«Indietro! Indietro!» Sono due
giovanotti con i pantaloni gonfi e scuri, portati dal battaglione, due
ex-bersaglieri stati a Napoli, che vogliono far vedere la
tarantella: scoccano e chioccano le dita e ne fanno dei tamburelli; si guardano
da pulcinella e da lancieri; e poi un salto dall'avanti all'indietro: e poi
prillano in aria dei doppietti e dei terzetti... Bravi! Viva la tarantella!
Ma l'organino ha finito di
suonare, troppo presto per quei poveri diavoli e per le povere diavolesse, che
ballano soltanto la monferina, e pensano che ci vorranno ancora altri tre
ballabili prima che se ne suoni una seconda. È crudele! Ritornano, una nuova
polca, una nuova mazurca e un nuovo valzer e poi, Deo gratias!, una nuova monferina,
e quindi ancora un'altra polca, un'altra mazurca, un altro valzer, come sopra,
tramezzati da qualche raro scottisch, che è una variazione della polca senza
personalità distinta.
Sono le due: i sopracciò della
Società Operaia vogliono che si finisca il ballo a rigore di cartellone; i
giovanotti e le ragazze ne domandano ancora per carità una fettuccia.
Andate a casa, figliuoli e
figliuole! Avete tutti domattina da filare o da annaspare o da piallare o da
frugare nei terricci...; e poi vi sono a casa delle madri così madri e delle
sorelle brutte così brutte, che non poterono nemmanco venire a far tappezzeria
nel ballo. Esse sono quelle che vi hanno stirato con tanto impegno lo sparato e
i manichini della camicia, ed ora non dormono mica; ma un po' si allegrano
pensando a voi altri; e pare loro di essere qui a vedervi ballare e fare
onestamente all'amore; e come godono dell'immagine dei vostri godimenti! Poscia
si turbano pensando alle risse che accadono nelle feste pubbliche e al pericolo
che vi portino a casa con la testa sfracellata o con un occhiello nella gola...
Se voi tardate ancora, le poverette appena sentiranno un gemito di passerotto
nella strada, esse balzeranno dal letto, e con le vesti disordinate, con i
capelli incatricchiati, magari in camicia, verranno qui a pigliarvi...
Andate, figliuoli e figliuole!
Non fate stare di più in pena le vostre madri afflitte e le vostre sorelle
brutte!
Alle due e mezza la sala calda
dei matrimoni restituiva al freddo delle vie una cinquantina di persone.
Aveva cessato di nevicare. Non
c'erano più i batuffoli di cotone appiccicati alla cappa del cielo; il
cristallo si era districato del proprio invoglio di trucioli e tritoli di
carta; e l'azzurro del firmamento era così terso, così unisono, la luna così
cara e così immacolata, che era un peccato non poterli baciucchiare, leccarli,
far loro carezze.
Alle due e tre quarti, rovesciata
una scranna, svegliato il cane di casa, ringalluzzite la mamma e le sorelle per
il ritorno, i giovanotti del ballo con le orecchie tintinnanti di musica si
tuffavano nel buio delle loro camerette; e ciascuno desiderava gaiamente e
follemente di esser egli stesso il buio, in cui allora si immergevano,
richiarandolo, Azzurra, Malinconica, Zolfina e la marchesa di Rena Bella.
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