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Giovanni Faldella
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      • 7 - I Fumajuoli
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7 - I Fumajuoli

 

Ai miei elettori provinciali del Mandamento di Livorno Piemontepiccolo segno della molta perpetua mia gratitudine per la benevolenza dimostratami nelle due elezioni passate, appena io ebbi la barba legalepadronissimi i medesimi di scegliersi un rappresentante meno letterario e più amministrativo nell'avvenire.

 

Avanti che la falda destra di Valverde scivoli nel torrente, sopra un bernoccolo di poggio si appollaiano una ventina di case bigie, timide, freddolose, che fanno tutte a restringersi addosso alla chiesa parrocchiale, loro chioccia. Sopra di esse e quasi a filo di piombo posa un villino, color di rosa, le persiane verdi verdi, che accusano una ripassata recente di vernice, e un terrazzo largo spatolato in luogo di tetto. Per poco che tu sia dimestico con i secentismi ridivenuti di moda, chiami quella palazzina il mento del villaggio, come il campanile parrocchiale lo dici il suo naso, il suo becco.

Padrone del villino è il padre di un mio giovane amico, che gli alpigiani di Valverde hanno fatto di fresco loro deputato, presso il quale io sono solito di andare a sbarcare un poco d'estate, sicuro di far piacere all'amico e a me.

Ci fui anche a statare l'agosto prossimo passato: e mi succhiavo ad ogni imbrunire un'ora di contemplazione sul terrazzo. Né volevo punto compagnia. La serva di casa diceva che io andavo colassù a recitare il breviario. Invece io mi divertivo a passeggiare sulla testa del villaggio sottostante. Una sera mi posi ad osservare le ròcche dei camini che fumavano per le cene. Alcune mettevano un fumo debole, patito, compassionevole, che usciva stracciato dai fori delle gole dei camini appena a fior di tetto. Erano come vampe di tabacco andate di traverso che uscissero dalle narici di un pipatore inesperto. Quel fumo aveva quasi vergogna di lasciarsi scorgere: radeva i comignoli, annebbiava le gronde e poi via, spariva. Altre torrette sbuffavano invece un fumo rigoglioso, lussurioso, pettoruto, che piantava in aria un colonnone diritto. Altri fumajuoli sfiatavano delle nuvole di color celeste, allegre, gentili, cosicché avrebbero potuto servire d'invoglio ad angioli, a genietti di famiglia; esse uscivano dai camini governati da ragazze buone e amabili.

Infine altre ròcche sviluppavano ondate di fumaccio rassegato, nero come fuliggine che nuotava e barellava nell'aria e la sporcava. Poi tutte quelle varietà, colonne, liste, strappi di fumi, si accavallavano, si carezzavano, si confondevano: facevano e rendevano una vita vera con le nuvole di sopra e con gli embrici di sotto; si raccontavano le loro scaturigini in un linguaggio impercettibile, simile al romìo delle erbe che spuntano; narravano le grasse cucine e i magri testamenti, miserie e lautezze, lessi nel vino bianco e baccelli bolliti senza un ette di lardo.

I fumi ascendevano, e la mia fantasia si accendeva di più. Su, su: i fumi, non erano più fumi, bensì vapori, raffiguravano battaglie caledoniche, l'asta di nebbia che reggeva l'ombra di Cucullino aggirandosi intorno le muraglie di Tura, spettri di Shakespeare, amazzoni, centauri aerei, costanze femminili... vestiarii di poeti.

I primi fumi si erano annegati nell'atmosfera. Oh, chi sarà buono ancora a pescarmeli e rifarmeli ad uno ad uno e ricondurmeli davanti con gli stessi atomi? Nessuno, oppure colui che potrà disfare l'unità d'Italia e sbocconcellarla nelle pillole antiche. — Questo era un pensiero da deputato: e per esso mi misi a passeggiare più gravemente sul terrazzo.

Intanto le ròcche dei camini buttavano, sebbene più rimessamente, nuovi fumi, diversi, radi, densi, pallidi, coloriti.

Tan! Tan! Quell'impiccato di campanone mi assordò con un picchio che mi parve una martellata sulla testa. Basta, basta, signor campanone, ho già capito... la tua Avemmaria; vuol dire: minestra, minestra!

 

* * *

 

In cambio di calar giù a mangiar la cena dell'amico, mi saltò nell'animo di infilare i fumajuoli e di scendere a sindacare le cinquanta pappe del villaggio. Vidi dei cerchi di fanciulli scamiciati con le pupille piene zeppe di luce attorno al focolare che aspettavano si staccassero dalla catena il pajuolo o la pentola... Che gusto per loro vedere fare alla polenda il tombolo fumante, annusarne il profumo caldo e poi grattare i cialdoni dalle lamine del pajuolo, poi tener dietro alla mamma e alla figliuola maggiore che scodellano la minestra, e pregarle che non facciano loro dei torti! C'è una gerarchia di ciotole, di tondi, di piatti e di piattini sull'arca... La scodella nera per il babbo e la mamma e quella fiorettata per la ragazza da marito: quel ciotolone di legno largo come un vaglio per Sandraccio, un bastracone di servitore, che quando era al reggimento si fece passare razione doppia, mediante una perizia del medico. I bambini che hanno già scuffiato la loro cibaglia raccattano i legumi dimenticati in fondo alla marmitta, facendo suonare il cucchiaio contro le pareti di terra cotta: musica sacra per loro! Intanto pensano a quando saranno promossi alla scodella maggiore. I grandi portano una tenerezza particolare alla loro ciotola: di giorno, quando faticano come bestie, si consolano raffigurandosela dinanzi nella foggia conosciuta, con le incrinature imparate a memoria e con il cucchiaio piantato ritto in mezzo ad una minestra consistente. È una tenerezza e una consolazione naturalissima prodotta dal trovarsi in armonia con la propria coscienza, con la Bibbia, con il fine di tutta quanta l'umanità: Vivrai e mangerai del sudore della tua fronte.

I contadini cenano fuori dell'uscio di casa, a solatìo, seduti sopra uno scanno da lavandaia, o su un trespolo o su un treppiede, od anco assettati per le terre. Discorrono poco, perché non hanno lo scilinguagnolo arrovellato dai prudori del sigaro, delle dame e della vita esterna artificiale; parlano piuttosto internamente nella tranquillità del loro animo, come Scipione, l'Africano maggiore...

Di tanto in tanto, pari al guizzo d'un pesce sopra la superficie dell'acqua, salta fuori dalla bocca di uno di loro un motto ridevole o sulla maniera usata dal parroco nel fiutare il tabacco, che lo semina tutto per via: o sul segretario comunale, che lascia sempre penzolare dalle falde del suo giubbone il tovagliolo del suo fazzoletto da naso.

Poi silenzio di nuovo; e silenziosamente guardano le nuvole che vanno a coricarsi sul profilo della montagna, tarlato e scosceso dai fulmini; pare che di notte vadano a rosicchiarlo dei topi immani con le code penzolanti sul burrone. — Quel profilo si annerisce e si nasconde, e i contadini vanno a cucciarsi, i giovanotti sulla fenaia, e i più freddolosi nella stalla; il padre e la madre, il patriarca e sua moglie nell'unica camera da letto a piano terreno; le fanciulle, tutte le fanciulle nel solaio che i notai chiamano defunto. Da questo terrazzo se avessi una falce lunga potrei falciare con un solo tratto e allo stesso livello tutte le ragazze del villaggio.

Ce ne sono delle belle fra le contadinotte in barba alla letteratura inguantata d'adesso che le sberta tutte come sucide ed irrugginite, dove gli arcadi di una volta le falsavano in coriste e figuranti d'opera.

Esse non hanno come certe signore un alito di zuccaro infortito, né una schiena bucata, né spalle aguzze, né chiazzette gialle o di verderame nascoste sotto le rose falsificate del volto; ma una forma repleta, una fragranza di ciliegia in bocca, una pesca sulle guancie. Se sono bionde e se ridono, paiono risi di sole; e se distendono la capigliatura questa sembra un manto, un baldacchino di stelle passate alla filiera.

Dunque quelle contadinotte senza calligrafia dormono sul solaio sopra un saccone di paglia, in mezzo ai cenci e ai mucchi di segala e di grano turco; giaciono in positure salde, come vuole la fisiologia del riposo, sognano la loro bolla di sapone, il loro mondo piccolo e iridato; hanno di sopra nient'altro che i coppi e Dio. — Talvolta fra gli screpoli del tetto si insinua una stella birichina con i battiti tremuli della sua luce a risguardarle.

 

* * *

 

M'accorsi che c'erano due torrette di camino che non fumavano. Anche il campanile scampanava e non fumava. Oh, si dovrebbe trasmutare quel campanile seccatore ed infecondo, si dovrebbe trasmutarlo nel fumajuolo di un'officina!

Oh, ce n'è uno , un opifizio prima dello sbocco della valle. E appunto all'Avemmaria rimanda fuori una litania di gente, fanciulli, ragazze, donne, uomini, tutti sparuti, con i globuli del sangue impoveriti, con le facezie stentate, con l'alito pesante come un mattone, con i polmoni infastiditi dalla peluria volitante dei panni scamatati. È una fatica da cani fare il battilano o il divettino in quegli stanzoni bassi e corrotti. Non la si può sopportare nemmanco in nome dei vecchi genitori o dei bambini lattanti; ci vuole qualcosa di più grosso per autenticare quello struggimento, come a dire Dio, il dovere, la vita eterna. Ora il custode, e il rammentatore di tutto questo si trova alle radici del campanile, è il prete, il parroco. Si dirà che la razza dei preti è una razza artifiziata, come quella dei buoi inglesi da macello allombati e ingrassati e ridotti a piccolissime ossa. — Ma è una razza necessaria che bisogna conservare per l'arte e per la morale. Quel salsicciotto nero con il tovagliolo infisso nel collaretto, con la testa rossa ammattonata dalla castità, con certe movenze di gomiti nello spolverare il tabacco dalla cotta, con una semplicità di credenze e di costumi fabbricatagli dalla pratica e dalla lettura degli esempi cristiani, a tavola, interrogato dal gatto e dalla fantesca, riesce una cosa cara, utile, artistica; a cui si possono fare delle confessioni, che non si oserebbero aprire ad altri, e che può dare dei consigli, i quali proferiti da niun altro non verrebbero ascoltati.

 

* * *

 

Per esempio, quella ròcca di camino che non fumava: era di un giovane ingegnere nipote del parroco. Tanto per passare le vacanze, aveva fatto la corte ad una damigella del paese, detta tota nuova, perché era di nascenza contadina, e credo abbia guardato qualche po' le oche; ma poi per una eredità di trentamila lire appioppatale da un vecchio e lontano cugino si diede alla tota; metto la parola piemontese che è anco latina, e credo la più piena e la più decorosa di tutti i dizionari a significare le ragazze da marito ammodo. Dopo avere cominciato per celia, l'ingegnerino s'addiede che la cosa volgeva al serio: la fanciulla gli moriva addosso, e si teneva sicura con lui del settimo sacramento. Un giorno egli fu costretto a piangere sopra gli errori d'ortografia della sua bella. La quale gli scriveva che se egli la tradiva, essa sarebbe morta tesica. Tota Nuova non era da lui: trentamila lire sono appena un partito da medico condotto o da segretario comunale; persino i farmacisti ne pretendono già quaranta, e la categoria dei giovani ingegneri è dalle ottantamila alle centomila lire.

Pure per quanto egli rimuginasse nella sua mente non gli sovveniva fra le damigelle ricche da lui vedute una che gli fosse così soave, così morbida, così omogenea come Tota Nuova. Questa gli pareva proprio il cuscino su cui avrebbe quietato la sua esistenza; eppoi era la sola delle damigelle al mondo che fosse andata alla sepoltura della madre di lui. Egli scappò a domandar consiglio dallo zio prevosto: e questi con quattro parole spicce, casalinghe, evangeliche gli rispose, che sposare tota nuova, per lui che la aveva infestata della sua corte era più che una convenienza, un dovere di giovane onesto. Ora l'ingegnerino e l'ex tota nuova sono andati a Genova a fare il viaggio melato degli sposi rurali piemontesi, ad avvolgersi con un viso tra imbrogliato e ridente per quella città sintetica, accavallata, con il suo ponte gittato sopra i quartieri, immagine della circuminsessione di Vincenzo Gioberti, a farsi bagnare nella villeggiatura di Pegli dagli spruzzi traditoreschi d'acqua; a vedere per la prima volta il mare e lo sfilare dei galeotti, sberrettantisi davanti i caporali con l'umiltà stupida delle bestie domate.

 

* * *

 

L'altro fumajuolo che zittiva era di un paesanotto, che aveva guardato per due anni una bella bruna dagli occhi scintillanti, e con due cernecchi sulle tempie, che stracciavano l'anima.

L'aveva però soltanto guardata, e non le aveva parlato mai.

Alla sera si addormentava farneticando di lei, e alla mattina si svegliava con una predica per la stessa. Ma la cosa era più forte di lui: ei non fu mai capace di dirle una parola. Volle andare a lavorare in città per fare un gruzzolo. E si aspettava di dirle poi tutto nel ritorno, quando sarebbe stato più sveglio e più ardito. In questo mezzo un suo compagno gliela sgraffignò, la bella bruna, e se la sposò. Tornato egli al paese e saputo il caso, divenne bianco come un lenzuolo di bucato, ma non palesò mica niente a nessuno: accorò dentro sé stesso: piangeva in secreto: trovava sempre la minestra poco salata: doventò un terremoto in casa; faceva disperare la mamma, egli che era prima una pasta di zuccaro: un giorno che, sbacchiando le noci, si pestò un'unghia, si mise a guaire, a mugolare, ad intronare il vicinato, come se si ammazzasse l'animale. Finalmente volle partire per l'America. Non valsero i lucciconi della mamma, che le munsero gli occhi, non valsero i consigli dei parenti vecchi, non ci fu cristi a rattenerlo. — O partire per l'America, o strangolarsi con il fazzoletto del delle feste. — Bisognò vendere una mezza giornata di campicello per accozzare i denari del viaggio. — Ed ora sono tutti e tre a Genova; lui, la mamma e una sorella piccina, in uno stanzone terreno di trattoria seduti a desco fra marinai, facchini e carabinieri, davanti a due litografie colorate, l'una del Re e l'altra di Mazzini, appese alle pareti. La madre piange di dentro e di fuori, e muove meccanicamente la forchetta. La piccina, inebbriata dei palazzi altissimi veduti, del profumo degli aranci, degli odori acuti di pesce salato, è curva sul suo piatto, mangia, e non pensa al fratello che parte. Questi pare una cosa balorda: scuote la testa da bufalo e si fa passare le mani nei capegli; poi zufola fra i denti a mezzo fischio; ha le ciglia asciutte, l'anima impietrita. Partirà: lo metteranno in una sentina; starà tanti giorni in mezzo al fumo e al carbon fossile; diverrà sucido, nero; non vedrà più che cielo ed acqua; acqua verdognola che fa dei vomeri e delle creste biancastre; maria undique et undique cœlum, e non mai la terra, su cui si posano i piedi così sodi... Sbarcherà chissà dove... in mezzo a gente che egli non capirà e che non gli vorrà bene... Non vedrà più il suo sindaco, il suo campanaro con la gobba davanti e di dietro, che egli da piccino ha fatto ingangherire tanto, i suoi compagni, con cui faceva alla pallate di neve... Oh, se gli capitasse di incontrare sulle rive del Mississipì il furfante che gli ha rubato la bruna! — Lo bacierebbe se lo inciampasse sulle rive del Mississipì! — È comodo a casa propria biasimare la cottura della minestra; è una galanteria venire ammalati nel proprio letto e lagnarsi della mamma, che ci secca con le sue assiduità... Ma aver fame, aver male lontano lontano dal nostro paese; gridare ed essere certi che ci sentirà Iddio, ma non ci ascolta nessun parente, nessun amico — è troppo, è orribile...

Oh, ci fosse qualcuno che non lo lasciasse partire quel giovinotto, per amore di lui e di sua madre! — C'è stato il prevosto di Valverde, che ha detto a suo nipote, prima di accomiatarlo per il viaggio della luna di miele: «Va' a suonare tutti i campanelli dei tuoi conoscenti, e trova del lavoro a quel ragazzaccio, dovunque siasi, pur di non lasciarlo partire per il Nuovo Mondo.» Fu agevole all'ingegnere trovare per il giovane contadino del lavoro rendevole. E mentre pesava su quel desco una scena grigia, plumblea, eccoli entrare sfolgorando nella trattoria il giovane ingegnere con la sua sposina; e dire alla madre, al figlio, alla bambina una valanga di cose — e accompagnare il giovane sopra un bastimento, che non lo menerà in California, ma in Sardegna alla costruzione di nuove strade ferrate, dove avrà cinque lire al giorno e farà rosolare la fronte a benefizio della madre patria — e promettergli per giunta, che al ritorno gli preparerà una dozzina di ragazze, sei brune e sei bionde, perché vi scelga la sposa nel mazzo.

 

* * *

 

I fumajuoli sospiravano sempre più languidamente sui tetti; poi mancò loro affatto lo spirito e si spensero. Dove il grigio della valle sbocca nell'azzurro della pianura cominciò a formicolare un concistoro di lucciole. Era la città che si illuminava a gaz. La città con la Borsa, codesta fabbrica legale e soleggiata di monete mezze false, in cui la cartella e la cambiale ti ammiccano da cortigiane, e in cui si creano dal nulla delle fortune sperticate, mentre le fatiche proficue e necessarie della terra e dell'ingegno rendono della miseria — la città con il tribunale incrostato di lagrime e di sangue — con migliaia di uomini che dormono, mangiano, ridono in camere mobiliate e dal trattore, senza babbo, né mamma, né sposa, né sorelle. Ciò è falso! — nel villaggio almeno quasi tutti hanno la famiglia, che è il nido dell'uomo. E dietro queste montagne quanti altri villaggi vi saranno felici nella propria pelle! Dopo le Alpi la Francia anch'essa con città e villaggi... dopo la Francia il mare... poi l'Inghilterra con villaggi e città... poi l'Oceano... poi l'America... Oh, come in considerazione della terra è piccolo il sindaco di Valverde! E sopra noi nel firmamento, e disotto a noi nella sabbia, nella muffa, nella goccia d'acqua o di latte quanti mondi, quanti infiniti! E ciascuno è ordinato e contento dentro la sua buccia.

Vedevo il campanone a far giravolte e capriole con il suo battocchio; e non lo udivo più sonare. In cambio sentivo un ronzìo d'insetti, che dalla terra saliva in su, diventando tintinnìo, poi marcia strepitosa e sfolgorante. Era la musica degli astri, che girando camminano, la musica descritta da Cicerone, che noi non sentiamo, perché siamo tutti e sempre egualmente immersi in essa: così non sentiamo il peso perpetuo dell'aria che preme uniformemente ogni nostra parte. Intesi quelle note formare quasi dei grappoli di api in aria; mi pareva un palleggiamento di avemmarie paradisiache... Ricevevo nell'animo degli splendori, come quasi si aprissero delle finestre in un immenso stanzone oscuro... Doventavo più leggero... Ascendevo; mi tuffavo nell'azzurro, nel cielo. — Provavo un istante di solitudine così beata, che avrei pagato un'oncia del mio sangue, perché niuno venisse a rompermela.

Comparve nel capannuccio della scala la servetta maghera, ombrosa, una mezza servetta, degna di essere stata scritta da Dickens; la quale mi avvertì, che scendessi a cena. Tombolai la scala e mi trovai nel salotto terreno, dove scopersi, illuminata da una lampada, tutta la ripienezza e la felicità di una famiglia: un figliuolo deputato, un babbo con gli occhiali verdi e con la papalina da notaio; una sposa bionda e lustra per la contentezza; una suocera tutta cuffia, tutta faccende, tutta gomiti; un cane pelliccione che indorava la sua lana ricevendovi dentro la luce del petrolio; un gatto tristo che rantolando studiava una marachella contro il cane nella divisione della broda; una gabbia di canarini e l'almanacco di Mantegazza. — Messici a tavola, il mio giovane amico si lagnò che i vermicelli sentivano di fumo. Ed io gli risposi: «Va' a Roma, perché il genere umano è un complesso di servitù, e fra le servitù c'è anche quella del deputato. Ma, ricordati: se , incapperai dei colleghi, dei giornalisti, della gente senza cuore e senza famiglia che ti morderanno; allora tu vieni a casa, ché qui solo c'è l'elisire, il quale ti risanerà infallibilmente, ed è la minestra del tuo fumajuolo





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