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Ai miei elettori
provinciali del Mandamento di Livorno Piemonte — piccolo segno della molta
perpetua mia gratitudine per la benevolenza dimostratami nelle due elezioni
passate, appena io ebbi la barba legale — padronissimi i medesimi di scegliersi
un rappresentante meno letterario e più amministrativo nell'avvenire.
Avanti che la falda destra di
Valverde scivoli nel torrente, sopra un bernoccolo di poggio si appollaiano una
ventina di case bigie, timide, freddolose, che fanno tutte a restringersi
addosso alla chiesa parrocchiale, loro chioccia. Sopra di esse e quasi a filo
di piombo posa un villino, color di rosa, le persiane verdi verdi, che accusano
una ripassata recente di vernice, e un terrazzo largo spatolato in luogo di tetto.
Per poco che tu sia dimestico con i secentismi ridivenuti di moda, chiami
quella palazzina il mento del villaggio, come il campanile parrocchiale lo dici
il suo naso, il suo becco.
Padrone del villino è il padre di
un mio giovane amico, che gli alpigiani di Valverde hanno fatto di fresco loro
deputato, presso il quale io sono solito di andare a sbarcare un poco d'estate,
sicuro di far piacere all'amico e a me.
Ci fui anche a statare l'agosto
prossimo passato: e mi succhiavo ad ogni imbrunire un'ora di contemplazione sul
terrazzo. Né volevo punto compagnia. La serva di casa diceva che io andavo
colassù a recitare il breviario. Invece io mi divertivo a passeggiare sulla
testa del villaggio sottostante. Una sera mi posi ad osservare le ròcche dei
camini che fumavano per le cene. Alcune mettevano un fumo debole, patito,
compassionevole, che usciva stracciato dai fori delle gole dei camini appena a
fior di tetto. Erano come vampe di tabacco andate di traverso che uscissero
dalle narici di un pipatore inesperto. Quel fumo aveva quasi vergogna di
lasciarsi scorgere: radeva i comignoli, annebbiava le gronde e poi via,
spariva. Altre torrette sbuffavano invece un fumo rigoglioso, lussurioso,
pettoruto, che piantava in aria un colonnone diritto. Altri fumajuoli sfiatavano
delle nuvole di color celeste, allegre, gentili, cosicché avrebbero potuto
servire d'invoglio ad angioli, a genietti di famiglia; esse uscivano dai camini
governati da ragazze buone e amabili.
Infine altre ròcche sviluppavano
ondate di fumaccio rassegato, nero come fuliggine che nuotava e barellava
nell'aria e la sporcava. Poi tutte quelle varietà, colonne, liste, strappi di
fumi, si accavallavano, si carezzavano, si confondevano: facevano e rendevano
una vita vera con le nuvole di sopra e con gli embrici di sotto; si
raccontavano le loro scaturigini in un linguaggio impercettibile, simile al
romìo delle erbe che spuntano; narravano le grasse cucine e i magri testamenti,
miserie e lautezze, lessi nel vino bianco e baccelli bolliti senza un ette di lardo.
I fumi ascendevano, e la mia
fantasia si accendeva di più. Su, su: i fumi, non erano più fumi, bensì vapori,
raffiguravano battaglie caledoniche, l'asta di nebbia che reggeva l'ombra di
Cucullino aggirandosi intorno le muraglie di Tura, spettri di Shakespeare,
amazzoni, centauri aerei, costanze femminili... vestiarii di poeti.
I primi fumi si erano annegati
nell'atmosfera. Oh, chi sarà buono ancora a pescarmeli e rifarmeli ad uno ad
uno e ricondurmeli davanti con gli stessi atomi? Nessuno, oppure colui che
potrà disfare l'unità d'Italia e sbocconcellarla nelle pillole antiche. —
Questo era un pensiero da deputato: e per esso mi misi a passeggiare più
gravemente sul terrazzo.
Intanto le ròcche dei camini
buttavano, sebbene più rimessamente, nuovi fumi, diversi, radi, densi, pallidi,
coloriti.
Tan! Tan! Quell'impiccato di
campanone mi assordò con un picchio che mi parve una martellata sulla testa.
Basta, basta, signor campanone, ho già capito... la tua Avemmaria; vuol dire:
minestra, minestra!
* * *
In cambio di calar giù a mangiar
la cena dell'amico, mi saltò nell'animo di infilare i fumajuoli e di scendere a
sindacare le cinquanta pappe del villaggio. Vidi dei cerchi di fanciulli
scamiciati con le pupille piene zeppe di luce attorno al focolare che aspettavano
si staccassero dalla catena il pajuolo o la pentola... Che gusto per loro
vedere fare alla polenda il tombolo fumante, annusarne il profumo caldo e poi
grattare i cialdoni dalle lamine del pajuolo, poi tener dietro alla mamma e
alla figliuola maggiore che scodellano la minestra, e pregarle che non facciano
loro dei torti! C'è una gerarchia di ciotole, di tondi, di piatti e di piattini
sull'arca... La scodella nera per il babbo e la mamma e quella fiorettata per
la ragazza da marito: quel ciotolone di legno largo come un vaglio per
Sandraccio, un bastracone di servitore, che quando era al reggimento si fece
passare razione doppia, mediante una perizia del medico. I bambini che hanno
già scuffiato la loro cibaglia raccattano i legumi dimenticati in fondo alla
marmitta, facendo suonare il cucchiaio contro le pareti di terra cotta: musica
sacra per loro! Intanto pensano a quando saranno promossi alla scodella
maggiore. I grandi portano una tenerezza particolare alla loro ciotola: di
giorno, quando faticano come bestie, si consolano raffigurandosela dinanzi
nella foggia conosciuta, con le incrinature imparate a memoria e con il
cucchiaio piantato ritto in mezzo ad una minestra consistente. È una tenerezza
e una consolazione naturalissima prodotta dal trovarsi in armonia con la
propria coscienza, con la Bibbia, con il fine di tutta quanta l'umanità: Vivrai
e mangerai del sudore della tua fronte.
I contadini cenano fuori
dell'uscio di casa, a solatìo, seduti sopra uno scanno da lavandaia, o su un
trespolo o su un treppiede, od anco assettati per le terre. Discorrono poco,
perché non hanno lo scilinguagnolo arrovellato dai prudori del sigaro, delle
dame e della vita esterna artificiale; parlano piuttosto internamente nella
tranquillità del loro animo, come Scipione, l'Africano maggiore...
Di tanto in tanto, pari al guizzo
d'un pesce sopra la superficie dell'acqua, salta fuori dalla bocca di uno di
loro un motto ridevole o sulla maniera usata dal parroco nel fiutare il
tabacco, che lo semina tutto per via: o sul segretario comunale, che lascia
sempre penzolare dalle falde del suo giubbone il tovagliolo del suo fazzoletto
da naso.
Poi silenzio di nuovo; e
silenziosamente guardano le nuvole che vanno a coricarsi sul profilo della
montagna, tarlato e scosceso dai fulmini; pare che di notte vadano a
rosicchiarlo dei topi immani con le code penzolanti sul burrone. — Quel profilo
si annerisce e si nasconde, e i contadini vanno a cucciarsi, i giovanotti sulla
fenaia, e i più freddolosi nella stalla; il padre e la madre, il patriarca e
sua moglie nell'unica camera da letto a piano terreno; le fanciulle, tutte le
fanciulle nel solaio che i notai chiamano defunto. Da questo terrazzo se avessi
una falce lunga potrei falciare con un solo tratto e allo stesso livello tutte
le ragazze del villaggio.
Ce ne sono delle belle fra le
contadinotte in barba alla letteratura inguantata d'adesso che le sberta tutte
come sucide ed irrugginite, dove gli arcadi di una volta le falsavano in
coriste e figuranti d'opera.
Esse non hanno come certe signore
un alito di zuccaro infortito, né una schiena bucata, né spalle aguzze, né
chiazzette gialle o di verderame nascoste sotto le rose falsificate del volto;
ma una forma repleta, una fragranza di ciliegia in bocca, una pesca sulle
guancie. Se sono bionde e se ridono, paiono risi di sole; e se distendono la
capigliatura questa sembra un manto, un baldacchino di stelle passate alla
filiera.
Dunque quelle contadinotte senza
calligrafia dormono sul solaio sopra un saccone di paglia, in mezzo ai cenci e
ai mucchi di segala e di grano turco; giaciono in positure salde, come vuole la
fisiologia del riposo, sognano la loro bolla di sapone, il loro mondo piccolo e
iridato; hanno di sopra nient'altro che i coppi e Dio. — Talvolta fra gli
screpoli del tetto si insinua una stella birichina con i battiti tremuli della
sua luce a risguardarle.
* * *
M'accorsi che c'erano due
torrette di camino che non fumavano. Anche il campanile scampanava e non
fumava. Oh, si dovrebbe trasmutare quel campanile seccatore ed infecondo, si
dovrebbe trasmutarlo nel fumajuolo di un'officina!
Oh, ce n'è uno là, un opifizio
prima dello sbocco della valle. E appunto all'Avemmaria rimanda fuori una
litania di gente, fanciulli, ragazze, donne, uomini, tutti sparuti, con i
globuli del sangue impoveriti, con le facezie stentate, con l'alito pesante
come un mattone, con i polmoni infastiditi dalla peluria volitante dei panni
scamatati. È una fatica da cani fare il battilano o il divettino in quegli
stanzoni bassi e corrotti. Non la si può sopportare nemmanco in nome dei vecchi
genitori o dei bambini lattanti; ci vuole qualcosa di più grosso per
autenticare quello struggimento, come a dire Dio, il dovere, la vita eterna.
Ora il custode, e il rammentatore di tutto questo si trova alle radici del
campanile, è il prete, il parroco. Si dirà che la razza dei preti è una razza
artifiziata, come quella dei buoi inglesi da macello allombati e ingrassati e
ridotti a piccolissime ossa. — Ma è una razza necessaria che bisogna conservare
per l'arte e per la morale. Quel salsicciotto nero con il tovagliolo infisso
nel collaretto, con la testa rossa ammattonata dalla castità, con certe movenze
di gomiti nello spolverare il tabacco dalla cotta, con una semplicità di
credenze e di costumi fabbricatagli dalla pratica e dalla lettura degli esempi
cristiani, là a tavola, interrogato dal gatto e dalla fantesca, riesce una cosa
cara, utile, artistica; a cui si possono fare delle confessioni, che non si
oserebbero aprire ad altri, e che può dare dei consigli, i quali proferiti da
niun altro non verrebbero ascoltati.
* * *
Per esempio, quella ròcca di
camino che non fumava: era di un giovane ingegnere nipote del parroco. Tanto
per passare le vacanze, aveva fatto la corte ad una damigella del paese, detta
tota nuova, perché era di nascenza contadina, e credo abbia guardato qualche
po' le oche; ma poi per una eredità di trentamila lire appioppatale da un
vecchio e lontano cugino si diede alla tota; metto la parola piemontese che è
anco latina, e credo la più piena e la più decorosa di tutti i dizionari a
significare le ragazze da marito ammodo. Dopo avere cominciato per celia,
l'ingegnerino s'addiede che la cosa volgeva al serio: la fanciulla gli moriva
addosso, e si teneva sicura con lui del settimo sacramento. Un giorno egli fu
costretto a piangere sopra gli errori d'ortografia della sua bella. La quale
gli scriveva che se egli la tradiva, essa sarebbe morta tesica. Tota Nuova non
era da lui: trentamila lire sono appena un partito da medico condotto o da
segretario comunale; persino i farmacisti ne pretendono già quaranta, e la
categoria dei giovani ingegneri è dalle ottantamila alle centomila lire.
Pure per quanto egli rimuginasse
nella sua mente non gli sovveniva fra le damigelle ricche da lui vedute una che
gli fosse così soave, così morbida, così omogenea come Tota Nuova. Questa gli
pareva proprio il cuscino su cui avrebbe quietato la sua esistenza; eppoi era
la sola delle damigelle al mondo che fosse andata alla sepoltura della madre di
lui. Egli scappò a domandar consiglio dallo zio prevosto: e questi con quattro
parole spicce, casalinghe, evangeliche gli rispose, che sposare tota nuova, per
lui che la aveva infestata della sua corte era più che una convenienza, un
dovere di giovane onesto. Ora l'ingegnerino e l'ex tota nuova sono andati a
Genova a fare il viaggio melato degli sposi rurali piemontesi, ad avvolgersi
con un viso tra imbrogliato e ridente per quella città sintetica, accavallata,
con il suo ponte gittato sopra i quartieri, immagine della circuminsessione di
Vincenzo Gioberti, a farsi bagnare nella villeggiatura di Pegli dagli spruzzi
traditoreschi d'acqua; a vedere per la prima volta il mare e lo sfilare dei
galeotti, sberrettantisi davanti i caporali con l'umiltà stupida delle bestie domate.
* * *
L'altro fumajuolo che zittiva era
di un paesanotto, che aveva guardato per due anni una bella bruna dagli occhi
scintillanti, e con due cernecchi sulle tempie, che stracciavano l'anima.
L'aveva però soltanto guardata, e
non le aveva parlato mai.
Alla sera si addormentava
farneticando di lei, e alla mattina si svegliava con una predica per la stessa.
Ma la cosa era più forte di lui: ei non fu mai capace di dirle una parola.
Volle andare a lavorare in città per fare un gruzzolo. E si aspettava di dirle
poi tutto nel ritorno, quando sarebbe stato più sveglio e più ardito. In questo
mezzo un suo compagno gliela sgraffignò, la bella bruna, e se la sposò. Tornato
egli al paese e saputo il caso, divenne bianco come un lenzuolo di bucato, ma
non palesò mica niente a nessuno: accorò dentro sé stesso: piangeva in secreto:
trovava sempre la minestra poco salata: doventò un terremoto in casa; faceva
disperare la mamma, egli che era prima una pasta di zuccaro: un giorno che,
sbacchiando le noci, si pestò un'unghia, si mise a guaire, a mugolare, ad
intronare il vicinato, come se si ammazzasse l'animale. Finalmente volle
partire per l'America. Non valsero i lucciconi della mamma, che le munsero gli
occhi, non valsero i consigli dei parenti vecchi, non ci fu cristi a
rattenerlo. — O partire per l'America, o strangolarsi con il fazzoletto del dì
delle feste. — Bisognò vendere una mezza giornata di campicello per accozzare i
denari del viaggio. — Ed ora sono tutti e tre a Genova; lui, la mamma e una
sorella piccina, in uno stanzone terreno di trattoria seduti a desco fra
marinai, facchini e carabinieri, davanti a due litografie colorate, l'una del
Re e l'altra di Mazzini, appese alle pareti. La madre piange di dentro e di
fuori, e muove meccanicamente la forchetta. La piccina, inebbriata dei palazzi
altissimi veduti, del profumo degli aranci, degli odori acuti di pesce salato,
è curva sul suo piatto, mangia, e non pensa al fratello che parte. Questi pare
una cosa balorda: scuote la testa da bufalo e si fa passare le mani nei
capegli; poi zufola fra i denti a mezzo fischio; ha le ciglia asciutte, l'anima
impietrita. Partirà: lo metteranno in una sentina; starà tanti giorni in mezzo
al fumo e al carbon fossile; diverrà sucido, nero; non vedrà più che cielo ed
acqua; acqua verdognola che fa dei vomeri e delle creste biancastre; maria
undique et undique cœlum, e non mai la terra, su cui si posano i piedi così
sodi... Sbarcherà chissà dove... in mezzo a gente che egli non capirà e che non
gli vorrà bene... Non vedrà più il suo sindaco, il suo campanaro con la gobba
davanti e di dietro, che egli da piccino ha fatto ingangherire tanto, i suoi
compagni, con cui faceva alla pallate di neve... Oh, se gli capitasse di
incontrare sulle rive del Mississipì il furfante che gli ha rubato la bruna! —
Lo bacierebbe se lo inciampasse sulle rive del Mississipì! — È comodo a casa
propria biasimare la cottura della minestra; è una galanteria venire ammalati
nel proprio letto e lagnarsi della mamma, che ci secca con le sue assiduità...
Ma aver fame, aver male lontano lontano dal nostro paese; gridare ed essere
certi che ci sentirà Iddio, ma non ci ascolta nessun parente, nessun amico — è
troppo, è orribile...
Oh, ci fosse qualcuno che non lo
lasciasse partire quel giovinotto, per amore di lui e di sua madre! — C'è stato
il prevosto di Valverde, che ha detto a suo nipote, prima di accomiatarlo per
il viaggio della luna di miele: «Va' a suonare tutti i campanelli dei tuoi
conoscenti, e trova del lavoro a quel ragazzaccio, dovunque siasi, pur di non
lasciarlo partire per il Nuovo Mondo.» Fu agevole all'ingegnere trovare per il
giovane contadino del lavoro rendevole. E mentre pesava su quel desco una scena
grigia, plumblea, eccoli entrare sfolgorando nella trattoria il giovane
ingegnere con la sua sposina; e dire alla madre, al figlio, alla bambina una
valanga di cose — e accompagnare il giovane sopra un bastimento, che non lo
menerà in California, ma in Sardegna alla costruzione di nuove strade ferrate,
dove avrà cinque lire al giorno e farà rosolare la fronte a benefizio della
madre patria — e promettergli per giunta, che al ritorno gli preparerà una
dozzina di ragazze, sei brune e sei bionde, perché vi scelga la sposa nel
mazzo.
* * *
I fumajuoli sospiravano sempre
più languidamente sui tetti; poi mancò loro affatto lo spirito e si spensero.
Dove il grigio della valle sbocca nell'azzurro della pianura cominciò a
formicolare un concistoro di lucciole. Era la città che si illuminava a gaz. La
città con la Borsa, codesta fabbrica legale e soleggiata di monete mezze false,
in cui la cartella e la cambiale ti ammiccano da cortigiane, e in cui si creano
dal nulla delle fortune sperticate, mentre le fatiche proficue e necessarie
della terra e dell'ingegno rendono della miseria — la città con il tribunale
incrostato di lagrime e di sangue — con migliaia di uomini che dormono,
mangiano, ridono in camere mobiliate e dal trattore, senza babbo, né mamma, né
sposa, né sorelle. Ciò è falso! — nel villaggio almeno quasi tutti hanno la
famiglia, che è il nido dell'uomo. E dietro queste montagne quanti altri
villaggi vi saranno felici nella propria pelle! Dopo le Alpi la Francia
anch'essa con città e villaggi... dopo la Francia il mare... poi l'Inghilterra
con villaggi e città... poi l'Oceano... poi l'America... Oh, come in
considerazione della terra è piccolo il sindaco di Valverde! E sopra noi nel
firmamento, e disotto a noi nella sabbia, nella muffa, nella goccia d'acqua o
di latte quanti mondi, quanti infiniti! E ciascuno è ordinato e contento dentro
la sua buccia.
Vedevo il campanone a far
giravolte e capriole con il suo battocchio; e non lo udivo più sonare. In
cambio sentivo un ronzìo d'insetti, che dalla terra saliva in su, diventando
tintinnìo, poi marcia strepitosa e sfolgorante. Era la musica degli astri, che
girando camminano, la musica descritta da Cicerone, che noi non sentiamo,
perché siamo tutti e sempre egualmente immersi in essa: così non sentiamo il
peso perpetuo dell'aria che preme uniformemente ogni nostra parte. Intesi
quelle note formare quasi dei grappoli di api in aria; mi pareva un
palleggiamento di avemmarie paradisiache... Ricevevo nell'animo degli
splendori, come quasi si aprissero delle finestre in un immenso stanzone
oscuro... Doventavo più leggero... Ascendevo; mi tuffavo nell'azzurro, nel
cielo. — Provavo un istante di solitudine così beata, che avrei pagato un'oncia
del mio sangue, perché niuno venisse a rompermela.
Comparve nel capannuccio della
scala la servetta maghera, ombrosa, una mezza servetta, degna di essere stata
scritta da Dickens; la quale mi avvertì, che scendessi a cena. Tombolai la
scala e mi trovai nel salotto terreno, dove scopersi, illuminata da una
lampada, tutta la ripienezza e la felicità di una famiglia: un figliuolo
deputato, un babbo con gli occhiali verdi e con la papalina da notaio; una
sposa bionda e lustra per la contentezza; una suocera tutta cuffia, tutta
faccende, tutta gomiti; un cane pelliccione che indorava la sua lana
ricevendovi dentro la luce del petrolio; un gatto tristo che rantolando
studiava una marachella contro il cane nella divisione della broda; una gabbia
di canarini e l'almanacco di Mantegazza. — Messici a tavola, il mio giovane
amico si lagnò che i vermicelli sentivano di fumo. Ed io gli risposi: «Va' a
Roma, perché il genere umano è un complesso di servitù, e fra le servitù c'è
anche quella del deputato. Ma, ricordati: se là, incapperai dei
colleghi, dei giornalisti, della gente senza cuore e senza famiglia che ti
morderanno; allora tu vieni a casa, ché qui solo c'è l'elisire, il quale ti risanerà
infallibilmente, ed è la minestra del tuo fumajuolo.»
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