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Giovanni Faldella
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      • 9 - La figliuola di latte
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9 - La figliuola di latte

 

A Giuseppe Giacosa e a Roberto SacchettiLasciate che vi apparigli in una dedica, poiché andate a braccetto nella nostra squadra giovanile della Letteratura e dell'Amicizia.

 

Hanno la loro corte gli usignuoli nei boschi.

Abitava un egregio usignuolo nei boschi di Riverenza presso il Comune di Breccia.

Le villanelle senza accorgersi movevano sempre ad ammannare l'erba presso l'abituro dell'usignuolo.

L'arciprete, che era solito di andare a recitare l'uffizio all'aria aperta dei campi, un sentì l'egregio usignuolo, e cominciò a gironzolare nelle sue vicinanze, e volle sempre allietare il suo breviario alla musica dello stesso.

I butteri pascolavano le loro bestie nelle circostanze dell'usignuolo, e giocavano alle pallottole e scioperavano .

Se si fosse frugato o atterrato il bosco di Riverenza, quante estasi per l'usignuolo, recondite non consapevoli l'una dell'altra si sarebbero scovate!

La voce di quell'usignuolo era potente, alta, agile, maravigliosa: trillava, frappeggiava, spumeggiava.

Crebbe una ragazza a spodestare l'usignuolo e a tirarne a sé la corte.

Nel bosco di Riverenza c'è un vecchio castelletto rimpannucciato a palazzina.

Da quel castelletto un giorno uscì una voce mirifica: continuò negli altri giorni: erano lame, nastri liberi di canto buttati nell'aria, note gaie e virginee di fanciulla che fili, scopi, rimondi, salga o scenda una scala.

I monelli, le villane, l'arciprete, i cacciatori, e le altre estasi del bosco abbandonarono l'usignuolo e fecero la corte alla voce della ragazza.

Essa era la contessina di           Riverenza, una di quelle nobili di cui ce ne stanno cento sopra un ramo senza farlo piegare.

 

* * *

 

Suo padre, il conte di Riverenza, era stato uno de più lucidi ufficiali di Carlo Felice: spaccava l'aria: era bisbetico come un puledro.

Essendo venuto un generale austriaco a passare in rivista le truppe del Re, colui aveva detto agli ufficiali: «Bravi! Fate di non essere da meno delle altre truppe, che il Nostro e Vostro Imperatore tiene al di del Ticino

Il conte di Riverenza non sapeva quasi nemmanco di essere italiano; pure si sentì trafitto dal trovarsi austriaco; egli aveva voluto, come suo padre, come suo nonno e come i suoi bisnonni, servire la Casa di Savoia e non la Casa d'Austria. Si sentì sforacchiare non da una fiammata di sangue, ma da un filo di sanie bianca, dura, marmorea, che gli infilzava e saettava le vene peggio di un bistorì. La sua mano destra tremolò, barellò sulla impugnatura della sciabola; poi finì con lo sfoderarla risolutamente; alzò, piegò un ginocchio e plin! ruppe la lama in due pezzi.

Il conte di Riverenza fu condotto a Fenestrelle; poi, considerata la sua asinità, che inspirava niuna paura al Regio Governo, lo lasciarono libero, licenziatolo mancomale dal servizio militare.

Allora il conte Riverenza si diede alla donna.

La passione (non dico l'amore) della donna non conosce confine, come non lo conoscono le passioni dei cavalli, del vino e della birra, dei sigari e del gioco.

La vita del conte di Riverenza fu allora una corsa all'impazzata fra le donne e per le donne.

Nelle scienza, nell'arte e nella passione più si va avanti e più si allarga e si complica lo spazio.

Dopo la particola, dopo il numero e dopo la quantità raggiunta, indietreggia, tremola e ti tira a baci schernevoli un infinito non possibile a contarsi e a chiapparsi.

Quando la volontà ha detto sull'orlo di un bicchierino all'ubbriaco basta? — Non lo ha detto mai. Il basta lo dicono sempre le forze affievolite e manchevoli.

Lo stesso nella passione delle donne. Dopo il grasso balena ai fianchi del donnajuolo e lo alletta il magro, dopo il biondo, il bruno; dopo il serpente di una duchessa, la lucciola di una modista; poi l'operaia, poi la bigotta, la donna onesta, la monaca, la cantoniera... tutta la spira immensa di Eva, finché egli stramazza sbonzolato, sbolzonato e insugherito per non rilevarsi mai più.

Tali furono i giorni del conte di Riverenza: una filatessa di scalate, di picchi della schiena, di pestate del naso, di rabbie, di fughe per conto delle donne.

In quel tempo il Re governava i debiti, le mogli e le concubine dei nobili; onde il conte di Riverenza si vide più di una volta mandare dal Re a confino una sua amasia in qualche villaggio oscuro con fiero interdetto al Regio Sindaco e al Brigadiere dei RR. Carabinieri di lasciare accostare il conte a lei.

Ed il conte di Riverenza ciurmava il Sindaco, il Re e il Brigadiere: traversava magari a guado un fiume, visitava la amante, e poi via.

In questo modo passarono davanti al conte senza che egli pure se ne accorgesse il moto del trentatrè, la Giovine Italia, i libri politici di Gioberti e di Cesare Balbo, la guerra di Lombardia e la amara Novara.

 

* * *

 

Nel mille ottocento cinquantuno il conte si trovò inebetito, e ammogliato con la sua ultima concubina, una istitutrice ungherese, e padre freschissimo di una bambina, e per di più con una nuvola bieca che premeva grandine sul suo patrimonio. Quella nuvola era la Subasta, la nera Subasta, la bollata Subasta. Venne e grandinò la Subasta.

Fortuna che la ipoteca dotale della moglie gli salvò il bosco, il podere e il castelletto di Riverenza!

Quivi si restrinse con la moglie e con la bambina Letizia.

La moglie gli morì subito. La bambina gli fu allevata dalla balia e dal sole e dall'aria dei boschi.

Siccome era piccola cosa il rosume del suo patrimonio, i parenti non lo fecero interdire. E poi egli non era un imbecille in tutto: capiva benissimo la meliga e il ceduo degli ontani. — Parlava poco: passeggiava per il villaggio come il profilo, la disseccatura, un'ombra del conte di Riverenza.

Palesava solo la seguente mattìa: ghermiva tutti i pezzettini di carta, che gli percotevano innanzi per bramosia di leggerli. Un giorno nella farmacia cianciava con lo speziale che spediva una ricetta: lo guardò estatico un bel pezzo a discorrere con gli occhi le ordinazioni del medico: poi gli si accostò leggiero come un gatto e gli agganciò la cartolina.

Un'altra volta sorprese alle spalle la serva mentre leggiucchiava nell'orticello una lettera trovata per istrada, di due anni prima. E glie la arraffò via.

Questo ramoscello di matterìa forse gli nacque e gli restò dalle scoperte da lui fatte nella sua vita donnesca di lettere rivelatrici delle concubine infedeli.

 

* * *

 

La balia trattò la bambina Letizia con lo zelo di una balia che voglia segnalarsi. Date a uno scarpellino un pezzo di marmo o un morsello di pietra bigia. Vedrete come lavorerà con amore di preferenza il marmo piuttosto della pietra. Così fa una balia, se ha da allattare sangue di contessa invece del sangue dei poveri.

Così fece Veronica con Letizia. Quando la aveva fasciata e ne aveva formato un pane di zuccaro, un cono bianco, una mezza mummia egiziana, la baciava, la rigava di baci in tutta la sua latitudine e in tutta la sua longitudine: la alzava sopra la sua testa come un raggio con l'ostia consacrata, poi la adesava nella culla, e , aprendo e variegando i fili di luce da ogni finestra, la faceva ridere da tutte le parti, poi le si buttava sopra e faceva le mattìe e la crivellava di vezzi. Le metteva un nastro rosso in testa e si allontanava per vederne l'effetto: mutava il nastro rosso in un nastro azzurro, poi in un altro verde, e si allontanava parimenti per coglierne il baleno artistico; arpeggiava con le dita sulle labbruzze di lei; la ninnava così distrattamente da soffocarla.

Si era quasi disamorata dei bambini delle sue viscere per quella figliuola del suo latte.

Come Veronica ebbe spoppata Letizia amareggiando le mamme con il succo della corteccia di noce, il conte di Riverenza non volle ancora ritirare presso di sé la bambina, e la lasciò alla Veronica, finché le avesse insegnato a mangiare da sé.

Era bello alla sera vedere Veronica accoccolata su uno sgabello basso, attorniata da un semicircolo di bambini, a cui essa faceva chss chss! Ed i bambini aprivano le bocche come tanti uccellini. E Veronica, inzuppando delle fette di pane nelle uova del tegame, ne impippiava l'uno e poi l'altro secondo un ordine certo di età e di dignità. Sempre la mollica più unta alla contessina, sempre la crosta più asciutta ai suoi piccoli... Qualche volta Veronica rompeva l'ordine designato; saltava qualcheduno dei suoi uccellini: minchionava la bocca più spalancata e più affamata, e sfruconava, impilottava un bel boccone nella bocca più modesta che se lo aspettava meno.

Oh, come è stupenda una donna quando imbocca dei bambini!

Allorché la contessina Letizia ebbe cinque anni, la balia la ricondusse al castelletto di Riverenza, e quivi la piantò con un tradimento promettendole che sarebbe subito ritornata. Ma la contessina non vedendola a comparire si aggaiò a piangere, a strillare, come le venisse un assalto di bachi; onde il conte fu costretto a richiamare Veronica ed allogarla nel castelletto, finché la bambina si fosse avvezzata a starvi da sola.

Vi si assuefece presto; imperocché a lei piacquero tosto le anitre, che movevano la coda breve e passeggiavano come grasse e nane fruttaiuole nel cortile e poi facevano la flotta diritta e placida nel rigagnolo: le piacquero i volti da pera e da ciliegia, che avevano i figliuoli del massaio; le piacque il rumoreggiare e lo svettare dei pioppi, le cui foglie hanno la forma tra le picche e i cuori delle carte e friggono continuamente di moto e di colorito: le piacquero la frescura e la vita, che manda la campagna larga alla testa e ai polmoni.

 

* * *

 

La balia ritornò a casa sua. Rimase Letizia al castelletto con suo padre, che le faceva delle carezze periodiche, come il suo cuore obbedisse ad un movimento, ad un oriolo o ad un comando militare.

Venne dal Comune di Breccia la maestra ad insegnare a Letizia il leggere, lo scrivere e il ricamare. Era una maestra timida, seria e secca, un'anima che indietrava, incapace di amare se stessa; altro che infondere amore in altri!

Onde il più vivo affetto di Letizia rimase sempre per la balia Veronica.

Letizia in quel lusso e in quella benedizione di aria e di ogni prosperevolezza fisiologica, senza niuna stanchezza intellettuale, veniva su bella, straordinariamente, sfolgoratamente. Metteva un fusto da cavallerizza ungherese, un'onda da divinità greca, una testa eretta, piena di libertà classica.

Quando alla domenica si recava in paese per assistere alla messa bassa della Confraternita del SS. Sacramento, i contadini salutandola si sentivano saettare e smorire il rosso sulla faccia. Dopo la messa Letizia andava sempre a mangiare la polenda con le braciuole a casa della balia. Era una gloria per questa, invidiata da tutto il contado.

I coscritti di Breccia usano, prima di partire per il reggimento, fare un ballo pubblico, a cui si presentano con un nastro tricolore all'occhiello.

Un anno i coscritti si intestarono a volere che quel nastro fosse intrecciato dalla contessina Letizia. Ed essa acconsentì. Ebbene, tutti quei giovanotti in segreto, senza che l'uno sapesse dell'altro, baciarono il nastro toccato da lei: niuno nell'arruffio del ballo lo ha perduto. Tutti, ballando freneticamente con la loro amorosa, sentivano di voler bene a questa, ma sentivano parimenti di adorare Letizia sopra la sozia del loro cuore. Eppure con la contessina non avrebbero mai osato entrare in discorsi d'amore; perché l'avrebbero creduta una profanazione, anzi un sacrilegio; perché eglino amavano lei come una madre santa, come una Madonna dei miracoli.

I contadinotti, quando sono brilli dal gridare, dal ballare e dal bere, si permettono di diventare patrioti, e provano, così in confusione, un pizzicore di menar le mani per Savoia o per l'Italia.

Ma i coscritti di Breccia quel giorno sopra la patria e sopra tutto sentirono la contessina Letizia.

E verso notte, mentre sonava l'Avemmaria, una limpida ed allegra Avemmaria, tutti quei bifolchi, giovani ed esaltati dal godimento, desiderarono in cuor loro di udire i rintocchi brevi e precipitati del fuoco, quelli che picchiano nell'anima come martelli di coraggio e di paura: desiderarono nientemeno che un incendio appiccato al castelletto di Riverenza; per correr , per saltare sui travi ardenti, per salvare sulle loro braccia Letizia e per abbrustolarsi una mano, una gamba, anche i capelli, anche la faccia per lei.

 

* * *

 

Letizia sfogava la sua vita a correre per l'aja, per il bosco, a sgabellare con precipizio le faccende di casa.

Qualche volta provava dei vuoti, delle malinconie e dei punti interrogativi. Per esempio in chiesa osservava le tube mute di due angeli che facevano da figuranti sul frontispizio dell'organo, e pensava: Chi sa, se sono detti angeli queglino che soffiano la brezza del mattino? Poi osservava i rigonfi mobili delle cortine rosse nelle finestre alte, e diceva fra sé: Chi sa se sono gli angeli queglino che ventilano e gonfiano quelle cortine?

Una sera sedendo sulla soglia del castelletto a pulire l'insalata non si trovò contenta: sentiva un dileticamento, un graffio nel cuore, un soffio, come le venisse dalle trombe degli angeli muti impiastricciati sul frontone dell'organo.

Senza accorgersi lanciò fuori della bocca una voce. Era un canto. Si trovò scarica, paga. D'allora in poi cantò indefessamente: cantò la canzone del cielo, l'aria dell'organino, le cantilene della chiesa.

Fu allora che l'arciprete, i butteri, i cacciatori, e tutte le estasi del bosco abbandonarono l'esimio usignuolo e incominciarono a far la corte alla voce di lei.

 

* * *

 

Calò un canonico nei boschi di Riverenza.

 

* * *

 

In città vi sono dei giovani ricchi, ben vestiti, ed anche di famiglia onorevole, i quali non trovano da maritarsi; perché sul loro conto corre la taccia di un vizio redibitorio, o di uno sfregio o di una viltà, biasmi che, come dice il Novellino, per niuna prodezza non si possono mai ammendarericomperare appo l'onore del secolo. Questa taccia le donzelle se le bisbigliano di orecchio in orecchio e quando loro si presenta uno di questi giovani cavalieri avariati, ciascuna gli risponde di no. Allora i giovani cavalieri si rivolgono disperati per loro salute a certi monsignori e a certi canonici. Essi si sguinzagliano di qua e di , ricercano, frugano le praterie, i boschi, le solitudini a scovarvi una donzella ignorata ed ignorante da appioppare al cavaliere reietto dalla città.

Questo era il caso del marchesino Ippolito Baluardo di Foscaglia, conosciutissimo nella nobilea torinese.

Dapprima pareva potesse diventare il prototipo del gentiluomo; di sangue purissimo e celeste come un cavallo arabo, attillato come un figurino; a diciannove anni aveva già ricevuto una scalfittura in un duello originato da una macchia sui pantaloni, perché un amico gli aveva lasciato cadere sopra un gelato; sapeva guidare con eleganza una quadriglia, sapeva condurre una signorina a braccetto per le sale di un ballo, senza incespicare nello strascico delle sue vesti; non era mai stato sorpreso a leggere neppure un opuscolo, neppure un giornale; ed era capace di starsene quattro ore appiccicato al peristilio di un caffé buttando in aria boccate di fumo, senza che la sola formica di un pensiero gli formicolasse nella testa. Poteva diventare inappuntabile anzi addirittura irréprochable.

Ma il marchesino Ippolito aveva una barba rossa sopra una faccia ulivigna con linee ed ombre di verderame che lo rendeva avverso a priori. Pareva una di quelle facce popolari affibbiate ai Giudei, che fecero soffrire la Passione a Nostro Signor Gesù Cristo.

Oltre a ciò aveva tale una povertà di mente e di cuore, che sentiva e pensava per così dire da mutolo: non aveva niuna comunicativa con il prossimo, il quale a lui soprastava a sì grande distanza di altezza; ed il suo linguaggio era la rabbia. Per cui non poté mai piacere di colpo ad una donna, e tantomeno ad una donna del popolo. Invece a lui piaceva immensamente una sartina che tutte le sere passava sotto i portici di S. Salvario con il suo elegante fagotto coperto da un pannolino verde.

Si provò a pedinarla, a correrle davanti, ad aspettarla ad uno svolto, e a dirle cerea. E la sartina niente, tirava innanzi, come se egli non dicesse a lei.

Il marchesino le saltò di nuovo innanzi e poi l'appostò ad un'altra crociera in via dei Fiori. E le susurrò di nuovo: Cerea, bella tota, buona sera. Ed essa niente: tirò via con la faccia brusca, inacetita, da Artabano, come dicono in Piemonte.

Egli allora fermò di accompagnarla fino a casa. La sartina lo fece girondolare per via Ormeo, via Silvio Pellico, via Baretti, via Bertollet, imperocché a Torino il nuovo borgo S. Salvario è stato dedicato a questi grandi uomini di riserva. Infine, stanca, essa infilò un portone. Il marchesino ebbe appena tempo di entrarvi collo sguardo di oca incerta, proprio di chi si trova per la prima volta in un dato luogo: e la sartina era già scomparsa, era già volata al suo quinto piano. Egli ritornò sulle sue peste mogio, ma risoluto di affrontarla nuovamente, la sera dopo, sul portone e d'accompagnarla fino alla soffitta. Compì il suo proponimento. La sera dopo, quando la sartina gli passò avanti, essa tremolò nervosamente nelle labbra; traversò subitanea il cortile e prese la scala. Il marchesino la codiò. Essa divorava con precipizio i gradini. Ed egli dietro: ne vedeva il collo, le orecchie rosse, illuminate; agli svolti dei ripiani ne vedeva anche il volto affocato di bragia. Le fiutava le spalle. Essa saliva con velocità sempre più mordente... ansimando: la mantiglia breve le sobbalzava sul petto trafelante. Il marchesino quasi la toccava; ma essa vibrò con un lancio divinatorio la chiave nella serratura della sua soffitta: l'aprì, si voltò indietro, si trovò muso a muso con il marchesino e gli disse precisamente: Brutto giuda! e gli strizzò un guizzo di sciliva sulla barba rossa e sulla faccia di verderame da manigoldo della via Crucis. Poi gli sbacchiò l'uscio sul petto e non si vide più. Nello stesso tempo s'era sentito un cric-crac in un'altra serratura. Qualche vicino era entrato in casa ed aveva scôrto la scena.

Il marchesino ridiscese le scale: le molecole schizzate dalla bocca della sartina gli producevano sulla epidermide della faccia una orribile sensazione di freddo sforacchiante: e gli rigiravano addosso come aghi di tortura; aveva l'anima che pareva a sé stessa la bocca di un cinghiale. Si rodeva da sé.

Quel vicino raccontò la cosa; e non era tale che potesse rispondere con la sciabola o con la pistola dei suoi detti; era un portinaio vecchio, gobbo, un cavamacchie. Fu egli che macchiò il marchesino per tutta la città. Da una bocca ad un orecchio, e poi da un'altra bocca ad un altro orecchio si comunicò la notizia dell'onta sopportata dal giovane marchese a tutte le ragazze, le quali gli voltarono ad una ad una la schiena.

Allora i suoi genitori trovarono essere necessità di rivolgersi ad un canonico loro cugino. Questi scrisse ad un altro canonico di un'altra diocesi, il quale canonico chiamò a sé un vicario foraneo. Il vicario foraneo interrogò un arciprete; l'arciprete confabulò con un cappellano; da cui... basta... Per questa trafila si scoperse la Letizia, e calò nei boschi di Riverenza il canonico, che abbiamo detto sopra, e fu conchiuso il matrimonio fra la contessina Letizia Breccia di Riverenza con il marchesino Ippolito Baluardo di Foscaglia.

 

* * *

 

Partì la neo-marchesina di Foscaglia dal bosco di Riverenza tirata da quattro cavalli.

Era vestita di setino bianco; con la capigliatura bionda pareva una madonna d'argento, dall'aureola d'oro. Si affacciava la gente agli abbaini e alle finestre delle case, agli sbocchi delle vie e dei campi per vederla passare. Sembrava il passaggio della Vergine Camilla descritto dal poeta Virgilio:

 

Illam omnis tectis agrisque effusa iuventus

Turbaque miratur matrum; et prospectat euntem.

 

E palpitava e gonfiava il cuore a tutti i villani, a tutti i segastoppia, che la conoscevano ed amavano, vedendola partire.

La balia volle correre come un monello dietro la vettura, ed avrebbe desiderato aggrapparvisi, e restarvi attaccata, anche a costo di ricevere sul naso lo sferzino del cocchiere.

Ritornata la povera Veronica a casa fu più bona, più dolce del consueto con la sua famiglia.

La marchesina Letizia accasata a Torino nel vasto e scuro palagio dei marchesi di Foscaglia vi odorò delle tanfate di tomba: sentiva la tomba nelle penombre di quelle sale ampie, lunghe e cortinate, nella faccia da tovaglia dei servi, e più di tutto sentiva la tomba nell'anima di suo marito. Essa paragonò quel sepolcreto al guizzo della coda lustra, corta e cangiante delle anitre, allo svettare dei pioppi, ai volti birichini della famiglia del massajo a Riverenza, alle rughe della balia, che si accartocciavano d'amore.

Provava a spruzzare d'allegria nella conversazione con le dame, con i cavalieri, ed anche con la cameriera, ed anche con il cocchiere. Il marito ne ingelosiva sordamente: ma non avrebbe mai osato aprirsi con lei: sentiva di non avere vocabolario nobile per ciò; la sua anima bassa non avrebbe mai potuto rizzarsi a protesta contro l'alterezza di forma estetica della sua sposa. Onde quel marchese (senza vocabolario nobile) pigliò le vie sghembe: proibì al cocchiere di fare dei saluti ridenti alla marchesina, e gli comandò che da quell'ora in poi i suoi inchini dovevano essere più corti di tanti centimetri, e sovra tutto malinconici.

Il cocchiere obbedì; ma la marchesina seguitava a ridere salutando il cocchiere. E il marchese infieriva vieppiù, consumava dentro sé della sua rabbia.

E seguitò le vie di traverso, quelle di battere la sella, perché non poteva battere il cavallo.

Una volta, che trovò la marchesina ristretta con la cameriera, egli con uno sgarbo livido, giallo, disse a questa:

«Rosina, tu fai all'amore con Giovanni

«Oh, nossignore, mi scusi, signor marchese, io non c'entro nei cavalli di Giovanni

«Nega, che non è vero

«Sissignore, signor marchese, sono costretta a negare

Il marchese diventò per la rabbia una frittata verde.

Sapeva benissimo che Rosina non aveva mai parlato d'amore con il cocchiere; pure aveva bisogno di uno sfogo rabido, di uno sfogo basso: e s'avanzò verso la cameriera, e le diede una gotata con il dorso della mano.

Rosina si mise a piangere.

La marchesina rimase anch'essa senza vocabolario per redarguire suo marito di quell'atto bestiale: e scappò nel suo abbigliatojo. Quivi non pianse, ma pensò: pensò al volitare franco ed onesto dell'aria nei suoi boschi, pensò al cuore della sua balia.

«Oh, se mio padre fosse ancora saldo, diritto, fosse ancora una colonna a cui potessi aggrapparmi, sorreggermi, io povera fanciulla mal maritata! — Ebbene farò io la colonna e sorreggerò io mio padre debole. Ritornerò a Riverenza. — So che sta male una sposa separata dal marito, ma io farò dell'elemosina, farò penitenza, andrò in piazza, distribuirò delle lenzuola, delle camicie per gli ammalati: bacerò i bambini poveri con la faccia sporca...»

Di a qualche giorno la marchesina Letizia riceveva una lettera dell'arciprete di Breccia, che le annunziava essere il signor conte suo padre gravemente ammalato.

Bisogna sapere che è strategia confortatoria degli arcipreti il dare i dolori a spilluzzico; quando alcuno sta male da morire, eglino cominciano ad annunziare che è leggermente infermo: quando è morto addirittura, eglino lo dicono gravemente ammalato. E il conte di Riverenza era proprio morto fulminato, un giorno, mentre gli passò un moscone davanti il naso. Fece per ghermigliarlo, credendo fosse un pezzettino di carta da leggere. E stramazzò per terra. E non lesse più nulla.

 

* * *

 

La marchesina Letizia ordinò si attaccassero i cavalli, e la conducessero a Riverenza con la cameriera Rosina. — Quando giunse, suo padre l'avevano già portato via; onde essa trovò un vuoto che le fece venir meno il respiro.

I pioppi non svettavano più bene: le anitre si movevano gaglioffe, in istile bizantino. — Si trovò manca, floscia. Non si sentì più il coraggio di fare la santa e l'eroina.

Ed ordinò che la riconducessero a Torino. Ma prima volle andare a visitare la balia.

Questa povera donna era nella corte intesa a stendere sopra le corde la biancheria di bucato, acciocché rasciugasse a un po' di sole uscito per discrezione in quel giorno. Avendo sentito arrestarsi nella strada un rumore di carrozza, non volle nemmanco guardare per curiosità di che si trattasse, ben sapendo che ella meschina non era femmina da carrozze. Poi le venne un pensiero, poi una divinazione, quella del sangue, che non è acqua, la divinazione propria delle madri e delle balie, le quali alla fin dei conti sono brutte copie o simulacri delle mamme. Veronica riconobbe, sentì, ed osò dire, vide, dietro la sua schiena, la sua baliotta, la sua figliuola di latte. E le cascarono le pezzuole e le camicie bagnate di mano; ma poi riavutasi e pigliata la rincorsa, si slanciò ad abbracciarla, a baciarla e a dirle tutti quei nomi e quelle parole che la musica dell'amore ha trovato più dolci: Cuor mio, bell'anima mia, gioja, pomino d'oro, pomino d'amore, ecc.

Poi se la condusse dentro la propria casa insieme con la cameriera; e avrebbe voluto farsi in quattro per servirle tutte e due.

«Piglino di questo latte, che ha munto il mio Maggiorino... Assaggino questo vinetto, questo rosolio. — Desiderano alle volte una scodella di brodo?... Lo faccio subito riscaldare... Del caffè?... Voglio che si metta in tasca questo pane di meliga che ho portato io stessa al forno. — Se sapessero come è capitata bene questa salsiccia. — Questo formaggio ha una gocciola così saporita...» E pretendeva che la marchesina e la governante si intascassero tutta quella roba.

Scostava i mobili più zoppi e più unti, perché non se ne offendessero le vesti seriche della marchesina.

«Veda i bottoni del panciotto del mio uomo, che ella voleva sempre toccare con i suoi ditini, mio bel diamante

La marchesina Letizia si sentiva inumidire e riempire gli occhi e il cuore, quando udì le ruote della sua carrozza, in una breve movenza che avevano fatto i cavalli, stufi del loro rimanere di piantone. Saltò al collo della balia, e stette avviticchiata due lunghi minuti con lei: poi via, sferza cocchiere! sferza Giovanni!

Mentre il silenzio della strada non era rotto da altro, che dallo scalpitare dei cavalli e dal rombo della vettura, la cameriera fissava nel volto della marchesina l'impronta che vi avevano lasciato i bacioni della balia: e senza muoversi mostrava l'intenzione di pulirla.

Ma la marchesina diede in uno scoppio di pianto, e nettò in un lavacro di lacrime quell'allumacatura di amore.

 

* * *

 

Dopo la visita della marchesina, Veronica si sentì tutti i giorni martellare dal picchio di un dolore muto, periodico, monotono, come quello dei nervi che volgarmente dicesi del tic. A farsi passare quel dolore un giorno riempì un canestro di pani di meliga, di formaggio e di salsiccia e poi si avviò alla volta di Torino. Non sapendo dove era il palazzo della sua baliotta, domandò al primo rivendugliolo di giornali che le diede innanzi, dove stava la marchesa. E quegli riderle sul muso, perché Torino era zeppo di marchese, e indovinare nel mucchio la sua era come voler trovare un ago in un pagliaio. Allora Veronica soggiungere che cercava la marchesa tale delle tali, storpiandone il nome in diverse guise; e dopo essere stata abburattata da un quartiere all'altro di Torino, finalmente infilò il nome giusto e poi infilò la porta giusta nel palazzo della sua Letizia.

La balia saliva tranquillamente uno scalone marmoreo, coperto tappeti e seminato di sputacchiere, quando si sentì afferrare per il gherone da un servo, che le gridò:

«Ohè, dove va la brava donna

«Voglio vedere la mia Letizia

«Come, la signora marchesina

«Proprio la mia marchesina, perché essa è la mia baliotta, è la mia figliuola di latte...»

Sulla cima dello scalone comparve una papalina di velluto serico con una veste da camera di merinos, e con un pajo d'occhiali dai filetti d'oro. Era il marchese padre, il quale all'usanza degli altri nobili pizzicava l'esse e perdeva l'erre, senza essere brillo.

«D'abold, che significa questo flacasso

«È una balia, che vuole vedere per forza la signora marchesina

«Enfin! Menatela in cucina, e datele da mangiale. Voilà-tout

Ma la balia era venuta per dar da mangiare al suo cuore e non alla sua bocca.

 

* * *

 

Però in quel subito Veronica non l'avrebbe potuta vedere la sua marchesina anche con il permesso di tutti quanti.

Perché Letizia era andata a fare una passeggiata a cavallo con suo marito sullo stradone di Rivoli.

Era un paese autunnale. La poltiglia dello stradale era rigata a canaletti lucenti e strizzanti dalle ruote dei carri. Dei bruchi sfarfallavano intorno alle foglie gialle degli alberi disposti in litanie. Fra tronco e tronco d'albero si vedevano dei campi e nei campi si vedevano dei contadini e delle contadine che raspavano la terra. Essi erano curvi quasi si affossassero.

Pure in mezzo a quella malinconia la marchesina, amazzone dalla lunga vesta nera, e dal nero cappello a cilindro, sentiva fervere nel cuore una lauda d'amore. — Amava e impensieriva per i poveri carrettieri che passavano, per i giovani folli, che i contadini mandano a razzolar nelle strade di che far liete le biade nei campi, si impensieriva per i bifolchi, e per le campagnuole, che rugumavano la terra, pensava alle loro minestre larghe, grevi, sciocche e scialbe, alle loro economie infinitesimali, ai loro bugigattoli umidi, terrei, senza pavimento, pensava alla immensità che è per loro un cavurrino da due lire: come per un miserabile cavurrino essi, i campagnuoli, strozzino magari un matrimonio già combinato, o piantino una coltellata: pensava alla nullità degli uomini che fanno della politica, delle rivoluzioni, dei trattati o dei libri di devozione senza beneficare di un soldo la povera gente. Ed essa avrebbe voluto avere una mano fresca e piena di benedizioni, una mano da madonna per farla passare sulla fronte di tutti i sofferenti di questa terra: avrebbe voluto avere un manto largo e costellato come quello dell'Assunta, per raccogliervi sotto e medicarvi e sanarvi tutte le croste, le piaghe e le ferite dei disgraziati.

Il suo cavallo andava innanzi con il collo eretto, nero e splendido, e la marchesa saliva sublime nella poesia de' santi Evangeli.

Invece nel cuore del marchese che cavalcava a lei parallelo si cantava un giambo di rabbia. Le pillacchere di mota gli saltavano dalle zampe dei cavalli sui baffi.

I carrettieri non lo salutavano. Egli riandava come non aveva mai ottenuto dal mondo, che intendesse i ruggiti stroncati della sua anima balba e inceppata, e loro rispondesse. Eppure pensava che ci fu un tempo, in cui si sarebbe fatto capire discendendo da un ponte levatojo sul piazzale di un villaggio, con una piuma in testa, con gli stivali alti fin sopra il ginocchio, in mezzo alle picche. Oh, se ritornassero quei tempi! Se egli potesse aver nelle sue mani il villaggio di Foscaglia, il feudo dei suoi padri, che l'alto marchese di Monferrato aveva conceduto, in piena giurisdizione e per investitura, al primo Ottone dei Baluardi con le ragioni del forno, dell'osteria, del molino, della pesca dei lucci e dell'oro, e con la potestà del coltello, ossia di sgozzare ogni abitante…! Se potesse ancora egli farne quei che gli piacesse del villaggio di Foscaglia!... Vorrebbe puntare un pajo di cannoni in capo al villaggio, sbarazzare chi si trovasse per caso nella via maestra... e poi allora sì che si vedrebbero sbucare tutti gli abitanti, e venire in processione davanti a lui con il parroco alla testa e con le più belle nuore in prima fronte, e inginocchiarsi, e domandargli mercede, e così capire i monchi ruggiti della sua anima troglia!

Mentre il marchese discendeva tortuosamente nella pozza dei suoi pensieri, il suo cavallo piegando la testa sprangava calci con le zampe di dietro.

Ad un punto si sentì venir su da una fossa una voce potente, ritmica, da treno sacro, che domandava l'elemosina per l'amor di Dio. Era di un povero cieco che la caverna di una miniera o il traforo di qualche montagna aveva buttato sulla strada a domandare la carità ai passanti.

Aveva quella faccia tremola e ridente che hanno i catellini appena nati. Imperocché è cosa vecchia, saputa da un pezzo che i ciechi son gente allegra: perché eglino vedono al bujo gli angeli consolatori della mestizia.

Dunque quei cieco gridava, implorava, facendo ballare il suo cappello:

«O quei bravi signori che passano sulla strada, facciano la carità al povero orbo per l'amore di Dio...»

Udite, udite, bizzarro e cavalleresco pensiero che passò per il cranio fetente del marchese! Gli venne in mente il cavamacchie che aveva slargato su tutta la sua persona e per tutta la sua vita la sciliva, il sornacchio di una fanciulla plebea.

Guardò attorno se c'era alcuno; no; non c'era nessuno: nessun carrettiere, nessun spazzaturajo che raccogliesse le letizie delle biade, nessun lavoratore nei campi d'appresso. C'era sola la marchesa sua moglie, così altiera sopra di lui, dalla quale egli non era ancora riuscito nemmanco a farsi odiare. Volle sperimentare se giungerebbe a commuoverla.

Una baldanza fuja roteò per la testa putrida di lui, pari al rombare vorticoso di un nibbio, poi calò nel suo cuore rapidissima come un fulmine, e vi ficcò le unghie.

Egli si ritrasse indietro, spronò il cavallo, e volando rasente la fossa, vibrò un colpo di scuriada sul volto del mendico che ne restava rigato: e gli mozzò sui denti la preghiera per l'amor di Dio.

Così scapricciva la sua ira di dominio feudale.

La marchesina trasalì, tramortì, poi si accostò col cavallo all'argine della fossa dove si trovava il povero cieco e gli disse: «Perdono, perdono, per l'amor di Dio!» Poi gli lanciò nel cappello, che non ballava più, il suo borsellino, che conteneva più di cento lire. Gli gittò il suo orologio, la sua catena d'oro, gli gittò il suo fermaglio; gli gittò i suoi orecchini...

Dalla fronte del cieco partirono due raggi di luce, come quelli radiati dalla fronte di Mosè.

La marchesa e il marchese ritornarono a casa senza ricambiarsi una parola.

Mentre principiava le scale del palazzo di suo marito, la marchesina Letizia sentì un battibecco al primo piano.

Era il marchese padre che borbottava: «Quel entêtement! Polissonne! D'abold, pigliatela per un braccio...»

Con queste parole egli armeggiava con Veronica ed era per farla cacciare fuori dei piedi, perché Veronica ripicchiava, s'intestava di voler vedere la sua Letizia, la sua bambina....

Appena la marchesina conobbe la voce della sua balia prese a far le scale di slancio: la raggiunse e la strinse al braccio e la condusse nel suo abbigliatojo. Quivi depose il cappello a cilindro e la lunga veste da amazzone e si vestì più semplicemente che poté, tanto da parere una tosa, una ragazza popolana da marito.

Poscia senza salutare nessuno, si aggrappò a braccetto con la sua balia, discese le scale con un'aria di trionfo appiattato, e pigliò l'ambulo dal palazzo marchionale dei Foscaglia. Traversando le vie affollate di Torino, a piedi, in compagnia di una vecchia contadina, si sentì più leggiera e più comoda, di quando andava in carrozza. Si credette quasi gloriosa. Le pareva di poter mostrare al pubblico di avere una madre: una madre contadina, ma sempre una madre. A lei spiccata dalla rabbia ebete e cadaverica del marchese suo marito, sembrava rinascere, ridiventare libera, come il vento dei suoi boschi, rifarsi sana e grande come il popolo campagnuolo, a cui apparteneva la sua balia e come la carità cristiana, a cui intendeva votarsi.

Guardava vittoriosa le testiere insaponate, le bellezze stupide da figurino, che ridono nelle vetrine dei parrucchieri: ed i triangoli carnosi, i nasi dei fattorini che compaiono dietro i cristalli dei negozî... Era felice come il giovane villano, che vada al mercato per la prima volta accompagnato da suo padre che gli comprerà un cappello nuovo.

Giunte allo scalo della strada ferrata, Letizia e Veronica montarono sopra un convoglio, che le menò ad un villaggio, dove le prese un omnibus, e le depositò a Breccia.

Letizia ritornò ad abitare il suo castelletto di Riverenza, e ottenne che la balia vi alloggiasse con lei.

 

* * *

 

Nel comune essa fa moltissima carità con l'elemosina dei suoi quattrini, e con lo splendore della sua bellezza, imperocché questa è un vero raggio regalato di bontà. Onde i terrazzani di Breccia

 

Stellam sequentes præviam

Lumen requirunt lumine

Dum fatentur munere.

 

 

Il suo fusto da cavallerizza ungherese è diventato imperatorio; la sua testa è una dignità da Euripide. Muove i passi con tanta musica, che al fruscìo della sua sottana pare passi qualche cosa di grande.

I contadini sono tentati di dirle dietro le spalle: Ave maris stella!

È magniloquente come la Tusnelda dipinta da Piloty.

Pochi giorni dopo che essa era ritornata al castelletto, sulla soglia dell'uscio si sentì un raspaticcio nel cuore. Emise una voce che si sgroppò a meraviglia e le fece del bene; onde Letizia ritornò felicissima a cantare.

L'oro delle sue canne si è affinato; le sue note sono diventate a grande pezza più svelte, più lunghe e più ricciolute di prima — fanno dei giri e dei rigiri, dei saliscendi altissimi e profondissimi. Sono ghirlande di fiori che volano in su e toccano echeggiando il Cielo Empireo.

Mentre Letizia era rimasta a Torino, l'esimio usignuolo aveva ripreso la sua maggioranza nel bosco di Riverenza.

Ora che essa è ritornata, il cattivello si vide ritorre l'antica signoria, e mortificato sloggiò, e portò il suo nido nel querceto lontano di Mucino.

Pure qualche giorno, senza dirlo a nessuno, anch'esso l'esimio usignuolo, quatto quatto saltabeccando di cespuglio in cespuglio, si accosta al castelletto di Riverenza; e si tura nelle foglie di un rosajo, e se ne sta quieto, il machione, delle lunghe ore a sentire e ad imparare il canto di Letizia la mal maritata.

Lettori da ammogliare, e che avete ancora il vostro cuore disponibile, se esistesse in Italia l'instituzione del divorzio, chi di voi non andrebbe a cercare per sua compagna quella cantatrice regina, che è succeduta all'usignuolo nel trono del bosco di Riverenza?





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