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Giovanni Faldella
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      • 8 - Gioberti e Radescki
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8 - Gioberti e Radescki

 

Ai fratelli Celestino e Vittorio Turletti: — il primo pittore di osservazione arguta e gentile, arieggiante con il pennello, lo stile del Dickens; — il secondo ufficiale nell'esercito e soldato con me nelle lettere, mio stesso reggimento, medesima compagnia.

 

A Torre Orsolina (pseudonimo di un villaggio piemontese) oltre la filoxera del grano e il verme dei cavoli fiori c'era il baro del consigliere comunale. Era il villaggio di Torre Orsolina come una litografia che io ho visto una volta in un tinello di albergo e che rappresentava radunati a concilio in un solo Panteon tutti i grandi uomini con la loro matricola storica da Mosé a Napoleone e da Confucio a Thiers. Così a Torre i soprannomi originati dalla corporatura, dalle propensioni, dai difetti e dalle citazioni degli individui, ed imposti dalla malizia dello speziale o dal capriccio del cappellano, costituirono una litografia vivente di grandi uomini. Il messo comunale lo domandarono Carlo U, perché adoperava la vocale u quale articolo determinato secondo la sua grammatica nativa di Alessandria della Paglia: (per esempio u pane, u medico, ecc.). Il droghiere lo dissero l'avvocato Brofferio, perché sfoderava ad ogni questione la sua eloquenza pepata, che faceva persino starnutare gli astanti; l'oste delle Tre Colombe lo ribattezzarono Pio Nono in grazia della sua pancia sferica e delle cotenne fratesche della sua faccia; la maestra comunale, come camminava sempre con la testa bassa e con il velo sugli occhi, diventò Santa Genovieffa del Brabante. Ed insieme con venticinque altri personaggi storici nacquero a Torre Orsolina anche Gioberti e Radescki, che furono due casi di malattia del baco sovradetto.

 

* * *

 

Gioberti, prima di essere Gioberti, era Tommaso Panada, un bel paesanotto dalla faccia rossa, carnosa, levigata e splendente come un miraggio, con due baffetti rossi, metallici, d'ottone, e con i capegli più rossi della meliga da scopa.

Avendo dovuto condurre una carrata di legna a Torino, fu a teatro e vide la Norma ed i Druidi e Pollione, e poi le ballerine, fusticini di carne umana, che attraversavano palloni di mussola e solcavano e filavano dei salti e dei passi sul palco scenico, fluide e uguali come il vomero nei solchi, come la cutrettola boarina davanti la canna del boattiere.

Questo spettacolo gli slargò la intelligenza.

Sovrattutto gli restò alluminata dentro la mente la Norma, ne zufolava le arie nella stalla, e quando raschiava e strigliava la Colombina, la sua giovenca favorita, intonava sempre con essa il duetto: In mie mani alfin tu sei! E intanto la teneva ghermita per le corna.

Andò soldato cannonniere e fece il quarantotto e il quarantanove. Diceva benissimo nella sua divisa nera listata di giallo; i suoi capegli e i suoi baffi parevano allora non più ottone, ma oro filato, come i suoi galloni da sergente, che guadagnò presto. Sarebbe anche diventato un pezzo più grosso, se avesse avuto qualche letteratura, come direbbe Michele Lessona. Imperocché a Somma Campagna, mortigli il capitano, il tenente ed il sottotenente, comandò egli la batteria e fu un sublime e tonante angelo rosso.

Tornato a Torre Orsolina era il personaggio più felice del paese; egli eroe, egli proprietario di venticinque giornate di terreno fra campi, prati e marcite, egli sposo di Cunegonda, la più pomposa maschiotta di Torre.

D'ordinario i contadini, quando ritornano a casa dal reggimento, si trovano mortificati a lavorare la campagna ed amano meglio frequentare le osterie. Tommaso Panada era tutto giorno all'Albergo delle tre Colombe, senza far torto al Leon d'Oro, alla Testa Grigia, alla Bella Italia, al Bue Rosso, ed anche alla Gatta Morta, per i quali faceva la sua via Crucis. Raccontava in mezzo ai litri Goito, Pastrengo ed il duca di Genova, che una volta sentì starnutare ed a cui disse prosperità.

Vuotato il sacco della storia quarantottesca e nazionale, Tommaso Panada voltò lo sguardo alla politica paesana e presente di Torre Orsolina. Lo Statuto di Carlo Alberto non aveva mutato gran fatto la costituzione dei piccoli villaggi piemontesi. Levati alcuni schiamazzatori, che la sera della proclamazione della Carta si erano ubbriacati ed avevano gridato: Viva la Repubblica! Morte ai signori! Morti i preti, canteremo noi! e perciò avevano toccato la sera stessa una ramanzina dalla moglie ed il giorno dopo una risciacquata dal sindaco, e se ne erano confessati a Pasqua, — nel rimanente le cose erano restate al sicutera.

Gli stessi consiglieri comunali, che una volta uscivano dalle terre oligarchico-amministrative, erano stati confermati dal voto popolare, che erano il medico Bonotti sindaco, il fattore del conte, lo speziale Lingua e simili. In riga di pascoli spadroneggiava sempre Carlo U, l'inserviente comunale, il Nerone del villaggio, il quale, senza muoversi di casa, anzi dal suo letto, accusava, idest metteva in contravvenzione le vacche più innocenti dei suoi nemici, cioè di coloro che non gli regalavano le prime pesche e la prima farina. La scuola si faceva sempre in uno stanzone screpolato della Casa dell'Opera Pia al piano superiore, a cui si montava per una scala a mano che dava in un ballatoio; e gli scolaretti d'inverno dovevano portare essi stessi la legna per riscaldare la scuola.

Il parroco Don Malacqua seguitava ad essere un'arpia inesorabile nell'esigere i diritti di stola, e si raccontava avesse staggito con le sue proprie unghie una matassa di filo, penzolante dal solaio, nella camera di una povera inferma allettata, e ciò per pagarsi della sepoltura del marito mortole poco prima. Schiariva i boschi della prebenda, atterrando le piante più opache e non lasciando più luogo ai nidi delle gazze. Manometteva una guarentigia costituzionale, la libertà individuale dei fanciulli, che pigliava a cappiotti e rotolava in chiesa, se giocavano alla trottola in tempo di predica sul sagrato.

Le notti senza luna e senza stelle non c'erano altri lumi a rompere le tenebre delle vie, fuorché i lumicini per le novene delle madonne.

I vitelli e i maiali si ammazzavano e si squartavano coram populo, per ingentilire l'animo dei bambini, che tornando dalla scuola facevano un fermalà di mezz'ora davanti le corate sbuzzate e le gallerie rosse dei costolami vuotati. Alla domenica si mettevano nei ceppi vistosamente sotto l'atrio del palazzo comunale, dopo che avevano fatte le cerchie per il paese, i ladruncoli di frutta e i cantanti notturni: idest tenevansi accaprettati con una gamba asserragliata fra le labbra di un trave spaccato.

Essendo venuto il vescovo a dar la cresima in paese, il municipio gli mosse incontro, gli ammannì pranzi, discorsi e iscrizioni, e lo illuminò alla sera, eziandio a spese dell'israelita signor Giosafatte, uno dei più grossi contribuenti del villaggio.

«Questo stato di cose» predicava Tommaso Panada nelle osterie «è insopportabile! Lo Statuto non c'è ancora nel nostro povero paese. Miei cari compatrioti, quando sono mutati i tempi bisogna mutare anche le mutande: mutatis mutandis. Bisogna nominare nuovi consiglieri, che mandino a spasso quel tanghero dell'inserviente comunale, vecchio istrumento dei tempi defunti. Bisogna scorciare le unghie al signor parroco, acciocché non possa più sgraffignare tante uova e tanti prosciutti alle nostre madri di famiglia nella benedizione delle case; o almeno dia quel tirchiaccio una frittata rognosa ai nostri fanciulli che gli portano il secchiello! Non più nessuna spesa né per la cresima del vescovo, né per l'organo nuovo! Bisogna far passare la strada ferrata da Torre Orsolina, metter su il telegrafo e delle scuole nuove, dove si insegni la patria e la geografia e non i latinucci dell'uffizio. Bisogna proibire che si recitino in teatro Gelindo e Giuseppe il Casto, e si dia invece l'Assedio di Alessandria, che farò io stesso la parte di Gagliaudo; e poi dopo i drammi di Govean, si rappresenti una buona volta la Divina Commedia del signor Dante Alighieri, che io farò il conte Ugolino! Non bisogna più lasciare che i nostri monelli si abbaruffino nei prati comunali con quelli della borgata di Bestiaregia; è una marcia vergogna che tutti gli anni ci debbano portare a casa qualche figliuolo con la testa sfracellata da una pietrata di fionda. Bisogna sculacciarli tutti una buona volta quei brutti Davidi birichini!... Bisogna! bisogna!...»

Alla eloquenza della parola Tommaso Panada aggiunse quella della mano. Come si è detto, i ragazzini per andare a scuola dovevano arrampicarsi sopra una scala portatile a piuoli, come quelle che si adoperano per salire sul fenile. Or bene, un giorno all'ora del finis, Tommaso Panada, passato davanti la scuola, portò via la scala; ed i ragazzetti, ed il maestro cappellano, fattisi per uscire, restarono come berlicche appollaiati sul ballatoio: i bambini piangevano, pigolavano come pulcini abbandonati sulla fenaia dalla chioccia schizzata da basso nel cortile. Il maestro cappellano agitava il tricorno perché gli riponessero la scala, che gli venne rimessa dallo stesso Maso, dopo molto spasso del pubblico.

Quest'esempio manesco e ridereccio avvalorò nei popoli di Torre Orsolina la predica di Tommaso Panada sul mutatis mutandis.

 

* * *

 

A dire la verità, nelle dicerie e nelle operazioni di Maso oltre la ròsa di riformare il paese secondo la civiltà dei nuovi tempi, ci entrava anche un po' l'ambizioncella di poggiare i suoi gomiti sul tappeto verde nel salone comunale.

E la moglie Cunegonda ci soffiava dentro quest'ambizioncella. Essa ci teneva come di un galano in testa a diventare la moglie di un consigliere. Allora essa avrebbe dato dei pareri al marito, avrebbe fatto licenziare quella smorfiosa e cerosa di Santa Genovieffa, la maestra comunale, che, come magra, aveva osato sparlare della grassezza di lei, la bella e florida Cunegonda. Chi sa? Sarebbe stata anche allegata la sua parola nel Consiglio Comunale.

«Sentite, colleghi!» avrebbe potuto dire un giorno Tommaso agli altri padri della patria. «Voi sostenete che si debba fare un ponte sull'acqua del Molino nei Prati Nuovi; ma corpo di una cornacchia! Mia moglie Cunegonda crede, e me l'ha suggerito stanotte in letto, che sarà meglio fare il ponte nella Ghiaia del Lupo.» — Che gloria per Cunegonda!

E poi Tommaso, da consigliere spicciolo, potrebbe aumentare a consigliere delegato, e vice-sindaco. Uh, se giungesse a portare il sottopancia da sindaco (la fusciacca tricolore) nella processione del Corpus Domini! Il soppancia girato solennemente intorno a una bella giubba nera, nuova, dal pelo acceso, in mezzo agli sguardi ammirativi dei marmocchi e dei chierichetti.

Quale visibilio per Cunegonda!

Per sfogare la fregola di maggioreggiare nella politica paesana, i coniugi Panada, oltre la propaganda pubblica sovrannarrata, ungevano anche la carriuola privatamente. Tommaso si dimenticava di domandare il prezzo delle emine di granoturco, che aveva dato a credito; Cunegonda ad un elettore mandava a regalare un piatto di farina nuova, a un altro una coppia di galletti di primo canto, a un altro un cesto di ciliegie, e ad un altro ancora incrocicchiò un paio di guanti di seta gialla forati all'uncino. Quando ammazzarono l'animale nero, si può dire che i soli ossi restarono per loro; ché i fegatelli e la salciccia a dozzine e a rocchi coperti di un tovagliolo bianco entrarono nelle case altrui.

Essendo un giorno di mercato capitato nel villaggio un librivendolo ambulante ed avendo disteso in piazza, sopra un bancherottolo, la sua biblioteca composta in massima parte dei Reali di Francia, della Bella Magalona e delle farse I due gobbi, 1 due sordi (Novara, tip. Crotti), Tommaso comperò il Gesuita moderno di Vincenzo Gioberti, non so come mescolato a quelle bricciche; e con il sussidio di quest'opera si propose di ingrossare la guerra contro la setta retriva nelle vicine elezioni. Gioberti dice, Gioberti scrive, Gioberti sostiene, era diventato il suo ritornello. Di qui pervenne a Tommaso il nomignolo di Gioberti.

 

* * *

 

Spuntò finalmente la domenica delle elezioni. La notte precedente fu per Tommaso una notte torbida, pungente e pesante, la famosa notte di Don Rodrigo, mentre si appestava.

Il mattino si videro appiccicati a due o tre canti dei bottelli manoscritti anonimi che dicevano: Sorgete, Popoli di Torre Orsolina! Scuotete, ecc., e poi giù contumelie atroci, rilevate, estreme contro l'inserviente comunale, contro il parroco, contro Brigida la sua cuoca e persino contro padre Sinforiano, il cappuccino, l'ultimo quaresimalista, mischiato con lei, senza sufficiente ragione elettorale. Siccome detti cedoloni erano stati attaccati con morselli di pece, si sospettò fossero opera del calzolaio zoppo, Guglielmo il Guiscardo, la lingua più tabana del villaggio.

Gioberti prevedeva una zuffa terribile. Invece, perché poco prima d'allora si era pubblicato all'albo pretorio dei Comuni la grida di cattivo umore fatta da Massimo d'Azeglio e conosciuta sotto il nome di Proclama di Moncalieri, era venuta molta fiaccona nella vita pubblica piemontese, sperando i codini si fregasse presto lo Statuto, e rimanendo disgustati e rincagnati i liberali.

Fatto sta ed è che dopo tanto armeggio, tramenìo e discorse e regali, a Torre Orsolina di dugento elettori andarono ad imborsare il voto appena dieci. Il parroco, i preti, i fabbricieri, mancomale non si mossero da casa. Pure niuno degli antichi consiglieri fu confermato nella carica, e vennero eletti Gioberti con sette voti, l'avvocato Brofferio e l'oste Pio Nono con sei e finalmente Guglielmo il Guiscardo ed il signor Giosafatte con cinque voti.

Benché nominato con quella miseria di fave, Tommaso scappò trionfante a casa, abbracciò largamente e rotondamente la moglie, lasciando molto spazio e molt'aria fra le proprie braccia e il fusto di lei; e poi le disse amorosamente e quasi pudicamente: «Cunegonda! Bacia tuo marito, ché baci un consigliere comunale

Sentiva nel petto un rullo, uno scampanìo e un bagno di festa: ed in mezzo a quella galloria festiva nuotava anche una gioia funerale, la gioia di morire consigliere, di far suonare il campanone grosso per la sua sepoltura, quel campanone che a Torre Orsolina si suonava soltanto per la morte del parroco, dei laureati e dei consiglieri comunali.

Andò lo stesso giorno dal calderaio ad ordinargli che gli confezionasse una penna indispensabile per la nuova sua carica, dovendo scrivere, come egli diceva, all'intendente, ai generali ed anche ai ministri. Il calderaio gli fabbricò addirittura un'alabarda. Bisognava vedere come Gioberti, appena ebbe quella nuova penna, che gli costò il coperchio di un pajuolo, si mise subito ad usarla, stintignando il suo nome sopra un cartolaro, tenendosi discosto dalla madia per un mezzo metro, a fine di poter allungare meglio le braccia, e scarabocchiando e asteggiando e arabescando con una passione scolaresca da primo premio.

Poscia si mise per esercizio con lungo studio e con grande amore a copiare gli articoli più golosi e più peccaminosi, a detta del parroco, che si pubblicavano sull'Unione e sulla Gazzetta del Popolo, massime quelli di Aurelio Bianchi-Giovini sulla Critica biblica e papale, e quelli di Alessandro Borella contro il miracolo del muto che si inginocchiò davanti la Pisside: e ne copiò tanti di siffatti articoli da riempire mezza guardaroba e da far borbottare la moglie, che si vedeva mancare il posto per la biancheria.

 

* * *

 

Entrati nel governo municipale, Gioberti ed i nuovi consiglieri vinsero il partito di far macellare le bestie a porte chiuse, fecero costrurre una scala di cotto per la scuola antica, ordinando eziandio l'imbiancatura delle sue muraglie sudate, misero su una seconda classe elementare per i fanciulli ed una prima regolare per le bambine, fino allora abbandonate alla disciplina di una vecchia gobba empirica; decretarono una banda musicale ad istrumenti da fiato, instituirono un asilo d'infanzia adoperandovi delle maestre secolari, e ricusando le monache, anche quelle bigie fabbricate ed offerte da un vescovo amico dei mezzi termini e dei mezzi colori; rifecero il selciato riducendolo convesso di concavo che era prima e ponendovi in mezzo due guide di rotaie in lastre di montagna; attaccarono dei lampioni ai crocicchi delle vie; rimisero in arnese la guardia nazionale, riducendo a percussione di fulminanti gli schioppi napoleonici a pietra focaia; infine regolarono ed accrebbero l'irrigazione della campagna con nuovi ordini e derivazioni di canali e di rigagnoli.

Ma recando sì gran profitto al Comune, Gioberti guastava se stesso; era montato in ozio e in sussiego; volle avere un canapè, volle avere una sala con l'ammattonato verniciato ogni domenica di sangue di bue, una sala addobbata, oltre che del prelodato canapè, ancora di un canterano, di una cantoniera, di un tavolino da notte, su cui posavano continuamente il Codice Albertino e quello militare, di un quadro che portava incorniciato il suo congedo dal reggimento, e di un berretto da croato riportato dalla guerra, appiccato ad un chiodo, trofeo di vittoria.

Un conducendo in campagna un carro di letame fu sorpreso da un camerata ad aizzare con lo stombolo la sua coppia di buoi e a dirigerla con i latinismi restati ai boari: cis! e trans!; e come l'amico gli domandò, dove fosse incamminato, egli Gioberti rispose fieramente: «Vado a passeggio

L'anno dopo per non trovarsi più in quelle umili positure disdicevoli alla sua dignità consulare secondo il suo modo di vedere, diede a fittanza i beni, ed egli, annoiato e scioperato, quando non c'era consiglio andava all'osteria e non mangiava quasi più a casa sua, salvo allora che ci aveva dei forestieri.

Essendo di a due anni scaduto da sindaco il medico Bonottiapriti cielo! — venne fatto sindaco Gioberti. Allora a lui parve di non poter più capire in Torre Orsolina, gli parve di salire invisibilmente alle stelle, come Romolo padre di Roma. Diede nella sua sala un ballo smisuratamente maiuscolo: ubbriacò come monne i suonatori, i quali perdettero l'erre, le note e gli occhiali, ingolfò e rimpinzò le forosette di ciambelle, di offelle, di brigidini e di amaretti, e quando queste non ne capirono più né in corpo, né in tasca, egli si mise a grandinare caramelle sulla loro testa all'impazzata, tantoché se ne coprì il pavimento, facendosene tappeto e strame e si tirò via a ballarvici sopra.

Era per lui una consolazione il poter avere a pranzo il giudice del mandamento, il brigadiere dei RR. Carabinieri, l'ispettore forestale, e quello delle scuole, quando capitavano in paese per ragioni di ufficio, e la sera, per costringerli con dolce violenza a fermarsi seco lui a cena, nascondeva loro o il bastone o il pastrano o il cappello. Giunse perfino ad ottenere alla sua tavola il deputato del collegio, che accettò l'invito perché le nuove elezioni erano alla porta con i sassi. Questo pranzo imbandito contro la prammatica paesana del mezzodì, alle sei pomeridiane, ora aristocratica e francese, riuscì così grosso, che non poté stare in casa, e lo si dovette portare in giardino sotto il pergolato ridotto a galleria verde, illuminato da ventole gialle, che fiammeggiavano molto bene il verde delle frasche.

Dopo tale banchetto, salirono siffattamente i fumi alla testa di Gioberti, che egli, ignaro della esistenza delle cartoline di visita, concepì originalmente da se stesso dentro la sua anima tutta la loro genesi diabolica.

Per vanagloria di far sapere il suo nome e i suoi titoli, egli pigliò tanti pezzettini di carta da rispetto, e vi scrisse su di proprio pugno: Tommaso Panada — già militare graduatoora Regio Sindaco di Torre Orsolina, Presidente delle Acque (ivi) — Direttore dell'Esilio Infantile (ivi) ecc., ecc., ed amico intimo del Deputato. Questi pezzettini di carta egli lasciava cadere con simulata inavvertenza per le vie, alle fiere, ai mercati e sulle panche degli alberghi, acciocché la gente trovandoli li leggessero e conoscessero tutti i suoi meriti, le sue cariche e la sua grandezza.

Cunegonda, insuperbita anch'essa, una volta andata a Torino con un cavagno di ranocchi che gracidavano, sentissi un fermo dalle guardie daziarie, che volevano farle pagare il balzello di entrata dei suoi ranocchi. Essa balordamente niegava, dicendo quelli non essere ranocchi, ma gusci di noci, e quando quei sergenti a convincerla si posero a scucirle il sacco, essa, atteggiatasi a dolorosa e sciocca dignità, disse: non doversi ciò fare alla sindachessa di Torre Orsolina! Risacchiarano superbamente quei sergenti, e ricevuto da lei il prezzo di entrata, la mandarono con Dio.

Intanto a ogni pusigno e a ogni boccone che Maso trangugiava all'osteria, ad ogni partita con le bocce o con le minchiate, a cui egli pigliava parte, ad ogni pranzo che dava alle autorità in giro, egli si giocava un mezzo solco, o un intiero solco dei suoi poderi, cosicché era vicino a spropriarsi e a spiantarsi del tutto. Per giunta un contadino zotico e maligno gli tagliò di notte tre filari di vite, perché suo figlio non fu salvo dalla leva militare, credendo che il sindaco non ne avesse fatto figurare abbastanza una vena varicosa, in cui egli il contadino confidava.

 

* * *

 

I codini in Piemonte, vedendo che lo Statuto teneva e non poteva sbarbarsi, avevano oramai fermato di trarne profitto, popolando di canonici la Camera dei deputati e di sacristani i Consigli comunali. Fu un la di intonazione dato a tutti i musici dal canto fermo negli Stati sardi.

In questo mezzo tempo a Torre Orsolina era venuto su Pompeo Manoccia, seminarista giunto al primo anno di teologia. Nelle vacanze, tra chiamato ed esibitosi, egli fece ripetizione di lingua italiana alla figliuola del medico Bonotti, e fingendo di essersene invaghito perdutamente, compì su lei una seduzione primaticcia, di cui si scusò come di uno scappuccio del cuore caldo; ed invece era stata una trama fredda, ordita da una testa fratina, per ghermire una dote che altrimenti non avrebbe mai arrivata.

Presa una moglie da cinquantamila lire e buttato il collare su un fico, Manoccia rimase però carne ed ugna con i preti; era tutta cosa del parroco; andava con lui a spasso; mostrava di poppare nelle benedicole accompagnate dall'organo; si mascherava e ragliava da battuto nelle processioni; e nelle funzioni solenni portava egli stesso il baldacchino; e fu egli che scoprì essere oramai giunto il tempo di togliere la somma delle cose del Comune dalle mani dei libertini.

Era un ometto capace di lavare un francobollo usato e di metterlo come nuovo sopra una lettera, e di invocare la prescrizione in giudizio contro il salumaio. Siccome aveva una faccia da schiaffi, ed era più cattivo dei debiti, lo dissero Radescki.

Nel 1858 la lotta elettorale fu titanica a Torre Orsolina. Si predicò, si bucherò, si imbecherò, si raspò da ambedue le parti. Si messero sossopra mogli, mariti, cugine, amorose. I codini dicevano ai campagnuoli che le imposte nuove di Cavour erano tutte opera del sindaco, del povero Gioberti di Torre Orsolina: dicevano alle donnicciuole: «Guai, se si lasciano stare le teste calde al timone! Guai! Fabbricheranno delle nuove Crimee e dei nuovi quarantotto; moveranno guerra ai cani grossi, alla Russia e all'Austria, che faranno carnificina dei nostri poveri figliuoli; toccheranno i corpi santi; non lascieranno stare in pace i preti, i frati e il papa, e li obbligheranno a maritarsi per sacrilegio; onde pioveranno dal cielo le castigatorie di Dio: peste, colèra, carestia e mortalità degli uomini e del bestiame. Invece noi diminuiremo le taglie, obbligheremo i paterini ad accostarsi ai santissimi Sacramenti, salveremo il nostro sangue dalla leva...»

Venne la domenica prima delle elezioni in paese uno spacciatore di bibbie della Società Evangelica.

E il parroco montò come un razzo sul pulpito a gridare: «Fuoco! Fuoco! Veleno! Veleno!... Ci avvelenano i pozzi, il latte, il catechismo, ci abbruciano le nostre anime... E il veleno è in piazza!...» Tremarono le madri, bollirono i padri, i sarti corsero a brandire i rasi, i campagnuoli i badili, le femmine strillarono; e trassero tutti in piazza e composero un gorgo intorno al povero venditore di bibbie, il quale imbiancò, balenò e poi scappò. E gli altri dietrogli a rincorrerlo, a maledirlo, a volerne fare scempio. E l'avrebbero fatto a pezzi, se non fosse sopraggiunto Gioberti, il sindaco, a gridare: «Basta, figliuoli! Cani, zucconi! Ci sono io... Faccio io giustizia! Indietro, dico a voi, marmittoni! Sentite, brutti animali!... Il comandamento dice: non ammazzare!...»

E vedendo che le parole non bastavano, aggiunse gli scappellotti. Gioberti quel giorno aveva i baffi più fulgidi e la mano più pesante del solito; onde i fanatici ritrosirono e lo spacciatore di bibbie ebbe la pelle salva. Ma siccome il sabato dopo grandinò fieramente, Pompeo Manoccia inzipillò i contadini, dicendo che quella grandine era una penitenza mandata loro da Dio, perché l'avevano lasciata passare liscia all'eretico spacciatore di bibbie protestanti.

 

* * *

 

Nella domenica deputata alle elezioni, parve che il villaggio di Torre Orsolina formicolasse e luccicasse più del solito; si vedevano aggirarsi ed arrotarsi delle cravatte, dei fazzoletti non più visti, dei cappelli a stajo dissepolti dalla tomba degli armadî, certa gente, che una volta si vedevano e si amavano fra loro come il fumo negli occhi, ora si trattavano con le belle belline. Il parroco anticipò la messa grande, cantandola all'alba, perché tutti avessero modo di recarsi a votare, e la finì innalzando una preghiera a Dio Ottimo e Massimo, acciocché illuminasse gli elettori di Torre Orsolina nella cerna dei consiglieri.

Suonò il campanone a consiglio, e suonò nell'animo degli elettori, come una chiamata mistica, che facesse tutti raccomodare nell'arme, pronti ad una crociata. Sbucavano di qua e di dei contadini, dei preti, delle donne; facce gioiose, facce sgherre e facce intenebrate.

«E Matteo Sebastiano, il priore di San Francesco, non si vede ancora. Uh, sarà quella scomunicata di Caterina, sua moglie, sorella di Cunegonda, che gli avrà nascosto il rasojo ed il panciotto, affinché non possa farsi la barba e venire a votare... No! Bravo, viva! Matteo Sebastiano viene lo stesso, colla barba lunga e senza panciotto...» Matteo Sebastiano era un bigottone, che nel 1848 aveva regalato un'emina di granturco ad un tamburino della guardia nazionale paesana, che in quei bollori si vantava eretico, acciocché si andasse a confessare.

«Ecco quel birichino di Angelino, che conduce suo nonno nonagenario al municipio, e rimove co' piedi i ciottoli che lo possono far incespicare

«Radescki ha mandato un suo servitore a bagnare certo campo, dove aveva piovuto largamente il giorno prima, per allontanarlo, sotto questa copertina, dell'urna, sapendolo liberale

Giunse la Gazzetta del Popolo di quella mattina; anzi giunsero due metri cubi di Gazzette del Popolo da distribuirsi agli elettori. — (La Gazzetta del Popolo benché fulminata da pergami era pur divenuta la colezione mattutina e la direttrice spirituale dei villaggi piemontesi). Ora la Gazzetta del Popolo nel numero di quel giorno portava un articolo del Sacco Nero dedicato ad incoraggire i liberali di Torre Orsolina alla lotta elettorale. Quell'articolo incominciava con il motto triplicato: Libertas! Libertas! Libertas! Quindi ricapitolava in fretta tutta la storia contemporanea nei suoi punti culminanti, che erano — 1. la generosa proposta dei cento cannoni di Alessandria fatta da Noberto Rosa, — 2. la cosidetta subdola proposta fatta da monsignor Calabiana vescovo di Casale, ciò era di pagare con una offerta privata di codini danarosi i milioni appetiti dal Governo, purché questo non abolisse le fraterie, — 3. il fatterello ancora caldo del fanciullo ebreo Edgardo Mortara battezzato furtivamente da una serva cristiana, e poi strappato per forza ai genitori israeliti e condotto fra i catecumeni.

Poscia l'articolo terminava precisamente in questi vigorosi accenti: — Scongiuriamo i nostri preziosi amici, gli elettori liberali di Torre Orsolina ad accorrere volonterosi all'urna in numerosa e ben compatta falange. All'erta! Il mondo liberale li guarda. Non si lascino cogliere in trappola, e non facciano nemmanco il bonus virus, (sic) ossia il minchione a casa loro. Scaccino le tentazioni del demone dell'apatia recitando la giaculatoria dei liberali piemontesi: abbasso le chieriche! abbasso la conserva di prugne delle perpetue parrocchiali. Stia loro ben presente la maestà suprema del Paese. Taglino la coda dell'idra sacerdotale. Rodano, abbrucino con il vetriolo dei loro voti le branche del polipo del sanfedismo che cerca di invadere ogni latebra della civilizzazione moderna, e nell'albo della libertà italiana Torre Orsolina non sarà Nigra notanda lapillo. libertas! libertas! libertas!

Il sindaco Gioberti uscì di casa pallido e mosse verso il palazzo municipale. Toccò a lui presiedere alle elezioni; leggeva con voce velata i nomi delle schede, che quasi tutte gli dicevano male: Pompeo Manoccia, Pompeo Manoccia, una volta Pompeus Manocius, un'altra Pompée Manocà, un'altra Pompeo Manoccia, viva Gesù! Erano contrassegni in lingua diversa o furbesca, dati dal parroco e da quel brigante matricolato di Radescki a certi elettori, per sincerarsi che portassero proprio la scheda sacramentale loro consegnata, imperocché avevano loro detto: «Se noi non sentiamo pronunciare il tal motto e la tale desinenza, ciò vuol dire che voi ci avete truffati, e ve ne accorgerete poi voi altri al tandem.»

Di rado uscivano i nomi di Gioberti e di Brofferio; qualche volta dei nomi burleschi e da me ne impipo; Don Bosio, il Lucio della Veneria, l'Arcivescovo Ruggeri e l'arcivescovo della diocesi (non Ruggeri), Re Bomba, l'arciprete di Bestiaregia, il duca di Malakoff.

Gioberti ebbe una scaccata, essendo restato a grande pena inferiore di voti a Radescki. Pubblicò egli stesso con voce ferma, a consiglieri: Pompeo Manoccia, Matteo Sebastiano il priore di San Francesco e sozii. Discendendo le scale del municipio, si sentiva saldo sulle gambe ma barcollante nel cuore.

In piazza, i codini facevano il bajone; l'oste della Gatta morta mise la sua pancia al sole sulla soglia della sua osteria, invitando i caporioni codini al pranzo che aveva ordinato Radescki. Allora uno di essi volle per vermutte dare ancora una giravolta intorno alla piazza con un'enorme damigiana sulle spalle per scorbacchiare Gioberti, che aveva fatto quello del... vino. Gli altri gli tennero dietro in codazzo, dando in certe risate che abbruciavano. Poi si fermarono, si restrinsero tutti intorno a colui che portava il fiasco e intonarono beffardamente la strofa dei Fratelli d'Italia, che dice: Uniamoci, amiamoci — L'unione e l'amoreRivelano ai popoli — Le vie del SignoreGiuriamo far libero — Il suolo natìo, e dove finisce: Uniti per Dio! — Chi vincer ci può? correggendo: Uniti con Dio — Chi vincer ci può?

Gioberti, sbeffeggiato dalla scampanata e dalla scornacchiata di quei Fratelli d'Italia, andò a casa, si gittò nelle braccia di Cunegonda; ed egli, l'artigliere che aveva fulminato gli Austriaci, egli, che avrebbe visto ad occhi asciutti il tifo vuotargli la stalla, Gioberti pianse come un fanciullo, perché non era più consigliere comunale, perché i codini avrebbero rovinato il paese, ed a lui non avrebbero più suonato il campanone nei funerali.

 

* * *

 

Fu nominato sindaco Radescki, al posto di Gioberti, e ciò, non solo per la protezione del vicario generale della diocesi, ma ancora per le brighe di una società torinese di scavezzacolli, a cui egli apparteneva, intitolata: Società dell'Ebreo errante, ossia del progresso perpetuo.

Insediatosi al potere, dato di spugna alla banda musicale, instituì una scuola di canto fermo corale, sfrattò maestri elementari e guardie campestri, allogò delle monache nere nell'asilo infantile, abolì l'illuminazione notturna, pretestando che la gente onesta non va a zonzo di sera, rifiutò il legato di una biblioteca fatta al Comune, allegando che in quella libreria c'era la storia del Botta, proibita dal papa.

Gioberti inorridiva di codesto sgoverno; e vedendo, per altra parte, che aveva bisogno di lavorare per riassettare il suo patrimonio un po' sconquassato dalla bufera sindacale, deliberò di lasciare Torre Orsolina. Ma prima volle accoccare la seguente burletta a Radescki. Siccome, tolti i lampioni dai crocicchi delle vie, erano restati attaccati alle muraglie i bracciuoli di ferro che una volta li reggevano, Gioberti fabbricò tanti cappelli da prete, con cartone, e poi la sera ne posò uno su ciascuna di quelle spranghe, indi la mattina spulezzò e andò a lavorare come assistente nella strada ferrata, che allora si stava costruendo da Chivasso ad Ivrea.

Gli abitanti di Torre Orsolina, svegliatisi, trovarono i tricorni da prete, a guisa di spegnitoi, in luogo dei lampioni, e capirono la satira da panattiere, che aveva voluto loro gittare l'ex-sindaco partendosi, quasi ad ammonimento di non lasciar abbujare affatto il paese dalla pece dei codini.

Radescki, mentre immagriva il villaggio, rimpannucciava se stesso. Mangiava dei denari del Comune a tirapelle, dicendo nella sua coscienza ladra: «Roba del Comune, roba di nessuno!» E così, rimpinzando sé, assottigliava gli stipendi al cadastraro e ai maestri, rincarava i tributi a tutti.

La carta da lettera e da protocollo per la segreteria comunale veniva a costare un occhio; la legna che si ardeva nelle stufe per riscaldare gli uffici e le scuole, nella fattura del sindaco, aveva un prezzo tale, come se fosse stata carbone di diamante; e queste iperboli non sono delle più grosse. Un , quel benedetto sindaco, chiamato ad una tenuta municipale per vedere l'usciolo di un pollajo, che era tarlato, si fece pagare una vacazione di venti lire, dove il rinnovamento di quell'usciolo, per opera del falegname, costò soltanto ottantacinque centesimi.

Radescki si poteva firmare di professione, anzi di mestiere sindaco.

Al Consiglio di leva ci andava colla moglie, coi bambini e colla balia, ed i biglietti della strada ferrata e le note dell'albergatore erano tutte pagate dall'esattore. Pigliava al volo ogni invito ad adunanze inutili per il bene del Comune; così ad ogni inaugurazione di mostre industriali od artistiche, voleva rappresentare il municipio di Torre Orsolina, intascandosi un centinaio di lire; e a spese del Comune si portava ogni settimana a Torino ad assistere alle congreghe della Società dell'Ebreo errante, in cui si era sempre impegolato.

 

* * *

 

Si era sul principio di maggio del 1859. Si era rotta la guerra. Nell'agro vercellese, tutto venato di canali, si erano salassate le vene, e si era dato l'aire all'acqua, che aveva improvvisato un lago ad impicciare i Tedeschi.

Essi, i plufferi, i caiserlicchi, i segoni, come si chiamavano allora i nostri amici d'oggidì, sopravvenivano, si avanzavano, bestemmiando trovare lago non geografico: ogni tanto davano un tuffo nell'acqua; poi se ne rialzavano; parevano cigni, oche, che venissero in guazzo, dibassando e levando le teste.

In altri tempi il castello di Torre Orsolina aveva un'importanza strategica maiuscola, ed allora aveva ancora un'importanza strategica minuscola.

Il parroco, don Malacqua, sapendo approssimarsi gli Austriaci, aveva fatto allargare la stia dei capponi.

In un giorno di venerdì, don Malacqua e il sindaco Radescki passeggiavano in un corridoio interno della canonica, muti, sentendosi solo la dolce cadenza della loro pesta gesuitica. Ogni po' si stropicciavano le mani oleosamente. Svoltando, gli occhi di don Malacqua percossero quelli di Radescki; non erano occhi, erano occhiolini; si mandavano e ricevevano luccichii, riflessi da pozzanghera.

Senza far motto, si capirono e si restrinsero nello scrittojo, dove si chiusero a chiave.

Quindi don Malacqua vergò, col suo bel carattere rotondo, sacerdotale, da fede di battesimo, una lettera al pievano vicino, l'arciprete di Bestiaregia, lettera che firmò anche Radescki. In quella lettera suggerivano all'amico arciprete un passo per venire a Torre Orsolina, da insegnarsi alle truppe dell'ordine. Incaricarono Rocco, il sacristano, di portare la lettera. Faceva vento; Rocco partì. Andava, filava sulle poche labbra asciutte dei fossi. Le falde della sua giubba nera usitata, regalatagli dal parroco morto, di buona memoria, svolazzavano. Pareva un grosso pipistrello, pareva meglio un uccello acquatico tutto ali, annerito dalla notte.

L'anima di Rocco volava proprio come un uccello; volava in su nel mondo, nell'estasi dei sacristani; faceva dei sogni politici, come il cardinale Alberoni, suo predecessore in sacristia; si sognava il regno dell'ordine, dei preti e degli Austriaci, in cui sì gran parte doveva venir fatta ai sacrestani; e in mezzo a questo sognare e regnare politico, si mesceva la forma erotica, atticciata e latteggiante di Brigida, la cuoca del signor prevosto.

Rocco intoppò in una strada ingombra di carriaggi, su cui stavano dei soldati piemontesi, e fra essi due terribili baffi rossi. Alla vista di quei baffi, Rocco indietrò; avrebbe voluto aver le ali per nascondervi sotto la testa, a modo dei fagiani. Le falde del suo giubbone trillavano al vento e di spavento.

Gioberti (che era desso il proprietario di quei baffi), ridivenuto sergente del treno, avvistosi della ragia, tombolò dal suo carro con uno splendido contacc! da soldato piemontese. Ghermì il sacrista come un'aquila ghermisce un montone: lo scosse come una pianta di ciliegio.

«Cane! Rocco, tu hai un tradimento in tasca

«Perdonorispose Rocco.

E, senza lasciarsi troppo frugare, consegnò a Gioberti la lettera.

Questi la lesse, la capì in quel bel carattere rotondo, parrocchiale, da fede di mortorio; aggravignò Rocco e lo lanciò ad intridersi in una risaja vicina. Quindi, dette poche parole ai suoi camerati saccardi, si avviò tremendo verso Torre Orsolina. Entrò difilato nella canonica e trovò il parroco e Radescki ancora ristretti nello scrittoio:

«Giuda Scarioti, la conoscete questa lettera

Radescki e il parroco affiochirono.

«Preti e cristiani battezzati voi altri? No, no... Non credete a nulla, nemmanco ai primi comandamenti della legge di Dio! O Signore! Signore della Misericordia! Con questa lettera voi chiamate gli Alemanni, i forestieri, i ladri, i prepotenti in casa nostra, perché facciano la polenta nei nostri pajuoli colla nostra farina, perché diano dei lattoni sul cappello dei nostri intendenti, perché facciano essi il nostro consiglio comunale, perché vengano a dormire nei nostri letti, perché ci rubino i salami e ci abbraccino le mogli. Vengano anche a ungersi gli stivali coll'olio santo dei nostri tabernacoli, e voi — Dominus vobiscum! — li assolvete, li benedite, purché ingrassino voi e siano della vostra! Vergognosi! senza cuore! senza patria! senza legge! senza fede!... Dopo questa lettera meritereste due pillole, due palle nella schiena...»

Radescki e il parroco diventarono di sei colori.

«Ma io lascio ad un altro boia che vi impicchi. Io non voglio fare il boia de' miei compatrioti; io straccio questa lettera, ne faccio mille sbrendoli

E stracciò.

Nelle faccie di Radescki e di don Malacqua guizzarono delle vene di fuoco chiaro e contento come in un tizzone.

«E voi dicevate me inimico della religione! Io, quale mi vedete, credo in Dio, nell'altro mondo, dove chi farà del bene avrà del bene, credo che le povere vecchie e zoppe, ricoverate nella nostra Opera Pia, diventeranno, in paradiso, bellissime, come cuori di damigelle, credo che faranno spicco, su piatti di cristallo, le lagrime che le nostre campagnuole gocciolano al buio. E per questa cosa, che non so nemmanco io che cosa sia, per Dio, per la mia coscienza, per ciò, che credo bene, io risico la pelle... E voi altri, sozzi cani, poltroni, traditori, sacripanti! No... farò io giustizia! vi farò credere che c'è un Dio solo!»

E urlò un contacc al parossismo, il napoleone dei contacc.

A don Malacqua e a Radescki incerossi la faccia: e poscia parve persino che la cera della loro faccia si liquefacesse. Perché Gioberti afferrò una seggiola e la scaraventò sulla testa a don Malacqua; atterrò Radescki; rabbuffò, sgominò armadi, scranne, specchi, tutte le masserizie, tempestandole sui due traditori.

Fu un rovescio, un rovinìo, uno scataroscio di battiture grottesche, per raffigurare il quale si richiederebbe la musa da elefante di Vittor Hugo o l'ultima scena di una commedia da burattini, il tic, toc, la perorazione che fa il randello di Gianduia sulle sette teste del Mago Merlino.

Faceva dei passi eroici, come Pietro Micca prima di dar fuoco alle polveri, nella statua del Cassano; i suoi pugni crepitavano in gragnuola crebra, intronavano, ammaccavano, come quelli del virgiliano Entello, sulle cuticagne del prevosto e di Radescki; ne abboccava uno, lo lasciava andare, lo rintuzzava a calci, azzannava l'altro, e poi, ributtandolo, riacciuffava il primo con mattie da cane alle prese colla lepre, da gatto alle prese coi topi.

Li lasciò tutti e due stramazzati sul pavimento; le ossa in un mucchio, il cuore in un pizzico, le labbra rotte, boccheggianti una troscia di bava, di sangue e di denti, i panni stracciati, mostranti mappe, regioni di pelle scoperta, di colore pesto, livido, bizzarro, cagnazzo.

Fece bene o fece male Gioberti?

I sacri canoni minacciano la scomunica maggiore (la quale può lavare soltanto il papa, in sanità, e gli altri preti, in articulo mortis) a chi, per istigazione del diavolo, torca un capello a un frate o a un prete. Si quis, suadente diabolo, violentas manus in clericum vel monacum iniecerit, anathema fit!

Gli avvocati potrebbero recare a difesa del Gioberti la mancanza, come eglino dicono, di un estremo criminale, idest dell'estremo suadente diabolo; imperocché egli abbia operato in quel punto per soffio di Dio, anziché di Satanasso, avendo esemplato, privatamente, in quel caso straordinario di guerra la giustizia assoluta, oggettiva e divina, che nei tempi ordinari devono copiare i pubblici magistrati.

Ma anche posto che Gioberti abbia adoperato male, è certo che egli fece proporzionata penitenza.

A Confienza, sopraggiunto il suo convoglio dagli Austriaci, per non cedere un carro di farina, abbracciò per istinto un sacco, vi si aggrappò tenacemente, granchiescamente e sopra di esso si lasciò fendere e portar via netta la sua bella e poderosa mano destra dalla sciabolata di un ulano.

Ora egli è di nuovo a Torre Orsolina, con un glorioso moncherino, colla medaglia e la pensione di Savoia per il valor militare; rifatto consigliere e sindaco.

Radescki e don Malacqua, voltati anch'essi alla bussola dei tempi liberali ed italiani, si mostrano suoi amici.

Ed egli stavolta acconcia le cose del Comune senza sconciar quelle di casa sua.





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