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A Giuseppe
Giacosa e a Roberto Sacchetti — Lasciate che vi apparigli in una dedica, poiché
andate a braccetto nella nostra squadra giovanile della Letteratura e
dell'Amicizia.
Hanno la loro corte gli usignuoli
nei boschi.
Abitava un egregio usignuolo nei
boschi di Riverenza presso il Comune di Breccia.
Le villanelle senza accorgersi
movevano sempre ad ammannare l'erba presso l'abituro dell'usignuolo.
L'arciprete, che era solito di
andare a recitare l'uffizio all'aria aperta dei campi, un dì sentì l'egregio
usignuolo, e cominciò a gironzolare nelle sue vicinanze, e volle sempre
allietare il suo breviario alla musica dello stesso.
I butteri pascolavano le loro
bestie nelle circostanze dell'usignuolo, e giocavano alle pallottole e
scioperavano lì.
Se si fosse frugato o atterrato
il bosco di Riverenza, quante estasi per l'usignuolo, recondite non consapevoli
l'una dell'altra si sarebbero scovate!
La voce di quell'usignuolo era
potente, alta, agile, maravigliosa: trillava, frappeggiava, spumeggiava.
Crebbe una ragazza a spodestare l'usignuolo
e a tirarne a sé la corte.
Nel bosco di Riverenza c'è un
vecchio castelletto rimpannucciato a palazzina.
Da quel castelletto un giorno
uscì una voce mirifica: continuò negli altri giorni: erano lame, nastri liberi
di canto buttati nell'aria, note gaie e virginee di fanciulla che fili, scopi,
rimondi, salga o scenda una scala.
I monelli, le villane,
l'arciprete, i cacciatori, e le altre estasi del bosco abbandonarono
l'usignuolo e fecero la corte alla voce della ragazza.
Essa era la contessina di Riverenza, una di quelle nobili di cui
ce ne stanno cento sopra un ramo senza farlo piegare.
* * *
Suo padre, il conte di Riverenza,
era stato uno de più lucidi ufficiali di Carlo Felice: spaccava l'aria: era
bisbetico come un puledro.
Essendo venuto un generale
austriaco a passare in rivista le truppe del Re, colui aveva detto agli
ufficiali: «Bravi! Fate di non essere da meno delle altre truppe, che il Nostro
e Vostro Imperatore tiene al di là del Ticino.»
Il conte di Riverenza non sapeva
quasi nemmanco di essere italiano; pure si sentì trafitto dal trovarsi
austriaco; egli aveva voluto, come suo padre, come suo nonno e come i suoi
bisnonni, servire la Casa di Savoia e non la Casa d'Austria. Si sentì
sforacchiare non da una fiammata di sangue, ma da un filo di sanie bianca,
dura, marmorea, che gli infilzava e saettava le vene peggio di un bistorì. La
sua mano destra tremolò, barellò sulla impugnatura della sciabola; poi finì con
lo sfoderarla risolutamente; alzò, piegò un ginocchio e plin! ruppe la lama in
due pezzi.
Il conte di Riverenza fu condotto
a Fenestrelle; poi, considerata la sua asinità, che inspirava niuna paura al
Regio Governo, lo lasciarono libero, licenziatolo mancomale dal servizio
militare.
Allora il conte dì Riverenza si
diede alla donna.
La passione (non dico l'amore)
della donna non conosce confine, come non lo conoscono le passioni dei cavalli,
del vino e della birra, dei sigari e del gioco.
La vita del conte di Riverenza fu
allora una corsa all'impazzata fra le donne e per le donne.
Nelle scienza, nell'arte e nella
passione più si va avanti e più si allarga e si complica lo spazio.
Dopo la particola, dopo il numero
e dopo la quantità raggiunta, indietreggia, tremola e ti tira a baci
schernevoli un infinito non possibile a contarsi e a chiapparsi.
Quando la volontà ha detto
sull'orlo di un bicchierino all'ubbriaco basta? — Non lo ha detto mai. Il basta
lo dicono sempre le forze affievolite e manchevoli.
Lo stesso nella passione delle
donne. Dopo il grasso balena ai fianchi del donnajuolo e lo alletta il magro,
dopo il biondo, il bruno; dopo il serpente di una duchessa, la lucciola di una
modista; poi l'operaia, poi la bigotta, la donna onesta, la monaca, la
cantoniera... tutta la spira immensa di Eva, finché egli stramazza sbonzolato,
sbolzonato e insugherito per non rilevarsi mai più.
Tali furono i giorni del conte di
Riverenza: una filatessa di scalate, di picchi della schiena, di pestate del
naso, di rabbie, di fughe per conto delle donne.
In quel tempo il Re governava i
debiti, le mogli e le concubine dei nobili; onde il conte di Riverenza si vide
più di una volta mandare dal Re a confino una sua amasia in qualche villaggio
oscuro con fiero interdetto al Regio Sindaco e al Brigadiere dei RR.
Carabinieri di lasciare accostare il conte a lei.
Ed il conte di Riverenza ciurmava
il Sindaco, il Re e il Brigadiere: traversava magari a guado un fiume, visitava
la amante, e poi via.
In questo modo passarono davanti
al conte senza che egli pure se ne accorgesse il moto del trentatrè, la Giovine
Italia, i libri politici di Gioberti e di Cesare Balbo, la guerra di Lombardia
e la amara Novara.
* * *
Nel mille ottocento cinquantuno
il conte si trovò inebetito, e ammogliato con la sua ultima concubina, una
istitutrice ungherese, e padre freschissimo di una bambina, e per di più con
una nuvola bieca che premeva grandine sul suo patrimonio. Quella nuvola era la
Subasta, la nera Subasta, la bollata Subasta. Venne e grandinò la Subasta.
Fortuna che la ipoteca dotale
della moglie gli salvò il bosco, il podere e il castelletto di Riverenza!
Quivi si restrinse con la moglie
e con la bambina Letizia.
La moglie gli morì subito. La
bambina gli fu allevata dalla balia e dal sole e dall'aria dei boschi.
Siccome era piccola cosa il
rosume del suo patrimonio, i parenti non lo fecero interdire. E poi egli non
era un imbecille in tutto: capiva benissimo la meliga e il ceduo degli ontani.
— Parlava poco: passeggiava per il villaggio come il profilo, la disseccatura,
un'ombra del conte di Riverenza.
Palesava solo la seguente mattìa:
ghermiva tutti i pezzettini di carta, che gli percotevano innanzi per bramosia
di leggerli. Un giorno nella farmacia cianciava con lo speziale che spediva una
ricetta: lo guardò estatico un bel pezzo a discorrere con gli occhi le
ordinazioni del medico: poi gli si accostò leggiero come un gatto e gli
agganciò la cartolina.
Un'altra volta sorprese alle
spalle la serva mentre leggiucchiava nell'orticello una lettera trovata per
istrada, di due anni prima. E glie la arraffò via.
Questo ramoscello di matterìa
forse gli nacque e gli restò dalle scoperte da lui fatte nella sua vita
donnesca di lettere rivelatrici delle concubine infedeli.
* * *
La balia trattò la bambina
Letizia con lo zelo di una balia che voglia segnalarsi. Date a uno scarpellino
un pezzo di marmo o un morsello di pietra bigia. Vedrete come lavorerà con
amore di preferenza il marmo piuttosto della pietra. Così fa una balia, se ha
da allattare sangue di contessa invece del sangue dei poveri.
Così fece Veronica con Letizia.
Quando la aveva fasciata e ne aveva formato un pane di zuccaro, un cono bianco,
una mezza mummia egiziana, la baciava, la rigava di baci in tutta la sua
latitudine e in tutta la sua longitudine: la alzava sopra la sua testa come un
raggio con l'ostia consacrata, poi la adesava nella culla, e lì, aprendo e
variegando i fili di luce da ogni finestra, la faceva ridere da tutte le parti,
poi le si buttava sopra e faceva le mattìe e la crivellava di vezzi. Le metteva
un nastro rosso in testa e si allontanava per vederne l'effetto: mutava il
nastro rosso in un nastro azzurro, poi in un altro verde, e si allontanava
parimenti per coglierne il baleno artistico; arpeggiava con le dita sulle
labbruzze di lei; la ninnava così distrattamente da soffocarla.
Si era quasi disamorata dei
bambini delle sue viscere per quella figliuola del suo latte.
Come Veronica ebbe spoppata
Letizia amareggiando le mamme con il succo della corteccia di noce, il conte di
Riverenza non volle ancora ritirare presso di sé la bambina, e la lasciò alla
Veronica, finché le avesse insegnato a mangiare da sé.
Era bello alla sera vedere
Veronica accoccolata su uno sgabello basso, attorniata da un semicircolo di
bambini, a cui essa faceva chss chss! Ed i bambini aprivano le bocche come
tanti uccellini. E Veronica, inzuppando delle fette di pane nelle uova del
tegame, ne impippiava l'uno e poi l'altro secondo un ordine certo di età e di
dignità. Sempre la mollica più unta alla contessina, sempre la crosta più
asciutta ai suoi piccoli... Qualche volta Veronica rompeva l'ordine designato;
saltava qualcheduno dei suoi uccellini: minchionava la bocca più spalancata e
più affamata, e sfruconava, impilottava un bel boccone nella bocca più modesta
che se lo aspettava meno.
Oh, come è stupenda una donna
quando imbocca dei bambini!
Allorché la contessina Letizia
ebbe cinque anni, la balia la ricondusse al castelletto di Riverenza, e quivi
la piantò con un tradimento promettendole che sarebbe subito ritornata. Ma la
contessina non vedendola a comparire si aggaiò a piangere, a strillare, come le
venisse un assalto di bachi; onde il conte fu costretto a richiamare Veronica
ed allogarla nel castelletto, finché la bambina si fosse avvezzata a starvi da
sola.
Vi si assuefece presto;
imperocché a lei piacquero tosto le anitre, che movevano la coda breve e
passeggiavano come grasse e nane fruttaiuole nel cortile e poi facevano la
flotta diritta e placida nel rigagnolo: le piacquero i volti da pera e da
ciliegia, che avevano i figliuoli del massaio; le piacque il rumoreggiare e lo
svettare dei pioppi, le cui foglie hanno la forma tra le picche e i cuori delle
carte e friggono continuamente di moto e di colorito: le piacquero la frescura
e la vita, che manda la campagna larga alla testa e ai polmoni.
* * *
La balia ritornò a casa sua.
Rimase Letizia al castelletto con suo padre, che le faceva delle carezze
periodiche, come il suo cuore obbedisse ad un movimento, ad un oriolo o ad un
comando militare.
Venne dal Comune di Breccia la
maestra ad insegnare a Letizia il leggere, lo scrivere e il ricamare. Era una
maestra timida, seria e secca, un'anima che indietrava, incapace di amare se
stessa; altro che infondere amore in altri!
Onde il più vivo affetto di
Letizia rimase sempre per la balia Veronica.
Letizia in quel lusso e in quella
benedizione di aria e di ogni prosperevolezza fisiologica, senza niuna
stanchezza intellettuale, veniva su bella, straordinariamente, sfolgoratamente.
Metteva un fusto da cavallerizza ungherese, un'onda da divinità greca, una
testa eretta, piena di libertà classica.
Quando alla domenica si recava in
paese per assistere alla messa bassa della Confraternita del SS. Sacramento, i
contadini salutandola si sentivano saettare e smorire il rosso sulla faccia.
Dopo la messa Letizia andava sempre a mangiare la polenda con le braciuole a
casa della balia. Era una gloria per questa, invidiata da tutto il contado.
I coscritti di Breccia usano,
prima di partire per il reggimento, fare un ballo pubblico, a cui si presentano
con un nastro tricolore all'occhiello.
Un anno i coscritti si
intestarono a volere che quel nastro fosse intrecciato dalla contessina
Letizia. Ed essa acconsentì. Ebbene, tutti quei giovanotti in segreto, senza
che l'uno sapesse dell'altro, baciarono il nastro toccato da lei: niuno
nell'arruffio del ballo lo ha perduto. Tutti, ballando freneticamente con la
loro amorosa, sentivano di voler bene a questa, ma sentivano parimenti di
adorare Letizia sopra la sozia del loro cuore. Eppure con la contessina non
avrebbero mai osato entrare in discorsi d'amore; perché l'avrebbero creduta una
profanazione, anzi un sacrilegio; perché eglino amavano lei come una madre
santa, come una Madonna dei miracoli.
I contadinotti, quando sono brilli
dal gridare, dal ballare e dal bere, si permettono di diventare patrioti, e
provano, così in confusione, un pizzicore di menar le mani per Savoia o per
l'Italia.
Ma i coscritti di Breccia quel
giorno sopra la patria e sopra tutto sentirono la contessina Letizia.
E verso notte, mentre sonava
l'Avemmaria, una limpida ed allegra Avemmaria, tutti quei bifolchi, giovani ed
esaltati dal godimento, desiderarono in cuor loro di udire i rintocchi brevi e
precipitati del fuoco, quelli che picchiano nell'anima come martelli di
coraggio e di paura: desiderarono nientemeno che un incendio appiccato al
castelletto di Riverenza; per correr là, per saltare sui travi ardenti, per
salvare sulle loro braccia Letizia e per abbrustolarsi una mano, una gamba,
anche i capelli, anche la faccia per lei.
* * *
Letizia sfogava la sua vita a
correre per l'aja, per il bosco, a sgabellare con precipizio le faccende di
casa.
Qualche volta provava dei vuoti,
delle malinconie e dei punti interrogativi. Per esempio in chiesa osservava le
tube mute di due angeli che facevano da figuranti sul frontispizio dell'organo,
e pensava: Chi sa, se sono detti angeli queglino che soffiano la brezza del
mattino? Poi osservava i rigonfi mobili delle cortine rosse nelle finestre
alte, e diceva fra sé: Chi sa se sono gli angeli queglino che ventilano e
gonfiano quelle cortine?
Una sera sedendo sulla soglia del
castelletto a pulire l'insalata non si trovò contenta: sentiva un
dileticamento, un graffio nel cuore, un soffio, come le venisse dalle trombe
degli angeli muti impiastricciati sul frontone dell'organo.
Senza accorgersi lanciò fuori
della bocca una voce. Era un canto. Si trovò scarica, paga. D'allora in poi
cantò indefessamente: cantò la canzone del cielo, l'aria dell'organino, le
cantilene della chiesa.
Fu allora che l'arciprete, i
butteri, i cacciatori, e tutte le estasi del bosco abbandonarono l'esimio
usignuolo e incominciarono a far la corte alla voce di lei.
* * *
Calò un canonico nei boschi di
Riverenza.
* * *
In città vi sono dei giovani
ricchi, ben vestiti, ed anche di famiglia onorevole, i quali non trovano da
maritarsi; perché sul loro conto corre la taccia di un vizio redibitorio, o di
uno sfregio o di una viltà, biasmi che, come dice il Novellino, per niuna
prodezza non si possono mai ammendare né ricomperare appo l'onore del secolo.
Questa taccia le donzelle se le bisbigliano di orecchio in orecchio e quando
loro si presenta uno di questi giovani cavalieri avariati, ciascuna gli
risponde di no. Allora i giovani cavalieri si rivolgono disperati per loro
salute a certi monsignori e a certi canonici. Essi si sguinzagliano di qua e di
là, ricercano, frugano le praterie, i boschi, le solitudini a scovarvi una
donzella ignorata ed ignorante da appioppare al cavaliere reietto dalla città.
Questo era il caso del marchesino
Ippolito Baluardo di Foscaglia, conosciutissimo nella nobilea torinese.
Dapprima pareva potesse diventare
il prototipo del gentiluomo; di sangue purissimo e celeste come un cavallo
arabo, attillato come un figurino; a diciannove anni aveva già ricevuto una
scalfittura in un duello originato da una macchia sui pantaloni, perché un
amico gli aveva lasciato cadere sopra un gelato; sapeva guidare con eleganza
una quadriglia, sapeva condurre una signorina a braccetto per le sale di un
ballo, senza incespicare nello strascico delle sue vesti; non era mai stato
sorpreso a leggere neppure un opuscolo, neppure un giornale; ed era capace di
starsene quattro ore appiccicato al peristilio di un caffé buttando in aria
boccate di fumo, senza che la sola formica di un pensiero gli formicolasse
nella testa. Poteva diventare inappuntabile anzi addirittura irréprochable.
Ma il marchesino Ippolito aveva
una barba rossa sopra una faccia ulivigna con linee ed ombre di verderame che
lo rendeva avverso a priori. Pareva una di quelle facce popolari affibbiate ai
Giudei, che fecero soffrire la Passione a Nostro Signor Gesù Cristo.
Oltre a ciò aveva tale una
povertà di mente e di cuore, che sentiva e pensava per così dire da mutolo: non
aveva niuna comunicativa con il prossimo, il quale a lui soprastava a sì grande
distanza di altezza; ed il suo linguaggio era la rabbia. Per cui non poté mai
piacere di colpo ad una donna, e tantomeno ad una donna del popolo. Invece a
lui piaceva immensamente una sartina che tutte le sere passava sotto i portici
di S. Salvario con il suo elegante fagotto coperto da un pannolino verde.
Si provò a pedinarla, a correrle
davanti, ad aspettarla ad uno svolto, e a dirle cerea. E la sartina niente, tirava
innanzi, come se egli non dicesse a lei.
Il marchesino le saltò di nuovo
innanzi e poi l'appostò ad un'altra crociera in via dei Fiori. E le susurrò di
nuovo: Cerea, bella tota, buona sera. Ed essa niente: tirò via con la faccia
brusca, inacetita, da Artabano, come dicono in Piemonte.
Egli allora fermò di
accompagnarla fino a casa. La sartina lo fece girondolare per via Ormeo, via
Silvio Pellico, via Baretti, via Bertollet, imperocché a Torino il nuovo borgo
S. Salvario è stato dedicato a questi grandi uomini di riserva. Infine, stanca,
essa infilò un portone. Il marchesino ebbe appena tempo di entrarvi collo
sguardo di oca incerta, proprio di chi si trova per la prima volta in un dato
luogo: e la sartina era già scomparsa, era già volata al suo quinto piano. Egli
ritornò sulle sue peste mogio, ma risoluto di affrontarla nuovamente, la sera
dopo, sul portone e d'accompagnarla fino alla soffitta. Compì il suo
proponimento. La sera dopo, quando la sartina gli passò avanti, essa tremolò
nervosamente nelle labbra; traversò subitanea il cortile e prese la scala. Il
marchesino la codiò. Essa divorava con precipizio i gradini. Ed egli dietro: ne
vedeva il collo, le orecchie rosse, illuminate; agli svolti dei ripiani ne
vedeva anche il volto affocato di bragia. Le fiutava le spalle. Essa saliva con
velocità sempre più mordente... ansimando: la mantiglia breve le sobbalzava sul
petto trafelante. Il marchesino quasi la toccava; ma essa vibrò con un lancio
divinatorio la chiave nella serratura della sua soffitta: l'aprì, si voltò
indietro, si trovò muso a muso con il marchesino e gli disse precisamente:
Brutto giuda! e gli strizzò un guizzo di sciliva sulla barba rossa e sulla
faccia di verderame da manigoldo della via Crucis. Poi gli sbacchiò l'uscio sul
petto e non si vide più. Nello stesso tempo s'era sentito un
cric-crac in un'altra serratura. Qualche vicino era entrato
in casa ed aveva scôrto la scena.
Il marchesino ridiscese le scale:
le molecole schizzate dalla bocca della sartina gli producevano sulla
epidermide della faccia una orribile sensazione di freddo sforacchiante: e gli
rigiravano addosso come aghi di tortura; aveva l'anima che pareva a sé stessa
la bocca di un cinghiale. Si rodeva da sé.
Quel vicino raccontò la cosa; e
non era tale che potesse rispondere con la sciabola o con la pistola dei suoi
detti; era un portinaio vecchio, gobbo, un cavamacchie. Fu egli che macchiò il
marchesino per tutta la città. Da una bocca ad un orecchio, e poi da un'altra
bocca ad un altro orecchio si comunicò la notizia dell'onta sopportata dal
giovane marchese a tutte le ragazze, le quali gli voltarono ad una ad una la
schiena.
Allora i suoi genitori trovarono
essere necessità di rivolgersi ad un canonico loro cugino. Questi scrisse ad un
altro canonico di un'altra diocesi, il quale canonico chiamò a sé un vicario
foraneo. Il vicario foraneo interrogò un arciprete; l'arciprete confabulò con
un cappellano; da cui... basta... Per questa trafila si scoperse la Letizia, e
calò nei boschi di Riverenza il canonico, che abbiamo detto sopra, e fu
conchiuso il matrimonio fra la contessina Letizia Breccia di Riverenza con il
marchesino Ippolito Baluardo di Foscaglia.
* * *
Partì la
neo-marchesina di Foscaglia dal bosco di Riverenza tirata
da quattro cavalli.
Era vestita di setino bianco; con
la capigliatura bionda pareva una madonna d'argento, dall'aureola d'oro. Si
affacciava la gente agli abbaini e alle finestre delle case, agli sbocchi delle
vie e dei campi per vederla passare. Sembrava il passaggio della Vergine
Camilla descritto dal poeta Virgilio:
Illam omnis
tectis agrisque effusa iuventus
Turbaque miratur
matrum; et prospectat euntem.
E palpitava e gonfiava il cuore a
tutti i villani, a tutti i segastoppia, che la conoscevano ed amavano,
vedendola partire.
La balia volle correre come un
monello dietro la vettura, ed avrebbe desiderato aggrapparvisi, e restarvi
attaccata, anche a costo di ricevere sul naso lo sferzino del cocchiere.
Ritornata la povera Veronica a
casa fu più bona, più dolce del consueto con la sua famiglia.
La marchesina Letizia accasata a
Torino nel vasto e scuro palagio dei marchesi di Foscaglia vi odorò delle
tanfate di tomba: sentiva la tomba nelle penombre di quelle sale ampie, lunghe
e cortinate, nella faccia da tovaglia dei servi, e più di tutto sentiva la
tomba nell'anima di suo marito. Essa paragonò quel sepolcreto al guizzo della
coda lustra, corta e cangiante delle anitre, allo svettare dei pioppi, ai volti
birichini della famiglia del massajo a Riverenza, alle rughe della balia, che
si accartocciavano d'amore.
Provava a spruzzare d'allegria
nella conversazione con le dame, con i cavalieri, ed anche con la cameriera, ed
anche con il cocchiere. Il marito ne ingelosiva sordamente: ma non avrebbe mai
osato aprirsi con lei: sentiva di non avere vocabolario nobile per ciò; la sua
anima bassa non avrebbe mai potuto rizzarsi a protesta contro l'alterezza di
forma estetica della sua sposa. Onde quel marchese (senza vocabolario nobile)
pigliò le vie sghembe: proibì al cocchiere di fare dei saluti ridenti alla
marchesina, e gli comandò che da quell'ora in poi i suoi inchini dovevano
essere più corti di tanti centimetri, e sovra tutto malinconici.
Il cocchiere obbedì; ma la
marchesina seguitava a ridere salutando il cocchiere. E il marchese infieriva
vieppiù, consumava dentro sé della sua rabbia.
E seguitò le vie di traverso,
quelle di battere la sella, perché non poteva battere il cavallo.
Una volta, che trovò la
marchesina ristretta con la cameriera, egli con uno sgarbo livido, giallo,
disse a questa:
«Rosina, tu fai all'amore con
Giovanni.»
«Oh, nossignore, mi scusi, signor
marchese, io non c'entro nei cavalli di Giovanni.»
«Nega, che non è vero.»
«Sissignore, signor marchese,
sono costretta a negare.»
Il marchese diventò per la rabbia
una frittata verde.
Sapeva benissimo che Rosina non
aveva mai parlato d'amore con il cocchiere; pure aveva bisogno di uno sfogo
rabido, di uno sfogo basso: e s'avanzò verso la cameriera, e le diede una
gotata con il dorso della mano.
Rosina si mise a piangere.
La marchesina rimase anch'essa
senza vocabolario per redarguire suo marito di quell'atto bestiale: e scappò
nel suo abbigliatojo. Quivi non pianse, ma pensò: pensò al volitare franco ed
onesto dell'aria nei suoi boschi, pensò al cuore della sua balia.
«Oh, se mio padre fosse ancora
saldo, diritto, fosse ancora una colonna a cui potessi aggrapparmi,
sorreggermi, io povera fanciulla mal maritata! — Ebbene farò io la colonna e
sorreggerò io mio padre debole. Ritornerò a Riverenza. — So che sta male una
sposa separata dal marito, ma io farò dell'elemosina, farò penitenza, andrò in
piazza, distribuirò delle lenzuola, delle camicie per gli ammalati: bacerò i
bambini poveri con la faccia sporca...»
Di lì a qualche giorno la
marchesina Letizia riceveva una lettera dell'arciprete di Breccia, che le
annunziava essere il signor conte suo padre gravemente ammalato.
Bisogna sapere che è strategia
confortatoria degli arcipreti il dare i dolori a spilluzzico; quando alcuno sta
male da morire, eglino cominciano ad annunziare che è leggermente infermo:
quando è morto addirittura, eglino lo dicono gravemente ammalato. E il conte di
Riverenza era proprio morto fulminato, un giorno, mentre gli passò un moscone
davanti il naso. Fece per ghermigliarlo, credendo fosse un pezzettino di carta
da leggere. E stramazzò per terra. E non lesse più nulla.
* * *
La marchesina Letizia ordinò si
attaccassero i cavalli, e la conducessero a Riverenza con la cameriera Rosina.
— Quando giunse, suo padre l'avevano già portato via; onde essa trovò un vuoto
che le fece venir meno il respiro.
I pioppi non svettavano più bene:
le anitre si movevano gaglioffe, in istile bizantino. — Si trovò manca,
floscia. Non si sentì più il coraggio di fare la santa e l'eroina.
Ed ordinò che la riconducessero a
Torino. Ma prima volle andare a visitare la balia.
Questa povera donna era nella
corte intesa a stendere sopra le corde la biancheria di bucato, acciocché
rasciugasse a un po' di sole uscito per discrezione in quel giorno. Avendo
sentito arrestarsi nella strada un rumore di carrozza, non volle nemmanco
guardare per curiosità di che si trattasse, ben sapendo che ella meschina non
era femmina da carrozze. Poi le venne un pensiero, poi una divinazione, quella
del sangue, che non è acqua, la divinazione propria delle madri e delle balie,
le quali alla fin dei conti sono brutte copie o simulacri delle mamme. Veronica
riconobbe, sentì, ed osò dire, vide, dietro la sua schiena, la sua baliotta, la
sua figliuola di latte. E le cascarono le pezzuole e le camicie bagnate di
mano; ma poi riavutasi e pigliata la rincorsa, si slanciò ad abbracciarla, a
baciarla e a dirle tutti quei nomi e quelle parole che la musica dell'amore ha
trovato più dolci: Cuor mio, bell'anima mia, gioja, pomino d'oro, pomino
d'amore, ecc.
Poi se la condusse dentro la
propria casa insieme con la cameriera; e avrebbe voluto farsi in quattro per
servirle tutte e due.
«Piglino di questo latte, che ha
munto il mio Maggiorino... Assaggino questo vinetto, questo rosolio. —
Desiderano alle volte una scodella di brodo?... Lo faccio subito riscaldare...
Del caffè?... Voglio che si metta in tasca questo pane di meliga che ho portato
io stessa al forno. — Se sapessero come è capitata bene questa salsiccia. —
Questo formaggio ha una gocciola così saporita...» E pretendeva che la
marchesina e la governante si intascassero tutta quella roba.
Scostava i mobili più zoppi e più
unti, perché non se ne offendessero le vesti seriche della marchesina.
«Veda i bottoni del panciotto del
mio uomo, che ella voleva sempre toccare con i suoi ditini, mio bel diamante.»
La marchesina Letizia si sentiva
inumidire e riempire gli occhi e il cuore, quando udì le ruote della sua
carrozza, in una breve movenza che avevano fatto i cavalli, stufi del loro
rimanere di piantone. Saltò al collo della balia, e stette avviticchiata due
lunghi minuti con lei: poi via, sferza cocchiere! sferza Giovanni!
Mentre il silenzio della strada
non era rotto da altro, che dallo scalpitare dei cavalli e dal rombo della vettura,
la cameriera fissava nel volto della marchesina l'impronta che vi avevano
lasciato i bacioni della balia: e senza muoversi mostrava l'intenzione di
pulirla.
Ma la marchesina diede in uno
scoppio di pianto, e nettò in un lavacro di lacrime quell'allumacatura di
amore.
* * *
Dopo la visita della marchesina,
Veronica si sentì tutti i giorni martellare dal picchio di un dolore muto,
periodico, monotono, come quello dei nervi che volgarmente dicesi del tic. A
farsi passare quel dolore un giorno riempì un canestro di pani di meliga, di
formaggio e di salsiccia e poi si avviò alla volta di Torino. Non sapendo dove
era il palazzo della sua baliotta, domandò al primo rivendugliolo di giornali
che le diede innanzi, dove stava la marchesa. E quegli riderle sul muso, perché
Torino era zeppo di marchese, e indovinare nel mucchio la sua era come voler
trovare un ago in un pagliaio. Allora Veronica soggiungere che cercava la
marchesa tale delle tali, storpiandone il nome in diverse guise; e dopo essere
stata abburattata da un quartiere all'altro di Torino, finalmente infilò il
nome giusto e poi infilò la porta giusta nel palazzo della sua Letizia.
La balia saliva tranquillamente
uno scalone marmoreo, coperto dì tappeti e seminato di sputacchiere, quando si
sentì afferrare per il gherone da un servo, che le gridò:
«Ohè, dove va la brava donna?»
«Voglio vedere la mia Letizia.»
«Come, la signora marchesina?»
«Proprio la mia marchesina,
perché essa è la mia baliotta, è la mia figliuola di latte...»
Sulla cima dello scalone comparve
una papalina di velluto serico con una veste da camera di merinos, e con un
pajo d'occhiali dai filetti d'oro. Era il marchese padre, il quale all'usanza
degli altri nobili pizzicava l'esse e perdeva l'erre, senza essere brillo.
«D'abold, che significa questo
flacasso?»
«È una balia, che vuole vedere
per forza la signora marchesina.»
«Enfin! Menatela in cucina, e
datele da mangiale. Voilà-tout.»
Ma la balia era venuta per dar da
mangiare al suo cuore e non alla sua bocca.
* * *
Però in quel subito Veronica non
l'avrebbe potuta vedere la sua marchesina anche con il permesso di tutti
quanti.
Perché Letizia era andata a fare
una passeggiata a cavallo con suo marito sullo stradone di Rivoli.
Era un paese autunnale. La
poltiglia dello stradale era rigata a canaletti lucenti e strizzanti dalle
ruote dei carri. Dei bruchi sfarfallavano intorno alle foglie gialle degli
alberi disposti in litanie. Fra tronco e tronco d'albero si vedevano dei campi
e nei campi si vedevano dei contadini e delle contadine che raspavano la terra.
Essi erano curvi quasi si affossassero.
Pure in mezzo a quella malinconia
la marchesina, amazzone dalla lunga vesta nera, e dal nero cappello a cilindro,
sentiva fervere nel cuore una lauda d'amore. — Amava e impensieriva per i
poveri carrettieri che passavano, per i giovani folli, che i contadini mandano
a razzolar nelle strade di che far liete le biade nei campi, si impensieriva
per i bifolchi, e per le campagnuole, che rugumavano la terra, pensava alle
loro minestre larghe, grevi, sciocche e scialbe, alle loro economie
infinitesimali, ai loro bugigattoli umidi, terrei, senza pavimento, pensava
alla immensità che è per loro un cavurrino da due lire: come per un miserabile
cavurrino essi, i campagnuoli, strozzino magari un matrimonio già combinato, o
piantino una coltellata: pensava alla nullità degli uomini che fanno della
politica, delle rivoluzioni, dei trattati o dei libri di devozione senza
beneficare di un soldo la povera gente. Ed essa avrebbe voluto avere una mano
fresca e piena di benedizioni, una mano da madonna per farla passare sulla
fronte di tutti i sofferenti di questa terra: avrebbe voluto avere un manto
largo e costellato come quello dell'Assunta, per raccogliervi sotto e
medicarvi e sanarvi tutte le croste, le piaghe e le ferite dei disgraziati.
Il suo cavallo andava innanzi con
il collo eretto, nero e splendido, e la marchesa saliva sublime nella poesia
de' santi Evangeli.
Invece nel cuore del marchese che
cavalcava a lei parallelo si cantava un giambo di rabbia. Le pillacchere di
mota gli saltavano dalle zampe dei cavalli sui baffi.
I carrettieri non lo salutavano.
Egli riandava come non aveva mai ottenuto dal mondo, che intendesse i ruggiti
stroncati della sua anima balba e inceppata, e loro rispondesse. Eppure pensava
che ci fu un tempo, in cui si sarebbe fatto capire discendendo da un ponte
levatojo sul piazzale di un villaggio, con una piuma in testa, con gli stivali
alti fin sopra il ginocchio, in mezzo alle picche. Oh, se ritornassero quei
tempi! Se egli potesse aver nelle sue mani il villaggio di Foscaglia, il feudo
dei suoi padri, che l'alto marchese di Monferrato aveva conceduto, in piena
giurisdizione e per investitura, al primo Ottone dei Baluardi con le ragioni
del forno, dell'osteria, del molino, della pesca dei lucci e dell'oro, e con la
potestà del coltello, ossia di sgozzare ogni abitante…! Se potesse ancora egli
farne quei che gli piacesse del villaggio di Foscaglia!... Vorrebbe puntare un
pajo di cannoni in capo al villaggio, sbarazzare chi si trovasse per caso nella
via maestra... e poi allora sì che si vedrebbero sbucare tutti gli abitanti, e
venire in processione davanti a lui con il parroco alla testa e con le più
belle nuore in prima fronte, e inginocchiarsi, e domandargli mercede, e così
capire i monchi ruggiti della sua anima troglia!
Mentre il marchese discendeva
tortuosamente nella pozza dei suoi pensieri, il suo cavallo piegando la testa
sprangava calci con le zampe di dietro.
Ad un punto si sentì venir su da
una fossa una voce potente, ritmica, da treno sacro, che domandava l'elemosina
per l'amor di Dio. Era di un povero cieco che la caverna di una miniera o il
traforo di qualche montagna aveva buttato sulla strada a domandare la carità ai
passanti.
Aveva quella faccia tremola e
ridente che hanno i catellini appena nati. Imperocché è cosa vecchia, saputa da
un pezzo che i ciechi son gente allegra: perché eglino vedono al bujo gli
angeli consolatori della mestizia.
Dunque quei cieco gridava,
implorava, facendo ballare il suo cappello:
«O quei bravi signori che passano
sulla strada, facciano la carità al povero orbo per l'amore di Dio...»
Udite, udite, bizzarro e
cavalleresco pensiero che passò per il cranio fetente del marchese! Gli venne
in mente il cavamacchie che aveva slargato su tutta la sua persona e per tutta
la sua vita la sciliva, il sornacchio di una fanciulla plebea.
Guardò attorno se c'era alcuno;
no; non c'era nessuno: nessun carrettiere, nessun spazzaturajo che raccogliesse
le letizie delle biade, nessun lavoratore nei campi d'appresso. C'era sola la
marchesa sua moglie, così altiera sopra di lui, dalla quale egli non era ancora
riuscito nemmanco a farsi odiare. Volle sperimentare se giungerebbe a
commuoverla.
Una baldanza fuja roteò per la
testa putrida di lui, pari al rombare vorticoso di un nibbio, poi calò nel suo
cuore rapidissima come un fulmine, e vi ficcò le unghie.
Egli si ritrasse indietro, spronò
il cavallo, e volando rasente la fossa, vibrò un colpo di scuriada sul volto
del mendico che ne restava rigato: e gli mozzò sui denti la preghiera per
l'amor di Dio.
Così scapricciva la sua ira di
dominio feudale.
La marchesina trasalì, tramortì,
poi si accostò col cavallo all'argine della fossa dove si trovava il povero
cieco e gli disse: «Perdono, perdono, per l'amor di Dio!» Poi gli lanciò nel
cappello, che non ballava più, il suo borsellino, che conteneva più di cento
lire. Gli gittò il suo orologio, la sua catena d'oro, gli gittò il suo
fermaglio; gli gittò i suoi orecchini...
Dalla fronte del cieco partirono
due raggi di luce, come quelli radiati dalla fronte di Mosè.
La marchesa e il marchese
ritornarono a casa senza ricambiarsi una parola.
Mentre principiava le scale del
palazzo di suo marito, la marchesina Letizia sentì un battibecco al primo
piano.
Era il marchese padre che
borbottava: «Quel entêtement! Polissonne! D'abold, pigliatela per un
braccio...»
Con queste parole egli armeggiava
con Veronica ed era lì per farla cacciare fuori dei piedi, perché Veronica
ripicchiava, s'intestava di voler vedere la sua Letizia, la sua bambina....
Appena la marchesina conobbe la
voce della sua balia prese a far le scale di slancio: la raggiunse e la strinse
al braccio e la condusse nel suo abbigliatojo. Quivi depose il cappello a
cilindro e la lunga veste da amazzone e si vestì più semplicemente che poté,
tanto da parere una tosa, una ragazza popolana da marito.
Poscia senza salutare nessuno, si
aggrappò a braccetto con la sua balia, discese le scale con un'aria di trionfo
appiattato, e pigliò l'ambulo dal palazzo marchionale dei Foscaglia.
Traversando le vie affollate di Torino, a piedi, in compagnia di una vecchia
contadina, si sentì più leggiera e più comoda, di quando andava in carrozza. Si
credette quasi gloriosa. Le pareva di poter mostrare al pubblico di avere una
madre: una madre contadina, ma sempre una madre. A lei spiccata dalla rabbia
ebete e cadaverica del marchese suo marito, sembrava rinascere, ridiventare
libera, come il vento dei suoi boschi, rifarsi sana e grande come il popolo
campagnuolo, a cui apparteneva la sua balia e come la carità cristiana, a cui
intendeva votarsi.
Guardava vittoriosa le testiere
insaponate, le bellezze stupide da figurino, che ridono nelle vetrine dei
parrucchieri: ed i triangoli carnosi, i nasi dei fattorini che compaiono dietro
i cristalli dei negozî... Era felice come il giovane villano, che vada al
mercato per la prima volta accompagnato da suo padre che gli comprerà un
cappello nuovo.
Giunte allo scalo della strada
ferrata, Letizia e Veronica montarono sopra un convoglio, che le menò ad un
villaggio, dove le prese un omnibus, e le depositò a Breccia.
Letizia ritornò ad abitare il suo
castelletto di Riverenza, e ottenne che la balia vi alloggiasse con lei.
* * *
Nel comune essa fa moltissima
carità con l'elemosina dei suoi quattrini, e con lo splendore della sua
bellezza, imperocché questa è un vero raggio regalato di bontà. Onde i
terrazzani di Breccia
Stellam
sequentes præviam
Lumen requirunt
lumine
Dum fatentur
munere.
Il suo fusto da cavallerizza
ungherese è diventato imperatorio; la sua testa è una dignità da Euripide.
Muove i passi con tanta musica, che al fruscìo della sua sottana pare passi
qualche cosa di grande.
I contadini sono tentati di dirle
dietro le spalle: Ave maris stella!
È magniloquente come la Tusnelda
dipinta da Piloty.
Pochi giorni dopo che essa era
ritornata al castelletto, sulla soglia dell'uscio si sentì un raspaticcio nel
cuore. Emise una voce che si sgroppò a meraviglia e le fece del bene; onde Letizia
ritornò felicissima a cantare.
L'oro delle sue canne si è
affinato; le sue note sono diventate a grande pezza più svelte, più lunghe e
più ricciolute di prima — fanno dei giri e dei rigiri, dei saliscendi altissimi
e profondissimi. Sono ghirlande di fiori che volano in su e toccano echeggiando
il Cielo Empireo.
Mentre Letizia era rimasta a
Torino, l'esimio usignuolo aveva ripreso la sua maggioranza nel bosco di
Riverenza.
Ora che essa è ritornata, il
cattivello si vide ritorre l'antica signoria, e mortificato sloggiò, e portò il
suo nido nel querceto lontano di Mucino.
Pure qualche giorno, senza dirlo
a nessuno, anch'esso l'esimio usignuolo, quatto quatto saltabeccando di
cespuglio in cespuglio, si accosta al castelletto di Riverenza; e lì si tura
nelle foglie di un rosajo, e se ne sta quieto, il machione, delle lunghe ore a
sentire e ad imparare il canto di Letizia la mal maritata.
Lettori da ammogliare, e che
avete ancora il vostro cuore disponibile, se esistesse in Italia l'instituzione
del divorzio, chi di voi non andrebbe a cercare per sua compagna quella
cantatrice regina, che è succeduta all'usignuolo nel trono del bosco di
Riverenza?
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